21 aprile 2011

Carceri: Federico Rigolon un’altra vittima del sospetto di simulazione?

In carcere si muore spesso giovani, i suicidi, ma anche le morti per malattia riguardano persone che a quell’età non dovrebbero proprio morire. L’altro ieri, nel carcere di Padova, è morta una persona. Si chiamava Federico Rigolon.
In carcere dal 2004, doveva scontare una lunga condanna, ma credo che ormai non abbia tanto senso parlare di cos’aveva fatto, e quale fosse la sua condanna, voglio invece parlare della sua morte. Avvenuta in modo assurdo, come molte morti in carcere.
Federico ha cominciato a stare male nella tarda notte tra sabato e domenica, e ha chiamato l’agente per lamentarsi della sua condizione. I compagni delle celle vicine mi hanno raccontato che l’intervento dell’agente è stato rapido, e nonostante le difficoltà che richiede il movimento dei detenuti a quell’ora, in pochi minuti Federico era stato portato nell’infermeria del carcere.
Dopo la visita, era ritornato in cella dove aveva passato la notte tra dolori e lamenti. All’alba aveva ripreso a lamentarsi e l’agente di turno aveva chiamato il medico. Una dottoressa era andata in reparto per visitarlo, l’aveva fatto chiamare in ambulatorio, lui era entrato e dopo qualche minuto era venuto fuori dalla stanza lanciando degli insulti.
Ritornato in cella, Federico aveva raccontato l’accaduto ai detenuti che l’avevano raggiunto incuriositi dalle sue urla. Mettendo in dubbio la professionalità di quel medico, aveva spiegato come, in risposta alle sue richieste di essere portato d’urgenza al Pronto Soccorso, lei gli aveva dato due pastiglie, “stai simulando... mi ha detto che sto simulando perché non voglio lavorare, vi rendete conto? e io le ho detto: sei una t… incompetente, e lei ha chiamato l’agente e gli ha chiesto di farmi un rapporto disciplinare”. Poi Federico era andato di nuovo dall’agente per spiegare i motivi della sua reazione, ma ormai il medico era andato via, e l’agente aveva fatto la sua relazione informativa.
Poi all’una, mentre gran parte del reparto era uscito per l’ora d’aria, Federico si era messo a dormire. Rientrato alle tre, fatta la doccia, e messo su la pentola per riscaldare la cena, Claudio, il suo compagno di cella, era andato per svegliarlo, accorgendosi subito che quell’uomo non respirava.
Avvisato l’agente, avevano atteso l’arrivo dei soccorsi. Prima la stessa dottoressa, che aveva accertato la gravità delle condizioni del paziente ed era corsa a chiamare il Pronto Soccorso. Poi c’è stato per tutta la sera il via vai di medici, agenti, esperti della scientifica, magistrati, e infine, a mezzanotte, hanno portato via il corpo di Federico, salutato dal silenzio dei settantacinque detenuti della sezione.
Sicuramente le autorità aspetteranno l’autopsia e poi faranno accertamenti, indagini e alla fine ci faranno sapere a cos’era dovuto il malessere, e cosa lo ha ucciso a 38 anni. Tuttavia, conoscere le cause della morte è l’ultima cosa che interessa i detenuti della Casa di Reclusione di Padova. La domanda che tutti noi ci poniamo è: quanti detenuti devono morire ancora affinché nessun medico dica più “tu stai simulando”?
Mi trovo qui da quattordici anni e di morti ne ho visti tanti. Molti vittime del sospetto di simulazione. Ed è sempre la stessa scena che si ripete: il detenuto che si lamenta, il medico che non gli crede, e poi la morte che “dà ragione” al paziente. Perché è questo il punto: noi siamo pazienti, ma alcuni medici continuano a vederci come detenuti che si fingono malati, e sembra che stare attenti a non essere presi in giro sia a volte per certi medici la priorità assoluta, più importante persino della salvaguardia delle nostre vite.
Noi riconosciamo le nostre colpe e ci assumiamo le nostre responsabilità, ma siamo stanchi di essere trattati come “diversi dal genere umano”, e vorremmo che almeno i medici si dimenticassero di ciò che abbiamo fatto per finire qui, e ci trattassero come pazienti, quindi come esseri umani.

Elton Kalica da Ristretti Orizzonti

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