31 gennaio 2011

Sbagliano foto, va in carcere per 2 anni: ma era solo un omonimo del colpevole

Non ci sono soltanto i processi lumaca a rendere amara la vita nei tribunali, perchè certe volte la giustizia può diventare crudele in tempi rapidi ma sbagliando clamorosamente. Come è successo a Marco Moreschini, 34 anni, che oggi avrebbe una vita diversa, magari più bella, se quattro anni fa le forze dell’ordine avessero mandato la foto giusta ai magistrati che cercavano un suo omonimo. Cioè quella del vero Marco Moreschini, nato negli anni’60, sospettato di essere coinvolto in una rapina violenta. Purtroppo per un errore inspiegabile inviarono la foto del Marco più giovane. Che da quel momento è stato privato della libertà per due anni, è stato condannato in un primo processo per un crimine mai commesso, ha rischiato di gettare la vita al vento. Un calvario terminato la scorsa settimana, quando il Tribunale di Roma si è occupato nuovamente del suo caso dopo che la Corte d’Appello aveva annullato la prima condanna e lo ha dichiarato innocente. E ammettendo anche la distrazione di chi confuse le foto da esaminare. Negligenza rimarcata più volte dal pubblico ministero nel corso della discussione.
Tutto ha inizio la notte del 7 giugno del 2007. Sono le quattro del mattino quando due studenti universitari vengono fermati da un pazzo con ascia sul Ponte delle Valli che vuole i loro portafogli. I due giovani consegnano soldi e due assegni. Pochi giorni dopo una signora anziana va in Banca a cambiare i due assegni rubati. La fermano e lei spiega: «Ma me li ha dati mio figlio, Marco Moreschini. Quando è nato? Negli anni 60”. Gli inquirenti che stanno indagando, chiedono la foto segnalazione di Marco Moreschini nato negli anni 60. Ad essere inviata però è un’altra foto. Quella di Marco Moreschini, nato nel ’77. L’altro Marco esce dall’inchiesta sulla rapina. Per sempre. D’altronde è troppo gracile per compiere una rapina cosi violenta. Mentre nei gangli della giustizia rimane impigliato il Marco giovane. E tutto accade per un altro scherzo del destino. Il suo volto, i suoi lineamenti somigliano per un incredibile coincidenza alla persona responsabile della rapina. Cosi dicono le due vittime, due studenti universitari fuori sede, quando vedono la faccia paffuta del giovane Marco. MorescHini finisce in carcere dove resta un anno. Poi va ai domiciliari per altri dieci mesi. Viene condannato in primo grado a marzo del 2008. In appello il processo è annullato. E si ricomincia tutto da capo. Un odissea che Marco affronta male, nonostante sia innocente. Si lascia andare con la droga. Intanto emerge una altra incredibile coincidenza: la sua somiglianza con chi aveva commesso la rapina, tale da confondere le due vittime. Entrambe, senza sapere nulla sull’identità del sosia di Marco, si dicono sicure che si, «è lui che ci ha rapinati». Ormai l’accusa fa acqua da tutte le parti. E cosi i giudici della settima sezione penale assolvono Marco Moreschini giovane. E l’altro Moreschini? Ormai è tardi. E non si troverà mai. »Un incredibile svista nell’invio della foto ha provocato questo terremoto» commentano gli avvocati Pasquale Ciampa e Daniel Giudice, difensori del ragazzo assolto.
 
fonte: Il messaggero

28 gennaio 2011

Trenitalia e Polizia "sequestrano" gli studenti alla stazione di Colleferro e impediscono la loro partecipazione alla manifestazione a Cassino

Giovani manifestanti che stavano andando alla manifestazione Fiom a Cassino sono stati fatti scendere dal treno all'altezza di Colleferro. Il treno con a bordo circa 500 studenti della Sapienza partito stamattina alle 7.30 da Roma Termini e diretto a Cassino per la manifestazione indetta dalla Fiom è stato infatti bloccato all'altezza della cittadina laziale. Gli studenti sono scesi dal convoglio e hanno inscenato la protesta.
"Ci sentiamo presi in giro - racconta uno studente - Ferrovie dello Stato e la Digos ci avevano assicurato a Termini che ci avrebbero fatto arrivare a Cassino invece a Colleferro il nostro treno si è misteriosamente fermato. Siamo circa 500 tra studenti, precari e rappresentanti dei centri sociali. Vogliono impedirci di manifestare. Rimarremo sui binari finché il nostro treno non ripartirà".
Le Forze dell'ordine, anche con il supporto della Polizia Scientifica, hanno proceduto alla documentazione di tutte le fasi dell'iniziativa di protesta e hanno denunciati all'Autorità giudiziaria gli studenti
"E' stata vergognosa l'operazione messa in atto questa mattina nei confronti degli studenti che si recavano a Cassino a manifestare, che si sono visti prima bloccare il treno a Colleferro e poi sentiti minacciare di denunce a loro carico, perciò protestando a ragione per il sequestro subito da parte delle autorità". E' quanto afferma in una nota il segretario nazionale del prc/Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero. "Mentre il presidente del consiglio rivendica impunità totale per le proprie malefatte - osserva il segretario del Prc/FdS - agli studenti viene impedita la libertà di manifestare a fianco degli operai metalmeccanici. Esprimo quindi la nostra piena solidarietà agli studenti illegalmente sequestrati".

26 gennaio 2011

Parma: Condanna per uno dei vigili che picchiarono Emmanuel Bonsu

Il Gup Paola Arisi ha condannato a due anni e dieci mesi di carcere, con rito abbreviato, Fernando Villani, uno dei dieci vigili urbani accusati del pestaggiodi Emmanuel Bonsu Foster, il giovane di origine ghanese malmenato ed insultato con epiteti razzisti nella sede della polizia locale di Parma il 29 settembre 2008, dopo essere stato arrestato in un parco cittadino perché ritenuto uno spacciatore di droga. Villani dovrà inoltre risarcire il Comune di Parma con 5mila euro.
Il 20 Maggio 2010 c’erano stati i primi pronunciamenti del Tribunale: una condanna a tre anni e quattro mesi per Marcello Frattini, uno dei pochi, insieme a Pasquale Fratantuono e Mirko Cremonini per i quali permaneva l’aggravante discriminatoria; otto rinvi a giudizio (ancora in itinere), e un rifiuto di patteggiamento, quello richiesto da Villani, per il quale ora si è raggiunto il giudizio di colpevolezza.

25 gennaio 2011

Omicidio Cucchi: rinvio a giudizio per 12 persone e una condanna a 2 anni

Stefano Cucchi sarebbe stato picchiato dalla polizia penitenzaria poco prima dell'udienza di convalida nei sotterranei della Cittadella giudiziaria di Roma. Morì sei giorni dopo perché lasciato senza cure nel padiglione carcerario dell'ospedale Pertini. Dodici rinvii a giudizio per la morte del trentunenne romano sono stati disposti ieri dal Gup sulla base di questa ricostruzione. Nel corso dell'udienza è stato condannato a due anni un funzionario dell'amministrazione penitenziaria regionale, Claudio Marchiandi. Si tratta del direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento. Aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato. I dodici rinviati a giudizio sono sei medici, tre infermieri del Pertini e tre guardie carcerarie, accusati a vario titolo di lesioni e abuso di autorità, favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio e falsità ideologica. Il processo inizierà il 24 marzo prossimo di fronte alla terza Corte d'Assise.
Accolte, dunque, le richieste dei pm Barba e Loy. Gli agenti che lo pestarono - procurandogli ferite alle mani, alle gambe e alla colonna vertebrale - avrebbero anche sottoposto il ragazzo a misure di rigore non consentite dalla legge. Cucchi li irritava perché chiedeva farmaci e si lamentava troppo. Una dottoressa e il direttore dell'ufficio detenuti scrissero che stava in buone condizioni generali di salute ("con stato di nutrizione discreto, decubito indifferente, apparato muscolare tonico trofico") nella cartella clinica. E lo seppellirono in una struttura per pazienti non acuti e non con la schiena spezzata come la sua. Tutto ciò per coprire gli agenti penitenziari. Gli altri medici e i tre infermieri «dal 18 al 22 ottobre abbandonarono Cucchi incapace di provvedere a se stesso», omettendo anche «di adottare i più elementari presidi terapeutici e di assistenza (...)doverosi e tecnicamente di semplice esecuzione ed adottabilità (...) certamente idonei ad evitare il decesso di paziente». Secondo l'accusa, questi, tra l'altro, omettevano «volontariamente di adottare qualunque presidio terapeutico al riscontro di valori di glicemia ematica, rilevato il 19 ottobre, pur essendo tale valore al di sotto della soglia ritenuta dalla letteratura scientifica pericolosa per la vita, neppure intervenendo con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d'acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso». Sempre «volontariamente», non avrebbero né svolto un «necessario» elettrocardiogramma né una «semplice palpazione del polso» per tenere sotto controllo la brachicardia; non avrebbero comunicato a Cucchi «l'assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita, limitandosi ad annotare gli asseriti rifiuti nella cartella clinica, motivati dalla volontà di effettuare colloqui con un avvocato, circostanza che omettevano di comunicare alla polizia penitenziaria»; non avrebbero trasferito Cucchi in un reparto più idoneo a curarlo; non avrebbero controllato il «corretto posizionamento o occlusione del catetere». E quando Stefano morì, all'alba del 22 ottobre 2009, un'altra dottoressa scrisse che si trattava di morte naturale. Invece erano sei giorni, da quando era stato arrestato per pochi grammi di hashish, che non si reggeva in piedi, paralizzato, cateterizzato, e perdeva peso a vista d'occhio.
Ma non è un po' sproporzionata questa copertura per delle semplici lesioni? Il tarlo rode la mente di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, e dei suoi genitori. L'attesa del dispositivo della sentenza è stata contrassegnata da una tensione emotiva quasi insopportabile. La Gup ha spiegato di non essere competente a disporre una superperizia ma che la perizia di parte evidenzi «problemi e spunti degni di considerazione, che necessitano di essere approfonditi». Perché, questo sostiene Ilaria, la condanna del funzionario rivela l'esistenza di un apparato di depistaggio e contraddice l'ipotesi delle lesioni lievi. I periti di parte civile, infatti, sostengono che furono le conseguenze delle botte ad ammazzare il ragazzo, che non fu solo malasanità, ipotesi su cui i pm (uno dei quali è legato al clamoroso errore giudiziario del delitto della Caffarella) sembrano inchiodati.
L'amarezza di Ilaria è «incredibile» e confida a Liberazione, il primo giornale a occuparsi di questa storia, che se fosse un imputato «chiederei di cambiare i pm». «Andremo al processo con questa falsa ricostruzione che si basa su una consulanza medico-legale insufficiente», commenta Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi e prima ancora della famiglia Aldrovandi. Di fronte ai rinvii a giudizio e alla lista di morti strane dietro le sbarre, uno dei sindacati del comparto ripete la propria indisponibilità a «accettare una certa (tendenziosa e falsa) rappresentazione del carcere come luogo in cui quotidianamente e sistematicamente avvengono violenze in danno dei detenuti». Ma così è in una miriade di occasioni.
Restano inesplorate dai pm le ore che precedettero l'arrivo in tribunale del ragazzo. La notte in cui fu arrestato dormì in una camera di sicurezza dell'Arma. Da lì fu chiamata un'ambulanza che tornò vuota alla base. Qui i carabinieri si contraddicono: uno prima dice che l'ha chiamata lui poi a un collega confida che Stefano aveva dato testate al muro tutta la notte; un altro carabiniere riferisce al comandante che Cucchi camminava a fatica e che aveva dovuto aiutarlo a fare le scale e poi al pm smentisce tutto; due albanesi che viaggiarono con lui verso il tribunale, invano, hanno dichiarato che era sceso malconcio; un altro carabiniere infine parla col pm di un ragazzo che non si reggeva in piedi.
Il sottosegretario Giovanardi, che dichiarò che Cucchi era morto di Aids, ora vuole costituirsi parte civile. Resta ancora da chiarire come sia stato possibile che, in udienza di convalida, il giudice non si sia reso conto dello stato di salute del detenuto e della falsità delle carte dei carabinieri in cui Cucchi era albanese, più vecchio di sei anni e senza fissa dimora.

