31 maggio 2011

Foglio di via e Daspo agli attivisti di Greenpeace per l'azione dimostrativa allo stadio olimpico a Roma

Domenica 29 maggio allo stadio Olimpico di Roma, durante la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter sul Palermo,  sette attivisti di Greenpeace hanno aperto lo striscione "Da Milano a Palermo, fermiamo il nucleare". Tutti e sette sono stati interdetti dagli stadi. Ad uno di loro Nazareth è stato imposto anche il foglio di via con divieto di ritorno a Roma per 3 anni.

Migranti: 1510 morti nel Mediterraneo in cinque mesi

Sono vent’anni che il Canale di Sicilia è attraversato dalle barche di chi viaggia senza passaporto verso la riva nord del Mediterraneo. Eppure una cosa così si era mai vista. Dall’inizio dell’anno è una strage senza precedenti. Sono già almeno 1.408 i nomi che mancano all’appello. Uomini, donne e bambini annegati al largo di Lampedusa. In soli cinque mesi. Da gennaio sono scomparse più persone di quante ne morirono in tutto il 2008, l’anno prima dei respingimenti, quando si contarono 1.274 vittime a fronte di 36.000 arrivi in Sicilia. Non solo. Quei 1.408 morti nel Canale di Sicilia rappresentano il 93 per cento dei 1.510 morti registrati nei primi cinque mesi del 2011 in tutto il Mediterraneo. Come spiegarsi l’aumento così impressionante del tasso di mortalità delle traversate?
Scomporre i dati ci aiuta a capire. Dall’inizio dell’anno infatti a Lampedusa si sono incrociate due rotte. Una dalla Tunisia e una dalla Libia. Dall’inizio dell’anno sono sbarcate circa 14.000 persone dalla Libia e 25.000 dalla Tunisia. Eppure di quei 1.408 morti soltanto 187 sono annegati sulla rotta tunisina. Mentre sulla rotta libica i morti sono addirittura 1.221. Come dire che sulla rotta tunisina ne muore uno su 130 mentre sulla rotta libica ne muore uno su 11. Dodici volte di più. I conti non tornano. Quei morti sono troppi. Non può essere soltanto il mare. E il dato potrebbe essere ancora più allarmante. Perché nessuno è in grado di dire quanti siano i naufragi di cui non si è saputo niente. L’ultimo l’ho scoperto per caso due giorni fa, parlando con alcuni superstiti in un centro di accoglienza del nord Italia.
Non è il mare l’unico responsabile di tanti morti. Sono soprattutto i militari libici. Perché questa volta gli sbarchi sono davvero un’operazione interamente organizzata dal regime. Che a differenza delle mafie che gestivano le traversate prima, non ha bisogno che la merce arrivi a destinazione. Perché non c’è mercato. I passeggeri non scelgono l’intermediario più affidabile. Ma sono semplicemente rastrellati durante le retate nei quartieri neri delle città libiche e costretti a partire contro la propria volontà. La traversata è gratuita. Paga il regime. È l’ultima arma rimasta al regime libico. Le bombe umane. L’obiettivo è spedirne oltremare il maggior numero possibile, come ritorsione contro i paesi europei. La sicurezza delle traversate è un optional. Evidentemente in Libia la vita di un nero non vale granché. Neanche agli occhi del leader panafricano Gheddafi.

Gabriele Del Grande da da Fortress Europe

30 maggio 2011

Torino: detenuto suicida al carcere delle Vallette. E' il terzo suicidio in due settimane

Ha infilato la testa in un sacchetto di plastica. E’ morto così, soffocato, un altro detenuto alle Vallette. Era Agostino Castagnola, accusato di aver ucciso la moglie. Domani si sarebbe iniziato il processo a suo carico. Ieri pomeriggio ha atteso che il compagno di cella uscisse per l’ora d’aria. Ha lasciato un biglietto, forse per spiegare il perché del suo gesto.
E’ il terzo detenuto della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno a uccidersi nel giro di pochi giorni; a metà maggio si era impiccato con la cintura nel bagno della cella Vincenzo Lemmo, 48 anni, di Forcella, in carcere con una pesante condanna definitiva per traffico di stupefacenti e per i suoi legami con la camorra. La sua pena sarebbe terminata solo nel 2025.
Aveva raccontato ai compagni di soffrire per la lontananza dalla sua famiglia, privo di qualsiasi contatto anche con il suo clan, forse isolato anche tra i compagni della sezione A. Una settimana prima si era impiccato un altro detenuto, sempre nel bagno, questa volta con un lembo di lenzuolo. Era nato a Udine e arrestato per violenza sessuale.
Leo Beneduci, segretario del sindacato della polizia penitenziaria Osapp, commenta: «Dall’inizio dell’anno è il venticinquesimo suicidio, il terzo a Torino in venti giorni. E’ una strage continua. E la polizia penitenziaria è sempre più abbandonata al destino di prendere atto del disastro delle carceri italiane». Aggiunge con amarezza: «E’ evidente che l’unica soluzione è incrementare l’organico con un provvedimento straordinario: quello che il ministro Alfano promette e non mantiene».
Agostino Castagnola aveva ucciso la moglie, Paola Carlevaro, nell’ottobre dello scorso anno, a Silvano d’Orba nell’Ovadese. All’alba, l’aveva strangolata con una corda. Poi si era costituito ai carabinieri. La donna era la farmacista all’Iper di Serravalle. I due, lui 44 e lei 40 anni, erano stati una «coppia perfetta, innamoratissima, sempre insieme in ogni i momento libero» come raccontavano i vicini e gli amici. Poi qualcosa si era spezzato nell’equilibrio di quelle due vite. L’operaio era in cura da tempo per una profonda depressione e anche la donna negli ultimi mesi aveva sofferto del male oscuro. Tre giorni prima del delitto una lite banale aveva fatto saltare l’apparente normalità dell’uomo. Poi il delitto e ieri la morte forse per sfuggire alla morsa del rimorso e della solitudine.

fonte: La Stampa

27 maggio 2011

Carceri: proteste in 30 penitenziari, con battitura delle stoviglie e scioperi della fame

In 11 carceri di tutta Italia i detenuti stanno protestando con la battitura delle stoviglie e in 20 rifiutando il cibo. A Vicenza a partire da oggi i reclusi potrebbero cominciare anche lo sciopero della sete.
A renderlo noto è la Uil Penitenziari, che accusa: “se il livello delle proteste e del confronto si alza, lo si deve esclusivamente all’insensibilità del ministro Alfano che resta silente ed immobile e del governo che continua a non far di niente per deflazionare le criticità, nonostante abbia per due anni proclamato la stato di emergenza per le carceri”.
Secondo il sindacato è in corso “una rumorosissima protesta con la battitura delle stoviglie” al san Vittore. E altre battiture si sono verificate in tutta la giornata di ieri a Bolzano, Verona, Belluno, Venezia, Prato, Firenze Sollicciano, San Remo, Imperia, Vicenza. “Davvero lungo” poi l’elenco degli istituti dove i detenuti stanno rifiutando il vitto dell’amministrazione o praticando lo sciopero della fame, “anche per solidarietà all’iniziativa di Marco Pannella”, in sciopero della fame per la situazione disumana delle carceri italiane da oltre un mese.
Della lista fanno parte Brindisi, Lecce, Ariano Irpino, Avellino, Imperia, Pisa, Firenze, Prato, Vicenza, Cagliari, Velletri, Agrigento, Rebibbia, Regina Coeli, Milano Opera, Venezia, Locri, Melfi, Belluno, Bolzano. E se i detenuti legittimamente protestano contro la deriva di inefficienza e di inciviltà del sistema penitenziario “dall’altro anche il personale - nota il segretario Eugenio Sarno - ha i suoi buoni motivi per dar sfogo alla propria rabbia e frustrazione”.

