30 luglio 2011

Al centro di accoglienza di Lampedusa minori picchiati dalle forze dell'ordine

Notte di proteste anche al centro di accoglienza di Lampedusa, a Contrada Imbriacola, dove sono detenuti da settimane, senza nessuna convalida giudiziaria, senza colpe e senza reati, 206 prigionieri, tra i quali 34 minori non accompagnati. La rivolta è esplosa proprio tra i minorenni. Un gruppo di una decina di adolescenti tunisini sono saliti sui tetti per protesta. Si tratta degli stessi adolescenti che erano stati picchiati dalle forze dell'ordine due giorni fa. Quel giorno, i ragazzi si erano allontanati dal centro di accoglienza per fare un giro a Lampedusa e non appena rintracciati dalla polizia sono stati caricati malamente su una camionetta, all'interno della quale è avvenuto il primo pestaggio. Il secondo giro di botte invece gliele hanno date nei bagni del centro di accoglienza. Prima però li hanno fatti spogliare nudi per una perquisizione. E quindi li hanno picchiati. Uno di loro ha un labbro rotto, un altro ha una caviglia gonfia e un po' tutti sono ricoperti di lividi. L'associazione Save The Children, che a Lampedusa lavora con il ministero dell'Interno per il progetto Presidium proprio per la tutela dei minori, ha chiesto al direttore del centro d'accoglienza Cono Galipò - nel frattempo indagato per truffa aggravata continuata - di fare visitare i ragazzi dal poliambulatorio dell'isola. Ma il medico dell'ente gestore Lampedusa Accoglienza, ha ritenuto che non fosse necessario. Così i ragazzi sono rimasti nel centro, ma al contrario di Save The Children hanno preferito rompere il silenzio e protestare. Perchè non serve una laurea in pedagogia per capire che degli adolescenti non possono essere denudati e picchiati dalle forze dell'ordine. Ma dove siamo finiti?
Intanto altri 169 minori continuano a essere reclusi, contro ogni legge, nella ex base Loran dell'isola. Sui tetti non sono ancora saliti, ma per farsi sentire hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


Pestaggi al Cie di Ponte Galeria a Roma

E' da poco passata la mezzanotte al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Tre detenuti tentano la fuga. La polizia li trova. E li massacra di botte agli ordini di una ispettrice che ha deciso di fare la dura. Qualcuno però assiste alla scena. E indignato, sparge la voce tra i reclusi dell'area maschile. Scoppia la rivolta. I detenuti rifiutano di rientrare nelle camerate, la polizia in tenuta antisommossa fuori dalla gabbia minaccia di sfondare. Dentro si armano di pietre per difendersi e danno alle fiamme alcuni materassi. Intanto noi, da fuori, grazie a fonti fidate all'interno del Cie, seguiamo per tutta la notte gli sviluppi della rivolta. Leggete come è andata a finire. E se anche a voi sembra che non sia una roba normale, chiamate il centralino di Ponte Galeria allo 06.65854224. Facciamogli sentire che hanno gli occhi addosso.

Ore 00:47

La polizia sta picchiando 4 algerini al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Li hanno presi un'ora fa mentre tentavano di scappare. Secondo alcuni testimoni li avrebbero pestati malamente. Gli altri reclusi del settore maschile stanno protestando fuori dalle camerate, si sono disposti davanti all'entrata della gabbia e impediscono l'ingresso della polizia che a quest'ora di solito li chiude a chiave nelle sezioni. Rifiutano di rientrare nelle camerate fino a quando non avranno visto in che condizioni hanno ridotto i quattro, che si trovano ancora isolati nella stanza dove sarebbero stati picchiati.

Ore 01:17

I reclusi continuano a rifiutare di rientrare nelle camerate e rimangono concentrati di fronte al cancello della gabbia. Di là dalla rete sono schierate le forze dell'ordine in tenuta antisommossa. Una ventina di militari e una trentina di agenti tra polizia e finanza, pronti a intervenire per far rientrare la protesta. I quattro algerini sono ancora rinchiusi nella stanza dove sarebbero stati picchiati. Si tratta di quattro algerini sbarcati a Lampedusa nelle settimane scorse e provenienti dalla Libia. Alla protesta partecipano anche gli egiziani presi dalla polizia durante la retata del 27 luglio ai mercati generali agroalimentari di Roma, a Guidonia-Montecelio, che ha portato alla reclusione di 16 lavoratori egiziani senza contratto. Non partecipano invece, per evidenti ragioni, i due reclusi ancora rinchiusi in isolamento, ormai da più di un mese, uno dei quali in sciopero della fame dal 22 luglio scorso.

Ore 01:33

Spunta un testimone oculare. I quattro fuggitivi sono stati bloccati in due posti diversi. Tre di loro sono stati immobilizzati davanti alla gabbia dell'area femminile. Secondo il racconto della nostra fonte, inizialmente gli agenti li hanno immobilizzati a terra e gli hanno ammanettato i polsi dietro la schiena. Fin lì tutto tranquillo, poi è arrivata sul posto un'ispettrice di polizia, che ha dato un calcio in faccia a uno dei tre. E ha continuato poi a colpire a calci gli altri tre già immobilizzati a terra, per poi schiacciargli la faccia al suolo sotto le suole degli stivali. A quel punto le detenute hanno iniziato a gridare e l'ispettrice ha dato ordine ai suoi uomini di portare i quattro all'interno degli uffici.

Ore 01:54

Si prepara la rivolta. La polizia ha portato davanti al cancello i quattro algerini per farli rientrare nelle sezioni e ha chiesto ai reclusi di spostarsi dal cancello per lasciarli entrare e poterli rinchiudere nelle aree. Ma la reazione alla vista dei quattro è stata fortissima. Secondo testimoni oculari i quattro algerini sarebbero in brutte condizioni dopo il pestaggio subito. Dentro la gabbia si prepara la rivolta. Un gruppo di reclusi è riuscito a rompere due ferri della gabbia e ad aprirsi un varco per raggiungere un terreno vicino al muro di cinta dove prendere delle pietre con cui armarsi per difendersi nel caso in cui i trenta agenti in tenuta antisommossa dovessero entrare con la forza e picchiare i reclusi. Intanto uno dei detenuti si è tagliato con un ferro il braccio e la caviglia.

Ore 02:07

Secondo una nostra fonte, alla base della rivolta in corso al Cie di Roma, oltre al pestaggio dei quattro algerini di stasera, ci sarebbe una violenta espulsione avvenuta questa mattina. Si tratta di un cittadino tunisino, Monji, residente a Milano da 20 anni, con la moglie e due bambini, preso di forza dal letto mentre ancora dormiva questa mattina all'alba e portato via legato con lo scotch dopo che opponeva resistenza. Il signore in questione aveva già scontato nel Cie di Roma 5 mesi e 25 giorni di reclusione e sarebbe dovuto uscire dopo cinque giorni. La moglie, da Milano, gli aveva già inviato i soldi con Western Union per comprare il biglietto del treno per ritornare dalla sua famiglia in Lombardia. Secondo la nostre fonte questa sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un momento in cui tutti i reclusi si sentono spaventati dalla nuova legge in discussione al Senato, che porta a 18 mesi il limite massimo di detenzione nei Cie

Ore 02:28

I reclusi continuano a gridare e a sbattere contro i ferri della gabbia. Gli agenti, in tenuta antisommossa non sono ancora entrati, anche perchè in inferiorità numerica. I reclusi infatti sono più di un centinaio e armati di pietre per difendersi. Nel cortile centrale della gabbia, sono stati dati alle fiamme 7 materassi per evitare l'avanzamento delle forze dell'ordine. Alla protesta partecipano anche sei albanesi, stranamente reclusi da ormai 40 giorni, pur essendo regolarmente entrati in Italia con il nuovo passaporto biometrico, che dal dicembre scorso consente la libera circolazione dei cittadini albanesi nell'Unione europea senza bisogno di visto. Chiedono di essere rilasciati, in Italia o in Albania, senza passare un solo giorno di più in detenzione. Intanto una ventina di reclusi sono saliti per protesta sul tetto delle celle.

Ore 02:55

Grazie all'utilizzo di un idrante, la squadra di agenti in tenuta antisommossa è riuscita a disperdere le decine di reclusi davanti il cancello e a entrare nella gabbia. A forza di manganellate, e proteggendosi con gli scudi dal lancio di pietre, gli agenti sono riusciti a costringere parte dei reclusi a rientare nelle celle, e hanno poi chiuso le gabbie con delle catene con il lucchetto, dal momento che nelle due ore precedenti, i reclusi avevano manomesso le serrature. Secondo una delle nostre fonti ci sarebbero almeno otto feriti tra i detenuti. Un gruppetto di reclusi è ancora fuori dalle celle e cerca di difendersi dal pestaggio lanciando sassi e altri oggetti.

