17 dicembre 2011

Condannato il carabiniere che pestò a sangue Isidro Diaz

Un'altra vittoria in tribunale per una vittima della violenza delle forze dell'ordine. Isidro Diaz era stato fermato da una pattuglia di carabinieri il 5 agosto 2009. Denunciò di aver passato ore di inferno.

Due anni e tre mesi di reclusione per lesioni. Il carabiniere di Voghera che picchiò a sangue Isidro Diaz è stato condannato oggi dal tribunale di Lecco. Quella di Diaz è una storia terribile, come quelle di tante altre persone che sono morte sotto i colpi di polizia e carabinieri. Ma lui è vivo, e può raccontare: “Sarà perché sono cresciuto mangiando carne e all’aria aperta – dice – perché quello che hanno fatto a me avrebbe ammazzato, penso, otto persone su dieci”. La storia risale al 5 aprile del 2009. Diaz, di origini argentine ma in Italia da 23 anni, gestisce un allevamento di cavalli “dal Gaucho”. Quel giorno era andato a una monta di vitelli e stava tornando, a bordo del suo Suv, a casa percorrendo la Torino-Piacenza. “Ad un certo punto mi ferma una pattuglia, scendono con le pistole in pugno. Io ho paura, più che altro non capisco cosa vogliano. Scendo e gli dico che ho un coltello in macchina, me lo fanno buttare a terra. Mi ammanettano. Da lì comincia subito un incubo: mi prendono a pugni, mi sbattono a terra e mi cominciano a colpire con dei calci alla testa. Mi mettono in macchina, sentivo un rumore fortissimo, assordante”. Era il timpano perforato, solo una delle lesioni a cui Isidro andrà incontro. La sua giornata in compagnia dei carabinieri è appena cominciata. “Arriviamo in caserma - continua Isidro – e mi trascinano per terra per farmi entrare. Lì dentro è stato un inferno. Io una cosa così non l’ho mai vista neanche in televisione. Lo so solo io quello che mi hanno fatto: sembrava che avessi violentato uno dei loro figli, che avessi commesso chissà quale atrocità. Erano cattivi, arrabbiati, si stavano sfogando su di me con una violenza inaudita”. Sono sempre calci e pugni, lo sbattono sul muro, gli continuano a ripetere che è “un delinquente”. Diaz avrà anche l’altro timpano perforato e un distacco della retina. Le foto che si è fatto scattare il giorno seguente mostrano una schiena martoriata, il volto gonfio. Gli amici non lo riconoscevano. L’uomo ricorda quelle ore ancora scuotendo la testa: “Il fatto è che non ho ancora capito perché. Non ho mai avuto un problema con la giustizia, quelli lì non li avevo mai visti, non ho mai fatto niente di male”. Ma c’è un particolare che Isidro racconta che forse potrebbe “spiegare” la reazione violenta dei carabinieri: lui – finché ce l’ha fatta – ha risposto. Non è restato muto, “punito”, non ha dimostrato sottomissione. E questo, come sembrano raccontare le ricostruzioni delle morti di Stefano Cucchi Federico Aldrovandi, e molte altre, è un atteggiamento – l’atteggiamento libero e orgoglioso – che in certi ambienti di polizia e carabinieri parrebbe valere come un’offesa a morte. “Loro mi dicevano ‘delinquente’, e io gli rispondevo che i delinquenti erano loro. Non riuscivo a stare zitto, quello che stava accadendo era allucinante. Sarà che dentro di me c’è lo spirito indio. Non posso farci niente, sono libero. Non me lo toglierebbero neanche se mi sparassero. E poi sono 23 anni che sto in Italia, non mi sento ricattabile, ho la coscienza a posto, sono tranquillo”. Isidro si salva – forse – perché ad un certo punto riesce a fare una telefonata a un amico: “Poi il cellulare me l’hanno tolto, ma a quel punto devono aver capito che avevo riferito che mi stavano torturando a qualcuno”. Viene portato in un’altra caserma e tenuto in una cella di sicurezza per tutta la notte: “Chiedevo di vedere un medico, di chiamare il pronto soccorso, non mi hanno neanche mandato in bagno. Ho urinato sul pavimento, e il giorno dopo la guardia mi ha detto: ‘A casa tua fai così’? Ha avuto anche il coraggio di dire questo…”. La questione della mancanza del soccorso medico è stato un altro punto nodale del processo di oggi, anche se la vicenda del pestaggio in caserma fa riferimento a un altro “troncone” di indagine di competenza di Voghera. Sul mancato soccorso è stato interessato anche il consolato argentino. La storia non è finita, manca la “ciliegina” sulla torta: perché il giorno seguente arrivato il momento della foto segnaletica, mentre Diaz è nella stanzetta gli si avvicina il carabiniere che è stato condannato oggi: “Mi comincia a dire – raccolta Isidro – che non dovevo denunciare, che mi avrebbero mangiato la casa, costretto a vendere i cavalli. Di non farmi vedere in giro, di non andare da un medico. Isidro infatti non lo fa subito. Anche perché – come nella più classica di queste storie – quello ad essere condannato è lui, per il reato di “resistenza e lesioni a pubblico ufficiale”, un’imputazione buona per tutte le stagioni. Solo dopo il patteggiamento si decide a sporgere denuncia. Sulla sua strada incontra l’avvocato Fabio Anselmo, che ha già difeso le famiglie Aldrovandi, Cucchi, Uva e anche stavolta si è battuto come un leone affinché tutte le prove venissero messe sul tavolo e fossero dimostrate tutte le contraddizioni della versione del carabiniere, secondo cui Diaz era stato fermato dopo un lungo inseguimento, era ubriaco e aveva minacciato la pattuglia con un coltello. Le ferite? Si era fatto male cadendo. “Siamo contenti di aver restituito dignità e giustizia a Isidro, ma anche allo Stato italiano. Non dimentichiamo la parte riguardante il mancato soccorso, per la quale sono già stati trasmessi gli atti alla Procura”, dice Anselmo. Sul processo rimane comunque una pecca: i carabinieri che fermarono Isidro erano due. Solo uno è finito in un'aula di tribunale. L'altro è rimasto fuori dall'inchiesta: "E io l'ho riconosciuto, ed era anche quello più cattivo". Perché? E ora che il primo carabiniere è stato riconosciuto colpevole, non sarebbe necessario andare fino in fondo?
 
fonte: il manifesto

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