Ancora un teorema contro le lotte sociali

L'ufficio del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Padova ha reso esecutive pesantissime misure restrittive della libertà personale nei confronti di sei attivisti del movimento padovano. Si tratta dell'obbligo di firma quotidiana e dell'obbligo di tornare a risiedere nelle proprie città di origine con contestuale divieto notturno e obbligo di firma per cinque studenti fuori sede iscritti all'Università di Padova.
I fatti che vengono contestati sono pubbliche manifestazioni di dissenso come le mobilitazioni contro la riforma imposta dal Ministro Gelmini, le contestazioni in occasione della presenza in città del Presidente del Consiglio Berlusconi, le proteste contro la militarizzazione del Bo, a cui hanno partecipato, in forma conflittuale, centinaia o migliaia di persone, oltre alla reazione nei confronti della provocazione attuata dalla Lega Nord che, da un banchetto posizionato a ridosso di una manifestazione autorizzata, invocava l'annegamento in mare dei profughi provenienti dalla Libia.
Anticipando ogni decisione giudiziaria sono state imposte misure che colpiscono studenti fuori sede costringendoli ad allontanarsi dalla propria Università. Un vero e proprio confino. L'espulsione di un gruppo di studenti dalla città in cui vivono, studiano ed in cui stanno cercando di costruire per loro e per altri un futuro migliore.
A loro viene contestata la sistematica presenza in occasioni in cui pubblicamente e da migliaia di persone è stato manifestato il dissenso.
Ancora una volta il clima politico di Padova viene avvelenato dal linguaggio dell'emergenza, dalla riproposizione della logica del “teorema”, secondo cui ogni accadimento conflittuale non può che essere eterodiretto, governato da pochi e dall'alto.
Incapaci di guardare ciò che avviene in questo paese, sembra che alcuni non conoscano altro modo per spiegare ciò che accade in questa città. Non solo a Padova ma ovunque ci sono manifestazioni di conflitto e dissenso, dalla lotte (bandiere alla mano) degli operai della Fincantieri contro la perdita del posto di lavoro, a quelle degli abitanti della Val di Susa contro la ripresa dei lavori della Tav, dai conflitti dei precari a quelli per l'accoglienza e la libertà dei migranti.
L'ultimo a riesumare vecchie ed obsolete teorie è l'On. Naccarato che in più occasioni ha riproposto il suo teorema, cercando di disegnare una realtà che nulla ha a che vedere con il mondo che ci circonda in cui il conflitto, l'espressione del dissenso, sono l'ordine del giorno di intere generazioni e comunità in rivolta.
Facciamo appello a tutti coloro che ancora ritengono che il dissenso sia il sale della democrazia perché prendano posizione e chiedano che queste misure preventive lesive della libertà personale degli studenti siano immediatamente ritirate, nel rispetto delle libertà democratiche e del diritto allo studio. Perché il diritto al conflitto ed al dissenso, anche il più radicale, sia restituito alla frequentazione di chiunque dia un senso alla propria vita attraverso l'attivismo politico.

Contro il confino, contro il sequestro degli attivisti, contro la criminalizzazione del conflitto sociale.
Perché Padova torni a essere una città degna.


26 maggio 2011

Stupri in questura a Genova, agente condannato a 12 anni

E' stato condannato a 12 anni e mezzo di reclusione dai giudici del tribunale di Genova, Massimo Pigozzi, il poliziotto di 46 anni accusato di aver violentato due prostitute romene e di avere molestato sessualmente altre due donne, nel 2005, all'interno della questura del capoluogo ligure. L'agente, che era già stato condannato a tre anni e due mesi di reclusione per le torture nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001, dovrà anche risarcire il ministero dell'Interno, che si era costituito parte civile insieme all'avvocatura dello Stato.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Pigozzi, che era già stato sospeso dal servizio, avrebbe abusato delle donne, che erano state fermate e condotte in questura, all'interno di una stanza utilizzata solitamente come spogliatoio. Nella caserma di Bolzaneto, il poliziotto si sarebbe invece accanito su uno dei manifestanti arrestati, divaricandogli le dita di una mano fino a lacerargliela sino all'osso.

fonte: TMNews

Processo sulla morte di Stefano Cucchi; in udienza audizione di undici testimoni

Undici i testimoni citati  per la nuova udienza del processo che, davanti alla III Corte d'assise di Roma, si occupa della morte di Stefano Cucchi, il romano di 31 anni fermato il 15 ottobre 2009 nei pressi dell'Appio Claudio mentre stava cedendo sostanza stupefacente e poi morto una settimana dopo nella struttura di medicina protetta dell'ospedale Sandro Pertini.
Tra coloro i quali è prevista l'audizione ci sono Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, nonché il magistrato e il pm che il giorno dopo l'arresto del giovane furono presenti all'udienza di convalida.
Sul banco degli imputati ci sono dodici persone: i sei medici che ebbero in cura il giovane (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti), tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe) e tre agenti della polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici). I reati contestati, a vario titolo e a seconda delle posizioni, vanno dalle lesioni, all'abuso di autorità, al favoreggiamento, all'abbandono di incapace, all'abuso d'ufficio e alla falsità ideologica. Secondo l'accusa, rappresentata dai pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy, Stefano Cucchi fu picchiato nelle camere di sicurezza del tribunale in attesa dell'udienza di convalida, caddero nel nulla le sue richieste di farmaci, e in ospedale praticamente fu reso incapace di provvedere a se stesso e lasciato senza assistenza, tanto da portarlo alla morte.

Agente: mi disse che lo picchiarono i Carabinieri
Quando Stefano Cucchi, dopo la convalida del suo arresto per droga, entrò in carcere a Regina Coeli, disse all'agente dell'ufficio casellario della struttura penitenziaria "che lo avevano arrestato per droga e che era stato menato all'atto dell'arresto". La prima volta disse "che era stato picchiato dai carabinieri"; in un secondo momento sottolineò solo che "era accaduto all'atto dell'arresto", senza andare oltre. Lo ha detto l'assistente della polizia penitenziaria Bruno Mastrogiacomo, sentito come testimone al processo per la morte di Cucchi avvenuta una settimana dopo quell'arresto.
"Cucchi mi disse - ha aggiunto Mastrogiacomo - che fino a quando, durante il suo arresto, era stato in piedi, era riuscito a parare qualche colpo; poi non più". L'agente, sollecitato con domande sui tratti somatici e sulle movenze di Cucchi quando lo vide, ha precisato che "era violaceo in viso, tumefatto, rossastro sotto gli occhi, ma non so dire se erano lividi. Tant'è che mi venne spontaneo chiedergli Ma hai fatto un frontale con un treno?. Poi, aveva un segno rosso all'altezza dell'osso sacro. Camminava a fatica, trascinava un po' la gamba e non poteva stare seduto".
Un'altra frase di Cucchi è rimasta impressa alle forze dell'ordine. Portato con urgenza al pronto soccorso del Fatebenefratelli due giorni dopo l'arresto, nel lamentarsi per dolori alla schiena, disse all'agente Mauro Cantone: "I servitori dello Stato mi hanno fatto questo. Lo dirò al mio avvocato". Dal Fatebenefratelli fu poi portato al reparto detenuti del Pertini. E, secondo Cantone, lì, all'agente della penitenziaria che lo accolse, Cucchi disse "Accetto il ricovero, accetto tutto; basta che mi fate parlare con il mio avvocato".

Sorella: Stefano scrisse lettera, fu spedita dopo sua morte
Stefano Cucchi, la sera prima della sua morte, scrisse una lettera indirizzata a un operatore della Comunità per tossicodipendenti che frequentava. Ma quella lettera fu spedita due giorni dopo la morte. La circostanza è stata confermata oggi in aula da Ilaria Cucchi, nel corso della sua testimonianza.
"Caro Francesco - si legge nella lettera datata 20 ottobre 2009 - sono al Pertini in stato di arresto. Scusami se ora sono di poche parole, ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto a te e agli altri operatori. Ciao. Stefano Cucchi. Ps: per favore almeno rispondimi. A presto". Ilaria Cucchi ha raccontato in aula le difficoltà a ricevere e leggere le parole del fratello.
"Dagli atti dell'inchiesta del Dap - ha detto - abbiamo saputo che una Sovrintendente della polizia penitenziaria aveva detto che la sera prima della sua morte aveva visto Stefano scrivere una lettera. Ma nella scatola dei suoi effetti personali, che con difficoltà riuscimmo ad avere, quella lettera non c'era. Credevo ci fossero scritte parole indirizzate a me; successivamente fummo contattati dalla Comunità che l'aveva ricevuta. Scoprimmo che era stata spedita due giorni dopo la morte di Stefano".

fonte: Agi

Padova: detenuto di 40 anni muore in cella; in due anni è l’ottavo decesso nella Casa di Reclusione

