30 settembre 2010

Walter Rossi, il nostro "ricordo senza pace"

Sono passati ormai 33 anni dall'assassinio di Walter Rossi, era il 30 settembre del 1977, e non è facile togliere tutto questo tempo dalla testa di molti di noi, per poter così tornare a parlare di quel ragazzo ventenne, giovane di Lotta Continua, senza cadere nella nostalgia di quegli anni per molti aspetti tragici ma al tempo stesso affollati e pieni di coraggio. Non è facile tradurre in parole semplici da poter trasmettere alla gente di oggi, soprattutto ai più giovani, le coraggiose scelte controcorrente di quelle generazioni che decisero, senza alcun rimborso spese o posti al sole, non solo di sognare una società più giusta ma anche di provare a praticare un modo diverso di fare attività politica e con essa tentare di modificare seriamente "lo stato delle cose presenti", anche a rischio della loro stessa vita. Come puoi raccontarlo ai ragazzi d'oggi? Come fai oggi a dire a qualcuno che tornati dal Convegno di Bologna, dove si diedero appuntamento buona parte della "meglio gioventù" dell'allora sinistra extraparlamentare e non solo, ti poteva accadere di andare con gli altri compagni e compagne a volantinare per denunciare il ferimento della compagna Elena Pacinelli, avvenuto il giorno prima a piazza Igea ora piazza Walter Rossi, e trovarti di fronte i neofascisti che escono fuori dalla loro sezione del Msi di viale delle Medaglie d'Oro armati di pistole e coperti dai blindati delle forze dell'ordine? Forze dell'ordine che in quello stesso anno si erano già allenate, sempre a Roma, a dare copertura anche ai colleghi delle squadre speciali, quelli che spararono ad altezza d'uomo a Corso Vittorio Emanuele il 12 maggio, durante la manifestazione indetta dai radicali per festeggiare l'anniversario della vittoria del referendum sul divorzio. Ed anche in quel caso fu colpita a morte una giovanissima compagna del liceo Pasteur: Giorgiana Masi. E come per Giorgiana, Francesco, Walter, la storia degli omicidi di compagni nel nostro paese è proseguita con Ivo, Roberto, Ciro, Valerio, Auro, Carlo, Dax, Renato. Così come quella di altri giovani come Federico e Stefano, insieme a quella dei tanti fratelli migranti lasciati sulle strade, nelle carceri, nei Cie o in fondo al mare di Sicilia. Come fai a convincerli che tra questi neofascisti, allora iscritti all'organizzazione giovanile del Msi, il Fronte della Gioventù, c'erano anche molti degli attuali protagonisti della cosiddetta "destra moderna" che governa il paese? Infine, come fai a dire loro che a sparare a Walter Rossi, in quel maledetto pomeriggio del 30 settembre, furono Alibrandi e Fioravanti ma che a distanza di 33 anni dal suo assassinio nessuno ha mai pagato?
Devi comunque avere la forza per trasmettere e raccontare questa storia, continuando a lottare per riuscire ad avere giustizia. Senza giustizia non c'è alcuna pace. E senza memoria non v'è alcun ricordo. Anche se resta "un ricordo senza pace" quello che continua ad attraversare la testa e il cuore di molti di noi che, ancora oggi, continuiamo a portare chiaro e fermo il ricordo di quegli anni. Anche oggi, a 33 anni dal 30 settembre 1977, la lotta continua.

Claudio Ortale

29 settembre 2010

G8 Genova: la morte di Carlo Giuliani al vaglio della Corte Europea per i diritti dell’uomo

Il caso della morte di Carlo Giuliani, avvenuta a Genova nel 2001 durante gli scontri tra polizia e manifestanti che accompagnarono il G8, torna sul tavolo della Corte europea per i diritti dell’uomo.
Durante l’udienza pubblica fissata per la  questa mattina, mercoledì 29,  settembre presso la Grande Camera, massima istanza della Corte, i giudici di Strasburgo sentiranno nuovamente le parti in seguito ai ricorsi presentati contra la prima sentenza.
Ne’ il governo italiano, ne’ i genitori del ragazzo sono infatti rimasti soddisfatti dalla decisione presa da una delle Camere della Corte il 25 agosto del 2009. Allora i giudici conclusero all’unanimità che Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani uccidendolo, aveva agito per legittima difesa, dando cosi ragione alla tesi del governo italiano.
Ma allo stesso tempo, con una decisione presa a maggioranza (quattro voti favorevoli contro tre contrari), la Corte diede anche ragione ai familiari di Carlo Giuliani riconoscendo che l’Italia avrebbe dovuto svolgere un’inchiesta più approfondita per stabilire se la morte del ragazzo potesse essere in qualche modo imputabile a una cattiva pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico.
I giudici stabilirono anche che il governo doveva versare ai genitori di Carlo, a titolo di risarcimento, 40.000 euro. Alla Corte, che ha accettato di riesaminare il caso lo scorso primo marzo, occorreranno comunque diversi mesi per emettere la nuova sentenza, che questa volta tuttavia sarà definitiva.

fonte: bliz quotidiano

Le carceri italiane sono le più sovraffollate d’Europa, record anche per i detenuti in attesa di giudizio

Nelle carceri italiane in 100 posti-branda sono ammassate 152 persone.
Soltanto in Bulgaria il tasso di affollamento delle carceri è maggiore (155), mentre la media europea è 107 detenuti ogni 100 posti.
Un recente studio realizzato dell'International Centre for Prison Studies, King’s College, University of London, dal quale abbiamo tratto le statistiche allegate, aiuta a comprendere meglio le ragioni del sovraffollamento degli Istituti di pena nel nostro Paese.

