30 aprile 2011

Sentenza UE: Una condanna irreversibile delle politiche repressive

La Corte di giustizia Ue ha stabilito che la direttiva 2008/115/Ce sul rimpatrio dei migranti irregolari «osta ad una normativa nazionale che punisce con la reclusione il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato ad un ordine di lasciare il territorio nazionale. Una sanzione penale quale quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere la realizzazione dell'obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali». In altri termini la "cattiveria" di Maroni, con l'inasprimento di tutte le sanzioni penali introdotto dai diversi "pacchetti sicurezza", e la criminalizzazione di qualunque ipotesi di irregolarità, hanno solo prodotto clandestinità e non sono servite, oltre alle vittorie elettorali, ad assicurare una efficace politica dei rimpatri. Adesso lo dice anche l'Ue.
La pronuncia della Corte prevale sulla normativa interna ed i giudici che dovranno occuparsi nei prossimi giorni di convalide di respingimenti, espulsioni e misure di trattenimento dovranno tenere conto dei principi affermati dai giudici europei. Secondo la Corte il giudice incaricato di applicare le disposizioni Ue e di assicurarne la piena efficacia, dovrà disapplicare ogni disposizione nazionale contraria al risultato della direttiva (segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni) e tenere conto del principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite, il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.
La decisione della Corte costituisce una condanna irreversibile delle politiche repressive e demagogiche adottate negli ultimi anni dai diversi governi in materia di immigrazione irregolare, successivamente aggravato dal pacchetto sicurezza (legge 94/2009). Si afferma per la prima volta il principio che la sanzione penale non può costituire lo strumento per governare fenomeni complessi che richiedono un giusto equilibrio tra l'efficacia degli interventi ed il rispetto dei principi fondamentali della persona umana, da riconoscere senza deroga alcuna anche agli immigrati irregolari. Appare importante l'affermazione secondo la quale «se è vero che la legislazione penale e le norme di procedura penale rientrano, in linea di principio, nella competenza degli stati membri, su tale ambito giuridico può nondimeno incidere il diritto dell'Unione». In base alla direttiva comunitaria sui rimpatri, che vieta qualunque automatismo nella sanzione penale e nelle misure limitative della libertà personale, indicando la necessità del preventivo esperimento del rimpatrio volontario, salvo casi indicati tassativamente, «... tale privazione della libertà deve avere durata quanto più breve possibile e protrarsi solo per il tempo necessario all'espletamento diligente delle modalità di rimpatrio».
La sentenza non tocca, per ora, il reato contravvenzionale di clandestinità introdotto nel 2009 con l'art. 10 bis, ma anche su questa norma pende un giudizio di rinvio davanti alla Corte di Lussemburgo, e se la Corte non adotterà valutazioni di bilanciamento politico, ma resterà coerente con i principi enunciati nella sentenza di ieri, anche questo reato, nella sua attuale formulazione, dovrà essere dichiarato in contrasto con la Direttiva sui rimpatri. La decisione dei giudici di Lussemburgo ha infatti una portata molto ampia. La Corte ricorda che «al giudice del rinvio [...]spetterà disapplicare ogni disposizione del D.Lgs 286/98 contraria al risultato della direttiva 2008/115, segnatamente l'art. 14, comma 5 ter».
Anche la materia dei trattenimenti nei Cie o nelle strutture improprie nelle quali in queste ultime settimane sono stati rinchiusi i migranti che si voleva respingere o espellere, è fortemente incisa dalla sentenza emessa ieri. Effetti rilevanti si avranno anche nelle carceri. Coloro che sono colpevoli soltanto di inottemperanza all'ordine di lasciare entro 5 giorni il territorio (il cosiddetto foglio di via) dovranno essere rilasciati. Occorrerà promuovere le istanze di scarcerazione per chi è detenuto in attesa di giudizio o per effetto di sentenza definitiva per il reato commesso dopo il 24/12/2010, data ultima per il recepimento della Direttiva rimpatri.
Finalmente, la criminalizzazione degli immigrati irregolari, detenuti solo per non avere ottemperato all'ordine di allontanamento del Questore, dovrebbe cessare. Occorrerebbe ora denunciare al giudice penale le espulsioni adottate o eseguite, senza provvedimenti formali, o non conformi alla direttiva rimpatri, e sollevare eccezioni di costituzionalità nei giudizi in corso, su tutta la disciplina dei rimpatri forzati e della detenzione amministrativa contenuta nel T.U. sull'immigrazione, magari sulla base delle stesse considerazioni svolte dalla Corte di Giustizia, per effetto del richiamo degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione che affermano il primato del diritto comunitario.
Non conviene comunque cantare vittoria troppo presto, facile che Maroni e soci intervengano con apposito decreto legge, e c'è il timore che il Presidente della Repubblica firmi qualsiasi provvedimento in materia di immigrazione. Su questo è facile prevedere che il governo si possa ricompattare. Del resto per la Lega, l'unico vero motivo per dire no ai bombardamenti sulla Libia è la paura dell'immigrazione che Gheddafi potrebbe "scagliare" contro il nostro paese. Occorre organizzare comitati regionali di difesa legale, intesi come reti d'urgenza, in collegamento con i movimenti antirazzisti. In Sicilia ci stiamo provando. Offrire una risposta diffusa sui territori anche per battere il senso comune, che dopo questa sentenza si sentirà defraudata della fallimentare politica del "rigore", come certifica adesso anche la Corte Ue, adottata da questo governo e mai abbastanza contrastata dalle opposizioni.

Fulvio Vassallo Paleologo - Università di Palermo
da Liberazione 29 aprile 2011

29 aprile 2011

Palermo: Sgomberato il laboratorio occupato Vittorio Arrigoni‏

Dopo un'occupazione, fatta da studenti lavoratori e precari ed improntata sulla liberazione di uno spazio simbolo del degrado sociale nel quartiere dell'Albergheria , in cui la precarietà e la disoccupazione rappresentano la normalità, è arrivato lo sgombero da parte dei carabinieri.
Risulta impensabile che in una città come Palermo e in particolare all'Albergheria, che vive da anni l'emergenza abitativa e l'assenza dentro i quartieri popolari di spazi di aggregazione sociale liberi dal profitto, possano esistere decine e decine di spazi pubblici abbandonati per l'incuria delle istituzioni funzionali solo alla speculazione edilizia.
In una Palermo malgovernata dal sindaco Cammarata che ha tagliato servizi sociali, politiche di assistenza sociale e abitativa e sussidi, e in cui aumentano il costo della TARSU (tassa per l'immondizia) e il costo dei trasporti pubblici (il biglietto dell'autobus è arrivato fino a 1euro e 30) i giovani palermitani sono costretti alla disoccupazione come condizione endemica o come unica alternativa all'emigrazione di massa tornata ai livelli degli anni '60.
In una Palermo blindata e militarizzata per la visita del presidente del Consiglio Berlusconi che aprirà il 4 maggio i lavori di un convegno del Partito Popolare Europeo, nella capitale della disoccupazione e della precarietà in perenne emergenza abitativa aggravata ancor di più dalla crisi economica, l'unica preoccupazione delle istituzione locali è quella di reprimere e sgomberare coloro che occupano spazi e vogliono portare avanti progetti sociali volti ad un cambiamento reale di questa città.
La nostra risposta a questo sgombero sarà quella di rilanciare la lotta tornando a liberare altri spazi occupandoli nei prossimi giorni!

Laboratorio occupato Vittorio Arrigoni - Palermo

Napoli: aggressione fascista alla facoltà di lettere

Giorno 28 aprile, intorno alle 9 di sera, dopo la chiusura della facoltà di Lettere, sono comparse sui muri del palazzo svastiche e scritte inneggianti al nazismo.Come di consueto, i compagni della facoltà non hanno aspettato che calasse la notte per cancellare le svastiche e le scritte razziste che hannop imbrattato i muri di un luogo da sempre teatro di lotte studentesche ed antifasciste, preferendo organizzare fin dalla mattoina presto un momento aggregativo e di controinformazione per denunciare l’accaduto e ripulire la facoltà dai segni di quegli infami.
Tra le 10.30 e le 11 pero’, nel bel mezzo dell’iniziativa, tre appartenenti a Cpi Napoli, tra cui il candidato nella lista “Liberi Con Lettieri” Enrico Tarantino, sono passati tra i compagni e dopo un breve diverbio verbale, senza alcuna esitazione, hanno tirato fuori le lame con cui hanno colpito tre dei nostri compagni,attualmente all’ospedale.
Per ora le notizie che abbiamo circa il loro stato sono per due compagni punti di sutura alle braccia e alle gambe ( 9 per uno di loro, dietro il braccio, e 7 in tutto per l’altro ferito ad entrambe le gambe).Un altro compagno è stato attualmente spostato nel reparto chirurgia; oltre a ricevere 5 punti di sutura dietro la testa per un colpo da cinghia, deve essere operato ad una mano con cui, secondo i medici, si è difeso da un colpo che aveva ben altra e più grave destinazione.Probabilmente i muscoli della mano si sono lacerati,aspettiamo notizie.Gli antifascisti napoletani, di ogni territorio luogo e facoltà stanno intanto accorrendo sotto l’Università in attesa del corteo che partirà proprio da qui alle ore 16.00.
Già fioccano comunicati infami dei fascisti di Casapound, che lamentano di aver subito un’aggressione, ma chiunque passasse sotto la facoltà in quel momento ha ben chiara la dinamica che si è sviluppata: un’aggressione vile, infame e armata contro dei compagni da sempre impegnati nelle lotte antifasciste.