Ore 03:16

Tutti i reclusi, compresi i quattro algerini picchiati tre ore fa, sono stati adesso ricondotti e rinchiusi dentro le celle. Al momento sembra essere tornata la calma. La polizia è uscita all'esterno della gabbia. Dentro però la rabbia è ancora alta. E va di pari passo con l'apprensione per la nuova legge sui sei mesi. Intanto sono emersi nuovi dettagli sull'espulsione di Monji di questa mattina. Testimoni oculari hanno descritto la sua espulsione come molto violenta. Intorno alle sei del mattino, una decina di poliziotti si sono presentati nella sua cella e mentre lui ancora dormiva, tre di loro gli si sono buttati addosso di peso per immobilizzarlo. A quel punto, svegliato di soprassalto, è stato costretto con la forza a inginocchiarsi e quindi è stato ammanettato con i polsi dietro la schiena e trascinato via di forza. I reclusi che hanno assistito alla scena si dicono scioccati. Si tratta del secondo caso di un tunisino espulso allo scadere dei sei mesi. Martedì scorso infatti, nel gruppo di 16 tunisini espulsi c'era anche un certo Mohamed, lavoratore presso il mercato del pesce di Bari e da più di dieci anni in Italia, a cui rimanevano soltanto quattro giorni per compiere i sei mesi di detenzione e uscire.

Ore 04:30

Perquisizione nelle celle. Una squadra di 8 agenti conta i reclusi, cella per cella. All'appello mancano tre persone che durante il caos degli scontri sono riusciti a nascondersi sui tetti. Si tratta di tre algerini.

Ore 7:00

Dei tre algerini che mancavano all'appello, due sono stati ritrovati e ricondotti in cella, apparentemente senza violenza. Il terzo invece è riuscito a fuggire dalla gabbia ed è di nuovo in libertà. Per capire di chi si tratti, la polizia fa una seconda conta, cella per cella, stavolta però con i registri e le foto.

Ore 7:30

Un gruppo di agenti in borghese fotografano i danni della struttura. Un pannello di plexiglass sfondanto all'ingresso della gabbia, 7 materassi bruciati, 2 telecamere distrutte e due ferri spezzati sul retro della gabbia, che vengono prontamente saldati, sotto la sorveglianza di tre agenti di polizia. Nessuno invece fotografa i detenuti feriti.

Ore 9:30

Per punizione, le celle sono ancora chiuse con le catene e i reclusi non possono uscire nel cortile della gabbia grande. Per tutta la notte, la direzione del Cie ha tenuto accese le luci nelle celle per impedire ai reclusi di riposare.

Ore 10:30

Il personale dell'ente gestore Auxilium porta la colazione, ma i reclusi rifiutano di essere serviti attraverso la gabbia, come se fossero animali, costretti a rimanere rinchiusi nelle celle. E proclamano lo sciopero della fame.

Ore 12:00

Per ritorsione, anche lo spaccio delle sigarette resta chiuso oggi.

Ore 13:30

Una ventina di agenti tra polizia e guardia di finanza entrano nella gabbia. Cella per cella, una squadra di otto composta da quattro poliziotti, due finanzieri e due agenti in borghese, armati di manganelli, prelevano alcuni reclusi. Finora dalle prime tre celle hanno prelevato 8 persone. Gli ultimi due erano egiziani del gruppo di lavoratori dei mercati generali agroalimentari di Roma presi nella retata di tre giorni fa. Ancora non si capisce se si tratti dei reclusi che saranno arrestati per la rivolta o se invece si tratti di un'espulsione collettiva in corso.




29 luglio 2011

Perquisizioni al Movimento No Tav

Ecco l’ennesimo attacco da parte della questura di Torino al movimento No Tav. Dopo le annunciate nuove denunce e il foglio di via ad un giovane No Tav piemontese, ecco che stanotte diverse perquisizioni sono state fatte nelle case di alcuni attivisti del movimento. Molte di queste sono state compiute con modalità non legittime e quindi saranno presto impugnate per via legale, ma la cosa che risulta sorprendente è come la questura di Torino si sta muovendo, chiedendo a se stessa il consenso a farlo, senza cioè alcuna autorizzazione da parte di un giudice.
Nel caso del foglio di via, infatti, l’autorizzazione è stata data dal Questore di Torino, in quello delle perquisizioni invece si appellano alla legge antiterrorismo, che non richiede altri passaggi o autorizzazioni.
Gli uomini e le donne che di sera autorizzano il lancio ad altezza uomo di centinaia di lacrimogeni al cs su chi assedia le recinzioni o sta in campeggio, di giorno cercano nuovi modi per spaventare e intimidire i No Tav, ancora in tanti, nonostante l’estate inoltrata, a presidiare Chiomonte e la Maddalena.
Pare che si sia creato uno stato di eccezione, un luogo dove le forze dell’ordine possono permettersi di militarizzare una valle, chiamare corpi speciali ed esercito, gasare quotidianamente migliaia di persone che semplicemente manifestano il loro dissenso ma soprattutto, da stanotte, questi agenti in divisa entrano nella casa della gente, mettendo tutto a soqquadro per poi tornarsene in Questura con in mano un pugno di mosche. Perché così sono andate queste perquisizioni, dei buchi nell’acqua, a meno che qualcuno non voglia convincerci che attrezzi agricoli e per la pesca siano armi improprie. Le maschere antigas, poi, quelle oramai fanno parte del Kit di sopravvivenza di migliaia di Valsusini che di respirare le porcherie che loro sparano coi lacrimogeni non hanno alcuna voglia!
Sarà forse terrorista il ragazzino minorenne, appena rientrato dalle vacanze con i suoi, che non partecipa alle iniziative di valle da settimane, che si è visto piombare in casa agenti che cercavano armi? E il fatto che questo ragazzo, accompagnato dalla zia, sia stato portato poi in questura dove gli sono state prese le impronte digitali e fatte delle foto segnaletiche tra gli insulti e l’aggressione verbale da parte di un funzionario, è un qualcosa di “normale” o fa parte di questo nuovo gioco sporco che la questura sta portando avanti? La risposta pare ovvia, ma sembra che adesso le cose funzionino così; il tutto è alimentato da pennivendoli da quattro soldi e ridicoli esponenti della politica che continuano a criminalizzare il movimento e fare appelli di ripristino della legalità, proprio a coloro i quali le leggi le usano a loro uso e consumo.
Fortunatamente nessuno si fa intimidire da questi gesti anche perché, diciamocelo, danno un po’ il senso della loro disperazione. Sono mesi che ci provano, ma il movimento No Tav continua compatto la mobilitazione, raccogliendo solidarietà da tutta Italia (ed Europa) e sabato scenderà di nuovo in piazza. Della serie, non sanno più che pesci prendere!

A sarà Dura, per loro.

Fogli di via contro attivisti No Tav

Ecco l'ennesimo attacco da parte della questura di Torino al Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno. Dopo la demonizzazione di Stefanino e la denuncia di ieri a Silvano causata dal ritrovamento durante la perquisizione della sua macchina di maschere antigas è arrivato oggi in giornata anche un foglio di via a Fabio, giovane no tav da anni parte integrante del comitato. Fabio oggi mentre si trovava in un bar di Susa a fare colazione con un amico è stato fermato e portato nella caserma dei Carabinieri dove è stato trattenuto per tre ore. Qui gli è stato notificato il provvedimento giudiziario. Già dall'arrivo della notizia molti no tav si sono raccolti in presidio davanti alla caserma. Nella notifica gli è stata vietata la permanenza nei comuni di Chiomonte, Giaglione, Exilles, Gravere e Susa. Fabio da molti anni partecipa attivamente al movimento ed è anche tra i redattori di due siti che fanno informazione no tav, notav.info e infoaut.org. Inoltre per motivi di lavoro è inviato a Chiomonte per Nuova Società giornale on-line diretto da Diego Novelli.
Fabio a differenza di quanto viene dichiarato nella notifica fin da piccolissimo ha vissuto la Val Susa nella sua quotidianità, spesso andava nella casa affittata nel comune di Exilles, e tutt'ora spende molto del suo tempo libero in quell'abitazione. L'amore per la valle quindi lo ha naturalmente spinto a sentirsi parte di questo movimento e a difendere il territorio in cui è cresciuto. Non di certo un professionista della violenza estraneo alla Val Susa come la questura vorrebbe far credere, ma bensì un giovane impegnato nella difesa di una terra che ha sempre amato ed abitato. Sentiamo echi di ventennio, dopo il divieto di accesso alle terre acquistate da notav senza previa autorizzazione nella zona della Maddalena adesso viene addirittura impedito l'accesso ai territori della valle a chi li ha sempre vissuti. Le truppe di occupazione assediate nel loro fortino non solo vietano la libertà di esprimere il proprio dissenso verso un'opera inutile e distruttiva, ma in più ci vogliono cacciare dalla nostra valle facendoci passare per fuorilegge. Ci vietano di visitare i posti in cui siamo cresciuti e abbiamo mosso i primi passi, ci vietano di vivere le immense bellezze che la valle nasconde, ci vietano di incontrare i nostri amici, i nostri parenti nei luoghi naturali di sempre. Ci impediscono di difendere il nostro territorio, ma non riusciranno ad intimidirci con questi provvedimenti, ci troveranno con la nostra testa dura sempre sulle nostre montagne dove la paura non è di casa!