L’Italia detiene in “record” delle custodie cautelari
Al 30 giugno 2010 il 42,5% dei detenuti era in attesa di giudizio e la metà di loro è destinato ad essere assolto: circa 15.000 persone, che scontano da innocenti mesi e a volte anni di “pena anticipata” e contribuiscono a rendere gremite le celle. La media europea dei detenuti in carcerazione preventiva è del 24%, ma scende rispettivamente al 15,2% e al 14,9 in Germania e in Inghilterra. In Polonia, addirittura il 90% dei detenuti ha una sentenza definitiva.

Le misure alternative sono poco utilizzate
Dal confronto tra il numero dei detenuti ogni 100.000 abitanti negli anni 1998 e 2010 appare evidente che alcuni Paesi sono riusciti a ridurre sensibilmente il tasso di carcerizzazione. Poiché il numero complessivo dei reati commessi nell’Ue è rimasto pressoché stabile negli ultimi 10 anni, questo risultato è frutto soprattutto di un maggiore utilizzo delle misure alternative per sanzionare i reati “minori”. In altri Paesi, al contrario, il carcere è rimasto lo strumento primario per la repressione della devianza, anzi nel corso degli anni si è iniziato ad utilizzarlo in nuovi ambiti. Così se Germania il tasso di carcerizzazione è diminuito da 96 a 88 (-12) e oggi in carcere ci sono 6.500 persone in meno rispetto a 12 anni fa, in Italia da 85 a 112 (+27) e i detenuti sono quasi 20.000 in più. Diminuzioni del tasso e del numero di detenuti si sono registrate anche in Portogallo, Irlanda del Nord, Paesi Baltici, Bulgaria e Romania (che ha visto dimezzarsi il numero di detenuti).
Tuttavia nella maggior parte degli Stati è prevalsa la tendenza ad un maggiore utilizzo del carcere: il tasso di carcerizzazione è così aumentato in Francia (+10%), in Inghilterra (+28%), in Belgio (+16%), in Olanda (+9%), in Svezia (+18%) e soprattutto in Spagna (+50%), dove oggi ci sono 31.000 detenuti in più rispetto al 1998. Nel complesso dell’Ue il numero dei detenuti è aumentato di 84.000 unità, passando dalle 551.643 del 1998 alle 635.845 di oggi. L’Italia ha contribuito per circa il 25% a questo “risultato”.

I detenuti extracomunitari
Nelle carceri dell’Ue sono detenuti 128.200 extracomunitari, di questi 24.600 in Italia. In termini percentuali rappresentano il 20,7% di tutte le persone presenti nelle carceri europee e il 36% in quelle italiane. Nel 1998 erano il 25% dei detenuti in Italia e il 16% in Europa, quindi l’incremento percentuale è stato maggiore (11 punti, contro 4,7) nel nostro Paese rispetto all’insieme dell’Ue.
Significativamente gli Stati nei quali i detenuti extracomunitari sono presenti in percentuali maggiori sono quelli che hanno adottato metodi più “decisi” nel contrasto all’immigrazione irregolare: Austria (45,8%), Grecia (43,9%), Italia (36,2%), Spagna (35,7%). Percentuali altissime ci sono a Cipro, Malta e Lussemburgo, ma non possono essere utilmente confrontate con quelle degli altri Paesi: le prime due nazioni rappresentano tappe naturali sulle rotte dell’immigrazione irregolare e il Lussemburgo è un piccolissimo principato dove i residenti stranieri sono più numerosi dei lussemburghesi stessi. Al contrario, percentuali più basse si registrano in Paesi di immigrazione “storica”: Inghilterra (13,1%), Francia (18,2%), Germania (26,3%).

fonte: Ristretti Orizzonti

Milano: studenti picchiati dalla polizia per il blitz contro la «scuola di guerra». De Corato chiede lo sgombero dei centri sociali.

