31 dicembre 2010

Buon Anno...........



Per un 2011 di lotte, di riconquista di diritti, di assoluzioni e scarcerazioni, di grandi movimenti e di un nuovo protagonismo di massa, di giustizia vera per chi lottando si vede privato della iibertà, per tutti i detenuti, per tutte le sorelle e i fratelli vittime della violenza di stato 

30 dicembre 2010

Roma: suicida a Rebibbia detenuto 24enne.Il 66esimo suicidio in carcere del 2010

Un giovane detenuto rom 24enne, Rambo Djurdjevic, si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere romano di Rebibbia Nuovo Complesso. Lo rende noto il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Si tratta del decimo decesso registrato in un carcere della Regione nel 2010, il quarto suicidio.
A quanto appreso dai collaboratori del Garante, Djurdjevic era arrivato il 16 giugno scorso nel reparto G 12 di Rebibbia Nuovo Complesso dove stava scontando, insieme al fratello, una condanna per furti con un fine pena fissato a maggio 2011.
A trovarlo senza vita sono stati gli agenti di polizia penitenziaria nel corso di un controllo. Il giovane era entrato per la prima volta in carcere nel 2002 all’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo, quindi aveva conosciuto anche le carceri di Velletri e Arezzo. I familiari sono stati avvertiti dalle autorità di quanto accaduto. “Non sono ancora noti i motivi che hanno spinto questo giovane a pensare di non avere più alternative alla morte - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni. Ciò che posso, con certezza, ribadire è che le condizioni di vita nelle carceri sono sempre più difficili soprattutto a causa del sovraffollamento ormai non più sostenibile. E, in questo quadro, la carenza anche di supporti psicologici fa sì che i più deboli dentro il carcere vedono nella fine traumatica della loro vita la soluzione di ogni problema”.

29 dicembre 2010

Teramo: Attentato fascista a sede Rifondazione Comunista

Periodo difficile per il partito di sinistra nella città teramana e il livello d'attenzione inevitabilmente si alza. Dopo gli accoltellamenti di piazza Orsini di un anno fa, quando si registrarono scontri tra alcuni giovani dell'estrema destra e dell'estrema sinistra, sabato scorso Rc avrebbe voluto ricordare quel giorno.
Ma è arrivato il no della Prefettura.
Stamattina l'amara scoperta della saracinesca della sede incendiata. Secondo una prima ricostruzione ignoti, poco dopo le 4, avrebbero cosparso di liquido infiammabile la saracinesca del locale in via della Cittadella, tentando di dare fuoco all'ufficio.
La poca quantità di innesco utilizzata, ma soprattutto il passaggio di un cittadino che si è accorto del principio di incendio e ha dato l'allarme, ha fatto sì che i danni fossero limitati a una porzione della saracinesca, annerita dal fuoco.
Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco e gli agenti della Digos che stanno conducendo indagini per individuare gli autori del gesto.
Non è escluso che l'episodio sia da collegare proprio al forte clima di tensione creatosi in città dopo i recenti scontri tra opposte fazioni politiche ma gli inquirenti non escludono nessuna pista.
Proprio ieri il partito aveva protestato per la decisione del Prefetto di Teramo, dopo i problemi creati dalle ultime manifestazioni, di vietare nel centro storico manifestazioni pubbliche «dirette a richiamare l'attenzione su problematiche particolari o a rappresentare alle istituzioni e all'opinione pubblica dissensi e proteste». L'ordinanza, secondo il partito di estrama sinistra «crea anche a Teramo, come a Genova per il G8 del 2001, una zona rossa, addirittura permanente, rappresenta una gravissima escalation nella negazione di diritti fondamentali da parte di un potere sempre più incapace di gestire i conflitti sociali che esso stesso innesca». «Stupisce, invece, il fatto che il prefetto Eugenio Soldà avesse rassicurato Rifondazione Comunista, sull'autorizzazione allo svolgimento in centro storico della manifestazione antifascista da tenersi dopo le festività natalizie. Rifondazione Comunista chiede l'immediata revoca dell'ordinanza e, richiamando l'ironia di Ennio Flaiano, consiglia al Prefetto Soldà e al questore Di Ruocco, particolarmente efficienti nel negare il libero esercizio dei diritti sanciti dalla Costituzione, di dedicarsi ad altra attività professionale».

28 dicembre 2010

Il capo dei Ros Ganzer si accordò con i narcotrafficanti

Dopo Ris, il maresciallo Rocca e Carabinieri, chissà se ora la tv ci propinerà un nuovo serial dal titolo "Criminali in divisa" per raccontarci le gesta del generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, descritto come una «personalità preoccupante» nelle motivazioni della sentenza apparse ieri, dopo la condanna a 14 anni di reclusione ricevuta lo scorso luglio per traffico internazionale di droga. Chissà cosa dirà Roberto Saviano su questo generale che aveva messo in piedi, stando a quanto ha accertato la magistratura, la più grossa rete di narcotraffico vista in Italia. Nell'attesa i giudici dell'ottava sezione penale di Milano, presieduta da Luigi Caiazzo, hanno espresso giudizi durissimi. L'attuale comandante del reparto operativo speciale dell'Arma, è stato descritto come una personalità capace «di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione». Motivo che ha portato la corte a rifiutargli la concessione delle attenuanti generiche. Secondo i magistrati Ganzer «non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di sostanze stupefacenti con la collaborazione dei militari e intascarne i proventi, con la garanzia dell'assoluta impunità». Agendo in questo modo egli avrebbe dato vita ad arresti e megasequestri di droga - da lui stesso immessa sul mercato - con l'obiettivo di ottenere «dei risultati di immagine straordinari per se stesso e per il suo reparto». Egli ha tradito - scrivono ancora i magistrati - il dovere «di essere leale con gli altri organi dello Stato con i quali avrebbe dovuto collaborare, di fare rispettare le leggi dello Stato, di contrastare la delinquenza e non favorirla (...), di essere d'esempio per tutti gli uomini che gli erano stati affidati». L'imputato, sottolineano i suoi giudici, «ha evitato, per quanto gli è stato possibile, di esporsi, facendo figurare altri come responsabili di iniziative che invece erano sue». Colpisce, si legge ancora nelle motivazioni, «nel comportamento processuale di Ganzer, non tanto il fatto che non abbia avuto alcun momento di resipiscenza (...) ma che abbia preso le distanze da tutte le persone che, con il suo incoraggiamento, avevano commesso i fatti in contestazione». Il generale si è trincerato «sempre dietro la non conoscenza e la mancata (e sleale) informazione da parte dei suoi sottoposti. Per sfuggire alle responsabilità ha «preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti».

Disabile grave muore in carcere a 27 anni: “ragionava come un bambino di 3 anni”…

Fernando Paniccia avrebbe terminato di scontare la pena il 31 dicembre del 2011. Invalido al 100%, affetto da ritardo mentale, epilettico e semiparalizzato, pesava 186 chili. Era entrato in carcere per la prima volta a 19 anni, per il furto di 3 palloni di cuoio in una palestra, e da allora era stato più volte arrestato per piccoli reati di cui probabilmente non era nemmeno consapevole, poiché la sua capacità di comprensione era quella di un bambino di tre anni.

Sanremo: la morte in cella e le “indagini” sul caso…
Fernando Paniccia, 27enne di Frosinone, è morto nella cella del carcere di Sanremo dove era detenuto, ucciso probabilmente da un arresto cardiaco. Le sue condizioni di salute erano critiche da tempo a causa dell’obesità. Fernando pesava 186 kg e nonostante l’interessamento dei sanitari non era riuscito a dimagrire. Il giorno di Natale aveva accusato un malore. Ieri mattina il suo compagno di cella lo ha chiamato, ma inutilmente. Il sostituto procuratore Antonella Politi ha disposto che venga effettuata l’autopsia. Paniccia avrebbe terminato di scontare la pena il 31 dicembre del 2011.

Ha rubato tre palloni: in carcere un invalido… La cronaca del suo primo arresto (La Stampa, 31 gennaio 2003)