Presto i divieti saranno violati!

fonte: notav.info

No Tav: Ancora una notte di lacrimogeni e cariche delle forze dell'ordine

Dure cariche delle forze dell'ordine (video) questa notte in Val di Susa. La tensione è alle stelle alla Maddalena di Chiomonte, dove si trova il cantiere della Tav. Poco dopo la mezzanotte 2 gruppi di manifestanti si sono avvicinati alle reti di recinzione dell’area del cantiere, nei pressi del viadotto di Ramat dell’autostrada A32 Torino-Bardonecchia e vicino all’area archeologica della Maddalena di Chiomonte (video).
I manifestanti, si sono posizionati nei pressi del viadotto di Ramats dell’autostrada A32 Torino-Bardonecchia e nei pressi dell’area archeologica, le forze dell'ordine poliziotti hanno aggredito i manifestanti in un primo momento con gli idranti, poi con i gas lacrimogeni.
Per motivi di sicurezza l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia è stata chiusa al traffico in entrambe le direzioni.

27 luglio 2011

No Tav: La questura di Torino notifica 21 denunce

Ventuno persone, per la maggior parte al di sotto dei 30 anni sono state denunciate dalla Questura di Torino alla magistratura per gli incidenti avvenuti nei giorni scorsi a Chiomonte (Torino) al cantiere della Tav.
I reati ipotizzati sono danneggiamento e porto abusivo di armi (non da fuoco) per il possesso di vari oggetti atti a offendere. La Questura sta adottando i fogli di via obbligatori per i manifestanti di province diverse da Torino.

26 luglio 2011

Violente cariche della polizia a Cagliari contro il movimeto dei pastori

Cariche della polizia e un fitto lancio di lacrimogeni: così si è concluso il corteo del Movimento dei pastori sardi (Mps) a Cagliari.

La manifestazione era iniziata questa mattina alle 11.30 quando duemila persone sono partire da piazza Marco Polo, nel capoluogo sardo, diretti al palazzo del Consiglio regionale in via Roma. Al centro della protesta svariati motivi: dal prezzo del latte alla situazione debitoria di molti pastori che giunti di fronte al Consiglio Regionale speravano di essere ricevuti dalla presidente Claudia Lombardo.
Qui invece sono stati accolti dal cordone delle forze dell'ordine in tenuta antisommossa che poco dopo hanno caricato i manifestanti. Successivamente per disperdere i pastori che hanno tentato di entrare da una porta secondaria in Consiglio le forze dell'ordine hanno sparato dei lacrimogeni.



Roma: Pestaggi al cie di Ponte Galeria

Non sono tatuaggi come potrebbero farci credere. Al Cie di Ponte Galeria, e non è una novità, si picchia. In questa foto si vede una donna tunisina pestata selvaggiamente alla schiena e sul braccio dai colpi del manganello. Secondo le prime ricostruzioni del Redattore sociale a picchiarla sarebbero stati stati due uomini della GDF in servizio presso il CIE.
”Stavamo giocando a calcio, io ho colpito la palla e ho preso una ragazza nigeriana sul viso, abbiamo iniziato ad insultarci e alla fine ci siamo prese per i capelli. Nessuna mollava la presa e sentendo le grida sono entrati tre uomini, due della Guardia di Finanza e uno in borghese. Hanno iniziato a manganellarmi per separarci, davanti a tutte le ragazze che assistevano alla scena. Sono stata picchiata dietro la schiena, sul braccio e alla spalla. Mi sono lamentata più volte con gli infermieri del Cie per i forti dolori chiedendo di poter essere accompagnata in ospedale. Ma mi hanno dato sempre e solo dei tranquillanti”.

25 luglio 2011

No Tav: 24 07 2011 Testimonianza della persona ferita gravemente dal lancio di un lacrimogeno in piena faccia

Testimonianza di A. attivista NO TAV ferito gravemente in pieno volto da un lacrimogeno sparato da distanza molto ravvicinata. Il grave incidente è avvenuto verso le 20 del 24.07.2011 durante la carica della polizia in occasione della manifestazione degli alpini NO TAV...
A. stava semplicemente scattando foto per documentare. Come spesso sta capitando a Chiomonte ci sono uomini delle forze dell'ordine che pare prendano di mira con particolare accanimento coloro che filmano o fotografano. In ogni caso si spara anche ad altezza uomo senza rispettare regolamenti e norme di sicurezza.
La TAC ha rilevato fratture multiple alla mandibola, al palato e al setto nasale; inoltre 2 grosse ferite lacero contuse al labro superiore interno ed esterno. Domani l'uomo dovrà essere operato al CTO di Torino. L'impatto sul volto è stato talmente forte da buttare a terra di schianto un uomo alto e di robusta costituzione.

24 luglio 2011

No Tav: Lacrimogeni e idranti contro la protesta pacifica

E' passato quasi un mese dallo sgombero del presidio della Maddalena, Chiomonte, val Susa. Durante questi giorni agli italiani è stato raccontato che il cantiere per l'alta velocità in val Susa era iniziato, il tutto grazie alla professionalità delle forze dell'ordine. Ma, se esistesse un potere mediatico degno di rappresentare il suo ruolo, questa favola non sarebbe raccontata. Dopo circa un mese il cantiere non esiste e l'unica cosa che la Val Susa ha visto nascere è una nuova caserma sperduta tra i boschi dove vivono circa mille soldati, alpini compresi. Del tunnel geognostico nessuna traccia: solo reti, sbarramenti, posti di blocco, cancelli che si moltiplicano giorno dopo giorno e sempre più soldati in assetto anti sommossa. In compenso il governo italiano in questo periodo ha introdotto il ticket sulle visite ospedaliere e il commissario europeo ai trasporti Kallas ha annunciato un ulteriore taglio ai fondi destinati alla tratta Lione-Torino.
In val Susa non doveva arrivare l'esercito perché non era necessario: lo disse a giugno il ministro Maroni. Tre giorni fa ecco arrivare cento alpini e tre mezzi cingolati del battaglione Susa. Da Kabul a Chiomonte, dalla guerra contro i talebani e i terroristi alla repressione dei cittadini italiani che osano protestare, pacifici ma implacabili. Perché tutte le sere al calare della notte, cinquecento valsusini circondano la neo caserma-cantiere di Chiomonte, impugnano bastoni ed iniziano a battere su guard rail, cancelli, segnali stradali. Un frastuono che dura fino all'alba. Così dall'altra parte poliziotti, carabinieri, finanzieri e alpini non possono che subire il molesto scandire di colpi che echeggia nel fondo della montagna e rimbomba dappertutto, che non smette mai ed entra nella testa. La scorsa notte, dopo una affollata assemblea popolare, circa duemila manifestanti decidono di allargare la protesta: non solo più dal lato ovest, dove si trova la centrale elettrica ed il primo sbarramento delle forze dell'ordine, ma anche ad est, località Giaglione, a pochi metri dal cantiere protetto da reti e filo spinato.
Presso la centrale elettrica tutto rientra nei limiti della protesta civile. C'è il frastuono, tre ragazzi che aprono una breccia di quaranta centimetri in un primo cancello largo sei metri protetto da un successivo cancello, da cento poliziotti e un idrante. Poi c'è qualche raggio laser che punta nel mucchio dei poliziotti. Ma soprattutto c'è quel tremendo frastuono che non smette mai e, evidentemente, rende nervosi.
Si inizia alle dieci e mezza. A mezzanotte non è volata nemmeno una pietra. Dieci minuti dopo sembra di essere in guerra. Idranti, lacrimogeni ovunque, folla in fuga per le montagne. Per i manifestanti la causa che ha scatenato la violenza dei soldati sarebbe l'alacre lavoro di tre ragazzi intenti ad aprire, a mano, una breccia simbolica. La polizia parla invece di lancio di bulloni.
In particolare i lacrimogeni vengono sparati in direzione del campeggio che si trova a cento cinquanta metri dal primo cancello delle forze dell'ordine. Nel campeggio ci sono le famigliole che non hanno voglia di unirsi alle proteste. Ci sono bambini che giocano, la cucina che distribuisce la cena, i tendoni con i dibattiti. I lacrimogeni volano dieci metri sopra le teste dei manifestanti che si trovano a settanta-ottanta metri dai soldati che sparano, e piombano a venti metri dalle tende. Tutto il campeggio viene invaso dal fumo che provoca spasmi di ogni tipo. La questura ieri ha smentito sostenendo che nessun lacrimogeno è stato sparato «all'interno» del campeggio. Non c'è via di fuga se non lungo il fiume perché l'assenza di vento nella notte fa ristagnare i gas. Mentre idranti vengono usati senza risparmio verso coloro che disturbano battendo con i bastoni sul ferro e lanciano sassi. Ad un chilometro di distanza, a Giaglione, la situazione è più o meno simile. Sui poliziotti vengono lanciati dei fuochi artificiali che colorano la notte. Risposta anche qui con lacrimogeni che cadono su mucchi di foglie secchi provocando piccoli incendi spenti dai manifestanti. All'una e mezza il grosso dei valsusini torna a casa. Ma la caserma di Chiomonte resta sotto assedio continuo. Tutti i giorni e tutte le notti.

