26 febbraio 2011

Bologna: la polizia difende i fascisti e picchia i compagni

Questo pomeriggio dalle ore 14.00 CasaPound organizza un’iniziativa sul tema del ritorno al nucleare presso la Sala del Baraccano, concessa dal Quartiere Santo Stefano. Un centinaio di persone di alcune realtà cittadine che avevano lanciato un presidio nel pomeriggio, si sono ritrovate stamattina per manifestare il proprio rifiuto alla concessione della sala di quartiere e hanno trovato la sede blindata dai reparti della celere. Al tentativo dei manifestanti di entrare da un entrata secondaria, la polizia ha respinto con i manganelli ferendo un ragazzo in testa. (video)
Alcuni manifestanti sono stati bloccati all’interno della sala dalla polizia, mentre il presidio all’esterno ne chiedeva l’immediata liberazione. I manifestanti sono poi riusciti ad entrare in massa occupando la sede del quartiere ricongiungendosi con le persone all’interno. E’ stato subito indetta una conferenza stampa e un’assemblea pubblica.
Via Santo Stefano, all'altezza del Baraccano è praticamente blindata con agenti in assetto antisommossa. Dall’interno il presidio ha convocato subito una conferenza stampa e un’assemblea pubblica, invitando tutta la cittadinanza a partecipare e a ribadire che in questa città non ci sono spazi per le associazioni neo-fasciste.
Dall'interno fanno sapere che non c'è nessun ordine di sgombero e che il presidio-assemblea andrà avanti fino a che non verrà revocato lo spazio a Casapound.

 

Mondovi (Cn): Paolo Ferrero identificato a Mondovì per aver distribuito pane a prezzo calmierato

Questa mattina Paolo Ferrero segretario del PRC è stato identificato dai vigili urbani del Comune di Mondovì (Cuneo) durante l'iniziativa dei Gruppi di Acquisto Popolari (GAP) che consiste nell'acquisto collettivo per ridurre i prezzi dei generi di prima necessità contro la crisi e la speculazione.
Il verbale dei Vigili urbani fa seguito all'ordine del giorno approvato dal consiglio comunale a maggioranza leghista che di fatto restringe l'attività dei gruppi di acquisto.
Il Prc contesta la norma e la giudica incostituzionale perchè impedisce di fatto la libera associazione dei cittadini garantita dalla costituzione repubblicana

24 febbraio 2011

Dopo il danno la beffa: denunce e multe ai pastori bastonati a Civitavecchia

Tre avvisi di garanzia e quaranta contravvenzioni: è l'effetto penale della vigliaccata, subita, e delle  manganellate, incassate, dai pastori a Civitavecchia il 28 dicembre. A poche ore dalla partenza per Milano, domani festeggeranno in Piazza Affari, 43 iscritti e simpatizzanti del Movimento hanno ricevuto altrettanti biglietti speciali dalla Procura di Civitavecchia e dalla prefettura di Roma.
Gli indagati. Sono tre: Felice Floris, leader dell'Mps, quel giorno trascinato a terra da tre poliziotti in assetto anti-sommossa mentre cercava di mediare con un funzionario della questura e liberato in un battibaleno dalle donne del Movimento. Il secondo è Priamo Cottu, Ollolai, a Civitavecchia ammanettato dai carabinieri e rilasciato solo dopo l'intervento di un sindaco al seguito del gruppo: «Garantisco io per lui», fu il prezzo pagato per non vedere l'amico caricato su uno dei dieci blindati schierati. Poi c'è Andrea Cinus, Sant'Anna Arresi, spinto all'improvviso, senza alcun motivo e con violenza dalle forze dell'ordine sul cancello-prigione per i pastori, cancello apparso dal nulla al molo numero uno.
I tre sono indagati per resistenza a pubblico ufficiale e il rifiuto - così c'è scritto - di farsi identificare. Gli avvisi di iscrizione sul registro degli indagati sono stati firmati dal sostituto procuratore Consolato Labate, con un passato da ex capo dell'ufficio indagine della Federcalcio, e titolare dell'inchiesta sugli incidenti di dicembre. Allo stesso magistrato il procuratore capo Gianfranco Amendola, ex parlamentare europeo dei Verdi alla fine degli anni ottanta, ha affidato anche l'inchiesta preliminare sul "comportamento delle forze dell'ordine prima, durante e dopo la carica". Carica a freddo, va ricordato, ma non si sa se anche il fascicolo-bis abbia prodotto o meno degli avvisi di garanzia.
I multati. Sono quaranta sui trecento del Movimento che, due mesi fa furono bloccati da un esercito di poliziotti sùbito dopo lo sbarco dal traghetto «Nuraghes». Sono stati multati per manifestazione non autorizzata: la sanzione va da 2500 a diecimila euro. Contravvenzioni che non pagheremo mai, hanno fatto sapere i pastori.
Le polemiche. A caldo gli incidenti di Civitavecchia scatenarono le sdegnate reazioni bipartisan da parte dei parlamentari sardi, con diverse interrogazioni urgenti al ministro dell'Interno, Roberto Maroni. In quei giorni, anche sul web si scatenò un'affollata crociata, spontanea e popolare, in difesa dei pastori, con molti attacchi per "un'evidente violazione da parte delle forze dell'ordine dei principi costituzionali, la libertà di manifestare, sfociata in una brutale forma di repressione preventiva", parole dell'avvocato Nino Marazzita.
Il nuovo viaggio. Gli avvisi e le contravvenzioni non fermano il Movimento: «Oggi partiremo per Milano - dice Felice Floris -. Saremo in trecento, abbiamo chiesto l'autorizzazione alla questura: dunque, siamo in regola. Come tutte le volte, anche domani porteremo in piazza solo la nostra volontà di protestare contro chi ha messo alla fame i pastori: le multinazionali. Non siamo dei violenti e mai lo saremo».

Bologna: Polizia ferma studenti in azione sui bus dell'atc

Oggi durante un’azione all’interno della campagna “atc non puoi rubarci la città” alcuni studenti e studentesse del collettivo autonomo studentesco sono stati oggetto di una forte provocazione da parte dell’atc e delle forze dell’ordine.
Mentre le macchinette obliteratrici si rifiutavano, come nei giorni scorsi, di far pagare l’aumento del costo dei biglietti i controllori hanno fatto fermare il bus e scendere tutti i passeggeri in attesa dell’arrivo del reparto mobile dei carabinieri.
All’arrivo di questi sono stati comminati più di 300 euro di multe varie dall’ATC e minacciate dalle forze dell’ordine denunce penali per imbrattamento e interruzione di pubblico servizio. Tutti gli studenti inoltre sono stati identificati.
Riteniamo vergognoso un simile attacco ad una campagna legittima e che gode dell’appoggio della maggior parte dei cittadini. Atc si è dimostrata ancora una volta schierata contro quelli che dovrebbero essere i suoi “utenti” e complice nel voler far pagare a tutti i costi l’austerity a studenti e precari.
La nostra campagna continua, non faremo neanche un passo indietro. Tant’è vero che durante la provocazione poliziesca molti altri autobus proseguivano la sciopero del biglietto …

