5 maggio 2011

cannabis “terapeutica”: La corte d'appello dell'Aquila conferma condanna ad 1 anno ed 8 mesi di reclusione

Venerdì 29 aprile scorso, a L’Aquila, la Corte di Appello ha confermato la condanna ad 1 anno ed 8 mesi di reclusione + € 5.000 di multa, inflitta dal Tribunale di Chieti al pianista-pittore teatino Fabrizio Pellegrini in primo grado, per la coltivazione sul balcone di casa di 8 piantine di canapa nel giugno 2005.
Fabrizio, affetto da una sindrome fibromialgica che gli causa continui dolori e che gli impedisce tra l’altro di esercitarsi nelle sue attività, negli anni ha scoperto che le cure più efficaci nel suo caso sono gli esercizi yoga, e la terapia con cannabis. Nel 2005, all’epoca dei fatti, ancora il Thc non era stato inserito dal Dm 18-4-2007 nella tabella II sezione B delle sostanze stupefacenti dotate di attività terapeutica, e nessuna importazione nel nostro Paese era ancora mai avvenuta (con l’eccezione di una episodica importazione di Bedrocan per un paziente di Crotone nel 2005, le forniture cominceranno a Roma solo a metà 2006, su apposita deroga ministeriale dalla nuova Legge 49 Fini-Giovanardi, che metteva tutte le droghe inclusa la cannabis in una unica tabella “proibita”).
Quindi la cannabis medicinale olandese, che solo in seguito il medico gli avrebbe prescritto e la Asl gli avrebbe fornito, non era disponibile e Fabrizio, come molti altri malati nelle sue condizioni, si è trovato senza alternative. Se non quella tra rifornirsi presso spacciatori, finanziando la mafia e rischiando di avvelenarsi ma commettendo solo un illecito amministrativo, o coltivarsi la sua medicina, modo certo più “etico” e sicuro per la salute, ma che lo espone in prima persona alle apocalittiche pene (fino a 20 anni di reclusione) previste per il suo comportamento.
In primo grado la difesa aveva inutilmente chiesto al tribunale di riconoscere la pressoché inesistente offensività del fatto, e l’attenuante di cui all’art. 62 n.1 c.p. relativa ai “motivi di particolare valore morale e sociale”, per la scelta di non alimentare il mercato della droga (in mano alla criminalità)”. Ed aveva fatto notare che nella cd. coltivazione domestica per uso personale manca del tutto, per definizione, la dimensione offensiva del “pericolo di aumento della sostanza stupefacente in circolazione”, che sola giustifica la rilevanza penale, secondo sentenze di Cassazione precedenti ai fatti. Niente da fare, la legge punisce la coltivazione senza eccezioni possibili, e sì che Giovanardi continua imperterrito a ripetere che la “sua” legge colpisce solo gli spacciatori. E Fabrizio? e tutti i malati nelle sue condizioni, signor sottosegretario? Perché vuole obbligare tutti gli auto coltivatori per uso personale, terapeutico o meno, a frequentare (e finanziare) per legge proprio quella filiera narco mafiosa, che a parole addirittura pretende di voler combattere?
Ora, a Fabrizio resta solo l’opzione di un costoso ricorso in Cassazione, se non vuole essere incarcerato definitivamente, e per un lungo periodo. Ma non è tutto: il prossimo venerdì 13 maggio, a L’Aquila ci sarà già un nuovo processo di Appello, con una nuova sentenza, per il reato di coltivazione di 9 piantine nella propria abitazione nel 2002.
In primo grado a Chieti, a marzo 2006 era stato condannato ad 1 anno e 4 mesi di reclusione, + € 3.000 di multa, anche se aveva dichiarato l’uso terapeutico cui le piantine erano destinate, aveva prodotto una prescrizione di un medico e naturopata tedesco per infiorescenze di cannabis, e nonostante nel 2002 i vari Bedrocan, che in seguito gli hanno prescritto, ancora non fossero nemmeno stati registrati e commercializzati. Ed anche se, dalle analisi chimiche agli atti, la percentuale di Thc riscontrata (in un solo campione su 5, gli altri comprendevano i semi, una pipa, terriccio da coltivazione ecc. e non presentavano Thc) era “inferiore allo 0,1%”, quindi molto al di sotto di quanto previsto dalla legge come discrimine tra la canapa “tessile” e quella psicoattiva. Nessun tribunale perseguirebbe mai un cittadino su queste basi, ci confermano i nostri autorevoli consulenti, come è possibile che a Chieti lo abbiano addirittura condannato?
Dalla stessa perizia commissionata dal tribunale: “L’analisi quantitativa, effettuata mediante gascromatografia con rilevatore a ionizzazione di fiamma (gc/fid), ha evidenziato la presenza di Thc con una percentuale di purezza inferiore allo 0,1%.
La differenza tra una tipologia di cannabis da droga e una tipologia di cannabis da fibra è data dal rinvenimento nelle foglie e nelle infiorescenze dei cannabinoidi (cannabinolo, tetraidrocannabinolo e cannabidiolo), dove, in particolare, un contenuto di tetraidrocannabinolo (Thc) superiore allo 0,5% identifica proprietà stupefacenti e non più merceologicamente commerciali della pianta.
La percentuale di tetraidrocannabinolo (Thc) determinata nel campione 2 risulta quindi inferiore al valore cui la comunità scientifica fa riferimento per distinguere la Cannabis utile per la produzione di fibra alla Cannabis utilizzabile per finalità stupefacenti”.
Secondo l’avvocato Marco Di Paolo, “gli appelli arriveranno uno dopo l’altro come le ciliegie”. In questa situazione surreale, incombe anche l’Appello relativo alla condanna a 6 anni in primo grado, la cui data non è ancora stata fissata, dove Fabrizio non potrà neanche difendersi invocando l’uso terapeutico perché l’avvocato d’ufficio dell’epoca non lo aveva neanche menzionato, e Fabrizio stesso non era presente in aula perché detenuto in carcere. Queste prime condanne in Appello, per questo crimine senza vittime, saranno funzionali alla presentazione di Fabrizio come plurirecidivo “delinquente abituale”. Le prospettive si fanno sempre più cupe, per la nostra Giustizia, per il nostro Paese (che avrà un motivo in più per essere biasimato a livello internazionale) e soprattutto per il povero incolpevole Fabrizio. Chiederemo conto direttamente a Giovanardi ed al Dpa, per questo assurdo accanimento contro i pazienti.

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