31 ottobre 2010

Aggressione fascista a Catanzaro

Il Collettivo Riscossa intende ricostruire e fare chiarezza su quanto accaduto lo scorso sabato 30 ottobre nelle adiacenze della nostra sede, luogo in cui si sono verificate due vili aggressioni fasciste con il conseguente tentato omicidio di un nostro compagno. Era in corso un'iniziativa pubblica per la presentazione di una rivista di controinformazione. Intorno alle 21.30 abbiamo notato dalla finestra un gruppetto di fascisti che ha iniziato a provocarci con cori, insulti e minacce. Alle nostre rimostranze verbali il gruppetto fascista ha iniziato ad avvicinarsi, scagliando un mattone verso una finestra, dietro la quale si trovavano due ragazze facilmente visibili dall'esterno, rompendone pericolosamente i vetri. L'aggressione è continuata con il tentativo, fallito, di assaltare i locali della nostra sede. Nonostante l'accaduto, una volta dileguatisi i fascisti, si è deciso di portare a termine l'iniziativa prevista. Trascorse circa un paio d'ore però, abbiamo notato che nuovamente, il gruppo di fascisti, questa volta più numeroso, si stava avvicinando minacciosamente all'ingresso della nostra sede. Siamo usciti dicendo loro di allontanarsi anche per non arrecare ulteriore disturbo alle famiglie del vicinato. Al che è seguita una nuova aggressione nel corso della quale uno dei componenti del gruppo ha estratto dalla tasca un coltello e con estrema lucidità e determinazione ha colpito il nostro compagno con due fendenti alla schiena. Quanto verificatosi è stato tanto repentino quanto premeditato, tant'è che subito dopo il vile gesto, il gruppo, ricompattatosi, ha iniziato immediatamente ad allontanarsi. Abbiamo subito portato il nostro compagno al pronto soccorso. Una volta giunti li siamo stati tempestati dalle domande da parte di agenti della polizia, che anziché identificare gli aggressori, ha identificato gli aggrediti! Dopodiché, la stessa polizia, ha deciso di perquisire la nostra sede alla ricerca di "armi ed esplosivi", perquisizione che si è conclusa con il sequestro di una vecchia piccola falce ormai arrugginita, da noi conservata in quanto simbolo della tradizione e delle lotte del movimento operaio e contadino. E anche in questo caso, anziché ricercare altrove la lama che aveva ferito il nostro compagno, la loro attenzione si è concentrata su quel vecchio attrezzo agricolo per il quale siamo anche stati denunciati per "detenzione illegale di arma bianca". La perquisizione è durata circa due ore. Subito dopo siamo stati forzatamente trasferiti in questura per un "interrogatorio", o meglio per rendere sommarie informazioni, durato quasi fino alle 8 del mattino. Il nostro compagno accoltellato è stato operato d'urgenza per le gravi ferite riportate, ferite che, solo per un fortuito caso, non hanno avuto conseguenze irreversibili. Non è più ammissibile che simili episodi possano essere considerati semplici risse del sabato sera o guerre fra bande. Ricordiamo che i fascisti in città hanno già provocato numerose aggressioni nel corso degli ultimi anni, sfociate in episodi di violenza e intolleranza razziale e politica, rimasti a tutt'oggi impuniti anche per il silenzio delle istituzioni. Invitiamo pertanto la cittadinanza tutta a vigilare e a mobilitarsi per impedire che simili spregevoli e gravi fatti non abbiano più a ripetersi.

COLLETTIVO RISCOSSA CATANZARO

Brescia: cariche della polizia ai migranti

Cariche della polizia e carabinieri contro il corteo dei migranti e degli antirazzisti a Brescia per impedire alla manifestazione indetta sabato 30, per il rinnovo del permesso di soggiorno, di raggiungere il luogo dove 9 migranti sono saliti sulla gru del cantiere della metropolitana. La giunta comunale e la questura avevano vietato la manifestazione utilizzando come pretesto una adunata degli alpini che si svolgeva in un’altra zona del centro storico.
E comunque, oltre un migliaio di persone, nonostante una pesantissima militarizzazione dell’intera zona, si sono concentrate vicino a p.zza della Loggia e si sono dirette verso il cantiere dove i migranti erano saliti sulla gru. Un consistente schieramento di carabinieri e polizia ha bloccato la strada: qui sono avvenuti gli scontri, una decina di antirazzisti e migranti sono rimasti contus, un attivista di Sinistra Critica e collaboratore di Radio onda d’urto, è Sauro, è stato arrestato; un migrante del coordinamento immigrati CGIL ha dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso. A Sauro è stato confermato l’arresto ma è stato rilasciato dopo forti pressioni dei manifestanti: sarà processato per direttissima martedì mattina. I 9 migranti sulla gru, rappresentanti delle comunità egiziana, senegalese, indiana, pachistana e marocchina, hanno dichiarato che non scenderanno se non sarà aperta una trattativa a livello nazionale per la regolarizzazione di tutti coloro che hanno fatto domanda di sanatoria colf e badanti e se non sarà consentito il ripristino del presidio permanente; durante le cariche, infatti, il vicesindaco leghista Rolfi ha inviato le ruspe a distruggere proditoriamente il presidio permanente di via Lupi di Toscana davanti all’ufficio della Prefettura; la baracca, i letti, gli effetti personali dei presidianti sono stati completamente distrutti. Da Brescia viene lanciato un appello a livello nazionale per cominciare o rilanciare immediatamente la mobilitazione per sanatoria.
Immediata anche la presa di posizione di Sinistra Critica, l'organizzazione che si è mossa insieme ai migranti, agli attivisti di Radio Onda d'Urto e della sinistra sociale bresciana perché la manifestazione potesse svolgersi.
«I migranti non devono protestare, rivendicare diritti. Se lo fanno vengono perseguiti, caricati da Polizia e Carabinieri» dice un comunicato dell'organizzazione. «Una manifestazione vietata dalla Giunta comunale e dalla Questura con il pieno appoggio della Prefettura, la stessa che non è intervenuta contro i simboli leghisti sulla scuola di Adro, con una motivazione talmente pretestuosa da risultare liberticida, la concomitanza con un’iniziativa degli alpini che si svolgeva da un’altra parte della città».
«Le violente cariche avvenute a Brescia, che hanno portato all’arresto di un compagno di Sinistra Critica – rilasciato dopo poco per la pressione dei manifestanti - e al ferimento di molti partecipanti, non possono essere considerate una questione locale. Giunta comunale, Questura e Prefettura sono in sintonia nella repressione di ogni diritto e protagonismo dei migranti. Dopo 31 giorni il presidio permanente dei migranti di Brescia è stato distrutto, i migranti sono stati picchiati, gli antirazzisti arrestati».
«Non hanno fatto i conti, continua Sinistra Critica - con la determinazione dei migranti che hanno invaso un cantiere della metropolitana di Brescia e sono saliti su una gru – con l’intenzione di rimanerci - calando uno striscione per la sanatoria di tutti i migranti che hanno presentato domanda. Il vergognoso “reato di clandestinità”, che impedisce di accedere al permesso di soggiorno, altro non è che la gestione feroce di un mercato del lavoro precario. Con la crisi economica ogni alibi è caduto, ogni ipocrisia e svanita: i migranti sono diventati per le istituzioni un problema di ordine pubblico. Lavoratori e lavoratrici da reprimere se non accettano la precarietà infinita delle condizioni di lavoro e l’esclusione dai diritti di cittadinanza».
«A Brescia hanno colpito duramente migranti e antirazzisti. Compresa Sinistra Critica, sempre in prima fila nelle mobilitazioni e lotte antirazziste e dei migranti».

