30 giugno 2011

Teramo: detenuto si impicca in cella; è il 30 suicidio del 2011 nelle carceri italiane

Oggi si è impiccato nel carcere di Teramo un detenuto trentunenne, Cosimo Intrepido, originario di Trepuzzi (Le). Era in carcere dal 2009 per rapina (con arma giocattolo). Il pm aveva chiesto 3 anni, il giudice gliene aveva dati 8.
“L’istituto teramano potrebbe ospitare 240 detenuti invece ne ospita 410 - dichiara Giuseppe Pallini, segretario provinciale di Teramo del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe. Di questi, oltre la metà soffre di problemi psichici con difficile gestione scaricati a Teramo per il solo fatto che vi è il servizio di guardia medica h 24 è una psichiatra per alcune ore la settimana”.

Giulio Petrilli (Pd): che vergogna…
Le notizie dei suicidi nelle carceri abruzzesi, passano sempre inosservate, nessun dice mai niente, tutto come in una lavagna si cancella, eppure ogni due tre mesi c’è un suicidio. Nessuno si interroga, nessuno riflette, ma alla fine sotto sotto quasi non dispiace sentir dire che un detenuto si è impiccato: questa è la verità. L’emarginato, colui che ha delle difficoltà deve essere cancellato, questo prevale ed è una cultura folle.
Ieri un altro detenuto si è suicidato nel carcere di Teramo, dopo venti suicidi e tanti trasferimenti il penitenziario di Sulmona si è un po’ calmato, ma subito sostituito da quello di Teramo in questo tragico primato della pena di morte. La politica è totalmente assente su questo terreno, totalmente muta, nessuno fa nulla, ci si preoccupa di tutto ma su questo aspetto, nessun impegno serio e vero, qualche volta un po’ di chiacchiere. La democrazia va affermata sempre e va attuata anche nei luoghi della reclusione.

Di Carlo (Giustizia Giusta): quel che temevamo è accaduto
“Quello che temevamo è accaduto: l’arrivo dell’estate ha puntualmente amplificato la già esplosiva situazione carceraria e quanto accaduto a Teramo ne è la triste conferma”. Così l’avvocato Alessio Di Carlo (nella foto), presidente di Giustizia Giusta, ha commentato il suicidio del detenuto pugliese avvenuto nel carcere teramano di Castrogno di Teramo. “In sede di audizione davanti alla V Commissione, sollecitando l’immediata istituzione del garante dei detenuti, abbiamo ricordato che le condizioni di sovraffollamento in cui vivono i detenuti negli istituti come quello teramano (in cui la presenza effettiva è quasi doppia di quella tollerata), diventano insostenibili con l’arrivo delle temperature estive”.
Di Carlo ha anche ricordato che “diversi esponenti radicali abruzzesi in queste settimane hanno affiancato Marco Pannella e tanti detenuti nello sciopero della fame e della sete messo in atto per richiamare l’attenzione su una situazione tanto grave”.
“La risposta di chi ha a cuore i diritti umani - ha concluso Di Carlo - non potrà che essere quella di riprendere e rilanciare l’iniziativa, in tutte le sedi, anche insieme agli amici radicali, per giungere quanto più in fretta possibile ad avere un sistema penitenziario degno di un Paese che voglia definirsi civile”.

fonte: Ristretti Orizzonti

Nichelino (To): Aggressione dei carabinieri al gruppo musicale Punkreas

Riportiamo e pubblichiamo un comunicato divulgato dai Punkreas tramite Radiocage

Stendiamo il presente comunicato per rendere pubblica la gravissima situazione che ci ha visto involontari protagonisti nella notte tra il 29 e il 30 giugno 2011 presso l’Euro Hotel di Nichelino, alle porte di Torino.

Dopo il concerto dei Punkreas tenutosi presso il Free Music Festival di Nichelino, ci dirigiamo verso l’albergo insieme alla crew e ai rapper Anti L’Onesto e Dj Noko che hanno chiuso la serata e che viaggiano con noi. Arrivati sul posto, attorno alle ore 02:00 constatiamo la presenza di militari in divisa – carabinieri – che presidiano l’entrata e immediatamente ci si approcciano con modi poco amichevoli. Veniamo inoltre a conoscenza del fatto che l’albergo ospita un alto numero di carabinieri (70-100), presumibilmente destinati a servizio di O.P. in Val di Susa, dove il giorno precedente si sono avuti duri scontri con ampio uso di lacrimogeni contro i manifestanti. Alcuni di noi, come da consolidata tradizione, si ritrovano nella camera di Paletta per parlare del concerto appena effettuato e fare gli ultimi saluti prima di raggiungere le rispettive stanze. Dopo circa un’ora, il gruppetto si scioglie e restano nella stanza solo Paletta, Gagno e il fonico Gianluca Amen, che continuano a chiaccherare.
Quando sono circa le 03:30, senza aver avuto peraltro alcun avviso o richiamo né dalla direzione né dagli ospiti delle stanze confinanti, i 3 sentono dapprima bussare violentemente alla porta e subito dopo cominciano ad avvertire difficoltà respiratorie che in breve diventano sempre più pronunciate, unitamente a bruciore intensissimo a gola e occhi. In breve, si rendono conto che qualcuno sta pompando gas urticante da sotto la soglia della porta della camera. Sentendo rumori e grida di sfida e di scherno dall’esterno, e nonostante la situazione sia resa anche più grave dall’impossibilità di aprire completamente la finestra della camera , i 3 decidono di non uscire, per timore di aggressioni fisiche. Si chiudono momentaneamente nel bagno, sperando così – e con l’ausilio degli asciugamani bagnati – di limitare i danni e resistere a quello che sembra un vero e proprio assalto.
Immaginatevi 3 persone chiuse in una camera satura di gas iniettato dall’esterno da un numero indefinito ma alto di militari che gridano di volersi vendicare di un tono di voce – a loro detta – troppo alto. Nel frattempo qualcuno nelle stanze vicine sente qualcosa. Il primo ad affacciarsi è Anti, che subito si trova la strada sbarrata da tre militari in borghese, muniti di manganello .Il rapper viene schiaffeggiato, malmenato e spinto nel bagno. Gli viene intimato di non uscire dalla stanza e di “farsi i cazzi suoi”. A questo punto si sveglia il band manager Ruvido che si rende subito conto della gravità della situazione e chiama immediatamente ambulanza e carabinieri di Nichelino. Nel frattempo band e crew si compattano per affrontare la situazione. Solo a quel punto, rendendosi conto di avere a che fare con persone che potrebbero godere di attenzione mediatica, i militari cambiano repentinamente atteggiamento tentando di minimizzare l’accaduto. Appaiono graduati che si offrono insistentemente di trovarci dapprima delle nuove camere, poi addirittura un nuovo hotel.
Ovviamente rifiutiamo, raccogliamo i nostri bagagli e ripartiamo da Torino con destinazione casa. Abbiamo deciso di rendere noto l’accaduto non solo perché di per sé vergognoso e meritevole di suscitare indignazione, ma anche perché abbiamo avuto la netta sensazione che le cose sarebbero precipitate ulteriormente se non avessimo dato velocemente l’impressione di avere immediati e sufficientemente influenti contatti esterni (agenzia, ufficio stampa, avvocato). Per una lunghissima mezz’ora noi, e in particolare i 3 chiusi in camera ci siamo sentiti come devono essersi sentiti Uva, Cucchi, Aldrovrandi, e tanti, tantissimi, troppi altri finiti senza possibilità di difendersi nella mani di chi abusa del suo potere per scopi che nulla hanno a che vedere con l’ordine pubblico.

Punkreas & Crew

No Tav: Blindato dei Carabinieri investe ed uccide una pensionata

Ieri pomeriggio 29 giugno un mezzo blindato antisommossa dei Carabinieri diretto a Chiomonte ha investito e ucciso una pensionata a Venaria. Ci sentiamo di sottolineare da queste pagine quanto accaduto. E’ un’operazione militare a tutti gli effetti per la quantità di numeri e mazzi impiegata e nelle operazioni militari si sa ci stanno anche i morti. Dalle prime notizie l’autista dichiara di essersi fermato a fare rifornimento e poi essere ripartito per fermarsi dopo decine di metri al semaforo. Solo lì dice di essersi accorto di un corpo accasciato a terra dagli specchi retrovisori. Questi mezzi corazzati usati a Chiomonte sono mezzi da guerra dati in mano a dei criminali. Come a Genova ancora una volta l’arroganza e la guerra uccidono sotto gli pneumatici dei mezzi dei carabinieri. Fino a quando ancora? Questa morte è responsabilità della lobby si tav.
Il media mainstream dirà che questa è una forzatura strumentale dei notav. Non è così! In questi giorni decine e decine di mezzi incolonnati fanno su e giù per la valle. La realizzazione dell’opera prevede centinaia di tir – oltre ai mezzi delle forze dell’ordine – ch efaanno su e giù per decenni… Perché i giornali non scrivono che il mezzo che ha investito l’anziana signora era diretto al cntiere della Maddalena? Quando diciamo che il Tav è un’opera dannosa, nociva,necrogena intendiamo proprio questo: un costo sociale, umano e ambientale senza misura con i presunti “vantaggi”. Alla famiglia il nostro pensiero…