Si chiamava Walter Bonifacio, classe 1971, originario del veneziano. Ieri pomeriggio è morto nella cella della Casa di Reclusione di Padova che condivideva con due altri detenuti.
Dalle poche notizie trapelate sembra che l’uomo abbia inalato del gas e poi sia caduto, sbattendo violentemente la testa.
Si tratta di circostanze che finora non hanno trovato conferma da parte dell’istituzione penitenziaria: l’unica certezza è che un altro detenuto va ad allungare la lista delle “vittime” del carcere.
Sono già 68 dall’inizio del 2011: 24 si sono uccisi, i rimanenti sono morti per “malattia” (gli ultimi due casi a Viterbo e Pisa) o per cause “da accertare” (sono oltre 20 le inchieste aperte su altrettanti decessi).
La morte di Walter Bonifacio è tra quelle per “cause da accertare”: suicidio? o “incidente” capitato mentre sniffava il gas della bomboletta per “sballarsi”? A favore della seconda ipotesi il fatto che Walter aveva trascorsi di tossicodipendenza.
Ma ieri a Padova il termometro segnava 34 gradi, con queste temperature le celle di cemento armato della Casa di Reclusione diventano forni e 3 persone rinchiuse in 8 mq comprensibilmente… soffocano.
Il 17 luglio dello scorso anno vi è morto il 39enne Sabi Tautsi, forse per un malore causato dal caldo, forse per una patologia congenita… o per un avvelenamento da farmaci. A distanza di quasi un anno non conosciamo ancora le cause di quel decesso.
Walter Bonifacio è l’ottavo detenuto morto dall’inizio del 2010 nella Casa di Reclusione di Padova, considerata uno dei migliori istituti di pena del Paese.
Le carceri italiane negli stessi 500 giorni hanno “visto” la morte di oltre 250 detenuti (184 nel 2010 e 68 nei primi mesi del 2011).
Pochi giorni fa un’agenzia di stampa titolava: “Ottavo detenuto morto a Guantánamo. Amnesty International sollecita un'inchiesta indipendente”.
A Guantanámo (aperto nel 2002) in 9 anni si sono verificati 6 suicidi e 2 morti per “cause naturali”. Questo ha (giustamente) sollevato attenzione e indignazione a livello internazionale.
Nello stesso periodo nelle carceri italiane sono morti circa 1.500 (millecinquecento) detenuti, di cui oltre 500 (cinquecento) per suicidio. Tutto normale? Nessuno si indigna?

fonte: Ristretti Orizzonti

25 maggio 2011

Padova: Misure cautelari nei confronti di sei studenti

Questa mattina sono stati notificati a sei studenti di Padova atti giudiziari di restrizione preventiva della libertà: obbligo di dimora e/o di firma per i sei studenti, colpiti da queste misure perchè partecipanti alle manifestazioni di dissenso contro il ddl Gelmini, la commissione statuto e la visita del presidente del consiglio Berlusconi nella città di Padova.
Nella tarda mattinata gli studenti dei collettivi di facoltà si sono ritrovati per una conferenza stampa presso la facoltà di scienze politiche.

Di seguito il comunicato degli studenti:

Questa mattina ci siamo svegliati con la polizia che bussava alle nostre porte, che in alcuni casi è entrata senza mandato nelle nostre abitazioni, per notificare a sei studenti misure cautelari preventive. La violenza con cui quest’operazione poliziesca è stata condotta, il carattere preventivo delle misure che ci hanno colpito sono elementi gravissimi ed esagerati rispetto agli episodi contestati. Ciascuna delle situazioni a cui questi episodi fanno riferimento è inserita nelle mobilitazioni di studenti e precari che, da settembre, hanno attraversato le strade di questa città così come di tutto il Paese. Quasi quotidianamente migliaia e migliaia di persone hanno messo in atto iniziative spontanee, azioni simboliche e dimostrative per urlare a tutti il proprio dissenso contro la crisi, la riforma Gelmini, il modello Marchionne, il governo Berlusconi, contro la precarietà delle nostre esistenze. Eravamo tutti assieme in piazza a volantinare, a comunicare con la cittadinanza e a raccoglierne il consenso e la solidarietà, a contestare i rappresentanti delle Istituzioni che hanno messo in atto le politiche in questione, da Berlusconi al Rettore Zaccaria, a bloccare il traffico stradale e ferroviario per dire chiaramente che la crisi non la paghiamo, per dire che non permetteremo a nessuno di toglierci un futuro degno.
Il tentativo messo in atto con questo provvedimento è quello di criminalizzare i singoli evitando di affrontare, ancora una volta, i problemi sociali che un’intera generazione sta ponendo con forza e, come le notizie che si susseguono in questi giorni dimostrano, sono problemi che accomunano i giovani italiani e spagnoli, i lavoratori di Fincantieri e i migranti dalla Tunisia e dalla Libia, chi lotta contro la Tav e chi si batte per i beni comuni.
Le accuse rivolte ai nostri compagni, agli studenti che si sono mobilitati e si mobilitano costruendo nuove prospettive di futuro per tutti, sono inaccettabili e non possono che essere inquadrate nel clima cittadino che, utilizzando strumentalmente e mediaticamente alcuni episodi, è stato costruito ad arte in questa città per tentare di mettere al bando tutte le forme di dissenso e conflitto. I movimenti sociali mettono in discussione lo stato di cose presenti, fanno paura a chi non capisce o non vuole comprendere le trasformazioni sociali in atto.
Queste misure sono ancora più gravi perché colpiscono studenti fuorisede con l’evidente scopo di allontanarli dalla città in cui hanno scelto di stare. Per uno studente fuorisede Padova è una seconda casa, il luogo in cui si vive e che si fa vivere, uno spazio in cui esprimere sé stessi e le proprie idee, un’occasione di crescita e di costruzione di relazioni. Costringere chi ha fatto la scelta di vivere e studiare a Padova a non poter tornare nella città in cui ha trascorso gli ultimi anni della propria vita è lesivo della libertà di ciascuno.
Ci troviamo davanti ad un operazione in cui alcuni singoli episodi accaduti all’interno delle grandi mobilitazioni che ci hanno coinvolti tutti, vengono utilizzati senza ritegno equiparando tutto ciò che è dissenso radicale a violenza da gestire come problema di ordine pubblico. Questa pratica viene usata per tentare di isolare e dividere con l’unico scopo di controllare il fermento sociale che nasce dalla legittima rivendicazione di desideri e necessità.
Da molto tempo stiamo denunciando la crescente inagibilità degli spazi pubblici, la sempre più frequente militarizzazione dei palazzi istituzionali che temono le proteste e provano a porre ogni voce contraria come problema di ordine pubblico. La vivibilità della nostra città è messa a dura prova da provvedimenti e ordinanze che agiscono direttamente sulle libertà individuali e collettive e quella di questa mattina è la risposta che le istituzioni danno a chi vi si oppone.
La situazione generale del nostro Paese è sotto gli occhi di tutti, la crisi sta indiscriminatamente colpendo cittadini e migranti, studenti e precari, uomini, donne, giovani. In tantissimi ci siamo ribellati e continueremo a ribellarci contro questo stato di cose. Non saranno provvedimenti illegittimi, misure restrittive vergognose né intimidazioni a fermare chi lotta per i propri diritti e la propria libertà.
L’indignazione espressa in questi mesi non può essere fermata con provvedimenti giudiziari sommari e senza senso. La libertà di parola, di dissenso, di movimento e, in generale, di opposizione sociale è quanto di più prezioso ci possa essere in questo momento nella nostra città e nel nostro Paese, quanto accaduto questa mattina non ci fermerà, saremo sempre nelle strade e nelle piazze per portare avanti progetti, iniziative e lotte: nessuno ci potrà impedire di prendere parola quando in gioco ci sono le nostre vite e i nostri desideri!

Nessuno ci impedirà di riprenderci il futuro, noi non abbiamo paura.

Libertà di movimento, per tutti e subito!

fonte: Global Project

Stadi vuoti e Tessera del Tifoso triste cronaca di un fallimento!

Concluso il campionato è arrivato il momento tirare le somme, a bocce ferme, sulla Tessera del Tifoso. Ecco di seguito per gli appassionati e per i curiosi l’intervista all’ avvocato Giuseppe Milli, penalista, esperto in diritto sulla legislazione inerente agli stadi.