fonte: il megafono quotidiano

30 ottobre 2010

Torino: caccia all'uomo, cariche della polizia e arresti

Una piazza militarizzata per 24 ore, cariche indiscriminate contro un presidio di solidarietà, rastrellamenti nelle vie circostanti, caccia all'uomo fin dentro le case.Questo il parterre di forza messo in campo dalla questura di Torino per "garantire" lo sgombero di un palazzo occupato. Non è la prima volta che fatti del genere succedono nella nostra città.
Dopo un presidio che andava avanti dalla mattina, con alcuni occupanti sul tetto, la polizia aspetta la notte per intervenire e optare per la soluzione decisa, caricando i presidianti per disperderli. E non basta. Un gruppo di loro viene inseguito fin dentro casa e arrestato.
Responsabile di quest'eccesso di zelo, l'agente Scarpello, già più volte resosi responsabile di un attivismo persecutorio sopra le righe.
Oggi il nostro collettivo si trova privato di un compagno, arrestato in casa sua da una squadra di digos e celerini, colpevole di aver partecipato ad un presidio di solidarietà con un palazzo sotto sgombero, destinato a far fruttare le tasche di qualche speculatore futuro, pubblico o privato che sia.

Ribadiamo la nostra solidarietà con chi occupa e resiste!
Vogliamo l'immediata liberazione di Mauro e di tutti i fermati!


Collettivo Universitario Autonomo - Torino

29 ottobre 2010

Il nuovo Garante dei detenuti è un agente penitenziario

Emma Marcegaglia a capo della Cgil, Luciano Tavaroli che diventa Garante della Privacy, Silvio Berlusconi nominato a sorpresa Presidente della Corte Costituzionale. Potremmo inventarci molte altre estrose combinazioni di ruoli e persone ma esse non potranno mai essere così succose come l’episodio che andremo a raccontare nelle prossime righe. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha nominato un funzionario di polizia penitenziaria quale nuovo garante comunale delle persone private della libertà. Non vorrei sbagliarmi, ma potrebbe essere uno dei primi casi al mondo, se non l’unico.
Nei giorni scorsi c’era capitato di sentire che in una regione del centro Italia un direttore carcerario sarebbe stato candidato a divenire anch’egli garante regionale dei detenuti. Avevamo espresso forti perplessità a riguardo. A noi sembrava una anomalia visto che i requisiti minimi di terzietà e indipendenza non sarebbero assicurati da chi ricopre funzioni di governo del sistema carcerario. La nomina di Alemanno, però, è andata oltre ogni immaginazione possibile.
Nei confronti dell’ispettore Vincenzo Lo Cascio, neo garante romano dei detenuti, non abbiamo in corso nessuna questione personale. La questione - come si diceva una vola - è politica. A dire il vero è anche culturale. Il sindaco Alemanno evidentemente non conosceva alcun professore, esperto in diritti umani, avvocato, giurista, politico autorevole o degno a cui affidare l’incarico. Evidentemente conosceva solo poliziotti.
Tutto ciò accade nella città dove si è consumato uno dei crimini più efferati mai visti in Italia ai danni di una persona privata della libertà personale (Stefano Cucchi). Proprio in questi giorni il partito di Alemanno - per volontà del premier in persona - sta presentando una proposta organica di riforma della giustizia. Punto centrale è la separazione delle carriere. Un pubblico ministero non deve mai fare il giudice e viceversa. A Roma invece un poliziotto penitenziario può fare il garante dei detenuti. Qui le carriere non solo non vengono separate ma sono addirittura fuse.

Patrizio Gonnella  da il manifesto

Napoli - Disoccupati arrestati udienza di convalida. 8 ancora in carcere

"Udienza di convalida" per i 13 precari Bros arrestati e pestati tre giorni fà dopo l'occupazione di una banalissima saletta del consiglio regionale. Ricordiamo che la celere sfondo' il muro della sala con il contributo dei pompieri e ne ha mandati due all'ospedale.
Il clima mediatico è di rigida condanna con autentiche falsificazioni come il mito del Rolex rubato della guardia giurata... la stessa ne ha denunciato solo lo smarrimento, malgrado le insistenze della questura.
Una strumentalizzazione da quattro soldi, infatti le immagini hanno dimostrato che uno dei dimostranti lo ha raccolto da terra e poggiato su un mobile della sala occupata.
Almeno quest'accusa si è smontata, ma è servita giornalisticamente a creare una certa immagine falsificata della irruzione della polzia al consiglio regionale.
L'udienza di convalida ha avuto un esito molto pensante per i precari bors.
Solo 5 disoccupati sono usciti dal carcere di Poggioreale per andare agli arresti domiciliari, mentre altri 8 attivisti dei precari bros organzzati restanto in carcere a Poggioreale.
Nelle ultime settimane la spirale di repressione contro i movimenti a Napoli ha assunto i toni di una vera e propria caccia alle streghe. Disoccupati arrestati, studenti picchiati, cittadini in lotta contro le discariche picchiati ed arrestati, un clima cileno che la Questrua di Napoli con il primo dirigente Santi Giuffrè ed il capo della Digos Bonfiglio hanno instaurato in città sprezzanti della crisi e del dramma sociale che la città vive e di ogni banale regola democratica.

Carceri: Suicidi nelle carceri di Foggia e Bologna

Giancarlo Pergola, di 55 anni, si e' suicidato alle sette di ieri sera impiccandosi con un lenzuolo nella sua cella del reparto ''precauzionale'' del carcere di Foggia. A trovare il corpo dell'uomo un agente di polizia penitenziaria che non ha potuto fare nulla per salvarlo. A darne notizia e' l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere.
Un detenuto sloveno di 32 anni, P.G., si e' ucciso questa mattina nel carcere bolognese della Dozza; ha usato come cappio per l'impiccagione i lacci delle scarpe e il suicidio e' avvenuto nei locali delle docce.
A renderlo noto e' stato il segretario generale della Uil Penitenziari, Eugenio Sarno: ''Si tratta del 57/o suicidio in cella, un'ecatombe senza fine - ha commentato - Questi 57 corpi esanimi dovrebbero rappresentare 57 macigni sulle coscienze di chi dovrebbe e potrebbe gestire e risolvere, ma non lo fa''
Pergola era detenuto dal dicembre 2008 e il 16 marzo scorso i giudici della corte d'assise di Foggia l'avevano condannato a 12 anni di carcere (riconoscendogli la semi-infermita' mentale) per aver ucciso la madre, Maria Luisa De Nardellis, con un mattarello da cucina. La sera stessa dell'omicidio l'uomo confesso' il delitto dicendo di averlo fatto perche' stanco delle accuse che la madre gli rivolgeva per la sua condizione economica e lavorativa.
Nel mese di ottobre salgono cosi' a 6 i suicidi in carcere, mentre da inizio anno 57 detenuti si sono tolti la vita: 47 si sono impiccati, 6 asfissiati con il gas della bomboletta da camping, 3 avvelenati da mix di farmaci e 1 dissanguato dopo essersi tagliato la gola. L'ultimo suicidio avvenuto nel carcere di Foggia risale all'8 marzo 2009, quando si uccise il 25enne Leonardo Di Modugno.
Negli Istituti di pena pugliesi quello di Pergola e' il quinto suicidio dell'anno: 2 sono avvenuti nel carcere di Lecce, 1 in quello di Brindisi e 1 di Altamura (Ba).