fonte: notav.info

29 giugno 2011

Solidarietà dei detenuti e degli ergastolani al movimento No TAV

Il mondo ci ha rifiutato, ma noi non abbiamo del tutto rifiutato il mondo.
Molti di noi non hanno più né sogni né speranze, ma sperano lo stesso in un modo migliore per i propri figli e nipoti.
Per molti di noi il mondo non va oltre il confine della propria cella, ma non rinunciamo lo stesso a interessarci del mondo.
Molti di noi si sono piegati, ma non si sono ancora spezzati e hanno ancora la forza di amare il mondo là fuori.
Molti di noi vivono di poco e di niente, ma sognano lo stesso un modo migliore per tutti gli altri. Ormai nelle carceri italiani ci sono suicidi, morti, autolesionismi, disumanità, violenze ed illegalità istituzionale, ma non vogliamo che là fuori diventi un luogo infame come da noi.
Molte volte comunisti e movimenti extraparlamentari ci hanno dato solidarietà.
Questa volta è il mondo carcerario che vuole dare sostegno al mondo esterno.
Solidarietà al movimento No TAV, a tutti gli abitanti della Val Susa e a chi li sostiene.

Gli ergastolani e i detenuti del carcere di Spoleto

NO TAV appello per manifestazione nazionale 3 luglio

Parma: Cariche della polizia contro il popolo indignato che chiede le dimissioni della giunta corrotta

La piazza insorge di nuovo. Dopo venerdì scorso, circa 500 persone si sono radunate nel pomeriggio davanti al Palazzo Comunale di Parma per chiedere le dimissioni della Giunta e soprattutto del sindaco Pietro Vignali dopo lo scandalo corruzione. A controllarle un nutrito spiegamento di forze dell'ordine, compreso un contingente di carabinieri in tenuta antisommossa arrivati da Bologna. Slogan, fischi, cartelloni: tutti contro gli amministratori. (foto)
Intorno alle 18 si è verificato il momento di tensione più alto. Un gruppo di persone, tra cui studenti universitari, ragazzi dell'Art Lab, autonomi e altri con sacchi neri di finto denaro hanno raggiunto una porta secondaria del Comune, nella strada che affianca lateralmente il municipio. Con forza i ragazzi hanno spinto e la porta ha ceduto: i giovani hanno così fatto irruzione nel cortile del Comune. Alcuni carabinieri si sono accorti del fatto e hanno tentato con un cordone di bloccare la cosa. Qualche momento di tensione fra manifestanti e forze dell'ordine. Poi le cariche della polizia. Poco dopo è seguita una seconda carica dei carabinieri. Il bilancio è di quattro feriti lievi ma i momenti di grande tensione sono durati per diversi minuti. Anche il comandante della guardia di Finanza Geremia è arrivato nella piazza davanti al municipio per assistere alla situazione.
Dopo le cariche intanto, in piazza, fra i manifestanti comincia a correre la voce che alcune delle persone coinvolte nelle cariche siano state denunciate. Intanto sarebbe in programma per giovedì una lenzuolata in città, come quella del 1975 fatta per chiedere le dimissioni di una giunta corrotta.

28 giugno 2011

La Cassazione: “Lecito coltivare una piantina di marjuana". E' ora di piantarla

Una sola pianta di canapa indiana «non è idonea a porre in pericolo il bene della salute pubblica o della sicurezza pubblica». Logico, elementare, lo pensano un po' tutte le persone sensate e la pensa così la Suprema Corte. La Quarta sezione penale ha bocciato il ricorso della Procura di Catanzaro che chiedeva la condanna di Giuseppe M. per avere coltivato sul balcone di casa una piantina di canapa sativa.
“La Corte di Cassazione con una sentenza storica ha stabilito che coltivare sul balcone di casa un piantina di Marijuana non è reato. Si tratta di una ottima sentenza in quanto riconosce – finalmente - che tale attività non è offensiva per nessuno e che quindi chi coltiva una pianta non è punibile" - dichiara Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc - "Finalmente la follia repressiva della legge Fini- Giovanardi viene messa in discussione, applicando correttamente la Costituzione e quindi garantendo la libertà dei cittadini di compiere atti non dannosi per se o per gli altri. Questa sentenza sula legittimità della coltivazione di una pianta, apre anche la strada ad una positiva lotta al grande traffico di marijuana, notoriamente controllato dalle mafie. Così come apre un varco ad una netta separazione tra le diverse droghe, in quanto proprio il comune spaccio illegale determina una “contiguità” tra droghe pesanti e droghe leggere. Grazie quindi alla Cassazione – immagino anche a nome di qualche milione di italiani e di italiane - per questa sentenza di civiltà” conclude Ferrero.

Bari: Detenuto si impicca in carcere, dopo il colloquio con la famiglia

E' rientrato in cella dopo il colloquio con i suoi familiari, ha tagliato le lenzuola, le ha annodate alle grate della finestra del bagno e si è impiccato. Ennesima tragedia della disperazione nel carcere di Bari, dove un detenuto di 28 anni, recluso per fatti di droga, si è tolto la vita nel pomeriggio. Si tratta del quinto suicidio registrato nelle carceri pugliesi in sei mesi. La
notizia è stata diffusa dal segretario nazionale del Sappe, Federico Pilagatti, che solo qualche giorno fa aveva denunciato l'aumento del numero di suicidi nelle strutture della regione: l'anno scorso sono stati 6. "Senza dimenticare - sottolinea Pilagatti - tutti i tentativi di suicidio sventati all'ultimo momento grazie all'intervento degli agenti". "Sicuramente in questo suicidio - aggiuge - avranno influito ragioni di carattere familiare, ma l'assenza di un sostegno psicologico in una situazione di degrado, con condizioni igienico sanitarie da terzo mondo, avranno influito negativamente".
Il carcere di Bari a fronte di circa 200 posti disponibili ospita più di 520 detenuti. Sempre a Bari, secondo quanto denuncia il sindacato di polizia penitenziaria, "i detenuti vivono in dieci in camere da quattro posti con letti a castello che raggiungono i cinque metri da terra, e in costante pericolo". "Ormai rinunciare alla vita - si legge nella nota - può diventare un gesto estremo di protesta contro una situazione che è diventata fuori controllo". In Puglia la capienza regolamentare è di 2300 posti, i detenuti sono 4400.

fonte: La Repubblica

27 giugno 2011

No Tav, la polizia all'attacco. Scioperi spontanei in Valsusa e mobilitazioni urgenti in tutta Italia

Non hanno uno straccio di motivazione di merito per quest’opera: solo slogan di un fantomatico sviluppo. Non hanno risorse da investire nella realizzazione: vogliono solo mettere le mani sui contributi UE Non hanno remore a procedere usando anche dati fasulli e procedure illegittime. Non hanno un briciolo di autorevolezza, non avendo più un’etica su cui fondarla.E allora ricorrono all’autoritarismo, al monopolio della violenza autorizzata e vigliacca: manganelli in mano a uomini che non hanno piena coscienza del contendere e di cui non è dato conoscere l’identità (Venaus 2005 insegna).

Dopo la fiaccolata di Chiomonte, è partita all'alba di questa mattina, l'offensiva dello Stato contro i no Tav. 2000 agenti delle forze dell'ordine hanno attaccato la comunità della Val Susa. Bloccate le strade di accesso all'area sono intervenute con elicotteri, ruspe e un fitto lancio di lacrimogeni. Le forze dell'ordine (polizia e carabinieri) sono entrate nel terreno del presidio della comunità montana e dopo aver aver sfondato i blocchi dei presidianti hanno iniziato una caccia all'uomo. Le forze dell'ordine non erano autorizzate ad entrare nei terreni della comunità montana. Ma si sa "alla legalità di Stato" credono solo quei partiti che stanno silenziosamente appoggiando il progetto (il centrodestra, compresa i leghisti del "padroni a casa nostra" e il PD, Fassino in testa) e che non diranno una parola contro "la violenza di Stato". Durante la resistenza all'azione delle forze dell'ordine (erano migliaia i manifestanti accorsi da tutta Italia), si sono registrati quattro feriti tra i NO TAV. Alla notizia della presa in possesso delle forze dell'ordione della "Libera Repubblica di Maddalena" è partito uno sciopero spontaneo in molte fabbriche metalmeccaniche della Val di Susa ( la “Savio” di Chiusa San Michele, la “Teknocar” di Sant’Antonino, la “Beltrame” di San di Dero e la “Vertek” di Condove). Intorno alle 11 della mattinata la polizia ha consegnato "simbolicamente" l'area alla ditta che dovrà installare il cantiere entro il 30 giugno per mantenere l'impegno dello Stato con l'Europa e ricevere i fondi europei. I No Tav hanno cominciato a smontare le tende, ma come ha dichiarato Alberto Perino, una delle voci significative della protesta: "E' stata persa una battaglia, non la guerra". In questi anni era già capitato al movimento NO Tav di perdere momentaneamente l'area di un cantiere, ma è sempre stato in grado di riconquistarlo. Per questo motivo è di fondamentale importanza la solidarietà e la mobilitazione. Da tutta Italia spontaneamente sono state organizzate iniziative e la giornata si prefigura calda da nord a sud. Sul carro di questa valorosa e momentanea "sconfitta" saliranno tutti coloro che, pieni di indignazione, hanno sempre sostenuto dal principio le lotte dei montanari. Senza nessuna mediazione possibile. La partita è ancora aperta e sarà dura per i politici di professione recuperare la credibilità perduta.