Checchino Antonini da Liberazione

Carcere: mio figlio non si è tolto la vita, lo hanno lasciato morire in cella

Michele sorride con gli occhi. Sensibile e dal carattere arrendevole, questo ragazzone di Fragagnano è morto il 12 gennaio in solitudine nella cella del carcere di Perugia che da quattro mesi era diventata la sua casa. Aveva 23 anni e gli alveoli dei polmoni saturi di gas. Lo inalava abitualmente, quel gas. Per lui era come una spugna.
Serviva a cancellare in un solo colpo le mura, le sbarre, tutti quei chilometri che lo separavano dalla famiglia. Poco più che adolescente, Michele era stato travolto dallo tsunami delle cattive amicizie e il suo carattere debole non gli aveva permesso di salvarsi. Così era diventato tossicodipendente.
“Michele non si è tolto la vita. La sua morte non è stato un suicidio come all’inizio volevano farci credere. Il gas lo ha ucciso lentamente e nessuno lo ha salvato. Nessuno si è accorto di quello che stava passando, nonostante tutte le nostre denunce”. Mamma Michela, che per quel figlio sfortunato avrebbe dato la vita, mostra la foto di Michele che sorride con l’orgoglio di chi, fino alla fine, ha combattuto per strappare da un destino doloroso la carne della sua carne. Ora che ha seppellito suo figlio non si dà pace. Insieme con il marito Mimmo, Michela oggi ha intrapreso un altro sentiero irto. Vuole capire perché un ragazzo di soli 23 anni, curato in carcere con gli antidepressivi, sia stato lasciato da solo in cella e con la disponibilità di una bomboletta del gas necessaria, ufficialmente, per preparare i pasti. Mamma Michela e papà Mimmo non chiedono giustizia, ma solo una risposta a tutti i loro perché.
“Quando ti muore un figlio in quella maniera, non puoi rassegnarti”. La famiglia Massaro non lo aveva mai fatto con Michele. Aveva lottato per cambiare il futuro del figlio. Non si era chiusa nel dolore di chi vive la tossicodipendenza come una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla pelle. Aveva chiesto aiuto urlando a squarciagola tutta l’impotenza di chi si trova all’improvviso di fronte ad un mondo sconosciuto, ad un mostro dalle mille facce. Si era rivolta ad un’associazione, il Cast (Centro assistenza sulla tossicodipendenza) e, insieme con il figlio, aveva cominciato il faticoso percorso nelle comunità di recupero dei tossicodipendenti.
Ma la strada che porta alla disintossicazione dall’eroina è lunga e costellata di ostacoli. Michele era stato ad Oria, poi ad Assisi. Lungo il suo cammino aveva incontrato più volte il polso fermo della legge. Per procurarsi la dose aveva compiuto furti, un paio di tentativi di rapina. Ma il crimine non era certo il suo mestiere. Era sempre stato “pizzicato” dalle forze dell’ordine ed era finito alla sbarra. L’ultima volta il tribunale lo aveva condannato ad un cumulo di pena di otto anni e sei mesi. Doveva restare in cella fino al 2018.
“Era disperato il mio Michele - dice papa Mimmo - , perché voleva tornare in comunità dove era seguito e dove aveva iniziato il percorso di disintossicazione. Ma il giudice è stato inflessibile. Non si è reso conto di avere di fronte un ragazzo debole e spaventato. Per lui mio figlio era solo un numero su una pratica da evadere in fretta”.
Due giorni prima di Capodanno Michela e Mimmo vanno a trovare il figlio. Michele è pallido come un cencio, respira a fatica, sembra asmatico. Chiedono di essere ricevuti dal direttore del carcere di Perugia. Nessuno risponde. Chiedono che il figlio sia visitato. Il medico vede Michele qualche giorno dopo. “Il dottore ci ha detto: ha il cuore forte come un toro. Ma a mio figlio non è stata fatta né una spirometria, né un’analisi del sangue”. Michele una settimana dopo è morto due volte: stroncato da un infarto e soffocato dall’indifferenza delle istituzioni.

Maristella Massari da Gazzetta del Mezzogiorno

Torna il libertà Mario Miliucci

Nell’udienza di lunedi  24/1 la 2°Corte del Tribunale di Roma ha revocato gli arresti a Mario “ in considerazione del cessato clima di allarme sociale”, pur comminandogli la misura precauzionale “della firma giornaliera”.
Il processo è stato rinviato al 17 marzo , in quanto non era disponibile prima per l’interrogatorio il vicequestore che a redatto per Mario l’accusa di “resistenza”.
Al momento dell’ordinanza in aula ci sono state evidenti manifestazioni di soddisfazione, così come al folto presidio che stazionava davanti il Tribunale, dove si è brindato e abbracciato Mario.


24 gennaio 2011

Mario Milicci Libero: riprende oggi il processo per i fatti del 14 dicembre

Riapre oggi il processo contro Mario Miliucci, unico del gruppo di manifestanti arrestati alla fine della manifestazione del 14 dicembre scorso ad essere sottoposto ad una misura di custodia cautelare, nella fattispecie gli arresti domiciliari, insieme al minorenne S.M., il ragazzo immortalato in diversi momenti degli scontri che hanno segnato la giornata di lotta (e che i soliti cretini malati di dietrologia avevano iscritto a forza nella categoria degli infiltrati). La prima udienza, che lo vedeva alla sbarra insieme agli altri coimputati arrestati nella stessa retata successiva agli scontri, si è era tenuta il 23 dicembre. Nel frattempo il tribunale del riesame ha annullato le restrizioni che durante l'udienza di convalida erano state disposte nei confronti di quattro di loro. I giudici hanno ravvisato nei verbali d'arresto una eccessiva indeterminatezza delle condotte delittuose contestate. I magistrati hanno sottolineato la «generica individuazione» degli imputati nonché la presenza di numerose incongruenze nella ricostruzione dei fatti proposta dalle forze di polizia. Una situazione analoga a quella di Miliucci, nei confronti del quale si rivolgono accuse dai contorni confusi e malcerti. I verbali d'arresto descrivono attimi di forte concitazione dovuti agli scontri molto duri avvenuti a ridosso di piazza di Spagna, e che hanno visto anche la distruzione di alcuni mezzi delle forze di polizia, senza mai fornire precise indicazioni sui responsabili effettivi degli scontri. Arrestato casualmente in una fase di deflusso alle 15.45, come recita il verbale, a Miliucci viene attribuita (nonostante venga descritto con il volto travisato e dunque irriconoscibile) la partecipazione «unitamente alla fazione più violenta dei manifestanti» ad «un fitto lancio di sampietrini» e quindi «all'assalto dei mezzi», senza che quest'ultima circostanza verificatasi quando era già in manette, e maliziosamente lasciata scivolare nel rapporto, sia confortata da ulteriori e più consolidati dettagli. Una volta arrestato, dopo aver subito un pesante pestaggio, il giovane si è visto accollare l'improbabile possesso di tre enormi massi trasportabili soltanto con una cariola. Insomma per volontà di qualcuno, e forse per quel nome carico di storia, Mario rischia di diventare il capro espiatorio del 14 dicembre. Per questo oggo, a partire dalle 9.30, il supporto legale del movimento dopo un'assemblea cittadina tenutasi il 15 gennaio al Volturno occupato ha indetto un presidio cittadino davanti a piazzale Clodio.