Collettivo Autonomo Studentesco

23 febbraio 2011

Omicidio Verbano, due nuovi sospetti

Ufficialmente nessun nome è stato ancora iscritto nel registro degli indagati per le nuove indagini sull'omicidio di Valerio Verbano, il diciannovenne militante dell'Autonomia operaia ucciso il 22 febbraio di 31 anni fa da un commando di tre neofascisti che gli tesero un agguato nella sua abitazione dopo aver immobilizzato i genitori. E' vero tuttavia che l'attenzione degli inquirenti si è concentrata su due personaggi che all'epoca avevano più o meno la sua stessa età. A loro si sarebbe arrivati attraverso un aggiornamento dei vecchi identikit, realizzati sulla base delle testimonianze del padre di Valerio, Sardo Verbano, che aprì la porta agli attentatori e vide uno di loro in faccia, e di un vicino di casa che incrociò i tre sulle scale mentre si allontanavano precipitosamente. Grazie a dei moderni programmi di grafica informatica in uso alle forze di polizia, il Ros dei carabinieri che conduce le indagini per conto dei pm Pietro Saviotti e Erminio Amelio ha invecchiato gli identikit dell'epoca comparandoli con i volti attuali di alcuni sospettati, giungendo a sovrapporli con quelli di due neofascisti di quegli anni. Non ci sarebbero dunque nuovi riconoscimenti. Insomma il quadro probatorio raccolto allo stato sarebbe prettamente indiziario, supportato da ricostruzioni logiche, per questo in procura si procede con cautela. Domani si svolgerà un esame molto importante, un accertamento tecnico irripetibile su quei pochi reperti sfuggiti alla distruzione dei corpi di reato decisi dal giudice istruttore Claudio D'Angelo, che per oltre un decennio ha avuto in mano il dossier. Di fatto la procura sta espletando solo oggi alcune di quelle richieste che nel gennaio 1987 il nuovo pm incaricato delle indagini, Loreto D'Ambrosio, aveva chiesto senza trovare ascolto. Giovedì i tecnici di laboratorio tenteranno di individuare eventuali tracce genetiche dal bottone, gli occhiali e la pistola, una beretta 7,65, lasciati dagli attentatori. Probabilmente verrà svolta anche una perizia comparativa sull'arma per verificare, come chiesto nuovamente dai legali di Carla, la madre di Verbano, l'eventuale compatibilità della pistola con un'arma da fuoco dello stresso calibro impiegata in una rapina realizzata da tre esponenti di Terza posizione nel 1979. Ad individuare i due volti si sarebbe giunti dopo un accurato lavoro di mappatura della violenza politica nei quartieri dell'area nord est della Capitale, una delle zone dove lo scontro tra rossi e neri fu più sanguinoso. Non è escluso che ad indirizzare questo lavoro di analisi vi sia stato il contributo di qualche "gola profonda". Uno o più collaboratori di giustizia a cui sarebbe stato chiesto di raschiare il fondo del barile. L'ipotesi su cui sembrano aver lavorato gli inquirenti è quella di un'azione messa in piedi da un "nucleo di quartiere", appartenente all'area dello spontaneismo armato di destra, per candidarsi all'ingresso nei Nar. Lo scenario è abbastanza verosimile, risponde infatti a delle dinamiche molto frequenti in quegli anni di forte accelerazione militarista, dove gruppi esterni spesso composti da giovanissimi realizzavano azioni indipendenti per accreditarsi presso i gruppi maggiori. I Nuclei armati rivoluzionari erano una sigla aperta che si prestava ad episodi del genere. L'azione venne rivendicata a nome del comando «Thor, Balder e Tir», mai ricomparso successivamente, e fu criticata dai militanti storici dei Nar con un altro comunicato. Secondo quanto riferito da Repubblica, i sospetti si sarebbero incentrati su un «professionista» affermato e su un attivista di estrema destra riparato da molti anni all'estero. I due non sarebbero affatto degli sconosciuti e sicuramente uno di loro sarebbe stato fermato in passato per possesso di armi. La descrizione del militante espatriato lascia pensare ad un latitante riparato in Sud America, in un Paese tuttora coinvolto in una accesa controversia giuridico-diplomatica con l'Italia. Per altro il personaggio è stato condannato per aver partecipato proprio alla rapina del 1979 nella quale venne utilizzata una 7,65, arma di cui si sta cercando di verificare la compatibilità con quella che Valerio Verbano strappo dalle mani dei suoi assassini. Inesatto appare invece è il richiamo al ferimento di Roberto Ugolini, il militante ex di Lc ferito nel marzo 79 da un nucleo di Terza posizione di cui sono noti i nomi. Uno di loro era in carcere al momento dell'assassinio di Verbano, l'altro, Giorgio Vale, nell'80 già faceva parte dei Nar. Identiche modalità d'azione che conducono ad ipotizzare l'intervento di una medesima area armata ma con responsabili diversi.

Paolo Persichetti

Pediatra pestata a sangue al G8 di Genova: ora il ministero dovrà pagare

Adesso lo Stato italiano deve pagare. Basta con le perdite di tempo, basta con i silenzi e le assenze, con gli appelli, basta con i «non ricordo».
Deve pagare, e basta. Si ricomincia da quella che nell´aprile del 2007 era stata prima sentenza di condanna nei confronti del Ministero dell´Interno, colpevole delle illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti durante il G8. Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ancora ragione a Marina Spaccini, pediatra di origine triestina, pacifista che per quattro anni aveva lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: «Non violenza!». Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c´era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice istruttore Angela Latella. I cattivi c´erano per davvero, ed erano ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte del medico triestino. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, il giudice aveva deciso di condannare il Ministero dell´Interno. Una cifra tutto sommato modesta, cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali. Ma lo Stato si era comunque opposto. Aveva presentato appello. La corte ha detto che il Ministero deve pagare. E basta. A questo punto vale la pena di ricordare la motivazione del precedente giudice. «Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia, non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un´iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta a riportare l´ordine pubblico gravemente messo in pericolo». Perché l´intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l´ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La pacifista era assistita dall´avvocato Alessandra Ballerini.


fonte: La Repubblica

La madre di Marcello Lonzi non si arrende, il suo ricorso arriva in Cassazione

Finisce davanti alla Corte di Cassazione il caso di Marcello Lonzi, il detenuto morto nel carcere livornese delle Sughere l'11 luglio 2003. La madre del ventinovenne livornese, Maria Ciuffi, aveva annunciato che si sarebbe rivolta ai giudici romani già subito dopo la sentenza di archiviazione pronunciata a maggio dal gip di Livorno Rinaldo Merani che accolse la richiesta della Procura.
Sulle circostanze del decesso di Lonzi (che si trovava recluso per tentato furto e con un residuo di 4 mesi di pena da scontare) era stata condotta una inchiesta terminata con la richiesta d'archiviazione delle posizioni di tre indagati (due guardie carcerarie e il compagno di cella). Secondo i magistrati livornesi Lonzi morì a causa di un malore. Già nel 2004 una prima inchiesta era terminata con un'archiviazione.
"Ci sarà un giudice in tutta Italia che mi ascolterà? - dice Maria Ciuffi, che da 8 anni si batte per la verità sulla morte del figlio - Se neanche la Cassazione lo farà, sono pronta ad andare fino a Strasburgo, alla Corte dei diritti dell'uomo. Se ci va Berlusconi, posso andarci anch'io, no?". "Nonostante tutto - conclude Ciuffi - non ho perso la speranza".

fonte: Ansa

22 febbraio 2011

Milano: poliziotti penitenziari rinviati a giudizio per violenze sessuali a detenuti transessuali

Rinviati a giudizio con l’accusa di aver stuprato dei detenuti transessuali nelle carceri di San Vittore e di Bollate due agenti della polizia penitenziaria. Il pubblico ministero Isidoro Palma contesta loro i reati di concussione sessuale e violenza sessuale con l’aggravante di averli commessi su persone sottoposte alla limitazione della libertà personale e in qualità di pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni. In base a quanto ricostruito dalla procura, il primo agente, un ispettore superiore in servizio a San Vittore di 56 anni, nel luglio 2008 in due occasioni avrebbe convocato un primo detenuto transessuale nel proprio ufficio. Rimasto solo con lui, gli avrebbe detto di essere il “comandante delle guardie” e avrebbe preteso un rapporto sessuale. Tra il giugno e il settembre dello stesso anno avrebbe riservato quattro volte lo stesso trattamento a un altro transessuale. Ancora, avrebbe convocato il detenuto nell’ufficio, ricordato chi è che comanda e richiesto rapporti sessuali in cambio della promessa di soddisfare rapidamente le richieste di ricevere vestiti in cella presentate dal trans. Il secondo imputato è invece un assistente di polizia penitenziaria, che avrebbe violentato le stesse due vittime.
La prima a San Vittore e la seconda a Bollate. Se le imputazioni sono le stesse del collega, diverse, però, le modalità delle presunte violenze. Avrebbe avvicinato il primo transessuale nel settembre 2008, intimandogli di non creare problemi e costringendolo a un rapporto attraverso le grate della sua cella alla presenza degli altri detenuti. In una seconda occasione, nell’estate del 2009, si sarebbe chiuso con lui nella cella. Poi avrebbe riservato lo stesso trattamento al secondo trans nell’agosto del 2009, una volta trasferito con l’altro transessuale nel carcere di Bollate, dove le due vittime condividevano la stessa cella. L’inchiesta aveva preso il via dalle confidenze della prima vittima a un operatore del carcere che aveva fatto aprire una prima indagine della stessa polizia penitenziaria. I due transessuali nei mesi scorsi hanno confermato le accuse in sede di incidente probatorio. Da marzo la vicenda finirà al vaglio del tribunale.

fonte: www.diritto.net

Tessera del tifoso: intervista all'avvocato Lorenzo Contucci

Avvocato, per la prossima stagione si vuole limitare le trasferte ai soli tesserati, è possibile?
“Dovrebbero ritenere a rischio tutte le centinaia di partite che nei fine settimana vengono giocate ma in base a cosa? Fai una legge dove ritieni potenzialmente a rischio ogni gara? Non vedo come sia possibile”.