Link utili a seguire la protesta:
La diretta:


25 giugno 2011

Tortura, quell'orrore quotidiano. Ma l'Italia ancora non riconosce il reato

Parlare di tortura non è facile. L'orrore che suscita crea in genere uno sdegno unanime di cui però è meglio diffidare poichè spesso cela solo ipocrisia. Pensiamo al fatto che metà della popolazione mondiale, cioè circa tre miliardi e mezzo di persone, vive in Paesi che praticano la tortura. I paradossi non finiscono qui: nelle sua carta dei diritti fondamentali l'Europa afferma che «nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Per questo accoglie e fornisce riparo a persone fuggite da violenze e torture. Eppure il vecchio continente è stato al tempo stesso il laboratorio della tortura contemporanea, quella applicata e diffusa dopo la seconda guerra mondiale. La storia è abbastanza nota e nasce in Francia, anzi in Indocina, dove le truppe coloniali francesi applicarono queste tecniche contro i guerriglieri comunisti. La tortura era un corollario di quella che gli stati maggiori francesi definivano «dottrina della guerra rivoluzionaria». La definizione verrà poi corretta dagli statunitensi. La counterinsurgency americana altro non è infatti che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi avevano ulteriormente perfezionato in Algeria. Alla base di tutto c'è un manuale scritto dal generale Paul Aussaresses, il macellaio di Algeri. Il suo testo segue un percorso ben preciso, traversa l'Oceano e finisce a Fort Bragg, nella famigerata scuola delle Americhe che forma gli ufficiali dei corpi antiguerriglia Usa e tanti quadri delle dittature sudamericane. L'abecedario del bravo torturatore, tradotto e riversato nei manuali dell'esercito statunitense, ritorna in Europa attraverso la Nato e forma tutte le polizie d'Occidente. Metodi come l'annegamento simulato (conosciuto a Guantanamo come waterboarding) o l'uso degli elettrodi sui genitali verranno diffusamente impiegati in Italia anche da Ucigos e Nocs nel biennio 1982-83 contro i militanti della lotta armata. Non deve stupire dunque se l'Italia ancora oggi non riconosce il reato di tortura nel proprio codice penale e se queste pratiche sono riemerse per governare l'ordine pubblico nella caserma di Bolzaneto nel 2001. Domani verrà celebrata la giornata internazionale contro la tortura. Diverse iniziative sono state promosse per sensibilizzare l'opinione pubblica attorno alla questione: dalla denuncia dell'ergastolo ostativo che condanna alla pena capitale fino alla morte la gran parte degli attuali 1500 ergastolani italiani, all'occupazione organizzata dal Cir di alcune piazze di Roma con statue umane raffiguranti le vittime di Abu Ghraib. Lunedi invece andranno in scena al teatro Ambra Jovineli un gruppo di 12 rifugiati reduci da torture pesanti. Si tratta di un «laboratorio riabilitativo», ci spiega Massimo Germani, psichiatra e psicanalista, direttore del cento per le patologie post-traumatiche da stress presso l'ospedale san Giovanni di Roma. Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi a cui vengono fornite cure specialistiche organiche e psicoterapeutiche. Si tratta di centri all'avanguardia che intervengono sulle conseguenze dei traumi di natura interpersonale. Quando abusi e violenze avvengono in luoghi chiusi, come carcere e famiglia o altre condizioni costrittive, ed hanno natura continuativa e ripetuta, danno luogo a traumi estremi, «non solo nell'immediato», nella carne, sottolinea il dottor Germani, ma «per la gravità durature nel tempo delle conseguenze a livello della psiche. Subentra una profonda disfunzione di quella che chiamiamo la psiche di base: come la memoria, l'identità personale». Il vissuto postraumatico dà luogo a «episodi dissociativi della personalità, come passare davanti allo specchio e non riconoscersi, oppure a spaesamenti, depersonalizzazione e derealizzazione». La persona - prosegue sempre Germani - è una specie di fantasma, «una parte del suo essere è dissociato dall'altro. C'è una dimensione che vive un quotidiano apparentemente normale, mentre l'altra resta inglobata nell'esperienza traumatica». La tortura incrina le fondamenta della persona, è una umiliazione estrema, sgretola l'io, fa venir meno la fiducia in sé e nell'altro. Per questo «i percorsi di riabilitazione psicosociale puntano alla riattivazione del gruppo per ritrovare la fiducia negli altri e in se stessi. Più della parola, che può riattivare il trauma, è utile la relazione». In un report appena uscito si apprende che oltre 3000 richiedenti asilo hanno subito forme di tortura grave o abusi, il 25% donne e il 75 uomini, in prevalenza Eritrei, Afgani, Kurdi sotto regime Turco, e poi Centroafricani, del Congo, della Costa d'Avorio. Parecchi quelli che arrivano dalla Libia e che passando attraverso il deserto vanno incontro durante il viaggio ad altri abusi e torture, specie le donne, trattenute e sottoposte a pedaggi sessuali, stupri sistematici. Non finisce qui, perché poi c'è la traversata del Mediterraneo, con altre tragedie, naufragi. Veri e propri viaggi del massacro e della morte. Chi riesce a scamparla porta con sé la memoria di chi è annegato, del bimbo finito in mare.

Paolo Persichetti da Liberazione




Genova G8: Dieci anni dopo un vicequestore a giudizio per le botte a manifestanti inermi

Dieci anni dopo c'è ancora un vicequestore che sta per andare a giudizio per le botte a manifestanti inermi. La ricostruzione della storia in un lungo dossier pubblicato sul prossimo numero di Micromega
G8. Potrebbe essere l'ultima inchiesta del genere quella che sta istruendo in queste ore il pm Francesco Cardona Albini, lo stesso che, con il collega Enrico Zucca ha sostenuto l'inchiesta "impossibile" sui vertici della polizia di stato coinvolti nella "macelleria messicana" alla scuola Diaz. Sta per essere presentata al gip genovese la richiesta di rinvio a giudizio per falso nei confronti dell'ex comandante del Reparto Mobile di Bologna, il vicequestore Massimo Cinti, oggi dirigente del commissariato di Imola. La scena del delitto è Piazza Manin, dove s'erano raccolte le anime integralmente non violente del Gsf e dove furono investite dalla violenza gratuita del "blue bloc".
Il fascicolo contro Cinti è stato aperto dopo che i giudici della Corte d'Appello, che nel luglio scorso hanno condannato quattro agenti (che arrestarono e spedirono a Bolzaneto due studenti spagnoli con false accuse), hanno ritenuto, anche grazie ai filmati dei mediattivisti, che la sua deposizione in aula fosse tesa a coprire i suoi uomini nascondendo la verità.
Atti trasmessi in procura per un'indagine per falsa testimonianza. Se il pm Cardona Albini non ha perso tempo, non si può dire lo stesso per altri suoi colleghi che, di fronte ad analoghi fascicoli di falsa testimonianza nei confronti di ufficiali e funzionari, hanno lasciato cadere in prescrizione i reati. Tra tutte, la più clamorosa (oltre all'archiviazione del caso Giuliani) è la vicenda dei carabinieri che hanno condotto un assalto illegittimo contro il corteo che scendeva per via Tolemaide: usarono - secondo la sentenza del processo ai 25 manifestanti - manganelli taroccati e armi fuori ordinanza, condussero una carica illegittima, spararono fino a uccidere un ragazzo ma su di loro non esiste alcun fascicolo. Queste ed altre vicende sono raccontate in un lungo dossier pubblicato sul numero di Micromega: "G8 dieci anni dopo: impunità di Stato".