NESSUN AGGUATO RESTERA’ IMPUNITO!

ORA E SEMPRE RESISTENZA!


Antifascisti napoletani

Prime testimonianze dei carabinieri al processo Cucchi: Stefano cercò aiuto

Stefano Cucchi avrebbe cercato di chiamare l'attenzione su di sè mentre si trovava all'interno della cella nel  sotterraneo di piazzale Clodio in attesa dell'udienza di convalida del fermo. A riferirlo oggi in aula, davanti ai giudici della terza Corte d'assise di Roma, è stato il carabiniere Francesco Tedesco, il militare che aveva proceduto all'arresto di Stefano Cucchi e che quella mattina lo aveva accompagnato in tribunale insieme ad altri carabinieri. "Ho sentito Cucchi gridare 'guardia, guardià - ha detto il carabiniere Francesco Tedesco che in quel momento si trovava in una saletta d'attesa nelle vicinanze delle celle - subito dopo una donna ha detto 'stai zitto che è meglio per te, non le chiamare guardiè". L'episodio era stato già riferito dal militare agli inquirenti mentre nel corso dell'udienza Francesco Tedesco in un primo momento ha riferito di non essere sicuro di aver riconosciuto proprio la voce di Cucchi per poi, dopo le contestazioni degli avvocati di parte civile, confermare quanto dichiarato nel corso del suo interrogatorio. Nel corso dell'udienza sono stati ascoltati in tutto sette militari dei carabinieri che hanno avuto a che fare con Stefano Cucchi dal momento del suo fermo, alle 23,30 del 15 ottobre 2009, fino all'udienza di convalida al tribunale di piazzale Clodio. A tutti i sette carabinieri è stata mostrata, inoltre, una foto di Cucchi che lo riprende al momento del suo ingresso nel carcere di Regina Coeli dove ha evidenti segni e gonfiori sotto gli occhi.
"Al momento del fermo Stefano Cucchi era tranquillo e spiritoso. Si è anche scherzato, era solo molto preoccupato per la reazione che avrebbe avuto la sua famiglia". Così in aula, davanti ai giudici della terza Corte di Assise di Roma, il maresciallo Roberto Mandolini, ex comandante della stazione dei carabinieri di Roma Appia, racconta i momenti in cui ha verbalizzato l'arresto di Stefano Cucchi, il 16 ottobre del 2009. Cucchi, che sarebbe morto dopo sei giorni all'ospedale Sandro Pertini, era stato fermato dai militari per spaccio di droga nella zona dell'Appio Claudio nei pressi del Parco Lemonia. Il maresciallo Mandolini, rispondendo alle domande del pubblico ministero, Vincenzo Barba, ha riferito che Stefano Cucchi al momento del fermo mentre si trovava nella stazione Appia non ha voluto mangiare nulla ed ha accettato solo di bere acqua. "Era molto magro - ha detto in aula il maresciallo Roberto Mandolini - su questo punto abbiamo anche scherzato. Infatti lui mi ha risposto che non era magro lui ma che invece ero grasso io. Aveva comunque delle occhiaie marroni sotto gli occhi, ma queste credo fossero dovute allo stato di sofferenza della tossicodipendenza". Il carabiniere ha, inoltre, riferito che Cucchi gli disse di soffrire di alcuni problemi con il fegato. Inoltre al maresciallo Mandolini è stata mostrata una fotografia scattata a Stefano Cucchi al momento dell'ingresso nel carcere di Regina Coeli: "le sue condizioni sono simili a quelle del momento del fermo - ha detto il maresciallo - non vedo particolari differenze". "In caserma - ha detto ancora Mandolini - non è stato fotosegnalato e questo perchè Cucchi si era detto infastidito dall'inchiostro e non voleva sporcarsi le mani".

28 aprile 2011

Per il senatore Franco Cardiello, il commissario Montalbano è un pericoloso noglobal

In Italia un unico poliziotto importante ha avuto il coraggio di esprimere la propria rabbia e vergogna per quanto accaduto durante il G8 di Genova: peccato che questo poliziotto esista solo nella finzione letteraria di Andrea Camilleri. La sua creatura - il commissario Montalbano - all'inizio del romanzo "Il giro di boa" (uscito nel 2003) s'infuria quando sente in televisione la notizia che la magistratura ha smascherato i protagonisti del blitz alla Diaz, scoprendo che le due bombe molotov, usate come "prova" per arrestare 93 persone dopo averle pestate, erano state portate dentro la scuola da alcuni agenti. Montalbano s'indigna, non sopporta che fra i responsabili del blitz alla Diaz ci siano dirigenti di primo piano della polizia di stato: l'onta è tale che il commissario pensa di dimettersi e cercare un nuovo lavoro. Montalbano a dire il vero resterà in polizia, ma la sua "ribellione" è quella di un "uomo dello Stato" ferito nel profondo. Le poche pagine del "Giro di boa" dedicate al G8 andrebbero inviate a tutti i dirigenti della polizia di Stato che in questi anni, dal 2001 in poi, hanno taciuto sugli abusi compiuti a Genova. Andrebbero indirizzate, in particolare, a quei dirigenti imputati nei processi che riprenderanno a metà ottobre e che nel frattempo hanno ottenuto promozioni anziché censure e sospensioni dall'incarico in attesa del giudizio, come dovrebbe avvenire in una democrazia normale
Se "Il giro di boa" avesse una nuova edizione, il povero Montalbano dovrebbe constatare che molti degli "eroi della Diaz" sono stati premiati. Due casi sono recentissimi: il dottor Francesco Gratteri è diventato questore,  cosi come il dottor Vincenzo Canterini.  Un altro "eroe" del G8, quell'Alessandro Perugini ripreso da una telecamera mentre scalciava un ragazzino appena arrestato senza motivo e pestato a sangue, è divenuto vice questore.
Se Camilleri un giorno ci darà una versione aggiornata del romanzo, dovrà dedicare almeno un paragrafo anche alla tragicommedia di questi giorni sulla messa in onda in replica martedi 26 aprile, da parte della Rai, del film ricavato da "Il giro di boa". Servirà tutta la maestria dello scrittore per realizzare un'operazione di "fiction nella fiction", ma ne varrà la pena, perché sarà l'occasione per mettere a nudo le miserie morali del nostro paese. Ha creato scandalo nella destra e il solito imbarazzato silenzio in gran parte del centrosinistra il fatto che si mostri in tv la crisi di coscienza del commissario Montalbano, il poliziotto più amato dagli italiani. Un parlamentare della destra,  il senatore di Coesione Nazionale Franco Cardiello nel denunciare l'inopportunità del film presentanto addirittura una interrogazione in Senato, , è arrivato a invocare la "delicata situazione" interna e internazionale in materia di sicurezza! Il prestigio delle forze dell'ordine - pare di capire - sarebbe leso dal film, e non dalla condotta di alcuni agenti e dirigenti durante e dopo il G8. Inoltre per il senatore Cardiello la fiction rischia di  influenzare le decisioni dei magistrati, ergendosi a giudice di una giustizia tutta sua. Perciò presentando l'interrogazione  ha chiesto "chiarimenti ai ministri competenti ed alla stessa Rai che mandando in onda questa puntata 'no-global' ha fornito un pessimo servizio pubblico ed una propaganda sovversiva a spese degli abbonati Rai", .
E' il mondo alla rovescia: si tace (a volte addirittura si applaude) quando si premiano i poliziotti imputati, e si protesta se qualcuno che non esiste (il nostro Montalbano) pensa di fare intuire ai cittadini che non è affatto normale adattarsi all'idea che la polizia di Stato possa picchiare e arrestare senza motivo, oltre a costruire prove false per depistare la magistratura.
Il punto è che l'argomento polizia in Italia è quasi un tabù. Non si può dire che si sta accettando la presenza in posti chiave di personaggi gravemente compromessi nella loro credibilità personale; che si lanciano messaggi di ostilità ai tanti Montalbano costretti a soffocare le loro coscienze ferite; che lo Stato sta sostenendo una sorta di "impunità preventiva" rispetto ai processi in corso a Genova. Non si può dire che oggi c'è bisogno urgente di mettere in cantiere una nuova riforma democratica delle forze di polizia, di tutte le forze di polizia, inclusi carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria. La prevenzione, la trasparenza, l'apertura alla società civile, la lotta al corporativismo - ossia gli architravi della vecchia riforma dell'81 - non hanno più diritto di cittadinanza all'interno delle nostre forze dell'ordine.