Diciannove anni, completamente invalido, incapace di muovere le mani, di parlare correttamente e di controllare gli stimoli fisiologici, provvisto di assistenza continua da parte dell’azienda sanitaria locale. Eppure, nonostante l’evidente deficit mentale, Fernando Paniccia, un ragazzo di Frosinone, è stato arrestato per avere caricato su un furgoncino tre palloni di cuoio trafugati nel piazzale antistante un centro sportivo della città.
L’episodio è avvenuto sabato e da allora, nonostante l’invalidità, il ragazzo è rinchiuso in una cella del carcere di via Cerreto. L’episodio, per l’esattezza, è avvenuto nel pomeriggio di sabato. Fernando Paniccia era con il fratello di 17 anni e un vicino di casa. I tre ragazzi erano andati in un centro sportivo per effettuare dei lavori di manutenzione. Poi il giovane, che ragiona come un bambino di tre anni, nonostante sia alto un metro e novanta e pesi oltre 150 chilogrammi, di nascosto dagli altri due ha preso i palloni e li ha chiusi nel furgone.
La scena è stata però notata da uno degli addetti alla sorveglianza del centro sportivo che ha chiamato i carabinieri. Il furgone è stato bloccato pochi minuti dopo e quando i militi hanno trovato i palloni hanno arrestato tutti e tre gli occupanti del mezzo.
“Non mi permetto di giudicare l’operato di nessuno, e non mi permetto di contestare ciò che i carabinieri per legge hanno dovuto fare, ma quello che mi domando” racconta la madre del ragazzo, la signora Teresa Tiberia, “è come sia possibile che Fernando sia stato rinchiuso in carcere nonostante il suo evidentissimo deficit mentale. Mio figlio non è in grado di muovere le mani, di parlare correttamente e soprattutto non riesce a distinguere gli stimoli fisiologici e per questo ha bisogno di continua assistenza. Posso immaginare in che condizioni dovrà presentarsi mercoledì dinanzi al giudice”. Gli avvocati difensori hanno preannunciato un esposto per far chiarezza sull’intera vicenda.
La risposta non ufficiale degli inquirenti è che il codice è dalla loro parte: a dover essere garantito anche in caso di reato è il diritto alla salute. Questo significa che le persone detenute devono usufruire dello stesso servizio sanitario del resto della cittadinanza, e significa che va tutelata la continuità terapeutica a tutte quelle persone che prima dell’arresto hanno stabilito un rapporto con strutture sanitarie o seguono terapie che necessitano di costante controllo medico.
Dunque il giovane handicappato continua a ricevere in questi giorni in carcere la stessa assistenza che riceveva fuori. Domani, nell’udienza davanti ai giudici, si deciderà su quanto accadrà nei prossimi giorni.

Disabili in carcere (inchiesta di SuperAbile.it)
Quasi 500 i detenuti disabili nella carceri italiane
Il dato, fornito dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, riguarda la disabilità motoria e sensoriale ed è fermo al dicembre 2008. La maggioranza di detenuti disabili è in Lombardia (121), seguita da Campania (96) e Lazio (51). A Fossombrone, nelle Marche, sono detenuti 28 ipovedenti.
Nel dicembre del 2008 nelle carceri italiane erano presenti 483 detenuti con disabilità motoria o sensoriale. Questo il dato più recente sulla presenza della disabilità in carcere in possesso dell’Ufficio Servizi sanitari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Un’identica rilevazione per il 2009 manca: “Le schede destinate alla compilazione erano state inviate anche lo scorso anno alle direzioni degli istituti di pena - spiegano dall’ufficio - ma l’indagine non è stata realizzata”.
La regione italiana con il maggior numero di detenuti disabili risulta essere la Lombardia: alla fine del 2008 negli istituti di pena della regione risultavano reclusi 121 detenuti con disabilità fisica e motoria, di cui 13 a San Vittore e 82 a Opera. Fra le regioni più “affollate” anche la Campania con 96 detenuti, il Lazio (51), le Marche (34, di cui 28 ipovedenti detenuti nella struttura di Fossombrone) e la Toscana (31). Seguono Sicilia (34), Piemonte e Valle d’Aosta (23), Veneto, Trentino e Fvg (20), Puglia (17), Emilia-Romagna (16), Sardegna (16), Calabria (14), Umbria, Abruzzo-Molise, Liguria (tutte con 3 detenuti) e, infine, Basilicata (1).
Parzialmente diversi gli esiti di una seconda indagine relativa alla sola disabilità motoria, svolta sempre nel 2006 ma in cui periodo dell’anno non specificato. Con 65 detenuti, la Lombardia resta la prima regione nella classifica della numerosità, ma è stavolta seguita dalla Sicilia, con 51 detenuti disabili, dalla Sardegna, con 42 detenuti, e poi da Campania (37), Lazio (36), Emilia-Romagna (30), Puglia (26), Piemonte e Abruzzo-Molise (25), Marche (17), Toscana (15), Basilicata (11), Veneto (10), Umbria (6), Calabria (4) e Liguria (1).

I luoghi, le norme e i numeri
Non si sa quanti siano esattamente i disabili detenuti nelle carceri italiani, visto che non esiste un sistema di monitoraggio nazionale sulle condizioni di salute dei carcerati. Quattro le sezioni attrezzate per i “minorati fisici”, 143 posti in tutto, di cui 90 ancora inagibili. 7 le sezioni per disabili motori, per un totale di 32 posti. 1.238 gli “internati nei 6 Opg italiani, la cui capienza complessiva è di 951 posti.
La malattia e la disabilità non sono incompatibili con la detenzione. Anzi accade spesso che chi varca la soglia del carcere porti con sé gli esiti di un trauma o di una malattia che hanno ridotto le sue capacità motorie o mentali. Non si sa quanti siano esattamente i disabili detenuti nelle carceri italiani, visto che non esiste un sistema di monitoraggio nazionale sulle condizioni di salute dei carcerati.
Si sa però che “non esiste in Italia una normativa specifica per i detenuti disabili”, afferma Francesco Morelli, di Ristretti Orizzonti. “Uno dei principali riferimenti normativi per la disabilità in carcere - spiega Morelli - è l’articolo 47 ter dell’Ordinamento Penitenziario, relativo alla detenzione domiciliare”: in base al comma 3, “la pena della reclusione non superiore a quattro anni, anche se costituente parte residua di maggior pena, nonché la pena dell’arresto, possono essere espiate nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza, quando trattasi di persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano costanti contatti con i presidi sanitari territoriali”.
È però necessaria la perizia di un medico, che - spiega Morelli, “può essere smentita dal perito peritorum, cioè dal tribunale di sorveglianza.
Un’altra norma di riferimento è quella che riguarda il differimento della pena, che però viene utilizzata soprattutto per le detenute incinte. Infine c’è l’articolo 11 dell’Ordinamento penitenziario, che contempla i casi in cui il detenuto entri sano e si ammali all’interno del carcere. In questa eventualità, il direttore, prima del magistrato, può disporre il ricovero in ospedale con articolo 11. Se quindi è vero che non esiste una normativa precisa per la disabilità in carcere, va però detto anche che la legislazione italiana è l’unica che prevede l’incompatibilità con la detenzione per motivi di salute.”
Nei casi in cui la perizia medica evidenza una disabilità che richiede un’assistenza specifica, i detenuti sono destinati ad alcune strutture specifiche. Per la precisione, esistono gli Ospedali psichiatrici giudiziari e alcune sezioni di osservazione per i detenuti con disabilità mentale; le sezioni attrezzate per “disabili” e le sezioni attrezzate per “minorati fisici”.
Quest’ultima distinzione tra disabili e minorati, dal suono arcaico, è in realtà destinata a scomparire in tempi brevi ma ancora sopravvive per ragioni organizzative. In particolare, il termine “minorato” è utilizzato nei casi in cui la disabilità motoria sia più lieve rispetto alla vera e propria disabilità.
Per passare dalla parole ai numeri, riportiamo le cifre riferite dall’Amministrazione penitenziaria, aggiornata al 3 ottobre 2008 e relative alla capienza di queste “sezioni speciali” e al numero di presenze effettive al loro interno. Non dimenticando il fatto che non tutti, ma anzi probabilmente solo una minoranza di detenuti con disabilità si trova all’interno di queste sezioni, mentre molti altri sono nelle sezioni comuni.
Minorati fisici. Sono quattro, in tutta Italia, le strutture con sezioni attrezzate per accogliere minorati fisici, per una capienza complessiva di 143 posti e 21 presenze oggi registrate: per la precisione, Castelfranco Emilia, con una capienza di 90 posti ma attualmente inagibile; Parma, con una capienza di 25 posti e 6 presenze; Ragusa, con capienza 14 e 12 presenze; Turi, con 14 posti e 3 presenze.
Disabili. Per i detenuti con disabilità fisica esistono sezioni attrezzate in 7 istituti, per una capienza complessiva di 32 posti e 16 presenze: Udine, con 3 presenze, pari alla sua capienza; Pescara, con 4 presenze e due posti; Parma, con 9 posti e 9 presenze. A queste si aggiungono 4 strutture le cui sezioni attrezzate risultano attualmente vuote: Perugia, Fossano, Castelfranco Emilia e Brindisi.
Internati in Opg. Oggi gli Ospedali psichiatrici giudiziari funzionanti sono in tutto 6, per una capienza complessiva di 951 posti e una presenza effettiva di 1.238 persone: Aversa (Ce), con una capienza regolamentare di 259 posti e 265 ospiti; Barcellona Pozzo (Me), con una capienza di 186 posti, 204 il limite tollerabile e ben 265 le presenze attuali; Castiglione Siviere (Mn), con una capienza regolamentare di 193 posti (223 tollerabili) e 208 presenze; Montelupo Fiorentino, con una capienza tollerabile di 80 posti e 101 presenze attuali; Napoli Sant’Eframo, con una capienza di 103 posti, 117 tollerabili e 109 presenze; infine Reggio Emilia, con una capienza di 130 posti, 252 tollerabili e 290 presenze. Va tenuto presente che gli Opg sono deputati ad accogliere non soltanto i detenuti prosciolti per vizio di mente (a causa cioè di disturbi psichiatrici), ma anche i detenuti che, pur avendo scontato la pena, sono assegnati alla misura di sicurezza dell’internamento.
Internati in sezioni di osservazione. Nelle sezioni di osservazione, destinate a detenuti con problemi psichici e funzionanti presso alcuni istituti: precisamente, Bologna (2 presenze), Castelfranco Emilia (76), Favignana (37), Firenze Sollicciano (19), Isili (21), Livorno (8), Milano San Vittore (14), Modena Saliceta S. Giuliano (100), Monza (5), Napoli Secondigliano (9), Palermo Pagliarelli (5), Reggio Calabria (4), Roma Rebibbia (13), Sulmona (108), Torino Lorusso e Cutugno (35).

