30 marzo 2011

Reggio Calabria: privata dell’identità la detenuta rom deceduta al carcere di San Pietro

Spogliata della propria identità, etichettata come detenuta straniera e inserita, in maniera anonima, nelle statistiche dei decessi in carcere. Loredana Berlingeri era una cittadina italiana di cultura rom, che dopo aver vissuto per 44 anni con il pregiudizio riservato al suo gruppo è stata privata nella morte, delle sue origini, della sua storia e della cittadinanza italiana. Ma almeno davanti alla morte non dovremmo essere tutti uguali, cittadini liberi e detenuti, rom o meno? Se lo chiede la signora Giuliana, sorella di Loredana, che assieme all’Opera nomadi chiede che venga fatta chiarezza sulla morte della sorella avvenuta alla casa circondariale di via San Pietro, il 18 marzo.
“Non ci spieghiamo perché - afferma Giacomo Marino, presidente dell’associazione - tutti i media hanno dato la notizia della morte della signora Berlingeri come di una detenuta straniera. Se si è trattato un errore da parte degli organi della casa circondariale o come mai non si è provveduto a correggerlo? La categoria di detenuta straniera, è stata utilizzata con una connotazione tesa a spersonalizzare e annullare l’identità, in modo da evitare ogni possibile attenzione sulla persona. In questo modo la donna è diventata uno dei tanti casi di decesso, semplicemente un numero nella statistica”. Una rivendicazione che il presidente dell’Opera nomadi argomenta, “ogni detenuto che muore deve avere lo stesso rispetto che viene riservato ad una persona libera che muore, considerare i detenuti un numero e non come una persona porta a spersonalizzare anche l’approccio è una mancanza di rispetto”.
Ma quello sull’identità non è l’unico dubbio che accompagna questa vicenda: “Per questo caso bisogna chiamare in causa anche il diritto del detenuto ad essere curato adeguatamente. La signora Loredana - prosegue Marino - era affetta da una patologia grave che mal si conciliava con le condizioni di vita di un carcere sovraffollato. Non vogliamo entrare nel merito della pena, non sta a noi dare giudizi, ma il diritto alla salute che dovrebbe essere garantito ai detenuti? In carcere si dovrebbe scontare solo la pena a cui si è condannati e non un’altra aggiuntiva”.
E la sorella della signora Loredana conferma: “Mia sorella non stava bene, aveva avuto una paralisi facciale ed era seguita dai medici dell’ospedale “Riuniti”, avevamo chiesto più volte che scontasse la pena agli arresti domiciliari, ma non gli erano mai stati concessi” dice ripercorrendo i capitoli della storia della sorella condannata per furto, che ad agosto avrebbe scontato la sua condanna. “Sono andata a trovarla a colloquio qualche giorno prima e mi sembrava che stesse bene. Poi abbiamo saputo che mia sorella era morta tramite gli avvocati. Nessuno è venuto a spiegarmi cosa è successo e anche la richiesta di fare l’autopsia è stata negata. Io voglio sapere, qualcuno mi ha detto che due giorni prima mia sorella si è sentita male, se è vero perché non l’hanno portata in ospedale?”
“Di fronte a questo modo di gestire le cure di una detenuta malata - conclude Marino - chiediamo che la magistratura apra un’indagine sul caso per approfondire la vicenda”.

L’Opera Nomadi: stava male e non è stata portata in ospedale
Prima di morire è stata male ma il personale del carcere di Reggio Calabria non l’ha trasferita in ospedale. A denunciare la vicenda di Loredana Berlingieri, morta il 18 marzo scorso nel carcere di Reggio, è l’Opera Nomadi che chiede alla magistratura di aprire una inchiesta. “Loredana - afferma una nota dell’Opera Nomadi di Reggio Calabria - era affetta, ormai da tempo, da una grave cardiopatia tuttavia la sua condizione di salute era stata considerata compatibile con la situazione carceraria.
Da quanto riferiscono i familiari il 16 marzo Loredana si era sentita male, ma non è stata trasferita in ospedale dove poteva essere curata adeguatamente. Il tragico epilogo della morte ci fa capire che la sua condizione di salute non era compatibile con la condizione carceraria, soprattutto con la situazione carceraria che presenta oggi il carcere di San Pietro”.
“Lo stesso segretario aggiunto - prosegue la nota - del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Giovanni Battista Durante, nel comunicato del 18 marzo lo ammette dicendo che molti detenuti soffrono di patologie che nel carcere non possono essere curate per carenza di mezzi e strutture adeguate. Spesso mancano le risorse economiche e le figure professionali adeguate. Di fronte a questo modo di gestire le cure di una detenuta gravemente ammalata, che si è concluso con la morte della stessa, l’Opera Nomadi e i familiari chiedono alla magistratura che si apra una indagine sul caso”. L’opera nomadi, inoltre, lamenta che sia stata data notizia della morte di una donna straniera quando invece non “vi è alcun dubbio della cittadinanza italiana di Loredana Berlingieri. La categoria di "detenuta straniera", in questo caso come in altri, è stata utilizzata con una connotazione tesa a spersonalizzare ed ad annullare l’identità, in modo da evitare ogni possibile attenzione sulla persona”.

fonte: Gazzetta del Sud

Ingiustizia è fatta! la Cassazione respinge il ricorso della madre di Marcello Lonzi

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai legali della madre di Marcello Lonzi, morto nel 2003 nel carcere delle Sughere a Livorno dove era detenuto, con il quale si chiedeva la riapertura del caso dopo l’archiviazione disposta nel maggio scorso dal gip di Livorno Rinaldo Merani. I legali della donna chiedevano l’annullamento della decisione del gip. Lonzi fu trovato morto in una cella della casa circondariale di Livorno l’11 luglio di 8 anni fa: si trovava recluso per tentato furto e in carcere sarebbe dovuto rimanere per 4 mesi.
Una prima inchiesta, condotta a ridosso dell’episodio, finì con un’archiviazione (firmata dallo stesso gip). Nel 2007 la madre di Lonzi, Maria Ciuffi, ottenne la riapertura delle indagini: la Procura livornese avviò un’altra inchiesta, lavorando per oltre 2 anni e iscrivendo anche tre persone nel registro degli indagati (un compagno di cella e due agenti di polizia penitenziaria), ma chiedendo da ultimo l’archiviazione per tutti. Secondo i magistrati livornesi Lonzi morì a causa di un malore. “Ci sarà un giudice in tutta Italia che mi ascolterà?”, aveva detto Maria Ciuffi, quando fu ufficializzato il ricorso in Cassazione. Dopo questo nuovo esito della vicenda, non è escluso che ora la donna, come ha annunciato più volte, si rivolga alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
 
fonte: Ansa

Processo Cucchi: Stefano picchiato e nascosto in ospedale

Stefano Cucchi andava nascosto a «occhi indiscreti». Ecco perché Claudio Marchiandi è stato condannato a due anni al termine del processo con rito abbreviato. Marchiandi è il funzionario del Prap (provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria) che decise che Stefano Cucchi - il geometra romano morto il 22 ottobre del 2009 a sei giorni dal suo arresto - «doveva essere internato» nel reparto peniteziario dell'ospedale Pertini per evitare che si scoprissero le sue reali condizioni di salute. Ieri sono state rese pubbliche le motivazioni con cui la gup del tribunale di Roma, Rosalba Liso, è pervenuta alla prima condanna di questa vicenda. E Ilaria, la sorella del ragazzo ucciso, ha voluto ringraziare i giudici: «Ora non siamo più soli». Per la morte di suo fratello sono attualmente sotto processo sei medici, tre infermieri e tre guardie penitenziarie.


Nel provvedimento, la giudice spiega che il ricovero in quel reparto venne fatto per evitare che la situazione «venisse portata a conoscenza dell'autorità giudiziaria». Una scelta fatta ben sapendo che il Pertini non fosse una struttura adeguata, ma era necessaria «per tenere Cucchi al riparo da sguardi indiscreti sottraendolo intenzionalmente a tutte le cure di cui aveva bisogno». «Non c'era spazio a dubbi di sorta in ordine al fatto che Cucchi fosse stato picchiato», scrive la gup. Dunque Marchiandi abusò delle proprie funzioni di pubblico ufficiale, violando il protocollo tra l'Asl e il Prap, per imporre il ricovero di Cucchi al Pertini, dove si presentò spontaneamente di sabato pomeriggio, fuori dal turno di lavoro, consentendo l'ingresso del detenuto in un reparto in cui «non doveva assolutamente entrare poiché‚ trattavasi di un paziente di un fase di acuzie». Non solo, Marchiandi «ha concorso alla falsa rappresentazione delle reali condizioni di Stefano cosìu008D determinandone l'ingresso al reparto protetto del Pertini, che non sarebbe stato altrimenti in alcun modo possibile». Infatti, fu redatto un certificato medico di comodo da una delle dottoresse imputate. Nel provvedimento il gup figua anche il direttore del carcere di Regina Coeli, Mauro Mariani, dove Cucchi era detenuto dopo la paradossale udienza che ne convalidò gli arresti nonostante fosse accompagnato da carte false (il ragazzo risultava essere più vecchio di sei anni, albanese anziché romano e senza fissa dimora). Si legge ancora nelle motivazioni: «È di tutta evidenza che l'imputato con una condotta che in più occasioni è stata coralmente definita a dir poco "anomala" ha in primo luogo cercato di eludere le indagini "occultando" la circostanza che Stefano fosse stato picchiato e che aveva appreso con ragionevole certezza, duole dirlo, in primo luogo dal direttore del carcere Mariani, investito da subito della questione concernente le condizioni di salute di Stefano poiché‚ il dottor Degli Angioli (il medico del carcere che visitò Cucchi disponendone con urgenza il ricovero, ndr) aveva già ricevuto un non troppo larvato ostruzionismo da parte degli stessi agenti della polizia penitenziaria che avrebbero dovuto occuparsi del trasferimento di Stefano presso il vicinissimo Fatebenefratelli, i quali avevano addotto le più banali scuse». Mariani «si è limitato ad invitare Degli Angioli a chiamare un'ambulanza che sarà chiamata intenzionalmente dagli agenti solo due ore dopo e dopo che costoro avessero tentato in tutti i modi a farlo desistere dalle sue determinazioni. In tale contesto il direttore Mariani non ha velocizzato i tempi, non ha autorizzato una vettura di servizio, un autista, ha soltanto dato l'autorizzazione per un'ambulanza, che poi i suoi agenti hanno chiamato all'ultimo minuto». Per il magistrato la vicenda Cucchi è caratterizzata da «anomalie» e tanti soggetti coinvolti «molti non ancora scoperti per chiara omertà». Già, chi ha ridotto Cucchi in quello stato? Riuscirà a chiarirlo il processo?