Un gruppo di studenti e militanti del centro sociale milanese Cantiere e del Coordinamento dei collettivi studenteschi ha dato vita a una protesta davanti agli uffici dell’Unuci [Ufficio nazionale ufficiali in congedo d’Italia] per protestare contro il protocollo – siglato dalla direzione scolastica della Lombardia e dal comandante regionale dell’Esercito – che prevede lo svolgimento di lezioni da parte di ex soldati nelle scuole superiori. Lo striscione diceva «Contro ignoranza, razzismo e precarietà ribellati per la vita. Diserta la scuola della guerra», sui cartelli c’era scritto «I soldi per la scuola si devono trovare tagliando la spesa militare», «Make school not war», «Stupri, omicidi, torture e bombe al fosforo: questa è la cultura militare».
I ragazzi hanno fatto irruzione nella sede dell’Unuci. Respinti, si sono diretti verso la metropolitana di piazza Duomo in corteo. Sono intervenuti agenti della polizia e carabinieri in tenuta antisommossa che li hanno bloccati. I manifestanti hanno dunque improvvisato una sorta di comizio, spiegando le ragioni della loro protesta a passanti e turisti. Alcuni di loro hanno denunciato di essere stati presi a pugni e manganellate dagli agenti. Dopo essere stati tutti identificati, hanno potuto lasciare la stazione.
Dopo «l’ennesima pagliacciata dei centri sociali» occorre «che il ministro Maroni provveda a disattivarli». Lo dichiara in una nota il vicesindaco e assessore alla sicurezza del comune di Milano, Riccardo De Corato, dopo che una ventina di militanti del centro sociale Cantiere e del Coordinamento dei collettivi studenteschi di Milano hanno organizzato una protesta all’esterno degli uffici dell’Unuci [Ufficio nazionale ufficiali in congedo d’Italia], contro l’intesa che prevede lo svolgimento di lezioni da parte di ex soldati nelle scuole superiori.

Tessera del tifoso, grande spot commerciale. E ora indaga anche il Garante della Privacy

Finalmente qualcosa si muove. Su segnalazione di alcuni cittadini e un’associazione di consumatori, il Garante per la Privacy ha aperto un’istruttoria sulla tessera del tifoso. Entro un mese è atteso l’esito. Tre i punti particolarmente controversi: il trattamento dei dati personali, l’utilizzo della tecnologia inserita nel microchip, nonché la liceità dell’obbligo di acquisto di una carta prepagata per ottenere la tessera del tifoso.
A insospettire i tifosi era stata la modulistica di richiesta. Su cui non era chiaro a chi andassero in mano i dati personali. Ma non solo. Perché, nonostante il clamore suscitato dalla sua introduzione, in pochi ancora oggi hanno capito cosa sia la tessera del tifoso. La quale è a tutti gli effetti una carta prepagata. Che può essere utilizzata per comprare biglietti e l’abbonamento allo stadio, ma anche per acquistare qualunque altra cosa, proprio come ogni altra carta. E c’è di più: essa contiene anche un microchip di tecnologia RFID, attraverso il quale particolari macchinari sono in grado di rilevarne i dati a distanza, seppur breve. E inoltre, al contrario delle normali prepagate, contiene la foto del possessore. Tutto ciò già contrastava un primo parere espresso dal Garante per la Privacy nel giugno 2010, in cui si precisavano alcuni aspetti del trattamento dei dati personali nelle linee guida del ministero.