Il dissenso non si licenzia!. Appello per il reintegro al lavoro di Damiano Piccione

Damiano Piccione è un giovane operaio edile che ha a cuore il suo futuro e quello di tutti, non rimanendo indifferente agli attacchi continui ai lavoratori e alle lavoratrici.
Come operaio si è sempre contraddistinto per l'impegno, per la sicurezza sui luoghi di lavoro, che nel campo edile è uno di quei costi che i padroni tagliano molto volentieri.
E' un operaio come molti che però non rimane indifferente a ciò che capita intorno a lui, s'informa, si organizza e lotta per i propri diritti, come dovrebbero fare molti più lavoratori.
Con questo spirito Damiano ha partecipato alla contestazione contro il leader della Cisl Bonanni alla festa del Pd. Con lo spirito di chi non si ritiene un numero da mettere a bilancio ma un lavoratore che ha delle cose da dire a chi, con metodo, sta svendendo i diritti dei lavoratori.
Ha partecipato alla contestazione ed è stato riconosciuto da alcuni esponenti della Cisl con cui aveva animatamente discusso molte volte, visto il ruolo di responsabile della sicurezza e da RSU di cantiere che aveva ricoperto in passato.
Uno di loro, in particolare, come si può ben vedere nei video diffusi, tentò di colpirlo con una sedia.
Da qui la rappresaglia di padroni e sindacato: la ditta per cui Damiano lavorava, ITINERA S.p.A. del gruppo Gavio, il 9 ottobre gli comunicava, dopo averlo sospeso, il licenziamento per giusta causa (ex art.2119 c.c.), perché riconosciuto in televisione e sui giornali tra i contestatori a Bonanni.

Il grimaldello per licenziarlo?
Quel giorno Damiano era in malattia, certificata dal medico addetto ai controlli da parte dell'INPS. E' bene notare che Damiano aveva già ricevuto i controlli in mattinata. Soprattutto, l'INPS non gli aveva contestato nulla.
Itinera S.p.a, evidentemente ben consigliata, gli contesta di aver rotto i suoi impegni ed obblighi lavorativi nei riguardi dell'azienda, con cavilli legali di raro utilizzo nelle cause tra lavoratori e padroni.
La verità è che Damiano è stato licenziato perché ha dissentito all'ordine di pace sociale imposto per smembrare il contratto collettivo dei metalmeccanici, per erodere i diritti di tutti i lavoratori e delle lavoratrici.
Saranno le udienze del giudice del lavoro a parlare dal punto di vista legale.
In questa vicenda, noi chiediamo che a Damiano non sia tolto per rappresaglia il suo diritto al lavoro e al dissenso!

Chiediamo l'immediato reintegro di Damiano Piccione presso l'azienda ITINERA S.p.A.

Guarda il video (clicca qui)



Rsu e mondo sindacale:
Massimo Favro Rsu Fillea Cgil Val di Susa
Rosa Pilloni Chivasso (TO) Rsu Fiom Cgil Chivasso(to)
Pasquale Rsu Fiom Cgil Grugliasco
Stefano Vannicelli Rsu Flc Cgil Università di Torino
Massimo Cappelli Rsu Flc Cgil Università di Torino
Stefano Demichelis Rsu Flc Cgil Università di Torino
Marco Congiu Direttivo Fiom Cgil Torino centro
Vincenzo Caliendo Rsu Cobas Mirafiori Torino
Piero Bernocchi Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Vincenzo Miliucci Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Pino Giampietro Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Pino Iaria Esecutivo Nazionale Confeder. Cobas Scuola D
Domenico Teramo Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Marco D’Ubaldo Esecutivo Nazionale Confederazione Cobas
Gabriella Filippi Esecutivo Nazionale Cobas
Roberto Spagnolo Esecutivo Regionale Piemonte Cobas Scuola
Raffaele Sciortino, Conf. Cobas Torino
Pino Capasso Conf. Cobas Scuola e Privato
Lucca Salvatore Stasi Conf. Cobas Taranto
Luca Tavano Conf. Cobas Lavoro Privato Napoli
Marco Scavanini Conf. Cobas Scuola Genova
Alessandro Nannini Conf. Cobas Lavoro Privato Firenze
Francesco Masi Conf. Cobas Scuola Basilicata
Bobo Aprile Conf. Cobas Brindisi
Fabrizio Onofri Conf. Cobas Roma
Teresa Vicidomini Conf. Cobas Salerno
Comitato Docenti Salerno
Renato Franzitta Conf. Cobas Sicilia
Mario Tucci Conf. Cobas Laterza (Taranto)
Giancarlo Della Corte Conf. Cobas Sardegna
Rosanna Fragomeni (Coord. Reg. Pubblico impiego USB)
Luigi Casali (Coord. Regionale del Piemonte USB)
Antonio Lania (Resp. Reg.Settore servizi USB)
Antonio Cimino (Segr. Territoriale Ivrea USB)
Enrica Coppo, funzionario REGIONE PIEMONTE - Moncrivello (VC)
Sacha Contu, Rsu-Usb Reggia di Venaria (To)
Antonio Mammone (RSA Reggia di Venaria-USB)
Villa Corrado, FLC CGIL, Torino
Vincenzo Grazino (flunitiCub)
Stefano Capello (Flaica Cub)
Luigi Pispa (cobas pt Cub)
Cosimo Scarinzi (Cub Scuola)
Strumia Renato (Sallca Cub)
Fulvio Beato, Direzione Flaica CUB
Mimmo Dallago, Federazione Autonoma Bancari Italiani- Sindacato Autonomo, Perugia

Personalità politiche e culturali:
Haidi Giuliani
Gianni Vattimo, filosofo (Torino)
Diego Novelli (direttore di Nuova società)
Andrea Doi (Caporedattore Nuova Società)
Giulia Zanotti (Caposervizio Nuova Società)
Nicoletta Dosio Circolo PRC Meyer-Vighetti - Bussoleno (valsusa, Torino)
Marco Santopadre, Direttore Radio Città aperta, Roma
Italo Disabato, Osservatorio sulla repressione
Giovanni Peta, Sinistra Critica Spezzano Sila, Cosenza
Virgilio Piln, Proletaria Vox

Uomini e donne
Federico Esposito, commesso Supermarket - Caluso (To)
Davide Tarocco Tatuatore
fabio benintende, studente - Torino
Salvatore Sapia, Account Department
Michele Anelli - Invorio (No) - musicista
Susanna Grego
Corinna Poggi
Berardi Alessandro Tarantasca Cuneo, artigiano
Antonio Capuano,ricercatore
Simone Neri, operaio elettricista industriale Genova
Simone Rubino,studente Università di Torino
Cecilia Stella, educatrice Torino
Davide Grasso, elettorando in filosofia presso Università di Torino

Collettivi e strutture politiche:
csoa askatasuna - Torino
Lab. occupato Crash! - Bologna
spazio antagonista Guernica - Modena
spazio antagonista Newroz, Pisa
CSOA Tempo Rosso - Pignataro Maggiore
No-Workers Terra di Lavoro (CE)
CSOA Spartaco S. Maria Capua Vetere (CE)
CSA Oltrefrontiera, PESARO