Opera (Mi): detenuto di 24 anni muore. Una lettera denuncia l'aggressione

Un giovane marocchino di 24 anni detenuto al carcere di Opera, è deceduto in ospedale dopo il malore. Una lettera anonima alla direzione di Opera  denuncia una aggressione e fa anche  il nome del presunto aggressore.  “Il fatto che registriamo è che il detenuto stava lavorando ed è caduto a terra perdendo i sensi davanti a tutti”, dichiara Giacinto Siciliano direttore del carcere di Opera. L’avvocato del giovane detenuto ha però avanzato l’ipotesi che si possa trattare di una morte seguita a un’aggressione, come confermato anche dagli accertamenti di un medico di fiducia. Alla direzione è arrivata anche una lettera anonima in cui sarebbe indicato il nome dell’aggressore. “Abbiamo comunicato tutto all’autorità giudiziaria, sono in corso le indagini”, si è limitato a dire Siciliano, che preferisce non pronunciarsi in merito alla lettera.

24 giugno 2011

Fermo: Aggressione fascista

Lunedì scorso a Fermo, lungo Viale Trento nella zona di Piazza Verdi, si è verificata in serata una ignobile e vigliacca aggressione da parte di un gruppo di otto italiani nei confronti di due ragazzi somali. I due giovani, all’uscita da un bar, venivano prima insultati ripetutamente con epiteti di stampo razzista, poi inseguiti e infine uno di loro veniva addirittura colpito alla testa con una bottiglia, riportando lesioni traumatiche, lacerazioni e copiosa perdita di sangue, refertate poi al Pronto Soccorso.
Si tratta di una azione riconducibile ad una palese matrice squadrista, opera di neofascisti che hanno costituito da qualche tempo la loro base di ritrovo proprio nella zona dell’aggressione e sono conosciuti tanto dalle forze dell’ordine quanto dai residenti e negozianti del posto.
Va sottolineato come tale ulteriore episodio vada ad inserirsi in un lunga scia di provocazioni, intimidazioni ed aggressioni accadute a Fermo in più occasioni, come quella del marzo scorso durante l’iniziativa di “Uniti Contro la Crisi" con il sindacalista Fiom Giorgio Cremaschi, con uso di coltelli e disordini in alcuni locali.
Del resto Fermo si presenta da mesi tristemente costellata anche “simbologicamente” da scritte neofasciste, croci celtiche e svastiche che stano deturpando le mura del nostro paese.
Occorre seriamente interrogarsi sulle responsabilità a vario livello, in primis politiche, di chi ha prima sdoganato tale cultura squadrista per poi albergarla all’interno della comunità locale, nonché sulle connivenze, complicità e omertà di chi sostiene una cultura violenta e xenofoba che deve essere estirpata al più presto.
Nell’esprimere tutta la nostra vicinanza ai due ragazzi aggrediti invitiamo tutti i sinceri democratici a far sentire a pieni polmoni la propria voce per liberare la città da questo cancro e a riaffermare i valori dell’antifascismo.

Fermo, lì 24 giugno 2011

Partito Comunista dei Lavoratori Fermo
Collettivo Antifascista Fermo
Partito della Rifondazione Comunista Fermo
Sinistra Ecologia e Libertà Fermo
C.G.I.L. Fermo

Roma: Tre arresti, feriti e un pestaggio in caserma per uno sfratto

Tre ragazzi arrestati che saranno processati per direttissima, ultrasettantenni feriti, una ragazza prelevata con la forza da due agenti in borghese e malmenata in una stanza del commissariato. Sembra assurdo ma è il bilancio pesantissimo e inquietante dell’esecuzione di uno sfratto martedì nel quartiere popolare della Garbatella a Roma del quale i giornali hanno riportato la cronaca in qualche trafiletto. Tentiamo allora di ricostruire i fatti culminati in quest’operazione repressiva. (foto)
La signora Flavia vive con la sua famiglia in un appartamento dell’Ater, l’ex Istituto Autonomo Case Popolari della Provincia di Roma trasformato in due Aziende Territoriali per l’Edilizia Residenziale Pubblica. La signora, certo ingenuamente e spinta dall'esigenza, ha pagato circa ottanta milioni di lire alla fine degli anni ’90 all’assegnatario della casa popolare. Il quale, naturalmente, non poteva vendere qualcosa di cui non è padrone. Si tratta di una pratica speculativa di chi evidentemente non ha bisogno di una casa e ha ricevuto non si sa bene come un alloggio popolare che poi “cede” in cambio di una “buonuscita”. In questo caso il signor S.C. decide però di tentare una doppia speculazione. Di riottenere cioé anche la casa. Il tribunale dà ragione a S.C. che chiede di sfrattare la signora Flavia, anche se la stessa Ater dichiara in conferenza stampa di dover approfondire la questione e la sentenza obbliga comunque S.C. a risarcirla. Di risarcimento non si vede però l’ombra, ma i tentativi di sfratto si ripetono più volte (con costi non indifferenti per una persona in emergenza abitativa, visto che per eseguiere uno sfratto si spendono circa un migliaio di euro tra fabbro, medico, ecc.).
Una storia che mobilita intorno a Flavia, oltre che associazioni e attivisti, molti cittadini del quartiere Garbatella che la conoscono da anni. In tanti organizzano un picchetto antisfratto per martedì, giorno per il quale S.C. ha ottenuto l’intervento della forza pubblica. Il picchetto antisfratto è una pratica piuttosto comune di solidarietà da parte della cittadinanza alla quale partecipano anche settori della società come l’Agenzia Diritti o i movimenti per il diritto all’abitare cercando di arginare il vuoto istituzionale intorno a un reale dramma come è quello della perdita della casa. Molte volte si sono evitate autentiche tragedie grazie all’intervento e alle soluzioni proposte da questi soggetti che spesso lavorano virtuosamente con gli stessi commissariati per trovare alternative il meno traumatiche possibile. Allo sfratto questa volta si presentano però, oltre che le forze dell’ordine in divisa, una quindicina di agenti in borghese che improvvisano un blitz che tutti i testimoni raccontano come estremamente violento e a tratti anche grottesco. Gli agenti sbagliano prima la porta e fanno irruzione nell’appartamento dell’anziana vicina della signora Flavia che si spaventa e li minaccia. «Guardate che chiamo la polizia», urla da dietro l’uscio. «La polizia siamo noi» rispondono dall’altra parte. La signora non scoppia a ridere, ma ha comprensibilmente un malore. A nulla servono le proteste di Simona Panzino dell’Agenzia Diritti dell’XI municipio che viene messa da parte, mentre gli agenti sfondano la porta “giusta” e trascinano via per il collo il fratello del compagno di Flavia. Interviene un ragazzo di Action per dire di mollarlo e viene caricato sulle spalle da un altro agente. Entrambi vengono portati al vicino commissariato di Garbatella. Il compagno di Flavia corre al commissariato per chiedere informazioni e viene arrestato. I tre saranno processati per direttissima domani con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Accusa pesante visto che alcuni agenti si fanno refertare al vicino Cto. Se non bastasse, la storia non finisce qui. Una quindicina di persone si reca al commissariato per seguire gli sviluppi della vicenda. Tra questi c’è Giovanna Cavallo, un’attivista di Action. Un agente, sempre in borghese, la avvicina e le chiede i documenti. Al rifiuto la preleva e torcendole un braccio la trascina in una stanza del commissariato mentre lei urla per il dolore. Gli altri agenti nel commissariato escono dalle stanze attirati dalle urla. Chiusa in una stanza, le viene chiesto il cellulare, ma Cavallo chiede prima di sapere sei si trova in stato di fermo o di arresto. Nel primo caso semplicemente spegnerà il cellulare nel secondo vuole chiamare un avvocato. La risposta è uno schiaffo che la colpisce al volto al quale segue un pugno che la farà piegare in due dal dolore. Quando rialza gli occhi trova un altro agente che è intervenuto a fermare il picchiatore che la fa accomodare dietro la scrivania, la identifica e la rilascia. Questa la cruda cronaca degli avvenimenti raccontata a Liberazione da diversi testimoni. Come sia stato possibile questo precipitare degli eventi solleva numerose riflessioni e alcuni dubbi riassunti dal presidente dell’XI municipio Andrea Catarci in una conferenza stampa organizzata per il giorno dopo. Della situazione della signora Flavia erano stati informati il comune, il sindaco, l’assessore alla casa Antoniozzi e la stessa Ater. Tutti questi soggetti non hanno dato alcuna risposta. L’Ater non si è neanche presentata allo sfratto e le chiavi così sarebbero state riconsegnate al sgnor S.C. che non è il proprietario dell’appartamento. Ancora. Un’operazione così violenta e insensata non è mai avvenuta a Garbatella. Si tratta della perdita di controllo di alcuni agenti o di un salto di qualità nella risposta che si vuole dare al crescente disagio sociale in cui versa la città di Roma, e non solo, considerata l’assenza di risposte politiche? Nel primo caso vanno individuati e sanzionati tutti gli abusi di potere commessi, nel secondo alla preoccupazione deve aggiungersi un livello di vigilanza democratica su quello che sta accadendo. Intanto movimenti, associazioni e cittadinanza hanno organizzato per oggi un corteo per le strade di Garbatella per denunciare l’episodio. L’appuntamento è alle 18,00 di fronte al teatro Palladium a piazza Bartolomeo Romano.