Ufficialmente, però, la tessera del tifoso venne introdotta per curare la piaga della violenza negli stadi. Eravamo, si badi bene alle date, a metà 2009. Già allora, come riporta l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, i reati da stadio erano in considerevole diminuzione: contando solo il numero di feriti, si è passati dai 1.219 della stagione 2003-2004 ai 361 di quella 2007-2008, con un’ulteriore diminuzione del 66% nel girone d’andata dello scorso anno. Ebbene, la tessera veniva spacciata come ulteriore elemento di sicurezza e prevenzione. Da una parte la squadra forniva una tessera di fedeltà al tifoso, dall’altra la Questura controllava che sul titolare non pendessero provvedimenti ostativi (un provvedimento di Daspo o una condanna passata in primo grado per reati da stadio, sentenza che di fatto sancisce una diffida a vita a frequentare qualunque stadio). Tale misura però, sebbene meno aspra, era già in vigore dal 2005, allorché le squadre furono costrette a trasmettere i dati dei propri abbonati alla Questura.
E allora che bisogno c’era della tessera del tifoso? A far diminuire la violenza? Be’, se si prendono in esame le prime giornate di questo campionato sembra proprio di no. E c’è un perché. La circolare ministeriale 555/2009 che introdusse la tessera del tifoso, infatti, si guardò bene dal renderla obbligatoria. Non solo non lo fece per le singole società, le quali avrebbero potuto benissimo non aderire all’intero progetto. Ma nemmeno per il singolo tifoso, il quale può a tutt’oggi andare al botteghino o in banca e ottenere così il suo diritto d’accesso allo stadio. Con due uniche preclusioni: l’abbonamento per l’intera stagione e i biglietti per le trasferte nel cosiddetto “settore ospiti”, ossia quella gabbia dove i tifosi in trasferta vengono assiepati come fossero mandrie.
Cosa è successo? Semplice, che chi non ha sottoscritto la tessera del tifoso (vuoi perché, è il caso di molti ultrà, la vede come una schedatura, vuoi perché, condannato per reati da stadio, non poteva farlo) è andato ugualmente in trasferta, ha comprato un biglietto per una tribuna che non fosse quella “ospiti”, e si è seduto in un settore normalmente frequentato dai tifosi di casa. Risultato: incidenti. A Brescia, due settimane fa, il più grave, con un tifoso della provincia di Ragusa finito in ospedale (in quella partita c’erano solo 26 tifosi del Palermo nella gabbia, tutti gli altri erano nelle varie tribune). Invece il 19 settembre, a Marassi, durante Sampdoria-Napoli, l’accensione di una torcia da parte dei tifosi partenopei ed il conseguente parapiglia in tribuna (la curva ospiti era semideserta) ha costretto steward e forze dell’ordine a fare cordone nel settore distinti. Mentre a Brindisi, già alla prima di campionato di Lega Pro, sette tifosi dell’Avellino che non si trovavano nel settore ospiti si sono azzuffati con quelli di casa. Per loro potrebbe scattare il Daspo. Nel caso, anche se volessero, niente prepagata.
D’altronde non ci voleva molto a capire che lo scopo della tessera del tifoso fosse eminentemente commerciale. Non a caso, dopo il lancio pubblicitario disastroso, con i gruppi ultrà che non ne volevano sapere di sottoscriverla e quelli dell’Atalanta, era il 26 agosto, che assaltavano la festa di Alzano Lombardo dove parlava il ministro dell’Interno Bobo Maroni, molte squadre sul loro sito l’hanno camuffata con nomi accattivanti, puntando tutto sulla fidelizzazione. Come è accaduto spesso in passato, il meccanismo ha fatto leva sull’amore per il calcio degli italiani, il quale, a fronte di una diminuzione delle presenze allo stadio (quest’anno in serie A mancano all’appello già 70.000 paganti), è in grande crescita, almeno stando a una recente indagine di Demos & Pi (fonte Repubblica). Detto fatto, finora sono 655mila le tessere del tifoso sottoscritte. Come dire, un ulteriore balzello per tanti appassionati (si consideri che la prepagata finisce in mano pure ai minori di 14 anni), ma anche fa un gran favore alle banche, guarda caso il soggetto che spesso emette le fideiussioni grazie alle quali le squadre ottengono l’iscrizione ai campionati.