fonte: Ristretti Orizzonti

Cariche della polizia contro gli allevatori sardi al porto di Civitavecchia

Circa duecento membri del Movimento Pastori Sardi sono sbarcati questa mattina all'alba, decisi a compiere un blitz nella capitale. Ma ad attenderli hanno trovato un presidio delle forze dell'ordine che ha impedito loro di salire sui pullman che li stavano aspettando per condurli a Roma. E li ha bloccati nell'area portuale.
Obiettivo dei manifestanti, guidati da Felice Floris, era di bloccare una strada di grande scorrimento. Da tempo i pastori protestano lamentando che il prezzo del latte riconosciuto dagli industriali, ovvero 60 centesimi al litro, non è sufficiente a coprire i costi di produzione. Dalla Sardegna proviene il 60% del latte ovocaprino nazionale.
Le forze dell'ordine, schierate in assetto antisommossa hanno impedito di oltrepassare l'area portuale. Ne è seguita una carica, con il fermo di  alcuni pastori, tra cui Floris, leader del movimento. Imbarazzo e paura tra gli altri manifestanti (foto) (Video). Dopo alcuni minuti è tornata la calma, con il rilascio dei due fermati, ma per il momento i pastori restano bloccati nel porto, guardati a vista da polizia e carabinieri.

23 dicembre 2010

Napoli: Cariche agli studenti nel Museo nazionale

Circa 200 studenti universitari e medi, si sono dati appuntamento questo pomeriggio per altre iniziative di protesta e di comunicazione, mentre il Senato, sordo ai bisogni di questo paese, andava avanti nel suo processo autistico di approvazione della riforma Gelmini, che da il colpo di grazia all'Università pubblica.
Siamo andati perciò al museo nazionale, unendoci alla lotta di altri precari, gli operatori sociali, per rivendicare il diritto all'accesso pubblico alla cultura. Si è tenuta anche un assemblea comune all'interno del Museo. Poi gli studenti hanno cercato di effettuare una visita dell'esposizione per rivendicare la fruizione pubblica di questi luoghi. Una situazione che si è già verificata tante volte in altre simili iniziative in passato, tanto che i lavoratori del museo si erano tranquillamente predisposti a far effettuare la visita. Poi l'incredibile!! Il dirigente di polizia schierava la celere all'interno del Museo nazionale e nei successivi tentativi di mediazione faceva di tutto per sabotarli, esternando ai dirigenti amministrativi previsioni "terroristiche" su quello che questi studenti avrebbero mai potuto fare con un giro di visita nel Museo.
Mentre le persone all'interno gridavano "cultura libera", "università pubblica", "la cultura vi fa paura" è partita la carica per impedire agli studenti di entrare nell'area espositiva!! Ancora una volta, come al teatro San Carlo, come con l'arresto dei due cicloattivisti l'8 dicembre, la Questura di Napoli si produce in una gestione dell'ordine pubblico davvero inquietante...
Sta di fatto che due studenti, un universitario e un altro delle scuole superiori, hanno subito manganellate in testa del tutto gratuite, con ferite e contusioni. Ferite dedicate, come ha ricordato uno dei due colpiti, "a chi ci fa la predica e dice che di fronte a questi metodi il casco protettivo non serve...".
A quel punto, anche sulla notizia dell'approvazione in Senato del DDL Gelmini è partito un corteo spontaneo che ha attraversato via Roma, la via dello shopping per un Natale in cui c'è davvero poco da festeggiare per gli studenti e i giovani precari di questo paese. E ricevendo, ancora una volta, la forte solidarietà dei cittadini.
Infine il corteo si è concluso a palazzo Reale, di cui si è occupato il cortile con un assemblea, per rappresentare, simbolicamente, il passaggio di riappropriazione da un luogo della memoria culturale a un altro.
La protesta continua: il Cinema Astra nella strada dell'Università (via Mezzocannone), è in autogestione degli studenti in questi giorni, per tenere vivo il livello organizzativo durante questo periodo. La riforma deve essere ritirata! Chi pensa che basta l'alzata delle manine dei protagonisti della casta per scoraggiarci non ha capito la posta in palio e sta prendendo l'ennesima cantonata... Il nostro futuro continua ad assediarvi!

Movimento studentesco napoletano

Arresti del 14 dicembre: il processo è rinviato al 24 gennaio, Mario Miliucci rimane agli arresti

Nel primo pomeriggio di oggi si è conclusa l’udienza per 13 dei 43 compagni/e rastrellati il 14 dicembre, tutte/i erano a piede libero tranne Mario Miliucci agli arresti domiciliari.
Il processo è stato rinviato al 24 gennaio per dare la possibilità alla difesa di acquisire ulteriori prove testimoniali , videoregistrazioni e fotografie; al contempo i giudici hanno respinto la libertà provvisoria a Mario , motivando capziosamente la permanenza in Italia – indicando in particolare la giornata di ieri a Palermo e Milano – di un “ clima di tensione sociale”, onde per cui Mario rimane agli arresti intanto fino al 24 gennaio.
I giudici hanno anche deciso di respingere la “costituzione di parte civile “ del Comune di Roma , in quanto a Mario non è addossata alcuna “ lesione dell’arredo urbano”.
Ai numerosi compagni/e presenti – studenti, lavoratori, amici degli imputati – ( un folto presidio stazionava all’ingresso del Tribunale)l’atteggiamento dei giudici non è apparso ne sereno, ne imparziale , costoro sono sembrati partecipi e schierati con il clima fazioso e colpevolista voluto dal governo da subito e all’indomani del 14 dicembre.
All’oggi – dopo una settimana di prove documentali e testimoniali ripetutamente apparse in TV , sui quotidiani e periodici – è ormai noto alla cittadinanza che gli arrestati sono stati rastrellati a caso , con il titolo abusivo e generico del reato di “ resistenza in concorso”.
Per il resto , è fallito anche il tentativo di dividere i manifestanti in “ buoni e cattivi” sia per la compattezza del movimento , sia per la consapevolezza di larga parte della società di riconoscere alla protesta e alla condizione diffusa della precarietà motivazioni valide e concrete, che vanno ascoltate e avviate a soluzione, piuttosto che ignorate e/o represse.
L’accanimento giudiziario non ha ragion d’essere, men che mai l’assunzione sussidiata della politica : il trasformarsi in arbitri del conflitto non compete alla magistratura , tantomeno far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei forcaioli, trasformando in capri espiatori gli arrestati del movimento solo per soddisfare i propositi di vendetta di una classe politica inadempiente e corrotte.
Tenere ulteriormente agli arresti Mario è un abuso, una iniqua punizione, una pena affligente ancor prima della sentenza : è l’amara con stazione di quanto dispotismo alberghi ancora nelle istituzioni, sopratutto tra coloro che dimentichi del dettato costituzionale e della dichiarazione dei diritti dell’uomo, abusano del codice penale per perseguitare il conflitto e i suoi protagonisti

Ovunque,comunque , Tutti Liberi !

Vincenzo Miliucci


Vincenzo Miliucci,che ricambia con affetto le migliaia di comunicazioni ricevute per Mario e che augura un buon 2011, a voi tutte/i e alle presenti generazioni di compagne/i perché avviino il percorso comune per affrontare l’urgenza dell’alternativa di società.

Iniziano i processi per i fatti di Roma del 14 dicembre

Oggi 23 dicembre il Tribunale di Roma tiene la prima udienza del processo per direttissima a carico di alcuni dei manifestanti arrestati il 14 dicembre.
Ciò che appare dalle prime risultanze processuali e nella vasta documentazione video è che gli arresti hanno scarsa o nulla attinenza con episodi di violenza.
A riprova di ciò la decisione di varie sezioni del Tribunale di non applicare alcuna misura coercitiva a carico di 22 dei 23 arrestati, segno evidente della scarsità di indizi di colpevolezza.
Spicca l'unica misura di sottoposizione agli arresti domiciliari per Mario Miliucci, cui è stato negato il “privilegio” di poter tornare a casa con mezzi propri, ma è stato scortato da agenti e nelle stesse condizioni si presenterà al processo.
Si tratta di un provvedimento inusuale sia perchè Mario è incensurato sia per la natura dei reati di cui è accusato.
Mario è figlio di Vincenzo Miliucci (storico leader del movimento romano) e dell'Avv. Simonetta Crisci, vice presidente dell'AED (Avvocati Europei Democratici).
I Giudici hanno ritenuto che l'Avv. Crisci (che aveva dato la sua disponibilità ad accompagnare a casa il figlio) non desse sufficienti garanzie e ne hanno pertanto disposto la traduzione con la forza pubblica.
L'Avv. Crisci è da tempo in prima fila per difendere i diritti delle donne, degli oppressi, dei più deboli e nel suo lavoro e nella sua attività professionale, sociale e politica ha meritato rispetto, approvazione e riconoscenza.
Non entriamo nel merito delle altre decisioni del Tribunale ma non possiamo non vedere in quella relativa alla traduzione con la forza pubblica un attacco ingiustificato alla figura dell'Avv. Crisci e alla sua militanza; a lei, a Mario e a Vincenzo esprimiamo piena solidarietà.
Gli incidenti di Roma hanno rievocato, su scala limitata, la gestione dell'ordine pubblico che vedemmo a Genova nel 2001, dalla zona rossa ai danneggiamenti, ai rastrellamenti e alle violenze contro manifestanti
pacifici, alle vessazioni e alle torture psicologiche nelle celle di sicurezza.
Del resto la struttura delle forze di polizia è formata in gran parte dagli stessi funzionari condannati a Genova e le forze operative sono formate in gran parte dagli stessi agenti che a Genova non furono individuati perchè mascherati e privi di segni di identità sulla divisa, a differenza di quel che invece accade in quasi tutti i paesi democratici.
Il 14 dicembre la gestione dell'ordine pubblico è stata improntata alla totale chiusura al dissenso, alla violenza come unico mezzo di confronto; non stupisce che in questo clima affiorino fantasmi del passato come la famigerata inchiesta “7 aprile” e incubi per il futuro.