Maurizio Pagliassotti da Liberazione

Lo spirito di Genova riempie le strade

Si chiama Gaudenzio Castello e da quattordici anni si batte perché non venga costruito un gassificatore nel suo quartiere già funestato dalla discarica di Genova. Il quartiere si chiama Scarpino ed è sopra Sestri Ponente. Quelli come lui hanno imparato che gassificatore vuol dire una sola cosa: «E' un modo per dire inceneritore. E chi come Veronesi dice che avremmo dei filtri collanti, capaci di fermare le nanoparticelle, non dice la verità». E imparando questa roba quelli come Gaudenzio si sono messi in testa di diventare gli artefici del destino del proprio territorio. Quando il grande giornale cittadino ha preso a vantare le virtù del rigassificatore di Brescia da importare sotto la Lanterna ha preso un treno ed è andato a parlare con le mamme di quell'altra città. «Hanno duecento veleni nel cordone ombelicale. Ma ti pare?». Sono quelli come lui ad aprire il corteo del decennale. Vi sembrano reduci?
Vi sembrano reduci quelli della Val Susa che marciano poche ore dopo le cariche violente della notte? «Ci hanno lanciato i gas anche sopra le tende del campeggio, dove erano rimasti i più anziani di noi», dice Nicoletta Dosio. No Tav, portatori di un bene comune impalpabile: «La capacità di resistenza». Le vittime straniere di quel luglio hanno voluto sfilare coi No Tav. Dice Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, che oggi la Valle è sotto attacco come lo fu Genova dieci anni fa. E Haidi non è mica una reduce. Come gran parte dei trentamila, non se li aspettava nessuno così tanti, non s'è mai fermata. Chi marcia è la speranza, chi li caricò allora e non ha smesso di insultarli è la crisi. Se il governo sceglie le forbici per la macelleria sociale messicana, loro sono il sasso che potrebbe bloccare i tagli. Sfilano da Ponente verso il Porto Antico, passano nei quartieri popolari, i più densi di operai, i più affollati di migranti. La gente sul marciapiede e dai balconi li saluta, batte le mani, si accoda. Tra i Giovani comunisti c'è un sacco di ragazzi che dieci anni fa aveva i pantaloni corti e nessuno può chiamarli reduci. Come Claudia Candeloro che di quel luglio ricorda le vacanze in Calabria e qualche frame di telegiornale. Poi le occupazioni al liceo di Pescara e le battaglie per l'acqua con il social forum, l'Onda a Bologna fino alla scelta di militare nel Prc dal congresso di Chianciano. «Sì, lo so che è un partito pieno di difetti ma è quello che ha il rapporto più corretto con i movimenti. Vorrei che sia utile per unificarli». La sua maglietta rossa e lo striscione della federazione genovese hanno scelto lo slogan coniato da questo giornale: "Uno spettro si aggira per l'Europa, è lo spirito di Genova". «Dall'esperienza del 2001, i movimenti giovanili hanno appreso pratiche e tematiche - spiega Anna Belliggero, portavoce nazionale Gc - come i beni comuni e la questione migrante».
Gli appunti si affastellano in fretta, il corteo è lungo due chilometri. Parla di tante cose questa gente tornata o che mai s'è mossa dalla città simbolo della speranza antiliberista. Dieci anni fa fu il tempo della gioia, il primo giorno, del dolore immenso, il secondo, infine della rabbia. Le magliette e gli striscioni parlano di questo e delle lotte successive e delle lotte del futuro. Parlano di Vik, del 30 giugno che qui nessuno ha scordato. Impossibile trovare tracce dell'ansia prodotta dai titoli dei giornali e dalle insinuazioni dei vigili ai commercianti. Nessun incidente. Forse domani sarà questo il titolo dei giornali blasonati. Un carro fa rimbombare un pezzo di Caparezza, "Non siete Stato voi". Le sirene del Porto salutano il serpentone. L'elicottero ronza ma non si sente dal cuore del corteo. Il pilota, probabilmente, è un reduce. Magari anche della guerra globale, come gli alpini che gasano Nicoletta e i suoi compagni. Norma, pacifista senza se e senza ma, ha preparato corone di fiori in memoria delle vittime delle armi italiane e delle guerre preventive. Quanto aveva ragione il primo social forum a predirre la guerra. Quanta ne ha ancora. «Siamo al cospetto del movimento no global di oggi - commenta lungo il percorso Paolo Ferrero, segretario Prc - è un popolo costituente, la base materiale della forma stabile di coordinamento che chiamiamo costituente dei beni comuni».
Social forum, sembra un nome datato. Mica tanto se si pensa alla fatica di trovare spazi pubblici ed efficaci. L'unico a rimanere attivo, in Italia, è quello abruzzese. Renato Di Nicola spiega a Liberazione che è stato possibile perché si percepisce come un pezzo del forum sociale mondiale, che non ha mai avuto leader e che ha saputo legare globale e locale conseguendo «vittorie di resistenza» sventando il terzo traforo del Gran Sasso, la vendita dei fiumi a una multinazionale, la privatizzazione dell'acqua.
I processi sono ormai in cassazione, dice uno del legal team (sono tanti a sfilare), Gilberto Pagani, ma la repressione è diffusa e colpisce diciottomila persone per microreati legati all'esercizio del conflitto. Le scritte sui muri, fiorite da poco, ripetono i nomi di Carlo, Dax, Aldro, Cucchi e Sandri.
Gli striscioni parlano soprattutto di acqua, energia e altri beni comuni ma ricordano anche che stanno pagando solo in dieci, manifestanti di allora perseguitati con reati abnormi. «Ma come si fa a non chiedere le dimissioni di De Gennaro?», si domanda Enrica Bartesaghi del comitato Verità e giustizia riferendosi all'ennesima infelice intervista del presidente della Puglia che ha glissato con poca astuzia una domanda di un cronista locale.
Mentre il corteo si snoda sul lungomare Giuliano abbozzano una spiegazione sul successo del corteo: «E' cresciuta la voglia di esserci perché senza verità piena non può esserci giustizia. Però serve anche buona politica». «E' la risposta a chi dice che siamo reduci - dice anche Vittorio Agnoletto - qui ci sono le ragioni di ieri e di domani. Lo "spirito di Genova" sono l'acqua e la Valle». Le grandi reti - Arci, Cgil, Fiom, Fds, Cobas, Uniti contro la crisi, Legambiente - hanno degli spezzoni notevoli, ci sono tutte le sigle della diaspora comunista, antifascisti e anarchici, ma anche la città ha risposto alla chiamata: «Neanche un Vip - nota Antonio Bruno, capogruppo Prc a Tursi - ma tanti genovesi normali». Uno slogan cattura l'attenzione del cronista: «Fuori l'acqua dal mercato, il popolo italiano lo ha votato». Prossima stazione l'assemblea dell'indomani da cui potrebbe prendere forma quella convergenza evocata da molti soggetti (da Sinistra critica agli indignados fino alla rete 28 aprile). La data potrebbe essere quel 15 ottobre lanciato da Madrid dove, parallelamente al corteo del decennale, sono confluiti indignati da tutto lo Stato spagnolo. «Purché serva a unificare i conflitti e non alla politica delle alleanze», avverte Eleonora Forenza, della segreteria nazionale Prc. In piedi, sul carro della sua comunità, Don Gallo si gode il vento: «E' un vento di liberazione».