Quali sono state le reali applicazioni della tessera del tifoso voluta dal Ministro Maroni?
Ritengo, senza timore di essere smentito, che a quasi un anno dell’applicazione dello strumento della tessera, mascherato da norma, ma in realtà oggetto di mera circolare amministrativa alla quale nessuna società di seria A e B ha avuto il coraggio civile di disattendere, il vero obiettivo principale prefissato dal Viminale si è pienamente realizzato. Attenzione però a non confondere questo obiettivo pensando potesse essere davvero la panacea di tutti i mali e cioè la fine della violenza negli stadi. In realtà la violenza esiste perché purtroppo è intrisa nella società attuale e, nel caso dello stadio, essa è stata solo ipocritamente trasferita e traslocata a qualche centinaia di metri più lontano. D’altro canto l’insorgere di gravi incidenti in Inghilterra, troppo spesso scimmiottata dalla real-politik italiana, rappresenta una prova certa che il sistema “tolleranza zero” è sinonimo di fallimento totale.

Ed allora quale è stato il vero obiettivo raggiunto?
L’introduzione della famigerata tessera del tifoso è niente altro che un aspetto di un progetto più vasto e globale che prevede la futura creazione degli stadi nuovi (business enorme) e pertanto condizione necessaria doveva essere una radicale mutazione genetica degli occupanti gli spalti in nome del dio Denaro e di un nuovo spettacolo plastificato a modello teatro.

Inoltre c’è stato un gran caos fra settori ospiti per tesserati, settori ospiti creati ad hoc per non tesserati e tifosi di differenti squadre che si mischiano fra loro.
Sì, infatti il problema è stato già oggetto di attenzione da parte dello stesso Viminale che, di recente, ha emesso per il tramite dell’Osservatorio, un documento che in sostanza annuncia una modifica in nuce del regime della tessera del tifoso. Infatti si sono previste per le gare da disputare l’anno prossimo una diversa tipologia a seconda del rischio connesso (grave rischio, rischio e senza rischio) e per la prima di tali categoria sarà predisposto dalle società ospitanti una sorta di settore ospiti ad hoc anche per i tifosi non tesserati. Insomma una rivoluzione copernicana rispetto ai propositi del giugno 2010.

L’introduzione della tessera del tifoso ha avuto conseguenze positive o negative? E quali sono state le conseguenze di tale applicazione?
Ne vedo solo di negative. La conseguenza che è sotto gli occhi di tutti è quella del Maroni-pensiero esposto in una delle tante interviste rilasciate agli organi di stampa alla vigilia del varo della tessera .Se lo avete dimenticato mi permetto di ricordarvelo: destrutturare i gruppi ultras. Ecco il vero ed unico obiettivo del Viminale. In parte vi sono anche riusciti anche se esistono sacche di resistenza qua e là. I gruppi ultras sono in generale stritolati da una repressione senza quartiere e questo può sembrare ai benpensanti un fatto positivo. Ed allora vi pongo degli interrogativi. Quale deriva avranno le frange ultras allontanate coattivamente dagli stadi? Il sistema di controllo sociale di massa introdotto negli stadi con daspo, art 416. c.p., galera e chi più ne ha più ne metta non potrà sviluppare un clima incandescente nell’arcipelago giovanile che così strada facendo ha perso il cosiddetto incanalamento sociale delle curve? E gli stadi oltre ad essere sempre più grigi e gelidi non sono soprattutto sempre più vuoti?

La tessera del tifoso, presentata come uno strumento in grado di debellare la violenza negli stadi, è servita al suo scopo o è stata, in questo senso, un flop?
Se ci affidiamo alle statistiche maroniane che parla di circa 800.000 tessere vendute (o regalate alla massa di interisti, milanisti e juventini…) e snoccioliamo il decremento di feriti tra le forze dell’ordine e più daspati tra gli ultras allora è stato un trionfo. Se invece si pensa al fatto che oramai centinaia di gare sono vietate allora è un totale fallimento. Per me il tifo negli stadi non è più spontaneo e per questo non esiste più il piacere di godersi lo spettacolo dei colori e canti di una intera curva. Ormai gli stadi sono dei veri percorsi di guerra. Manca solo il filo spinato.

La tessera del tifoso è stata anche senza dubbio un affare commerciale. Lei cosa ne pensa?
Che sia anche un affare commerciale è sotto gli occhi di tutti anche se non vi è stata in effetti un’informazione capillari sugli sconti praticati ai clienti fidelizzati per i gadgets o presso gli Autogrill S.p.a. (che poi è una componente del famoso Osservatorio, basta vedere che fra i componenti di tale osservatorio c’è il signor Antonio Gallo, in qualità di rappresentante della Autogrill S.p.a. ). Sono curioso di sapere quanti tifosi hanno realmente usufruito di tali (tanto pubblicizzati) sconti da tesserato.

Oltre a quanto detto, la tessera del tifoso si prefissava anche di riportare le famiglie (e in generale le persone) allo stadio. Questo è accaduto? E dei famosi vantaggi per i tesserati si vede traccia?
Basta confrontare i dati e si direbbe proprio di no ( http://www.stadiapostcards.com/A10-11.htm  e http://www.stadiapostcards.com/A09-10.htm ). A parte le scolaresche o le scuole calcio (pubblico precostituito) tutti questi bimbi negli stadi non li ho proprio visti. Quello che noto è il grande disamore e disaffezione generale della gente verso le cose del calcio e più in particolare verso le logiche del cosiddetto calcio moderno. I vuoti sugli spalti e il calo degli abbonamenti parlano molto chiaro.A parte le scolaresche o le scuole calcio (pubblico precostituito) tutti questi bimbi negli stadi non li ho proprio visti. Quello che noto è il grande disamore e disaffezione generale della gente verso le cose del calcio e più in particolare verso le logiche del cosiddetto calcio moderno. I vuoti sugli spalti e il calo degli abbonamenti parlano molto chiaro.

A Trieste, visti i pochi spettatori, hanno messo un telo con disegnati i tifosi. Cosa ne pensa? La sensazione è che si vada verso un calcio sempre più legato alla fruizione televisiva e sempre meno popolare. É così?
A Triste si è raschiato il fondo del barile. Penso che la tribuna “plastificata” del Nereo Rocco sia il sintomo più evidente della deriva del calcio italiano, comandato sempre più solo dal business e dalle pay-tv.

E sul comunicato della curva maratona uscito recentemente ci può dare delle delucidazioni? Cosa pensa stia accadendo?
Anche a Ravenna è stato segnalato un caso simile. E a Lecce è accaduto anche di peggio. Penso che tale aspetto è l’effetto collaterale del famigerato art. 9 (a proposito il ricorso collettivo sull’illegittimità di tale articolo proposto da tempo al Tar Lazio slitta di mese in mese). Siamo di fronte ad un vero e proprio controllo sociale di massa e ciò nel silenzio complice delle opposizioni che, sempre più bipartisan, accettano di fatto queste logiche senza colpo ferire. Intanto segnalo che a Lecce, sempre nel silenzio delle opposizioni in Parlamento, sono stati distribuiti circa 300 abbonamenti ai Vips locali, politici e non, senza che il titolo in questione fosse integrato dalla tessera del tifoso (come obbligo per i comuni mortali) e, peggio, senza che recasse il nome e cognome del possessore (alla faccia del biglietto nominale e delle esigenza di tutela della legalità).

I fatti di Torino citati sopra, ci indicano come spesso, quando si parla di tifosi, si sospendano temporaneamente alcuni dei diritti garantiti a tutti i cittadini. Già lo stesso D.A.S.P.O. è un provvedimento limitativo della libertà personale che molti considerano incostituzionale, ci può illustrare il procedimento per cui viene dato un D.A.S.P.O.?
In estrema sintesi il Daspo è una misura special-preventiva che dovrebbe essere irrogata solo e soltanto in presenza di un presupposto inderogabile: un reato. Ebbene molto spesso capita che il reato viene inventato e cucito su misura su Tizio o Caio per giustificare la successiva applicazione di una misura preventiva limitativa della Libertà Personale, non a caso interviene in funzione di controllo l’Organo giurisdizionale Penale (Gip) che convalida l’obbligo di presentazione innanzi alla Polizia (la cd.firma). Ma vi è di più. Molto spesso avviene che il giudizio penale venga “congelato” e di fatto il daspo viene scontato per intero senza che il soggetto daspato possa difendersi pienamente (provando la propria estraneità in un regolare giudizio penale). Magari succede che, una volta scontato il daspo per intero, il soggetto venga dichiarato assolto o, peggio, il procedimento penale si prescriva. Ebbene nessun indennizzo potrà essere richiesto per aver scontato ingiustamente il daspo.