La sensazione è che il progetto Tessera del Tifoso non sia stato gestito adeguatamente.
“Loro pensavano di risolvere ogni problema di “sicurezza”. Hanno fatto leva sul tifoso che segue in casa la squadra e che ha sottoscritto la tessera per aver l'abbonamento, non pensando che la grande maggioranza di coloro che la squadra la seguono anche in trasferta, avrebbero detto no. Si sono trovati di fronte a un movimento numeroso e colorato che ha di fatto messo in “crisi”, il sistema della tessera, tanto che i questori talvolta prendono decisioni autonome per “sistemare” i tifosi in trasferta. La sensazione è che il giocattolo gli sia scoppiato tra le mani e che navighino a vista”.

Dei famosi vantaggi per i tesserati, promessi e ripromessi non si vede traccia?
“Perchè è stata una sorta di “imposizione” per le società di calcio. Non erano e non sono preparati a una strategia di marketing”.

La sensazione però è che le società, tessera o non tessera, guardano solo alle pay-tv mentre non c'è rispetto per i tifosi
“E' vero, e il duopolio Mediaset-Sky, i tanti abbonati in più, porteranno di riflesso più soldi nelle casse delle società ma quanto può continuare questo giochino?”

A Udine cinema allo stadio, a Torino sponda Juve e presto a Firenze leCheerleaders, più che il modello inglese un vero e proprio modello americano

“Senza dubbio, si guarda sicuramente a un modello che culturalmente non ci appartiene e niente ha a che vedere con il calcio”.

E sul comunicato della curva maratona puoi darci delle delucidazioni? Cosa sta accadendo quindi?

“Esattamente quello che avevo segnalato qualche anno fa: si tratta del famigerato ed incostituzionale articolo 9 della legge Amato, che vieta a chiunque abbia avuto un daspo o una condanna per reati da stadio di acquistare biglietti.

Maroni - a voce - ha interpretato l'art. 9 dicendo che i biglietti non vengono rilasciati a chi ha daspo in corso e a chi ha avuto condanne per reati da stadio negli ultimi 5 anni, anche se poi l'art. 9 dice tutt'altro.
E' stata creata una "black list" nella quale sono inseriti i nominativi di coloro che sono sottoposti a daspo ed anche le condanne ricevute: poi, se la Questura segue le direttive di Maroni, non verranno rilasciati biglietti a chi ha avuto condanne "da stadio" negli ultimi 5 anni (anche se per lo stesso episodio si è già scontato il daspo!), se seguono la legge, chi ha avuto una condanna da stadio, anche nel 1990, non potrà più avere biglietti.
La proposta di modifica della norma che avevo fatto era quella per cui non potesse avere un biglietto chi ha un daspo in corso e chi ha avuto condanne "da stadio" negli ultimi 5 anni purché per lo stesso episodio non abbia già scontato il daspo: se il mio daspo è finito, vuol dire che per la stessa questura non sono più pericoloso e quindi perché non posso andare allo stadio?
Tuttavia è difficile far passare concetti così semplici in un Regime tutto incentrato su come far più soldi e autoassolversi in caso di reati.”

16 febbraio 2011

Cosenza: denunciati gli antifascisti

Il 16 Novembre 2010 la Cosenza antifascista si è data appuntamento sotto Palazzo dei Bruzi, sede del Municipio, per manifestare contro l’arrivo di un ex-picchiatore nero, fascista e antisemita dichiarato: Adriano Tilgher. A mesi di distanza arriva una denuncia per il compagno Gaetano Azzinaro reo, secondo il rapporto della Digos cosentina, di aver aggredito un ufficiale di polizia. Il rapporto della Digos è un caso scuola di come si possa eliminare qualsiasi dimensione politica per trasformare tutto in una semplice questione di ordine pubblico. Non c’è traccia della presenza di un fascista che nega la shoah e sta dalla parte della repubblica di Salo, non c’è nessun riferimento alla massiccia presenza in quella piazza di compagni che praticano l’antifascismo quotidianamente nel loro impegno sociale e politico: Gaetano è un semplice scalmanato che si è scagliato contro la polizia. Al di la della solita lacunosa ricostruzione della Digos cosentina, storicamente dotata di grande fantasia (do you rember processo Sud Ribelle?), colpisce l’accanimento sistematico contro compagni fondamentali che stanno in tutte le vertenze. Ogni occasione è buona per reprimere e zittire, per decostruire una dimensione politica e alimentare quella dell’ordine pubblico in cui il compagno diviene l’ennesimo cattivo, scalmanato e violento da isolare nel limbo della delinquenza comune.
Gaetano è un compagno e in quella piazza c’eravamo anche noi: la sua colpa è quella di essere un antifascista militante che costruisce giornalmente i valori fondamentali della nostra costituzione, la sua colpa è far vivere socialmente l’antifascismo che permea la nostra costituzione partigiana, la sua colpa è la nostra colpa perché siamo tutti Antifascisti.

Francesco Campolongo - Comitato Politico Provinciale PRC Cosenza

APPELLO ALLA MOBILITAZIONE

Lo scorso 16 dicembre la Cosenza Antifascista ha presidiato la casa comunale che si preparava ad accogliere Adriano Tilgher. Un presidio determinato a non dare spazio ad una persona che, oltre al suo passato di militante di estrema destra nonché fondatore di avanguardia nazionale, continua ad esprimere un pensiero xenofobo e razzista.
Nonostante oggi Tilgher trova spazio nel partito de La Destra, rappresenta ancora una ideologia fascista che predica la superiorità di alcune “razze”, la deportazione dei migranti, dei rom, dei gay, dei diversi e, in una città multiculturale come Cosenza, personaggi del genere non hanno e non devono avere nessuna agibilità politica. Una città che quotidianamente pratica dal basso l’Antifascismo e l’Antirazzismo impedendo, da sempre l’apertura di sedi di Forza Nuova o Casapound, stando al fianco dei tanti migranti e lottando assieme per l’affermazione dei diritti di tutti e di ciascuno in un’era in cui anche quei principi e diritti che sembravano affermati, sono compromessi da un ventennio di politiche che criminalizzano migranti, attivisti, precari, ultrà e chiunque lotta per difendere spazi di agibilità politica o non si allinea ai dettami della parte dominante della società. Questo, e molto altro, è quanto volevamo ribadire con il presidio contro Tilgher, avremmo voluto che soggetti del genere nella nostra città non mettessero piede e men che meno nella casa comunale. Ma ancora una volta Digos e Celere hanno impedito a noi di entrare consentendo loro di prendere parola e diffondere razzismo e xenofobia. Come se non bastasse, a istanza di due mesi circa, uno degli antifascisti presenti in piazza quel 16 dicembre viene denunciato individualmente per aggressione e resistenza a pubblico ufficiale. Pensiamo che la Digos voglia colpirne uno e uno solo perché colpirci tutti significherebbe rimanere impastoiati nell’ennesimo, fallimentare, processo politico e ben sapendo che a Cosenza tali macchinazioni non fanno presa. Ad oggi, Cantafora & Co., hanno rimediato solo 15 anni di figuracce andando a tessere teoremi
di eversione e sovversione a Cosenza, anche quando si trattava di solidarietà, perseguitando i Ribelli di questa città. Teoremi che gli si sono sgretolati tra la gente e nelle aule dei tribunali. Ed è proprio per rompere i meccanismi di solidarietà che colpiscono Gaetano. Ultrà, compagno ed operaio ex-vallecrati, con una sfilza di denunce (sempre a firma Cantafora) per aver lottato a difesa del proprio lavoro che è indagato (assieme ad altri operai) come presunto responsabile del fallimento di Vallecrati, fallimento da ricercare tra i politici-imprenditori che negli ultimi dieci anni si sono mangiati anche la monnezza! Ma i poteri forti si proteggono a vicenda. Con quest’ennesima denuncia Gaetano rischia di essere etichettato come “pericoloso socialmente” per cui gli potrebbe essere impedito di frequentare luoghi pubblici, manifestazioni sportive o di piazza. Ma Gaetano non rimarrà solo, nonostante i tentativi di isolarlo e di mostrificarlo, saremo al suo fianco fino alla conclusione di questa, ennesima, assurda vicenda che tenta di dividere i movimenti in buoni e cattivi, pacifici e violenti.