29 marzo 2011

Oltre il danno la beffa. Condannati 12 lavoratori eutelia

Scandalosa la condanna del tribunale ordinario di Roma a tre mesi di carcere o al pagamento di una multa di 7600 euro contro dodici lavoratori Eutelia accusati del reato di occupazione di proprietà privata,  per il presidio da loro effettuato nella sede di via Bona a Roma, durante una delle fasi più dure della vertenza.
Nel 2009 i lavoratori ex Eutelia,dopo diversi mesi passati senza ricevere lo stipendio, occuparono la sede dell’ azienda per protesta contro i licenziamenti e le truffe della società. La notte del 10 novembre 2009, Samuele Landi ex AD, fece irruzione nella sede via Bona a Roma, con l’ ausilio di 17 vigilantes che si ‘spacciarono’ insieme allo stesso Landi, per appartenenti alle Forze dell'ordine.
La condanna a tre mesi di reclusione è stata convertita in una pena pecuniaria di 7.600 euro a testa. Il procedimento era stato aperto proprio su querela del Landi, attualmente latitante a Dubai.
Si tratta di una sentenza ingiusta che ci lascia a dir poco perplessi anche perché, in quel periodo, i lavoratori non si trovavano in occupazione ma in assemblea permanente nei locali dell’azienda per difendere il proprio posto.
La sentenza  ha scatenato la reazione di molti esponenti del mondo del lavoro. Fabrizio Potetti, coordinatore nazionale Fiom-Cgil del gruppo Agile-Eutelia a commento della sentenza ha detto: «Riteniamo totalmente ingiustificata tale decisione che non tiene conto, in nessun modo, della gravità della situazione allora attraversata dai lavoratori», sottolinea Potetti che aggiunge: «Per fermare lo scellerato piano della proprietà, i lavoratori si videro costretti a presidiare l'azienda, non solo per protestare contro il mancato pagamento dei loro stipendi per diversi mesi consecutivi, ma soprattutto per bloccare la sistematica distruzione dell'Azienda stessa intrapresa dai soggetti a cui era stata ceduta la Società; un fatto, questo, asseverato prima dai custodi giudiziari e poi dalle sentenze di condanna emesse al termine del processo per bancarotta fraudolenta». «Oltretutto, come testimoniato dalle Forze dell'ordine intervenute subito dopo l'attivazione del presidio da parte dei lavoratori, tutte le attività lavorative e di servizio ai clienti sia di Agile che di Eutelia sono state effettuate con continuità proprio grazie all'impegno dei lavoratori che, pur nello stato di disperazione nella quale si trovavano - conclude il sindacalista Fiom - hanno sempre salvaguardato, a differenza di altri, le attività ed i beni aziendali».
"Siamo davanti ad un vero e proprio assurdo – ha dichiarato Alfio Ncotra , capogruppo della Federazione della Sinistra alla Provincia di Arezzo- perché colpisce dodici lavoratori, condannati senza sapere nemmeno di essere indagati e denunciati da quegli stessi manager che oltre a distruggere l'azienda con pratiche illegali tentarono un'irruzione paramilitare violenta per sgomberare i lavoratori da una giusta azione di lotta". Nicotra ricorda “come la mattina del 10 novembre sono stato avvisato dai lavoratori di Eutelia che nella sede di via Bona era in corso una irruzione da parte di sconosciuti. In quel periodo ero commissario della federazione romana del Partito della Rifondazione Comunista e mi precipitai in azienda per capire cosa stava accadendo. Al mio arrivo trovai la polizia che si era interposta tra i lavoratori e il gruppo di vigilantes che si era asserragliato sulle scale dell’azienda. La tensione era altissima perché i lavoratori si sentivano umiliati per aver rivisto il loro padrone dopo che per mesi aveva declinato ogni incontro e dopo che aveva in modo fraudolento ceduto il ramo di azienda con 2000 lavoratori nello scatola vuota di Agile. Samuele Landi era già stato portato al Commissariato di Polizia. Abbiamo collaborato con le forze dell’ordine per garantire l’incolumità dei vigilantes e la loro uscita dall’azienda. Diedi notizia alla stampa e al presidente della provincia di Arezzo Roberto Vasai di cosa stava accadendo. Landi dichiarò successivamente di avermi denunciato, ma, come per i lavoratori Eutelia, fino ad oggi non ho ricevuto nessun avviso di garanzia.” Nicotra esprime “ la sua totale solidarietà ai lavoratori ingiustamente condannati. Questi lavoratori sono persone straordinarie con i quali, nei mesi di lotta di Agile/Eutelia , ho costruito anche un fraterno rapporto di amicizia. La giustizia non può essere così strabica da condannare le vittime e lasciare in una latitanza dorata il colpevole.”

 
A tutti i lavoratori Eutelia in lotta e alla battaglia che conducono da tempo con civiltà e determinazione va tutta la nostra solidarietà.

28 marzo 2011

Carceri: Detenuto si toglie la vita in cella nel penitenziario di Venezia.

Ancora un suicidio nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore. Si è impiccato domenica sera nella sua cella un detenuto romeno di 29 anni. Era entrato in carcere a febbraio e dopo pochi giorni aveva già compiuto un gesto di autolesionismo, che aveva costretto gli agenti della Polizia penitenziaria a trasferirlo per alcuni giorni in ospedale per le cure. Dopo il suo ritorno in cella era tenuto d'occhio, ma gli organici a Santa Maria Maggiore sono davvero risicati e in questi giorni i detenuti sono 370. Il giovane rumeno si è impiccato appendendosi alle sbarre.
Nel 2009 sono stati ben tre i suicidi a Santa Maria Maggiore, un altro lo scorso anno e proprio tre giorni fa, da Roma, la Uil aveva segnalato che il carcere venziano nei primi tre mesi del 2011 aveva conquistato il triste primato dei tentati suicidi tra i detenuti: sono stati ben dieci, quasi tutti sventati. In Italia si tratta del quindicesimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno.

fonte: La Nuova di Venezie e Mestre

Nel 2010 l’Italia condannata 98 volte per violazioni dei diritti umani

Quando si parla di diritti umani, forse sarebbe utile ricordarsi che si sta parlando di nient’altro che dei fondamentali bisogni di ogni individuo. Ebbene, tali bisogni, garantiti nel vecchio continente da una legge sovranazionale, la Convenzione Europea per i Diritti Umani (Cedu) del 1950 ratificata da 47 Stati, in molte di queste nazioni sono tuttora carta straccia.
Lo confermano le 1.499 sentenze e relative condanne, tutt’altro che simboliche, emanate nel corso del 2010 dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo nei confronti dei paesi firmatari della Cedu, che l’ha istituita. Stando al rapporto per il 2010 dell’Osservatorio sulle sentenze Cedu presso la Camera dei deputati, in tema di diritti umani il Belpaese è tra gli ultimi della classe.
Con 98 sentenze e rispettive condanne, l’Italia è preceduta da sole altre 5 maglie nere: la Turchia che figura in cima alla lista con 278 provvedimenti penali, seguita da Russia (217), Romania (143), Ucraina (109) e Polonia (107). Ben diversa la posizione delle nazioni vicine all’Italia e cioé Slovenia (6), Svizzera (11), Austria (19) e Francia (42).
Per non dire della Danimarca che figura addirittura a quota zero. Oltre ai numeri, non meno degno di nota è il carattere delle violazioni che hanno portato l’Italia sul banco degli imputati a Strasburgo. Sul totale delle 98 sentenze con condanna, ben 61 accertano almeno una violazione delle norme Cedu, e di queste 50 riguardano l’inosservanza del diritto a un equo processo. Soltanto una invece è relativa alla violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, sancito dall’articolo 3 della Convenzione, che in sostanza proibisce la tortura.
Ciò, nonostante che dal 2009 siano ormai centinaia i ricorsi giunti alla Corte europea che si appellano a detto articolo, in virtù di un precedente. Due anni fa infatti, l’Italia è stata condannata dai giudici di Strasburgo per aver costretto un detenuto a vivere in una cella che misurava meno di 3 metri quadri, il che costituirebbe un’ipotesi di tortura.
Vista la situazione delle carceri italiane, dove si rileva nel complesso un tasso di sovraffollamento nella misura del 150%, ci sarebbe da aspettarsi una sequela pressoché interminabile di simili punizioni. Tutto questo pressoché agli antipodi peraltro della Germania, da dove proprio in questi giorni giunge la notizia di una sentenza definita epocale.
Questa volta è stata emessa dalla Corte Costituzionale tedesca, che da oggi obbliga le istituzioni penitenziarie del Paese a liberare un detenuto, qualora la carcerazione non sia rispettosa dei diritti umani. Viene così anteposta la dignità della persona alla sicurezza, e si apre la strada alle “liste di attesa” per l’ingresso in carcere, già praticate in alcuni Paesi nordeuropei, Norvegia in testa. Senza dimenticare che nelle prigioni norvegesi e tedesche si parla addirittura di tasso di sotto affollamento, nel senso che nelle carceri di questi Paesi ci sono più posti letto che detenuti.