Processo omicidio Stefano Cucchi: convocati otto carabinieri

Con la convocazione dei primi testimoni, otto carabinieri, è iniziata la prima udienza dibattimentale del processo che si occuperà della vicenda relativa alla morte di Stefano Cucchi, il romano di 31 anni fermato dai carabinieri per droga il 15 ottobre 2009 al parco degli Acquedotti di Roma, e morto il successivo 22 mattina nella struttura di medicina protetta dell'ospedale 'Sandro Pertini'.
Davanti alla III Corte d'assise di Roma, presieduta da Evelina Canale, sono dodici le persone imputate. Si tratta di sei medici che ebbero in cura il giovane (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti), tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe) e tre guardie carcerarie (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici). A seconda delle specifiche posizioni processuali, i reati contestati sono: lesioni e abuso di autorità, favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio e falsità ideologica. I testimoni citati dai pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy per l'udienza di oggi sono otto carabinieri che il 15 ottobre 2009 effettuarono l'arresto di Cucchi per detenzione di sostanza stupefacente a fini di spaccio.
Il racconto del maresciallo dei carabinieri. "La sera del 15 ottobre, dopo l'arresto e fu portato nella caserma dei carabinieri della stazione Appia, Stefano Cucchi era tranquillo e spiritoso. Non disse di avere particolari problemi di salute, accennò a una sofferenza di fegato. Aveva profonde occhiaie marroni, forse dovute all'uso di stupefacenti". Inizia così, durante il processo, l'interrogatorio durato due ore del maresciallo dei carabinieri Roberto Mandolini, che era comandante della stazione Appia la sera in cui il giovane fu arrestato.
Il sottufficiale ha ricordato che a Cucchi, fermato insieme con Emanuele Mancini, che stava comprando da lui droga nella zona dell'Appio Claudio, al parco Lemonia, furono sequestrati hashish, ecstasy, cocaina e un'altra pasticca, compreso del denaro. Poi il sottufficiale ha ricordato che , senza dare alcuna spiegazione, il ragazzo si rifiutò di firmare il verbale dell'arresto. Non disponendo alla caserma della stazione Appia delle camere di sicurezza, il giovane, verso le tre di notte, fu portato al comando di Tor Sapienza, in attesa del trasporto il giorno dopo per l'udienza di convalida in tribunale.
Nel processo per la morte di Stefano, dove sono costituiti parte civile oltre ai famigliari, il Comune di Roma e 'Cittadinanza attiva', rispondendo alle domande dei pm, Vincenzo Barba e Francesca Loi e degli avvocati di parte civile e della difesa, il maresciallo ha ricostruito momento per momento i fatti della notte del 15 ottobre 2009 spiegando che quando alle 23.30 fu portato in caserma, si mostrò restio a macchiarsi le dita con l'inchiostro per rilasciare le sue impronte. "Non indicò una dimora fissa - ha aggiunto Mandolini - Disse di abitare saltuariamente da qualche amico e ogni tanto anche a casa dei genitori. Andammo a fare una perquisizione nella casa di famiglia che diede esito negativo''. Poi, quando nel cuore della notte, fu portato nella caserma di Tor Sapienza, ''era stanco dopo la perquisizione, non volle mangiare ma solo bere, voleva andare a riposare; niente di strano o di diverso nelle sue condizioni rispetto al momento dell'arresto''.

fonte: La Repubblica

Roma:Violenza fascista nel quartiere Monte Mario

A poche ore di distanza dall'aggressione subita a Talenti da sei studenti, questa mattina si è consumato l'ennesimo atto di intimidazione fascista nella città di Roma.
L., studente universitario di 22 anni, è stato aggredito mentre si trovava con la sua ragazza all'interno di un bar a Montemario da alcuni individui riconducibili agli ambienti di estrema destra della zona. L'aggressione, accompagnata dalla minaccia di stare "attento a quello che fai", è certamente legata all'attività politica e sociale che L. svolge nel
territorio. La cosa che più ci indigna è la totale agibilità e impunità che azioni come questa hanno. In particolare nel XIX municipio (dove l'aggressione è avvenuta), dove alcune associazioni di estrema destra, oltre ad avere propri militanti inseriti a vari livelli dentro le istituzioni, ottengono ingenti finanziamenti dal municipio e dal suo presidente Milioni. Fondi che dovrebbero essere utilizzati per migliorare la vivibilità nei nostri quartieri vengono quindi elargiti su base clientelare a individui che tutto hanno a cuore fuorché il bene collettivo; è infatti evidente a tutti/e che l'attività sociale di queste persone è pari a ZERO, e limitata soltanto a vili aggressioni come quella di stamattina.
Esprimiamo quindi la massima solidarietà a L., ribadendo che nessuna intimidazione fermerà le nostre attività sociali e culturali che quotidianamente come compagni/e portiamo avanti nei nostri quartieri.


I\E COMPAGNI\E DELLA ZONA NORD DI ROMA

L'Unione Europea boccia la norma italiana sul reato di clandestinità

La Corte di giustizia della Ue ha bocciato la norma italiana che prevede il reato di clandestinita', punendo con la reclusione gli immigrati irregolari. La norma - spiegano i giudici europei - e' in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei clandestini.

Il caso preso in esame dalla Corte Ue e' quello di Hassen El Dridi, un algerino condannato alla fine del 2010 ad un anno di reclusione dal tribunale di Trento per non aver rispettato l'ordine di espulsione. Secondo la Corte europea di giustizia del Lussemburgo, ''una sanzione penale come quella prevista dalla legislazione italiana puo' compromettere la realizzazione dell'obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali''. Gli Stati membri - si legge nella sentenza - ''non possono introdurre, al fine di ovviare all'insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all'allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perche' un cittadino di un paese terzo, dopo che gli e' stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine e' scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio''. Il giudice nazionale, incaricato di applicare le disposizioni del diritto dell'Unione e di assicurarne la piena efficacia, secondo i giudici Ue, ''dovra' quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva - segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni - e tenere conto del principio dell'applicazione retroattiva della pena piu' mite, che fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri''. Il reato di clandestinita' per gli immigrati irregolari e' stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 2009 nell'ambito del cosiddetto 'pacchetto sicurezza'.


Napoli: aggressione fascista a Ponticelli

Nella giornata del 27 aprile 2011 un gruppo di tre nazisti ha aggredito un compagno appartenente al nostro circolo. Già nelle scorse settimane i nostri compagni avevano ricevuto e respinto provocazioni da parte di personaggi neonazisti del quartiere. Guarda caso sbucano fuori dalle fogne sempre nel periodo elettorale.
Verso le ore 15:00 il compagno A. si dirigeva verso casa nella zona dell'ex Rione Incis quando tre nazisti lo hanno riconosciuto e, dopo averlo inseguito, lo hanno aggredito e poi sono scappati.
Frustrati per la nostra continua attività politica e per la continua e crescente presenza di giovani antifascisti sul territorio, nonostante le idee fasciste siano in ascesa, hanno agito da vili, approfittando che un ragazzo di 16 anni fosse isolato.
Qualora ce ne fosse bisogno questo gesto mostra chiaramente la viltà dei vermi nazisti presenti sul quartiere capaci di mostrare i muscoli soltanto in superiorità numerica.

Sperano forse di farci tornare a casa?
Sappiano che s'illudono!
Non ci faremo intimidire da nessuno e saremo sempre pronti a schiacciare le piattole naziste ovunque esse escano dalle fogne nel nostro quartiere.

PONTICELLI E' ANTIFASCISTA!