Sandro Podda

La denuncia di Antigone: carceri disumane e illegali

Le carceri italiane sono disumane e illegali, i detenuti sono reclusi in un regime di tortura se paragonato agli standard europei. È la denuncia lanciata dall’associazione Antigone che ha presentato il rapporto “Carceri nell’illegalità, la torrida estate 2011” sul sovraffollamento nei penitenziari.
I dati aggiornati al 31 maggio scorso contano 67.174 detenuti a fronte di 45.551 posti letto. In molte carceri visitate da Antigone si trascorrono 20 - 22 ore al giorno nelle celle, piccole anche meno di 3 metri quadrati, malsane e assolate. Le docce sono possibili solo alcune volte a settimana o per 3 minuti al giorno, i detenuti devono scegliere se lavarsi o avere l’ora d’aria, i colloqui sono faticosi con i parenti che devono fare ore di fila sotto il sole e se lavorano non possono visitare i reclusi il sabato o la domenica. “Questa è istigazione alla violenza, il recupero sociale è un mito, la realtà è la bestializzazione dei detenuti - commenta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - c’è una paradossale illegalità di un luogo che dovrebbe essere il posto della legalità per eccellenza”.
Mentre la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 passando da 44mila a 67mila persone, le risorse sono calate di oltre il 10 %, da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni. In questo momento, secondo le denunce dei sindacati di polizia penitenziaria e le testimonianze dei reclusi, non ci sono più i soldi nemmeno per sfamare tutti i detenuti.
“Il piano di edilizia penitenziaria del governo non ha prodotto nulla, gli istituti rimangono gli stessi. È stato propagandato da due anni e mezzo e non è stato fatto nulla nonostante l’approvazione del piano Ionta sia avvenuta il 29 giugno 2010” sottolinea ancora Gonnella. L’emergenza per il sovraffollamento decretata per due volte dal governo e la nomina del commissario straordinario Franco Ionta che attribuisce al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria poteri paragonabili al capo della protezione civile, non è servita a migliorare la situazione. “Il carcere di Rieti è stato aperto l’anno scorso e funziona una sola sezione perché manca il personale, del piano carceri è partito solo il primo cantiere a Piacenza, ci vorranno anni e comunque non si possono aprire nuove carceri senza fare nuove assunzioni”. Con queste parole il presidente di Antigone boccia il piano Ionta che prevede 9mila posti letto in più, ma anche se fossero realizzati nel 2012 mancheranno comunque altri 14mila posti.
Le cifre che raccontano i penitenziari italiani parlano chiaro. Legge sulle droghe, sull’immigrazione e custodia cautelare sono le falle del sistema legislativo che riempiono le galere. Ci sono 148, 2 detenuti ogni 100 posti letto contro i 96,6 della media europea, considerando i 47 paesi membri del Consiglio d’Europa compresa la Russia. Il 37% dei detenuti in Italia sono stranieri contro l’11% degli altri paesi, il 42% di persone detenute che sono in custodia cautelare contro una media europea del 25% dice che nel nostro paese la custodia cautelare diventa una pena anticipata di condanna prima del processo.
Un altro 37% è in carcere per violazione della legge sulle droghe. Un dato che si discosta molto da quello estero è il rapporto tra detenuti e poliziotti o personale socio - pedagogico. Se in Europa ci sono 2,6 detenuti ad agente di polizia, in Italia il valore è di 1,4. Negli altri stati la media è di 13 detenuti per ogni operatore amministrativo o non di polizia, da noi è di 21. Quindi a parità di numero di detenuti, il numero dei poliziotti in Italia è più alto e il numero di personale educativo o sanitario è più basso. Una cifra che serve a capire, nella carenza di risorse, come vengono spese quelle a disposizione.

23 giugno 2011

Mineo (Ct): la polizia "festeggia" la giornata del rifugiato picchiando i migranti

Rete antirazzista catanese denuncia incidenti al termine della manifestazione di fronte al Residence degli aranci di Mineo. Da settimane i richiedenti asilo chiedono procedure rapide. L`intervento di polizia e carabinieri dopo la terza occupazione della Catania - Gela. "Al ritmo attuale ci vorranno anni prima che tutte le richieste vengano esaminate", spiega Fulvio Vassallo dell`ASGI.

 "Nella giornata mondiale del rifugiato, i richiedenti asilo di Mineo questa mattina hanno manifestato di fronte al Residence degli aranci e sulla statale Catania-Gela. Il violento intervento di polizia e carabinieri ha causato 5 feriti fra i dimostranti. Due di loro sono ricoverati a Caltagirone e a Catania", sostiene la della Rete antirazzista catanese. Gli incidenti sono documentati dalle fotografie in basso.
Alle 13 i manifestanti hanno occupato nuovamente la statale. A questo punto è arrivato l`intervento di polizia e carabinieri. La protesta di oggi segue quelle del 10 maggio, quando a protestare erano stati soprattutto asiatici, e del 6 giugno. Allora come oggi i manifestanti erano in prevalenza africani.
I comunicati delle agenzie di stampa continuano a parlare di `presunti ritardi`. Ma cosa succede realmente a Mineo? "Persone dalle provenienze più diverse, come nigeriani, pakistani, eritrei, afghani, che avevano già inoltrato da mesi la loro istanza di protezione internazionale. Attendevano da un giorno all`altro l`audizione e la decisione sulla loro richiesta, quando sono state deportate a migliaia di chilometri di distanza, senza che a Mineo giungessero tempestivamente le relative documentazioni e senza che nel “Villaggio degli Aranci` fosse istituita una commissione territoriale che esaminasse le domande di asilo", denuncia Fulvio Vassallo dell`ASGI. "Dopo la tardiva costituzione della Commissione territoriale, i tempi di esame delle domande di asilo sono sempre più lunghi, e al ritmo attuale di dieci-quattordici casi a settimana ci vorranno anni prima che tutte le persone rinchiuse a Mineo possano avere una risposta".
La rete antirazzista denuncia che "nonostante la manifestazione con blocco della statale del 6 giugno, la promessa di aumentare l`esame delle domande (da 2 a 6 al giorno!) è stata disattesa. La commissione lavora al rallentatore con interpreti che ancora arrivano da Roma (nonostante la disponibilità d`interpreti di madrelingua locali) e con criteri confusi (si rispetta l`ordine cronologico di chi è arrivato prima in Italia e quindi si dà priorità a chi proviene dagli altri Cara?). Addirittura si impedisce l`accesso agli avvocati per difendere i propri assisti nel ricorso contro il rigetto".
In alcuni casi i documenti relativi alle procedure di riconoscimento dello status di asilo avviate in altri CARA italiani non sono mai arrivati alla Commissione territoriale. Molti di coloro che vi sono stati trasferiti dal nord Italia sono stati scavalcati da quelli arrivati dopo, che hanno avviato la procedura di riconoscimento dello status di protezione internazionale a Mineo, e questo, oltre le continue code per l`accesso ai minimi servizi ha alimentato un clima di tensione che è sfociato in risse e proteste continue", dice ancora Vassallo.
"L`avvio del progetto Mineo ha avuto una impronta prevalentemente securitaria ed è stato accompagnato da un “Patto per la sicurezza` sottoscritto da tutti i sindaci della zona e dal ministero dell`Interno per definire quali misure attuare non solo all`interno del villaggio, ma su tutto il territorio interessato, attraverso la realizzazione di sistemi integrati di videosorveglianza e il potenziamento dei mezzi, delle strutture e dei presidi esistenti e degli uomini delle forze dell`ordine".