fonte:  Kenka Lekovich da Il Piccolo

G8 Genova: È andata meglio in piazza Tahrir

La Grand Chambre della Corte Europea, con una maggioranza tutt'altro che granitica (10 a 7), ha stabilito che non vi sarebbero responsabilità del Governo italiano né nella morte di Carlo Giuliani né nell'inchiesta che ne seguì, che portò all'archiviazione dell'accusa di omicidio per il carabiniere Placanica che sparò a Carlo. Nessuna responsabilità dell'Italia nemmeno per la conduzione dell'ordine pubblico in quei tre giorni del vertice G8 del 2001. Su questo punto la Corte Europea, nel suo massimo grado e ribaltando quanto stabilito della prima istanza, si pone in aperto contrasto con le sentenze dei processi di Genova (3 i maggiori) che pure hanno attentamente analizzato i fatti di quei giorni, li hanno minutamente ricostruiti e sono giunte a stabilire che l'intervento dei carabinieri, poche ore prime dell'omicidio e nella stessa zona, fu illegittimo e ingiustificato: non dimentichiamoci che Carlo subì proprio quell'attacco, poco prima di essere freddato. Ugualmente le sentenze genovesi hanno accertato come sia stato illegittimo, nella decisione e nei metodi seguiti, l'attacco e il macello della Diaz. Infine, come sommamente illegittimo fu il trattamento subito dai fermati nella caserma di Bolzaneto. Se - secondo la Corte Europea - ciò rimanda ad un corretto, attento ed equilibrato mantenimento dell'ordine pubblico in piazza, non capiamo proprio cosa potrebbe definirsi per ingiustificato macello. Sicuramente i militari egiziani in piazza Tahrir hanno fatto meglio di quanto fecero Fini e De Gennaro nel comandare i loro sottoposti a Genova in quelle drammatiche giornate.
La verità è che la Corte Europea, soprattutto nella seconda istanza (la Grand Chambre) sta diventando sempre di più una istanza politica, sensibilissima ai desiderata dei vari governi, non appena le vengono sottoposte questioni politicamente sensibili. E l'ampliamento della Unione (che ovviamente si riflette sulla Corte) non le ha giovato in termini di libertà e autonomia di giudizio. Il verdetto sul crocifisso nelle aule italiane sta a dimostrarlo, tanto quanto questa sentenza sulla morte di Carlo.
D'altro canto, è difficile ergersi a critici della Corte Europea quando da un lato i nostri giudici non hanno nemmeno ritenuto di dover disporre il dibattimento e dall'altro i politici di tutti i partiti (con pochissime eccezioni personali) non hanno inteso disporre nemmeno di una commissione d'inchiesta parlamentare. Forse perché la maggioranza e l'opposizione di allora erano ambedue invischiate nella gestione di quei tre giorni, basti pensare a come l'allora capo della polizia transitò dal governo di centrosinistra a quello di destra.
La pronuncia di ieri pone fine, per il momento, all'iter della vicenda penale. Se col tempo dovessero emergere elementi nuovi sarà sempre possibile riaprirla. Rimane la via civile per chiedere risarcimento a Placanica e alla sua Arma, nonché allo stato stesso: un modo per celebrare comunque un processo (perché anche il giudizio civile implica un processo, sia pure mille miglia difforme da quello che avremmo voluto) e cercare di fare emergere, una volta ancora, delle responsabilità che si vollero occultare quando fu impedito il dibattimento penale (vi ricordate? Il solito proiettile che, sparato in aria impatta con un calcinaccio e va a conficcarsi in un occhio di Carlo uccidendolo in brevissimo tempo e altre panzane) e su cui oggi i giudici (o meglio sarebbe dire i politici?) di Strasburgo hanno inteso mettere una lapide definitiva. Non si illudano questi giudici e chi ne ha manovrato la maggioranza: non ci stancheremo mai di ricercare la verità sulla morte di Carlo. Costi quel che costi.

Ezio Menzione (Legale della famiglia Giuliani)

G8 Genova: Alla faccia dei diritti dell'uomo...

Giovanna d'Arco fu giustamente bruciata sul rogo in quanto eretica. E Gesù Cristo fu crocefisso dopo un regolare processo. Certo, sussistono alcuni dubbi sulle garanzie di cui i due imputati hanno goduto nel corso dei rispettivi procedimenti, ma non sulla regolarità degli esiti. In compenso, i congiunti dei due famosi condannati non hanno dovuto perdere tempo nell'attesa di una decisione della Grande Chambre della corte europea dei diritti dell'uomo. Nome assai pomposo, che oggi suona beffardo.
Sinceramente tremo al pensiero che i diritti fondamentali dell'individuo siano verificati da giudici che hanno saputo dichiarare, per il caso Carlo Giuliani e riguardo l'organizzazione dell'ordine pubblico di quei giorni, che pur "in assenza di un'inchiesta interna approfondita ... le autorità italiane hanno fatto tutto quello che ci si poteva ragionevolmente aspettare da loro per fornire il livello di protezione richiesto in caso di operazioni che comportano un rischio potenziale di ricorso alla forza letale". O ancora, a proposito dell'utilizzo da parte di diversi carabinieri di manganelli vietati (tondini in ferro e simili) che non si vede "in cosa questa circostanza possa essere messa in relazione con la morte di Carlo Giuliani". Davvero colpito da tante sensibilità!
Vorrei ricordare alla corte di Strasburgo che nel processo a 25 manifestanti la sentenza (pure criticabile, in considerazione delle durissime pene comminate per atti che, nella peggiore delle ipotesi, possono essere classificati come gravi danneggiamenti a cose, e non a persone...) ha almeno ammesso che l'attacco al corteo dei disobbedienti, che portò alla tragedia di Piazza Alimonda, fu "non solo illegittimo, ma ingiustificato e sproporzionato alla situazione". Il tribunale genovese è giunto a definire la prima reazione dei manifestanti "una reazione legittima nei confronti di atti arbitrari dei pubblici ufficiali". Ma a Strasburgo hanno almeno letto gli atti?
Ad Haidi, Giuliano ed Elena non posso dire nulla. Solo un abbraccio. Nulla di meno importante, nulla di più importante...

Francesco "baro" Barilli

G8 Genova: Strasburgo non è Berlino

Ascoltare i commenti "politici" alla brutta sentenza di Strasburgo offre una ulteriore chiave di lettura della situazione del nostro Paese.
Senza dignità la beceraggine della destra, che si riduce a parlare ancora di violenti e di "Genova messa a ferro e fuoco", come se non sia stata in ogni caso la conseguenza della strategia repressiva decisa a tavolino dal governo di destra insediato da poco, come se quelli che hanno rotto un po' di vetrine e di bancomat e incendiato un po' di automobili non fossero stati guidati dalle infiltrazioni dei servizi e lasciati indisturbati nelle loro scorrerie (non ne hanno fermato neppure uno per sbaglio: come mai?).
Assordante il silenzio dell'opposizione parlamentare. D'altra parte non ci sarebbe da aspettarsi molto da quelli che (leggi Violante e il dipietrista) si fecero in quattro per impedire la commissione d'inchiesta al tempo del governo Prodi, e anche allora con l'aiuto dell'immancabile radicale (e si sono viste recentemente altre imprese di questa poco credibile pattuglia scelta dai dirigenti del PD). D'altra parte, alla festa genovese del PD, chi riscosse calorosi applausi è stato il neo-difensore della legalità Fini, che si è ben guardato dal ricordare che cosa faceva a Genova nel luglio 2001 nei luoghi nei quali si verificava l'applicazione della strategia decisa.
Le uniche voci si sono levate da rappresentanti della sinistra, che oggi è diventata extraparlamentare, forse anche per debolezze proprie, sicuramente a causa degli accordi bipartisan che produssero una legge elettorale che non ha uguali, per fortuna loro, nei paesi civili. C'è comunque una parte sana del Paese che ha espresso indignazione per la sentenza assolutoria di ogni responsabilità dello Stato italiano e solidarietà a Carlo; quella parte sana che tornerà a Genova quest'anno, che non si arrende, che continua a pretendere almeno la verità. Che ci aiuta a farlo.
Proveremo ad usare l'unico strumento che l'ordinamento ci consente: una causa civile, i tempi ci sono tutti. Lo scopo, ovviamente, non sarà quello di rivalerci sull'ex carabiniere che dice di aver sparato, ma di ottenere finalmente un dibattimento in un'aula di tribunale, visto che l'uccisione di Carlo non è stata ritenuta degna neppure di un processo. Insomma, la possibilità di produrre in un'aula di tribunale tutta la documentazione che conferma la responsabilità dello Stato, della catena di comando, delle decisioni assunte, del disordine pubblico provocato da chi avrebbe avuto invece l'obbligo di garantire ordine e rispetto dei diritti.
E' utile leggere le ragioni in base alle quali sette giudici della Grande Chambre di Strasburgo hanno motivato il loro dissenso rispetto alla decisione assolutoria sostenuta dagli altri dieci. Ne ricordo qui alcune.
Hanno detto che un carabiniere, giudicato dai suoi superiori non più in grado di svolgere il servizio, invece di essere sfiltrato è stato lasciato sulla camionetta in possesso di un'arma letale.
Hanno rilevato che l'organizzazione ha il dovere di sovrintendere alla preparazione di quelli che devono garantire l'ordine pubblico e accertarne costantemente l'attitudine.
Hanno ricordato che lo stesso carabiniere ha dichiarato di non vedere nessun aggressore davanti a sé (cosa che mette in discussione il principio della legittima difesa).
Hanno rilevato che una jeep senza grate protettive non è un mezzo da impiegare in azioni violente contro i manifestanti che potrebbero giustamente reagire. Lo ha sfacciatamente dichiarato in uno dei processi genovesi (quello contro venticinque manifestanti) il capitano responsabile del reparto di carabinieri: sfacciatamente perché si era ben guardato dall'allontanare i due mezzi nell'azione repressiva, durata per altro meno di un minuto e conclusa con una fuga precipitosa che si configura come una vera e propria trappola.
Hanno persino sottolineato che per allontanare i possibili aggressori il carabiniere avrebbe potuto sparare in aria invece di fare fuoco ad altezza d'uomo come ha fatto. Sparare in aria davvero, e non come si sono inventati quattro imbroglioni, abusivamente consulenti del pubblico ministero (ricordate, il proiettile che incontra un calcinaccio che vola nel cielo di Genova e viene deviato verso il basso sotto l'occhio di Carlo!).
Sono solo alcuni spunti che dimostrano come sette giudici su diciassette si siano documentati, abbiano controllato le dichiarazioni, esaminato filmati e fotografie. Cosa che dubito abbiano fatto gli altri dieci, così come non l'hanno fatto il pm e la gip che decretarono l'archiviazione dell'omicidio.
Di queste cose si dovrà discutere in un'aula di tribunale. E di un'altra vergogna. E' accettabile che, per tentare un depistaggio (ricordate anche quel filmato: "l'hai ucciso tu, col tuo sasso"), un carabiniere spacchi la fronte di un ragazzo colpito a morte da un proiettile? Forse, per la gentaglia della destra è accettabile anche questo.
Per la dignità di un Paese che voglia pretendere di essere civile, no.