LEGAL TEAM ITALIAhttp://www.legalteamitalia.it/

22 dicembre 2010

Proteste studentesche: cariche della polizia a Palermo e Milano

Cariche della polizia davanti la sede della presidenza della Regione siciliana a Palermo. I manifestanti hanno tentato ripetutamente di fare irruzione a Palazzo d'Orleans, e sono stati respinti da polizia e carabinieri i quali hanno caricato usando i manganelli.
Nelle cariche anche alcuni giovani sarebbero rimasti feriti, dalle manganellate delle forze di polizia. In particolare uno studente è stato colpito al capo, mentre alcuni studenti dicono che un altro ragazzo ha riportato la frattura della mascella.

Cariche della polizia in piazza San Nazaro in Brolo a Milano. Le forze dell'ordine hanno usato i manganelli contro un gruppo di manifestanti partiti in corteo dalla Statale.

21 dicembre 2010

Lecce: condanne per i presidi all'ex Cpt Regina Pacis

Il 9 dicembre vi è stata la sentenza d’appello del processo Nottetempo contro numerosi compagni a Lecce. Dopo 12 ore di camera di consiglio la Corte ha condannato tutti e 12 gli imputati per associazione sovversiva “semplice” (art.270), ribaltando in parte la sentenza di primo grado. Le pene più pesanti sono state comminate ai 4 compagni che erano già stati condannati in primo grado per associazione a delinquere e altri reati specifici. Per loro le pene sono state rispettivamente di 5 anni e 4 mesi (per il compagno considerato promotore dell’associazione), 2 anni e 8 mesi, 2 anni e 7 mesi, 1 anno e 11 mesi. Altri due compagni condannati in primo grado per reati specifici hanno visto aumentate le pene fino ad un anno e sette mesi. Tutti gli altri assolti in primo grado, sono stati condannati a pene da un minimo di un anno ad un massimo di un anno e 8 mesi.
Condanna inoltre vi è stata per quasi tutti i reati specifici contestati (in primo grado vi erano state numerose assoluzioni) e per istigazione a delinquere, in occasione di due presidi vicino al ex CPT Regina Pacis in cui gli immigrati si erano rivoltati all’interno e alcuni avevano tentato di fuggire. Tale condanna è stata comminata a tutti gli imputati tranne uno, ed è l’unico reato specifico ad essere stato inflitto alla maggior parte degli imputati. Evidente la volontà di colpire una lotta contro un centro di permanenza temporanea, che insieme ad altri fattori aveva portato alla sua chiusura, sulla base anche delle chiare pressioni che il sottosegretario all’interno Mantovano ha effettuato per tutta la durata del processo.»

Di seguito, il testo di un volantino diffuso in questi giorni a Lecce.

Istigazione a delinquere!
La contestazione di questo reato è il perno su cui è ruotato il teorema accusatorio della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, servito a condannare per associazione sovversiva 12 anarchici, con pene comprese tra un anno e cinque anni e cinque mesi. Siamo stati accusati di aver istigato gli immigrati internati nell’ex CPT “Regina Pacis” di San Foca affinché dessero vita a rivolte, evasioni, distruzioni del centro. È convincimento utile allo Stato e ai suoi servitori quello di credere che le rivolte nei CPT (ora chiamati CIE) siano frutto di un lavoro di istigazione svolto da pochi sovversivi, e non già pratica endemica alla stessa condizione di reclusione: quando un essere vivente è rinchiuso, spesso si ribella. La storia dei CIE, dalla loro nascita nel 1998 ad oggi, è la dimostrazione più chiara di questa affermazione.
Il “Regina Pacis” è stato un campo di internamento per stranieri poveri come tutti gli altri campi. Al suo interno veniva praticata ogni sorta di nefandezza: somministrazione massiva di psicofarmaci nei pasti per sedare gli internati, pugno di ferro nei loro confronti, pestaggi contro chi si ribellava o provava ad evadere. Non erano anomalie, né pratiche svolte da poche “mele marce”, bensì prassi normale svolte da tutti: dal direttore, don Cesare Lodeserto, ai carabinieri che erano di guardia, agli operatori, passando per i medici che coprivano i massacri sistematici con falsi referti medici. Tutto ciò è anche venuto fuori pubblicamente, suscitando un po’ di scandalo e tanto imbarazzo nella curia leccese che gestiva il centro e nel mondo della politica che lo sorreggeva ideologicamente e lo difendeva pubblicamente. Affinché calasse il silenzio su queste nefandezze e questo imbarazzo, è stato necessario mandare don Cesare a fare il missionario per conto di Dio. Ora è in Moldavia, dove continua a fare le sue porcate e a ingrassare i suoi conti e quelli della curia.
Davanti ad uno scenario del genere, è l’esistenza stessa di questi centri a rappresentare una “istigazione a delinquere”, perché non si possono chiudere gli occhi davanti alla vita reclusa in quanto priva del giusto documento in tasca, di fronte alle torture inflitte per mano democratica e statale. Non si può tacere quando centinaia di disgraziati periscono nel deserto, in migliaia annegano nei mari o muoiono sugli scogli appena sbarcati, mentre altri ingrassano su tutto ciò in nome dell’accoglienza. Chiunque dovrebbe sentirsi istigato davanti ad una situazione del genere, per fermare questo abominio. Chi non lo fa e resta nel silenzio si rende complice, come la maggioranza silenziosa dei tedeschi era complice di Auschwitz. Noi abbiamo raccolto questa istigazione e abbiamo reagito, e la discriminante non è stata il codice penale, bensì l’etica individuale.

Essere sovversivi, di fronte a tutto ciò, è davvero solamente il minimo…

Sovversivi senza Associazione

fonte: macerie 

60 denunciati per la manifestazione del 14 dicembre a Roma

Sono sessanta i compagni/e identificate e denunciate dalla digos per "manifestazione non preavvisata" in relazione alla manifestazione del 14 dicembre scorso. Altre 8 persone sono state identificate in quanto responsabili del lancio di oggetti. Sono i dati di un primo bilancio di indagine della digos della questura di roma, che sta procedendo all'esame di tutti i filmati.

Il mistero di Yusif, da 2 mesi all'obitorio: inseguito dai carabinieri volò da palazzo