Deportazioni ed abusi a Catania

Nella notte di Mercoledì 27 Ottobre più di sessanta dei 128 migranti sbarcati nella nostra città per chiedere aiuto ed assistenza sono stati brutalmente deportati senza avere la possibilità di far valere i loro diritti .
Parliamo di deportazione innanzitutto perchè consideriamo i respingimenti di chi scappa da fame e guerra una pratica disumana indegna ed incompatibile con il rispetto dei diritti umani .
Ma parliamo di deportazione anche perchè a Catania si è consumata l'ennesima gravissima vicenda che ha visto le istituzioni coinvolte , prima fra tutte la Prefettura , rendersi protagoniste di palesi violazioni di legge e di inaccettabili abusi .A nessuna delle associazioni legittimate è infatti stato concesso di prestare assistenza giuridica e sociale ai migranti ai quali peraltro è stato impedito di incontrare gli avvocati e di avanzare una richiesta d'asilo in Italia . La Dottoressa Giuffrè della Prefettura ha più volte mentito agli esponenti delle associazioni e dei partiti per coprire un'espulsione indiscriminata imposta dal Ministero degli Interni , coinvolgendo peraltro la Procura di Catania il cui ruolo deve essere pubblicamente chiarito.
Inoltre siamo stati testimoni della brutalità con cui lo Stato italiano tratta i migranti che sbarcano nel nostro paese dopo drammatiche odisssee della speranza . Bambini scalzi lasciati illegalmente per più di un giorno in una palestra , pianti e disperazione ed esseri umani privati di ogni diritto sono stati sotto i nostri occhi nei due giorni di presidio indetto dalla rete degli antirazzisti catanesi.
Ribadiamo pertanto la nostra ferma condanna per quanto accaduto che in un paese civile dovrebbe portare ad un'immediata rimozione almeno del Prefetto di Catania e che ieri è stato la causa delle proteste di tutte e tutti coloro che apparteniamo alla rete degli antirazzisti catanesi alle quali lo Stato ha reagito con la consueta violenza .

Pierpaolo Montalto
Valerio Marletta

28 ottobre 2010

La polizia ci spia su Facebook

Un patto segreto con il social network. Che consente alle forze dell'ordine di entrare arbitrariamente e senza mandato della magistratura in tutti i profili degli utenti italiani. Lo hanno appena firmato in California

Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.
Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell'ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l'autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.
Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d'anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l'enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l'amicizia a qualcuno che graviti in ambienti "interessanti" per le forze dell'ordine.
A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi "ghisa" nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell'ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.
Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.
 
Giorgio Florian da l'Espresso

27 ottobre 2010

Torino: processo rewind, 7 condanne e 17 rinvii a giudizio


Si è conclusa oggi al Tribunale di Torino l’udienza preliminare per le giornate di mobilitazione del G8 University Summit del maggio del 2009 a Torino.
Sette condanne, due assoluzioni e 17 rinvii a giudizio. E' quanto disposto dal giudice per l'udienza preliminare . Sette condanne, due assoluzioni e 17 rinvii a giudizio. E' quanto disposto dal giudice come condanna di 1 grado per gli studenti sotto processo per la giornata di mobilitazione del 19 maggio 2009, il g8 university summit.
Nove studenti avevano chiesto il rito abbreviato, due sono stati assolti, uno e' stato condannato a due mesi di arresto per porto di bastone in luogo pubblico, cinque a un anno e uno a un anno e un mese di reclusione, per i reati di lesioni e resistenza aggravata.
Gli altri 17 studenti, che non avevano chiesto il rito abbreviato, sono stati rinviati a giudizio. "Siamo abbastanza soddisfatti - commenta ai giornalisti l'avvocato Claudio Novaro, che difende due dei giovani condannati - perche' il giudice ha accolto la nostra richiesta di accorpare le accuse. C'era stata una proliferazione di fattispecie. Noi abbiamo sostenuto che il reato principale fosse lesione e resistenza. Il giudice ha accolto la nostra richiesta". Tutte le condanne, precisa il legale, sono comunque coperte dalla condizionale.
La mobilitazione intendeva contestare la conferenza internazionale che si teneva quel giorno al parco del Valentino, dove era in programma presso la facoltà di Architettura il G8 University Summit. Vi partecipavano quarantuno, tra rettori e presidenti di Università da 19 Paesi del mondo. Un summit a porte chiuse, che non produsse niente (eccetto militarizzazione e controllo), lontano dai bisogni e dalle istanze portate avante quell'anno dalla movimento dell'Onda.
Non e' ancora stata resa nota l'udienza d'inizio per gli studenti che hanno optato per il rito ordinario.

fonte: InfoAut




La morte di Simone La Penna: ucciso per incuria. Sei indagati

Simone La Penna aveva 32 anni, di Viterbo. È morto in carcere, soffriva di anoressia nervosa e, dalle analisi, risultava una carenza di potassio nel sangue. A Regina Coeli era arrivato il 28 giugno 2009 dal reparto medico per detenuti dell'ospedale Belcolle di Viterbo. E subito, viste le sue condizioni, era stato trasferito nel centro clinico del penitenziario romano. Sembra che avesse chiesto l'aiuto di uno psichiatra. Ma Simone è stato ucciso dall'incuria e dalla inefficienza. Lasciato morire, come fu per Stefano Cucchi. Morire di fame, questa volta e senza "l'aiuto" delle percosse. Sei persone tra medici e infermieri dell'ospedale romano Sandro Pertini e dell'infermeria del carcere Regina Coeli sono indagati dalla Procura di Roma per omicidio colposo Simone è morto per negligenze imputabili a chi doveva garantirne lo stato di salute. «Un'altra morte nelle carceri italiane e del Lazio che poteva essere evitata e su cui è necessario fare immediatamente chiarezza». Lo afferma in una nota il consigliere provinciale di Sel e coordinatore del Gruppo Federato della Sinistra in Provincia, Gianluca Peciola. «Un caso che si va ad aggiungere alle altre 12 morti nel Lazio e 159 in Italia, dall'inizio dell'anno - aggiunge -. Tra l'altro, come nel caso di Stefano Cucchi, anche il giovane morto a Regina Coeli si trovava in stato di custodia cautelare in carcere per reati di droga. Ma soprattutto soffriva di anoressia nervosa per cui le sue condizioni di salute erano assolutamente incompatibili con il regime detentivo. Le misure cautelari troppo spesso diventano un'anticipazione della misura afflittiva della carcerazione, in stridente contrasto con il dettato costituzionale del principio della presunzione di non colpevolezza».
Il ragazzo era stato arrestato per detenzione di stupefacenti nel gennaio 2009. In passato era stato malato di anoressia e da quando era entrato in carcere aveva iniziato a perdere molti chili di peso. Ricoverato anche al Pertini, era stato rimandato in carcere, dove poi è morto per un arresto cardiaco imputabile alla denutrizione. La Penna era in carcere per reati legati alla droga (doveva scontare una pena fino al 2011).