Giuliano Giuliani

25 marzo 2011

Processo Cucchi: Prima udienza per la morte del trentunenne. 12 imputati tra sanitari e secondini

«Riguardandomi indietro è una grande cosa che il processo sia iniziato. Per noi è difficile essere qui a ricordare quanto è accaduto. Soprattutto perchè siamo convinti che la verità è ancora lontana». Parole da tenere sempre a mente quelle di Ilaria Cucchi dopo la prima udienza del processo, nell'aula bunker del carcere di Rebibbia, sulla morte del fratello, fermato per droga il 15 ottobre del 2009 e poi morto la settimana successiva in ospedale. Perché sarà un processo lungo, con le difese che giocheranno ogni tipo di carta per neutralizzare la potenza della presa di parola di una famiglia contro la combinazione letale di proibizionismo, carcere e malasanità che ha ucciso un trentunenne sano, arrestato per un pugno di grammi d'hashish e sottoposto a un supplizio iniziato in un paio di caserme dei carabinieri, proseguito nei sotterranei di un tribunale, dunque a Regina Coeli e fino a un repartino penitenziario di un grande ospedale romano. A un anno e mezzo dai fatti la famiglia Cucchi è riuscita ad arrivare a un processo ed è consapevole di un lutto «ancora da elaborare». Per i pm, però, Stefano sarebbe morto anche se fosse stato a casa. La famiglia stenta a credere alla tesi dell'abbandono dei medici. Bisognerà attendere la disanima delle 150 testimonianze richieste per capire se reggeranno le accuse a 12 persone, sei medici, tre infermieri e tre guardie carcerarie per i reati di lesioni e abuso di autorità, favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio e falsità ideologica. Nella vicenda Cucchi c'è già stata una condanna, quella a carico di Claudio Marchiandi, direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, al quale sono stati inflitti due anni di reclusione dopo il processo con il rito abbreviato.
Tra le richieste preliminari all' inizio del dibattimento nel processo per la morte di Stefano Cucchi c'è stata quella che ha sollecitato una delle difese relativa all'effettuazione di un sopralluogo nella cella del tribunale di Roma dove fu tenuto il giovane in attesa dell'incredibile convalida di un arresto sulla base di carte zeppe di errori (che Cucchi fosse un albanese privo di fissa dimora). La terza corte d'assise si è riservata di decidere alla prossima udienza. Tra i documenti che i pm hanno chiesto di produrre, ci sono gli atti dell'inchiesta compiuta dalla commissione parlamentare presieduta da Ignazio Marino e quelli dell'inchiesta dell'amministrazione penitenziaria. La prossima udienza, il 28 aprile, compariranno in aula i primi testimoni: gli otto carabinieri (scampati all'inchiesta, per ora) che lo arrestarono.

Carlo Giuliani, giustizia non è fatta

E' stato ucciso negli scontri innescati dalle cariche illegittime dei carabinieri a un corteo regolarmente autorizzato. Un filmato rivela che sollevò l'estintore solo dopo aver visto la pistola spianata. Ma la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con sentenza definitiva, ha assolto l'Italia dalle accuse di aver responsabilità nella morte di Carlo Giuliani avvenuta il 20 luglio 2001 a Genova. La decisione è stata presa a maggioranza dai giudici della Grande Camera.
Si legge nel dispositivo della Grande Chambre che l’uso della forza non è stato sproporzionato e che il ricorso alla forza fu necessario contro la «violenza illegale» ma solo per l’episodio specifico - chiarisce nero su bianco la sentenza di 109 pagine - «poiché questo non vuol dire che si giustifica tutto quello che è successo quel giorno».
Tredici voti contro quattro, la Corte dice che non c’è stata violazione dell’articolo 2 della Convenzione. Dieci contro sette i giudici europei ritengono che non ci sia stata violazione della legge sull’utilizzazione della forza mortale, sull’uso delle armi a disposizione durante il G8 di Genova. Ancora dieci a sette, per i giudici non c’è stata violazione dell’articolo 2 per ciò che concerne l’organizzazione dell’ordine pubblico.
«Avrebbe potuto essere una giornata importante - dice a caldo Haidi Giuliani - e non solo per la famiglia Giuliani, dopo le sentenze su Diaz e Bolzaneto, o sulle violenze della polizia in strada, una sentenza favorevole a noi sarebbe stata un’ulteriore conferma della necessità di fare chiarezza. Purtroppo l’Europa non ci ha risposto positivamente. Ora stiamo valutando l'ipotesi di intraprendere una causa civile». «Da una prima lettura della sentenza - dice l'avvocato dei Giuliani, Paoletti - balza agli occhi che la Corte non preso in considerazione argomenti forti come il fatto che le regole d’ingaggio del nostro esercito vietavano di usare armi letali. Se Placanica anziché una Beretta, una pistola da guerra, avesse avuto una pistola elettrica si sarebbe difeso ma non avrebbe ucciso Carlo. E poi il defender non aveva grate d’acciaio. Quel veicolo non doveva proprio trovarsi in piazza Alimonda».
«Lo Stato italiano ha preteso e ottenuto l'assoluzione per la repressione nelle piazze di Genova, che - oltre ai pestaggi e alle torture - ha portato anche all'uccisione di Carlo Giuliani: giustizia non è fatta», dice Gigi Malabarba di Sinistra Critica, senatore all'epoca dei fatti e promotore della Commissione d'inchiesta parlamentare, mai realizzata. «Tuttavia, pur nella vergogna dell'assoluzione, c'è una ratio: fu a livello dell'Unione europea e degli Stati uniti che furono definite le modalità di intervento nei confronti del movimento No global, come gli “anticipi"nelle violenze contro i manifestanti a Napoli a marzo e a Goteborg a giugno hanno dimostrato. E l'affidamento della catena di comando a Gianni De Gennaro contemplava tutte le brutalità che si sono dispiegate a Genova nel luglio 2001. Come lo Stato italiano, cosí la giustizia europea si conforma a quelle decisioni politiche che, purtroppo è bene ricordarlo, trovarono un consenso bipartisan. Penso sia giusto ricorrere ulteriormente al tribunale civile perchè troppe sono le incongruenze nella vicenda dell'uccisione di Carlo. Ancora una ragione in piú per manifestare a Genova, a dieci anni di distanza, la verità politica che tutti conosciamo: è lo Stato che ha armato la mano di chi ha ucciso in quella piazza!».