Il 19 febbraio saremo nuovamente in piazza per dire a tutta la città che il 16 dicembre sotto comune c’eravamo tutti a respingere Tilgher e i suoi protettori, e soprattutto a ribadire che se anche si mascherano
dietro all’ufficialità di un partito facendosi proteggere dalla celere, difenderemo questa città da qualsiasi fascismo giorno dopo giorno, generazione dopo generazione.

SOTTO IL COMUNE C’ERAVAMO TUTTI! L’ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA!

SABATO 19 FEBBRAIO 2011 ORE 18.00 PRESIDIO IN PIAZZA XI SETTEMBRE

per sottoscrivere l'appello: rialzo@autistici.org



15 febbraio 2011

Castrovillari: si impicca detenuto romeno di 48 anni, salgono a 9 i suicidi in carcere da inizio anno

Da inizio anno salgono così a 9 i detenuti suicidi a 17 il totale delle morti in carcere. Nel carcere di Castrovillari nel mese di settembre 2009 due detenuti si suicidarono a distanza di pochi giorni, mentre i precedenti casi risalgono al 2003 (2 suicidi) e al 2002 (1 suicidio).

Si chiamava Vasile Gavrilas, aveva 48 anni ed era in attesa di giudizio con l’accusa di “concorso in omicidio”: ieri mattina poco prima delle 10 si è impiccato alle sbarre con i lacci delle scarpe, nel carcere di Castrovillari, in provincia di Cosenza.
Vasile era in carcere dallo scorso 25 ottobre, quando fu arrestato assieme ai fratelli Costel e Cristinel Habliuc, di 28 e 29 anni, anch’essi romeni, con l’accusa di avere ucciso il bracciante agricolo bulgaro Angelov Krasimir, di 33 anni.
I fratelli Habliuc, durante l’udienza di convalida tenutasi nel carcere di Castrovillari, avevano risposto alle domande, fornendo la loro versione dei fatti e confermando l’avvenuto pestaggio scoppiato per delle “avances” fatte dalla vittima a una sedicenne romena, fidanzata di uno dei tre fermati. Vasile Gravilas, invece, si era avvalso della facoltà di non rispondere.
Il corpo senza vita di Angelov Krasimir, originario di Vidin (Bulgaria) e residente a Cassano Ionio (Cs), era stato rinvenuto da alcuni addetti alla vigilanza del villaggio turistico di Marina di Sibari sotto un eucalipto in un’area di parcheggio adiacente alla carreggiata e posta all’entrata del villaggio turistico.


fonte: Ristretti Orizzonti

Chieti: detenuto di 27 anni ritrovato morto, disposta l’autopsia per accertare cause del decesso

Un detenuto è morto nella Casa circondariale di Chieti, in via Janni. Aveva 27 anni, si chiamava Gaetano Busiello ed era originario di Napoli. Il giovane, detenuto a Chieti da circa 4 mesi, è presumibilmente morto tra le 23 di sabato 12 febbraio e le 4 del mattino di domenica 13. Lo hanno scoperto senza vita i compagni di cella. Domani l'autopsia chiarirà le cause del decesso, al momento l'ipotesi è quella di “infarto”. Subito, oltre che i familiari, sono stati informati il direttore del carcere, il comandante, il magistrato di sorveglianza. Con la morte di Busiello e il suicidio di Gianluca Corsi nel carcere di Velletri da inizio anno salgono a 8 i suicidi in carcere e a 15 il totale dei detenuti morti: 6 di loro avevano meno di 30 anni e altri 7 un’età compresa tra i 32 e i 39 anni.

fonte: Ristretti Orizzonti

14 febbraio 2011

Processo per la morte di Aldo Bianzino; sotto accusa un assistente di polizia penitenziaria

È stata rinviata al 21 marzo la prossima udienza del processo a carico di Gianluca Cantoro, l'assistente di polizia penitenziaria al carcere di Capanne accusato di omissione di soccorso, omissione di atti d'ufficio e falso poiché non avrebbe soccorso Aldo Bianzino, morente in cella, la notte tra il 13 e il 14 ottobre del 2007. Lo ha stabilito ieri mattina il collegio di giudici (Maffei, Bellucci e Monaco) accogliendo l'incompatibilità sollevata dalla dottoressa Monaco sul caso Bianzino. Pertanto l'udienza è stata subito rinviata.
Per la prima volta era presente nell'aula del tribunale di Perugia anche l'avvocato Fabio Anselmo, già noto per aver assistito la famiglia di Stefano Cucchi e fresco di nomina come legale di fiducia dalla ex moglie di Aldo, Gioia Toniolo assieme ai due figli maggiori di lui Aruna Prem ed Elia. Di fronte ai giudici, anche gli avvocati Massimo Zaganelli e Gioia Cecchini che rappresentano i genitori di Aldo e il figlio minore Rudra Bianzino, nato dal legame tra il falegmane di Pietralunga e la compagna Roberta Radici, morta per cause naturali nel 2009.
Aldo fu bloccato nell'ottobre del 2007 dopo un blitz di Polizia e Guardia di Finanza nell'abitazione dove viveva con la compagna, Rudra e la mamma di lei. Le forze dell'ordine ammanettarono Aldo e Roberta dopo aver scoperto e sequestrato una coltivazione di marijuana nel giardino dietro l'abitazione, posta in un luogo sperduto tra le colline dell'Altotevere a Pietralunga. Dopo la morte di Aldo, la Procura aprì anche un fascicolo per omicidio volontario a carico di ignoti, poi archiviato nel dicembre del 2009.
Prosegue invece il filone di indagini che vede imputata la guardia carceraria Cantoro. Lo stabilì nel novembre del 2009 il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Perugia, Marina De Robertis che ha rinviato a giudizio il poliziotto "ritenendo - come aveva prospettato il pm Giuseppe Petrazzini - che ci sono elementi sufficienti per processare Cantoro. Omise reiteratamente - si legge nel capo d'imputazione - di avvertire i sanitari di cui Bianzino chiedeva l'intervento, da mezzanotte alle 8 del mattino, dicendo di sentirsi male". Altri cinque agenti in servizio a Capanne saranno sentiti nel processo che ripartirà il 21 marzo.

fonte: La Nazione 

12 febbraio 2011

Velletri (Rm): detenuto vede agenti che rubano, loro lo pestano per farlo tacere

Lesioni, peculato e violenza privata nei confronti di un detenuto pakistano. L’indagine, iniziata nel 2009, ha portato all’arresto di cinque agenti di polizia penitenziaria in servizio alla Casa circondariale di Velletri.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, il detenuto aveva notato che i cinque agenti sottraevano regolarmente materiale di vario genere dal carcere e addirittura rubavano generi alimentari destinati ai detenuti. Così aveva deciso di annotare su un diario tutti gli ammanchi per poi segnalare il caso al giudice di sorveglianza.
Ma probabilmente è stato “scoperto” dai cinque i quali, per tutta risposta, lo hanno picchiato per ritorsione. Una vicenda al limite dell’incredibile che ha visto il coinvolgimento del garante dei detenuti del Lazio. L’inchiesta della Procura di Velletri è stata coordinata dal procuratore capo Silverio Piro che ha chiesto e ottenuto l’ordinanza di custodia cautelare dal gip Ilari.
Per tre agenti sono scattati gli arresti domiciliari, mentre per altri due è stato invece disposto l’obbligo di dimora. Tre agenti sono originari della zona dei Castelli Romani, mentre gli altri due sono pontini: uno di Cisterna e l’altro di Scauri. Entrambi sono difesi dall’avvocato Pasquale Cardillo Cupo. Nei prossimi giorni si terranno gli interrogatori di garanzia.