26 ottobre 2010

Terzigno: la polizia irrompe nelle case dei manifestanti, arresto immediato per chi presidia la zona

E’ emergenza democratica nelle zone vesuviane. Secondo l’agenzia di stampa CNRmedia.com, in queste ore le forze dell’ordine stanno facendo irruzione a tappeto nelle abitazioni dei manifestanti.
La notizia era stata lanciata 5 ore fa dal web e soprattutto dal social network più famoso, Facebook, ed ha trovato conferma in un comunicato della Questura di Napoli, che ribadisce che le perquisizioni sono solo "operazioni di routine".
La polizia sta usufruendo dell’articolo 41 del codice penale che dà la possibilità di irrompere in un domicilio privato senza il mandato del giudice, appellandosi ad un ipotetico sospetto di possesso di armi o droga.
Le testimonianze raccolte da CNRmedia sono allarmanti: “Ti perquisiscono alla ricerca di armi e droga e se non trovano nulla ti rilasciano un foglio con gli estremi della perquisizione e l'esito negativo. Altrimenti ti arrestano".
Oppure “Stiamo parlando di persone senza precedenti, completamente incensurate. Sono stati perquisiti circa quindici giovani manifestanti: qualcuno è stato rilasciato immediatamente, altri sono stati portati in questura di Napoli per poi essere liberati senza che sia stato trovato nulla".
E ancora: “Con questo metodo diversi ragazzi si sono intimoriti e, anche per la pressione delle famiglie spaventate, difficilmente li rivedremo in giro. È un'operazione squallida".
Intanto i sindaci vesuviani, durante l'incontro in Prefettura a Napoli con il sottosegretario Bertolaso, hanno ribadito un secco no all’apertura della seconda discarica e auspicano che siano eseguiti il prima possibile gli accertamenti sullo stato di salute della discarica Sari.
Ma è anche emergenza economica, infatti gli imprenditori della zona fanno sapere che si sta generando nell'area una grave crisi, con il rischio di 600-700 posti di lavoro a perdere.
Per ultimo, secondo la giornalista del Corriere della Sera, Fiorenza Sarzanini, è in studio una misura dettata direttamente dal Ministro Maroni, che parla di “divieto di assembramento nella rotonda di Terzigno” prevedendo l’arresto immediato per chi non rispetta tale veto.
Questa direttiva è già sulla scrivania del Prefetto Andrea De Martino, che la renderà subito operativa in caso si verificassero nuovi scontri.
E’ questa la linea dura di cui parlava Maroni? E poi, una domanda sorge spontanea: a Terzigno la Costituzione è stata sospesa?

fonte: Infooggi

Testimonianze: Carcere,cimitero sociale?

Dall'inizio dell'anno i suicidi in carcere sono 55… e nessuno ne parla. Molte persone aldilà del muro di cinta si domandano perché molti detenuti si tolgano la vita. Invece molti detenuti al di qua del muro si domandano quale motivo hanno per non togliersi la vita. La verità è che la morte in carcere è l'unica cosa che può portare un po' di speranza, amore sociale e felicità, perché quando ti togli la vita hai il vantaggio di smettere di soffrire. Una volta il carcere era solo una discarica sociale, ora è diventato anche un cimitero sociale. Da un po' di anni a queste parte la cosa più difficile in carcere non è più morire, ma vivere. I detenuti in carcere vengono controllati, osservati, contati, ogni momento del giorno e della notte, eppure riescono facilmente a togliersi la vita. Diciamo la verità: i detenuti non sono amati e non importa a nessuno se si tolgono la vita. Ormai le persone perbene si voltano dall'altra parte, mentre altri fanno finta di non vedere quello che vedono. Diciamoci la verità: questo accade perché la grandissima maggioranza della popolazione detenuta è costituita da individui disperati, poveri cristi, immigrati, tossicodipendenti, disoccupati e analfabeti. Persone di cui non importa a nessuno. Eppure di questa "gentaglia", di questa "spazzatura umana" non andrebbe buttato via nulla, perché con lo slogan "Tutti dentro" e "Certezza della pena" i partiti più forcaioli vinceranno le prossime elezioni. Nella stragrande maggioranza dei casi la morte in carcere è la conseguenza di un comportamento passivo e omissivo dello Stato, che scaraventa una persona in una cella, la chiude a chiave e se ne va. Eppure l'eutanasia in Italia è proibita. Lo Stato non fa nulla per evitare la morte in carcere, non per niente l'Italia è il Paese più condannato della Corte Europea dei Diritti Umani.

Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto (Pg)

Omicidio Cucchi, chiesti 12 rinvii a giudizio

Processo Cucchi, chiesto il rinvio a giudizio per 12 tra secondini e sanitari e la condanna per l'unico imputato ad aver chiesto il rito abbreviato. Per i legali della famiglia Cucchi la perizia su cui si basa il processo è «inaccettabile, misera e contraddittoria» ma i pm credono che non sia necessario ripeterla. E hanno detto anche che contro i carabinieri avrebbero sventato molti tentativi di depistaggio. Per questo l'Arma resterà fuori dal processo.
Chiesto ieri il rinvio a giudizio di 12 persone e la richiesta di condanna a due anni per un tredicesimo imputato che aveva chiesto il rito abbreviato. La condanna è stata chiesta per Claudio Marchiandi, funzionario del Prap, il Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria. Nel corso della requisitoria di ieri i due pm hanno ricostruito le tappe della vicenda: dall'arresto per pochi grammi di fumo la notte del 15 ottobre 2009 all'arrivo al reparto protetto dell'ospedale Pertini, dove Cucchi morirà il 22 ottobre. Proprio in merito al trasferimento al reparto penitenziario, il pm Barba, ha affermato che «non doveva stare lì, le sue condizioni cliniche imponevano che Stefano dovesse essere trasportato al pronto soccorso». Per l'accusa quella decisione è fatta per «porre Cucchi lontano da sguardi Indiscreti. Stefano viene isolato dal resto del mondo: non gli viene concesso neanche di parlare con il proprio avvocato, non vengono informati i genitori della sue condizioni di salute. Ascoltando l'audio dell'udienza di convalida si sente la sua voce sofferente, si sente che ha subito qualcosa ma nessuno fa riferimento a lesioni visibili». Per il magistrato, inoltre, sono «evidenti anche le inadempienze del personale del Pertini: ciò che viene riportato nella sua cartella clinica è in aperto contrasto con quanto riscontrato dai medici del pronto soccorso del Fatebenefratelli e dal personale medico di Regina Coeli». Da parte dei medici e infermieri «c'è stato un disinteresse totale». Il pm ha poi affermato che sono stati molti i tentativi di depistaggio volti ad accusare i carabinieri ma le indagini non hanno riscontrato nulla in tal senso. L'altra pm, Maria Francesca Loy, ha spiegato che nei confronti degli agenti penitenziari non è stato contestato di omicidio preterintenzionale in quanto la consulenza dei medici legali «ha dimostrato che non vi sia alcun nesso causale tra la morte e le lesioni. Non è necessaria altra perizia: gli aspetti della morte di Cucchi sono stati esaminati senza lasciare dubbi».



Napoli: pestaggi, cariche e fermi contro i precari del progetto bros

La celere e i carabinieri sfondano il muro (!) della sala occupata del consiglio regionale, e danno vita a un pestaggio letterale della trentina di occupanti, del movimento dei precari bros, che praticamente non avevano opposto resistenza, salvo chiudersi dentro.Varie ambulanze sono state chiamate sotto la sede del consiglio e questo fa temere per la condizione dei fermati. Non ci sono altre notizie, perchè tutti gli altri sono stati portati in questura, dove ora si stanno dirigendo i movimenti dei precari. Fanno appello a tutti i compagni di recarsi subito alla questura!