Elena Filicori e Matteo Lunardini da il fatto quotidiano

28 settembre 2010

Massacrarono di botte un ultras del Brescia, a giudizio otto poliziotti della celere di Bologna

Otto poliziotti rinviati a giudizio per il pestaggio nei confronti di Paolo Scaroni, l’ultras del Brescia che il 24 settembre 2005 andò in coma a causa delle manganellate della polizia ricevute alla stazione di Verona Porta Nuova. Da allora è iniziata una lunghissima battaglia condotta da Paolo, dai suoi famigliari e dagli ultras del gruppo ultras Brescia 1911, del quale Paolo fa parte, che hanno smontato punto per punto le menzogne e le reticenze messe in campo dai poliziotti indagati e dalla Questura scaligera. Un esempio su tutti: a poche ore dal massacro di Paolo, con il ragazzo ancora in bilico fra la vita e la morte, il questore veronese aveva accusato sia i suoi amici che gli ultras veronesi – mai presenti in stazione – di aver ferito l’ultras biancoblu con un sasso. Misteriosi tagli riguardano inoltre i filmati del circuito interno della stazione, magicamente tagliati proprio nei momenti più compromettenti per i poliziotti accusati

27 settembre 2010

Testimonianze: Ultras, una storia di ordinaria repressione

La storia, di per sé, è ordinaria. Una storia di ordinaria repressione, si direbbe, utilizzando una formula inflazionata. Un paio di poliziotti, neppure particolarmente determinati, che bussano alla porta. Qualche attimo per riordinare le idee. La novità: bisogna seguirli in carcere. Un carico pendente, una vecchia sentenza, pretende soddisfazione. Ci sono da scontare tre mesi. È la prima volta. Legittimo frastuono. Una sola telefonata tra i diritti. Un amico, che dia l’avvio al tam-tam. Che divampa subito. “Hanno arrestato Topazio!”. E via di ipotesi: forse hanno bisogno di intimidire per via del fatto che dopodomani c’è Foggia-Pescara allo “Zaccheria”, hanno preso il meno protetto, il più scoperto, il più sgamato. Tesi da provare, perché l’accusa – a primo acchitto – è ridicola. Una firma saltata durante la diffida. Tre mesi di galera. Ferrei, inflessibili come con nessun evasore fiscale o costruttore d’ecomostri sulla spiaggia. Si rifletta. Si riflette.
Un ultras arrestato. Nella scala delle categorie bistrattate, l’ultras precede i brigatisti e i rom. Ma di poco. Si, folkloristici, curiosi, originali, caratteristici. Il fumo delle torce, le coreografie, i tamburi, i bandieroni. Ma basta alzare il vento della politica e vanno giù. A retate. Bastano poche immagini evocative, e lo scenario muta. Affacciati ai finestrini degli autobus a sputare insulti sui malcapitati passanti, intenti a rovesciare cassonetti, a bloccare il traffico, a lanciare pietre, a scontrarsi con le eternamente fuoriposto forze dell’ordine o con i tifosi avversari. Hanno rovinato il calcio, si sente dire. Quel calcio che, prima del loro avvento, era un divertimento puro, pulito, per famigliole e brava gente del Dopoguerra innocente.
Se agli ultras come Topazio si deve il declino, Topazio è colpevole, a prescindere. Per le sue scelte, per il suo stile di vita. E difatti, restano gli amici, quelli veri, quelli che sono come lui. Per il resto, attorno è cordone sanitario: è difficile anche solo parlare di sproporzione della pena rispetto al reato contestato. Non ci sono orecchie che intendano intendere. Una firma saltata diventa peggio di uno stupro, la popolazione si fa ferrea ed inflessibile tanto quanto la magistratura. “Se fosse andato a firmare non sarebbe successo”, dicono i saggi. Pillole del giorno dopo. “Che ha fatto per meritarsi la diffida?”, chiedono – con malcelata malizia – i giusti. Sospettando e pregustando. Pochi, pochissimi sanno cosa sia un daspo. Quali immondi, immorali, indegni atti criminali bisogna porre in essere per meritarselo, per essere allontanato dalle strutture sportive per 3, 6, 12, 24 mesi. Topazio, nello specifico, s’era trovato nel bel mezzo di una danza di guerra con la polizia. Nel 2003. Ma, oggi come oggi, basterebbe accendere un fumogeno.
Sia chiaro, nessun ultras è inconsapevole. Nessuno pretende l’immunità degli onorevoli. Nessuno invoca l’impunità, il diritto allo scontro o sciocchezze simili. Tutti sanno quali siano le regole del gioco a cui hanno scelto di giocare. Il daspo, l’arresto, fanno parte dei danni collaterali. E si accettano, senza frignare o lamentarsi. Senza gridare al complotto. Ma quando la pena diventa ad hoc, quando l’attenzione si fa specifica e si taglia sugli ultras come un abito di sartoria, allora andrebbe sottolineato il dato – minimalista quanto si vuole, ma pur sempre dato – che dietro l’ultras si nasconde il cittadino. E se la prima entità può essere vituperata e crocifissa ai media per ragioni di pressante contingenza, sulla seconda un minimo di dibattito dovrebbe svilupparsi. Beccare tre mesi in piena faccia perché si è omessa una firma, e beccarsi l’obbligo di firma perché diffidati preventivamente, ed essere diffidati perché si è riconosciuti come “violenti da stadio”, e risultare violenti perché una volta, nel 2003 – sette anni e passa fa – si era a fronteggiare la polizia in una serata dove alla fine fortunatamente nessuno s’è fatto male, è o non è un problema di cittadinanza? Nessun elegante elemento della buona società fatta di diritti e doveri scorge, nella filigrana di questo curriculum, un principio di accanimento categoriale? A nessun pedofilo viene preventivamente impedito di frequentare gli ingressi delle Elementari; a nessun costruttore di aggirarsi presso le scogliere o i boschi incontaminati; a nessun omicida di bazzicare case, bar, chiese e teatri. Gli ultras, in questi anni, hanno ingoiato violazioni della privacy (cfr. biglietti nominali), limitazioni al diritto di movimento (cfr. trasferte vietate), misure straordinarie di controllo e repressione (cfr. diffide preventive, segnalazioni, avvertimenti). Ma di stadio come laboratorio del controllo si è già detto a sufficienza (anche perché le limitazioni hanno toccato, a cascata, ogni altro “utente” dell’universo-calcio). Fatto sta che il “caso Topazio” è finito – spray o vernice su stoffa e carta – negli stadi di mezza Italia, sul web, nelle radio. Ma non certo nei luoghi della società civile. Nelle agorà che si dannavano sulla Cirami; nei fori dove si progettava la cittadinanza attiva contro il Legittimo impedimento. Una storia da ultras non è una storia da premier. Una dicotomia che sa di ghetto. Un’incapacità di leggere la realtà minuta che dimostra, meglio di un pamphlet di politologia, lo sprofondo dal quale certe logge ancora provano ad esprimersi/rappresentarsi come “alternative”. E certificano il loro compiuto fallimento.