21 gennaio 2011

Carceri: Due suicidi nelle ultime 24 ore

Si è suicidato in carcere, a Caltagirone, dopo aver tentato di uccidere la convivente romena di 35 anni. Per Salvatore Camelia di 39 anni, non c'è stato nulla da fare: l'uomo si è tolto la vita in una cella della Casa circondariale di contrada Noce, impiccandosi, con un lenzuolo, alla grata della finestra. Inutili i primi soccorsi degli agenti dell'istituto penitenziario e i successivi interventi di rianimazione di Camelia, il cui corpo è giunto privo di vita all'ospedale “Gravina” di Caltagirone.
Si è conclusa così, con un tragico epilogo, la vicenda iniziata con il tentato omicidio della straniera per l'indomita gelosia di Camelia e il successivo arresto dell'aggressore. Secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri di Mineo, che avevano eseguito il provvedimento restrittivo, l'uomo aveva aggredito e ferito la vittima con un coltello. Dopo l'arresto, Camelia era stato accompagnato nel carcere calatino. L'accusato sarebbe stato interrogato dalla competente autorità giudiziaria, che gli avrebbe contestato i reati di tentato omicidio e lesioni. La sua morte improvvisa, alla quale seguiranno i necessari accertamenti di medicina legale, potrebbe accreditare la “pista” dell'iniziale movente passionale del tentato omicidio.

Antonino Montalto, detenuto 22enne di origini siciliane si impicca in cella nel carvere di Prato. In questo momento non abbiamo altri particolari sulla vicenda.

fonte: Ristretti Orizzonti




20 gennaio 2011

Per il G8 di Genova paghiamo tutti

Un'aggiunta ben camuffata in una leggina del 2010 rimetterebbe a carico dello Stato i risarcimenti che i poliziotti condannati avrebbero dovuto pagare alle vittime delle violenze.

Sono state introdotte all’ultimo momento, alla chetichella. Piccole varianti al testo, nella migliore delle tradizioni italiane delle leggine camuffate e inserite all’ultimo istante per farle passare inosservate. Le aggiunte sono state inserite giusto alla vigilia del voto in aula, all’interno del Decreto legge 187 del 12 novembre 2010, dal titolo “Misure urgenti in materia di sicurezza”, al Capo 1: “Misure per gli impianti sportivi”.
Ben camuffata, l’aggiuntina. Occorre andare all’articolo “2 bis”, dall’innocuo titolo “Fondo di solidarietà civile”. Che dice: «A favore delle vittime di reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive ovvero di manifestazioni di diversa natura, è istituito, presso il Ministero dell’interno, il Fondo di solidarietà civile». L’aggiuntina è nelle parole: «ovvero di manifestazioni di diversa natura».
Non sportive, quindi? E allora di quale natura? Il testo non lo dice. Né lo specifica in seguito. Il Decreto legge, dopo aver chiarito che tale Fondo di solidarietà serve a risarcire – nella misura del 30 per cento – «a) le vittime di reati commessi con l’uso della violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive e dei soggetti danneggiati dagli stessi reati», inserisce la seconda magistrale chiosa: «Il Fondo, nell’ambito delle risorse annualmente disponibili, provvede nella misura del 70 per cento, a interventi di solidarietà civile nei confronti delle vittime di azioni delittuose avvenute in occasione o a causa di manifestazioni diverse da quelle di cui alla lettera a), per le quali la vigente normativa non prevede altre provvidenze, comunque denominate, a carico del bilancio dello Stato» e «finalizzato anche alla definizione transattiva di liti concernenti il risarcimento dei danni alla persona e l’eventuale pagamento delle somme disposte dal giudice». Infine, terza e ultima variazione del testo, il Decreto specifica che «All’elargizione delle somme e agli interventi di cui al comma 2 (cioè i risarcimenti per le manifestazioni non sportive, ndr), nonché all’individuazione delle modalità relative all’esercizio del diritto di rivalsa o all’eventuale rinuncia ad esso, provvede il Ministero dell’interno».
Ecco fatto. Risolto il problema. Con queste poche frasi è stato ritagliato un abito su misura. Per cosa? Per i risarcimenti legati alle violenze di Genova 2001, in occasione del Forum sociale mondiale. I processi per i fatti avvenuti all’interno della caserma Bolzaneto e per l’irruzione notturna alla scuola Diaz hanno portato alla condanna, nel corso del 2009 e 2010, di oltre settanta agenti e dirigenti della Polizia di Stato, nonché alla condanna per falsa testimonianza dell’ex responsabile della Digos ligure Spartaco Mortola e dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro (oggi al vertice dei Servizi segreti).
Sentenze che sono giunte al secondo grado di giudizio (si attende l’esame della Cassazione) e che complessivamente comportano risarcimenti alle vittime delle violenze e spese processuali per diversi milioni di euro. Lo Stato aveva già provveduto a ricollocarli tutti (diversi dei quali all’interno dei Servizi di sicurezza). Con la manciata di righe dedicate alle “misure per gli impianti sportivi” ha risolto anche il problema rimasto aperto: il denaro che avrebbero dovuto risarcire, le spese legali, gli oneri collegati alle condanne.
Somme che avrebbero dovuto pagare i colpevoli. E che invece pagheranno in gran parte tutti i cittadini italiani. Insomma, sembra tutto sistemato. Giusto in vista del decennale che fra pochi mesi ricorderà i drammatici giorni di Genova. E – non dimentichiamolo – la morte di un giovane: Carlo Giuliani.

Luciano Scalettari da Famiglia Cristiana

Direttiva rimpatri e stato di diritto

Un commento alla luce della circolare Manganelli del 17 dicembre di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo



Dopo il presidio della rete antirazzista siciliana davanti al CIE Vulpitta di Trapani, in memoria delle vittime della strage del 1999, chiediamo giustizia per coloro che sono detenuti oggi in Italia nei centri di identificazione ed espulsione, in base a norme che risultano in contrasto con il dettato costituzionale e con la normativa comunitaria.

1. Il 24 dicembre 2010 è scaduto il termine di attuazione della Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri, senza che l’Italia vi desse attuazione. Per effetto del consolidato diritto comunitario, una volta scaduto il termine di attuazione, fatta salva la responsabilità dello stato per i danni derivanti da tale omissione, la Direttiva può comunque essere utilizzata dal giudice interno, che può disapplicare le norme interne che risultino contrastanti, costituendo un criterio prevalente di interpretazione della complessiva normativa previgente.
La Direttiva comunitaria impone agli organi competenti ( Prefettura e Questura) di considerare l’espulsione con invito a lasciare il territorio nazionale, il cd. rimpatrio volontario, prima di adottare provvedimenti di allontanamento forzato, che comunque possono essere assunti solo sulla base della considerazione individuale del singolo caso, senza quegli “automatismi” ( accompagnamento forzato e trattenimento amministrativo) introdotti dalla legge Bossi-Fini n.189 del 30 luglio 2002, che abrogava il vecchio articolo 13 comma 6, introdotto con la legge Turco-Napolitano, che prevedeva nella maggior parte dei casi la possibilità di espulsione “con intimazione” a lasciare il territorio dello stato. Da quel momento le espulsioni con accompagnamento forzato diventavano la regola generale di esecuzione dei provvedimenti di allontanamento degli stranieri irregolari. Questi “automatismi” erano stati ulteriormente aggravati dalla creazione del reato di immigrazione clandestina, con la legge n. 94 del 2009 che si sovrapponeva evidentemente alla misura amministrativa dell’espulsione allo scopo di rendere più veloci le stesse procedure di accompagnamento forzato in frontiera. Un tentativo fallito che ha comportato soltanto una diffusa criminalizzazione degli immigrati irregolari, l’ingolfamento degli uffici giudiziari, ed una costante diminuzione del numero delle persone che, risultando prive di validi titoli di soggiorno, sono stati effettivamente allontanati dal territorio dello stato.
La Direttiva 2008/115/CE dovrà essere attuata attraverso modifiche sostanziali e procedurali nella normativa italiana sulla detenzione amministrativa nei centri di identificazione ed espulsione (CIE), quei centri che una volta si chiamavano CPTA, centri di permanenza temporanea ed assistenza, che persero subito qualunque connotazione assistenziale, come ricorda la strage del Vulpitta a Trapani nel 1999, e che oggi continuano a costituire una violazione flagrante e generalizzata dei più elementari diritti della persona. Diritti fondamentali menzionati dalla Direttiva comunitaria con particolare riferimento alle persone “vulnerabili”, ma previsti per tutti anche dalla Costituzione italiana, agli articoli 13 ( diritto alla libertà personale), 24 ( diritti di difesa) , 32 ( diritto alla salute), da riconoscere a qualunque immigrato, quale che sia la condizione di soggiorno, come impone l’art.2 del T.U. n.286 del 1998 in materia di immigrazione.
In base al Considerando 16 della Direttiva comunitaria, che ha acquistato adesso una precisa portata precettiva sul piano del diritto interno, “ il ricorso al trattenimento ai fini dell’allontanamento dovrebbe essere limitato e subordinato al principio di proporzionalità con riguardo ai mezzi impiegati e agli obiettivi perseguiti. Il trattenimento è giustificato soltanto per preparare il rimpatrio o effettuare l’allontanamento e se l’uso di misure meno coercitive è insufficiente”.
L’art.14 della Direttiva suggella il carattere residuale della detenzione amministrativa, in quanto il trattenimento risulta applicabile solo quando “non possano essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive”.
Nei casi in cui sia evidente la impossibilità di procedere al rimpatrio forzato, come ad esempio dopo periodi di trattenimento in carcere o nei CIE, seguiti dalla rimessione in libertà, o quando manca la collaborazione dei consolati dei paesi di provenienza nel fornire i documenti di viaggio, la detenzione amministrativa rimane dunque priva di fondamento. In ogni caso, secondo l’art. 15 della direttiva, il trattenimento deve avere la durata più breve possibile ed è soggetto a riesame “ad intervalli ragionevoli”.