Arrestato maresciallo dei carabinieri, è accusato di aver stuprato 11 donne

Era arrivata in Italia da pochi giorni dalla Polonia, senza conoscere una parola di italiano. L'avevano arrestata per un banale furto in un centro commerciale e poi portata, in attesa del processo, nella cella di sicurezza di una stazione dei carabinieri. E' stato proprio là, in quella caserma in un piccolo comune alle porte di Milano, che la ragazza, appena 19 anni, stando alle indagini della Procura milanese è andata incontro a una terribile umiliazione: abusata per due giorni dal militare più alto in grado. Così il comandante della stazione dei carabinieri di Parabiago, Massimo Gatto, 47 anni, è finito in carcere per aver costretto la ragazza a subire 48 ore di violenze.
Ma non solo. Emerge dalle indagini coordinate dal procuratore aggiunto, Pietro Forno, e dal pm Cristiana Roveda oltre dall'ordinanza firmata dal gip Enrico Manzi, che il maresciallo sarebbe anche un violentatore seriale. Nei capi di imputazione gli vengono contestati altri sei episodi nei confronti di altrettante donne di cui l'uomo avrebbe abusato o che avrebbe cercato di molestare. Prostitute o donne che per una denuncia o per un consiglio si erano presentate in caserma. E gli investigatori del comando provinciale di Monza hanno individuato altre quattro donne che hanno subito abusi dal militare, alla fine degli anni Novanta. In questo caso, però, i fatti di reato risultano prescritti. Il sospetto degli inquirenti è che ci siano anche altre vittime e per questo Forno, che guida il pool reati sessuali, ha lanciato un invito a tutte "le persone che hanno avuto esperienze similari" di rivolgersi ai carabinieri o alla stessa Procura di Milano.
La ragazza polacca era stata arrestata il 15 gennaio scorso per aver rubato dei giochi elettronici in un centro commerciale. E' stata rinchiusa ella camera di sicurezza della stazione, in attesa del processo per direttissima. Il comandante Gatto, stando all'ordinanza, le si è avvicinato, invitandola a uscire dalla cella per fumarsi una sigaretta con lui in bagno, dove poi sarebbero avvenuti gli abusi. Ripetuti anche nelle ore successive e il giorno seguente, non in cella ma sempre dentro la caserma. La ragazza dopo aver patteggiato la pena in tribunale, il 17 gennaio, si è precipitata negli uffici della Polfer di Milano per presentare la denuncia per le violenze subite. Denuncia che è stata trasmessa al pm di turno, il quale ha subito ascoltato il racconto della giovane.
Gli inquirenti hanno poi raccolto le testimonianze dei colleghi del comandante, dalle quali è emerso che l'uomo poteva aver avuto gli stessi atteggiamenti con altre donne. Le quali, invitate a denunciare in passato, non l'avevano fatto. Sentite dai pm nell'inchiesta, però, sei donne, tra cui due sorelle, hanno raccontato di aver subito violenze o tentativi di violenza fra il 2004 e il 2010. Tra queste, emerge dall'ordinanza, ci sono una prostituta romena, una ex prostituta che si era presentata in caserma per una denuncia, un'altra donna che era andata nella stazione per un problema con la patente, altre due che si erano presentate per una denuncia. Infine, una donna che era andata nella stazione a esporre la sua difficile situazione coniugale. In più i pm sono riusciti a ricostruire anche gli abusi sessuali subiti da altre quattro donne negli anni Novanta, ma quei fatti sono oramai prescritti.
Gatto è accusato di violenza sessuale aggravata per aver agito nei confronti di una persona in stato di privazione della libertà, di concussione sessuale e perquisizione arbitraria, perchè avrebbe perquisito la ragazza straniera, quando già erastata controllata da un militare donna. L'interrogatorio di garanzia è fissato per venerdì davanti al gip Manzi.

fonte: La Repubblica

22 giugno 2011

Roma: Ai precari il governo risponde col manganello

Cariche delle forze dell’ordine in piazza Montecitorio contro i precari di scuola e università che da giorni manifestano davanti alla Camera (foto).
Quando i precari gridavano "dimissioni" rivolto al premier Silvio Berlusconi che stava svolgendo la sua informativa in aula, sono intervenute le forze dell'ordine in assetto antisommossa Le forze dell'ordine, hanno caricato i manifestanti che continuavano a tirare frutta e qualche uovo contro il palazzo (video).
I precari della scuola e dell'università hanno poi inscenato una protesta anche a ridosso del Senato. Dopo essere passati sotto il ministero della Pubblica amministrazione in corso Vittorio, sono risaliti verso Palazzo Madama percorrendo via del Teatro Valle finché sono stati bloccati da uno sbarramento della polizia in coicindenza di piazza Sant'Eustachio a ridosso di Palazzo Carpegna che fa capo al Senato. Una camionetta impediva il passaggio a un centinaio di manifestanti che si sono limitati a urlare "Vergogna", "Dimissioni", "Scuola libera". La protesta è durata qualche minuto e poi i manifestati hanno fatto marcia indietro passando sotto il Teatro Valle da dove altri precari hanno esposto striscioni e bandiere. Anche qui a sbarrare la strada un cordone di forze dell'ordine in tenuta antisommossa. Poi i manifestanti hanno lasciato via del Teatro Valle e si sono di nuovo diretti verso Montecitorio. "Abbiamo ottenuto l'autorizzazione a ritornare in piazza Montecitorio", hanno spiegato i precari. In testa al corteo un grosso striscione con su scritto "Roma bene comune" e il simbolo del Colosseo.

Livorno: negata sospensione della pena, detenuto calabrese di 38 anni muore all’ospedale

L’ultimo sorriso ieri pomeriggio in un ospedale di Livorno, dov’era stato ricoverato una manciata di giorni addietro ormai in fin di vita. Michele Bruni, 38 anni, s’è spento da detenuto. Nonostante le richieste degli avvocati Rossana Cribari e Nicola Rendace, che insistevano sull’incompatibilità del suo stato di salute con la detenzione, il gip di Catanzaro non aveva ancora reso nota la decisione.
Bruni, per tutti Michele ‘i Bella Bella, era perciò rimasto sotto stretta sorveglianza nel reparto di Rianimazione dove alle 16.30 ha esalato l’ultimo respiro, stremato da un male incurabile che lo ha ucciso in poche settimane.
Era finito dentro per l’ordinanza di custodia cautelare della maxi operazione “Telesis” con cui nei mesi passati la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha sgominato il clan Bella Bella con quarantanove ordinanze di custodia cautelare emesse anzitutto nei confronti dei fratelli Bruni: Luca, Fabio e, appunto, Michele. Nei giorni scorsi, però, con due diverse decisioni, la Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio ad altra sezione del Tribunale della libertà di Catanzaro il provvedimento cautelare in cui era contestato ai tre il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso. La Suprema Corte aveva accolto per tutti e tre il ricorso degli avvocati Rossana Cribari, Nicola Rendace e Luca Acciardi. Michele, quindi, era rimasto detenuto solo per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti. Bella Bella junior era considerato il capo indiscusso del clan che alla fine degli anni Novanta era stato messo in piedi dal padre Francesco con un lungo a paziente lavoro di affiliazione.
Molti dei famigliari di Bruni erano da tempo a Livorno, da quando era stato trasferito dal penitenziario e ricoverato d’urgenza in ospedale. Ieri, dopo la notizia della morte, altri hanno raggiunto la cittadina toscana. Domani torneranno tutti in città perché alle 12 in Duomo si svolgeranno i funerali.
Punti cruciali del suo passato personale e giudiziario sono nel 2000 la fuga da una casa di cura catanzarese dov’era ricoverato, e nel 2010 l’assoluzione per l’omicidio di Antonio Paese avvenuto nel luglio ‘91 in città: le accuse nei confronti di Bella Bella sono crollate al termine del processo Missing. Lo accusava Erminio Munno, Erminiuzzo, il vecchio amico cresciuto in casa Bruni, che negli anni Novanta decise di cambiare vita cominciando a collaborare con la magistratura, accusandosi e accusando Michele del delitto Paese per il quale Munno è stato condannato con sentenza definitiva a otto anni di reclusione.
Il leader del movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, interviene, dopo la morte del giovane detenuto cosentino Michele Bruni, di 38 anni, deceduto in ospedale a Livorno, città dove era recluso, del quale "per giorni avevo denunciato le sue disperate condizioni di salute e chiesto la scarcerazione, come un atto di giustizia giusta e umana, di pietà cristiana". Corbelli, nella nota, esprime grande sdegno per quella che definisce una pagina nera della giustizia italiana, un fatto indegno di un Paese civile e di uno Stato di diritto. Esprimo tutta la mia indignazione per una giustizia che nel caso di Michele Bruni ha mostrato il suo volto feroce, ha dimostrato di non essere nè giusta nè umana. Sono stati calpestati i diritti elementari e fondamentali di una persona in fin di vita. Per molti giorni, dopo aver ricevuto la telefonata di un familiare del giovane detenuto, ho, da solo, insieme ai congiunti e ai legali del Bruni, denunciato e gridato che il Bruni era in fin di vita. Ho chiesto, invocato per lui un atto di giustizia, di umanità, di pietà cristiana. I miei accorati appelli sono purtroppo caduti nel vuoto. Mi vergogno come cittadino italiano di una Giustizia che impedisce ad un detenuto morente di trascorrere i suoi ultimi giorni di vita a casa, accanto al suo bambino anche lui molto malato".