Emmanuel Yusif ti guarda serio, dalla foto tessera spillata sul documento che ne certifica la morte. Ha un bel viso tondo, occhi neri profondi, le labbra appena increspate da un movimento. Forse un sorriso, forse una smorfia, magari solo l’imbarazzo provocato dall’obiettivo. L’istantanea risale a dicembre di due anni fa, quando era appena arrivato in Italia e aveva presentato domanda di permesso di soggiorno per ottenere lo status di rifugiato politico. Nel 2008 aveva 22 anni ed era sbarcato in Calabria, su uno dei tanti barconi di disperati che partono dalle coste nordafricane e approdano nel nostro paese. Si era lasciato alle spalle il Ghana, dove vivono i suoi genitori, e la disoccupazione. In tasca qualche soldo e due indirizzi: quello dello zio emigrato in Europa alcuni anni fa, che lavora in Germania, e quello di Rockson, amico e coetaneo della madre e del padre, il quale abita a Castelvolturno da tempo. Per la comunità, uno che ce l’ha fatta, perché ha i documenti in regola e un impiego relativamente stabile. Ventiquattro mesi dopo quella foto, a dicembre 2010, Emmanuel Yusif Abdulmakid è un corpo depositato da settanta giorni all’obitorio di Napoli. La causa del decesso, rileva il medico che ha sottoposto il cadavere ad un esame esterno, senza però eseguire l’autopsia: «Grave trauma cranico encefalico in policontuso».
Per l’ultimo viaggio, quello che dovrà riportare il ragazzo in Africa, occorrono almeno 5000 euro e nessuno è riuscito a trovarli, fino a questo momento. Il 5 novembre è venuto a Napoli lo zio di Yusif, che ha preso contatto con l’associazione Volodiritto, della quale fanno parte avvocati che prestano assistenza legale ai migranti che vivono qui. E’ andato all’obitorio, ha riconosciuto il nipote ed è tornato in Germania con una missione da compiere: ricostruire le ultime ore di vita del nipote, cercare una verità da raccontare alla sorella e al marito di questa. Una spiegazione plausibile, insomma, per una morte violenta e per una salma parcheggiata nella cella mortuaria. «La cerimonia funebre, se mai ci sarà», dice Jean Bilongo, camerunense, un riferimento per la comunità africana delle province di Napoli e di Caserta, «avrà senso se si potrà raccontare a chi conobbe il ragazzo da bambino come e perchè è deceduto. Altrimenti resterà sempre qualcosa di incompiuto».
Riguardo all’ultimo giorno di vita di Yusif c’è una versione dei carabinieri e c’è una inchiesta della Procura. La prima sostiene che il giovane migrante sia precipitato al suolo dal terrazzo al livello del secondo piano di una palazzina di Villaricca, dopo essere entrato nello stabile ed essersi inerpicato per le scale allo scopo di sfuggire ad un controllo. La seconda mira ad accertare se i fatti si siano effettivamente svolti in questo modo ed è seguita, per conto dell’associazione Volodiritto, da un pool di legali, tra i quali Mara Biancamano e Giancarlo Pezzuti. Tra gli elementi da appurare, anche le ragioni per le quali il cadavere del ragazzo sia stato ritrovato a dorso nudo, senza la camicia, come se avesse ingaggiato una colluttazione con qualcuno, prima di precipitare al suolo. In caso di richiesta di archiviazione, Biancamano e Pezzuti preannunciano opposizione: «Potremo così finalmente accedere agli atti, alla documentazione, alle relazioni dei carabinieri dopo il ritrovamento del corpo ed alle fotografie che sono state scattate. Insomma, agli atti che adesso sono coperti da segreto».
Ma chi era Yusif? Rockson, l’amico di famiglia, lo descrive così:«Un ragazzo tranquillo, buono, molto dolce. Viveva con me da un anno. La mattina usciva per cercare lavoro come manovale alle rotonde della periferia a nord di Napoli oppure per vendere cd contraffatti. Sopravviveva così. Guai grossi con le forze dell’ordine non ne aveva avuti mai, prima di quel maledetto giorno di ottobre. Solo una volta, qualche mese fa, era stato portato in caserma perchè lo avevano trovato senza i documenti in regola. Il permesso di soggiorno come rifugiato, infatti, non gli era stato rinnovato. Dopo quel fermo era spaventatissimo. Temeva che lo mandassero via di forza dall’Italia o che lo portassero in uno di quei centri dove rinchiudono i migranti senza permesso». Anche l’ultimo giorno in cui lo ha visto, riferisce Rockson, Yusif era uscito presto di casa. «So che era diretto a casa di un suo amico a Villaricca. Per tre giorni non ho avuto più notizie di lui. Invano, l’ho cercato sul cellulare. Il suo amico ha fatto lo stesso. Alla fine è andato dai carabinieri e quelli gli hanno detto che forse lo avrebbe trovato all’obitorio, perché avevano portato lì un ragazzo africano». Era il 9 ottobre.

fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

20 dicembre 2010

7 Aprile 1979... la grande inquisizione

Il fascista, presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri  ha auspicato una retatata preventiva, come gli arresti del 7 aprile 1979 che portarono in carcere i vertici dell’Autonomia, contro i Centri sociali da lui considerati i capi occulti delle manifestazioni di quest’ultimo periodo contro il governo e degli scontri del 14 dicembre scorso a Roma. Strane bestie gli esponenti del Pdl: per mesi ignorano le proteste studentesche poi, in meno di una settimana, passano da dichiarazioni da clima '77 a quelle sulla necessità di un 7 aprile. C'è solo da chiedersi cosa inventeranno quando la protesta sociale dilagherà.... Ma ci sembra utile ricordare che cosa è successo il 7 Aprile 1979 
7 aprile 1979. Stampa e tv danno notizia della maxi-retata che da poche ore ha portato in galera il presunto vertice delle Brigate Rosse. Gli arresti, avvenuti su tutto il territorio nazionale, sono stati ordinati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero.
Quasi tutti gli accusati sono intellettuali: docenti universitari, scrittori, giornalisti e leaders dei diversi movimenti post-’68. Tra i più noti vi sono: Antonio “Toni” Negri, docente di Dottrina dello Stato all’università di Padova, indicato come capo e ispiratore di tutta la galassia sovversiva italiana; Nanni Balestrini (latitante), poeta e scrittore, già nel Gruppo 63 e poi autore del romanzo-culto “Vogliamo tutto”; Franco Piperno (latitante), docente di fisica all’università di Cosenza; Oreste Scalzone, insieme a Piperno leader storico del ‘68 romano; Luciano Ferrari Bravo, Guido Bianchini,
Sandro Serafini e Alisa del Re, tutti assistenti di Negri all’università di Padova; Giuseppe “Pino” Nicotri, giornalista del “Mattino” di Padova, di “Repubblica” e de “L’Espresso” (in passato si è occupato della controinformazione su Piazza Fontana, e le sue scoperte sugli spostamenti di Franco Freda sono state preziose per le indagini di Calogero); Emilio Vesce, redattore delle riviste “Rosso” e “Controinformazione. L’elenco prosegue con diversi militanti dell’Autonomia Operaia ed ex-membri del gruppo Potere Operaio, scioltosi nel 1973. Secondo gli inquirenti, Potere Operaio non si sarebbe sciolto, piuttosto sarebbe divenuto un’organizzazione clandestina, una vera e propria “cupola” della sovversione. Inoltre, malgrado l’evidenza di insanabili contrasti teorici e politici, Autonomia Operaia e Brigate Rosse sono ritenute la stessa cosa, o meglio: la “illegalità di massa” propugnata dalla prima non sarebbe che il mare magnum in cui sguazza l’avanguardia clandestina rappresentata dalle seconde. Per alcuni degli arrestati vale solo la seconda parte del mandato, cioè l’accusa di associazione sovversiva. Al contrario, su Negri e alcuni altri sta per rovesciarsi una valanga di fantasiosi mandati di cattura per gli episodi più diversi. Nei giorni successivi il processo si estende ai redattori della rivista romana “Metropoli”, su cui scrivevano anche Scalzone e Piperno. I nuovi inquisiti sono Libero Maesano, Lucio Castellano e Paolo Virno. Anche loro apparterrebbero in blocco all’organizzazione eversiva “costituita in più bande armate variamente denominate”, per il semplice motivo di… aver scritto su “Metropoli”. Pleonasmi a non finire. Davvero curiosa questa “guerra civile” combattuta a colpi di saggi, editoriali, recensioni… e anche fumetti: su “Metropoli” è comparsa una drammatizzazione a fumetti del caso Moro. Secondo gli inquirenti, alcune vignette contengono l’esatta riproduzione della “prigione del popolo” in cui era rinchiuso Moro. Poi si verrà a sapere che l’autore si è ispirato a un fotoromanzo di “Grand Hotel”. Ormai sappiamo tutti che Toni Negri non era il capo delle Brigate Rosse, né il telefonista dei rapitori di Moro, né l’assassino di Carlo Saronio. Eppure un giudice, su basi così palesemente assurde, imbastì nel 1979 il processo simbolo del periodo dell’ “emergenza”, rimasto noto come “il caso 7 aprile”. Vi furono coinvolti prima una ventina di imputati, quasi tutti docenti e ricercatori della facoltà di Scienze Politiche di Padova, poi divenuti oltre un centinaio. Molti furono incarcerati, altri costretti all’esilio, uno (“Pedro”) perse la vita, ucciso dalle forze dell’ordine mentre era armato di un semplice ombrello. Inutile dire che gli assassini di Pedro rimasero impuniti, e che il magistrato che gestì il processo ha tranquillamente fatto carriera. L’impianto dell’inchiesta crollò solo grazie alle confessioni di Patrizio Peci, che dimostrarono come Negri, Piperno, Scalzone e gli altri del 7 aprile, con le Brigate Rosse, non avessero nulla a che spartire. Il teorema Calogero è rimasta la più impressionante montatura mediatico-giudiziaria dell’Italia repubblicana.

Aggressione fascista a Pescara

Un gruppo di giovani di estrema destra hanno aggredito  dei giovani davanti a un locale dove abitualmente si svolgono concerti rock. Gli aggrediti sarebbero stati, agli occhi di questi squadristi, colpevoli di aver organizzato un concerto tributo a Joe Strummer, il leader dei Clash scomparso nel 2002.
Scopo dell’intimidazione violenta sarebbe stata quella di dissuaderli dall’organizzare un concerto tributo a un rocker “comunista”.
Dopo il raid davanti al locale, lo stesso gruppo ha aggredito due ragazzi in Piazza Unione con inusitata violenza. Uno degli aggrediti è stato ricoverato con una prognosi di 30 giorni.
Non è la prima volta che a Pescara avvengono aggressioni perpretate da un gruppetto di giovani ventenni di estrema destra. Per ben due volte è stato dato alle fiamme la sede del Prc.
Non si tratta, purtroppo, degli unici episodi di violenza fascista in Abruzzo. Anche a Teramo la presenza di gruppi di estrema destra violenti ha creato un clima di tensione e si sono registrati persino accoltellamenti.

L'Italia protesta.... il Ministero dell'Interno reprime!!