Checchino Antonini

21 luglio 2011

Internato di 73 anni si impicca nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto (Me)

Nei primi 20 giorni di luglio sono morti 13 detenuti

L'Osservatorio permanente sulle morti in carcere nei primi 20 giorni di luglio ha registrato la morte di 11 persone private della libertà personale e di 1 poliziotto penitenziario. I suicidi sono stati 5: Giuseppe P., di 35 anni, Assistente Capo di Polizia Penitenziaria nel carcere di Parma; Cosimo Intrepido, 31enne detenuto a Teramo; Antonio Padula, di 46 anni, detenuto a Lecce; Luigi del Bello, 81 anni, in detenzione domiciliare a Lanciano (Ch) e G.T., 73enne di origini calabresi internato nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto (Me).
Sono deceduti a causa di gravi patologie pregresse: Ennio Manco, 52 anni, paraplegico e cardiopatico, nel carcere “Pagliarelli” di Palermo; Giorgio Manni, 51 anni, in detenzione domiciliare a Roma; Vincenzo Troia, 73enne ristretto in regime di “41-bis” nel carcere di Opera (Mi).
Le morti per “cause da accertare” sono state 4: V.G., 36 anni, internato nell’Opg di Aversa (Ce); Giuseppe La Piana, 36 anni, detenuto nel carcere “Pagliarelli” di Palermo; una detenuta italiana di 32 anni, deceduta nel carcere di Trani (Ba) e Mario Fiore, 29enne ristretto nella Sezione Internati del carcere di Sulmona (Aq).
Da inizio anno salgono a 110 i detenuti morti per cause diverse, dei quali 37 sicuramente suicidi. I poliziotti penitenziari suicidi nel 2001 sono stati 4.
Dal 2000 ad oggi si sono tolti la vita 663 detenuti e 88 agenti di polizia penitenziaria, mentre in totale i “morti di carcere” sono stati 1.856. In oltre 150 casi devono ancora essere accertate le cause del decesso.

LE VICENDE DEI “MORTI DI CARCERE” DA INIZIO LUGLIO

Barcellona Pozzo di Gotto (Me): internato di 73 anni si impicca in una cella dell’Opg
Ristretti Orizzonti, 21 luglio 2011

Un internato dell’Ospedale psichiatrico giudiziario “Vittorio Madia” di Barcellona Pozzo di Gotto, un uomo di 73 anni originario di Rossano Calabro (Cs), G. T., si è suicidato ieri notte, impiccandosi con un lenzuolo legato alle sbarre della finestra della cella che occupava assieme altre tre persone. Il suicidio dell’internato è avvenuto all’ottavo reparto, uno dei più nuovi della struttura penitenziaria.
Vano si è rivelato il tentativo di soccorso prestato con immediatezza dal medico di guardia dell’Opg e dall’infermiere di turno al reparto, oltre che dallo stesso agente che subito ha lanciato l’allarme dal momento in cui si è accorto che dietro la porta a vetri l’internato aveva nascosto la visuale verso il corridoio esterno applicando una coperta. Il cadavere dell’uomo ritrovato penzoloni era ancora caldo ed a nulla è valso il disperato tentativo di rianimazione. La vittima si trovava all’Opg di Barcellona dallo scorso mese di novembre quanto all’uomo era stato revocato lo stato di libertà per violazione degli obblighi a cui era sottoposto.

Sulmona: giallo sulla morte di un detenuto di 29 anni, si sospetta un caso di leucemia
Il Messaggero, 19 luglio 2011

Un detenuto del reparto internati del carcere di via Lamaccio di Sulmona, Mario Fiore ventinove anni di Napoli, è morto venerdì notte all’ospedale di Teramo, dove i medici lo avevano trasferito in prognosi riservata la sera stessa. Dubbi i motivi del decesso, per chiarire i quali la procura della Repubblica di Sulmona ha aperto un’inchiesta, disponendo per questa mattina l’esame autoptico sul corpo di Mario Fiore, esame che verrà eseguito dall’anato-mopatologo Ildo Polidoro.


Lanciano (Ch): uxoricida 81enne condannato tre giorni fa si suicida in un Centro anziani
Ansa, 18 luglio 2011

Si è suicidato gettandosi da una finestra di un centro per anziani Luigi Del Bello, 81 anni, di Guastameroli di Frisa (Chieti), condannato tre giorni fa a 20 anni di carcere per avere ucciso il 21 luglio 2010 la moglie, Emidia Tortella (74). L’anziano era agli arresti domiciliari presso il centro; questa mattina poco dopo essersi alzato, si è lanciato dal primo piano della struttura riportando un gravissimo politrauma. Soccorso dal 118 è stato trasportato all’ospedale di Guardiagrele, e per l’aggravarsi della situazione è stato trasferito in elicottero al reparto neurochirurgico dell’ ospedale di Teramo dove è morto qualche ora dopo.

Opera (Mi): 73enne in regime di “41-bis” muore in cella, era gravemente malato da 2 anni
La Sicilia, 16 luglio 2011

Il presunto capo del clan mafioso di “Palermo-Resuttana” Vincenzo Troia, 73 anni, cugino dello storico boss Mariano Tullio Troia, è morto l’altro ieri notte nel carcere milanese di Opera dove era detenuto al 41 bis. Il decesso arriva nel pieno delle polemiche innescate dal regolamento del “carcere duro” approvato dal Parlamento all’indomani delle stragi del 92-93.
Gravemente malato da 2 anni, il presunto boss del quartiere Resuttana, attraverso il suo legale, Sergio Monaco, aveva fatto decine di istanze, allegando consulenze mediche in cui si attestava l’incompatibilità del suo stato di salute con la detenzione in carcere. I familiari di Troia hanno presentato denuncia lamentando proprio la scarsa attenzione riservata al congiunto dall’autorità giudiziaria e contestando le relazioni dei periti nominati dai collegi che hanno invece sempre ritenuto che il padrino potesse restare in cella.


Giustizia: detenuto domiciliare sta male; rifiutato da 5 ospedali, muore dopo il ricovero
Il Messaggero, 17 luglio 2011

Detenuto domiciliare rifiutato da 4 ospedali: “Non è grave”. Tragica odissea di dieci giorni tra Subiaco, Tivoli e Roma. I familiari: vogliamo chiarezza. Pd: sanità laziale allo sbando. La Regione Lazio ha chiesto alla direzione sanitaria della Asl RmG di attivare immediatamente una commissione d’inchiesta sul decesso di Giorgio Manni, il 51enne che per cinque volte, secondo quanto hanno raccontato i familiari al Messaggero, è stato rimandato a casa dagli ospedali a cui aveva chiesto aiuto. “Ho contattato il direttore sanitario - dice il presidente Renata Polverini - e ho sollecitato l’avvio immediato di una verifica affinché si faccia piena chiarezza su quanto accaduto negli accessi al pronto soccorso”.
“Per cinque volte - dicono i familiari di Manni - è stato rimandato a casa dagli ospedali a cui aveva chiesto aiuto. Ha implorato di essere ricoverato perché aveva grossi dolori all’altezza dei reni e non riusciva a respirare. Ma in quattro diversi ospedali di Roma gli hanno risposto che poteva curarsi a casa. Solo la sesta volta quando ormai le sue condizioni erano disperate, al pronto soccorso di Subiaco hanno ceduto e hanno deciso di trasferirlo al Policlinico Tor Vergata, dove l’altro giorno è morto”.


Lecce: detenuto di 48 anni suicida nel carcere super affollato, lunedì l’autopsia
La Repubblica, 15 luglio 2011

È di 659 persone la capienza del carcere di Lecce ma la struttura di borgo San Nicola contiene 1367 uomini e donne. L’esubero è del 107,4%: 708 detenuti in più del previsto. Da ieri 707, perché uno di loro, Antonio Padula, 48 anni, di Francavilla Fontana, si è ucciso impiccandosi con i lacci delle scarpe. Gli agenti lo hanno trovato cadavere nella sua cella, alla fine di un’altra notte terribile, in cui ogni poliziotto in servizio ha fatto su e giù tra due sezioni, controllando (o cercando di controllare) 140 detenuti.