fonte: il messaggero 

Pavia: detenuto di 38 anni si uccide asfissiandosi con il gas, salgono a 7 i suicidi da inizio anno

Jon R. aveva 38 anni, era di origini romene. Ha aspettato che i compagni di cella uscissero per l’ora di socializzazione. Una volta rimasto solo con le sue angosce ha messo in pratica il suo proposito disperato, che forse covava da tempo. Ha inalato il gas della bomboletta che viene data ai detenuti per cucinare e si è infilato un sacchetto di plastica in testa, per aumentarne gli effetti. Il giovane detenuto, un romeno di 38 anni, è morto in pochi minuti.
I compagni di cella, al ritorno, lo hanno trovato steso per terra, vicino alla branda. Ormai senza vita. I medici del 118, subito allertati, hanno fatto il possibile per salvarlo, ma per il ragazzo non c’è stato niente da fare. Inutile il trasporto in ospedale.
Era arrivato nel carcere di “Torre del Gallo” un mese fa, proveniente da un altro istituto penitenziario. Era recluso nel reparto “protetti”, riservato a chi deve scontare pene per reati ritenuti “infamanti” dagli altri carcerati. Infatti l’uomo era in carcere per violenza sessuale. Non si conoscono i motivi del gesto, ma pare che da giorni fosse in uno stato di prostrazione dovuto proprio alle accuse per cui era detenuto, ma i compagni e gli agenti di polizia penitenziaria non immaginavano che sarebbe arrivato a un gesto così estremo.
Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta. I vertici del carcere hanno avvisato il magistrato di turno in Procura, che si è recato sul posto per valutare il caso. “Non siamo ancora in grado di dire niente, gli accertamenti sono in corso”, si limita a dire il direttore del carcere, Jolanda Vitale. Mentre il provveditore regionale agli istituti penitenziari, Luigi Pagano, spiega: “Il detenuto è rimasto solo per un breve momento, mentre gli altri compagni stavano tornando dall’ora di socializzazione. Il fatto è che basta inalare il gas per pochi minuti perché questo abbia effetti letali. La crisi respiratoria che ne deriva diventa irreversibile”.
Il provveditore alle carceri della Lombardia, Luigi Pagano, in attesa che l’inchiesta della procura faccia luce sull’ennesimo caso di suicidio in cella, interviene sulla disponibilità delle bombolette da parte dei detenuti: “Sarà necessario in futuro fissare altre regole, bisogna ripensare all’utilizzo di queste apparecchiature. In realtà il sistema è già regolamentato dalla legge, ma nell’uso concreto delle bombolette molte cose sfuggono al controllo. I detenuti possono usarle per cucinare, e non sempre è possibile prevedere ogni loro gesto. Comunque seguirò personalmente la vicenda”. L’inchiesta aperta dalla procura è un atto dovuto. Al momento non si ipotizzano ipotesi diverse da quelle del suicidio.
 
Nel carcere di Pavia sono avvenute altre 5 morti, negli ultimi 9 anni.
 
Il 5 settembre 2009 Sami Ben Gargi, tunisino di 41 anni, si lascia morire, privandosi volontariamente di cibo e di acqua, perché non accetta la condanna che gli era stata inflitta. E che vive come una vergogna.
L’1 agosto 2007 il 27enne Tomas Libiati viene trovato morto in cella. La visita del medico legale stabilisce che il decesso è avvenuto per “cause naturali”, escludendo l’ipotesi del suicidio, ma la giovane età del detenuto lascia dei dubbi sulla dinamica dell’accaduto.
Il 3 gennaio 2006 Ennio Bertoglio, 57 anni, viene ucciso dal compagno di cella, perché sospettato di pedofilia. "L’ho colpito con la caffettiera perché non sopportavo di dividere la cella con un uomo responsabile di abusi sui minori. Tra detenuti esiste un codice d’onore che va rispettato", ha dichiarato l’omicida ai magistrati incaricati delle indagini.
Il 19 luglio 2002, G.S., 36 anni, originario di Como, muore inalando il gas. Il corpo senza vita viene trovato verso le 20. L’ipotesi nettamente prevalente è quella del suicidio, anche se non si può escludere che l’uomo abbia voluto inalare il gas solo per stordirsi, in un momento particolarmente negativo, e sia stato stroncato dall’eccessiva quantità respirata.
Il 27 giugno 2002 Miguel Bosco, detenuto per il furto di uno scooter, si chiude nel bagno della cella e si toglie la vita inalando il gas sprigionato da una bomboletta. Aveva 30 anni. Per il caso del giovane rom il ministero della Giustizia è stato chiamato in causa dalla famiglia e, sette anni più tardi, è stato condannato a risarcirla per mancata sorveglianza: 140mila euro, destinati alla madre per la perdita di un figlio.

La “questione” dei fornelli da camping in uso ai detenuti


In carcere i fornelli da camping sono consentiti per legge. Il Regolamento Penitenziario (D.P.R. n° 230/2000), all’articolo 13 comma 4 recita “È consentito ai detenuti ed internati, nelle proprie camere, l'uso di fornelli personali per riscaldare liquidi e cibi già cotti, nonché per la preparazione di bevande e cibi di facile e rapido approntamento”.
Ma il gas delle bombolette è anche utilizzato dai detenuti per togliersi la vita asfissiandosi, o più spesso come sostanza stupefacente: viene inalato, alla ricerca dello “sballo” e a volte questa pericolosa pratica causa delle morti “accidentali”.
Ed ogni volta che un detenuto muore, volontariamente o meno, a causa del gas inalato, si rinnova la polemica sull’utilizzo dei fornelli da campeggio e sulla necessità di sostituirli con delle “piastre” ad alimentazione elettrica. Tutti gli operatori sono d’accordo su questa soluzione, ma poi non se ne fa nulla.
 
Il motivo è semplice: ha un costo… e le casse del Dap sono desolatamente vuote.
 
I detenuti hanno comunque bisogno di uno strumento per cucinarsi i pasti in cella, considerando che il vitto fornito dall’amministrazione non li sfama: per il 2011 (vedi tabella allegata) le risorse stanziate consentono una spesa giornaliera pro-capite di 3,35 € (per colazione, pranzo e cena… la stessa cifra che noi spendiamo per 3 caffè al bar). Per garantire il minimo indispensabile (4,25 € al giorno) servirebbero 20 milioni di € in più, che non sono stati assegnati forse anche per la prevista scarcerazione di 8-9mila detenuti con la legge “svuota-carceri”. Invece ne sono usciti meno di mille, e ora i soldi per sfamare chi è rimasto dentro non bastano.
La seconda ragione (sempre economica) per cui ai detenuti vengono lasciati i fornelli è che per prepararsi i pasti acquistano i prodotti alimentari al “sopravvitto”, una sorta di spaccio interno alle carceri, gestito dalle stesse ditte aggiudicatarie dell’appalto (con gara per offerte al ribasso) sulla fornitura del vitto “ministeriale”. Anzi la gestione del “sopravvitto” è molto più redditizia rispetto a quella del “vitto”: ogni detenuto può acquistare prodotti fino a un limite di spesa di 130 € settimanali (a fronte dei circa 25 euro spesi dal ministero per mantenerlo).
Naturalmente pochi detenuti possono permettersi spese così elevate, ma anche calcolando cifre ridotte di 2/3 a livello nazionale si arriva a una “torta” di 200 milioni di euro all'anno. Un business non trascurabile, basato su prezzi assimilabili a quelli di un supermercato, dove però non ci sono mai vendite sottocosto o promozioni e dove il “personale” costa pochissimo (un detenuto “spesino” guadagna 300 - 400 euro al mese). Insomma lasciare che i detenuti si cucinino in cella è un affare 
Infine, per sostituire i fornelli a gas con quelli elettrici è necessario che in ogni cella ci sia una presa elettrica, che oggi non c’è. E come verrebbe misurato il consumo di energia? Con un contatore per ogni cella? E se in una cella ci sono 10 detenuti, come verrebbe suddivisa la spesa? (Attualmente ognuno ha il suo fornello e si compra le bombolette di ricarica). Comunque sarebbe necessario fare dei lavori di adeguamento e oggi si pensa piuttosto a costruire nuove celle per far fronte al sovraffollamento, piuttosto che a rendere più sicure e vivibili quelle esistenti.
 