La risposta alle esigenze di lavoro non può essere la repressione e le manganellate.Soprattutto quando le proteste non costituiscono un problema per l’ordine pubblico ma si trattasemplicemente delle iniziative pacifiche per accendere i riflettori su un dramma che impoveriscemigliaia di famiglia.Stamattina (martedì 26 ottobre), al centro direzionale di Napoli, nella sede del Consiglio regionale, è accaduto un episodio gravissimo che testimonia da un alto, quanto la tensione sia alta sull’emergenza lavoro, e dall’altro, la distanza dei consiglieri regionali e degli assessori dalle istanzedella popolazione.
Circa venti disoccupati, inseriti nel progetto Bros, ex isola, sono entrati nel Palazzo del potere ed hanno occupato una stanza al secondo piano. Tutto in maniera pacifica. Venti padri di famiglia che rivendicano un posto di lavoro, che chiedono alle istituzioni di non essere dimenticati dopo aver svolto per anni il percorso sancito dalla Regione: formazione orientamento ed esperienze lavorative. Il tutto per un reddito mensile pari a circa 500 euro. La fame.
I venti disoccupati hanno esposto dalla finestra uno striscione: “Lavoro per tutti, progetto Bros”. Nulla di male. Bastava l’intervento dell’assessore al Lavoro Severino Nappi, di un qualsiasi rappresentante della giunta Caldoro o di un semplice consigliere regionale, per fornire spiegazioni sul nuovo piano lavoro e sulla prospettiva dei 4mila precari “Bros”. Insomma, la gente si lamenta, difronte all’indifferenza dell’amministrazione pubblica e delle istituzioni tenta con iniziative pacifiche di accendere i riflettori sul loro dramma e la politica non interviene. Anzi, fa di più. I consiglieri regionali chiamano le forze dell’ordine che arrivano con delle camionette blindate. Lo sportello si apre, scendono gli uomini in assetto antisommossa. Caschi, scudi, parastinchi e manganelli. Come se fosse un blitz per arrestare chissà quale boss o per scontrarsi con un migliaio di facinorosi. Salgono su, al secondo piano, e succede l’incredibile. Si ascoltano urla pure dall’esterno del Palazzo. Davanti all’ingresso, in fretta e furia, si radunano altri disoccupati. Una ventina. Arrivano diverse telefonate e la comunicazione: “I disoccupati al primo piano sono stati massacrati”. La rabbia aumenta, si diffonde un sentimento comune di amarezza e di impotenza. Gli ingressi vengono blindati da carabinieri in assetto antisommossa. Ma dei “compagni” che hanno occupato il Palazzo non v’è traccia. Nessuno riesce a vederli. Non escono dagli ingressi principali. Arrivano gli ordini. Alcuni blindati si trasferiscono nel garage sotterraneo del Consiglio regionale. E’ tutto pronto.
Le camionette entrano nel sito per prelevare i manifestanti senza che nessuno veda niente. Addirittura i dirigenti delle forze dell’ordine “cacciano” un giornalista ed un fotografo dell’Ansa. “Vene dovete andare”. Non c’è nessun rischio per l’ordine pubblico. Nessun problema. Tutto sottocontrollo. Solo la volontà di evitare che i manifestanti venissero fotografati. Perché? Nessuno lo ha capito. Mettono alle calcagna un poliziotto che scorta il reporter e il fotografo dell’Ansa sulle scale che portano al piano superiore. Nessuno deve vedere e nessuno deve sapere. Diritto di cronaca violato e chissà quale altro diritto violato. I consiglieri regionali nelle loro stanze come se nulla fosse successo. Questa è la fotografia di una mattinata di vergogna.

fonte: Indymedia Napoli

Maroni mostra i muscoli alla gente di Terzigno

Chissà se il bossolo di gas cs scaduto è proprio quello sparato ad altezza d'uomo dal poliziotto ripreso mentre compie freddamente un gesto omicida. Sta di fatto che le due "cartoline" da Terzigno stanno facendo il giro del mondo sul web ma quasi nessuno mette in relazione quei fatti con il proclama ennesimo di Maroni Roberto, ministro di polizia per Berlusconi. L'enfasi della stampa mainstream, ieri, era tutta per l'aggressione della notte a due auto-civetta nel centro del comune vesuviano che si oppone da giorni all'apertura della seconda e più grande discarica d'Europa nel cuore di un parco nazionale. Un agente è rimasto ferito a un occhio e tre persone, tutte giovanissime, incensurate e del posto, sono state arrestate con l'accusa di resistenza, lesioni e violenza. Gli agenti in borghese erano in servizio di prevenzione mentre centinaia di loro colleghi, in tenuta antisommossa, presidia via Zabatta, l'accesso alla seconda discarica. Maroni se l'è presa e ha annunciato che non è più accettabile. Invita a deporre le armi altrimenti sarà costretto a intervenire in modo duro. Più duro dei lacrimogeni ad altezza d'uomo, più velenoso dei gas Cs, gli stessi adoperati a Genova da quel galantuomo di Scajola nel 2001. Magari La Russa, quando si dice pronto a inviare altri soldati, ha in mente un piano afgano. Vale la pena ricordare che un candelotto ad altezza d'uomo può ammazzare e che quel gas fa male al punto che la convenzione di Ginevra lo proibisce in teatri di guerra. Maroni, invece, ritiene che i suoi uomini si stiano comportando con grande prudenza e grande responsabilità. Sono gli altri, cattivi, che li attaccano. Ma un'altra foto giramondo, immortala un eroe dei nostri tempi che lancia un bel sampietrino. E la sua è una perfetta tenuta da robocop antisommossa. Allora Maroni a un certo punto dichiara ancora che «i violenti cercano il morto» e uno pensa «finalmente se n'è accorto». Invece no anche stavolta. I cattivi sono quelli che danno retta alle mamme vulcaniche, ai nonni, agli impiegati, agli studenti, ai disoccupati, alle casalinghe. Vulcanici anche loro. La Uilps, che difese a spada tratta i rapitori di manifestanti della Raniero, racconta di orde di facinorosi sprangamuniti che andrebbero a caccia di volanti e autocompattatori ma anche questa sigla, pur chiedendo rinforzi, è persuasa che non ci siano clan e centri sociali dietro le violenze.
«Minacce inconcepibili quelle di Maroni, degne di un capotribù anziché di un ministro», fa sapere Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, osservando come quella di Terzigno non sia una situazione risolvibile dal punto di vista dell'ordine pubblico. «A meno che non si voglia dichiarare guerra a un'intera comunità che difende il proprio diritto a vivere in salute e in sicurezza. A meno che non siano Maroni e il governo a cercare un esito drammatico». E' quello che pensa anche il Movimento difesa territorio area vesuviana che suggerisce una riflessione ulteriore: «Tutti sanno che la vicenda Terzigno travalica la questione meramente tecnica della gestione della discarica investendo un campo di contesa più generale: le prossime elezioni comunali di Napoli, gli interessi economici legati al flusso dei rifiuti, la lotta interna al Pdl campano, la sperimentazione di nuove forme di controllo sociale utilizzate in situazioni d'emergenza».
Bisognerebbe rifare il piano rifiuti, osserva ancora Ferrero. Ma i parlamentari Pdl della Campania e i vertici di Regione e Provincia non sono riusciti a trovare un accordo su un altro territorio da martirizzare anche se si ripete il mantra della trattativa che va avanti: «Siamo a buon punto, trovo la situazione migliorata in alcune parti e in altre non peggiorata - ha detto il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso in Prefettura a Napoli, in relazione alla raccolta dei rifiuti in città - il termovalorizzatore di Acerra funziona bene, oggi siamo sopra le 1500 tonnellate di rifiuti bruciati. Sono risultati in linea». In linea con l'usanza di bruciarci il tal-quale. Che il ciclo sia saltato, che i rifiuti non passino spesso nemmeno per gli Stir (stabilimento di tritovagliatura ed imballaggio rifiuti, gli ex Cdr come quello di Giugliano dov'è morto domenica un lavoratore di Portici) è ormai denunciato da diverse voci e anche il sindaco di Acerra si professa allarmato per l'ipotesi che si bruci di tutto nell'impianto imposto militarmente ai suoi cittadini.
Il ministro Rotondi, quello dell'Attuazione del programma, si iscrive al "partito del morto": lo Stato non può fare passi indietro o avere «la falsa pietà di cambiare programma per le proteste». Dunque, la divisa blu che ha sparato ad altezza d'uomo altro non faceva se non "attuare il programma"?
I verdi hanno fatto un sopralluogo con Bonelli, il segretario, e Giobbe Covatta che si è fatto fotografare con una «pericolosa camorrista» di sei anni. «Maroni deve sapere che è pronto a usare la forza contro donne che sventolano i rosari». Bersani, quello del Pd, sconsiglia l'uso della forza: «Non servono i miracoli, che finiscono in discarica, ma un piano di solidarietà». Intanto Brunetta e Rosa Russo Iervolino si scambiano accuse reciproche di non sapere di cosa si parla quando si parla di rifiuti napoletani. De Magistris invita il governo a «incontrare i comitati che propongono misure alternative: differenziata, trattamento meccanico a freddo, impianti di compostaggio per l'umido, abbattimento della produzione di scarti». Ma il governatore Caldoro chiede altra pazienza ai campani, almeno altri due-tre anni, il tempo di costruire i nuovi termovalorizzatori, la soluzione preferita da cricche e camorre. E Bertolaso spera che i sindaci ci ripensino, fa sapere che l'apertura della seconda discarica non è prossima e si vanta che a Cava Sari siano arrivati i camion con l'argilla per diminuire la puzza. Sarebbe l'inizio della bonifica. Ma i sindaci non hanno gradito l'accordo beffa che ignora l'inquinamento delle falde e insiste sullo sversamento a Cava Sari, la prima discarica.
Proteste, roghi e cassonetti rovesciati si registrano anche a Napoli città mentre qualcuno fa due conti e scopre che l'emergenza rifiuti costa venti euro a testa per ciascun italiano, 1,1 miliardi. Ormai la protesta va avanti da una settimana e, tra Boscoreale e Terzigno, ieri, c'era una sorta di normalità tra i segni della battaglia. Quasi tutti i negozi erano aperti.