Checchino Antonini

Testimonianze: "Così la polizia mi ha massacrato"

Un giovane tifoso del Brescia massacrato a manganellate che finisce in coma. I medici lo danno per spacciato: se ce la farà a sopravvivere, dicono ai genitori, "sarà un vegetale". Dopo più di un mese di buio, invece, il ragazzo si risveglia. Parla, anche se con molta fatica. E' ancora intubato quando, alla fine del 2005, comincia a raccontare tutto a una poliziotta, che ha il coraggio di aprire un'inchiesta sui colleghi. La commissaria indaga in solitudine. Scopre verbali truccati. Testimonianze insabbiate. Filmati spariti. Poi altri poliziotti rompono l'omertà e sbugiardano le relazioni ufficiali di un dirigente della questura. Un giudice ordina di procedere. E adesso, a Verona, sta per aprirsi un processo simbolo contro otto celerini del reparto di Bologna. Una squadraccia, secondo l'accusa, capace non solo di usare "violenza immotivata e insensata su persone inermi", ma anche di inquinare le prove fino a rovesciare le colpe sulle vittime. "L'Espresso" ha ricostruito i retroscena di quella misteriosa giornata di guerriglia tra tifosi e polizia, con testimonianze e filmati inediti, scoprendo un filo nero che collega tanti casi in apparenza separati di degenerazione delle divise. Un viaggio nel male oscuro che contamina e divide le nostre forze di polizia.
"La mia storia è simile a quella di Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani... La differenza è che io sono ancora vivo e posso parlare". Paolo Scaroni oggi ha 34 anni e il 100 per cento d'invalidità civile. Cammina per Brescia, la sua città, strascicando un piede rimasto paralizzato. La voce esce spezzata e lui se ne scusa ("Sono i postumi del trauma"): "Sono molto legato ai familiari di Aldovrandi. Suonava il clarinetto come me, nelle nostre vicende ci sono coincidenze incredibili. Io sono stato massacrato alle otto di sera, lui è stato ammazzato la stessa notte, sei ore dopo. Ora vogliamo fondare un'associazione: familiari delle vittime della polizia". Suo padre, bresciano di Castenedolo, capelli bianchi e mani callose, riassume il problema scuotendo la testa: "Ho sempre avuto rispetto delle forze dell'ordine. Ma adesso, quando vedo un'uniforme, non ho più fiducia". Quello di Paolo è un dolore speciale: "Oggi la cosa che mi fa più male è che mi hanno cancellato l'infanzia e l'adolescenza. Ho perso tutti i ricordi dei miei primi vent'anni di esistenza".
La vita del ragazzo senza memoria è cambiata il 24 settembre 2005. Paolo, allevatore di tori, fisico da atleta, è in trasferta a Verona con 800 tifosi. Il suo gruppo, Brescia 1911, è il più popolare e radicato. Hanno un loro codice: botte sì, ma solo a mani nude. "Niente coltelli, no droga", scrivono sugli striscioni. In quei giorni si sentono scomodi: tifosi di provincia che protestano contro "i padroni del calcio-tv" e "le schedature". Dopo la partita, i bresciani vengono scortati in stazione. E qui si scatena l'inferno: tre cariche della celere, violentissime. L'inchiesta ha identificato 32 tifosi feriti, quasi tutti colpiti alla schiena. Foto e video recuperati da "l'Espresso" mostrano, tra gli altri, una ragazza con il seno tumefatto e altri due giovani con trauma cranico e mani fratturate. Paolo ha la testa fracassata: salvato dagli amici, si rialza, vomita, sviene. Alle 19,45 entra in coma. L'ambulanza arriva con più di mezz'ora di ritardo.
Secondo la relazione ufficiale firmata da F. M., dirigente della questura di Verona, la colpa è tutta dei tifosi. Il funzionario dichiara che gli ultras bresciani "occupavano il primo binario bloccando la testa del treno", con la pretesa di "far rilasciare due arrestati". Appena le divise si avvicinano, giura il pubblico ufficiale, "il fronte dei tifosi assalta i nostri reparti con cinghie, aste di ferro, calci, pugni e scagliando massi presi dai binari". La celere li carica "solo per prevenire violenze sui viaggiatori". Paolo non è neppure nominato: una riga nella penultima pagina del rapporto cita solo "un tifoso colto da malore a bordo del treno". Chi lo ha picchiato? "Scontri con gli ultras veronesi", è la prima versione, che crolla subito: la stazione era vuota, dentro c'erano solo i bresciani scortati dagli agenti. Quindi un celerino ne racconta un'altra: Paolo sarebbe stato ferito da "uno dei massi lanciati dagli ultras" suoi amici.

fonte: L'Espresso

Napoli: aggressione fascista

Ancora una volta siamo costretti a riferire di un' ennesima aggressione di stampo fascista avvenuta a Napoli.
Questi i fatti: nel giorno dello sciopero selvaggio del trasporto urbano, un folto gruppo di ragazzi e ragazze (semplici studenti, militanti dei collettivi territoriali, di scuole e università etc) tornava a piedi dal presidio chiamato dal movimento contro la guerra questo pomeriggio a Capodichino.
Con evidente premeditazione, un gruppo di una trentina neofascisti ha prima compiuto una serie di ronde di “ricognizione” con i motorini, poi, aspettato il gruppo di attivisti all'altezza dell'orto botanico, li ha sorpresi con un'aggressione violenta: prima con un lancio di pietre dal marciapiede opposto, poi avvicinandosi brandendo anche caschi e mazze di ferro, italianissime, tricolori, addirittura lanciando un televisore.
Non ci sorprende la modalità dell'aggressione: premeditata, a freddo, rivolta contro persone "disarmate"; è questa la pratica politica a cui ci hanno abituato i gruppi neofascisti nella città partenopea.
In particolare in quella zona, storicamente “nera”, che negli anni ’70 ospitava la sezione missina Berta, i cui militanti sono stati coinvolti nelle pagine più nere della storia della nostra città e che ancora oggi fa da bacino di voti per la destra apparentata con la malavita organizzata; un zona spesso nota purtroppo alle cronache per episodi sempre più frequenti di questo tipo a danno di immigrati, senza tetto e compagni.

24 marzo 2011

La Corte Europea assolve l'Italia per l'omicidio di Carlo Giuliani.

La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con sentenza definitiva, ha assolto l'Italia dalle accuse di avere delle responsabilità nella morte di Carlo Giuliani, avvenuta durante gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine nel corso del G8 di Genova.
La decisione sulla morte del ragazzo in piazza Alimonda nel luglio del 2001 è stata presa a maggioranza dai giudici della Grande Camera. Si tratta della revisione del primo processo, avviato nel 2002 dai familiari e concluso nel 2009 con l'assoluzione dello Stato Italiano dalle accuse di torture e violenze contro i dimostranti e l'assoluzione di Mario Placanica, il carabiniere che sparò il colpo mortale per Carlo Giuliani.
Quella sentenza, però, lasciava un'ombra sulle fasi successive della vicenda con una inchiesta non sufficientemente approfondita su quanto avvenuto, da parte delle autorità italiane. Per questo motivo, oltre ai familiari di Giuliani, anche lo Stato Italiano ha chiesto la revisione, una sorta di Appello.
Secondo i genitori di Carlo Giuliani, furono le forze dell'ordine a mettere in atto un "uso eccessivo della forza" e a causare la morte di Carlo. Nessuno dei carabinieri, affermano, soccorse il giovane, colpito dal fuoco di Mario Placanica, e, anzi, la camionetta dell'Arma passò sopra il suo corpo. Nel ricorso alla Corte i Giuliani lamentano anche che non fu fatta l'autopsia sul cadavere del figlio e che non vi è mai stata un'inchiesta approfondita sull'accaduto.
La Corte diede parzialmente ragione ai Giuliani in primo grado, individuando solo alcune lacune nell'indagine sulla morte di Carlo, e assolse Placanica, rivendicando per lui la legittima difesa. La famiglia Giuliani, a quel punto, ricorse alla Grande Chambre. Oggi una sentenza definitiva ha scagionato l'Italia.

fonte: Rassegna.it


I primi commenti alla sentenza:


Paolo Ferrero (segretario nazionale PRC): "Voglio esprimere tutto il mio sdegno e la mia tristezza per la sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo relativa alla morte di Carlo Giuliani. La sentenza di assoluzione per l’Italia, assunta a maggioranza dai giudici, è una vergogna visto il modo indecente e criminale in cui venne gestito il tema dell’ordine pubblico da parte del ministero degli interni nelle giornate di Genova." (video)


"Lo Stato italiano ha preteso e ottenuto l'assoluzione per la repressione nelle piazze di Genova, che -oltre ai pestaggi e alle torture- ha portato anche all'uccisione di Carlo Giuliani: giustizia non è fatta" ha dichiarato Gigi Malabarba di Sinistra Critica, dopo la sentenza della Corte europea. "Tuttavia, pur nella vergogna dell'assoluzione, c'è una ratio: fu a livello dell'Unione europea e degli Stati uniti che furono definite le modalità di intervento nei confronti del movimento No global, come gli 'anticipi' nelle violenze contro i manifestanti a Napoli a marzo e a Goteborg a giugno hanno dimostrato. E l'affidamento della catena di comando a Gianni De Gennaro contemplava tutte le brutalità che si sono dispiegate a Genova nel luglio 2001"."Come lo Stato italiano, così la giustizia europea si conforma a quelle decisioni politiche che, purtroppo è bene ricordarlo, trovarono un consenso bipartisan. Penso sia giusto, come sostiene la famiglia Giuliani, ricorrere ulteriormente al tribunale civile perchè troppe sono le incongruenze nella vicenda dell'uccisione di Carlo. Ancora una ragione in più per manifestare a Genova, a dieci anni di distanza, la verità politica che tutti conosciamo: è lo Stato che ha armato la mano di chi ha ucciso in quella piazza!" conclude Malabarba.