Insomma, i fornelletti sono pericolosi, ma rimarranno.


fonte: Ristretti Orizzonti

11 febbraio 2011

Firenze: Arrestati giovani rom perché usavano corrente in una casa occupata

Questa mattina i Carabinieri della compagnia Scandicci (Firenze), hanno arrestato otto uomini romeni di origine rom, tra i 23 e 41 anni, in via dei Ciliegi, a Scandicci, dove avevano occupato, con le loro famiglie, una casa abbandonata. Motivo dell’arresto sarebbe l’allacciamento abusivo a una cabina elettrica dell’Enel, al fine di riscaldare con alcune stufe elettriche i propri cari, tra cui donne, minori, malati e una bambina paralitica di due anni, per un totale di circa 20 occupanti.
Attualmente gli 8 Rom, secondo fonti delle forze dell’ordine, sono in custodia presso la caserma dei Carabinieri di via Vivaldi a Scandicci, dove attenderanno fino a domattina, per poi essere trasferiti al Tribunale di Firenze, dove saranno processati per direttissima. Donne e minori si sono invece messi in fuga.
“Ci appelliamo alla magistratura – hanno detto Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani – affinché gli otto Rom siano assolti e subito scarcerati. Le estreme condizioni di indigenza e abbandono istituzionale in cui versano le loro famiglie – spiegano – li hanno costretti a un riparo di fortuna per poter garantire la sopravvivenza a donne e bambini da freddo e intemperie; questo giustifica il loro comportamento, e di fatto li pone in una condizione di non colpevolezza di fronte alla legge".
Il Gruppo EveryOne ricorda anche una recente sentenza del Tribunale di Verona, che, accogliendo l’orientamento della Cassazione, ha riconosciuto l’esistenza dello stato di necessità nei confronti di una famiglia di migranti che nel 2006 aveva occupato abusivamente a Verona un appartamento, collocando il «diritto all’abitazione» tra i «beni primari collegati alla personalità», come previsto dall’articolo 2 della nostra Costituzione”.

Napoli: repressione contro le lotte sociali

La Questura di Napoli ha chiesto al Tribunale l’applicazione di alcune Misure di Sorveglianza Speciale, per i prossimi tre anni, contro un compagno (Gino Monteleone)dei Precari Bros Organizzati.
Attraverso la costruzione di un Dossier zeppo di notizie false, imprecisioni e vere e proprie calunnie ai danni di un attivista del Coordinamento di Lotta per il Lavoro, da sempre in prima fila nelle mobilitazioni contro la disoccupazione e la precarietà, la Polizia napoletana sta concretizzando il dichiarato obiettivo di distruggere non solo il compagno in questione ma l’intera Vertenza dei Precari Bros di Napoli e provincia.

QUESTA VERGOGNOSA OPERAZIONE REPRESSIVA DEVE ESSERE FERMATA.

Mentre la politica economica del governo attacca le condizioni di vita e di lavoro dei ceti popolari, mentre l’Amministrazione Caldoro ha abolito il Reddito di Cittadinanza, i finanziamenti agli Operatori Sociali, ha interrotto il Progetto Bros, ha imposto i ticket sanitari e la chiusura di alcuni ospedali, mentre si colpisce il diritto allo studio e si tagliano le spese sociali diventa necessario, per le istituzioni tutte, criminalizzare e reprimere chiunque si ribella a questi odiosi provvedimenti e decide di organizzarsi e lottare per far valere i propri diritti.

QUANTI HANNO A CUORE LA LIBERTA’ DELLE LOTTE E IL DIRITTO AL DISSENSO, QUANTI NON VOGLIONO ABBASSARE LA TESTA DI FRONTE ALL’ARROGANZA DELLE ISTITUZIONI E ALLA REPRESSIONE CONTRO I LAVORATORI, GLI STUDENTI E I DISOCCUPATI DEVONO MOBILITARSI IMMEDIATAMENTE A DIFESA DEL COMPAGNO INQUISITO E DELLA PIENA LIBERTA’ DI MOVIMENTO!

Chiunque vuole difendere la democrazia e la libertà deve solidarizzare con Gino e con i movimenti sociali di questa città!!

Coordinamento di Lotta per il Lavoro - NAPOLI

9 febbraio 2011

Genova: detenuto tossicodipendente di 25 anni vittima del carcere… e del proibizionismo

Dal 17 agosto scorso Ciprian Florin Gheorghita, 25 anni, romeno, era recluso nel carcere di Marassi, dopo che i carabinieri della stazione di San Teodoro (Genova) lo avevano arrestato perché in possesso di alcuni grammi di hascisc e per “resistenza”. Condannato a 13 mesi di carcere (di cui 6 già scontati), avrebbe terminato la pena il 9 settembre prossimo.
Ma ieri pomeriggio lo hanno trovato agonizzante nel bagno della cella, con accanto un sacco nero di plastica che emanava ancora gas butano, e due fornelletti da camping. È morto poco dopo nell’infermiera mentre provavano a rianimarlo.
A novembre la fidanzata di Ciprian Florin era stata fermata nella sala colloqui dagli agenti della polizia penitenziaria dopo che le unità cinofile avevano fiutato dell'hascisc, una piccola dose nascosta nelle scarpe. Da quel momento alla donna era stata vietato l'incontro con il fidanzato. Più recentemente il romeno era stato trovato in possesso di un cellulare all’interno della cella e per questo al giudice di sorveglianza era stata proposta l’adozione di una misura di sorveglianza più restrittiva.
I detenuti al Marassi sono circa 730 detenuti (il 60% dei quali stranieri), a fronte di una capienza di 456 posti letto. Ciprian Florin avrebbe potuto ottenere il beneficio della c.d. legge "svuota-carceri", avendo il fine pena ad agosto. Purtroppo così non è stato. Non certo un'eccezione, visto che ad oggi nel carcere di Genova hanno ottenuto il beneficio solo in 15 persone e solo in 3 nel vicino carcere di Pontedecimo.
Il Sappe, sindacato della Polizia penitenziaria, parla di suicidio. Per il direttore del carcere, Salvatore Mazzeo, invece si è trattato di un incidente: “Il detenuto era tossicodipendente e seguito dal Sert, con ogni probabilità ha inalato il gas per lo sballo, in carcere è una pratica alternativa alla droga”.
Il ritrovamento vicino al ragazzo morente di un sacchetto di plastica riempito di gas sembra però avvalorare l’ipotesi del Sappe. Di solito lo “sballo” viene ottenuto inalando il butano dalla bomboletta posta sotto le narici, mentre la pratica di riempire di gas il sacchetto e poi di infilarselo in testa è utilizzata prevalentemente per uccidersi.
Lo scorso anno, su un totale di 66 detenuti suicidi, in 8 hanno scelto questo metodo, sicuramente meno cruento rispetto a quello all’impiccagione, e tuttavia meno utilizzato perché non dà l’assoluta sicurezza di morire: infatti chi si impicca, a meno che venga “soccorso” entro pochissimi minuti, non sopravvive mai (e non c’è modo di avere “ripensamenti” all’ultimo istante), mentre il tentativo di suicidio con il gas può essere interrotto volontariamente (togliendosi il sacchetto dalla testa, per istinto di autoconservazione) o involontariamente (il sacchetto può rompersi, o sfilarsi, quando la persona cade a terra). E in chi sopravvive la mancanza di ossigeno (anossia), può causare danni cerebrali irreversibili, il coma o la paralisi.