L’italia protesta e il Ministero dell'Interno risponde con sanzioni amministrative e rastrellamenti per chi manifesta. Intanto la digos annuncia 81 denunce per i cortei che nelle ultime settimane hanno interessato il centro della Capitale. I reati contestati vanno da “manifestazione non autorizzata” a “blocco stradale”, “interruzione di pubblico servizio”, “oltraggio e resistenza pubblico ufficiale”. Per 41 degli 81 indagati è scattata anche la denuncia per “blocco ferroviario” a causa dell’occupazione di alcuni binari della Stazione Termini il 30 novembre.
Oltre all’analisi delle immagini degli scontri del 14 dicembre scorso, per identificare gli autori degli incendi dei mezzi delle forze dell’ordine, la digos sta cercando di risalire a chi abbia pagato i pulman che dal resto d’Italia hanno portato a Roma migliaia di persone. L’ipotesi investigativa seguita postula la presenza di una “cabina di regia” che abbia preordinato e poi gestito in piazza gli incidenti

19 dicembre 2010

Per Gasparri non basta il Daspo ci vogliono anche gli arresti preventivi.

Ormai siamo al delirio. Per il sempre fascista Maurizio Gasparri presidente dei senatori del Pdl (il partito dell'amore?) non bastano le proposte repressive avanzate in quueste ore da Maroni, come quello del Daspo per i manifestanti, per lui bisogna andare oltre ci vogliono anche gli arresti preventivi, metodo tanto caro alle dittature in America Latina e al nazismo e fascismo in Europa.

"Invece delle sciocchezze che vanno dicendo i vari Cascini e Palamara, qui ci vuole un 7 aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell'estrema sinistra collusi con il terrorismo". Così il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, in merito alle polemiche seguìte alla scarcerazione dei ragazzi fermati 1 lo scorso 14 dicembre durante gli scontri a Roma. Il 7 aprile del 1979 (e non del 1978, come erroneamente afferma Gasparri) fu il giorno in cui, con un'enorme retata, le forze dell'ordine arrestarono diverse persone, prevalentemente legate a Autonomia operaia, accusate a vario titolo di appartenere alle frange dell'eversione. Fra gli arrestati c'era anche Toni Negri, sospettato di essere il capo delle Brigate rosse.
"Qui - osserva Gasparri - serve una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c'è dietro la violenza scoppiata a Roma. Tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città per città. La sinistra, per coprire i violenti, ha mentito parlando di infiltrati. Bugie". "Per non far vivere all'Italia nuove stagioni di terrore occorre agire con immediatezza. Chi protesta in modo pacifico e democratico - conclude Gasparri - va diviso dai vasti gruppi di violenti criminali che costellano l'area della sinistra. Solo un deciso intervento può difendere l'Italia".

Daspo e reparti speciali. Lo Stato dichiara guerra alle lotte sociali

Cominciano a delinearsi le prime misure annunciate dal governo dopo gli scontri di piazza avvenuti martedì scorso a Roma, mentre il parlamento si pronunciava sulla sfiducia a Silvio Berlusconi. Per fronteggiare la crisi sociale e camuffare la vertiginosa caduta di credibilità politica dell’esecutivo verrà ulteriormente inasprita la gestione dell’ordine pubblico ispirandosi a quel laboratorio della repressione sociale che nell’ultimo decennio hanno rappresentato le curve degli stadi. Se il parlamento potrà essere facilmente controllato comprando altri parlamentari dell’opposizione per «acquisirli» alla maggioranza, per la piazza le cose stanno diversamente. Il governo teme i manifestanti, soprattutto la possibilità di una saldatura sociale stabile tra le varie componenti della protesta: i cittadini di Terzigno, i terremotati aquilani, i metalmeccanici, i precari, gli studenti, i migranti. Per questa ragione stanno per essere varati una serie di dispositivi di natura legislativa e tecnica in grado di consentire un ulteriore giro di vite repressivo nei confronti del diritto di manifestare e di esercitare l’attività politica con incisività e visibilità. Il ministro degli Interni ha accolto la proposta lanciata venerdì dal suo sottosegretario, Alfredo Mantovano, di adattare i daspo, cioè i divieti di accedere alle manifestazioni sportive, anche alle «manifestazioni pubbliche». Roberto Maroni ha giudicato l’idea «interessante», annunciando che potrebbe essere inserita da subito nel pacchetto sicurezza in discussione al senato. Mantovano ha spiegato che questa novità legislativa «colmerebbe una lacuna». La nozione di “pubblico” è per giunta talmente ampia da includere qualsiasi evento, di natura culturale, religiosa, ludica, musicale, che si realizzi fuori da uno spazio privato. Con una soluzione del genere saremmo ai vertici dell’afflato totalitario. Una ragione in più per scendere in piazza nei prossimi giorni e manifestare con più forza ancora, visto che è proprio questo diritto ad essere messo definitivamente in discussione. «A quando la tessera del manifestante»? Hanno chiesto politicamente i radicali. Dopo i limiti permanenti imposti ai percorsi, l’estensione e l’istituzionalizzazione di una zona rossa attorno ai palazzi della politica, ora diventa problematica anche la semplice possibilità di manifestare al di fuori di forme e contenuti sgraditi ai governi di turno. I daspo verrebbero applicati a chiunque avesse precedenti e denunce in corso, in sostanza interverrebbero prima del giudizio finale manifestandosi come una sanzione amministrativa anticipata prim’ancora che la colpevolezza venisse penalmente accertata. Un modo per rendere innocui gli oppositori politici. L’altra misura annunciata riguarda l’introduzione di “presidi mobili di pronto intervento” sul modello adottato dalla polizia greca per fronteggiare le imponenti contestazioni che da due anni fanno traballare il governo. La scelta di questa nuova strategia sarebbe supportata dalle analisi realizzate dalla digos e dalla polizia di prevenzione, in cui si parla di un «sistema parallelo che prescinde da chi ha organizzato la manifestazione perché si affianca a chi sfila, ma poi persegue altri obiettivi». Dai filmati degli incidenti di Atene e Londra, i responsabili dell’ordine pubblico e del contrasto all’eversione avrebbero tratto la convinzione della «presenza di analogie nella pianificazione degli attacchi, mirati verso gli obiettivi istituzionali e le forze dell’ordine». Da qui la decisione di ricorrere a piccole pattuglie mobili, coordinate dall’alto e da osservatori in abiti civili, che non seguono più il corteo o presidiano staticamente obiettivi sensibili e sbarrano strade, ma si muovono nel territorio circostante il tragitto della manifestazione a caccia dei gruppi considerati l’obiettivo da neutralizzare. In Grecia i Mat, gruppi speciali antisommossa, applicano da tempo questa strategia che assomiglia molto alla caccia praticata degli Indiani. Una forma di controguerriglia urbana a bassa intensità che consente di sorprendere gli avversari con degli agguati e dei raid improvvisi.
Avanzano in fila indiana per poi scattare all’improvviso, spuntano dal nulla per agguantare i manifestanti isolati o aggredire i gruppetti confusi e sparpagliati. Si nascondono dietro gli angoli, accovacciati tra le vetture in sosta e gli arredi urbani. Anche la loro dotazione personale è speciale, tuta robocop, casco e maschera antigas, manganello agganciato dietro la schiena, decine di bombe “incapacitanti, cioè accecanti e assordanti, spray urticanti compreso i “capsulum”, potenti lancia-peperoncino che bruciano i polmoni. Addestrati all’arresto mirato sono in grado di infilarsi con azioni lampo all’interno del corteo per agguantare uno o due manifestanti e trascinarli via. Una tecnica già in uso nella polizia francese fin dalla metà degli anni 90, che alla fine dei cortei penetrava i gruppi di manifestanti che si attardavano negli scontri con pattuglie di 5-6 uomini. Due diretti sull’obbiettivo e gli altri intorno a protezione che si facevano strada a colpi di arti marziali.

Paolo Persichetti

Due detenuti suicidi in un solo giorno, a L’Aquila e Como: già 65 casi da inizio anno

Suicida nel carcere de L’Aquila detenuto al 41bis
Gli agenti della polizia penitenziaria, in servizio presso il super carcere “Le Costarelle” di Preturo, frazione ovest dell’Aquila, stanno svolgendo delle indagini per appurare i motivi che hanno spinto Pietro Salvatore Mollo, calabrese, arrestato per associazione mafiosa, detenuto in regime “duro” quello del 41bis, a togliersi la vita.
L’uomo era giunto nel supercarcere un mese fa e al momento non si conoscono le cause del gesto estremo messo in pratica con un lenzuolo che è stato legato ad una delle inferriate della finestra della cella. Mollo era stato arrestato a luglio a Corigliano Calabro (Cosenza) insieme ad altre 66 persone nell’ambito dell’operazione “Santa Tecla” condotta dalla direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e eseguita dagli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Catanzaro, in collaborazione con i colleghi dello Scico di Roma e dai Carabinieri del comando provinciale di Cosenza. Alle persone coinvolte, accusate di far parte di una pericolosa organizzazione ‘ndranghetistica con base nell’alto Ionio cosentino, furono contestati i reati di associazione mafiosa, estorsione, usura, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti.
Le forze dell’ordine eseguirono anche il sequestro di beni mobili, immobili, attività commerciali e conti correnti bancari per un valore complessivo di circa 250 milioni di euro.
Secondo gli inquirenti Mollo, 41 anni, ricopriva una posizione di rilievo all’interno del clan coriglianese, e, unitamente al cognato Alfonso Sandro Marrazzo e ad altri sodali, avrebbe avuto un ruolo di assoluto rilievo nel traffico di droga gestito dalla cosca nonché in diverse attività estorsive e usurarie. La salma del detenuto è stata messa a disposizione dell’autorità giudiziaria che potrebbe disporre dell’autopsia prima di concedere il nullaosta per i funerali.