Sempre a proposito di D.A.S.P.O., ora si paventa anche di usarlo anche per manifestazioni non sportive. Questi fatti fanno pensare ai famosi striscioni usciti alcuni anni fa in molte curve che recitavano: “Leggi speciali: oggi per gli ultrà domani in tutta la città”. Lei pensa che lo stadio sia diventato un laboratorio di sperimentazione per provvedimenti repressivi che potrebbero essere usati anche fuori dall’ambiente stadio per colpire categorie scomode e “antagoniste”?
Direi di sì. Un primo esperimento da laboratorio voleva essere attuato dopo i fatti di Roma (la cosiddetta Dama) ma, forse, anche a seguito delle voci della Dottrina in materia penale che ha parlato di chiara incostituzionalità della misura adottanda, tutto pare si sia arenato. Anche in un recente congresso a Roma si sono levate alte le voci insigni di costituzionalisti e cultori del diritto che hanno stigmatizzato il daspo e la Dama.

Per finire, se vuole aggiungere qualcosa che non è emerso nel corso dell’intervista ma che le sembra utile dire…
Il tempo è galantuomo e darà ragione o torto a questo o quello. Chi vivrà vedrà. Ma quando due anni fa dicevamo che prima o poi i tifosi saranno presi con la carrozza dalle società pur di riempire uno stadio miseramente vuoto, spettrale e grigio ( Trieste docet…) non esageravamo. Ora aggiungo un’altra facile profezia. Non appena sarà ultimata la “pulizia etnica” dei “tifosi scomodi” spunteranno come funghi gli stadi nuovi (business enorme). Volete scommettere qualcosa?

fonte:  ilsecolo21.it

Pisa: La questura vieta Canapisa 2011

Canapisa, edizione 2011 non si farà. E’ questa la decisione che sarà resa ufficiale  con un’ordinanza della Questura.  L’ennesimo incontro del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico. Comitato che, dopo le tante riunioni, ha optato alla fine per il no. Così, dopo mille polemiche, rinvii e persino l’intervento del sottosegretario Carlo Giovanardi, che ha chiesto al sindaco Marco Filippeschi di bloccare la manifestazione antiproibizionista, Canapisa sarà vietata. Oggi il questore di Pisa, Raffaele Micillo, su indicazione dello stesso Comitato, firmerà il documento ufficiale. Alla base del diniego, il mancato accordo sul percorso che il corteo avrebbe dovuto tenere questo sabato.
Ma l'Osservatorio Antiproibizionista-Canapisa crew, organizzatore della street parade non ci sta e rilancia la richiesta presentata da più di un mese e mezzo agli organi preposti di poter svolgere il corteo seguendo il percorso fatto lo scorso anno.
"Riteniamo inaccettabili - spiegano dall'Osservatorio antiproibizionista - le proposte di percorso e di conclusione della manifestazione ad oggi fatte dalla Questura: la prima vedrebbe la fine su un rotonda sulla via Emilia, la seconda davanti al parcheggio del Palazzo dei Congressi. Si tratta come è facilmente intuibile per chiunque di opzioni che non garantiscono la sicurezza dei manifestanti, visto che si chiudono su una strada e non in una piazza e che non garantiscono quel rapido deflusso dei manifestanti a fine corteo, auspicato dalla Questura. E poi chi ha mai visto un corteo che non si conclude in una piazza, ma su una rotonda? Sono non-soluzioni che rischiano di creare solo tensioni".
Non è però solo questo il punto critico avanzato dagli organizzatori: "La Questura che gli anni scorsi era stata molto ragionevole nel concordare la gestione della manifestazione, quest'anno, proprio in seguito alla stretta di Giovanardi, ha annunciato una militarizzazione del corteo, nonostante Canapisa in undici anni sia stata sempre una manifestazione assolutamente pacifica. L'impressione è che si voglia creare il caso per impedirne lo svolgimento, e che anziché praticare la riduzione del danno qui il danno si voglia volutamente massimizzare per cancellare anche questo appuntamento nazionale, proseguendo quella campagna che Giovanardi da anni sta conducendo, spegnendo tutte gli appuntamenti antiproibizionisti che si svolgono in Italia".
L'Osservatorio antiproibizionista rivendica così il suo diritto a manifestare e manifestare in forma visibile nelle strade del centro città e soprattutto di poter chiudere l'iniziativa in una piazza: "Abbiamo presentato al Comune da più di un mese e mezzo la richiesta di occupazione di suolo pubblico, e tutte le autorizzazioni necessarie per San Paolo a Ripa d'Arno, ma ad oggi non abbiamo nessuna risposta".
E qui gli organizzatori chiamano direttamente in causa il sindaco e l'amministrazione comunale: "In un momento di evidente crisi del Governo, occorre che il comune di Pisa chiarisca da che parte sta: se è a favore delle politiche dell'esecutivo di Berlusconi e della legge Fini-Giovanardi oppure se dalla parte delle Costituzione, riconoscendo il diritto di manifestare non solo a parole ma nei fatti garantendo lo svolgimento e la conclusione di una manifestazione. Attendiamo una risposta".

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Il Comunicato del Prc di Pisa

L’anti-proibizionismo è cosa seria. Come lo è Canapisa, la manifestazione che da undici anni a fine maggio attraversa le vie del centro di Pisa. Chi scende in piazza lo fa su una piattaforma politica che merita rispetto e attenzione. Rivendica il diritto all’auto-determinazione, al consumo critico e consapevole, ed alla riduzione del danno in materia di droghe. E denuncia i gravi danni derivanti dalla criminalizzazione dell’uso di sostanze: dalla proliferazione dei mercati neri alla crescita delle mafie, dall’equiparazione nefasta e anti-scientifica tra droghe leggere e pesanti alla diffusione di nuovi pericolosi mix chimici per eludere i controlli, dal boom di ingressi (e di morti) in carcere per i tossicodipendenti alla diminuzione degli interventi di tipo sociale.
Questi effetti sono il risultato di normative ideologiche, repressive e criminogene come la legge Fini-Giovanardi che nel 2006 ha reintrodotto in Italia, caso praticamente unico in Europa, sanzioni penali per il consumo personale di sostanze, non importa di che natura, possedute anche in dosi minime. Il sottosegretario Giovanardi, non soddisfatto del fallimento della legge che porta il suo nome, ha deciso recentemente di intervenire sulle autorità cittadine per ostacolare il normale svolgimento di Canapisa. Evocando in modo strumentale alcuni recenti fatti di cronaca, il sottosegretario ha scritto al Sindaco, al Prefetto ed al Questore per sapere se avessero previsto «misure straordinarie di controllo dell’ordine pubblico, di contrasto del fenomeno dello spaccio delle sostanze stupefacenti, nonché per la verifica del rispetto del divieto di propaganda pubblicitaria previsto dal testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti».
L’effetto è stato quello voluto: mentre in Italia soffia un vento di liberatorio cambiamento, Pisa si allinea ancora una volta sulle posizioni repressive della destra. Il Comitato per la sicurezza, di cui fanno parte i tre destinatari della lettera, finora ha chiesto agli organizzatori di dirottare il percorso di Canapisa su vie periferiche e di concludere la manifestazione in luoghi inidonei a contenere migliaia di persone, minacciando controlli eccezionali anche sulla vendita di cibi e bevande. Comunque la si pensi in materia di sostanze, il diritto di manifestare e di esprimere liberamente il proprio pensiero costituisce un principio fondamentale per ogni democrazia, tutelato dalla Costituzione e dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani. Le autorità possono limitare le libertà dei cittadini solo per comprovati e gravi motivi di ordine pubblico, non certo in base ad un pregiudizio ideologico o in base ad una criminalizzazione preventiva di chi si suppone parteciperà ad una iniziativa.
Per queste ragioni chiediamo con forza al Comitato per la sicurezza di garantire il diritto di manifestare senza discriminazioni, e al Comune di Pisa di fare lealmente la propria parte. Spostare Canapisa dal centro della città, dove la manifestazione si è svolta normalmente per anni, rischia di costituire un inquietante precedente, oltre a produrre problemi di gestione e a minacciare alla fine proprio quella sicurezza che sta a cuore alle autorità.

Federico Oliveri
segretario cittadino
Rifondazione Comunista Pisa

Il carcere uccide ancora: a Luigi Fallico è “scoppiato” il cuore

Indagini per omicidio colposo «Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.