Plebe Foggia da Sport alla Rovescia

Il 41bis e la voglia di forca

Si sarà mostrato severamente accigliato, il Ministro della giustizia, mentre dal palco di un talk-show politico di tarda estate, rispondeva alla notizia dell’azione di “recupero crediti” intentata da Giovanni Brusca nei confronti di certi suoi fiduciari, ai quali avrebbe affidato, durante la latitanza, parte delle sue ricchezze. La Procura di Palermo gli contesta il riciclaggio e l’estorsione. Non poco per un condannato per fatti di mafia, autore e mandante di reati efferati, dalla strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone, allo scioglimento nell’acido del piccolo Giuseppe Di Matteo.
Per commentare una notizia così clamorosa, il Ministro avrà pensato che servisse una dichiarazione altrettanto clamorosa e, corrugando la fronte, non avrà deluso le aspettative del suo pubblico politico-vacanziero: «abbiamo reso durissimo il carcere duro. E nel carcere duro ci stanno tutti i boss che le fiction e i Tg hanno reso famosi, tutti stanno al carcere duro e quegli ergastoli noi non li intiepidiremo mai e moriranno là». Un occhio al celodurismo leghista, uno alle polemiche del premier contro le fiction che fanno male all’immagine dell’Italia e poi giù contro gli ergastoli tiepidi: «moriranno là».
Forse non hanno spiegato all’accigliato Ministro che– nonostante le sue continue modifiche celoduriste - il 41bis continua a giustificarsi solo come misura di emergenza, legata alla sussistenza di collegamenti con un’associazione criminale, per impedire che si manifestino in direttive agli affiliati esterni: il cosiddetto “carcere duro” non è una pena speciale per autori di reati speciali.
E poi sull’ergastolo: forse al Ministro non hanno spiegato che – nonostante una giurisprudenza involutiva – la finalità rieducativa della pena iscritta nell’art. 27 della Costituzione riguarda tutti i detenuti, qualunque reato abbiano commesso, e dunque lui non può permettersi di prospettare a nessuno l’eventualità di morire in carcere, dovendo – al contrario - l’Amministrazione penitenziaria che da lui dipende operare in senso diametralmente opposto, non solo cercando di evitare lo stillicidio di morti volontarie e involontarie che pure accadono nelle carceri italiane, ma anche lavorando alle concrete possibilità di reinserimento di qualsiasi detenuto.
Infine, al Ministro avranno dimenticato di dire che Brusca non è un detenuto al 41bis, ma un collaboratore di giustizia, protetto dallo Stato. Per questo gode dei permessi premio e forse anche per questo si preoccupa del “recupero crediti” che gli viene contestato. Non che si debba rivedere in senso celodurista la legge sui pentiti, ma almeno si eviti di fare confusione e di fomentare nella pubblica opinione la voglia di forca: il passo successivo alla promessa di far morire qualcuno in carcere.
 
Stefano Anastasia da Terra News

Carcere: 2 suicidi in questo ultimo fine settimana.

Ajoub Ghaz un detenuto tunisino di 26 anni, ,si e' suicidato, con un mix letale di farmaci, nella sua cella della casa circondariale di Ancona, sabato 25 settembre.
Mirco Sacchet, 27 anni, si è impiccato in una cella d'isolamento del penitenziario di Baldenich di Belluno. Aveva un cappio stretto al collo e l’altra estremità di un lenzuolo strappato legata ad una sbarra della sua cella. Così le guardie carcerarie di Baldeninch hanno trovato ieri mattina Mirco Sacchet, classe 1983 di Cesiomaggiore. Erano da poco passate le 6 del mattino quando è stato lanciato l’allarme al medico di guardia permanente nella casa circondariale. Ma ogni soccorso si è rivelato del tutto inutile dal momento che il detenuto era già deceduto da almeno un’ora.
Dramma, all’alba, all’interno delle mura del carcere di Belluno. Un dramma che coinvolge un ragazzo giovane, di appena 27 anni, che da qualche mese si trovava rinchiuso, su sua stessa richiesta, in una cella d’isolamento del carcere. Le modalità della disgrazia lasciano poco spazio a dubbi: dovrebbe trattarsi di un suicidio.
Anche se la procura della Repubblica ha aperto un fascicolo per chiarire ogni aspetto della morte del giovane di Cesiomaggiore. Non è escluso che venga disposta l’autopsia. Non si sanno i motivi che l’hanno portato alcuni mesi fa a chiedere di essere spostato in una cella d’isolamento dove in genere sono rinchiusi i detenuti per i reati più gravi o perché necessitano di protezione o cure sanitarie.
Il giovane, infatti, si trovava in cella perché doveva scontare una pena di due anni e 20 giorni (patteggiata nel gennaio 2009) per un furto d’auto a Sedico e proprio oggi avrebbe dovuto presentarsi di fronte ad un giudice del tribunale di Belluno per rispondere, in udienza filtro, del reato di resistenza ed ingiurie a due carabinieri di Feltre per un fatto del 2006.
Il suicidio di Mirco Sacchet è il 51^  suicidio nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno

26 settembre 2010

Bergamo: Un anno di carcere, per 4 mele "rubate"