Como: in carcere per droga, suicida a 31 anni
In carcere per scontare una condanna legata alla detenzione e allo spaccio di sostanze stupefacenti, si è suicidato nella sua cella del Bassone di Como. Ad attuare il disperato gesto un detenuto di 31 anni, Alessandro Luzzani, in carcere dallo scorso settembre, residente nell’Erbese (Como), trovato ormai privo di vita stamattina dagli agenti della Polizia penitenziaria. Secondo quanto si apprende, l’uomo si sarebbe suicidato mettendosi sulla testa un sacchetto in plastica, uno dei metodi maggiormente utilizzati dai detenuti che fanno questa disperata scelta. L’ultimo episodio accaduto nel carcere di Como risale al maggio scorso quando a togliersi la vita era stato un 57enne che, più volte finito in carcere, da alcuni giorni aveva iniziato uno sciopero della fame sostenendo di sentirsi perseguitato dalla magistratura.

fonte: Ristretti Orizzonti

Le infamate di Gasparri e La Russa

Giù la maschera , fascisti in doppiopetto !

Negli anni ’70, nella pienezza dei movimenti di partecipazione democratica per la trasformazione egualitaria della società, i fascisti La Russa e Gasparri erano dalla parte della strategia della tensione che auspicava un regime autoritario a suon di bombe , stragi e complotti.
La mia generazione ha speso la propria gioventù per salvare l’Italia dal golpismo e stragismo : le contrade e le città italiane sono piene di lapidi che ricordano il sacrificio di centinaia di nostri coetanei , i “ nuovi partigiani”.
Così come ha combattuto nei luoghi di lavoro e nel paese per conquistare la dignità del lavoro e un parziale stato sociale , negato da potenti corporazioni e dal padronato.
E allo stesso tempo per scrollarci di dosso il soverchiante fardello di istituzioni,ordinamenti e uomini del ventennio fascista.
Nel mentre che i fascisti La Russa e Gasparri erano parte di quel MSI sedizioso e squadrista al servizio della borghesia e che tanti lutti ha procurato tra i lavoratori, gli studenti, gli antifascisti.
L’indulgenza togliattiana e democratica Costituzione hanno permesso a questi scherani di autoalimentarsi e di fare ulteriori malefatte, ma il disprezzante giudizio storico su di loro – sul loro focoso reiterare l’appartenenza fascista – è un sentimento comune degli italiani : è scritto nelle migliaia di epigrafi che ricordano l’olocausto partigiano e le vittime delle decine di stragi impunite.
Solo il troiaio berlusconiano – la perdita di senso e valori della democrazia costituzionale repubblicana - permette a costoro di occupare posti altezzosi e di sputare quotidiane-bavose-provocatorie sentenze.

La storia non è finita ! Non moriremo Berlusconiani !!
Non è detto che costoro non tornino nei luoghi di origine, le fogne !

I Gasparri,Alemanno,Storace, si portano ancora appresso l’incubo dei calci in culo presi ripetutamente negli anni ’70 dagli antifascisti autonomi di “ via dei Volsci”.
Il Presidente della Corte Costituzionale dell’epoca, Giuseppe Branca , ebbe modo di ringraziare pubblicamente gli autonomi, per l’operazione di nettezza urbana esercitata a Roma nei confronti del rigurgito dei rifiuti fascisti.

Sono orgoglioso di mio figlio Mario : equilibrato,serio,responsabile, già uomo europeo e lungimirante, nonostante il fosco avvenire che si prospetta per la sua generazione.
Mario è stato educato alla tolleranza e la rispetto soprattutto dei più deboli, alla solidarietà e alla partecipazione sociale. Il 14/12 era a manifestare , consapevole di quali e quante sfide sono addossate alla “ generazione precaria “ .
E’ stato rastrellato a caso insieme ad altre decine di giovani, a cui è stato fatto assaggiare il sadismo di celle di sicurezza gelide e sudice,il cui unico giaciglio era il pavimento lercio, lasciati senza cibo. fatti oggetto di scherno , vessazioni psicologiche e minacce “ genovesi”, di ritornelli inneggianti il nazifascismo .

Il ministro Maroni se non vuole diventare l’emulo di Kossiga, prima di scagliare gli strali contro il movimento , si guardi in casa propria ! Veda e sanzioni il comportamento illegale dei corpi di polizia. Bonifichi ed espella le numerose “ mele marce” , che a Napoli e Genova nel 2001 torturarono e ferirono nelle caserme e nelle piazze , che uccisero Aldrovandi e altri ancora, che ogni anno aggiornano la statistica dei danni procurati a migliaia di giovani,diversi e immigrati. Provveda innanzi tutto alla rieducazione e alla formazione costituzionale dei “ servitori dell’ordine” , che tuttora vedono nel manifestante , nel cittadino, un essere inferiore, su cui si può infierire,vituperare,produrre prove false , “ sicuri dell’impunità”.

Su Mario Miliucci pende un disegno persecutorio,quello di utilizzarlo come capro espiatorio e monito nei confronti della rivolta della “ generazione precaria” alla spudoratezza della classe politica dominante.
In quanto manifestante è reo di “ resistenza alle nefandezze del governo” , un reato a cui si sentono accomunati almeno 40 milioni di italiani !
Mario porta un cognome specchiato, integerrimo e rispettato ( anche dagli avversari e financo dai funzionari di polizia) : luoghi comuni, banalità, meschinerie e falsità possono servire solo ad influenzare coscienze tiepide e magistrati asserviti.

Mario va liberato e prosciolto, la “ generazione precaria” è un bene prezioso per la democrazia e per garantire un avvenire a questo paese.

Il “ volscevico “ Vincenzo Miliucci

18 dicembre 2010

Maroni accusa i centri sociali

La relazione sugli scontri di piazza del 14 dicembre a Roma, tenuta ieri dal ministro dell'Interno Roberto Maroni in Senato, era molto attesa soprattutto dopo l'intervista rilasciata il giorno prima a l'Unità dal capo della polizia. Si trattava di capire come il governo avrebbe reagito al ragionamento per nulla scontato proposto dal prefetto Antonio Manganelli. Il capo della polizia, infatti, aveva parlato di «un'attività di supplenza sempre più complessa e delicata» a cui le forze dell'ordine sono chiamate a causa delle tensioni sociali «in forte crescita in tutto il paese», provocate da una grave crisi economica e «dall'instabilità anche del quadro politico». Nelle parole di Manganelli e soprattutto nell'uso, certo ben riflettuto, del termine «supplenza», è parso di leggere una critica alla politica del governo. La supplenza evoca un'attività di sostituzione, un'assenza riempita da qualcos'altro. I rifiuti di Terzigno, i licenziati Fiat, le aziende che chiudono, i migranti che salgono sulle gru, i precari che vanno sopra i tetti, insieme agli studenti - spiegava Manganelli - «sono tanti i focolai di tensione. Perché i rifiuti di Napoli devono diventare un problema di polizia? Semmai è di pulizia». Il vuoto, lasciava intendere il capo della polizia, è quello della politica. Insomma non tutto può trasformarsi in questione di ordine pubblico: se le volanti sono costrette a scortare gli autocompattatori che si recano nelle discariche, se i reparti mobili devono trasformarsi in ausiliari della nettezza urbana, qualcosa non funziona più. Ebbene, nel suo intervento in aula il ministro dell'Interno si è mostrato totalmente sordo a queste riflessioni. Per Maroni l'unica risposta che offre la politica ai problemi sociali è il ripristino dell'ordine pubblico, cioè la repressione. Il manovratore non va disturbato. In piazza - ha spiegato nella sua relazione - accanto agli studenti che manifestavano c'erano i soliti professionisti della violenza, «gruppi organizzati di militanti antagonisti, che poco o nulla hanno a che fare con la scuola e con lo studio, provenienti da centri sociali autogestiti delle principali città italiane. L'ampia partecipazione dei centri sociali - ha sostenuto - testimonia l'eccezionale mobilitazione che si è voluta imprimere alla protesta degli studenti per inquinarla con la violenza». Maroni ha dunque già individuato i responsabili delineando il teorema incolpativo che con molta probabilità giustificherà alcune retate nelle prossime settimane. Anche qui l'analisi condotta dal responsabile del Viminale diverge da quella proposta dal capo della polizia che invece sottolineava un fatto nuovo, riscontrato dagli organizzatori stessi della manifestazione del 14, sorpresi e scavalcati dalla piazza: la presenza cioè di una nuova composizione sociale scesa in strada. «Il problema - sosteneva Manganelli - è la rabbia sociale che c'è in giro. Giovani e meno giovani che poco o nulla hanno a che vedere con la politica e le ideologie e che sono gonfi di rabbia, disposti a tutto». In queste ore sono state proposte analisi che hanno descritto con maggiore precisione la discesa in strada di nuove leve giovanili provenienti dalle scuole di periferia, molto più agguerrite, abituate al tifo da stadio, orfane delle ideologie post-anni 70 e della cultura della piazza costruita attorno ai social forum e ai controvertici, estranee alle pratiche del "conflitto mimato" e delle "dinamiche concordate" con le forze dell'ordine. Settori giovanili molto più vicini ai loro coetanei delle banlieues francesi o agli studenti londinesi. Giovani che su youtube guardano le immagini della rivolta greca. Una massa d'urto considerevole che suscita notevole inquietudine nella cittadella arroccata del potere. Nel retropensiero del capo della polizia c'è lo spettro greco, per questo affina l'analisi, chiama alle sue competenze la politica prima che il vento di rivolta del meltemi arrivi anche nelle città italiane. In qualche modo non calca la mano, il che spiega in parte la linea morbida di procura e tribunale che ha portato alle scarcerazioni. Ma anche qui Maroni indica un'altra linea, attacca le scelte della magistratura, seguito a ruota dal guardasigilli Angiolino Alfano che ha inviato un'ispezione ministeriale per verificare l'operato dei magistrati romani. Il governo auspicava una fermezza simbolica con l'invio in carcere dei ragazzi fermati, a prescindere dalle loro responsabilità reali, anche i dossier presentati dall'accusa erano fragili. I fermi nella stragrande maggioranza non sono avvenuti in flagranza. Si è trattato per lo più di classici rastrellamenti di piazza. Nessuno di loro aveva caschi o bastoni. Uno scenario ben diverso da quei «gruppi organizzati di violenti» che, secondo il ministro, hanno preso in ostaggio la maggioranza degli studenti. Una suddivisione tra buoni e cattivi proposta anche da Roberto Saviano, uno che in genere non sa mai bene di cosa scrive. Le parole di Maroni accentuano la distanza della politica dal mondo reale e rivelano la sindrome d'assedio che assilla i palazzi delle istituzioni. Timore che indurrà i responsabili dell'ordine pubblico ad introdurre, già dalle prossime manifestazioni contro il ddl Gemini, un nuovo dispositivo di polizia composto da "nuclei mobili", «per prevenire altre occasioni di guerriglia urbana». Infine il ministro ha avuto buon gioco nel replicare a chi dai banchi dell'opposizione aveva confuso un manifestante, rivelatosi poi un liceale minorenne, con un poliziotto infiltrato. Polemiche che per altro hanno avuto il solo effetto di causare l'arresto del giovane, inizialmente riconsegnato ai familiari dopo il fermo a causa della sua minore età.