Paolo Persichetti da Liberazione

24 maggio 2011

Bergamo: derubarono venditore ambulante clandestino, tre poliziotti condannati

I poliziotti avevano rubato della merce a un ambulante clandestino che, nonostante la sua condizione, non aveva esitato a denunciarli. Per questo tre agenti della questura e un loro amico sono stati condannati con rito abbreviato dal tribunale di Bergamo e un quarto poliziotto è ancora sotto processo. La vicenda risale al dicembre 2009.
Nel corso di un controllo due poliziotti avevano rubato all’ambulante senegalese due giubbotti Moncler, la scheda di un cellulare e 255 euro. Poi, con la complicità di due colleghi, avevano redatto un verbale in cui avevano messo una loro versione dei fatti, aggiungendo che lo straniero aveva opposto resistenza. Il senegalese, incurante dei problemi che avrebbe avuto in quando clandestino, si era presentato proprio in questura a presentare la denuncia. Era così partita l’inchiesta che già nel gennaio di un anno fa aveva portato tre agenti in carcere. Oggi la sentenza in abbreviato: quattro anni e due mesi al sovrintendente P.M., 48 anni; tre anni e tre mesi all’assistente D.G., 35 anni (entrambi responsabili di peculato, falso in atto pubblico, violenza privata e calunnia); un anno con pena sospesa per falso in atto pubblico e favoreggiamento al sovrintendente S.P., 42 anni, uno dei due autori del falso verbale. Con le stesse accuse è finito a processo un quarto agente, L.B., 30 anni, che però ha rifiutato il rito alternativo. Condannato a un anno e 8 mesi anche un amico dei due poliziotti, A. L., 44 anni, titolare di un centro anti-fumo, colpevole del concorso nel peculato dei Moncler, ma assolto per quello di telefonino e soldi. Era stato lui ad attirare con una scusa il senegalese nel punto in cui era poi scattato il controllo.

fonte: Agi

Genova: Polizia carica corteo operai Fincantieri

La rabbia degli operai della Fincantieri si fa sentire anche negli stabilimenti liguri. Questa mattina mille lavoratori, partiti dallo stabilimento di Sestri Ponente, dietro allo striscione "Non chiuderete il cantiere" sono arrivati fin sotto la prefettura per chiedere un incontro con il rappresentante del governo, ma l’unica risposta che hanno trovato è stato l’ennesimo atto repressivo da parte della polizia che ha caricato il corteo, il quale ha risposto con lanci di pietre e bottiglie. Negli scontri rimangono feriti alcuni operai tra cui uno alla testa in maniera grave. "Abbiamo ricevuto l'attenzione dello Stato", è il commento ironico di un suo collega.
Dopo gli scontri e una lunga trattativa, il prefetto ha accettato di incontrare una delegazione di sindacalisti, con il risultato che dopo la discussione il sindacalista della Fiom è uscito annunciando che la lotta continuerà, continuerà con l’occupazione del cantiere di Sestri e che continuerà il presidio davanti alla prefettura. Allo stesso tempo, anche a Sestri Levante un corteo di lavoratori dei cantieri di Riva ha bloccato per quasi due ore il casello di Sestri Levante della A12 Genova-Livorno. Questi lavoratori, secondo il nuovo piano industriale, verrebbero trasferiti nello stabilimento di Muggiano, per lasciare a Riva soltanto la produzioni delle parti meccaniche

Firenze: sgomberato presidio migranti

Sabato mattina un corteo di italiani e rifugiati eritrei, somali ed etiopi ha concluso il suo percorso in Piazza Bambini e Bambine di Beslan, davanti alla Fortezza da Basso di Firenze dove si stava svolgendo la manifestazione Terra Futura, vetrina della regione Toscana sullo sviluppo sostenibile. Al grido di “terra futura, tenda presente” i rifugiati politici hanno montato insieme a noi un presidio permanente di protesta. I rifugiati (fuori dai percorsi di assistenza e senza casa) chiedono uno stabile da autogestire e recuperare, la residenza nel Comune di Firenze e il rinnovo dei titoli di viaggio . Il Comune di Firenze non solo non si è fatto vivo ma ha mostrato il volto duro della repressione. La Polizia Municipale ha fatto irruzione nella tendopoli in cui migranti e italiani stavano dormendo: hanno cominciato a trascinare la gente fuori dalle tende in malo modo, sfasciando e strappando i teli e le strutture dei ripari provvisori. Al tentativo dei migranti di resistere, mettendosi davanti e sotto le camionette che stavano portando via il materiale della tendopoli, la Municipale ha reagito con strattoni, spinte, calci e buttando le donne a terra, provocando alcuni contusi lievi. Il tutto condito da varie provocazioni e offese da parte dei pubblici ufficiali presenti che denunciamo con forza. Le forze dell'ordine sempre in disparte, sono intervenuti solo quando tre migranti hanno minacciato di lanciarsi da un cavalcavia in preda alla disperazione per l’ingiustizia che si perpetrava, ancora una volta, contro di loro. In ogni caso la ferma e decisa determinazione dei migranti e degli italiani presenti, ci ha permesso di resistere allo sgombero. La responsabilità di tutta questa operazione è da attribuire solo ed esclusivamente al sindaco Renzi, sempre più chiaramente destrorso nelle idee e nei mezzi usati . Se fino a pochi giorni fa Renzi si vantava della vetrina di Terra Futura oggi finalmente il “rottamatore” ,che vorrebbe rappresentare il cambiamento del Pd, presenta il suo vero volto: come un De Corato qualunque rimanda i problemi reprimendoli con la repressione. E' questa la terra della solidarietà e dell'accoglienza di cui parla il presidente della Toscana Rossi? A noi non ci sembra. I rifugiati politici hanno il diritto di avere una casa o almeno un Cara (centro per rifugiati) da cui possono entrare e uscire per lavarsi, mangiare e dormire. A questo punto ci domandiamo quindi dove stia, davvero, l’illegalità. In più troviamo gravissimo che le nostre richieste non vengano ascoltate, anche perché la richiesta di uno stabile da gestire e recuperare non comporta nessuna spesa per il Comune di Firenze.
In ogni caso il presidio permanente è stato velocemente ricostruito, più grande di quello precedente e sarà animato, nei prossimi giorni, da molte iniziative.
Non ce ne andremo da qui finchè non avremo risposte: anche se noi chiediamo diritti e voi ci date polizia rimarremo a pretendere ciò che spetta di diritto ai nostri amici somali, etiopi ed eritrei.

avanti Brigate!

Brigate  Solidarietà Attiva

Catania: Lotta per la casa, denunciati il Segretario di Rifondazione Comunista ed un militante del Centro Popolare Occupato Experia