Per il comunismo

Comunisti di Ponticelli

Napoli: Musica contro la repressione

In una regione devastata dal malgoverno che d'intesa con malavita e speculatori cencella ogni diritto, a partire da quello alla salute, in una città con enormi problematiche sociali e civili di cui sono note le resposabilità, ad essere criminalizzato e represso è unicamente chi si oppone a tutto questo.
Dalle lotte ambientali a quelle per la cultura, dall'antifascismo alla rivendicazione di diritti, negli ultimi anni sono decine i procedimenti che gli apparati repressivi, sempre solerti in questi casi, hanno imbastito con costrutti fantasiosi ed inconsistenti contro oltre 40 attivisti del Laboratorio Occupato Insurgencia e della rete Commons! alcuni dei quali tutt'ora vergognosamente sottoposti a misure restrittive. Non ci spaventa, conosciamo per aver provato sulla nostra pelle cosa cosa significhi essere scomodi ai poteri forti, ed è esattamente quello che vogliamo..
Continueremo quindi con la determinazione di sempre, a rivendicare diritti e dignità per tutt*


Giovedi' 28 Aprile ore 22:00 :

From 99 Posse :
O'Zulù
Jovine

Speaker Cenzou
open and closed set
trash music - revival 60/70/80/90 :
La Bancarella del Terrone
Parente diggei

facoltà di Architettura - Università Federico II - via monteoliveto 3 - Napoli

27 aprile 2011

Roma: Sotto processo le mamme di compagni e compagne: vergogna!

Il 5 maggio p.v.si avvierà l’udienza che vede come imputate le mamme di Francesca e Gabriele e l’ex consigliera regionale Anna Pizzo.
Il 14 settembre 2009 viene messo in atto un assurdo e scenografico arresto dei compagni, della compagna e di alcuni occupanti della ex scuola 8 marzo. Tali arresti, voluti dal PDL romano, si basavano su accuse false ed infamanti con l’unico scopo di bloccare una piccola lotta sociale in corso che vedeva protagoniste alcune decine di famiglie che, con i compagni del C.S.O.A. Macchia Rossa, avevano occupato l’ex scuola 8 Marzo abbandonata da anni.
Il giorno dopo gli arresti, le mamme di Francesca e Gabriele, accompagnate da alcuni consiglieri regionali, si recano in visita presso il carcere di Regina Coeli e Rebibbia. Il direttore di Regina Coeli Mauro Mariani denuncia la presenza della madre di Gabriele che in quanto familiare diretto non poteva vedere il proprio figlio prima dell'interrogatorio di garanzia. Il suo zelo contagia anche a direttrice di Rebibbia Femminile dr.ssa Zainahi, che a posteriori denuncia la madre di Francesca. La comunicazione della chiusura delle indagini ed il provvedimento di rinvio a giudizio per le mamme e per la consigliera Anna Pizzo seguono di lì a poco con sospetta tempestività, quando i compagni e la compagna erano ancora agli arresti domiciliari.
Le mamme e la consigliera Anna Pizzo sono entrate in carcere perché conoscono la violenza che regna all’interno delle caserme, dei commissariati e degli istituti penitenziari. E’ di soli pochi giorni più tardi l’agghiacciante notizia della morte di Stefano Cucchi: ragazzo assassinato per mano di carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e medici dell’Ospedale Pertini, quelli cioè che dovrebbero essere i tutori della legge, delle buone condizioni di vita all’interno delle carceri e assicurare l’assurdo concetto di “rieducazione” e di quelli che dovrebbero garantire il diritto alla salute ed alla vita. Ma le nostre madri non vengono dalla montagna del sapone, Sconvolte politicamente e ed ancor più emotivamente dall’arresto e da una campagna stampa che ci dipingeva come dei mostri, degli aguzzini, dei razzisti, guerrafondai , dei ladri e come cioè persone prive di qualunque scrupolo, hanno voluto costatare con i loro occhi, che ai loro figli non fosse stato torto un capello. Hanno voluto con la loro presenza dimostrarci la loro vicinanza e solidarietà, per un arresto ingiusto che si era abbattuto su di noi e che stava infamando un intero movimento.
L’aver rinviato a giudizio le mamme e la consigliera Anna Pizzo, è soltanto l’ennesimo tassello di un accanimento giudiziario ed una campagna diffamatoria, come non se ne vedevano da molti anni e che da aprile 2009 ha intessuto la cronaca della ex scuola 8 marzo. Crediamo che questa udienza sia l’antipasto di un boccone ben più ghiotto che vuole mettere a processo non solo i compagni e la compagna ma attraverso loro anche un intero movimento come quello per il diritto all'abitare , che si organizza e lotta. Questo processo vuole mettere alla sbarra la capacità di tanti/e di autodeterminarsi e sottrarsi al ricatto del affitti a nero e dello sfruttamento e riconosce nella lotta e nello strumento della autorganizzazione l’unica possibilità di riscatto politico e sociale.

Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa

Roma: Ragazzi aggrediti da militanti CasaPound

Ieri sera nel quartere Talenti sei giovani studenti tra i 16 e i 18 anni delle scuole medie superiori della zona, due ragazze e quattro ragazzi tra 16 e i 18 anni, sono stati aggrediti da una quindicina di esponenti di casa pound provenienti dall'occupazione di Via Val d'Ala. Tre dei giovani hanno dovuto ricorrere alle cure mediche con prognosi che vanno dai 7 ai 10 giorni. La loro unica colpa era di stare a chiacchierare sotto le proprie case, come in una sera qualunque, e per alcuni di loro di essere attivi politicamente nei propri istituti.
I neofascisti di casa pound mostrano il loro volto firmando come primo atto politico della loro presenza in IV municipio un aggressione squadrista. L'unico scopo di questi figuri è quello di inquinare la normale dialettica politica e sociale in un quartiere che sta vedendo in questi anni un forte protagonismo dell'associanismo di base, degli studenti, dei precari, ormai è caduta la maschera di "occupazione abitativa" di Via Val D'Ala 200: delle 18 famiglie che dovevano vivere la non ce ne è neanche una e quella occupazione è solo un covo da cui partono aggressioni.
Le istituzioni, dal IV Municipio alla Regione Lazio passando per il Comune di Roma, si devono assumere le loro responsabiltà: non possono continuare a fare delle organizzazioni neofasciste la loro longa manus inondandoli di patrocini e finanziamenti e usandoli come strumento di "governance" dei territori, e poi chiudere gli occhi di fronte alle aggressioni e allo squadrismo.


VIA VAL D'ALA 200 VA CHIUSA!


FUORI I FASCISTI DAI NOSTRI TERRITORI!
 

Immigrazione: dopo i respingimenti collettivi, espulsioni e convalide nei nuovi Cie