fonte: La Gazzetta del Sud

Di carcere si continua a morire

L’Osservatorio Permanente sulle morti in carcere nel 2010 ha censito 66 casi di suicidio tra i detenuti e 7 tra i poliziotti penitenziari. I detenuti morti per motivi diversi (malattia, overdose, cause “non accertate”) sono stati 117.
I tentati suicidi tra i detenuti sono stati 1.134. Dall’inizio di quest’anno si sono tolti la vita 27 detenuti e 3 poliziotti, mentre altri 54 detenuti sono morti per “cause naturali”. Lo stato di emergenza carceri è stato sancito per decreto del presidente del Consiglio il 29 marzo 2010. Ma da un anno circa non se ne sa più niente.
Dal punto di vista normativo si è utilizzata la Legge 225/92, che consente di dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni che non siano riferite esclusivamente a episodi di calamità naturale, ma anche a condizioni di allarme nazionale. Il limite temporale dell’emergenza è stato fissato al 31 dicembre 2010, contestualmente confermando la nomina a commissario straordinario di Franco Ionta, il responsabile del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria). Ionta aveva già consegnato al guardasigilli Alfano un piano per ampliare le carceri esistenti a inizio 2009, perfezionandolo nel mese di maggio dello stesso anno con la surreale proposta delle prigioni galleggianti e la cooptazione di soggetti privati.
Nel 2010 ha disposto la realizzazione di nove carceri di dimensioni ridotte nelle città maggiori (destinate ad arresti in flagranza e detenzioni brevi) per circa 220 milioni e 450 detenuti, altre otto case di reclusione in centri medi come Pordenone e Latina per 400 milioni e circa 7 mila detenuti, 600 milioni e 4 mila posti in strutture di sicurezza dislocate in grandi città e infine ampliamenti nelle carceri esistenti per altri 9-10 mila detenuti (leggi: riduzione degli spazi già esigui di socialità). Sono stati formalizzati accordi di intesa con le regioni Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Sicilia. Quindi circa 20 mila nuovi posti al costo approssimato di 1, 5 miliardi di euro, Tremonti permettendo. Il piano comprende ancora l’arruolamento di 2 mila nuovi agenti di polizia penitenziaria, ma a fronte di circa 1.400 soggetti che ogni anno vanno in quiescenza.
I poteri di Ionta sono stati calibrati su quelli di Bertolaso in coerenza con le linee guida di Berlusconi, che per le carceri aveva suggerito un “modello Abruzzo”. Ionta ha avuto la facoltà di nominare due “soggetti attuatori” e sottoscrivere venti contratti a termine per le attività di realizzazione del piano.
Lo stesso comporta l’approvazione di un Comitato di indirizzo e controllo formato dai ministri di Giustizia, Infrastrutture e lo stesso Bertolaso. Il quale, nel frattempo, è stato però pensionato per raggiunti limiti di decenza. Ottenuta l’indubitabile approvazione si suppone che Ionta avrà avuto carta bianca: affido della progettazione, approvazione dei progetti, conferenze di servizi, pareri delle soprintendenze subordinati al sì del ministro competente entro sette giorni dalla richiesta. In sostanza mano libera nelle trattative con la pubblica amministrazione e i privati su una base di appoggio di 700 milioni, ma in un orizzonte di gestione di diversi miliardi di euro. Il tutto coperto dalla segretezza che l’emergenza e il tema prescrivono. E infatti non è dato conoscere lo stato di avanzamento del piano.
Ionta viene nominato Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria il 23 gennaio 2009: a questa data i detenuti presenti erano 58.000, vale a dire 17.000 in più della capienza regolamentare. Alla data del 30 marzo 2010 i detenuti erano 67.300, vale a dire 26.300 in più della capienza regolamentare, con un trend di crescita di circa 8.000 unità all’anno. Se oggi sono circa 68.000 è solo in ragione delle diverse migliaia di soggetti sottratti al carcere in ragione degli effetti del cosiddetto “decreto svuota carceri” reso esecutivo alla fine dello scorso anno e della decadenza del reato di clandestinità. Considerato che il piano dovrebbe avere concretezza di utilizzo entro la fine del 2012 con la realizzazione di 20 mila nuovi posti l’aritmetica ci dice che sfioreremo la cifra di 80.000 detenuti per una capienza regolamentare di 61.000, con un conseguente esubero di circa 19.000 unità. Sempre, naturalmente, nell’improbabile determinazione di un completo realizzo dei progetti nei tempi previsti e con la modica spesa di 1,5 miliardi di euro.
Ma la realtà è che oggi in carcere si continua a morire, sempre di più. E come sempre la temperatura estiva riaccende le proteste che si stanno espandendo a macchia d’olio in tutto il circuito penitenziario attraverso scioperi della fame, della spesa, battiture. La giornata del 26 giugno prossimo, da molte associazioni indicata come giornata contro la tortura, può essere un’occasione per rilanciare un ragionamento in opposizione alla inefficacia di scelte che vedono nella costruzione di nuovi istituti l’unico strumento deflattivo a fronte di un quadro drammaticamente insostenibile. Le somme messe a bilancio potrebbero essere viceversa destinate a politiche di inclusione e depenalizzazione, cominciando dalle sanzioni penali legate ai flussi migratori e alla circolazione delle sostanze stupefacenti che riguardano il 70 per cento della popolazione detenuta; ad alternative al reingresso in carcere, soprattutto in conseguenza delle norme che governano la recidiva; all’incentivazione del ricorso alle misure alternative; all’ampliamento della cosiddetta area penale esterna. Alla diffusione e al sostegno della figura territoriale del Garante dei detenuti; a condizioni di maggiore vivibilità degli spazi reclusi; alle tutele delle dignità e della salute. Ridurre i reati, ridurre la recidiva, ridurre la necessità del carcere, ridare alla privazione della libertà i connotati della soluzione estrema, ridimensionare la forza simbolica di espressione di comando che la sanzione penale contiene in sé: ancora una volta è questo il centro delle riflessioni.

Marco Rigamo (Liberitutti) da Global Project

21 giugno 2011

La storia di Tonino, "prigioniero” in un opg

Tonino aveva 43 anni quando è stato internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Doveva starci sei mesi, sono passati due anni. I numeri in questo caso fanno la differenza perché Tonino è recluso nell’Opg di Aversa, un vero e proprio lager, come del resto tutti gli altri in Italia, dove, una volta dentro, il problema più grave non è tanto la mancanza di libertà quando la perdita del diritto di cura, della possibilità di rimettersi in gioco e di avere un’altra chance nella vita. Non smettono di ripeterlo i familiari di Tonino, che per lui vogliono un’opportunità in più. Da una settimana, la sorella Elisabetta e il padre Rodolfo presidiano giorno e notte il tetto del Centro di salute mentale di Ostia, in via delle Sirene, per chiedere che Tonino venga trasferito dall’Opg di Aversa alla comunità terapeutica. «Solo lì – dice Elisabetta – mio fratello potrebbe iniziare un percorso di recupero finalizzato al reinserimento nella società». Per fare questo, però, manca la firma del direttore generale della Asl RmD, il professor Romano, sull’impegnativa di spesa che deve essere approvata dall’Azienda sanitaria per procedere poi al trasferimento. Ma il direttore generale prima fa sapere che non firmerà, poi che non si trovano i soldi. Solo dopo molti giorni inizia a circolare la notizia di un possibile accordo. Ma i familiari la apprendono solo per vie ufficiose: in un meccanismo burocratico che fagocita ogni forma di umanizzazione nessuno si degna di inviare loro una comunicazione ufficiale. «Quel che sappiamo – sottolinea Elisabetta – è che tale delibera avrebbe decorrenza solo dal 1 settembre. Questo significherebbe, per mio fratello, altri tre mesi di permanenza in quell’inferno. E noi questo non lo possiamo accettare. Rimarremo sul tetto fino a quando Tonino non uscirà con la massima tempestività dall’Opg, trovino loro il modo per abbreviare i tempi e per accelerare l’ingresso nella comunità di Asti». Elisabetta, che non si accontenta di una banale dichiarazione di intenti, chiede, attraverso due lettere protocollate, un incontro dovuto ai vertici aziendali per vedere le carte. E invece il dirigente gli nega ogni interlocuzione. Nemmeno una parola al signor Rodolfo che, all’età di 73 anni e in cura chemioterapica, dorme dentro una tenda da campeggio sul tetto rovente del centro di salute mentale. Lui, che con il figlio passava interi pomeriggi a pesca prima che la depressione e le cure sbagliate lo logorassero definitivamente, continua a dire: «Non merita di stare li, nessuno lo merita». Non smette di ripeterlo neanche Tonino, che nella sua condizione di fragilità legata alla malattia, è comunque consapevole del fatto che da certi luoghi non si esce sani, sempre che si esca vivi. Per il timore che le condizioni di Tonino possano peggiorare, per ottenere il suo trasferimento e per chiedere anche lo smantellamento di tutti gli Opg (che, per legge, dovevano essere chiusi entro il 31 dicembre 2010) in pochi giorni i familiari hanno messo in piedi una mobilitazione che è diventata il simbolo di una battaglia per liberare tutti i Tonino d’Italia. Intorno a loro un vero e proprio coordinamento di forze sociali, di cui fanno parte numerose associazioni del territorio, riunite nel comitato “ELJ per tutti i Tonino”. Tra queste il Teatro del Lido che, dal mese di settembre, promuoverà una serie di spettacoli di sensibilizzazione culturale rispetto alle tematiche del disagio mentale. «Siamo qui – dice Elisabetta – per tutti i Tonino d’Italia finiti nell’inferno degli Opg generalmente per reati bagattellari, cioè per reati minori, per alcuni quali non sussiste neanche la pericolosità sociale. Per loro un’alternativa agli ospedali psichiatrici esiste e consiste dapprima nel recupero all’interno di comunità terapeutiche specializzate e successivamente nel trasferimento in case famiglia. Una volta qui i pazienti potrebbero essere sottoposti a progetti terapeutici individuali , oppure di inclusione sociale coinvolgendo la rete territoriale». Nessun assistenzialismo nelle comunità quindi, ma risposte adeguate rispetto al ruolo che la società civile deve assumere nei confronti del disagio mentale. E per Tonino, che solo quando pesca ritrova il suo equilibrio, una volta terminato il progetto terapeutico ad personam nella comunità terapeutica di Asti, l’associazione Anziani del Tevere sarebbe disposta a sostenere un progetto di inclusione sociale basato proprio sulla pesca. Il caso di Antonio ha suscitato subito l’interesse della Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale. Il senatore Ignazio Marino, che la presiede, ha inviato i Nas nell’ufficio del direttore generale della Asl Roma D per acquisire la documentazione necessaria e avviare le opportune verifiche, ha poi convocato per oggi i medici che hanno in cura Tonino. Anche il consigliere regionale della Federazione della Sinistra, Ivano Peduzzi ha inviato una lettera alla presidente Polverini per sbloccare questa vicenda «anche perché – ha aggiunto Peduzzi – i soldi per trasferire il ragazzo ad Asti ci sono eccome». La Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale ha infatti stanziato 5 milioni di euro per il trasferimento di 41 persone dagli Opg alle comunità terapeutiche. Per l’utilizzo di questo soldi, però, le Regioni devono prima presentare dei progetti terapeutici individuali senza i quali non è possibile attingere ai fondi. Ma non tutte hanno ancora provveduto e il Lazio è tra queste. Per tale inadempienza oltre 3 milioni di euro restano al momento inutilizzati. E ogni ulteriore ritardo potrebbe costare a Tonino la sua stessa vita, oltre ad una proroga della permanenza nell’Opg di Aversa per altri due anni.