Il 19 maggio un presidio spontaneo delle famiglie sgomberate dal Palazzo di Cemento di Librino veniva caricato con incredibile violenza, testimoniata da numerose immagini, da un foltissimo gruppo di agenti della polizia municipale e, in un secondo momento, da un nucleo di agenti della squadra mobile della polizia di stato. Le famiglie, attraverso un pacifico presidio in piazza Duomo, volevano denunciare la mancanza di assegnazione di alloggi provvisori e l'eccessiva precarietà delle soluzioni abitative fornite dai servizi sociali e dall'amministrazione comunale (ad alcuni nuclei familiari non è stata fatta alcuna proposta, altri sono stati portati in pensioni ed alberghi per appena 5 giorni, per altro già scaduti).
Come strutture politiche, da sempre a difesa dei diritti sociali in città, sin dal primo momento di protesta siamo state accanto a chi ha chiesto di essere liberato dalla criminalità organizzata, dalla precarietà abitativa, dalle indecenti condizioni in cui l'amministrazione comunale aveva abbandonato il Palazzo di Cemento. Eravamo in piazza Duomo insieme alle famiglie per chiedere l'assegnazione di case alternative e non per difendere un Palazzo di Cemento che il centrodestra ha sfruttato in molte campagne elettorali.
Il Sindaco di Catania Raffaele Stancanelli e la sua maggioranza, incapaci di fornire soluzioni al problema, hanno subito accusato, sapendo di mentire, le strutture politiche solidali con la protesta delle famiglie di strumentalizzare e di aver usato violenza nei confronti delle forze chiamate ad intervenire in Piazza Duomo, riducendo un fatto serio e drammatico in problema di ordine pubblico.
Proprio al fine di criminalizzare la legittima protesta di chi ancora oggi è senza un tetto, oggi, 23 maggio 2011, la Digos di Catania ha notificato a Pierpaolo Montalto, Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista ed a un compagno del Centro Popolare Occupato Experia una denuncia per la fantasiosa accusa, sconfessata dai numerosi video pubblicati, di resistenza a pubblico ufficiale e di organizzazione di manifestazione non autorizzata. È chiaro l'intento di intimidire chiunque porti solidarietà alle giuste lotte che si avviano in città e che si intensificheranno nei prossimi mesi a fronte dell'acuirsi della crisi sociale che avanza a Catania e nel Paese.
Esprimiamo piena ed incondizionata solidarietà alle famiglie in lotta per la casa ed ai compagni denunciati. Ribadiamo che non ci lasceremo intimidire da questi volgari attacchi e che continueremo, con più forza di prima, la nostra battaglia per la giustizia sociale.
Forti delle nostre ragioni chiediamo al Sindaco Raffaele Stancanelli ed alla sua giunta di chiarire le soluzioni che l'amministrazione comunale vuole fornire ai drammatici problemi abitativi della città e, soprattutto, di chi è stato, proprio dal Comune, sbattutto in mezzo alla strada. Chiediamo altresì al Sindaco ed ai dirigenti dello IACP di Catania il perché della mancanza di assegnazione, da molti anni, di case popolari. Chiediamo infine al Sindaco di Catania ed all'Ass. Pennisi quali politiche sui servizi sociali si vogliono sviluppare in città, tenuto conto che proprio Raffaele Stancanelli è sotto processo per abuso d'ufficio in merito allo scandalo dei servizi sociali regionali del 2006.
A tal fine invitiamo il Sindaco, la sua giunta e le forze politiche e sociali della città ad un confronto pubblico che intendiamo promuovere nei prossimi giorni.

Centro Popolare Occupato Experia
Movimento Studentesco Catanese
Partito della Rifondazione Comunista

23 maggio 2011

Napoli: Aggredito militante del PRC dai mazzieri di Lettieri!!

Quest’ oggi verso le 18.30 presso Piazza Dante, Luciano, 55 anni tesoriere del Prc circolo Avvocata Karl Marx, è stato aggredito dalle squadracce di Gianni Lettieri. Tornando a casa, il nostro compagno stava transitando sul lato dove era posizionato il gazebo di Lettieri. E’ stato riconosciuto dai fascisti perché portava un nastro arancione, il colore della campagna elettorale di Luigi De Magistris. Luciano NON HA REAGITO ALL’AGGRESSIONE. A distanza di quasi un mese dall’aggressione a Lettieri, i balilla di Lettieri avevano cercato di provocare martedì scorso i compagni del Laboratorio Occupato SKA intonando fuori al centro sociale “faccetta nera” e altri cori inneggianti al fascismo. La campagna elettorale del centrodestra napoletano iniziò a settembre, quando i disoccupati di Forza Sociale lanciarono delle pietre contro al federazione del nostro partito. Una campagna elettorale piena di tensione, con aggressioni condotte da Casapound e Stupor Mundi, i burattini del Pdl e del governo italiano. Con la violenza, i fascisti provano a mettere paura ai compagni come Luciano, che ogni giorno prova a contribuire PACIFICAMENTE al miglioramento della vivibilità dei nostri territori. Questi tizi stanno cercando di creare un clima di intimidazione nei confronti di elettori indecise e moderati, ma non riusciranno nel loro intento, anzi, tali aggressioni convinceranno ancor di più il popolo a stare contro chi non ha niente da dire e quindi concepisce come mezzo di propaganda soltanto la violenza. Siamo ancora più uniti e compatti a sostenere Luigi De Magistris come Sindaco.


Partito della Rifondazione Comunista circolo Avvocata “Karl Marx”
Giovani Comunisti Avvocata

Giustizia: intervista a Loic Wacquant; carceri strapiene ma solo 3% detenuti per reati gravi

Gli Stati di oggi, in Europa come al di là dell’oceano, vivono di un paradosso. Sono loro stessi a creare quella marginalità alla quale rispondono con il carcere”.
Il sociologo francese Loic Wacquant - l’allievo di Pierre Bourdieu che in libri tradotti in decine di lingue ci ha raccontato la globalizzazione del nuovo senso comune punitivo - ci spiega l’utilizzo del sistema penale nelle nostre democrazie.
Venerdì ha aperto lui i lavori della seconda giornata del convegno che Antigone ha organizzato in occasione dei propri venti anni di vita. Nella Sala del Refettorio della camera dei - “non ho mai parlato in una sala così bella”, ci dice mentre scatta fotografie tutto intorno - gli chiediamo perché nelle ultime decadi gli Stati Uniti d’America, dove Wacquant insegna alla University of California di Berkeley, abbiano visto un’esplosione che pare inarrestabile del numero dei detenuti.

“Quel che è certo è che tutto ciò c’entra assai poco con il controllo del crimine. Il sistema penale è d’altra parte uno strumento ben poco efficiente in questa direzione. Negli Stati Uniti, ma certo non solo, meno della metà dei reati gravi arriva alle orecchie delle forze di polizia, e quelli che ottengono una sentenza sono tanti meno ancora. Penalmente non si riesce a rispondere a più del 2 o 3 per cento dei crimini seri”.

E allora tutta questa espansione dell’uso delle carceri, che anche in Europa sperimentiamo, non produce risultati?
Eccome se ne produce. Ma non nella lotta alla criminalità. Sono altre le funzioni che si demandano al sistema penale.

Quali?
In questo i sociologi si dividono tra chi segue la tradizione marxista sostenendo che la prigione svolga un ruolo materiale di controllo e chi segue la tradizione che si ispira a Durkheim sostenendo che svolga invece un ruolo simbolico. Io credo che per comprendere il sistema delle pene le due tradizioni vadano tenute assieme. Il carcere oggi viene usato sicuramente per eseguire due compiti materiali: quello di piegare la parte reticente della classe lavoratrice, disciplinare il nuovo proletariato alle tendenze del mercato, e quello di togliere dalla circolazione le persone “inutili”, coloro che neanche nel mercato lavorativo del precariato potrebbero entrare: i senza casa, i malati di mente che altrimenti lo Stato dovrebbe preoccuparsi di curare.

E quanto al ruolo simbolico?
Il carcere serve per riaffermare l’autorità dello Stato. In questo ha una fortissima carica simbolica.

Dicono che l’opinione pubblica chiede sicurezza. È per questo che i detenuti aumentano?
Sì, certo, ma in realtà è una sicurezza sociale quella di cui c’è davvero bisogno. Le vite sono incerte perché il lavoro è sempre più precario, la povertà aumenta a causa di politiche economiche scellerate e di un welfare ridotto all’osso. A queste nuove forme di povertà le democrazie di oggi rispondono con le prigioni. Non è cambiato niente negli ultimi cinquecento anni.

In che senso?
La prigione aveva queste stesse funzioni all’inizio della sua storia, nel XVI secolo. Serviva a ripulire le strade. L’istituzione carceraria è nata come risposta a delle forme di povertà. E oggi si risponde allo stesso modo contro i “nuovi poveri”.

Cosa dobbiamo fare per interrompere questa crescita nell’uso del carcere? Come possiamo destituirlo dal suo ruolo simbolico e di gestione delle marginalità e restituirgli a pieno titolo la sola lotta al crimine?
Innanzitutto evitando di fare quello che si fa oggi, quando le politiche penali vengono modulate momento per momento sull’emozione causata da un singolo episodio di cronaca. Le politiche economiche non rispondono alla chiusura di una singola fabbrica.