Checchino Antonini

In queste ore stanno perquisendo le case dei manifestanti e stanno imponendo lo stato di fermo che impedisce loro di partecipare ai cortei e ai presidi. Terzigno chiede aiuto a tutta l'Italia che ha il dovere di rispondere!

Sei un albanese? La tua vita vale meno. Sentenza choc a Torino. Il magistrato riduce il risarcimento per i familiari

Secondo una sentenza pronunciata lo scorso 20 luglio dalla IV sezione del tribunale civile di Torino l'uguaglianza di fronte alla legge va sottoposta a discrimine. Essa va sottomessa al vaglio del contesto economico e sociale. Si tratta della stessa filosofia contenuta nel concetto di "gabbie salariali": anche se l'unità di tempo lavorativa è la stessa e la qualità e intensità di lavoro fornita la medesima, la retribuzione varia a seconda delle zone. Ad essere retribuita così non è la quantità di lavoro fornita nella medesima unità di tempo, ma l'idea di costo della vita che si ritiene possa esistere in un determinato territorio. Sappiamo tutti, perché l'esperienza quotidiana ce lo prova ogni giorno, che il principio di uguaglianza dei cittadini, sancito dall'articolo 3 della nostra costituzione ispirato dalla dottrina universalistica dei diritti umani, è spesso privo di efficacia. D'altronde il testo costituzionale parla di uguaglianza di fronte alla legge. Già di fronte al mercato le cose cambiano drasticamente. E questa sentenza lo dimostra. L'asimmetria degli attori che si confrontano rende evidente la presenza di soggetti deboli, demuniti di forza, capacità contrattuale e persuasiva, contrapposti a soggetti, al contrario, fortissimi. Il differente peso degli attori si spiega con la disparità di capitale che ciascuno porta con sé. Capitale economico, ma non solo. Anche il capitale culturale, sociale e simbolico finiscono sul piatto della bilancia determinando le traiettorie esistenziali dei singoli e dei gruppi sociali. Va detto che la costituzione italiana mostra di esserne assolutamente consapevole, tant'è che nel secondo comma dell'articolo 3 prescrive la rimozione degli impedimenti di natura sostanziale che non consentono la piena realizzazione dell'uguaglianza formale, attribuendo alla Repubblica il «compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che impediscono pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Si tratta di una di quelle norme definite "programmatiche" o "predittive", cioè senza immediato contenuto applicativo, che prefiguravano un mutamento degli equilibri socio-politici del Paese, risultato dell'influenza dei giuristi social-comunisti che parteciparono all'elaborazione del testo costituzionale. Questa costituzione virtuale non ha visto la luce. Salvo rari momenti in cui i cicli di lotta sociale hanno consentito degli avanzamenti sul piano dei diritti e delle conquiste effettive. La costituzione materiale ha sempre frenato l'evoluzione legislativa nel senso programmatico indicato dalla costituzione. La sentenza di Torino, di cui si è avuta notizia ieri, indigna ma in fondo non sorprende. Dice le cose come stanno oggi. Cioè molto male. I fatti riguardano la morte sul lavoro di un operaio albanese, dipendente di una ditta subappaltatrice della Dalmine, precipitato da un ponteggio alto 30 metri e sprovvisto delle misure di sicurezza antinfortunistiche. Secondo il giudice il risarcimento riconosciuto agli eredi non può essere attribuito sulla base di «un uguale valore monetario che sia indipendente dal contesto economico in cui vive il singolo danneggiato». In parole semplici, la vita di un albanese vale meno di quella di un Italiano perché in Albania il costo della vita è più basso. Pertanto elargire lo stesso risarcimento «creerebbe un ingiustificato arricchimento a coloro che vivono in Stati ad economia depressa e costo della vita inferiore». C'è da dubitare che di fronte ad un cittadino Statunitense o del Dubai il giudice avrebbe applicato il ragionamento inverso aumentando i compensi. Il giudice si è riferito ad una sentenza della Cassazione del 2000, presentata dalla Fondiaria-Sai, ente assicurativo chiamato al risarcimento.Tuttavia la giurisprudenza successiva afferma che «la tutela dei diritti dei lavoratori va assicurata senza disparità di trattamento tra persone con cittadinanza italiana, comunitaria o extracomunitaria». Anche il codice civile non prevede un risarcimento del danno formulato in base alla provenienza etnica, raziale, nazionale, o al credo religioso e politico della persona che ne ha fatto richiesta. La sentenza di Torino fornisce una lettura della legge assolutamente asservita agli interessi delle assicurazioni e dei soggetti imprenditoriali. La costituzione materiale vince su quelle legale.