2. L’introduzione del reato di immigrazione clandestina in Italia tendeva in realtà ad evitare che la direttiva rimpatri potesse trovare una effettiva applicazione nel nostro paese. La Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri, all’art. 2.2, prevedeva infatti che “Gli Stati membri possono decidere di non applicare la presente direttiva ai cittadini di paesi terzi:

a) sottoposti a respingimento alla frontiera conformemente all’articolo 13 del codice frontiere Schengen ovvero fermati o scoperti dalle competenti autorità in occasione dell’attraversamento irregolare via terra, mare o aria della frontiera esterna di uno Stato membro e che non hanno successivamente ottenuto un’autorizzazione o un diritto di soggiorno in tale Stato membro;

b) sottoposti a rimpatrio come sanzione penale o come conseguenza di una sanzione penale, in conformità della legislazione nazionale, o sottoposti a procedure di estradizione.

Si deve tuttavia escludere che la Direttiva comunitaria si riferisse al reato di immigrazione clandestina come presupposto che ne avrebbe impedito l’applicazione. In questo caso, se l’intento degli autori della Direttiva fosse stato quello di negarne l’applicazione per gli stranieri ritenuti “colpevoli” del reato di immigrazione clandestina, un reato variamente previsto nell’ordinamento di numerosi stati membri, si potrebbe ritenere che l’Unione Europea abbia adottato una normativa destinata a rimanere inattuata perché rivolta a persone che nella quasi totalità potevano ritenersi “responsabili” di tale reato. Una interpretazione che contrasta con gli indirizzi interpretativi della Corte di Giustizia di Lussemburgo che tende ad attribuire il carattere della effettività agli atti delle istituzioni comunitarie..
A livello comunitario dovrebbe essere chiaro che i reati che escludono l’applicazione della direttiva sono quelli propri, come ad esempio la rapina, e non quelli connessi alla semplice presenza irregolare dello straniero nel territorio dello stato. E dunque la previsione del reato di immigrazione clandestina, recentemente introdotta dal nostro legislatore con il d.lgs. n.94 del 2009, adesso ridimensionata da un recente intervento del giudice costituzionale, non può bloccare l’applicazione in Italia della direttiva comunitaria sui rimpatri. Infatti, per quanto riguarda l’ordinamento giuridico italiano, la più recente giurisprudenza costituzionale ha adottato decisioni che potrebbero ridurre notevolmente l’area applicativa del reato di immigrazione clandestina, riaprendo la partita sulla costituzionalità- ancora assai dubbia- di tale fattispecie penale, legata, nel caso di soggiorno irregolare, più ad una condizione esistenziale che alla commissione di una specifica violazione di legge. Su questi punti, se i giudici interni non forniranno interpretazioni conformi al dettato della Direttiva 2008/115/CE, e se la Corte Costituzionale non ritornerà sulla questione del reato di immigrazione clandestina, nella configurazione che ne risulta oggi, dopo gli interventi legislativi contenuti negli ultimi “pacchetti sicurezza”, non resterà altra via che il ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, e forse anche alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

3. La Corte costituzionale, che pure aveva fatto salvo il reato di immigrazione clandestina, con la sentenza n. 359/2010 del 17 dicembre 2010 ha dichiarato incostituzionale il reato di permanenza nel territorio dello Stato dell’immigrato espulso già precedentemente e che non ha rispettato l’ordine del Questore di lasciare il territorio nazionale, nella parte in cui non prevede che non sia punibile lo straniero inottemperante in quanto privo dei mezzi necessari perché indigente. L’art. 14, comma 5-quater del testo unico delle leggi sull’immigrazione, come modificato dalla legge n. 94/2009, risulta dunque incostituzionale nella parte in cui non dispone che l’inottemperanza all’ordine di allontanamento, secondo quanto già previsto per la condotta di cui al precedente comma 5-ter, sia punita nel solo caso che abbia luogo «senza giustificato motivo».
Secondo la Corte, la clausola del «giustificato motivo» risulta tra quelle «destinate in linea di massima a fungere da “valvola di sicurezza” del meccanismo repressivo, evitando che la sanzione penale scatti allorché – anche al di fuori della presenza di vere e proprie cause di giustificazione – l’osservanza del precetto appaia concretamente “inesigibile” in ragione, a seconda dei casi, di situazioni ostative a carattere soggettivo od oggettivo». Tale clausola, pertanto, nella ricorrenza di diverse eventualità di fatto (estrema indigenza, indisponibilità di un vettore o di altro mezzo di trasporto idoneo, difficoltà nell’ottenimento dei titoli di viaggio, etc.), «esclude la configurabilità del reato» (sentenza n. 5 del 2004).
Nell’ipotesi di inottemperanza all’ordine di allontanamento emesso dopo un analogo provvedimento, a sua volta non osservato, la Corte si chiede se si profili una situazione sostanzialmente diversa, tale da giustificare un differente trattamento dello straniero colpito da provvedimento di espulsione. La Corte rileva che "se una particolare situazione è tale da giustificare il mancato allontanamento entro cinque giorni, non si vede perché la considerazione giuridica della stessa debba mutare radicalmente per il semplice fatto che la situazione permanga, si ripresenti o insorga in occasione di un successivo ordine di allontanamento. (...) Un estremo stato di indigenza, che abbia di fatto impedito l’osservanza dell’ordine del questore nello stretto termine di cinque giorni, non diventa superabile o irrilevante perché permanente nel tempo o perché insorto o riconosciuto in una occasione successiva. Il ragionamento della corte è tutto basato sulla considerazione che il rimedio ordinario previsto dalla normativa italiana per la presenza illegale nel territorio dello Stato del destinatario di un provvedimento di espulsione – occorre ricordarlo – è l’esecuzione del provvedimento stesso con accompagnamento forzato in frontiera. Secondo la Corte “in assenza di tale misura amministrativa, l’affidamento dell’esecuzione allo stesso soggetto destinatario del provvedimento incontra i limiti e le difficoltà dovuti alle possibilità pratiche dei singoli soggetti, che il comma 5-ter dell’art. 14 del d.lgs. n. 286 del 1998 ha preso in considerazione, in un ragionevole bilanciamento tra l’interesse pubblico all’osservanza dei provvedimenti dell’autorità, in tema di controllo dell’immigrazione illegale, e l’insopprimibile tutela della persona umana. Tale tutela non può essere esclusa o attenuata in situazioni identiche, ancorché successive, senza incorrere nella violazione dell’art. 3, primo comma, Cost. "
Appare evidente a questo punto come, una volta ribaltato il rapporto tra espulsione con invito a lasciare il territorio ed espulsione con accompagnamento forzato, operato per effetto della applicazione diretta della direttiva sui rimpatri 2008/115/CE, a partire dal 24 dicembre 2010, termine di scadenza per l’attuazione della direttiva, le stesse considerazioni utilizzate dalla Corte per escludere la responsabilità penale qualora ricorra un “giustificato motivo” nei confronti di chi risulti inottemperante ad un ordine di lasciare il territorio dello stato, dovrebbero portare alla incostituzionalità del reato di immigrazione clandestina, almeno nella parte in cui questo reato si configura con il semplice soggiorno irregolare della persona. Inoltre se nella direttiva rimpatri si impone agli stati di valutare caso per caso le situazioni degli stranieri che sono trovati nel territorio nazionale privi di documenti di soggiorno, questa previsione assume oggi valore vincolante anche per il giudice interno che dovrà disapplicare le norme che risultino in conflitto con il diritto comunitario, o rimettere la questione alla Corte costituzionale, per il contrasto evidente della disciplina recata dagli articoli 13 e 14 del Testo Unico sull’immigrazione che prevedono misure sanzionatorie a carattere automatico e generalizzato, con il dettato ormai vincolante della Direttiva 2008/115/CE.
Il 27 dicembre 2010 il Pubblico Ministero di Milano Claudio Gittardi, applicando la sentenza n.359 adottata pochi giorni prima dalla Corte costituzionale, ha deciso di rimettere in libertà due giovani immigrati egiziani di 18 e 21 anni che erano rimasti in Italia nonostante due provvedimenti di espulsione con accompagnamento forzato firmati dal questore. Il Pubblico Ministero di Milano ha valutato che i due giovani avevano “giustificati motivi” per non lasciare l’Italia,in particolare lo stato di povertà nel quale si trovavano.
Anche ritenendo preclusiva l’esistenza di un reato come quello di immigrazione clandestina, la Direttiva comunitaria sui rimpatri, nelle parti che si sono richiamate, dovrà essere applicata in tutti i casi che rientrano nell’ambito della decisione della Corte Costituzionale secondo la quale non ricorre comunque reato quando l’immigrato irregolare non ottempera all’ordine di espulsione dell’immigrato irregolare per un “giustificato motivo”. Si potrà certo obiettare che in quel caso ricorreva già il reato di immigrazione clandestina, per il solo soggiorno senza regolari documenti, ma le considerazioni adottate dalla Corte dovrebbero indurre a ritenere che il “giustificato motivo” che esclude il reato di inottemperanza all’ordine di allontanamento possano valere anche nella ipotesi più lieve di soggiorno irregolare. Una ipotesi di reato, seppure contravvenzionale, che proprio per il suo “automatismo”, conseguendo da qualunque ipotesi di presenza irregolare, oggi si trova in contrasto anche con la direttiva comunitaria sui rimpatri.