Vittorio Agnoletto: La sentenza della corte di Strasburgo è estremamente grave perché legittima il rifiuto delle istituzioni italiane di ricercare la verità sulla morte di Carlo Giuliani. Lo Stato italiano ha avuto paura ad affrontare un pubblico dibattimento in un’aula giudiziaria. Infatti dove i processi hanno potuto svolgersi le conclusioni non hanno lasciato dubbi sulle responsabilità delle forze dell’ordine nella gestione dell’ordine pubblico e in gravi atti di violenza: 44 tra forze dell’ordine, guardia di finanza e personale sanitario condannati per le torture di Bolzaneto, 24 poliziotti condannati per la notte cilena della Diaz, numerosi altri poliziotti condannati per violenze di strada a carico di pacifici manifestanti, oltre alla condanna per istigazione alla falsa testimonianza dell’allora capo della polizia.
Il processo per la morte di Carlo Giuliani avrebbe potuto far emergere delle verità “scomode” e ulteriori gravi responsabilità su chi allora gestì l’ordine pubblico; oltre a verificare se fu effettivamente Placanica a sparare o se il giovane carabiniere fu utilizzato per coprire la responsabilità di qualcuno ben più alto in grado.
La Corte di Strasburgo con la sua sentenza ha coperto questa omertà di Stato.
La decisone della Corte risulta ancora più inaccettabile alla luce della sentenza dei giudici genovesi nel processo dei 25: in quella sentenza i magistrati hanno definito “ingiustificato e illegittimo” l’attacco dei carabinieri al corteo autorizzato delle tute bianche, attacco in seguito al quale fu ucciso Carlo Giuliani. Se l’attacco fu ingiustificato a maggior ragione avrebbe dovuto essere aperta un’inchiesta sulle responsabilità nella gestione dell’ordine pubblico.
Sorge spontanea la domanda su quanto peso abbia avuto la realpolitik sulla sentenza della Corte. Patetica risulta la pretesa dei rappresentanti del governo di oggi e di allora e di alcuni sindacati di polizia di utilizzare la sentenza odierna per cambiare la realtà di quanto avvenne in quelle giornate genovesi. Resta una semplice verità oggi ai massimi vertici dei nostri servizi segreti e delle forze dell’ordine vi sono persone condannate in appello per reati gravi: le loro dimissioni restano un obbligo morale e politico

Con la sentenza di oggi "e' molto grave che, ancora una volta, siano stati delusi e ingannati i giovani che attendono giustizia". Cosi' Don Andrea Gallo, fondatore della Comunita' di San Benedetto al Porto commenta con l'Agi la sentenza della Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo che assolve l'Italia dalle accuse di avere responsabilita' nella morte di Carlo Giuliani, avvenuta in Piazza Alimonda il 21 luglio del 2001, durante gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine.
Una sentenza che "lascia molto perplessi" "Sono trascorsi dieci anni, ma il punto centrale - ha aggiunto - e' che e' mancata una commissione parlamentare di inchiesta, nonostante le tante richieste perche' si facesse chiarezza. Il Parlamento ha latitato paurosamente. Questo e' il punto centrale. Inoltre, il processo relativo alla morte di Carlo in Piazza Alimonda e' stato chiuso velocemente e vergognosamente.
L'anno scorso - ha aggiunto Don Gallo - la magistratura in Corte d'Appello ha dato un forte segnale positivo, riconoscendo le responsabilita' delle forze dell'ordine. Non so quindi come si possa affermare che il Governo non ebbe responsabilita'.
Bastava venire a Genova in quei giorni - ha concluso Don Gallo - per vedere il porto chiuso, l'aeroporto presidiato, le stazioni ferroviarie bloccate, i negozi barricati e una citta' blindata, militarizzata, con episodi di 'squadrismo di Stato', culminati nelle torture perpetrate all'interno della caserma di Bolzaneto ai danni dei manifestanti arrestati, fino all'irruzione alla scuola Diaz"
 
Sulla sentenza emessa oggi dalla corte Europea in merito ai fatti del G8 di Genova del 2001, è intervenuto oggi anche l’ex leader della rete Noglobal di Napoli Francesco Caruso. “Una sentenza vergognosa –ha commentato- l’ultimo tassello di un sistematico tentativo da parte degli apparati giudiziari di insabbiare le responsabilità politiche e materiali dell'assassinio di Carlo. Non e' nelle aule dei tribunali che si riscrive la storia: i fatti del g8 di Genova non vivono nelle sentenze giudiziarie, ma nella memoria collettiva di chi ha vissuto e subito la violenza di stato durante il g8. Anche per questo torneremo a Genova in occasione del decennale della morte di Carlo, non per commemorare il passato ma per costruire un futuro di lotte contro il neoliberismo: a dieci anni dal controg8 –ha poi concluso- la crisi mondiale rafforza la nostra convinzione che un altro mondo non solo e' possibile, ma e' sempre più necessario''.

Omicidio Cucchi: al via processo, dodici gli imputati

Comincia il processo per accertare la verità sulla morte di Stefano Cucchi, il geometra romano morto la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009, sei giorno dopo il suo arresto per spaccio di sostanze stupefacenti. Domani nell'aula bunker del carcere di Rebibbia, di fronte alla terza Corte d'Assise, si aprirà la prima udienza del processo che vede alla sbarra dodici imputati: si tratta dei sei medici che ebbero in cura il giovane (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti), tre infermieri (Giuseppe Fluato, Elvira Martelli e Domenico Pepe) e tre guardie carcerarie (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici). Nelle ore che precedono l'inizio del processo la famiglia di Cucchi, per bocca della sorella Ilaria, parla di "stato d'animo segnato dalla preoccupazione". "L'impressione - afferma Ilaria Cucchi - è che sarà un processo scandito dal dolore e teso a difendere l'operato dei pubblici ministeri e della consulenza tecnica a scapito della verità. L'auspicio è che chi deve giudicare si renda conto di ciò che è capitato a Stefano".
I familiari del geometra contestano, in particolare, le conclusioni della consulenza medico-legale che ha attribuito le cause della morte del giovane non tanto al presunto pestaggio avvenuto nelle celle di sicurezza della Tribunale quanto per l'abbandono nella struttura protetta dell'ospedale Sandro Pertini dove Cucchi era stato ricoverato. Nei giorni scorsi uno dei medici rinviati a giudizio, in una lettera aperta, ha affermato che Cucchi "rifiutò" le cure in ospedale, perché come molti pazienti giudiziari tentava di attivare, in questo modo, la macchina della giustizia e ottenere un contatto con il suo avvocato. "Noi siamo riusciti a sottoporlo a visita ortopedica - scrive Flaminia Bruno - effettuare la radiografia alla schiena, i prelievi ematici, somministrare gli anti-dolorifici e farmaci per l'epilessia. Il ragazzo ha sistematicamente rifiutato ogni altro trattamento e indagine proposta. E' chiaro che in questo modo il medico ha le mani legate". Agli imputati si contestano, a vario titolo, i reati di lesioni e abuso di autorità; favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio e falsità ideologica. Nella vicenda Cucchi c'é già una condanna. Si tratta di Claudio Marchiandi, direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, condannato a due anni di reclusione in quanto aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato.

fonte: Ansa

Palermo: la polizia difende casa pound e carica gli antifascisti

Oltre trecento manifestanti si sono radunati nei pressi del Multicenter Mondadori nella centralissima via Ruggero Settimo, dove era in programma l’inziativa all'organizzazione di estrema destra Casa Pound per la presentazione del libro "Nessun Dolore". Iimmediatamente è partita la carica delle forze dell'ordine (video)
La stessa cosa aveva fatto anche lo scorso mese, giorno 11 febbraio, ma era stata costretta ad annullare l'iniziativa grazie alla presenza di un presidio che per ore ha bloccato la strada antistante la libreria stessa. Come scritto in una nota nella campagna di boicottaggio che ha preceduto questa giornata il lupo perde il pelo ma non il vizio, infatti il multi center ha, per la giornata odierna, proposto nuovamente la presentazione dello stesso libro, ancora una volta non il nuovo che avanza ma il vecchio che ritenta, i militanti di Casa Pound, forse per rifarsi della magra figura di aver dovuto annullare l'iniziativa in extremis hanno voluto ritentare l'impresa. È chiaro che questa iniziativa vuole essere una vetrina per l'organizzazione di estrema destra, un modo per conquistare spazi di visibilità nel cuore della città, ma gli antifascisti palermitani non demordono e continuano a combattere il fascismo giorno per giorno e presidiando anche oggi la libreria.

Carceri: 2 minori su 3 dentro in attesa giudizio.

Circa due terzi (nel 2009 il 61,6%) dei minori detenuti gli istituti di pena minorile(ipm) sono in custodia cautelare, mentre solo un terzo sta scontando una pena definitiva. Lo evidenzia l'associazione Antigone nel 'Primo rapporto sugli istituti penali minorili', una caratteristica del sistema carcerario minorile, che confligge con lo spirito della riforma della giustizia minorile del 1988, e che lo accomuna al sistema penale degli adulti.
Anche nel caso delle carceri per minori c'e' una sproporzione tra italiani e stranieri (rispettivamente il 57 e il 42% nel 2009). Antigone osserva anche come la giustizia minorile abbia retto meglio ''alle campagne securitarie degli ultimi anni'', che hanno portato al collasso i carceri per adulti.
''Il sistema minorile - sottolinea - sembra essere rimasto immune da questa tendenza. L'andamento della criminalita' e' rimasto invariato e gli Istituti non si sono riempiti fino all'inverosimile''. L'Italia resta uno dei Paesi dove si incarcerano meno i minori, con una proporzione di uno ogni 20 mila, come Olanda, meno che in Francia, dove finisce dentro un ragazzo ogni 12.500, ma piu' che in Spagna (la proporzione qui e' di uno ogni 50 mila).
Se e' vero che, dopo la riforma del codice di procedura penale minorile del 1988, il carcere per i ragazzi che hanno commesso reati e' ormai un'estrema ratio, gli Istituti per minori (Ipm) sono, ancora piu' che quelli per adulti, dei ''contenitori di marginalita' sociale'' dove finiscono ''solo stranieri, rom e ragazzi del Sud''. Il rapporto di Antigone evidenzia che ''il sistema funziona bene, ma non per tutti''.
A dimostrazione di questo, l'associazione mette a confronto le denunce, gli ingressi nei 27 Cpa (centri di prima accoglienza, che ospitano i minorenni fino a 96 ore dopo l'arresto) e le presenze nei 19 Istituti penali. E da questo si ricava ''una netta selettivita' a danno degli stranieri: sono una minoranza tra i denunciati, in carcere sono quanti o piu' degli italiani''. Indicativo in questo senso e' il dato delle sezioni femminili, nel 2009 su 34 ragazze detenute 28 erano straniere. Per citare solo alcune delle cifre raccolte, nel 2007 i minori stranieri denunciati sono stati 10.390, il 27,2% del totale (38.193 ragazzi), con una proporzione piu' o meno stabile fin dal 2000 (oscillante tra il 23 e il 29%).
A fronte di questi numeri nel 2007 gli stranieri passati per i 27 Cpa erano 1.840 su 3.385, nel 2010 9024 su 2.344. I detenuti nei 19 Istituti erano 218 su 422 (il 51,7%), una percentuale, tuttavia, calata negli ultimi due anni: al 45% nel 2009 e al 34,4% nel 2010. Eppure, dice Antigone, i minori stranieri ''si caratterizzano per la commissione di fatti meno gravi, per i quali il ricorso ad una misura cautelare e' meno necessario che per gli italiani'', invece quando ''una misura cautelare si rende necessaria , il carcere e' per gli stranieri piu' probabile''. Interessante e' poi la geografia del nostro sistema: nel 2010 negli Ipm del nord sono entrati 434 ragazzi, 174 italiani e 260 stranieri; al centro 100 italiani e 258 stranieri; al Sud la proporzione e' completamente rovesciata, 362 italiani e 62 stranieri, nelle Isole 248 italiani e 36 stranieri.