Paolo Persichetti da Liberazione

25 ottobre 2010

A Terzigno usati i gas Cs come al G8 di genova!

Come dimostra la foto di uno dei tantissimi bossoli di lacrimogeno lanciati nelle strade di Terzigno e soprattutto di Boscoreale in questi giorni, le forze dell'ordine stanno usando abbondantemente i famigerati lacrimogeni a base di Cs, usati con grande scandalo durante il G8 di Genova, vietati dalla convenzione di GInevra per uso militare perchè il Cs è considerato un gas venefico di cui ancora non si conoscono pienamente gli effetti sulla salute a lungo andare!
Ricordiamo poi che nei nostri comuni in queste serate se ne fa un uso abbondante in contesti urbani chiusi e pieni di case, con un evidente effetto di concentrazione


Leggi gli articoli pubblicati su Carta sul candelotto usato al G8 di Genova

23 ottobre 2010

Ancona: Detenuto di 22 anni ritrovato morto nel carcere

Alberto Grande, 22 anni, è stato ritrovato morto ieri mattina nella sua cella del carcere di Montacuto ad Ancona.
Si tratta della terza vittima dentro l’istituto di pena anconetano dall’inizio dell’anno: tre detenuti giovani e non affetti da particolari patologie, le cui morti appaiono quantomeno “sospette”.
Il primo caso risale allo scorso mese di maggio (non conosciamo la data precisa), quando un 27enne marocchino fu ritrovato senza vita steso sul pavimento della cella. La notizia non trapela fino ad agosto quando, in occasione dell’iniziativa “Una cella in piazza”, la responsabile del Prap regionale, Manuela Ceresani, dichiara alla stampa: “Due soli i suicidi registrati da inizio anno (nelle carceri delle Marche - n.d.r.), uno ad Ancona (Montacuto) e il secondo a Fermo”. (Il Messaggero - Cronaca di Ancona, 21 agosto 2010). Ma il Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria, che ha ricevuto dal Prap delle Marche la comunicazione del decesso (suicidio?), classifica l’episodio come “morte per cause naturali”.
Il pomeriggio del 25 settembre Ajoub Ghaz, detenuto tunisino di 26 anni, viene ritrovato morto nella sua cella. Dai primi rilievi sembra che abbia ingerito un mix letale di farmaci. La procura di Ancona dispone l’autopsia. “Non si esclude la tesi di un suicidio” (Resto del Carlino - Cronaca di Ancona, 26 settembre 2010)
Il 27 settembre Eugenio Sarno, Segretario generale del sindacato Uil-Pa Penitenziari, dichiara all’Adnkronos: “Il suicidio del 26enne detenuto tunisino nel carcere di Ancona, che si è verificato sabato scorso, fa salire l'asticella delle autosoppressioni dietro le sbarre, nel 2010, a 50 morti".
Il 13 ottobre il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria diffonde le statistiche aggiornate riguardanti i suicidi in carcere: ad Ancona non risulta avvenuto nessun suicidio, mentre risulta quello avvenuto a Fermo (Ap), come dichiarato dalla responsabile del Prap Marche in agosto. Si tratta di Vincenzo Balsamo, che si è impiccato il 23 febbraio.
Ieri, per la terza volta dall’inizio dell’anno, nel carcere di Montacuto un giovane detenuto muore per cause apparentemente misteriose. Il Resto del Carlino - Cronaca di Ancona, oggi scrive: “Ennesimo giallo nel carcere di Montacuto. La vittima è un ragazzo di origini napoletane, Alberto Grande, e il rinvenimento del suo cadavere è avvenuto nella tarda mattinata di ieri”. “Quando un compagno di cella ha dato l’allarme sul posto sono accorsi medico e infermiere del carcere che hanno tentato di rianimare il giovane, purtroppo invano. Grande non si è mai ripreso e una volta constatato il decesso la salma è stata trasferita all’istituto di medicina legale dell’ospedale di Torrette. Tutte in piedi le ipotesi che hanno provocato l’arresto cardiocircolatorio del ventiduenne. Gli inquirenti e le autorità carcerarie non escludono che si sia potuto trattare di un gesto volontario, magari a seguito dell’assunzione di farmaci. La cosa certa al momento è che sul corpo del giovane non sono stati trovati segni di morte violenta, ma è chiaro che soltanto l’autopsia, disposta dalla procura, chiarirà ogni dubbio”.
Alberto Grande si è suicidato, assumendo intenzionalmente un mix letale di farmaci, o delle droghe?
Oppure l’arresto cardiocircolatorio che lo ha ucciso è da attribuire a “cause naturali”?
Per noi rimane il fatto che un ragazzo di 22 anni, entrato sano in carcere lo scorso luglio, in carcere ci è morto.

fonte: Ristretti Orizzonti

22 ottobre 2010

Testimonianze: «Così mi hanno pestato a sangue»

«Ho provato ad aiutare una donna di 60 anni, la polizia ha manganellato me e il mio ragazzo».

Il suo volto insanguinato è sulla prima pagina dei maggiori quotidiani nazionali. La sua foto è tra le più condivise sui social network. Il sangue che scorre sul suo volto è diventato il simbolo della protesta di Terzigno. È Carla Martire, la giovane manganellata negli scontri anti-discarica che sempre più assumono le fattezze di una «guerra civile».

Prima di tutto, Carla come va?
«Ora sto meglio. Ho solo qualche livido al volto.»

Come si è arrivati a questa escalation di violenza?
«Eravamo su via Panoramica. C’è stata una carica delle forze dell’ordine. Alcuni hanno cercato di fuggire, entrando nel cancello di una proprietà privata. Ma una donna sui 60 anni è stata aggredita e sono intervenuta per chiedere il perché di tanto accanimento».

Lì sono partite le manganellate.
«Si. Il mio ragazzo ha cercato subito di difendermi ma è stato aggredito anche lui. Ora ha una contusione al naso. Tra l’altro, l’ambulanza non è venuta nemmeno in nostro soccorso. Dopo mezz’ora di attesa siamo andati in ospedale con i nostri mezzi».

Secondo lei, perché l’hanno colpita?
«Per spaventare le mamme, i bambini, tutti coloro che protestano pacificamente. Le persone più violente non sono mai state “toccate”. È un piano già scritto. Si vuole evitare la via pacifica e mostrare all’informazione nazionale solo i risvolti più violenti e tutto ciò per metterci a tacere. Noi eravamo disponibili a un impianto di compostaggio, a Terzigno si è raggiunto il 50% di differenziata ma nessuno lo dice».

Come definisce l’attuale situazione di Terzigno?
«Qua è una guerra. I negozi sono chiusi, gli elicotteri sorvolano la zona continuamente. Vorrei già tornare in strada ma se non hai le gambe per correre non si può».

La protesta è stata tutta in crescendo.
«Sì, si è partiti da una situazione pacifica con la discesa delle 300 lanterne dal Vesuvio. Il sindaco di Terzigno ci aveva assicurato che la discarica non sarebbe stata aperta. Ma era solo un modo per tenere buone le persone. Quando si è saputo dell’apertura anche di una seconda discarica ovviamente è successo il finimondo. Non hanno interpellato nessuno, eravamo e siamo completamente fuori dai giochi».

Quando credi che si raggiungerà l’apice della violenza?
«Dopo le parole del presidente Berlusconi . Temo che gli scontri di stasera saranno i più forti in assoluto.»



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