Dopo la visita di Berlusconi e le diverse missioni di Maroni a Tunisi, per perfezionare “intese tecniche” allo scopo di allontanare dal territorio italiano i tunisini giunti a Lampedusa, sembrerebbe entro un tetto massimo di 800 persone, le autorità italiane hanno effettuato circa trecento respingimenti collettivi direttamente da Lampedusa, gli ultimi sabato 23 aprile. Altre decine di respingimenti sommari, se non espulsioni vere e proprie, sono stati effettuati nell’ultima settimana dall’aeroporto di Palermo e da altri aeroporti italiani.
Nel frattempo, risulta che la metà circa dei 23.000 tunisini giunti in Sicilia a partire dal mese di gennaio si sia allontanata, in gran parte verso altri paesi europei, senza alcun documento di soggiorno, o con una “intimazione a lasciare entro cinque giorni il territorio dello stato”, il cosiddetto “foglio di via”, di fatto un vero e proprio passaporto verso la clandestinità.
Gli altri tunisini che hanno fatto richiesta di permesso di soggiorno per motivi umanitari in base al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 5 aprile scorso, stanno ottenendo i documenti di soggiorno e stanno affluendo verso il valico di frontiera di Ventimiglia, dove la situazione si aggrava di giorno in giorno, anche perché la Francia continua a respingere coloro che non possono dimostrare i requisiti ( documenti e risorse economiche) richiesti dagli Accordi di Schengen, e poi dal Regolamento comunitario n. 562 del 2006.
Tutti coloro che sono giunti in Italia dopo il 5 aprile, o ai quali sia stato rifiutato il permesso di soggiorno per una pregressa espulsione o per precedenti penali, sono stati rinchiusi nei nuovi centri di detenzione aperti “di fatto” dal governo in diverse regioni italiane, e poi trasformati in Cie con un tardivo decreto del ministro dell’interno. È bastata qualche ora di differenza per trasformare la condizione di coloro che giungevano dalla Tunisia, trattenuti per mesi a Lampedusa in condizioni disumane, da richiedenti protezione umanitaria in clandestini, una operazione orchestrata dai partiti di governo ad evidenti scopi elettorali, per vincere ancora una volta sulle politiche della paura, dello “tsunami immigrazione” tante volte annunciato e poi ridimensionato.
Prima si è creata una emergenza a Lampedusa, bloccando nell’isola miglia di migranti che se fossero stati trasferiti tempestivamente non avrebbero distrutto l’immagine dell’isola ed avrebbero avuto riconosciuto almeno i loro diritti fondamentali. Poi, con il decreto del Presidente del Consiglio del 5 aprile si è dichiarato lo “stato di emergenza su tutto il territorio nazionale”, e si sono affidati i pieni poteri alla Protezione civile, sulla base di un presupposto inesistente, come ha poi stabilito l’Unione Europea che ha negato l’applicazione della direttiva 2001/55/CE. Infine con l’ennesimo decreto del 7 aprile si è stabilito “lo stato di emergenza umanitaria nei paesi del Nord Africa”, su un altro presupposto chiaramente falso “ l’emigrazione di un gran numero di cittadini libici”, non per portare aiuti in Tunisia o per riconoscere visti di ingresso o ancora altri permessi di soggiorno, ma all’esclusivo scopo di “ consentire un efficace contrasto dell’eccezionale afflusso di cittadini ( africani, libici, tunisini?) nel territorio nazionale”.
Il vero scopo di questa decretazione d’urgenza è apparso subito chiaro, e consisteva nell’”ineludibile esigenza di assicurare l’urgente attivazione, in coordinamento con il Ministero deli affari esteri, di interventi in deroga all’ordinamento giuridico”. In realtà si tentava di derogare le regole che vietavano i respingimenti e le espulsioni collettive, ma il governo provvisorio tunisino ha negato l’autorizzazione per le operazioni di respingimento a mare, sul modello di quelle praticate con tanto “successo” negli anni passati, dopo gli accordi con la Libia di Gheddafi. Ed allora ecco che la deroga “all’ordinamento giuridico”, in realtà un vero e proprio stato di eccezione, si è applicata nelle operazioni di respingimento sommario da Lampedusa, e poi da altre città, mentre si prolungava la detenzione amministrativa ben oltre i termini previsti dalla legge, in assenza di tempestivi provvedimenti di convalida da parte dell’autorità giudiziaria.
In una prima fase, che corrisponde ai rimpatri effettuati direttamente da Lampedusa, si è provveduto con identificazioni sommarie, sembrerebbe che neppure le autorità consolari abbiano fornito i documenti di viaggio, e senza la tempestiva notifica dei provvedimenti dei provvedimenti di allontanamento forzato, al punto che molti migranti neppure sapevano, nei primi giorni di rimpatri, dove li avrebbe condotti l’aereo sul quale venivano imbarcati.
Dopo che la notizia sulla destinazione effettiva dei voli verso la Tunisia ha cominciato a circolare non si sono contati i tentativi di suicidio e gli atti di autolesionismo, in assenza di tutte le condizioni per il rimpatrio forzato previste dalla Direttiva comunitaria n. 2008/115/CE che l’Italia di Maroni e Berlusconi si ostina a non applicare. E appare evidente come lo scopo effettivo dell’incontro tra Sarkozy e Berlusconi per il 26 aprile sia costituito dalla ricerca comune di altri sotterfugi per eludere le direttive comunitarie che stabiliscono garanzie procedurali anche per gli immigrati irregolari, e magari modificare il Regolamento Schengen all’esclusivo scopo di chiudere -”quando serve”- le frontiere interne, al pari di quelle esterne, agli immigrati provenienti dai paesi del Nord-africa.
E quando si è finalmente arrivati alle prime convalide dei provvedimenti di allontanamento e di trattenimento, come negli ultimi giorni a Santa Maria Capua Vetere, e come si verificherà in tutti i nuovi centri di accoglienza ed identificazione trasformati in Cie (Manduria, in Puglia, Kinisia, a Trapani, in Sicilia, e sembra anche a Potenza), i giudici di pace hanno semplicemente obbedito alle pressioni dello locali questure, giungendo a convalidare misure di trattenimento fondate su presupposti giuridici inesistenti e sulla falsificazione delle date di trattenimento.
Nel caso dei migranti detenuti sulla nave di crociera Excelsior per quasi una settimana, da Lampedusa a Catania, e poi a Civitavecchia ed ancora a Trapani, dove venivano fatti sbarcare, al fine di giustificare il conteggio dei termini richiesti dall’art. 13 della Costituzione e dagli articoli 13 e 14 del T.U. sull’immigrazione, si è cercato di addurre il carattere “volontario” della loro scelta di salire sulle navi o di entrare nei centri di accoglienza ed identificazione. Quasi come se fossero “ospiti”, ospiti particolari però, perché tutti hanno visto la caccia all’uomo forsennata, persino con agenti a cavallo ed elicotteri, che si è scatenata quando gli “ospiti” volevano esercitare la loro libertà di circolazione.

Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo) da www.meltingpot.org

26 aprile 2011

Udienze-Scandalo nel CIE Andolfato di Santa Maria Capua Vetere

Riassumiamo l'assurda e scandalosa gestione delle udienze di convalida che si stanno tenendo in queste ore per circa duecento profughi e migranti dal Nord Africa trattenuti nella caserma Ex-Andolfato di Santa Maria Capua Vetere.
Come sapete questa Caserma è stata trasformata in un CIE con un'ordinanza governativa della sera del 21 aprile. Ma i migranti vi sono detenuti in maniera del tutto illegittima, senza un ordine formale di trattenimento e quindi anche senza una convalida di una qualsivoglia autorità giudiziaria, dalla mattina di lunedi 18 aprile (quindi ormai sei giorni fà) e prima ancora erano stati detenuti per altri sei giorni sulla nave militare Excelsior partita da Lampedusa il 12 aprile e trasformatasi in una specie di prigione galleggiante. Per altro non attrezzata al trasporto passeggeri...
Quindi i giudici di pace (dott. Marco Capone e dott.ssa Della Valle) che dalla tarda mattinata di oggi stanno celebrando le udienze di convalida, non hanno evidentemente i termini per confermare il trattenimento dei migranti, essendo abbondantemente trascorso il tempo massimo di 48 + 48 ore previsto dalla normativa.
Questa cosa è stata aggirata con un incredibile imbroglio, ma ancor più con un'incredibile arroganza: la permanenza dei migranti nell'ex-caserma Andolfato dalla mattina di lunedi 18 alla sera di giovedi 21 aprile (quella sulla nave non viene neppure presa in considerazione) non sarebbe stata in forma coatta ma volontaria!! Questo sulla base di un foglio che la croce rossa ha fatto firmare ai migranti all'ingresso nella caserma, in cui "accettavano" quella sistemazione... Ora, a parte che diversi migranti hanno fatto verbalizzare di non aver firmato alcun foglio, è evidente che tale attestato non vale nulla, visto che nessuno può rimettere la disponibilità della propria libertà ad altri. Si trattava semplicemente della disponibilità ad essere alloggiati e non evidentemente "trattenuti". E qui viene l'assunto più incredibile: "In questi giorni i migranti non sono stati imprigionati, ma semplicemente non hanno mai chiesto di uscire o manifestato tale volontà in qualche modo" !!
Questa incredibile versione (visti i fatti) è stata tranquillamente fatta propria dai giudici di pace, malgrado le proteste degli avvocati e le verbalizzazioni di segno contrario dei migranti. Il meno scorbutico dei due "giudici" ha tranquillamente fatto presente che questi erano gli "ordini" del questore, che "bisogna convalidare tutti"...
Così queste persone costrette in una tendopoli perennemente al sole, che si sono comprensibilmente rivoltate, che hanno riportato trauma cranici e si sono spezzate gambe e braccia lanciandosi da un muro alto sei metri, che sono state inseguite e anche investite dalle volanti, lo avrebbero fatto perchè probabilmente... non amano uscire dalla porta!!
Perchè mai poi la polizia li conteneva nel campo facendo ampio uso di blindati, celere e lacrimogeni e una volta scappati li riprendeva (come dimostrano tante foto e artcoli di giornale, tutte antecedenti alla formalizzazione del CIE e corrispondenti alla fase "volontaria") non è dato ovviamente saperlo...
E' una roba incredibile...!
Il funzionario di polizia responsabile del campo e interrogato nell'udienza di convalida ha anche verbalizzato di "non essere informato se i migranti avevano o meno la facoltà di uscire..."
Dulcis in fundo: inizialmente la Questura aveva scelto di datare la notifica del provvedimento di respingimento e del conseguente trattenimento nella struttura alla sera del 21 aprile stesso... ma poichè ora hanno capito che è impossibile completare le convalide stanotte (alle 2 del mattino siamo ancora ad 80 su circa 200) e forse anche per lunedi 25, allora senza farsi problema hanno cancellato a penna e senza mettere alcun timbro la data del 21 aprile dalle notifiche e hanno scritto 23 aprile... Praticamente sarebbero stati avvisati prima i giudici di pace e poi notificati i provvedimenti di trattenimento!?
Naturalmente i verbali di queste udienze saranno usati dagli avvocati in esposti e ricorsi. Ma è altrettando importante dare rilievo pubblico e politico a questa modalità di assoluto e perfino illegale arbitrio con cui sono stati calpestati e raggirati i diritti fondamentali di queste persone in conseguenza di un imprecisato "Stato d'eccezione".
E cercare di fare in modo che tanti prendano parola per condannare.