fonte: Ristretti Orizzonti

Le lacrime ipocrite del potere

La morte dei quattro bambini Rom a Roma sta suscitando lacrime di coccodrillo e un'indignazione tutta di paglia. Ma giureremmo che nel giro di pochi giorni la notizia scivolerà in un trafiletto nella pagina degli interni e poi sarà dimenticata come tante altre simili. D'altra parte, il bunga bunga berlusconiano eccita infinitamente di più l'indignazione di una parte dell'opinione pubblica e non c'è da meravigliarsi che le tragedie della povertà, dell'abbandono e dell'esclusione lascino sostanzialmente indifferente una società per metà affascinata dalle performance del Capo e per l'altra metà ossessionata dalle cronache pruriginose di palazzo.
Ma periodicamente fatti come quelli di Roma ci ricordano che la ricca e nevrotica Italia è un paese costruito sull'odio, le divisioni sociali e regionali e soprattutto la ferocia verso ogni tipo di estraneo, reale e o presunto tale. Chi parla più del "click day", quella specie di gioco sadico dell'oca grazie al quale i migranti dovrebbero regolarizzarsi? E che dire del ministro Maroni che dai sommovimenti in atto sulla riva sud del Mediterraneo ha saputo dedurre solo la minaccia dei migranti clandestini? E se questi sono gli statisti e i ministri, figuriamoci i comprimari! Il sindaco Alemanno era quello che aveva promesso di eliminare i campi nomadi da Roma. E, dopo la tragedia, ha dichiarato che non sarebbe successo nulla se il campo abusivo sull'Appia antica fosse stato rimosso. Come dire che la questione si risolverebbe semplicemente scaricandola da un'altra parte. Sarebbe questo un esempio del federalismo municipale che ci aspetta?
La verità pura e semplice è che nessuno in Italia, e tanto meno la destra, ha mai voluto affrontare la questione dei nomadi, se non schedandoli, come durante la famigerata ondata di panico sociale scatenata dal governo Berlusconi qualche anno fa. In altri termini, l'esistenza di alcune decine di migliaia di nomadi, in maggioranza italiani e per il resto cittadini comunitari, non trova posto in una società che si vorrebbe liberale e magari multiculturale. Invece di attrezzare dimore dignitose, dotate di servizi igienici decorosi, collegamenti e servizi scolastici accessibili, si lascia che i Rom si insedino dove possono, in condizioni disumane, "tollerati" finché qualche solerte sindaco come Alemanno o Moratti non decide che è ora di procurarsi un po' di consenso, visti i disastri delle loro amministrazioni, e quindi di eliminare il "problema" dei nomadi, allontanandolo dai confini dei rispettivi comuni. Ma non vogliamo pagare per loro! Ci pare già di sentirli i leghisti, che ora, visto che il loro è diventato un partito "rispettabile", (...) a cui guarda mezzo centrosinistra in vista di future maggioranze, la mettono sobriamente sul taglio della spesa pubblica, dopo che per anni hanno suonato la grancassa dei Rom ladri da cacciare a tutti i costi.
Ma se è per questo, le lacrime di Alemanno o i borbottii di Maroni sono gli stessi di Rutelli e di Veltroni, il primo specializzato anche lui nello smantellare i campi Rom e il secondo, tra un libro di viaggi e uno di poesie, nell'esigere la linea dura contro i nuovi barbari. Se c'è una questione che unisce di fatto destra e sinistra, al di là di polemiche strumentali, è proprio quella dei Rom. Una società politica che difende la mobilità e la "libertà"a tutti i costi, non sa inventare nulla, ma proprio nulla, per gruppi sociali e famigliari che altrove riescono a integrarsi in società meno razziste e respingenti, e da noi sono chiamati in causa solo quando i loro bambini bruciano nelle roulotte.
E non parliamo degli affidi, come se il problema fosse solo quello dei genitori e non della nostra società, che blatera tanto di famiglia, e di valori famigliari e di dignità dell'individuo, salvo poi schedare e smantellare le famiglie di clandestini e Rom, quando queste mancano dei servizi elementari, in un misto di repressione e solerte e peloso assistenzialismo.
E dunque oggi tanti fanno finta di commuoversi per la tragedia dei quattro bambini. E magari si commuovono davvero. E domani o dopodomani? E tra un mese? Nel frattempo, lasciamo che le questioni sociali, quelle dure, che esigerebbero volontà politica, immaginazione e (perché no?) un minimo di carità umana e sensibilità all'ingiustizia siano soffocate dalle avventure d'alcova del capo e dai contorcimenti di un'opposizione che non si oppone più a nulla di sostanziale. Così vanno le cose nella repubblica del gossip e del peep show nazionale.

Alessandro Dal Lago


5 febbraio 2011

Ilaria Cucchi scrive a Napolitano; basta ipocrisie, mio fratello è morto per le botte

"Non è possibile comprendere pm che ostinatamente fanno finta di non sapere che Stefano, se non fosse stato picchiato, ora sarebbe vivo come vivo era con noi la sera del suo arresto".
È uno dei passaggi di una lettera che Ilaria Cucchi, sorella del ragazzo morto il 22 ottobre del 2009 nel padiglione penitenziario dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, ha inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Stefano, scrive Italia, "è morto in condizioni terribili, irriconoscibile a noi famigliari che lo avevamo visto solo pochi giorni prima del suo decesso. Certo era stato tossicodipendente, ricaduto nel giro, ma l'unica cosa sulla quale sono proprio tutti d'accordo è sul fatto che la droga non c'entri nulla con la sua morte. Per chi come noi deve fare i conti con la perdita di un proprio caro, l'ipocrisia diventa un'offesa insopportabile. Piuttosto si dica che è morto perché era uno spacciatore".
"Se di fronte alle evidenti drammatiche difficoltà in cui si trovava Stefano persino pm e giudice sono rimasti indifferenti, io come cittadina Italiana cosa posso pensare?", continua la lettera, "tutti hanno guardato altrove, tutti tranne i medici che lo hanno avuto in cura prima del suo ricovero al Pertini, che hanno constatato lesioni oggi ostinatamente negate dai due pm del processo". "Noi non comprendiamo, ma siamo ben consapevoli di quanto poco è contata per la umana Giustizia Italiana la vita di Stefano Cucchi. E quanto poco continua a contare. Ognuno di noi esseri umani - conclude Ilaria - coltiva un piccolo o grande sogno. Il mio è quello di essere smentita".

Fonte: Ansa

4 febbraio 2011

Chiesta la riesumazione del corpo di Carmelo Castro

Il Garante Fleres ha riferito al Pm che i letti delle celle sono d'altezza inferiore alla statura del giovane. La presunta impiccagione viene messa in dubbio.
Ora che è stata riaperta l'inchiesta giudiziaria sulla morte in cella del diciannovenne incensurato di Biancavilla Carmelo Castro, la famiglia del ragazzo si aspetta verità, trasparenza e giustizia. Il giovane è deceduto il 28 marzo del 2009 (quattro giorni dopo l'arresto) nella cella 9 del reparto Nicita di piazza Lanza. Secondo le dichiarazioni (non ancora approfondite) del personale del carcere, quel giorno, verso le 12,30, Carmelo fu trovato penzoloni, con un lenzuolo al collo, appeso a un perno del letto a castello della sua cella di isolamento. Ma si sospetta che forse non ci sia stata alcuna impiccagione o che quantomeno sia accaduto qualcosa che si vuol tenere nascosto. Il giovane, oltretutto, pur essendo recluso in regime di "grandissima sorveglianza", fu perso di vista dagli agenti penitenziari per circa tre ore: cosa è successo nel frattempo a Carmelo? Chi gli ha portato il pasto? Chi si è avvicinato alla cella? E perché la direzione del carcere non ha voluto mettere a disposizione il filmato che riproduce tutto quello che è avvenuto nel corridoio in quelle ore?
Si tenga ancora in considerazione che Carmelo - forse costretto da alcuni delinquenti a fare da palo in una rapina - aveva rivelato ai carabinieri i nomi dei correi e dunque temeva ritorsioni, tanto che durante la sua breve permanenza in piazza Lanza ha sempre rinunciato all'ora d'aria.
E ancora: dagli atti si evince - fino a prova contraria - che il giovane, per quanto fosse agonizzante, non è stato liberato subito dal cappio, ma solo 10 - 15 minuti dopo (quando cioè arrivò il medico, chiamato da un agente carcerario); altra grande contraddizione sta nel fatto che tutti i letti a castello di quel reparto non sono più alti di un metro e 70, quando invece Carmelo era alto un metro e 1 metro e 75. Questa constatazione è stata personalmente fatta, non solo dagli attivisti delle associazioni "Antigone" e "A buon diritto" che hanno visitato il carcere, ma anche dal Garante dei diritti dei detenuti siciliani, senatore Salvo Fleres, il quale, proprio per "cristallizzare" questo importante dato, venerdì è stato sentito dal procuratore aggiunto Giuseppe Toscano (che coordina le nuove indagine) come "persona informata dei fatti". Fleres è stato ascoltato su richiesta dell'avvocato Vito Pirrone che assiste la parte offesa, ossia i parenti di Carmelo. Anche un bambino a questo punto si chiederebbe: Com'è possibile che il giovane si sia impiccato da un'altezza inferiore alla propria statura?
Anche se il Garante Fleres è vincolato dal segreto istruttorio circa il contenuto delle sue dichiarazioni in Procura, si conosce già chiaramente la sua posizione rispetto al caso Castro, tanto è vero che egli ha già presentato sull'argomento ben tre interrogazioni parlamentari al ministro della Giustizia, l'ultima delle quali lo scorso 18 gennaio, quando il senatore ha anche chiesto al ministro della Giustizia un'ispezione ministeriale al Palazzo di Giustizia per esaminare il fascicolo.
Numerosi sono gli adempimenti che la Procura dovrebbe disporre in questa fase delle indagini e altrettante le lacune da colmare e i testimoni da convocare. L'avvocato Pirrone, nel suo lunghissimo elenco di richieste, reclama ulteriori accertamenti medico - legali, con riesumazione del cadavere, "al fine di chiarire la presenza di macchie ipostatiche in parti del corpo non compatibili con l'impiccagione e di evincere le reali cause e dinamiche della morte".