fonte: Ansa

22 marzo 2011

Omicidio Bianzino: il pm prova a escludere la moglie dalle parti civili

Non è cambiato quasi nulla nel carcere di Capanne, a Perugia, dall'autunno del 2007, da quando Aldo Bianzino vi trovò la morte meno di 48 ore dopo il suo arresto. "Quasi" significa che ancora oggi restano alti i livelli di discrezionalità da parte della polizia penitenziaria la valutazione dell'opportunità di una visita medica in presenza di un detenuto che si lamenta. Anche dovesse contorcersi dal dolore. Però la prassi ha fissato da allora una visita medica più rigorosa per i nuovi arrivi. E questo potrebbe dirla lunga in fondo al processo che è iniziato a Perugia a tre anni e mezzo da quel 12 ottobre in cui Aldo Bianzino e la sua compagna Roberta Radici vennero arrestati dalla polizia con l'accusa di possedere e coltivare alcune piante di marijuana. Ma l'avvio del processo registra anche l'estromissione dalle parti civili del Comitato Verità per Aldo e dell'associazione A buon diritto. E non si tratta di segnali positivi. Anche Gioia Toniolo, la donna con cui Bianzino ha avuto due figli, ha rischiato la stessa sorte. Il pm, infatti, ha sostenuto che non avrebbe subito alcun danno dalla morte del pacifico ma squattrinato ebanista. «Un attacco a una donna e, perdipiù, a colei che ha chiesto subito l'autopsia per Aldo con cui aveva mantenuto un rapporto fraterno», commenta Patrizia Cirino dell'Associazione Verità per Aldo.«Non ci aspettavamo una tale mancanza di rispetto visto che non essendo divorziata aveva diritto comunque ad un assegno di mantenimento. Ma avendo due figli con Aldo è davvero difficile sostenere che non abbia subito alcun danno morale da quella morte», spiega a Liberazione Fabio Anselmo, legale di alcuni figli e familiari della vittima del carcere, che è riuscito a ribaltare la richiesta del pm anche per quanto riguarda il tentativo di vietare riprese video. Il giudice lo ha motivato col timore che un processo che prevede pene fino a un massimo di due anni venga associato ad altri più importanti. Non ha fatto nomi il giudice però la presenza di Anselmo, legale dei familiari di Aldrovandi, Cucchi e Uva spiega fin troppo l'imbarazzo per l'ennesimo processo al lato più oscuro dei trattamenti polizieschi e penitenziari.
Reiterata omissione di soccorso e falsificazione di pubblici registri sono i capi di imputazione per l'unico imputato, un agente di polizia penitenziaria. Ma il comitato Verità per Aldo ha sempre sostenuto che si tratta di un'accusa monca. Quando una persona muore potrebbero esserci gli estremi di un omicidio colposo. Particolarmente grave l'esclusione dalle parti civili - e un po' strano che l'abbia chiesta il pm - delle associazioni che hanno denunciato immediatamente le anomalie della versione ufficiale sulla morte del detenuto. Ma il pm è lo stesso che lo arrestò e che curò le indagini preliminari senza dialogare granché con familiari e comitati.
Il 14 ottobre 2007 alle 8,15 la polizia penitenziaria trova Aldo agonizzante. Le prime indiscrezioni accreditano l'infarto ma il perito prima rivela diverse gravi lesioni di origine traumatica per fornire in seguito una versione più tranquillizzante. L'inchiesta per omicidio volontario è stata archiviata con la solita dicitura: "Cause naturali". La morte, secondo la perizia medico-legale, è stata provocata dalla rottura di un aneurisma cerebrale: la lesione epatica definita «estranea all'evento letale», il decesso attribuito a cause naturali, escludendo l'esistenza di aggressioni nei confronti della vittima.
Nel frattempo Roberta Radici si è spenta pochi mesi dopo. Ora i tre figli di Aldo Bianzino, suo fratello, i suoi genitori e la sua ex moglie, assieme al comitato Verità per Aldo continuano a chiedere l'integrazione del capo di imputazione. «Se raccontare è resistere, è tempo di resistere a indagini inquinate, manipolazioni d'informazione, istruttorie lacunose frutto di conflitti d'interesse (l'attività investigativa viene anche svolta da appartenenti alla polizia penitenziaria in servizio a Perugia), tentativi di insabbiamento, richieste di archiviazione», ha scritto Cirino tre anni fa. Ed è ancora un'urgenza.

Checchino Antonini

Basta morti invisibili e torture: chiudiamo subito gli OPG

Trent'anni dopo la riforma che porta il nome di Franco Basaglia, non tutti i manicomi hanno chiuso i battenti. Vengono chiamati ospedali psichiatrici giudiziari ma sono i manicomi criminali di una volta. Per l’esattezza gli internati sono 1535 (1433 uomini e 102 donne) nei sei ospedali psichiatrici giudiziari italiani (Aversa, Montelupo fiorentino, Napoli Sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglion delle Stiviere e Barcellona Pozzo di Gotto).
Martedì 8 marzo un ragazzo di 29 anni G.D., di origini genovesi, viene ritrovato morto nella sua cella dell’ospedale psichiatrico di Montelupo fiorentino. Il giovane era arrivato nella struttura nell’ottobre del 2010. Il cadavere è stato trovato nel bagno della cella, a scoprirlo sono stati gli agenti. Accanto all’uomo, che era stato internato a causa di episodi di aggressioni in famiglia, è stata trovata una bomboletta di gas in dotazione ai detenuti. Sul caso è stato aperto un fascicolo da parte della Procura della Repubblica di Firenze. La salma è stata trasferita al reparto di medicina legale di Careggi per essere sottoposta ad autopsia.
Negli opg avvengono anche atti di violenza sessuale. È di giovedì 10 marzo la notizia che due agenti di polizia penitenziaria dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa sono stati arrestati con l’accusa di avere costretto in più occasioni un giovane transessuale, internato nella struttura, ad avere rapporti sessuali. Sempre ad Aversa, dopo che si sono verificate 14 morti in 14 anni, 14 persone sono state iscritte nel registro degli indagati per omicidio colposo, tra cui parte del personale in servizio in reparto: medici, psichiatri e i dirigenti della struttura. Questi episodi vanno contestualizzati in uno scenario più ampio di abusi, violenze e di condizioni detentive inumane e degradanti che emergono anche dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura, organismo del consiglio di Europa, che si è recato in visita ispettiva negli opg italiani.
Gli opg sono inutili luoghi di soprusi, isolamento prolungato, condizioni igieniche indecenti, di contenzione abituale e di trattamenti totalmente lesivi della dignità umana.
L'opg è un limbo, un luogo di totale non diritto. In questi luoghi vige l'incertezza della pena e non esiste proporzionalità della pena rispetto al reato. In queste strutture vengono internate persone che, dopo aver commesso un reato, vengono dichiarate tramite una perizia totalmente o parzialmente incapaci di intendere o volere ma che a causa di una presunta pericolosità sociale (definita in riferimento alla norma vigente che risale al codice Rocco del 1930, nostra pesante eredità fascista) vengono ugualmente rinchiuse e allontanate dalla società.
Per le persone prosciolte per totale incapacità mentale l’opg si presenta nella sua dimensione peggiore, l’ergastolo bianco: l’internamento viene stabilito dal giudice di due, cinque o 10 anni ma la durata effettiva del provvedimento è ad assoluta discrezionalità del magistrato, che può prorogarlo all'infinito ogni due,cinque o dieci anni; con questo meccanismo alcune persone hanno scontato più di trentacinque anni di reclusione e si perde il conto di quanti sono morti avendo scontato molti anni in più della reale pena correlata al reato commesso. Diverso è il caso della seminfermità mentale: la capacità di intendere e di volere, per quanto ridotta, sussiste. La persona perciò è imputabile e viene sottoposta al processo. In caso di condanna vi sarà la diminuzione di un terzo della pena. Se riconosciuta anche socialmente pericolosa la persona verrà inviata in opg, dopo aver scontato la pena detentiva in carcere, senza sapere quanto dovrà restarci.
In opg possono anche finire individui che vengono trasferiti dal carcere conseguentemente ad una misura disciplinare e per un tempo indefinito (il tempo che un detenuto passa in opg non gli viene conteggiato come pena effettivamente scontata e quando verrà ritrasferito in carcere dovrà scontare anche il periodo non conteggiatogli).
In questi manicomi le persone continuano a morire così come nelle carceri vere e proprie.
Nei primi due mesi del 2011 sono morte 12 persone tra carcere e opg, di cui sei sono “morti da bomboletta”. Le bombolette del gas vengono date in dotazione dal carcere ai detenuti per poter cucinare. La cucina rappresenta l'unico strumento che la persona ristretta ha a disposizione per svolgere un'attività in autonomia, per costruire e vivere piccoli momenti di socialità e condivisione con altri detenuti.
Le bombolette vengono anche utilizzate da alcuni come meccanismo di “evasione” per non pensare, in quanto la loro inalazione provoca stordimento simile a quello indotto da assunzione di droghe leggere o di psicofarmaci. La concessione massiccia di psicofarmaci è fortemente appoggiata dall'amministrazione carceraria in un’ottica contenitiva in quanto detenuti chimicamente sedati sono sicuramente più gestibili, meno indotti a creare problemi e più propensi a sopportare l'alienazione della carcerazione.
E così per le bombolette. Sta diventando pratica sempre più diffusa e strumentalmente usata dalle amministrazioni carcerarie utilizzare le bombolette come pretesto per giustificare le morti scomode senza dover mettere in discussione il totale degrado, sovraffollamento ed incurie in cui riversano quelle discariche sociali chiamate carceri ed ospedali psichiatrici giudiziari. Con queste “morti da bomboletta” si continuerà così facilmente a giustificare la tragica e insensata fine di altri G.D., altri Ciprian Florin (morto l’8 febbraio 2011 a Genova, anche lui presumibilmente per inalazione di gas), altri Yuri Attinà (morto a Livorno il 5/1/2011), altri Jon R. (morto a Pavia per inalazione di gas l'11/2/2011).
Queste morti provocate o meno da inalazione di butano sono vere e proprie morti di Stato.
Lo Stato prende in custodia il corpo e l'anima di una persona e a questa dovrebbe garantire l’incolumità.