22 aprile 2011

3 detenuti sono morti e 3 hanno tentato il suicidio: dalle carceri la cronaca di un’altra “settimana santa”

Dalle carceri italiane la cronaca di un’altra “settimana santa”, che non è fatta di colombe e uova pasquali, di pranzi e celebrazioni liturgiche. Una settimana di “normalissima” disperazione, di tensioni e violenze, di suicidi, di decessi per droga e per malattia. Tre detenuti sono morti, uno per suicidio, uno per (probabile) overdose, il terzo per malattia. Altri tre hanno tentato di uccidersi, il primo tagliandosi la gola, altri due impiccandosi.
Nel solo mese di aprile sono morti 11 detenuti, di cui 5 suicidi, 2 per malattia e 4 per “cause da accertare”. Da inizio anno salgono a 50 i decessi nelle carceri italiane: 19 per suicidio, 21 per “cause naturali” e 10 per “cause da accertare”. La loro età media era di 35 anni, 15 erano stranieri e 35 italiani; 2 le donne: Loredana Berlingeri, di 44 anni, morta per “cause naturali” il 18 marzo nel carcere di Reggio Calabria ed Adriana Ambrosini, 24 anni, che si è impiccata lo scorso 3 aprile nell’Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn).
Firenze, giovedì 21 aprile. Un detenuto nigeriano di 34 anni, W.D., si impicca con una maglietta alle sbarre della sua cella nel carcere di Sollicciano. Per mettere in atto l’intento suicida rientra dal cortile dei passeggi in anticipo rispetto ai compagni e pochi minuti gli sono sufficienti, quando lo trovano è già cadavere.
L’uomo era in custodia cautelare con l’accusa di detenzione di droga e di rissa. Era stato arrestato il 5 ottobre scorso assieme alla sua fidanzata e a 3 connazionali dalla Polizia, accorsa per la segnalazione di una rissa tra extracomunitari. Gli agenti trovano 4 nigeriani che si stanno picchiando e una donna, anch’essa nigeriana, che prende a testate un muro urlando a squarciagola. I poliziotti volendo chiarire l'accaduto interrogano la giovane, che ha solo 18 anni e che racconta di essere appena tornata da Amsterdam per incontrare il proprio ragazzo, uno di quelli coinvolti nella zuffa. Gli agenti insospettiti decidono di recarsi nelle abitazioni dei coinvolti nella lite, accompagnati dalla ragazza. Mentre effettuavano il controllo la giovane si accascia a terra accusando mal di pancia. Accompagnata d'urgenza all'Ospedale le vengono trovati in corpo 20 ovuli contenenti cocaina.
Bologna, giovedì 21 aprile. Marzio Berti, detenuto 40enne, verso mezzogiorno si sente male e chiede di vedere il medico. Il sanitario lo visita e poi lo rimanda in cella, perché il malore sembra passato. Invece dopo pochi minuti ha una nuova crisi e crolla sul pavimento, ucciso da un arresto cardiocircolatorio. Inutile l’arrivo dell’ambulanza, l’uomo è senza vita, gli occhi riversi verso l’alto: sospetta overdose, scrive il medico del 118 nel referto. Di eroina, probabilmente tagliata male, entrata non si sa come nel carcere della Dozza.
Marzio Berti, tossicodipendente da almeno 20 anni, stava scontando una condanna definitiva per furto, ma aveva alle spalle una lunga serie di reati, tra cui anche un omicidio. Era stato arrestato per la prima volta nel 1994 a Riccione, poco più che ventenne. Da allora, aveva fatto dentro e fuori dalle carceri.
Un’esistenza segnata dall’emarginazione e dalla droga, che fa apparire più di una “tragica coincidenza” la morte del fratello minore di Marzio, anche lui tossicodipendente, anche lui ucciso da un’overdose mentre si trovava detenuto nel carcere bolognese, nel novembre 2006.
Palermo, giovedì 21 aprile. Fabio Tranchina, 40 anni, fermato martedì scorso fa dalla Dia di Palermo perché accusato di concorso nella strage di via D'Amelio, tenta per due volte il suicidio in una cella del carcere “Pagliarelli” di Palermo, dove è detenuto in regime di isolamento.
Voghera (Pv), mercoledì 20 aprile. Un detenuto italiano di 30 anni tenta di impiccarsi, approfittando dell’uscita del compagno di cella per “l’ora d’aria”, viene soccorso dagli agenti della polizia penitenziaria, che gli salvano la vita. L’episodio avviene in un periodo di particolare tensione nella Casa circondariale di via Prati Nuovi. Infatti, da circa una settimana una quarantina di reclusi in una sezione di alta sicurezza del carcere vogherese stanno facendo lo sciopero della fame.
Torino, mercoledì 20 aprile. Franco Livraga, 65 anni, muore a causa dell'aggravamento di una malattia di cui soffriva da tempo. L’uomo era stato condannato in appello a 13 anni di carcere, per reati legati allo sfruttamento della prostituzione, ed era in attesa della sentenza della Cassazione.
Trieste, martedì 19 aprile. Houssein Tahiri, detenuto 31enne di origini afghane, rifugiato politico in Italia dal 2007, tenta il suicidio tagliandosi la gola con una lametta nella sua cella del carcere Coroneo.
Si salva, soccorso dall'infermiera in servizio in carcere e poi medicato dai sanitari del 118 chiamati immediatamente dalla direzione della Casa circondariale. “Voglio tornare nel mio Paese”, dichiara ai soccorritori. Precauzionalmente viene messo in una cella di isolamento.
Arrestato il 25 marzo scorso, dopo che aveva dato fuoco volontariamente alla mansarda nella quale abitava, autoaccusandosi all’arrivo dei Carabinieri. Il 19 ottobre 2010 l’uomo si era cucito la bocca usando un ago e del filo. Un attimo prima aveva bruciato i suoi documenti, provocando anche allora un piccolo incendio nell'appartamento dove era stato accolto dal Centro italiano di Solidarietà.

fonte: Ristretti Orizzonti

21 aprile 2011

Carceri: Federico Rigolon un’altra vittima del sospetto di simulazione?

In carcere si muore spesso giovani, i suicidi, ma anche le morti per malattia riguardano persone che a quell’età non dovrebbero proprio morire. L’altro ieri, nel carcere di Padova, è morta una persona. Si chiamava Federico Rigolon.
In carcere dal 2004, doveva scontare una lunga condanna, ma credo che ormai non abbia tanto senso parlare di cos’aveva fatto, e quale fosse la sua condanna, voglio invece parlare della sua morte. Avvenuta in modo assurdo, come molte morti in carcere.
Federico ha cominciato a stare male nella tarda notte tra sabato e domenica, e ha chiamato l’agente per lamentarsi della sua condizione. I compagni delle celle vicine mi hanno raccontato che l’intervento dell’agente è stato rapido, e nonostante le difficoltà che richiede il movimento dei detenuti a quell’ora, in pochi minuti Federico era stato portato nell’infermeria del carcere.
Dopo la visita, era ritornato in cella dove aveva passato la notte tra dolori e lamenti. All’alba aveva ripreso a lamentarsi e l’agente di turno aveva chiamato il medico. Una dottoressa era andata in reparto per visitarlo, l’aveva fatto chiamare in ambulatorio, lui era entrato e dopo qualche minuto era venuto fuori dalla stanza lanciando degli insulti.
Ritornato in cella, Federico aveva raccontato l’accaduto ai detenuti che l’avevano raggiunto incuriositi dalle sue urla. Mettendo in dubbio la professionalità di quel medico, aveva spiegato come, in risposta alle sue richieste di essere portato d’urgenza al Pronto Soccorso, lei gli aveva dato due pastiglie, “stai simulando... mi ha detto che sto simulando perché non voglio lavorare, vi rendete conto? e io le ho detto: sei una t… incompetente, e lei ha chiamato l’agente e gli ha chiesto di farmi un rapporto disciplinare”. Poi Federico era andato di nuovo dall’agente per spiegare i motivi della sua reazione, ma ormai il medico era andato via, e l’agente aveva fatto la sua relazione informativa.
Poi all’una, mentre gran parte del reparto era uscito per l’ora d’aria, Federico si era messo a dormire. Rientrato alle tre, fatta la doccia, e messo su la pentola per riscaldare la cena, Claudio, il suo compagno di cella, era andato per svegliarlo, accorgendosi subito che quell’uomo non respirava.
Avvisato l’agente, avevano atteso l’arrivo dei soccorsi. Prima la stessa dottoressa, che aveva accertato la gravità delle condizioni del paziente ed era corsa a chiamare il Pronto Soccorso. Poi c’è stato per tutta la sera il via vai di medici, agenti, esperti della scientifica, magistrati, e infine, a mezzanotte, hanno portato via il corpo di Federico, salutato dal silenzio dei settantacinque detenuti della sezione.
Sicuramente le autorità aspetteranno l’autopsia e poi faranno accertamenti, indagini e alla fine ci faranno sapere a cos’era dovuto il malessere, e cosa lo ha ucciso a 38 anni. Tuttavia, conoscere le cause della morte è l’ultima cosa che interessa i detenuti della Casa di Reclusione di Padova. La domanda che tutti noi ci poniamo è: quanti detenuti devono morire ancora affinché nessun medico dica più “tu stai simulando”?
Mi trovo qui da quattordici anni e di morti ne ho visti tanti. Molti vittime del sospetto di simulazione. Ed è sempre la stessa scena che si ripete: il detenuto che si lamenta, il medico che non gli crede, e poi la morte che “dà ragione” al paziente. Perché è questo il punto: noi siamo pazienti, ma alcuni medici continuano a vederci come detenuti che si fingono malati, e sembra che stare attenti a non essere presi in giro sia a volte per certi medici la priorità assoluta, più importante persino della salvaguardia delle nostre vite.
Noi riconosciamo le nostre colpe e ci assumiamo le nostre responsabilità, ma siamo stanchi di essere trattati come “diversi dal genere umano”, e vorremmo che almeno i medici si dimenticassero di ciò che abbiamo fatto per finire qui, e ci trattassero come pazienti, quindi come esseri umani.