Mentre il governo sprofonda nel suo verminaio e precipita il Paese in una crisi politica e morale senza precedenti; mentre i palazzi del potere trasudano malversazione, corruzione e ruberie; mentre lì si pratica la guerra per bande nel più totale, cinico disinteresse per la vita grama in cui si dibatte gran parte del popolo italiano; mentre i ricchi possono impunemente confiscare risorse che appartengono a tutti i cittadini, accade che il tribunale di Bergamo condanni ad un anno di carcere un marocchino di 52 anni colpevole di avere asportato, senza pagare, quattro mele dal banco di un supermercato.
C'è, in questo allucinante affresco dell'Italia contemporanea, tutta l'abnormità dell'ingiustizia, della protervia classista, dell'ottusa cattiveria che prorompe dalle implacabili sanzioni comminate ai poveri diavoli e, per converso, dell'indulgenza generosamente riservata ai prepotenti.
Viviamo da tempo, con colpevole assuefazione, rapporti umani e sociali avvelenati dall'individualismo, dalla chiusura nel proprio particulare, dalla rottura dei legami solidaristici e di prossimità. Si tende così a chiudere gli occhi di fronte a comportamenti che umiliano l'altrui dignità, quando non è in gioco la propria. Senza capire che la campana suona per tutti.
Non ci sono né artifizi, né imbrogli, né cortine fumogene che possano nascondere questa tristissima realtà. Di fronte alla quale non basta indignarsi. Ma che occorre voler rovesciare. Come un guanto. Prima di affogarci dentro.

Nasce l'associazione dei familiari delle vittime delle violenze di "stato"

Unione di fatto. La rete tra i familiari delle vittime di "malapolizia" è informale ma esiste già. Patrizia, Haidi, Ilaria, Lucia, Elia, Stefania e molti altri si soccorrono l'un l'altro, dialogano anche tramite i blog, condividono l'umanità dolente di chi è stato scaraventato su una scena pubblica che mai avrebbe immaginato.
Unione di fatti. «Ora dobbiamo imparare a intrecciare i vissuti per fare un passo avanti - spiega Patrizia Aldrovandi cinque anni esatti da quando i poliziotti bussarono alla sua porta - perché non succeda mai più, per uscire dalla solitudine». Il cinema in cui parla è pieno e lo sarà fino a sera quando partirà la fiaccolata diretta a Via Ippodromo dove si consumò quel violentissimo e e ancora misterioso "controllo di polizia" che uccise un diciottenne incensurato. Esecutori e depistatori - già condannati in primo grado - ancora al loro posto. Chi s'è battuto per non insabbiare il caso, però, ha lanciato l'appello per continuare a interrogarsi su come rendere stabile quella rete di affetti e di passione civile. Lo hanno raccolto le associazioni, i ragazzi delle curve e tutti quelli che hanno dedicato poesie, romanzi, articoli e video a Federico Aldrovandi. Un discorso partito da Livorno, Genova, Pisa e nelle altre città di quel «Paese dei comitati» che è l'Italia. Così ha detto a suo tempo Manlio Milani, la cui moglie fu dilaniata dalla bomba di piazza della Loggia.
Nell'indifferenza pressoché totale della politica ferrarese (era presente solo il consigliere provinciale di Rifondazione comunista), questo dialogo ieri ha fatto un passo avanti. Patrizia e Lino hanno voluto mettere la loro esperienza «a disposizione del futuro, nel nome di Federico e degli altri». Alla tavola rotonda ciascuno degli interventi ha cercato dei nessi tra storie in apparenza diverse. Ognuno ha raccontato la solitudine di quei momenti, la criminalizzazione delle vittime, i depistaggi, le omertà. «I linciaggi morali da parte di funzionari di uno Stato che si chiude a riccio, che non è trasparente».
Altro tratto comune a molte di queste voci è la lezione civile che è partita dal caso Aldrovandi: «Senza Federico - dice Ilaria Cucchi - quella di Stefano sarebbe rimasta una morte naturale». Quella sera di ottobre dell'anno scorso, Ilaria cercò Patrizia su internet e fra dieci giorni inizierà il processo per l'uccisione di suo fratello. «Vorrei un pm come quello di Ferrara», chiede Lucia Uva, sorella di Giuseppe che fu preso per strada a Varese mentre «giocava» e fu torturato, secondo le accuse dei familiari, in una caserma dove c'erano due carabinieri e sei poliziotti. Ma il pm, a oltre due anni dai fatti, interroga i giornalisti che raccontano la storia, interrogano i medici legali della famiglia e le associazioni - come "A buon diritto" - che si occupano della storia. C'è chi sta da tre anni alla ricerca di una strada per un vero processo. Come i Bianzino, la famiglia di Aldo, pacifico ebanista che morì due giorni dopo «essere entrato sano in carcere», ricorda uno dei suoi figli, Elia.
Patrizia è contenta per l'arrivo in sala di Stefano Gugliotta, pestato dai celerini che andavano a caccia di ultra fuori dall'Olimpico. «Sono contenta che le persone che videro tutto dai palazzi hanno filmato la scena con un telefonino e hanno trovato la forza di testimoniare». Ma Stefano spiega quanto sarà dura: «In ordine pubblico sono tutti incappucciati». Così lui sta misurando quanto sia difficile trovare i colpevoli. Proprio come sa già Paolo Scaroni, tifoso bresciano sfigurato dalle pesanti attenzioni della celere nella stazione veronese il 24 settembre 2005, poche ore prima che i quattro agenti di Ferrara facessero anche peggio con Federico (solo il 2 dicembre inizierà il processo a sette dei suoi presunti carnefici). «Una rete potrebbe aiutare», conferma Elia Bianzino. «Forse uniti il dolore pesa meno», dice pure Giorgio Sandri, padre di Gabriele, che conta i giorni che mancano al processo d'appello. Sono 65. Ma anche sulla sua storia pesa l'infamia di una versione ufficiale subito costruita dai vertici del Viminale.
«Che cosa si può fare?», si domanda Haidi Giuliani, una delle prime a pensare a una rete tra queste storie invisibili. «Si può fare politica - è risposta che la stessa mamma di Carlo suggerisce - mandare lettere a un giornale è politica, così come lo è vivere nella società, partecipare, anche partecipare al dolore degli altri». Spiega Haidi che anche chi non è stato ucciso da gente in divisa è vittima di meccanismi di depistaggio e criminalizzazione. E infine liquida la versione ufficiale che liquida le evidenze come frutto dell'azione di mele marce. «E' vero gli assassini in divisa sono pochi. Ma quanti loro colleghi parlano? Quanti sono capaci di indignarsi e di denunciare il degrado delle loro istituzioni?». Le idee cominciano a prendere corpo: nascerà un'associazione che si occuperà di supporto legale e di supporto psicologico, che gestirà campagne per rendere esigibili i diritti costituzionali. Perché di questo si parla. La gente di questo cinema (dove prima della fiaccolata sarà proiettato il film di Filippo Vendemmiati, "E' stato morto un ragazzo") è un pezzo del tessuto che prova a resistere al degrado della democrazia in Italia.