Manuela Campitelli da Liberazione

20 giugno 2011

La Spezia: Antifascisti picchiati ed arrestati dalla Polizia mentre protestavano contro l’apertura di un circolo fascista di Casa Pound !

Il 18 Giugno, a La Spezia, un gruppo di antifascisti/e si è opposto all’apertura di un circolo fascista di Casa Pound manifestando e protestando in strada.
Dato che il luogo dell’inaugurazione era inaccessibile per l’ingente plotone di protezione eretto dalla polizia di stato, gli antifascisti/e hanno effettuato un blocco stradale nelle vicinanze con l’obbiettivo di non far passare sotto silenzio e lasciare così incontrastata una reiterata violazione della Costituzione che prevede il divieto di apertura di circoli o sedi in cui si propaganda politica fascista e razzista.
Con l’occupazione e il blocco di una arteria stradale del centro cittadino gli antifascisti/e intendevano giustamente e legittimamente esprimere una forte e civile protesta in difesa dei valori dell’antifascismo e della democrazia così fortemente e pericolosamente attaccata dall’apertura del circolo fascista.
Davanti a questa manifestazione di civiltà in difesa dei valori dell’antifascismo e della Resistenza la Polizia locale ha reagito con violenza caricando e picchiando i compagni/e.
Al termine del pestaggio sono stati effettuati 9 fermi (i nove sono stati rilasciati dopo l’identificazione all’una e trenta del 19 Giugno).
Oltre alla violenza in divisa contro gli antifascisti non meno grave è stato il comportamento delle istituzioni che invece di vietare l’apertura del circolo fascista hanno dato un vergognoso ed eversivo avvallo a questa vergognosa inaugurazione, Questura, Prefetto e Amministrazione Comunale locale in primis.
Le istituzioni stesse con la loro legittimazione all’apertura di una sede fascista hanno commesso a loro volta il reato di apologia di fascismo concorrendo insieme ai fascisti di Casa Pound alla propaganda del fascismo e dell’odio razzista e xenofobo che caratterizza questa organizzazione.
L’assemblea intervenuta alla celebrazione della GIRP (Giornata internazionale per i rivoluzionari prigionieri) dedicata al rivoluzionario africano Thomas Sankara, tenutasi a Massa presso l’ex deposito del CAT, esprime solidarietà agli antifascisti/e di Spezia aggrediti e arrestati dalla Polizia.
Non è ammissibile che chi apre sedi e circoli fascisti venga protetto e legittimato dalle istituzioni, non è ammissibile che chi lotta per difendere i valori della Costituzione subisca pestaggi e arresti.

Per questo motivo siamo al fianco dei compagni/e arrestati e picchiati ed esprimiamo loro incondizionata solidarietà.

Costruiamo e rafforzeremo il fronte democratico di lotta per la conquista della vera pace sociale, dell’Uguaglianza e della Libertà!

Respingiamo uniti e con forza ogni prova di fascismo e ogni attacco ai diritti umani!

Un mondo nuovo è possibile e necessario, lottiamo per conquistarlo, cacciamo per sempre odio, sfruttamento, fascismo, razzismo e violenza!

Coordinamento Migranti Toscana Nord – ASP Circolo MS – P. dei CARC MS – Collettivo Autonomo Studentesco Massa - PCL MS – Red Warriors Massa – Luddite Riot Massa

19 giugno 2011

Punire le vittime

Do you remember war? Mentre gli aerei con i colori italiani continuano a bombardare Tripoli, pare che tutti si fossero dimenticati che siamo in guerra. Finché ieri Maroni ha annunciato una nuova legge per contrastare l'immigrazione e Frattini ha firmato l'accordo sul respingimento con il Consiglio provvisorio di Bengasi. E, non pago di questi due "successi", Maroni ha pure ventilato l'ipotesi che le navi Nato blocchino quelle dei migranti.
E allora perché non mitragliarle, come tempo fa avevano proposto quel fine giurista di Castelli e il redivivo Speroni?
Ma non c'è nulla da ridere. Le truculenze della Lega in materia d'immigrazione saranno pure il colpo di coda di un governo che ha i mesi contati, tra intemperanze verbali dei suoi ministri folcloristici e inchieste sull'affarismo di stato che non risparmiano nessuno. Ma sia la legge Maroni, sia l'accordo con il "rivoluzionario" Jabril scaricano sui migranti, e quindi sulle vere vittime della guerra civile in Libia, il peso di un intervento armato opportunistico, guidato da generali nascosti dietro l'anonimato Nato - una guerra su cui si esercita una disinformazione costante e, oltretutto, su cui gran parte della sinistra tace e acconsente.
Riassumiamo. Portare a diciotto mesi la permanenza nei centri di identificazione ed espulsione significa condannare a una lunga galera di fatto, in strutture feroci e senza garanzie giuridiche, gente in fuga da una guerra a cui Italia, Francia, Regno unito ecc. stanno contribuendo ampiamente. Significa cioè punire le vittime. Quanto all'accordo con Jabril, questo la dice lunga almeno sul gruppo dirigente di Bengasi, esattamente come gli accordi con Gheddafi la dicevano lunga sul governo di Tripoli. In entrambi i casi, scambiare petrolio e migliaia di esseri umani con quattrini e armi, ieri e oggi.
Abbiamo un'idea della fine che faranno i migranti espulsi in Libia, liberata o no che sia, e cioè in una zona di guerra, monitorata non già dalle evanescenti istituzioni umanitarie internazionali, ma da bombardieri ed elicotteri Apache? Con ciò, magari, si spera che qualche riflessione sulla natura politica della rivoluzione in Libia cominci a farsi strada in quei settori dell'opposizione italiana incantata dal bagliore dei bombardamenti.
Per quanto riguarda il nostro paese, è plausibile che questa focaccia gettata da Berlusconi nelle fauci del popolo di destra sia avvelenata per il governo, esattamente quanto le grottesche sparate sulla "zingaropoli" a Milano in campagna elettorale. Berlusconi, Maroni, il garrulo Frattini e compagnia cantante non si rendono conto che il loro discredito, anche nella base di destra, è ben più radicale e diffuso della paura degli stranieri. Peggio per la destra.
Ma intanto i migranti annegano e quelli che sopravvivono finiscono nei centri. I minori scappano dalle comunità alloggio, accoglienti quanto un reclusorio per poveri ai tempi di Dickens. Invece di alimentare la micro-criminalità urbana, come recita lo stucchevole mantra dell'insicurezza, ingrosseranno le fila del lavoro nero. Qualche giornalista di buona volontà, magari, ne troverà le tracce nei campi in cui si raccolgono pomodori e meloni. E così il cerchio di bombardamenti umanitari, isteria xenofoba e sfruttamento si chiuderà una volta di più. Che cosa si aspetta, a sinistra, non dico a spezzarlo oggi, ma almeno a prenderne consapevolezza, a stendere un abbozzo di idea, uno straccio di alternativa, se mai questa destra finirà a casa?

Alessandro Dal Lago da il manifesto

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