Elton Kalica da Ristretti Orizzonti

Teramo: continua l'inquisizione repressiva.... la questura ora denucia anche per i pesci d'aprile

Continua l'ondata repressiva a Teramo ai danni delle compagne e compagni antifascisti.
D. R. giovane attivista antifascista è indagato per procurato allarme in merito alla falsa notizia sul comizio anti-questore. A comunicarlo il circolo di Rifondazione Comunista di Teramo.
I fatti riguarderebbero la news apparsa su alcuni siti internet, lo scorso 31 marzo, dove si leggeva di che si sarebbe tenuto un “comizio pubblico per raccontare quello che succede in città, per raccogliere le firme per far rimuovere il questore e per recarci in corteo, di seguito, dal Prefetto di Teramo per consegnargli un dossier sull'operato della questura di Teramo". Naturalmente, il 1° aprile, giornata dedicata agli scherzi ed ai così detti “pesci d’aprile”, la manifestazione non ci fu. Ora la Digos ha indagatoil 25enne teramano, nonchè esponente di Rifondazione, accusandolo di procurato allarme. Secondo Rifondazione gli inquirenti lo accuserebbero di avere diffuso la notizia tramite un comunicato e nelle giornate successive sia avvenuta una perquisizione all’interno della sua abitazione conclusasi con il sequestro di materiale informatico. Rifondazione precisa che il reato di procurato allarme punisce chi “annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità, o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio ed è una contravvenzione che può essere sanata con il pagamento di un ammenda di 258 euro, sempre che l’aver annunciato una manifestazione, che poi non si è tenuta visto che non era neanche autorizzata, costituisca un “pericolo inesistente. “L’attività di indagine, invece, ha, ovviamente un costo per la collettività incredibilmente più ampio: ad esempio, le sole perquisizioni hanno visto mobilitare per l’intera mattinata dell’8 aprile ben sei agenti di polizia, il materiale informatico verrà portato a Roma, dove tra diversi mesi verrà sottoposto a perizia, da altri agenti che poi dovranno tornare a recuperare gli hard-disk, senza dimenticare tutti i costi relativi all’impiego di altro personale per le indagini e per lo svolgimento del possibile processo”. Rifondazione manifestando solidarietà a D. R. pone l’accento sulle parole dell’attuale Presidente del Tribunale di Teramo, che qualche mese fa, esprimeva il proprio stupore per il fatto che i processi che si svolgono a Teramo riguardano quasi sempre fatti privi di qualsiasi allarme sociale, quando il territorio esprime segnali di presenze malavitose molto più inquietanti.

20 aprile 2011

Giustizia: “Via le Br dalle procure”… o via le “Politiche dell’Emergenza” dall’Italia?

Dalla fine degli anni 70 molti governi e parecchie forze parlamentari hanno delegato alla magistratura la patata bollente costituita da una serie di problemi come la lotta armata, la corruzione della classe politica, la violenza omicida della mafia prefinanziaria, la tossicodipendenza e l’immigrazione.
Su questa base, e non perché alcuni magistrati avrebbero formato una sorta di avanguardia rivoluzionaria, è cresciuto il peso dell’ordine della magistratura, un ordine - si badi bene - che secondo la Costituzione a non può essere un terzo potere oltre il potere esecutivo (del governo) e il potere legislativo (del parlamento).
La carta costituzionale non prevede un eccessivo peso alla magistratura ma tutte le “Politiche dell’Emergenza” hanno stravolto quel principio e reso antiegualitarie e “meritocratiche” le leggi speciali, cioè le misure legislative a favore di “pentiti” e “dissociati” - tutti rei confessi - e a danno dei loro coimputati.
Solo a partire da Tangentopoli, cioè oltre un decennio dopo la nascita della moda emergenzialistica, le principali forze politiche di centro-destra e di centro-sinistra si sono divise nettamente in relazione al ruolo della magistratura. Al tempo stesso hanno però continuato a promuovere sempre nuove “Politiche dell’Emergenza” e quest’ultime, col passar del tempo e sia pur in piccolissime dosi, sono diventate una specie di boomerang lanciato dalla classe dirigente e dominante e poi tornato indietro, con maggior forza, allorché proprio in tale classe si è dischiusa una specie di guerra tra le sue maggiori fazioni, una lotta aspra tra berlusconismo e antiberlusconismo.
I tifosi della prima fazione ritengono che certi magistrati svolgano un ruolo giacobino, brigatista o, in genere, rivoluzionario. Altri, all’opposto, difendono la magistratura nel quadro dello status quo. Proprio negli ultimi giorni, ad esempio, sono apparsi dei manifesti con il demenziale slogan “via le Br dalle procure”.
Il ministro della Giustizia Alfano, per buona fortuna, ha condannato fermamente la loro affissione in maniera molto precisa e senza neppure mezzo commento antistorico.
Il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati ha invece diffuso un comunicato per precisare “che a Milano le Br in Procura ci sono state davvero: per assassinare magistrati”.
Il procuratore voleva ricordare i magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, uccisi rispettivamente il 29 gennaio 1979 e il 19 marzo 1980, ma ha dimenticato un fatto storico e giuridico di carattere fondamentale: quei due omicidi furono rivendicati e commessi da persone (poi diventate per lo più “pentite” o “dissociate”) appartenenti all’organizzazione di estrema sinistra chiamata Prima Linea.
La tesi secondo cui le Br avrebbero ucciso Alessandrini e Galli è quindi falsa quanto quella relativa al presunto carattere rivoluzionario di alcuni magistrati di Milano.
La storia, ben più che la legge, non ammette l’esistenza di tesi così opposte e così unite nell’essere prive di fondamento. Anzi, se proprio la vogliamo dire tutta, il presupposto di ogni progresso effettivo, in qualsiasi ambito della vita sociale, è la ricerca e l’acquisizione della verità e non certo la diffusione di messaggi dal contenuto falso.
Per discutere in termini costruttivi sulla causa fondamentale della malagiustizia in Italia bisogna ragionare con estrema saggezza e senza puntare il dito contro Tizio o Sempronio.
Da questo punto di vista, non sembra inutile precisare che la giustizia, cioè una giustizia degna del suo nome, non ha nulla in comune col giustizialismo e con le gogne mediatiche e nemmeno con gli attacchi calunniosi verso questo o quel magistrato. La giustizia è, assieme al rispetto della dignità altrui a partire da quella dei soggetti più svantaggiati, lo studio per la libertà dalle “Politiche dell’Emergenza” vecchie e nuove, fattori che in Italia, sovraffollandola, hanno mandato in corto circuito la macchina carceraria dello Stato.
Tre decenni di penalistiche e carcerarie “Politiche dell’Emergenza” dimostrano che spendere più denaro per le carceri significa, contemporaneamente, investire di meno nella prevenzione dei reati, nell’istruzione, nelle attività educative, nella ricerca scientifica e nel campo dell’equità sociale. Significa di fatto ridurre le spese indispensabili alla riproduzione allargata delle forze produttive sociali e quindi aumentare l’insicurezza di tale riproduzione.