Trani (Ba): detenuta di 32 anni muore in cella, polemiche su mancata assistenza sanitaria
Ansa, 12 luglio 2011

La donna, 32 anni, è deceduta nella notte, sembra per cause naturali dopo uno choc seguito a una brutta notizia ricevuta dai familiari. Dall’Osapp l’appello sulla situazione sanitaria nel penitenziario, dove è stata soppressa la guardia medica h24.
Una detenuta di 32 anni è stata trovata morta oggi - sembra per cause naturali - nel proprio letto, in una cella del carcere di Trani. Lo rende noto il vicesegretario generale nazionale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, Domenico Mastrulli. Il corpo della donna è stato scoperto questa mattina nel corso del giro di ispezione degli agenti della Polizia Femminile compiuto nei reparti detentivi del carcere femminile di Trani, in una delle celle situate nel piano superiore dell’istituto penitenziario. A quanto si è saputo, la donna sembra che ieri abbia ricevuto notizie negative dalla propria famiglia, di origine tarantina, tanto da averla notevolmente scossa.


Palermo: Corbelli (Diritti Civili); assordante silenzio su morte di un detenuto paraplegico
Ristretti Orizzonti, 8 luglio 2011

“Si chiamava Ennio Manco, 52 anni, paraplegico, è morto nel carcere di Palermo e ai suoi familiari è stato di fatto addirittura impedito di poter vedere la salma che è stata poche ore dopo il decesso subito chiusa in una bara e il giorno dopo trasferita dalla Sicilia in Calabria. Questo è un fatto gravissimo. C’é indifferenza e insensibilità sul dramma delle carceri da parte delle istituzioni, degli esponenti politici e dei media”. Lo afferma in una nota il leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli.
L’uomo, a favore del quale nei mesi scorsi Corbelli era intervenuto con un appello umanitario, era stato da un mese trasferito dalla Calabria in Sicilia, per scontare una condanna passata in giudicato di pochi anni di carcere”. “Nonostante le sue gravi condizioni di salute, perché era paraplegico - afferma Corbelli - non aveva ottenuto né gli arresti domiciliari, né la possibilità di essere ricoverato e curato in un centro specializzato di Catania o Parma (quelli attrezzati per la sua patologia).


Palermo: detenuto 36enne muore in circostanze misteriose nel carcere dei “Pagliarelli”
La Sicilia, 6 luglio 2011

“Chiediamo verità e giustizia”. La moglie, la madre ed i fratelli di Giuseppe La Piana, 36 anni il prossimo 10 agosto, lanciano un appello affinché venga fuori la verità sulle circostanze che hanno portato al decesso del loro congiunto, stroncato alle 12,30 di domenica scorsa mentre pranzava nel carcere dei “Pagliarelli”. “Stava mangiando - ha detto la vedova, signora Claudia - quando, così ci è stato riferito, ha accusato un malore ed è morto. A noi ci hanno chiamato alle 15”.


Aversa (Ce): internato muore per edema polmonare, settimo decesso del 2011 nell’Opg
Il Mattino, 6 luglio 2011

Avrebbe avuto appena il tempo di chiedere soccorso, che poi accasciatosi a terra è morto: si è spento così V.G. 45 anni, umbro, il settimo internato a morire dall’inizio dell’anno dietro le sbarre del manicomio giudiziario aversano.
Secondo la direzione dell’Opg “Filippo Saporito” a causare la morte dell’internato sarebbe stato un edema polmonare, ma sul corpo del detenuto la magistratura ha disposto l’autopsia. Si è spento senza che ci fosse nemmeno il tempo di chiamare il 118. “Un malore improvviso - spiega la direttrice penitenziaria della struttura, Carlotta Giaquinto - non pare che ci fossero stati sintomi di una malattia pregressa”.


Teramo: detenuto 31enne suicida in cella, i genitori presentano un esposto in Procura
Il Centro, 4 luglio 2011

Si è tolto la vita, impiccandosi alle sbarre della cella. Cosimo Intrepido, 31enne originario di Trepuzzi (Le), era rinchiuso nel carcere di Castrogno per scontare un residuo di pena per rapina. Era in attesa di entrare in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Aveva già tentato di togliersi la vita e mercoledì notte è riuscito nell’intento. Intanto i familiari vogliono vederci chiaro e hanno presentato un esposto alla procura per chiedere di chiarire le cause della morte.

Verona, 4 luglio

All’ospedale “Borgo Roma” muore K.V., cittadino greco di 47 anni. Tra le ipotesi, il suicidio o lo sballo finito in tragedia: una settimana prima, in una cella del carcere di Montorio, aveva inalato il gas dalla bomboletta utilizzata per cucinare.
Per far piena luce sulla vicenda, il pm Francesco Rombaldoni ha aperto un'inchiesta, anche se fino ad oggi non risultano iscritti nel registro degli indagati. Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori, il suicidio o uno sballo finito in tragedia. E il gesto estremo del greco viene giudicato quantomeno “strano” anche dalle autorità del penitenziario.
Il detenuto non aveva mai procurato problemi e aveva tenuta una condotta irreprensibile tanto che il suo fine pena previsto per il 2013 sarebbe stato anticipato alla fine del 2011, grazie ai benefici ottenuti durante la carcerazione. Era anche ben inserito nelle attività del carcere: frequentava la redazione del giornale "Microcosmo" oltre ad aver partecipato a dei corsi scolastici. Aveva dei problemi di salute, raccontano ancora dal carcere, ma era stato curato con ricovero in ospedale e anche quelle patologie vascolari si erano risolte senza complicazioni.
Il direttore del carcere, Antonio Fullone, quindi, non riesce a capacitarsi della decisione del detenuto di farla finita.



Monza, 16 luglio
Riportiamo integralmente la mail pervenuta ieri, a firma dall’Avv. Davide Mosso (Foro di Monza): “Una persona da me assistita che si trovava nel carcere di Monza in custodia cautelare, il sig. Redouane Messaoudi, nato nel 1974 in Algeria, è stato trovato privo di vita la mattina di sabato 16 luglio. Ieri mattina è stata effettuata l’autopsia (alla quale peraltro non ho potuto partecipare né direttamente né tramite medicolegale non avendo titolo perché non sono riuscito a contattare l’unico familiare con cui avevo parlato, un fratello che vive in Grecia).
Il sig. Messaoudi era in quel momento nel reparto di psichiatria del carcere. Affetto da diabete insulinodipendente, epilettico e con diagnosi di disturbo borderline, dopo un periodo di osservazione nell’Opg di Reggio Emilia era rientrato nel normale circuito penitenziario. Prima di andare a Monza, dove si trovava da circa due settimane, era stato a Voghera, Era stato arrestato ad aprile per un’ipotesi di cessione di stupefacenti (una dose) e resistenza.
L’udienza preliminare, già fissata dieci giorni fa, era stata rinviata a ieri data l’impossibilità in quell’occasione per il sig. Messaoudi a comparire (era in ospedale e i medici non avevano dato nulla osta). Ieri era previsto che il giudice incaricasse uno psichiatra di svolgere perizia. Nella comunicazione del carcere sulla possibile causa del decesso si fa riferimento al reiterato rifiuto del sig. Messaoudi di assumere l’insulina. Per somministrargliela forzatamente era stato ricoverato in ospedale in due occasioni. Il giorno precedente al decesso non gli sarebbe stata somministrata per due volte l’insulina perché rifiutata”.