4. La stessa Direttiva 2008/115/CE mantiene carattere vincolante per tutti gli stati, e quindi anche per l’Italia, nella parte in cui li obbliga ad adottare preliminarmente forme di rimpatrio volontario, anche imponendo obblighi diretti a evitare il rischio di fuga, come l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria adeguata, la consegna di documenti o l’obbligo di dimorare in un determinato luogo, prima di procedere al rimpatrio (con trattenimento ed) accompagnamento forzato. La mera presenza sul territorio in assenza di validi documenti di soggiorno, se può preludere ad un rimpatrio volontario, misura da adottare a preferenza delle altre, non può comportare come conseguenza automatica la commissione di un reato.
In base alla Direttiva, il rimpatrio con accompagnamento forzato può essere disposto solo se “sussista il rischio di fuga o se una domanda di soggiorno regolare è stata respinta in quanto manifestamente infondata o fraudolenta o se l’interessato costituisce un pericolo per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale”. In questi casi gli Stati membri “possono astenersi dal concedere un periodo per la partenza volontaria o concederne uno inferiore a sette giorni. Ma comunque, gli Stati membri devono tenere “nella debita considerazione:

a) l’interesse superiore del bambino;

b) la vita familiare;

c) le condizioni di salute del cittadino di un paese terzo interessato;

e rispettano il principio di non-refoulement” ( non respingimento in violazione dell’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati). Inoltre la stessa Direttiva Comunitaria 2006/115/CE prevede che ( art. 8) “Ove gli Stati membri ricorrano – in ultima istanza – a misure coercitive per allontanare un cittadino di un paese terzo che oppone resistenza, tali misure sono proporzionate e non eccedano un uso ragionevole della forza. Le misure coercitive sono attuate conformemente a quanto previsto dalla legislazione nazionale in osservanza dei diritti fondamentali e nel debito rispetto della dignità e dell’integrità fisica del cittadino di un paese terzo interessato”.
Di fronte a queste precise disposizioni la considerazione delle norme di diritto interno che disciplinano espulsioni e trattenimento nei CIE rimane affidata ad elevati indici di discrezionalità di polizia. E sono numerosi i rapporti delle organizzazioni internazionali che documentano il fallimento delle pratiche di allontanamento forzato, lo stato deplorevole di trattenimento nei CIE e l’assenza di un effettivo esercizio dei diritti di difesa. Le norme costituzionali e le direttive comunitarie, al pari del diritto interno, valgono -al pari della legge- su tutto il territorio nazionale, a Gorizia ( al CIE di Gradisca di Isonzo), o a Milano, come a Trapani ( al CIE Vulpitta), e la loro applicazione deve essere uniforme, per non risultare abusiva e discriminatoria. La normativa vigente deve essere applicata senza attendere che gli interessati presentino (quando riescano ad avere una difesa effettiva) ricorsi all’autorità giudiziaria, e questo comportamento della P.A. appare dovuto per evitare violazioni dei diritti fondamentali della persona, ed in particolare dei diritti di libertà, presidiati dall’art.13 della Costituzione, che pone limiti precisi per la convalida giurisdizionale delle misure restrittive adottate dall’autorità di polizia.

5. Una recente circolare del ministero dell’interno, firmata il 17 dicembre del 2010 dal Capo della polizia Manganelli, chiarisce, allo scopo dichiarato di evitare lunghe fasi di contenzioso, la interpretazione che le Prefetture e le Questure dovranno adottare nei provvedimenti di rimpatrio di loro competenza, dopo la scadenza del 24 dicembre termine ultimo per la implementazione legislativa della Direttiva 2008/115/CE in Italia .
La circolare riconosce la efficacia precettiva immediata della direttiva, in assenza della attuazione nell’ordinamento interno da parte delle autorità statali competenti ( governo e Parlamento)e stabilisce criteri che dovrebbero essere applicati in maniera uniforme dalle Prefetture e dalle Questure italiane. Si prende atto dell’inadempienza del governo italiano e dello scarto che si è determinato per questa ragione tra il diritto comunitario ed il diritto interno. Secondo la circolare, che si riferisce ai “Cittadini stranieri in posizione di soggiorno irregolare”... “nelle more del recepimento, da parte dell’Italia, della Direttiva in questione, occorre considerare che”:

- decorso il termine del prossimo 24 dicembre, lo straniero attinto da un provvedimento finalizzato al suo rimpatrio potrebbe impugnarlo e chiedere, alla competente autorità giudiziaria, di eccepirne la difformità rispetto ai contenuti della normativa comunitaria;

- il ricorso dello straniero potrebbe essere accolto poiché il giudice, in applicazione dei principi di diritto comunitario, e’ obbligato ad interpretare il diritto interno alla luce della lettera e dello scopo della Direttiva

In previsione di tale situazione, il Ministero dell’interno avverte Prefetti e Questori che “ assumeranno una rilevanza strategica le motivazioni su cui si fonderanno i provvedimenti propedeutici al rimpatrio che codesti Uffici proporranno per l’adozione alle competenti Prefetture o adotteranno direttamente; in particolare “tali motivazioni, per essere idonee a neutralizzare gli effetti del ricorso, dovranno essere articolate, in modo che emerga con chiarezza la conformità dell’azione di rimpatrio rispetto ai contenuti della normativa comunitaria”.
Si prende in sostanza atto, anche da parte del Ministero come,”a differenza del novellato e tuttora vigente decreto legislativo n. 286 del 1998, che si fonda sull’immediata ed automatica espulsione dello straniero che soggiorna illegalmente sul territorio nazionale, la Direttiva n. 115 del 2008 introduce un meccanismo espulsivo "ad intensità graduale crescente". Secondo la circolare “infatti, il legislatore comunitario ha previsto che sia privilegiata la partenza volontaria dello straniero rispetto al suo rimpatrio coatto, purché non sussista il rischio di pregiudicare l’effettivo ritorno dello straniero nel suo Paese di origine o in un altro Paese. In presenza di tale rischio o di altre situazioni, il rimpatrio potrà essere immediato, quindi con l’accompagnamento coatto alla frontiera, senza che sia concesso allo straniero il termine per la partenza volontaria. La circolare ministeriale richiama come la Direttiva preveda che “ gli Stati membri mettano fine al soggiorno irregolare dello straniero attraverso una procedura equa e trasparente, con decisioni da adottare caso per caso, sulla base di criteri obiettivi e senza limitarsi a considerare il semplice fatto del soggiorno irregolare”.
Oltre al preventivo espletamento del tentativo di rimpatrio volontario si impone anche una riconsiderazione della detenzione amministrativa nei centri di identificazione ed espulsione, in quanto secondo la stessa circolare “l’uso di misure coercitive andrebbe subordinato al rispetto dei principi di proporzionalità e di efficacia, per quanto riguarda i mezzi impiegati e gli obiettivi perseguiti. Ai medesimi principi andrebbe ispirato il ricorso alla misura del trattenimento in un Centro, affinché gli stranieri siano trattati in modo umano e dignitoso”. Nulla si aggiunge invece sul diritto di accesso nei centri di detenzione amministrativa, oggi soggetto in Italia a fortissime limitazioni. Secondo l’art. 16 della Direttiva “i pertinenti e competenti organismi ed organizzazioni nazionali, internazionali, e non governativi hanno la possibilità di accedere ai centri di permanenza temporanea( oggi CIE)”. Tali visite possono essere soggette ad autorizzazione.
Il Ministero suggerisce quindi alle Prefetture ed alle Questure destinatarie della circolare del 17 dicembre 2010 una particolare cautela nella formulazione dei provvedimenti di allontanamento forzato in modo che non risultino in contrasto con quanto previsto dalla normativa comunitaria. Infatti “le motivazioni su cui si fonderanno i provvedimenti finalizzati al rimpatrio dello straniero dovranno essere calibrate in relazione alle principali novità introdotte dalla Direttiva. In particolare, si dovrà tenere presente che:la posizione di soggiorno irregolare determina l’adozione di una decisione di rimpatrio; il relativo provvedimento va emesso solo a seguito di una ponderata valutazione del singolo caso. Secondo il ministero dell’interno “in tale contesto andrebbe sempre assicurata la gradualità del provvedimento da adottare, privilegiando la concessione di un termine per la partenza volontaria rispetto al rimpatrio immediato”. Appare invece meno chiara la previsione secondo cui “la stessa gradualità andrebbe garantita nella fase esecutiva del rimpatrio”. La circolare non fa un espresso riferimento alla considerazione dei rapporti familiari della persona da espellere, come richiede invece la Direttiva comunitaria.
Per quanto riguarda la scelta del rimpatrio volontario, in base alla circolare, si dovrà considerare “ la disponibilità di adeguate risorse finanziarie provenienti da fonti lecite idonee allo scopo; il possesso di un documento utile all’espatrio, in corso di validità; l’utilizzabilità di un alloggio stabile non precario, ove lo straniero “possa essere rintracciato senza alcuna difficoltà”; la linearità della sua condotta pregressa; il proprio concreto interesse a tornare quanto prima nel Paese d’origine o in un altro Paese terzo, senza più prolungare la permanenza irregolare sul territorio italiano; ogni altro elemento utile ad evidenziare la presenza o meno del pericolo che egli si sottragga volontariamente al rimpatrio, qualora gli venisse concesso un termine per la partenza volontaria. Si tratta di criteri che consentono ancora un elevato margine discrezionale, ma che impongono quanto meno una considerazione analitica del singolo caso, senza quelle valutazione tipicizzate nei formulari attualmente adottati nelle procedure di allontanamento forzato e di detenzione amministrativa. Rimane anche da verificare come tali adempimenti possano essere tempestivamente assolti dagli uffici competenti, che lamentano da tempo gravi carenze di organico, e soprattutto se non si ritornerà ancora una volta alla utilizzazione di moduli preconfezionati, che servano soltanto a soddisfare sul piano meramente formale quanto richiesto dalla direttiva comunitaria.
Rimane assai vaga anche la previsione -cruciale- del divieto di reingresso, in quanto la circolare si limita ad affermare che la durata di tale divieto “ dovrebbe essere determinata alla luce di tutte le circostanze pertinenti per ciascun caso”, aggiungendosi poi che tale divieto “non supera di norma i 5 anni, salvo che l’interessato costituisca una grave minaccia per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale”. Quello che è più grave è la totale assenza di una previsione espressa, che sarebbe consentita dalla Direttiva, di una qualche forma di premialità, consistente nella eliminazione del divieto di rimpatrio nei casi in cui l’immigrato dia esecuzione spontanea all’intimazione di rimpatrio volontario.
Secondo quanto riconosciuto dalla circolare, in applicazione della Direttiva 2008/115/CE, per la partenza volontaria è concesso all’interessato un termine tra i 7 e i 30 giorni. Durante tale periodo, possono essere imposti allo straniero alcuni obblighi finalizzati a evitare il rischio di fuga, come l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria adeguata, la consegna di documenti o l’obbligo di dimorare in un determinato luogo.
La parte più critica della circolare ministeriale del 17 dicembre scorso riguarda i casi di rimpatrio forzato, “quando il termine per la partenza volontaria non è concesso”, e precisamente qualora:

. sussista il rischio di fuga dello straniero, o

. la sua domanda di soggiorno e’ stata respinta in quanto manifestamente infondata o fraudolenta, ovvero

. l’interessato costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale;

· il rischio di fuga deve essere accertato individualmente, sulla base di criteri oggettivi;

Nessun cenno nella circolare alla possibilità, prevista dalla Direttiva che gli stati membri documentino la condizione degli stranieri irregolari “ che non è possibile allontanare”, anche al fine di dimostrare la loro “ situazione specifica in caso di verifiche o controlli amministrativi, tali persone dovrebbero essere munite di una conferma scritta della loro situazione”, così il Considerando n.12.
Neppure si richiamano i diritti e le garanzie riconosciuti dalla Direttiva in odine ai mezzi di ricorso previsti dall’art.13, secondo il quale all’immigrato irregolare “ sono concessi mezzi di ricorso effettivo avverso le decisioni concernenti il rimpatrio”, prevedendosi anche che le autorità competenti a giudicare sui ricorsi possano “sospendere temporaneamente l’esecuzione”.

6. La circolare sembrerebbe modificare, in ossequio ai precetti della Direttiva 2008/115/CE ( in particolare all’art.15) la portata della detenzione amministrativa in quanto “il trattenimento dello straniero in un Centro può essere disposto, salvo che nel caso concreto possano essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive, per preparare il rimpatrio e/o effettuare l’allontanamento, in particolare qualora sussista il rischio di fuga, o l’interessato evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o l’allontanamento”.
Sul concetto di “rischio di fuga” o sulla circostanza che “l’interessato evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o l’allontanamento”, nella stesura dei provvedimenti di allontanamento forzato e di trattenimento, si potrebbe ricorrere a formule che apparentemente tengano conto della posizione individuale dei destinatari dei provvedimenti di rimpatrio, ma che in sostanza riproducono valutazioni stereotipe che tradirebbero quanto richiesto dalla direttiva comunitaria.
Secondo la Direttiva 2008/115/CE inoltre, all’art. 15 comma 4, “quando risulta che non esistano più alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento per motivi di ordine giuridico o per altri motivi”, o che non esistano più rischi di fuga o comportamenti dell’interessato contrari al rimpatrio,”il trattenimento non è più giustificato e la persona interessata è immediatamente rilasciata”.
Su questo punto di particolare importanza la circolare ministeriale tace, anche perchè la applicazione della direttiva comunitaria avrebbe richiesto uno stravolgimento salutare dell’art. 14 del Testo unico sull’immigrazione, con un superamento della logica punitiva e di contenimento che la detenzione amministrativa ha assunto in Italia. Sotto questo profilo il nostro paese è ancora inadempiente, e mentre il giudice interno potrà disapplicare le norme in contrasto con il diritto comunitario, si possono attendere ricorsi alla Corte Costituzionale ed alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Appare dunque in corso di modifica – seppure per effetto della circolare che richiama una interpretazione conforme alla direttiva 2009/115/CE - il regime della detenzione amministrativa in quanto: il trattenimento è possibile per preparare il rimpatrio e/o effettuare l’allontanamento, a condizione che non possano essere applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive. Pertanto, detta misura potrà essere adottata nei casi attualmente consentiti dalla legislazione nazionale; tuttavia, dalla lettura del provvedimento di trattenimento dovrà emergere che, nel caso concreto, non risulti possibile applicare altre misure meno coercitive, proprio a causa della particolare situazione che caratterizza la posizione dello straniero; dovrà essere idonea a soddisfare la finalità dell’allontanamento, che è da perseguire con tutte le misure necessarie”. E’ questa la parte più oscura della circolare ministeriale perché si pone ai limiti della competenza assegnate all’autorità amministrativa ( e forse anche oltre), in quanto contiene una lettura sostanzialmente abrogante di buona parte dell’attuale articolo 14, che prevede appunto la detenzione amministrativa come misura che accompagna necessariamente tutti i provvedimenti di allontanamento forzato ( con limitate eccezioni in favore di immigrati già regolarmente residenti).
Viene francamente da chiedersi se a questo punto non sia assolutamente urgente una modifica legislativa che segua le indicazioni su questo, e su altri punti assai delicati, fornite dalla direttiva comunitaria, anche per evitare possibili ricorsi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, per interventi interpretativi ai sensi dell’art.234 del Trattato, o per l’apertura di una procedura di infrazione a carico dell’Italia a seguito della mancata attuazione della direttiva, questione che non può essere risolta da una circolare ministeriale comunque priva della forza normativa di un atto legislativo.
Appare in ogni caso assai pericoloso, come precedente, che una circolare ministeriale detti una disciplina dei casi di espulsione ed allontanamento forzato, che andrebbero regolamentati con un atto avente la forza ed i caratteri della legge. Le misure restrittive della libertà personale in vista di una successiva espulsione non possono essere determinate esclusivamente dall’autorità amministrativa, ma devono essere espressamente previste dalla legge, che ne deve fissare casi specifici e modalità di applicazione. Non basta certo una direttiva ministeriale o una circolare del capo della polizia a ritenere soddisfatto il requisito della riserva di legge previsto dalla CEDU in materia di limitazione della libertà personale in funzione di un successivo allontanamento dal territorio dello stato.
La Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo stabilisce infatti, all’art.5, che “ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, salvo che nei casi seguenti e nei modi prescritti dalla legge:

(omissis) ... se si tratta dell’arresto o della detenzione regolari di una persona per impedirle di entrare irregolarmente nel territorio, o di una persona contro la quale è in corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione.