Più carcere non significa più sicurezza ma esattamente il contrario. Questa è la verità.

Sandro Padula  da Ristretti Orizzonti

19 aprile 2011

Dioune Sergigme Shoiibou, lasciato morire in carcere con la testa rotta

Non sappiamo quale reato avesse commesso Dioune Sergigme Shoiibou, il trentenne senegalese morto alcuni giorni fa nel carcere Mammagialla a Viterbo. Sappiamo che gli avevano dato sei mesi di pena. Non doveva essere un efferato criminale, non doveva essere troppo pericoloso per la nostra società, non doveva avere motivi di alta sicurezza ostativi nei confronti di un suo soggiorno di cura esterno al carcere.
Aveva avuto un ematoma al cervello, il ragazzo, per rimuovere il quale era stata necessaria un’operazione che lo aveva privato di parte della calotta cranica. Non è facile andarsene in giro con mezza testa. Non è facile vivere in cella, dove i soccorsi sono lenti e parziali, sentendosi il cervello senza protezione. Peggio che andare in moto a duecento all’ora senza casco.
Fatto sta che Dioune si è sdraiato sul letto e non si è più alzato. Si dice che sul suo corpo non si siano visti segni di violenze. Le cause del decesso saranno medici legali e magistrati a stabilirle. Quegli stessi magistrati che, per un reato bagatellare, hanno tenuto in carcere un uomo con il cranio rotto. Eppure le leggi ci sono. C’è il rinvio dell’esecuzione della pena (art. 147 comma due del codice penale), c’è la detenzione domiciliare a casa o in luogo di cura (art. 47-ter dell’ordinamento penitenziario), ci sono molte possibilità tra le maglie delle norme. Se solo si volessero applicare.
Ma oramai pare che i magistrati che fanno politica siano solo quelli che si schierano pubblicamente contro le nefandezze di Berlusconi, e che tutti gli altri si trascinino con stanchezza utilizzando solo le procedure che creano loro meno responsabilità. Sarebbe bello che la magistratura scegliesse di farsi scudo non solo contro i potenti ma anche a difesa dei deboli. Si fa alta politica e si fa alta società salvando dalla morte un poveraccio che è finito per disgrazia in una delle nostre carceri.

fonte: carta.org

18 aprile 2011

Stato di Polizia a Lampedusa, fermati attivisti antirazzisti

La scorsa notte i nostri compagni dei Giovani Comunisti/e, del Forum Antirazzista di Palermo e delle Brigate di Solidarietà Attiva presenti a Lampedusa come presidio democratico e solidale, in seguito alla fuga di alcuni migranti dalla Stazione Marittima dove venivano tenuti come prigionieri, sono stati vittima di un'azione poliziesca intimidatoria. Senza alcun mandato sono stati fermati e portati in caserma dove sono stati interrogati, maltrattati e offesi. intanto la loro casa e il loro furgone venivano perquisiti.
Rifiutiuamo ogni accusa da parte del questore di Agrigento che in una nota sostiene che i compagni presenti sull'isola siano dei sobillatori, i veri sobillatori sono il governo e la polizia che con deroghe e provvedimenti straordinari continuano a gestire strumentalmente l'emergenza, coerentemente con le politiche migratorie razziste attuate finora, volte esclusivamente alla criminalizzazione degli immigrati.
Il presidio democratico presente a Lampedusa sarà rafforzato e continuerà senza sosta, così come quello a Chinisia e ovunque nascano centri di detenzione per immigrati, per monitorare quanto avviene, intervenire in supporto alle prime necessità quando è necessario e per affermare la nostra assoluta contrarietà ad ogni forma di respingimento collettivo o detenzione per i migranti

GIOVANI * COMUNISTi/e PALERMO

Carmelo Musumeci vince il premio letterario Ciro Principessa

Il Premio letterario nazionale Ciro Principessa, che prende il nome di un giovane militante comunista ucciso da un neofascista nel 1979 ha scelto fra gli undici testi da pubblicare (il volume sarà edito da Odradek col titolo “Sangue rosso e lame nere. Storie di militanza antifascista”) il racconto “Amore rosso” di Carmelo Musumeci, che ha ricevuto il voto unanime di tutta la giuria composta da Cristiano Armati scrittore, Bianca Bracci Torsi responsabile antifascismo Prc, Claudio Del Bello editore, Dino Greco direttore di Liberazione, Citto Maselli regista, Alessandro Portelli docente universitario e autore di saggi sulla Resistenza a Roma.

Al compagno Musumeci i nostri complimenti più vivi anche se ci ha fatto piangere.

17 aprile 2011

A Saviano non piacciono le critiche.

Roberto Saviano ha querelato Liberazione. Una denuncia penale per diffamazione a mezzo stampa è stata depositata nei miei confronti, in qualità di autore degli articoli messi sotto accusa, e del direttore Dino Greco. Sembra che Saviano non abbia gradito il modo in cui ho raccontato, lo scorso 14 ottobre, la vicenda della diffida inoltrata dal centro Peppino Impastato all’editore del suo penultimo libro, La parola contro la camorra. La parola appunto, quella che Saviano dice fin dal titolo di utilizzare come strumento per combattere il crimine organizzato, veicolo di libertà che lui sostiene di difendere contro le molte censure, sempre denunciate ma mai viste; quella parola che distribuisce su tutti i supporti mediatici, a destra e manca degli schieramenti politici, resta legittima solo se da lui pronunciata. La sua parola, intesa come unica parola possibile, che perciostesso esclude le altre, soprattutto se sono critiche nei suoi confronti, se ne raccontano limiti e inesattezze, se ne mettono in mostra la faccia nascosta o molto più semplicemente se dicono: «Noi la pensiamo diversamente da te. Le verità che affermi sembrano prese dal dizionario di monsieur de Lapalisse, per non dire le volte che travalicano la realtà dissolvendosi in fantasie». Come dimostra la sistematica omissione delle fonti che rende impossibile la verifica di quel che scrive. Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, l’ha recentemente colto in fallo per aver narrato un aneddoto della vita del filosofo napoletano ripreso da una fonte che - si è poi scoperto - riportava una testimonianza anonima. O ancora, con la denuncia di plagio, solo l’ultima in ordine di tempo, venuta dal settimanale albanese Investigim. Quella parola “altra” che per Saviano non può essere libera ma va confiscata per mezzo dell’intimidazione penale, della richiesta di carcere e dell’accusa di corrività con quelli che lui ha eletto suoi acerrimi nemici mortali, i Casalesi. I suoi critici sono immediatamente considerati amici dei suoi nemici. I familiari e il centro intitolato a Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, animatore a Cinisi di una emittente libera, “Radio aut”, assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, avevano segnalato alcune inesattezze presenti nel suo testo e chiedevano di apportare le dovute correzioni. Messo in discussione come amministratore della storia di un’antimafia che non conosce, anche per evidenti ragioni anagrafiche, Saviano non solo ha opposto uno sprezzante silenzio, un’indifferenza che segnala come il rifiuto di adularlo sia per lui una insopportabile e delittuosa ferita narcisistica, ma non ha impedito ad Einaudi di comportarsi ancora peggio. La casa torinese acquistata da Berlusconi ha minacciato i familiari di ritorsioni legali se non avessero smesso di agitarsi pubblicamente. L’intera vicenda potete trovarla con dovizia di particolari sul sito del centro (www.centroimpastato.it). La querela contro Liberazione appare dunque un diversivo, l’espediente che capovolge l’ordine del problema e per giunta suona come una promessa di punizione contro chi ha osato dare voce alle critiche. Del secondo articolo, un corsivo - apparso il 10 novembre del 2011 - sulla sua prestazione televisiva offerta nella prima puntata di Vieni via con me, non so dirvi molto di più se non che sono assolutamente consapevole d’aver commesso l’imperdonabile crimine di lesa maestà. Ma dovrebbe esser noto che a Liberazione non sono graditi i monarchi, tanto più le monarchie intellettuali. Della questione Saviano ci siamo occupati a partire da quello che Alessandro Dal Lago ha definito «il dispositivo». Una funzione intellettuale che appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker che in Outsiders scrive: «Opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri». Il dispositivo Saviano con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Una macchina da guerra mediatica messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male. Del personaggio Saviano meglio tacere. Gli preferiamo uomini come Vittorio Arrigoni che non si ritenevano depositari di nulla e mettevano in gioco le proprie idee senza imboscarsi dietro potenti gruppi editoriali-finanziari.

Paolo Persichetti

A Paolo Persichetti, al direttore Dino Greco e a tutta la redazione di Liberazione la solidarietà e la vicinanza delle compagne e compagni dell'Osservatorio sulla Repressione.

Notizie Correlate