Perché il sistema penale dovrebbe star dietro a un singolo crimine? Solo perché gli strumenti mediatici gli danno tanto spazio? E poi?
E poi bisogna lavorare sulla lunga distanza. Bisogna farsi carico della marginalità. Badate che io non parlo di inclusi e di esclusi, ma di “marginali”. Nessuno sta fuori dal sistema: può starne ai margini, ma sono tutti inclusi. È il sistema stesso che li colloca ai margini. E allora bisogna uscire dal paradosso di cui parlavo prima. Lo Stato deve riaffermare la propria missione economica e sociale e diventare un generatore di autentica sicurezza.

fonte: il manifesto

Treviso: Carabiniere sotto processo, accusato di aver pestato un detenuto in cella sicurezza

Carabiniere nei guai, con l’accusa di aver picchiato un giovane detenuto in cella di sicurezza causandogli un danno permanente alla vista. La Procura ha chiesto il processo per lesioni e danneggiamento nei confronti del brigadiere capo E.T., 53 anni.
Il militare all’epoca dei fatti era in servizio alla stazione di Castelfranco; la vittima, il ventintreenne B.H., si è costituita parte civile e nell’udienza preliminare dello scorso 5 maggio ha presentato una richiesta di risarcimento da 140 mila euro e ha chiamato in causa anche il ministero della Difesa. I fatti contestati risalgono al 9 luglio dello scorso anno quando alla stazione di carabinieri di Castelfranco viene denunciato il furto di una moto.
Il proprietario fornisce una descrizione molto accurata del ladro e i militari sospettano si tratti di B.H. di Castelfranco. Scatta il sopralluogo in casa del ragazzo: la moto, in effetti, è custodita nel suo garage. Il ventitreenne viene arrestato e portato nella cella di sicurezza della casera. Qui, verso le 18, va a trovarlo la fidanzata che lo trova in buono stato di salute. Mezz’ora più tardi, alle 18.30, arriva anche la madre che deve consegnargli dei farmaci.
Stando alla ricostruzione degli inquirenti, la madre lo trova in ben diverse condizioni fisiche: un occhio pesto, uno zigomo gonfio. Uno stato che viene rilevato anche dal medico del carcere quando, alle 20, il giovane viene portato dalla cella di sicurezza al carcere di Santa Bona. Il medico che lo visita all’ingresso del penitenziario gli chiede cosa gli sia successo: B.H. dice di essere stato picchiato da un carabiniere mentre era detenuto in caserma.
Il giovane viene mandato al Cà Foncello per essere medicato: qui gli diagnosticano 15 giorni di prognosi per lesioni all’occhio; gli viene prescritta anche una visita oculistica per valutare eventuali danni alla retina. Intanto, dall’infermeria di Santa Bona parte la segnalazione alla Procura del presunto pestaggio. Qualche giorno dopo il ventenne - nel frattempo scarcerato - viene convocato dalla polizia giudiziaria per essere sentito sull’accaduto e in quell’occasione viene formalizzata la denuncia nei confronti del brigadiere E.T.
L’inchiesta del sostituto procuratore Francesca Torri si chiude con la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del carabiniere a cui vengono contestati i reati di lesioni e abuso di autorità contro i detenuti: secondo la ricostruzione della Procura, il brigadiere avrebbe colpito il giovane con pugni al volto e con calci alle gambe.
Ma non basta: al brigadiere viene contestato anche l’abuso d’ufficio. All’origine dell’aggressione, ritengono gli inquirenti, ci sarebbe stato infatti un torto fatto dal giovane a un’amica del carabiniere. Il giovane, nella scorsa udienza, si è costituito parte civile con gli avvocati Pietro Guidotto e Marco Furlan, chiedendo un risarcimento danni di 140 mila euro in quanto i pugni al volto gli avrebbero causato un danno permanente alla vista con restrizione del campo visivo. La prossima udienza è stata fissata per il 27 settembre.

fonte: La Tribuna

Quando si calpesta la dignità umana. A proposito del detenuto morto al Don Bosco.

Le speranze di vita per il detenuto Mario Santini di 61 anni, erano ridotte al lumicino, malato terminale è stato mandato dall'ospedale al Carcere dove è spirato due ore dopo. Protocolli sanitari a parte, lo hanno mandato a morire dietro le sbarre nonostante la incompatibilità del paziente (per le sue gravi condizioni di salute) col regime detentivo. La magistratura di sorveglianza, timorosa di scontentare potere politico e lobbyes mediatiche, è tra i responsabili principali del trattamento disumano e degradante riservato ai detenuti costretti a vivere, e a morire, nel grigiore di ferro, cemento e sovraffollamento degli istituti di pena.
Ci chiediamo allora perché trasportare un detenuto in carcere quando aveva solo poche ore di vita e se lo stesso trattamento sarebbe stato riservato ad un malato terminale non detenuto. Esistono due pesi e due misure diverse, un non detenuto sarebbe stato giustamente ricoverato nella struttura sanitaria più idonea.
Allora ci chiediamo perché un detenuto oggi non abbia gli stessi diritti di altri cittadini e per quale ragione il carcere sia una discarica sociale dentro cui sono sospesi diritti, principi elementari come quello della salute e della stessa dignità umana.
Nelle carceri italiane c'è una situazione drammatica che non ha niente da invidiare ai carceri dei paesi dittatoriali. Una vergogna da contrastare con tutte le nostre forze.
Del resto, il trattamento riservato ai carcerati e ai migranti rappresenta un ammonimento per chi sta fuori, per chi dissente , per chi si oppone e si ribella. Oggi ai detenuti, domani a tutti gli altri?

Zone del silenzio-pisa

Liberi tutti ! Corteo contro la repressione a Firenze

Sabato 21 maggio nella città toscana si è svolta un'intensa giornata di mobilitazione in solidarietà agli studenti e alle studentesse colpiti dalla vasta operazione di polizia avvenuta ad inizio mese. Un'operazione che ha portato a 5 arresti domiciliari, una decina di misure cautelari, in tutto 84 indagati, con capi di imputazioni quali imbrattamento di edifici pubblici, danneggiamento di bancomat e occupazione di suolo pubblico; pratiche messe in atto da chi la crisi la paga quotidianamente sulla propria pelle, non da criminali come vorrebbero far credere istituzioni, forze dell'ordine e media mainstream.
Le accuse rivolte agli indagati fanno riferimento al periodo di mobilitazione che, lo scorso autunno, ha visto scendere in piazza un'intera generazione in rivolta. Studenti e studentesse che, trovando un collante nell'opposizione alla riforma Gelmini, hanno avuto la capacità di scagliarsi con forza contro la precarietà delle vite e il furto quotidiano del proprio futuro.
L'operazione repressiva, messa in atto da questura e magistratura, è l'ennesima dimostrazione di quanto il potere tema la forza dei movimenti, la forza di chi ha la capacità di lottare mettendo in campo pratiche conflittuali, rifiutando di rassegnarsi alle politiche di austerità che i governi danno come risposta alla crisi economica.
Il movimento che la scorsa stagione ha infiammato le piazze di tutto il nostro paese, culminando nel 14 dicembre romano, non farà nessun passo indietro di fronte a questi meri tentativi di repressione.
Quest'oggi il movimento ha saputo esprimere rabbia e conflittualità riproducendo quelle dinamiche e quelle pratiche che hanno caratterizzato le lotte di questo autunno.
Dal primo pomeriggio in un migliaio si sono ritrovati in piazza S. Marco per portare la propria solidarietà agli arrestati: Vittorio, Dani, Massi, Luca, Pietro.
Il corteo, composto da studenti, precari e sindacati di base, aperto dallo striscione "i movimenti non si processano, la lotta non si arresta", ha attraversato le vie della città sanzionando quei luoghi, simbolo del potere, che già furono oggetto di contestazione nella scorsa stagione.
In una delle prime azioni i manifestanti hanno affisso con la colla, sul muro del rettorato dell'ateneo fiorentino, uno striscione che recitava "contro l'università azienda, la lotta non si ferma".
Più avanti, mentre alcuni manifestanti bloccavano il traffico, altri si sono diretti verso gli uffici del Pdl sanzionandoli. Altro obiettivo del corteo è stata Confindustria, complice della privatizzazione del sapere e della precarizzazione.
Oltre alle azioni compiute, la solidarietà agli arrestati si è espressa anche attraverso le molteplici scritte fatte sui muri di tutta la città.
Il corteo si è poi concluso nella piazza davanti alla Fortezza Da Basso, dove a seguito di un corteo svoltosi la mattina, il movimento di lotta per la casa insieme ai migranti del Corno d' Africa hanno occupato la piazza e allestito una tendopoli per dare visibilità alle problematiche riguardanti i diritti dei profughi. Firenze è, infatti, una delle città toscane con il maggior numero di richiedenti asilo: tutte soggettività che quotidianamente, riappropriandosi dal basso di spazi inutilizzati, lottano per vedere garantiti i propri diritti.
Negli interventi conclusivi, oltre a ribadire la solidarietà per gli arrestati richiedendone l'immediata liberazione, è emersa la volontà dei rifugiati di mantenere l'occupazione della piazza anche nei prossimi giorni.


fonte: InfoAut

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