7. Alla luce della CEDU, e della stessa Costituzione italiana, si potrebbe rilevare dunque come un intervento di carattere amministrativo, revocabile o modificabile in ogni momento, come appunto una circolare ministeriale, ed in ogni caso esposto al rischio di diverse interpretazione a livello locale, ben difficilmente possa soddisfare quella garanzia propria dello stato di diritto che è offerta dal principio di legalità.
Appare comunque evidente il vero obiettivo della circolare ministeriale del 17 dicembre scorso, nell’accreditare la tesi che l’Italia potrebbe dare attuazione alla direttiva comunitaria con misure di carattere meramente amministrativo, senza ricorrere a modifiche sostanziali della legislazione vigente in materia di espulsione e trattenimento amministrativo. Nella circolare si afferma infatti che “in considerazione della compatibilità della Direttiva 2008/115/CE rispetto alla legislazione nazionale, nelle more del suo recepimento codesti Uffici vorranno adeguatamente motivare i provvedimenti da proporre alle competenti Prefetture per l’adozione o da adottare, in modo tale da far emergere, in caso di contenzioso, che: la posizione dello straniero sia stata oggetto di approfondita valutazione; le decisioni discrezionali (come, ad esempio, la mancata concessione allo straniero del termine per la partenza volontaria, la durata del divieto di ingresso o il suo trattenimento nel CIE) siano corredate da adeguata motivazione e non siano state adottate in virtù di meccanismi automatici di rimpatrio; sia stato osservato il principio introdotto dalla Direttiva, che è quello di effettuare il rimpatrio dello straniero progressivamente, mediante l’adozione di provvedimenti "ad intensità graduale crescente".
In questa valutazione di “intensità graduale crescente” risiede, a nostro avviso, il rischio di una elevata discrezionalità da parte delle autorità amministrative e dunque di applicazioni difformi sul territorio nazionale, con il rischio di una grave violazione dell’art.3 della Costituzione, a fronte di un diverso esercizio di poteri tanto ampi conferiti all’autorità amministrativa in assenza di un preciso dettato normativo.
Se la circolare emanata dal Capo della polizia il 17 dicembre 2010 troverà effettiva applicazione, questa non potrà che comportare la disapplicazione generalizzata dell’art. 13 comma 4 del T.U. 286 sull’immigrazione, che prevede come modalità “normale” dei provvedimenti di espulsione l’accompagnamento forzato in frontiera. E su questo punto, sulla costituzionalità della norma in questione, dovrebbe pronunciarsi al più presto la Corte Costituzionale, dopo la sbrigativa risposta fornita, prima della scadenza del termine di attuazione, sulla costituzionalità del reato di immigrazione clandestina con riferimento ai profili di possibile contrasto con la Direttiva 2008/115/CE.
La Costituzione italiana stabilisce che la condizione giuridica dello straniero sia regolata dalla legge ( art. 10) e che le misure limitative della libertà personale rispettino la riserva assoluta di legge e la riserva di giurisdizione ( art.13), restando comunque soggetti al controllo giurisdizionale, secondo la giurisprudenza prevalente, tutti i provvedimenti limitativi della libertà personale, e della stessa libertà di circolazione, quando queste limitazioni siano finalizzate all’allontanamento del cittadino straniero irregolarmente soggiornante sul territorio italiano.
Gli articoli 11 e 117 della Costituzione impongono poi al giudice interno il rispetto del diritto sovranazionale di natura cogente e gli consentono un ricorso alla Corte Costituzionale in presenza di norme interne che risultino in contrasto con questo. Lo stesso giudice nazionale potrà disapplicare il diritto interno che risulti in contrasto con quanto previsto da una direttiva comunitaria dotata di effetto cogente per effetto della mancata attuazione, quando la sua formulazione, come riconosciuto anche dalla circolare ministeriale, sia sufficientemente preciso e circostanziato. Anche se la circolare costituisce una prima apertura verso una applicazione diretta della normativa comunitaria in materia di rimpatrio degli stranieri irregolari, non riteniamo tuttavia che, in una materia tanto delicata, le direttive comunitarie si possano “attuare” con circolari amministrative, e di questo sembra peraltro consapevole anche l’estensore della circolare del ministero dell’interno adottata il 17 dicembre scorso, una settimana prima della scadenza del termine di attuazione della direttiva 2008/115/CE sui rimpatri.
Se si intende veramente rispettare i principi dello stato di diritto anche per gli immigrati irregolari – a differenza di quanto finora avvenuto in Italia- si dovrà garantire una normativa interna che stabilisca limiti più netti alla discrezionalità amministrativa, in materie tanto delicate da riguardare la libertà, e spesso anche la vita delle persone. Sono anche gli ultimi interventi della Corte Costituzionale che impongono una modifica immediata degli articoli 13 e 14 del Testo Unico sull’immigrazione, in modo da rendere coerente la disciplina delle espulsioni e della detenzione amministrativa con i principi affermati nella Costituzione e nelle normative di fonte comunitaria. Dopo la scadenza del termine di attuazione, ma la stessa considerazione avrebbe dovuto valere anche prima, l’intero regime dei centri di detenzione amministrativa dettato dall’art. 14 del T.U. n.286 del 1998, come modificato dalla legge Bossi-Fini nel 2002 e poi, a più riprese, dai diversi pacchetti sicurezza, si trova in insanabile contrasto con le previsioni costituzionali e con quanto previsto a livello comunitario. La direttiva comunitaria non consente ad esempio che il trattenimento in un CIE possa essere applicato in modo generalizzato, in tutti i casi nei quali si riscontrino difficoltà nell’accertamento dell’identità, oppure nell’approntamento della documentazione relativa, il cd documento di viaggio, malgrado lo stesso migrante sia disponibile al rimpatrio volontario. Ed anche i presupposti da verificare in sede di convalida giurisdizionale del rinnovo del trattenimento, dopo i primi 60 giorni, appaiono notevolmente divergenti, con questioni che non possono essere risolte con una circolare, richiedendo urgenti modifiche legislative. In ogni caso, secondo la Direttiva 2008/115/CE il trattenimento in un CIE sarà possibile non in ogni caso di allontanamento forzato, ma solo quando non siano applicabili “altre misure coercitive”, se vi sia rischio di fuga, o se lo straniero “ostacola” le procedure di riconoscimento.

8. Resta adesso da verificare con quali tempi e contenuti il legislatore italiano darà finalmente attuazione nell’ordinamento interno alla direttiva 2008/115/CE, e se da un ulteriore ritardo possano derivare danni di natura morale e patrimoniale a carico degli immigrati destinatari dei provvedimenti di rimpatrio. Di certo sarà necessario bloccare la proliferazione di norme di carattere penale che sanzionano qualunque irregolarità di tipo amministrativo nella quale possano incorrere gli immigrati, creando una sorta di “diritto penale speciale” o “d’autore”, del tutto privo di una effettiva applicabilità, ma di grande utilità dal punto di vista elettorale, come è generalmente riconosciuto. E nella stessa direzione occorre porre termine alla moltiplicazione dei centri di identificazione ed espulsione, la cui funzione, come strumento rispetto alla effettiva esecuzione dei provvedimenti di espulsione, viene fortemente ridimensionata anche dalla direttiva comunitaria. Il legislatore italiano, nell’esercizio dei suoi ampi poteri discrezionali, riconosciuti di recente dalla Corte Costituzionale, dovrebbe garantire il rispetto dei canoni di adeguatezza, proporzionalità ed effettività delle misure di allontanamento forzato dei cd. irregolari, misure che possono incidere pesantemente su un ampio spettro di diritti fondamentali comunque riconosciuti agli immigrati, quale che sia la loro condizione di soggiorno, sia dalle Convenzioni internazionali che dalla nostra Costituzione.. In questa direzione, ben al di là della circolare ministeriale del 17 dicembre scorso, la Direttiva comunitaria 2008/115/CE impone ancora obblighi attuativi e limiti precisi sia al Governo che al Parlamento
Rimane in conclusione una amara considerazione sullo stato della democrazia nel nostro paese, se oggi ci troviamo costretti a rintuzzare una circolare ministeriale che si sforza addirittura di neutralizzare un possibile contenzioso, e dunque i diritti di difesa, la riserva di giurisdizione e la stessa riserva di legge, in ordine alla condizione giuridica degli stranieri. Un contenzioso che sicuramente non mancherà, anche se derivante dalla inattuazione di una direttiva comunitaria che, al tempo della sua emanazione, dopo accesi scontri tra le diverse istituzioni comunitarie, venne definita la “direttiva della vergogna”.

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Sulmona: detenuto di 64 anni si suicida impiccandosi nel “Reparto internati”

Da inizio anno è il terzo suicidio in carcere, mentre altri 4 detenuti sono morti per “cause naturali”

Un nuovo suicidio nel cosiddetto “Reparto internati” del carcere di Sulmona. Formalmente si tratta di una “Casa di Lavoro”, pensata per agevolare il recupero di quei condannati che, pur avendo terminato di scontare la pena, non vengono rimessi in libertà in quanto ritenuti “socialmente pericolosi”. In realtà è un luogo di disperazione, dove gli “internati” restano rinchiusi per mesi ed anni senza processo e senza “fine pena” certo.
Sono 200 le persone che popolano questo Reparto, sovraffollato oltre ogni limite. Lo scorso anno tre internati si sono uccisi: Antonio Tammaro, di 28 anni, il 7 gennaio; Romano Iaria, di 54 anni, il 3 aprile; Raffaele Panariello, di 31 anni, il 24 agosto. Un quarto, Domenico Cardarelli, di 39 anni, è morto per cause “naturali” l’8 aprile 2010. In altre 14 situazioni (solo lo scorso anno) i detenuti hanno provato a uccidersi, ma sono stati salvati grazie al provvidenziale intervento degli agenti di polizia penitenziaria.
La Casa di Lavoro di Sulmona avrebbe una capienza di 75 posti: invece in celle di nove metri quadrati, concepite per un massimo di due persone, oggi sono in 4-5, con brande a castello e nessuno spazio per muoversi.
È l’unica struttura del genere considerata di “massima sicurezza”, rimasta in funzione insieme a quella di Saliceta San Giuliano di Modena. Gli altri due istituti, a Castelfranco Emilia e Favignana, hanno smesso di svolgere la loro funzione di “recupero sociale”. Così in due anni Sulmona ha visto quadruplicare il numero degli ospiti internati, saliti da 50 a 200.
Un carcere difficile quello di Sulmona, anche se in questi ultimi tempi il direttore Romice sta lottando duramente per migliorare le condizioni sia dei detenuti sia degli operatori che lavorano nella struttura. Nel recente passato ci sono stati anche suicidi “eccellenti”, come quelli del sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, o della direttrice Armida Miserere.
Mauro Nardella, Vicesegretario della Uil-Pa Penitenziari Abruzzo, riconosce l’impegno straordinario della direzione, ma lamenta una insufficienza di risorse economiche e di personale (sotto organico di almeno 60 unità), che può essere risolta solo a livello politico, cominciando col modificare le norme che oggi consentono l’internamento (senza processo e, quindi, senza reati accertati) degli ex detenuti, in base a una prognosi di “pericolosità sociale”.
E sul versante politico una prima risposta arriva da Rita Bernardini, Deputato Radicale membro della Commissione Giustizia della Camera, che nel prossimo fine settimana tornerà a visitare il carcere di Sulmona, per verificarne le condizioni incontrando gli operatori penitenziari e i detenuti.