fonte: Ristretti Orizzonti


Tortura e diritti umani, in arrivo l’Authority

Che cos’è la tortura? “Gli arresti arbitrati nel carcere provvisorio di Bolzaneto con maltrattamenti e minacce di stupro e di morte, gli schiaffi, i pugni, la privazione di cibo, acqua e sonno, le posizioni forzate per tempi prolungati. Il raid nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 alla scuola Diaz. Le aggressioni indiscriminate verso manifestanti pacifici e giornalisti. Cos’altro sono?”.
Per Amnesty International, che ieri è stata sentita dalla Commissione di tutela dei diritti umani del Senato sullo stato di salute della nostra democrazia, sono “una macchia intollerabile nella storia italiana dei diritti umani”. Una vergogna che ancora attende, a dieci anni dal G8 di Genova, “un’assunzione di responsabilità e le pubbliche scuse alle vittime e a tutti gli italiani”.
Nel nostro codice penale il reato di tortura non è mai stato inserito perché governi di destra e di sinistra hanno sempre sostenuto, senza tema del ridicolo, che da noi “non serve”. Ma secondo la definizione della Convenzione Onu ratificata dall’Italia nel 1988 ma mai attuata, è l’atto commesso da persona agente da pubblico ufficiale per “infliggere intenzionalmente” ad un’altra persona “dolore o sofferenze forti, fisiche e mentali”, al fine di ottenere informazioni o confessioni, di punirla, di intimorirla o di far pressione su di lei o su terzi, o “per qualsiasi altro motivo fondato su forme di discriminazione”.
Il reato di tortura non si prescrive. E invece, ha spiegato in conferenza stampa al Senato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, “le sentenze di appello sulle violenze alla Diaz e a Bolzaneto emanate nel 2010 e le decisioni emerse in altri procedimenti riconoscono responsabilità di agenti e funzionari delle forze dell’ordine per violenze fisiche e psicologiche, calunnie, falso.
Ciononostante, il riconoscimento giudiziario degli abusi non è stato accompagnato da sanzioni penali che ne riflettessero la gravità, a causa della mancanza del reato di tortura e della prescrizioni dei reati minori, conducendo così in molti casi all’impunità”.
Nel frattempo, poi, come fa notare Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz, “nessuno dei condannati è stato sospeso dal servizio, al contrario di quanto impartito dalle direttive europee. Anzi, sono stati confermati e spesso promossi. Un messaggio terribile. Ed è incredibile anche il diniego all’introduzione di strumenti utili soprattutto alle stesse forze dell’ordine per operare in trasparenza e fare pulizia al proprio interno, come ad esempio un codice alfanumerico sulla divisa degli agenti”.
E in effetti dall’uccisione di Carlo Giuliani in poi, “la ferita alla garanzia costituzionale e alla credibilità delle istituzioni si è trasformata in piaga e rischia di propagare l’infezione a tutto l’organismo dello Stato” come dimostrano, aggiunge Giusy D’Alconzo, ricercatrice di Amnesty international, “l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, quello volontario di Gabriele Sandri, le morti di Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e Stefano Cucchi mentre si trovavano in stato di custodia. C’è un vulnus legislativo e culturale ma
una polizia moderna si gioverebbe moltissimo di un approccio più avanzato di quello corporativo fin qui dimostrato”. L’unico spiraglio di speranza arriva dal ddl in via d’approvazione al Senato che istituisce un’Authority indipendente per i diritti umani facente anche funzione di garante nazionale per i detenuti e di una bicamerale che sostituisca le attuali due commissioni parlamentari.
“Un atto dovuto, dopo 20 anni dalla delibera Onu”, spiega il senatore Pietro Marcenaro, presidente della Commissione, che aveva presentato un primo ddl. Quello che stamattina otterrà l’ok del Senato, prima di passare alla Camera, è invece firmato dal ministro Fratoni e prevede una commissione di tre membri nominati secondo i “principi internazionali di Parigi”.
È già qualcosa. Nel frattempo Amnesty, unendosi al Comitato Verità e giustizia per Genova che ha scritto una lettera al presidente della Repubblica, fa appello a Giorgio Napolitano affinché colga quest’”ulti-ma occasione per rimediare a un’omissione che ha menomato la credibilità delle istituzioni democratiche”. Porgendo le scuse alle vittime degli abusi di polizia e a rutti gli italiani.

Eleonora Martini da Il Manifesto

20 luglio 2011

A Carlo Giuliani, ragazzo.

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

(Nazim Hikmet)

A CARLO GIULIANI, ragazzo

Genova 20 luglio 2001 - 20 luglio 2011

Genova G8: la vergogna di non punire la tortura

Sono passati dieci anni da quando a Genova fu praticata la tortura. I giudici hanno potuto solo evocarla ma non porla a fondamento delle loro sentenze di condanna. Il motivo è banale: la tortura non è un crimine per la legge italiana.
Molti dei torturatori della Diaz e di Bolzaneto non solo non sono stati rimossi dai loro incarichi ma sono stati addirittura promossi.
D’altronde la tortura non è proibita. Da quei giorni di luglio 2001 a oggi sono accaduti molti fatti. Abbiamo potuto purtroppo constatare come le pratiche di polizia sconfinino nella tortura. Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono stati pestati sino alla morte. Paradigmatica, nella sua drammaticità, è la vicenda del giovane Carlo Saturno, umiliato, vessato, malmenato nel carcere minorile di Lecce, suicidatosi poi nel carcere per adulti di Bari.
Il processo leccese per le violenze da lui subite, processo nel quale aveva avuto il coraggio di costituirsi parte civile, si è prescritto. Se la tortura fosse stato reato il processo avrebbe potuto proseguire, essendo un crimine contro l’umanità non prescrittibile. I reati che vengono contestati ai torturatori hanno invece tempi di prescrizione molto brevi. Nei giorni scorsi è finito male un altro processo, quello a carico dell’italo-cileno Omar Venturelli.
Le torture che gli inflissero i fascisti di Pinochet sono state dimostrate nelle aule di giustizia, ma i giudici non hanno potuto contestarle ai criminali essendo il delitto non previsto nel codice penale italiano. Gli altri reati opponibili - percosse, abusi vari, lesioni - hanno pene limitate e tempi rapidi di prescrizione. Eppure, come ricorda Luigi Ferrajoli, la tortura è l’unico reato che per espresso obbligo costituzionale dovrebbe essere codificato.
Infatti solo una volta si parla di punizione, all’art. 13, proprio per quei funzionari dello Stato che maltrattano persone in loro custodia. Il rapporto tra il custodito e il custode è il rapporto impari del singolo con lo Stato. Un rapporto che richiede tutele, garanzie, protezioni. Un rapporto che pone limiti al potere dello Stato.
Dopo Genova il Parlamento italiano ha trattato varie volte il tema della tortura. Nella terra di Cesare Beccaria e Umberto Verri, è accaduto che la leghista Carolina Lussana, l’anno dopo i fatti di Genova, mentre si discuteva del disegno di legge sulla tortura, fece approvare un emendamento tragico e ridicolo in base al quale per essere puniti bisognava torturare almeno due volte. Negli anni di governo del centrosinistra la proposta di legge non ha mai fatto significativi passi in avanti.
Nel 2008, tornato Berlusconi al governo, la proposta fu bocciata al Senato con cinque voti contrari. Poi il governo ha solennemente dichiarato alle Nazioni Unite, per voce del sottosegretario Vincenzo Scotti, che non vi è utilità giuridica del crimine di tortura nel nostro ordinamento. Qualche settimana fa, su iniziativa della radicale Rita Bernardini, è stato approvato alla Camera un ordine del giorno che ne prevede l’introduzione nel codice penale. Nulla da allora è accaduto.
La definizione di tortura non cambia da Paese a Paese. È unica e universale ed è quella presente nella Convenzione Onu del 1984. Per esserci tortura è necessario che vi sia inflizione di sofferenze psicologiche o fisiche da parte di un pubblico ufficiale con l’intenzione di umiliare o estorcere informazioni. Genova 2001 è un esempio scolastico di tortura.
A dieci anni da un episodio criminale di quella portata rinnoviamo l’appello al Parlamento affinché produca uno scatto di civiltà. Esistono già proposte pendenti dirette a codificare la tortura. Le si discuta. Si costringano gli avvocati-deputati del premier a dire che la tortura non deve essere un reato. Si ricordino, però, che il loro datore di lavoro nel lontano 1994, per difendersi da Mani Pulite, ne chiese formalmente l’introduzione nel nostro ordinamento.

Patrizio Gonnella da Il Manifesto

19 luglio 2011

Perquisizioni al Movimento No Tav

Ecco l’ennesimo attacco da parte della questura di Torino al movimento No Tav. Dopo le annunciate nuove denunce e il foglio di via ad un giovane No Tav piemontese, ecco che stanotte diverse perquisizioni sono state fatte nelle case di alcuni attivisti del movimento. Molte di queste sono state compiute con modalità non legittime e quindi saranno presto impugnate per via legale, ma la cosa che risulta sorprendente è come la questura di Torino si sta muovendo, chiedendo a se stessa il consenso a farlo, senza cioè alcuna autorizzazione da parte di un giudice.
Nel caso del foglio di via, infatti, l’autorizzazione è stata data dal Questore di Torino, in quello delle perquisizioni invece si appellano alla legge antiterrorismo, che non richiede altri passaggi o autorizzazioni.
Gli uomini e le donne che di sera autorizzano il lancio ad altezza uomo di centinaia di lacrimogeni al cs su chi assedia le recinzioni o sta in campeggio, di giorno cercano nuovi modi per spaventare e intimidire i No Tav, ancora in tanti, nonostante l’estate inoltrata, a presidiare Chiomonte e la Maddalena.
Pare che si sia creato uno stato di eccezione, un luogo dove le forze dell’ordine possono permettersi di militarizzare una valle, chiamare corpi speciali ed esercito, gasare quotidianamente migliaia di persone che semplicemente manifestano il loro dissenso ma soprattutto, da stanotte, questi agenti in divisa entrano nella casa della gente, mettendo tutto a soqquadro per poi tornarsene in Questura con in mano un pugno di mosche. Perché così sono andate queste perquisizioni, dei buchi nell’acqua, a meno che qualcuno non voglia convincerci che attrezzi agricoli e per la pesca siano armi improprie. Le maschere antigas, poi, quelle oramai fanno parte del Kit di sopravvivenza di migliaia di Valsusini che di respirare le porcherie che loro sparano coi lacrimogeni non hanno alcuna voglia!
Sarà forse terrorista il ragazzino minorenne, appena rientrato dalle vacanze con i suoi, che non partecipa alle iniziative di valle da settimane, che si è visto piombare in casa agenti che cercavano armi? E il fatto che questo ragazzo, accompagnato dalla zia, sia stato portato poi in questura dove gli sono state prese le impronte digitali e fatte delle foto segnaletiche tra gli insulti e l’aggressione verbale da parte di un funzionario, è un qualcosa di “normale” o fa parte di questo nuovo gioco sporco che la questura sta portando avanti? La risposta pare ovvia, ma sembra che adesso le cose funzionino così; il tutto è alimentato da pennivendoli da quattro soldi e ridicoli esponenti della politica che continuano a criminalizzare il movimento e fare appelli di ripristino della legalità, proprio a coloro i quali le leggi le usano a loro uso e consumo.
Fortunatamente nessuno si fa intimidire da questi gesti anche perché, diciamocelo, danno un po’ il senso della loro disperazione. Sono mesi che ci provano, ma il movimento No Tav continua compatto la mobilitazione, raccogliendo solidarietà da tutta Italia (ed Europa) e sabato scenderà di nuovo in piazza. Della serie, non sanno più che pesci prendere!