Paolo Persichetti da Liberazione

Genova G8, "De Gennaro mentì per salvarsi" le motivazioni dei giudici d'appello:

L'allora capo della polizia italiana Gianni De Gennaro aveva "con evidenza l'interesse a non far trapelare un suo diretto coinvolgimento nella vicenda Diaz" alterandone quindi "l'accertamento dei fatti, delle loro modalità e delle responsabilità politiche e penali dei fatti posti in essere durante l'operazione Diaz".
E' questo uno dei passaggi fondamentali delle motivazioni della sentenza con cui la Corte di Appello di Genova a giugno condannò l'ex capo della polizia italiana De Gennaro a un anno e 4 mesi per istigazione alla falsa testimonianza assieme all'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola.
All'origine della vicenda la nottata cilena del G8 del 2001 con l'irruzione alla scuola Diaz. Secondo l'accusa De Gennaro convinse l'allora questore di Genova Francesco Colucci a modificare la sua deposizione di teste nel processo per i fatti della Diaz. In sostanza, contrariamente a quanto dichiarato in commissione parlamentare Colucci spiegò ai giudici che la presenza a Genova del capo ufficio stampa della Polizia Roberto Sgalla era stata decisa da lui e non, come precedentemente sostenuto da De Gennaro. In questo modo allentava i sospetti sul ruolo realmente avuto ella gestione, seppur a distanza, dell'operazione Diaz dall'attuale capo dei servizi segreti italiani. L'inchiesta nacque da alcune intercettazioni cui Colucci riferiva dei colleghi di aver ricevuto i complimenti del capo per la sua retromarcia.
Secondo i giudici d'appello Paolo Gallizia, Maria Rosaria D'Angelo e Raffaele Di Napoli, De Gennaro andava condannato "per aver determinato il Colucci, quale persona a lui sottoposta gerarchicamente a commettere il reato di falsa testimonianza, in ciò abusando anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di direttore generale del dipartimento di pubblica sicurezza".
Nelle conclusioni sottolineano ulteriormente "la particolare gravità del fatto anche per il ruolo pubblico ricoperto dall'imputato".
Nelle 69 pagine di motivazioni vengono infine ripercorsi i fatti del luglio 2001, dai quali emerge come all'origine dell'incriminazione di De Gennaro, Mortola e Colucci vi sia stata la fallimentare gestione della caccia ai black bloc sfociata in quello che uno stesso funzionario descrisse come "macelleria messicana" all'interno della Diaz. Una brutta figura mondiale dal quale il primo poliziotto italiano voleva sganciarsi ma che gli è invece costata una condanna, anche se non definitiva in attesa della Cassazione.

Marco Preve da Repubblica.it

Mantovano (PdL): Estendere il Daspo a chi manifesta. Dopo la tessera del tifoso, la tessera del manifestante

Questa proposta di Mantovano se attuata segnerà la fine della libertà di espressione della nostra repubblica. E' di una gravità assoluta una proposta di questo tipo perchè affida alle questure poteri discrezionali enormi che possono esercitare al di fuori di ogni garanzia giuridica. Siamo alle prove tecniche di fascismo. In questi anni gli stadi sono stati il luogo per sperimentare un sistema di controllo privo di ogni garanzia costituzionale, estendere questi dispositivi alle proteste di piazza è un attentato alla democrazia del nostro paese. Mantovano reagisce alla protesta sociale, al completo fallimento di un governo sostenuto da una maggioranza che ha più inquisiti di una curva di uno stadio spostando la discussione sull'ordine pubblico. Se non fossimo nel paese del Bunga Bunga ci sarebbe da ridere, invece c'è da preoccuparsi.

«Estendere» il daspo alle manifestazioni pubbliche «con tutti gli adattamenti del caso». È la proposta del sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, dopo gli scontri di martedì a Roma durante la manifestazione degli studenti. «Al di là dei doverosi accertamenti disposti dal ministro della Giustizia - spiega Mantovano - sulla puntale applicazione delle norme in vigore, le decisioni dell'autorità giudiziaria sugli scontri di martedì inducono a una riflessione di sistema. I giudici di Roma hanno convalidato gli arresti, e con ciò hanno riconosciuto la correttezza dell'operato delle forze di polizia e, allo stato, la responsabilità degli arrestati per i reati loro contestati. Dunque, non è in discussione che, salvi gli accertamenti successivi, a carico dei 23 fermati esistono i gravi indizi di colpevolezza». «Rimettendoli in libertà, i giudici hanno negato l'esistenza delle esigenze cautelari - aggiunge - e su questo si è incentrato il dibattito. È noto che le esigenze cautelari rispondono a un duplice criterio di prevenzione: nel processo, per la parte che chiama in causa il rischio di inquinamento della prova e il pericolo di fuga; fuori dal processo, per la parte riguardante il rischio di reiterazione dei reati. Per quest'ultimo aspetto, l'immediata liberazione degli arrestati crea un deficit di prevenzione». «Dire questo - prosegue Mantovano - non significa invadere le autonome valutazioni della magistratura; significa porsi il problema di come evitare che gli scarcerati tornino a usare violenza alla prossima manifestazione, e, più in generale, che altri, prendendo spunto dal tratto giudiziario permissivo, siano indotti a fare altrettanto. Una parte della magistratura è responsabile di questo deficit e viene avallata politicamente dall'Anm: ma il problema in sè resta in piedi, ed è grosso come una casa».«Una ipotesi di lavoro per colmare questa obiettiva lacuna - sottolinea il sottosegretario all'Interno - è quella di estendere alle manifestazioni pubbliche, con tutti gli adattamenti del caso, un istituto che sta dando ottima prova di sè per le manifestazioni sportive: il cosiddetto daspo. La sua applicazione nel corso degli anni ha permesso di ridurre fortemente l'ingresso negli stadi di centinaia di violenti, e quindi di circoscrivere, come attestano i dati, gli incidenti in occasione delle gare». «L'estensione del daspo alle manifestazioni di piazza - aggiunge Mantovano - permette da un lato di contare su uno strumento in più sul piano della prevenzione quando il processo si è risolto in una presa in giro; quindi di avere un di più sul piano della repressione, allorchè si accerti il daspo è stato violato; in generale, permette di conoscere preventivamente, e non sulla base di mere informative, i soggetti da tenere distanti dalla piazza, nell'interesse stesso dei manifestanti con intenzioni pacifiche». «Alla ripresa dell'attività parlamentare - conclude Mantovano - si discuterà il nuovo disegno di legge sulla sicurezza, approvato dal Consiglio dei ministri a novembre contestualmente al decreto legge che il Parlamento ha appena convertito: potrebbe essere la sede più adeguata per una riflessione ampia e, mi auguro, equilibrata, su questo possibile strumento».

fonte: Adnkronos

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