La cronaca del suicidio
Ancora un suicidio nel carcere di Sulmona. Un detenuto egiziano di 64 anni si è ucciso impiccandosi nella sua cella, nel reparto internati del penitenziario peligno. Il detenuto era affetto da tempo da una forte depressione che aveva minato il suo equilibrio psichico.
Furti, rapine ed estorsioni che l’avevano costretto trascorrere molti anni dietro le sbarre. Ad agosto aveva ottenuto la libertà dopo aver finito di scontare la sua pena. Ma la lunga detenzione gli aveva procurato forti contraccolpi a livello psichico. Uscito dal carcere, ha cercato di rifarsi una vita trasferendosi a Roma ma nella capitale si sarebbe macchiato di nuovi reati tanto che lo scorso mese di dicembre è tornato nel carcere di Sulmona, questa volta da internato.
Proprio in seguito al comportamento assunto una volta uscito dal carcere, il giudice lo ha ritenuto socialmente pericoloso, condannandolo all’ulteriore pena della Casa di Lavoro. Erano quasi le 20 di ieri quando gli altri internati hanno lanciato l’allarme richiamando l’attenzione degli agenti di polizia penitenziaria in servizio in quel momento. A nulla sono valsi i tentativi di rianimarlo, tanto che il medico del carcere intervenuto anche lui in soccorso dell’egiziano, non ha potuto far altro che constatarne il decesso.
Sul posto sono accorsi anche gli agenti della scientifica del commissariato di via Sallustio per effettuare i rilievi del caso. Sembrerebbe che il detenuto sia impiccato alla grata della cella utilizzando un pezzo di lenzuola.
Sull’episodio sono state avviate due inchieste: la prima interna ordinata dal direttore del carcere Sergio Romice e l’altra avviata dal procuratore Federico De Siervo, il quale ha già fissato per oggi l’autopsia per accertare in maniera definitiva le cause che hanno portato alla morte del detenuto egiziano.

fonte: Ristretti Orizzonti

Razzismo di strada e attivismo istituzionale

C'è una questione sociale in Italia tremendamente irrisolta. L'insicurezza sociale si respira ovunque. Ogni giorno tutto s'intreccia nella retorica emergenziale e la precarietà percepita si lega a quella effettiva. E' una simbiosi dirompente sul piano simbolico rilanciata dalla complicità dei media. In queste poche righe riassumo la discussione del gruppo di lavoro sulla penalità liberista organizzato dall'Osservatorio sulla repressione che si è tenuto sabato15 gennaio a Roma al seminario della R@P, sapendo che questa discussione apre a sinistra un tema enorme sulla tanto decantata legalità.
Si sa che nel mondo politico e in quello dei media, che si assomigliano molto, le apparenze non coincidono quasi mai con la realtà.
Dall'insediamento del governo Berlusconi la persecuzione dei migranti, dei rom e dei cittadini italiani sinti è divenuta ossessiva. E' evidente una specie di sintonia, di coordinamento, tra il razzismo di strada e l'attivismo istituzionale. In questi ultimi mesi abbiamo assistito ai controlli della polizia sui bus, gli sgomberi dei nomadi, i rastrellamenti di prostitute nelle città maggiori, la schedature dei sinti, la scelta di mettere i militati per le strade, pacchetti sicurezza che attuano principi discriminatori e incostituzionali.
Il distacco della politica dal sociale diventa sempre più grande, e pensare ad elementi di permeabilità fra i due campi è sempre più difficile.
La subalternità al processo neoliberista ci consegna uno Stato che ha abdicato al proprio ruolo nel rimuovere le cause che determinano l'ineguaglianza sociale e che ha sviluppato per contrappeso un suo intervento etico, rispetto alla questione delle libertà e dei diritti civili.
Le due cose vanno insieme: allo Stato Sociale Minimo si accompagna la tendenza a uno Stato Penale Massimo, che fa dell'esclusione un dato strutturale. Non dobbiamo però commettere l'errore di pensare che questa tendenza si sviluppi meccanicamente ad opera delle classi dominanti, la maggior parte della popolazione sente il peso dell'insufficienza del sistema del welfare, e vive un quotidiano ruvido che incattivisce. Così quando il rumore di sottofondo è zuppo di demagogia e le risposte non arrivano dalla politica, il bersaglio che si definisce è il capro espiatorio più vicino al portone di casa.
Non comprendere questo pensiamo che sia un errore, altrettanto grave da chi risponde accettando la subalternità della cultura securitaria della destra che rimuove i diritti sociali. Questo per dire che la crisi che oggi investe il nostro Paese è molto più profonda perché non coinvolge solo la politica ma la società stessa, che non riesce più a metabolizzare le trasformazioni sociali che l'attraversano.
La precarietà è ovunque, ovvero è un sistema che si tiene insieme, destruttura il mercato del lavoro e i diritti del welfare. La dottrina della guerra ai poveri, ma anche ai giovani, magari graffitari, occupanti o ultras, chiude gli spazi pubblici: piazze e giardini recintati, polizie locali, private, città assediate in regime di coprifuoco notturno. Creando un nemico ubiquo, indefinibile e fungibile (marocchini, rom, albanesi, stupratori all'angolo delle strade, pedofili nei giardinetti) le vere magagne in cui affondiamo sono minimizzate e il ceto politico può continuare a fare la bella vita. E i giornali a vendere il loro allarmismo. Siamo all'abiura dei fondamenti dello Stato diritto, in nome di un'emergenza del tutto fittizia, rilanciata da media irresponsabili e al servizio di un potere politico così debole da cercare consenso assecondando le pulsioni più irrazionali che serpeggiano in una società malata e insicura.
Per questo motivo pensiamo che non occorre arretrare e lanciare una sfida politica e culturale di un nuovo garantismo sociale, partendo dalla questione della cittadinanza, dando risposte attraverso un nuovo modello di welfare che rimette la questione sociale al centro della politica e non viceversa. Una vera politica di sicurezza e legalità, non ha bisogno di leggi e provvedimenti emergenzialisti, ma un progetto e azioni conseguenti che sappiano coniugare l'uso razionale delle risorse, politiche di accoglienza e la partecipazione democratica, nel contesto di una politica rinnovata, sottraendo il voto al ricatto del bisogno e spezzando ogni legame con mafie e con il malaffare.
La crisi sociale e politica che attraversa il nostro Paese ci obbliga a spingere l'acceleratore su questo versante senza timore aggregando una massa critica a partire dallo sciopero generalizzato del 28 gennaio indetto dalla Fiom e dal sindacalismo di base.
Il momento in cui giocare la partita è già iniziato, e sta alla nostra capacità di costruzione di una nuova grammatica che tende a ricomporre un "noi" collettivo, in un nuovo spazio che rivendica un welfare moderno.

Italo di Sabato
Osservatorio sulla Repressione, R@P

Liberazione 20 gennaio 2011

Verità per Daniele. Basta morti di Stato

Daniele Franceschi, giovane operaio viareggino, moriva lo scorso 25 agosto nel carcere francese di Grasse, dove si trovava da alcuni mesi ancora in attesa di giudizio. I familiari di Daniele, e in particolare la mamma Cira, non hanno mai creduto alla versione ufficiale che parlava di morte “naturale”: la loro lotta per la verità e la giustizia, supportata da diversi solidali, sembra che cominci finalmente ad ottenere dei risultati.
Infatti è di questi giorni la notizia che diversi membri dello staff medico del carcere di Grasse saranno presto iscritti nel registro degli indagati, avendo sottovalutato, per non dire totalmente ignorato, le reali condizioni di salute di Daniele, che se adeguatamente soccorso, poteva essere salvato.
Nonostante ciò, siamo comunque coscienti che la strada per far piena luce sulla vicenda è ancora lunga: infatti rimangono ancora molti punti oscuri sulla vicenda. Che fine ha fatto il diario che Daniele teneva in cella? Perché è sparito? Si vogliono nascondere dei maltrattamenti che Daniele aveva subito e che denunciava in alcune lettere alla madre? Perché gli organi interni di Daniele non sono ancora stati riportati in Italia, così da impedire ulteriori analisi di parte? Tutti interrogativi a cui è necessario dare una risposta.
Per questo oggi scendiamo in piazza a Firenze davanti al consolato francese: il comportamento tutt’altro che limpido delle autorità francesi ci lascia sospettare che diversi aspetti della morte di Daniele non vogliano essere rivelati. Non ci stupisce inoltre il fatto che la console francese abbia negato l’incontro con i familiari che avevamo richiesto settimane fa: oltretutto adducendo fredde motivazioni burocratiche.
Ciò che abbiamo imparato in questi mesi è che solo con la lotta e la mobilitazione è possibile ottenere la verità. Quante morti in carcere archiviate come “naturali” e di cui non abbiamo mai sentito parlare, quante tra queste potevano in realtà essere evitate?
In Italia lo scorso anno sono morte nei penitenziari 173 persone. Dal 2000 i decessi dietro le sbarre sono stati 1742: una mattanza silenziosa. Questo ci parla di una vera e propria emergenza sociale creata e fomentata dalle politiche sempre più repressive e liberticide portate avanti negli ultimi anni, senza grandi differenze sostanziali da tutti i governi europei. Queste politiche e legislazioni emergenziali colpiscono soprattutto piccoli consumatori di stupefacenti e migranti non ottemperanti al decreto di espulsione; reati questi per i quali non esistono misure alternative al carcere, ma solo detenzione in istituti o in centri di detenzione, ormai autentiche discariche sociali. Al di là delle sbarre non c'è speranza alcuna di recupero e integrazione, grazie anche ai cospicui tagli operati dai governi nel campo sociale. Le morti in carcere non sono che la punta di un iceberg, la manifestazione più tragica delle terribili condizioni in cui le decine di migliaia di “dannati della democrazia” sono costretti a vivere: strutture fatiscenti, condizioni igienico-sanitarie disastrose e sovraffollamento sono all’ordine del giorno nelle carceri europee. Chiedere verità e giustizia per Daniele Franceschi significa lottare anche per tutti loro.


Gruppo di lavoro contro le morti in carcere “Daniele Franceschi” (Viareggio)-Zone del silenzio (Pisa)-Archivio Germinal (Carrara)

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