Fonte: La Sicilia

Giuseppe Casu: Morte in psichiatria, affidata una nuova perizia

I periti dovranno dire chiaramente se esiste un nesso di causalità tra la sommnistrazione dell'aloperidolo e la morte di Giuseppe Casu. Ieri mattina il giudice Simone Nespoli ha affidato una perizia agli stessi esperti che avevano escluso che la morte dell'ambulante quartese fosse dovuta a una tromboembolia. Avevano indicato cme probabile causa del decesso la somministrazione di un farmaco pericoloso per il cuore, non a caso prima è obbligatorio l'elettrocardiogramma.
I periti hanno tre mesi di tempo per rispondere ai quesiti posti dal giudice: appuntamento al 5 maggio.
Sembra senza fine la vicenda processuale nata dopo la morte dell'ambulante quartese Giuseppe Casu, spirato al Santissima Trinità il 22 giugno 2006 dopo 6 giorni di ricovero in Psichiatria in seguito ad un trattamento sanitario obbligatorio.
Sul banco degli imputati, con l'accusa di omocidio aggravato dalla colpa cosciente, ci sono l'ex primario di Psichiatria Gian Paolo Turri e la sua collega del Santissima Trinità Maria Cantone. La morte improvvisa di Giuseppe Casu aveva convinto i familiari a presentare un esposto in Procura mentre il Parlamento veniva investito della questione con diverse interrogazioni. Al centro della polemica cera la lunghissima contenzione al letto del paziente. E proprio per questo di recente Turri, la Cantone e altri cinque psichiatri sono stati iscritti sul registro degli indagati per sequestro di persona.

Fonte: Unione Sarda

Napoli: Fascisti aggrediscono uno studente

Il 3 febbraio 2011, a Napoli nei pressi di piazza Cavour, è stato aggredito un compagno dell’Unione degli studenti da una decina di fascisti mentre strappava i manifesti con scritto “Il duce siamo noi” che da qualche giorno tappezzano i muri del centro storico. Alla domanda di uno di loro “cosa stai facendo?”, il compagno ha rivendicato la natura antifascista della nostra Costituzione. A quel punto è stato accerchiato e aggredito con schiaffi e pugni in pieno volto. Un’aggressione che testimonia ancora una volta la vigliaccheria di chi si muove nell’ombra ed attacca in 10 contro 1, di chi approfitta della crisi globale per alzare la testa, tutelato da un governo che attraverso le sue politiche non fa che legittimare questi vili attacchi. Rivendichiamo quindi la nostra natura ANTIFASCISTA e invitiamo gli studenti e tutta la cittadinanza a ripudiare l’esistenza di gruppi fascisti e neofascisti nella nostra città.

NAPOLI ANTIFASCISTA!

Unione degli Studenti Napoli
Unione degli Studenti Campania
Link Napoli
Rete della Conoscenza Campania

2 febbraio 2011

La polizia stupra, lo stato si auto-assolve

E' stato assolto con formula piena l'ispettore di polizia Vittorio Addesso, in servizio al Cie di Milano, accusato di violenza sessuale aggravata per aver molestato nel 2009 Joy, una ragazza nigeriana detenuta nel lager di Stato per migranti del capoluogo lombardo. La sentenza di assoluzione è stata emessa oggi con rito abbreviato dal gup di Milano, Simone Luerti. Lo stesso pm Gianluca Risco aveva chiesto l'assoluzione. "Ci chiediamo se tanta attenzione alle garanzie dell'imputato sarebbe stata osservata a parti inverse -hanno detto i legali di Joy, gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini-. E' infatti la parola di una straniera contro un rappresentante dello Stato".

L'avvocato Eugenio Losco ai microfoni di Radiondadurto

Il commento su Radio Onda Rossa dell'avvocato e di una compagna che ha seguito tutta la vicenda

Maggiori info presto su: noinonsiamocomplici.noblogs.org

fonte: InfoAut

1 febbraio 2011

L'assurda morte in una comunità protetta di Stefano Biondo, 21 anni, disabile

Stefano Biondo, un ragazzo di 21 anni, disabile psichico per autismo, muore in circostanze misteriose all’interno della casa protetta di via delle Madonie al Villaggio Miano. La Procura della Repubblica di Siracusa ha aperto un’inchiesta.
Intanto è stata eseguita l’autopsia sul cadavere del giovane Stefano, da parte del medico legale Francesco Coco che consegnerà l’esito al sostituto procuratore Giancarlo Longo.
“Hanno ucciso mio fratello Stefano – ha detto la sorella della vittima, Rossana La Monica – Aveva solo 21 anni, disabile psichico, ricoverato da più di 2 anni e mezzo in psichiatria a Siracusa perché non lo volevano in nessuna delle comunità terapeutiche di Siracusa e provincia a causa delle sue crisi. Dopo due anni e mezzo di calvario, tramite il provvedimento del giudice Milone del tribunale di Siracusa, che intimava il sindaco e ai dirigenti ASP, di trovare entro un mese una collocazione idonea per lui, siamo riusciti ad individuare una struttura che a condizione che in supporto avessero degli infermieri 3 ore la mattina e 3 ore il pomeriggio, lo avrebbero accolto.
Solo l’altro ieri abbiamo accompagnato uno Stefano felicissimo di uscire dall’ospedale e andare in questa comunità. Poi martedì mi chiama alle 17,39 una operatrice della comunità dicendo che Stefano aveva avuto una crisi e che avevano chiamato l’ambulanza e che lo avrebbe riportato in ospedale. Con mio marito alle 18,00 arriviamo in comunità dove ci ritroviamo davanti la scena agghiacciante di mio fratello buttato a terra legato con un cavo elettrico con un aspetto allarmante, chiedo subito la condizione e l’infermiere mi dice di non preoccuparmi perché stava così perché gli aveva dovuto fare una dose da 100, ma io che ho frequentato un corso di primo soccorso, ho sentito il polso di Stefano assente.
Ho iniziato ad agitarmi e mi sentivo dire “perché sta facendo così” poi non sentendo nemmeno il polso carotideo ho iniziato a praticargli la respirazione bocca bocca e il massaggio cardiaco. Lo pseudo infermiere allora chiede il misura pressione, per constatare che non c’era pressione sanguigna, e mi dice di aver chiamato il 118, il genio non ha comunicato durante la telefonata codice rosso, l’arresto cardiorespiratorio, quindi dopo mezz’ora giunge un’ambulanza con due semplici soccorritori, anziché quella della rianimazione con defibrillatore. Abbiamo richiesto un medico legale di parte, dopodomani ci sarà l’autopsia.
L’autore materiale dell’omicidio di mio fratello è l’infermiere, ma i mandanti sono da ricercare ai vertici, chi ha permesso il carcere per due anni e mezzo, mentre altri malati dalla psichiatria venivano mandati nelle varie strutture, ma Stefano mai. Ma adesso un posto lo hanno trovato dove non darà più fastidio. Chi ha permesso tutto ciò dovrà pagare. Era una angelo incompreso e sfortunato”.

fonte: BlogSicilia

grazie a angie per la segnalazione

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