A sarà Dura, per loro.



G8 di Genova: 3650 giorni dopo. Per non dimenticare la 'macelleria messicana'

G8 di Genova anno 2001, scuola Diaz. “Mi hanno bastonata e presa a calci, si divertivano a sentire i miei gemiti”. Racconta la fuga disperata al quarto piano, l'ultimo piano della scuola Diaz. Era in preda al panico mentre quelli, i “tutori dell’ordine”, sfondavano la porta. Quindi trovò un nascondiglio “in un piccolo locale vicino all'ascensore, una dispensa”. Lei e il suo ragazzo avevano deciso di presentarsi con le braccia alzate se la polizia li avesse trovati. Purtroppo i poliziotti li trovarono, e purtroppo le braccia alzate servirono a poco. Lena Z. ha oggi 34 anni, ne aveva 24 al G8, quando tornò a casa, ad Amburgo, con le costole fratturate e lesioni che comportano tuttora una riduzione della capacità polmonare del 30 per cento. “Nella dispensa - ha raccontato la giovane tedesca rispondendo al pm Enrico Zucca - siamo rimasti pochissimo, poi abbiamo sentito passi pesanti, di stivali, e altri rumori come se la polizia stesse picchiando con i bastoni sul muro. Sono arrivati e hanno aperto la porta. Il mio ragazzo è stato trascinato fuori subito, lo hanno circondato e hanno iniziato a colpirlo con il bastone”. Quel ragazzo fu massacrato da delinquenti in divisa, in soprannumero e a volto coperto. Delinquenti e vigliacchi, e ancor più vigliacchi perché agirono “coperti” e protetti da una divisa. “Io ero rimasta là, nella dispensa. Mi hanno tirata fuori per i capelli, credo di essere caduta quasi subito. Ero sdraiata e mi colpivano con calci alla schiena e bastonate ai fianchi. Ho sentito le mie costole che si fratturavano. Un poliziotto mi ha picchiato col ginocchio tra le gambe. Loro continuavano a picchiarmi e io sono scivolata di nuovo a terra. Avevo la sensazione che si stessero divertendo. Così ho deciso di non gridare più per non invogliarli a colpire ancora. Ero sdraiata contro il muro, mi hanno spinta a calci verso le scale e mi hanno buttata giù, uno mi teneva per i capelli, avevo la testa all'altezza della sua anca e le gambe pendevano indietro. E da dietro altri poliziotti mi picchiavano ancora. Al secondo piano mi hanno gettata su altre due persone già a terra. Non si sono mossi. Mi sono accorta del sangue che scorreva sulla mia faccia, non riuscivo più a muovere il braccio destro. I poliziotti sono passati più volte accanto a me e ognuno di loro si fermava a sputarmi in faccia, alzandosi la visiera e togliendosi il fazzoletto rosso”. Questa era la testimonianza della giovane tedesca la cui foto con il volto coperto di sangue fece il giro del mondo. Pochi le credettero al processo. Poi, a distanza di quasi 6 anni, nel 2007, Michelangelo Fournier, all'epoca del G8 vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, descrisse quello che vide al momento dell'irruzione nella scuola Diaz: "Sembrava una macelleria messicana". Poche parole, agghiaccianti, la cui crudezza dà, più di mille discorsi, il senso preciso di quel che fu quella spietata mattanza. Eppure la descrizione che Fournier aveva fornito inizialmente era stata ben diversa. Ma gli va riconosciuto e dato onore che fu uno dei pochissimi ad avere la forza di dire, anche se in ritardo, come realmente erano andate le cose. Quelle terribili parole non le dimenticheremo mai. Ma ne disse anche altre Fournier, e altrettanto gravi: "Arrivato al primo piano dell'istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sono rimasto terrorizzato quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: basta basta, e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza, per terra, c'erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale". Il dato di fatto è che con il pretesto di una sassaiola inesistente, della presenza di due molotov e di un altrettanto inventato accoltellamento, giustificarono il massacro di sessantuno persone, spaccando milze, teste ed ossa, senza pietà. Per arrestare 93 innocenti, i nostri “guardiani della legalità” arrivarono anche a manipolare le prove, o meglio, a inventarle e costruirle (come le false bottiglie molotov). Dal processo emergono le responsabilità dei superpoliziotti coinvolti nel massacro. Il 22 luglio del 2001, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi dichiara alle telecamere: “Ho avuto questa mattina una telefonata del ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all'interno del Genoa Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, tra gli esponenti stessi del Genoa Social Forum. […] non c'era una distinzione tra coloro che hanno operato la violenza e la guerriglia e gli esponenti del Genoa Social Forum che, anzi, avrebbero favorito e coperto questa loro presenza”. Degno premier di un paese “democratico” che consente scempi del genere. Lo stesso giorno la Polizia di Stato organizza una conferenza stampa nel corso della quale i giornalisti non possono fare domande, ma solo ascoltare la lettura di questo comunicato: ...”Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. Sono state sequestrate armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Le indagini successive hanno rivelato una verità differente: il Vicequestore Pasquale Guaglione, ha dichiarato ai PM genovesi che quelle bottiglie furono in realtà ritrovate da lui sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. Ma il G8 di Genova non fu solo la Diaz. G8 sono stati i Black bloc che attaccano e le forze dell'ordine che li ignorano e preferiscono scagliarsi con cariche e lacrimogeni contro i cortei autorizzati. Nell'inchiesta diranno che si erano sbagliati perché non conoscevano la città. G8 è soprattutto l'assassinio di Carlo Giuliani e il tentativo di attribuire la morte ai suoi compagni: "Siete stati voi a ucciderlo, bastardi, con le vostre pietre". Così urlavano i carabinieri. E per un momento forse tutti ci abbiamo creduto. E poi le torture nel “carcere” di Bolzaneto. Dieci anni fa la città di Genova fu violentata. Le regole della democrazia sospese e calpestate, gli fu sputato addosso. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi senza alcuna ragione, senza aver fatto nulla, solo per il fatto che erano lì. Giorni che passano e ferite che ancora non si rimarginano, ed è meglio che sia così, che quelle ferite non si chiudano mai, perché ci costringeranno a non dimenticare. Quel movimento pacifico fece paura e fu stroncato a Genova con una repressione senza precedenti, come forse neanche in un regime dittatoriale sudamericano degli anni ‘70 ci si sarebbe azzardato a fare. Eppure eravamo in Italia ed era il 2001. E i responsabili di tali violenze, pur essendo stati condannati, sono ancora al loro posto, e molti sono stati promossi ai vertici del ministero dell’Interno. E anche il premier di allora, quel presidente del consiglio che tentò di proteggerli, è ancora qui. Strano paese il nostro…

Amnesty International definì quella mattanza la più grave violazione dei diritti umani dal secondo dopoguerra. Non c'è nessun altro Paese al mondo che abbia i vertici delle polizie e dei servizi segreti condannati in appello. E le immagini di quel G8 scorrono ancora davanti agli occhi di tanti di noi. E fanno male, tanto male. Ma non ai nostri occhi, ai nostri cuori e, spero, alle nostre teste. E mi auguro che questo dolore resti lì per sempre, come monito per il futuro.

Mi calo il cappello sugli occhi e mi addormento.

Pino D'Agostino da Interno 18

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