Collettivo Antipsichiatrico A.Artaud -Pisa
Zone del silenzio-Pisa

21 marzo 2011

Torino: carica della polizia alla no berlusconi night

Come annunciato la visita torinese di Berlusconi non è filata liscia. In città per promuovere il candidato sindaco di plastica Michele Coppola e nel contempo per testare il suo gradimento in pubblico, ha trovato una Torino che non ha tradito le aspettative. Il miglior amico dell'oggi tanto odiato e bombardato Gheddafi, il grande statista (quello del bunga bunga) aveva in programma una toccata e fuga in una città blindata, in un noto hotel del centro, dove per partecipare alla convivialità della serata, i commensali hanno pagato dai 500 euro in su.
Questo mentre L'Italia è complice in una vera e propria guerra contro la Libia, che ha tanto il sapore del 1999 Serbo.
Ad attenderlo un presidio di un migliaio di persone, variegato quanto determinato a tentare l'assedio al rais. Dal concentramento alle 18 davanti alla stazione di Porta Nuova a qualche isolato dall'hotel che ospitava B., dopo circa una mezz'ora d'interventi, di buon passo e cogliendo di sorpresa il servizio di sicurezza schierato in gran forze, ci si è concentrati a pochi metri dall'ingresso dei Principi di Piemonte. Qui la presenza è cresciuta e si è manifestata a vari livelli e in molteplici contenuti la rabbia verso chi decide i destini di ciascuno. Di quel politico che un giorno bacia l'anello di quello che oggi bombarda.
Intorno alle 20 la pressione al cordone sanitario di difesa al premier si è rafforzata e la questura, per non fare brutta figura di fronte al proprio capo, ha caricato i manifestanti al fine di allontanare la presenza contro B. Manganelli e lacrimogeni ( video) non hanno tolto l'assedio all'hotel che è proseguito oltre le 21, fino a quando un corteo spontaneo ha continuato a manifestare nel centro cittadino.
Berlusconi non è gradito e la guerra a Torino ha trovato i suoi primi oppositori.

fonte: InfoAut


10 anni NoGlobal

LA VIGILIA DEL G8 DI GENOVA Un convegno per ricordare i fatti del 17 marzo 2001 a Napoli e quello che ne è seguito: le tecniche di repressione sperimentate con gli ultras e applicate ai movimenti, le zone rosse, l'assenza del reato di tortura, le legislazioni speciali per controllare le rivolte contro le discariche e gestire il dopo-terremoto a L'Aquila. In 10 anni, 16 mila attivisti denunciati e 6 mila rinviati a giudizio per le lotte sociali.

Il 17 marzo a Napoli non si ricorda l'unità d'Italia ma il Global forum del 2001, almeno nell'area che si riconosce nelle lotte politiche e sociali. Quel pomeriggio, cioè, che anticipò il G8 di Genova sul piano della repressione violenta del dissenso. Ieri un convegno organizzato dal Legal team Italia proprio a Napoli ha ripercorso l'ultimo decennio di politiche e legislazioni speciali come pratiche riproposte poi, di volta in volta, sui territori in rivolta contro le discariche, la Tav fino a L'Aquila del post terremoto. Dalla gestione delle manifestazioni in piazza, quindi, si è passati alle proteste per il lavoro, alle comunità, il controllo sociale diventato un problema di ordine pubblico. È Livio Pepino, direttore di Quale Giustizia, a spiegare come molti dispositivi utilizzati dal 2001 in avanti siano stati sperimentati negli anni sulle tifoserie calcistiche, gruppi che non sollevano particolari simpatie e quindi facilmente isolabili, dall'arresto in flagranza differita fino al daspo,
che a dicembre scorso si è proposto di estendere alle manifestazioni politiche. Soprattutto, il reato di devastazione: «In Italia - spiega Pepino - era stato utilizzato quasi esclusivamente per i terroristi altoatesini che mettevano le bombe ai tralicci, per le rivolte carcerarie e, naturalmente, per gli hooligan». La gestione concordata della piazza è terminata quando è cominciata la politica delle zone rosse: «Dal '46 al '77 - ricorda ancora - sono stati 142 i morti durante i cortei. Dal '77 al 2001, cioè da Giorgiana Masi a Carlo Giuliani, non era più accaduto». A Genova è successo qualcosa di diverso, che aveva avuto un suo precedente a marzo a Napoli, sotto un governo di differente colore politico ma con la stessa gestione dell'ordine pubblico.
Piazza Municipio ridotta a una tonnara con, per la prima volta dopo decenni, anche carabinieri e guardia di finanza a gestire la repressione, feroce. Nessun varco per scappare, manifestanti colpiti con manganelli fuori ordinanza, inseguiti fin dentro il pronto soccorso degli ospedali. Il processo terminato con la condanna in primo grado per sequestro di persona aggravato per i funzionari, non tutti, una parte delle colpe sanate dalla prescrizione: «Perché l'Italia - ricorda l'avvocato Liana Nesta - non ha recepito il reato di tortura. Portati nella caserma Raniero senza conoscere l'imputazione, senza poter parlare con un legale, identificati e sottoposti ad angherie.
Tra i condannati in primo grado il vicequestore Fabio Ciccimarra, che metterà poi la molotov nella Diaz a Genova». E poi la ritorsione dello stato, perché quello che è successo nella città ligure è successo sotto obiettivi e telecamere di giovani, reporter e mediattivisti, le bugie smascherate anche grazie a una segreteria legale che ha fornito supporto tecnico nei diversi procedimenti. E allora arrivano nel 2002 i processi di Cosenza e Taranto, dove si teorizza che un gruppo di sovversivi, dai docenti agli operai, hanno cospirato da sud contro lo stato prima e durante i fatti di Genova: «Hanno tirato - spiega l'avvocato Simonetta Crisci - fuori dal cassetto il reato di cospirazione, un'accusa sufficientemente vaga da poter colpire chiunque, un arnese che ha funzionato dal fascismo a oggi. I giornali, esibiti in aula, raccontavano dei Ros del generale Ganzer che giravano le procure proponendo l'inchiesta, lo stesso accusato di traffico d'armi e droga. Di uno degli accusati, Francesco Cirillo, avevano fatto la copia delle chiavi di casa per installare delle cimici, dopo ogni incursione se le tenevano invece di riconsegnarle al pm, così entravano e uscivano quando volevano». Un'accusa basata non su prove ma interpretazioni di conversazioni, già bocciata due volte, ma portata lo stesso in appello.
In dieci anni, sono 16mila le persone denunciate, seimila rinviate a giudizio, per fatti che riguardano le lotte sociali ricorda Italo di Sabato, dell'Osservatorio sulla repressione. Nel 2009 a Teramo 39 ragazzi sono finiti nelle maglie della giustizia dopo uno scontro con Forza nuova e la rottura di una vetrina, di cui 22 solo per aver esposto allo stadio uno striscione di solidarietà: «La legalità come dichiarazione di guerra contro i poveri cristi». Napoli, Genova e poi le Torri gemelle con la lotta planetaria al terrorismo che, dagli Usa all'Europa, impone la compressione dei diritti civili, così spiega l'avvocato Ezio Menzione si arriva ad accettare come normali le retate a tappeto, le zone off limits, gli arresti fuori flagranza, i controlli alle frontiere fino ai pastori sardi bloccati a Civitavecchia per non farli arrivare a manifestare a Roma. Fino alle discariche dichiarate zone militari, con le aggravanti per gli arrestati nelle vicinanze, aggravanti anche per chi colpisce un agente di pubblica sicurezza, cose che capitano in una manifestazione, oppure si fanno capitare.

Adriana Pollice - il manifesto

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