Checchino Antonini

25 settembre 2010

Tifosi del Fasano trattenuti in caserma a Castellana Grotte

Sei fasanesi sono stati bloccati ieri sera (23 settembre) dai Carabinieri a Castellana Grotte e fino a tarda ora sono stati trattenuti in caserma. In base alle poche e frammentarie notizie trapelate dalla cittadina del sub barese, a quanto pare, i sei – che sarebbero tutti tifosi fasanesi - avrebbero compiuto una vera e propria spedizione punitiva nella città delle grotte, dove ieri pomeriggio si è disputata la partita Castellana-Martina Franca, gara valevole per la seconda fase della Coppa Italia. Gara che si è conclusa con la sconfitta del Martina Franca per tre reti a uno.
Al termine della partita, a quanto pare, un gruppo formato da una ventina di fasanesi si sarebbe fatto trovare all’esterno del campo sportivo con l’intenzione di dare una lezione ai tifosi martinesi. Tra le due tifoserie – è cosa nota – c’è un’acredine storica. Non è escluso che sulla decisione del gruppo di esagitati di andare in trasferta nella città delle grotte per dare una lezione ai supporter martinesi che avevano seguito la loro squadra del cuore a Castellana possa aver influito il fatto che domenica scorsa, in occasione dell’incontro Martina-Fasano, ai fasanesi è stato impedito, da un provvedimento dell’osservatorio sugli eventi sportivi, l’accesso allo stadio.
Finita la partita, una ventina di tifosi organizzati del Martina, uscendo dal campo, si è trovata di fronte il gruppo dei fasanesi che hanno subito messo in chiaro le loro intenzioni. I tarantini, a quanto pare, hanno subito fatto marcia indietro e si sono barricati all’interno dello stadio. Nel frattempo i carabinieri si sono precipitati all’esterno del campo e hanno formato una barriera umana per evitare ulteriori contatti e frizioni tra i due gruppi contrapposti. Una volta che la situazione è tornata alla normalità, i militari dell’Arma si sono messi sulle tracce dei facinorosi. E’ partita una vera e propria caccia all’uomo, a conclusione della quale sei persone, tutte di Fasano, sono state condotte in caserma. Almeno questo è quello che è stato possibile sapere.
Sino a tarda sera il “destino” delle sei persone, sulle cui generalità non è trapelato assolutamente nulla, è stato incerto: la “bravata” potrebbe costare ai sei fasanesi addirittura l’arresto. Una denuncia a piede libero, in ogni caso, non gliela toglie nessuno.
Nessun dubbio, almeno secondo le forze dell’ordine, sul fatto che nel mirino del gruppo di fasanesi fossero destinati a finire i tifosi organizzati del Martina. Complessivamente, ieri erano una cinquantina i martinesi che erano andati in trasferta a Castellana per seguire la propria squadra. Ma l’attenzione dei fasanesi si è concentrata solo su chi ostentava sciarpe, magliette e gadget della tifoseria organizzata martinese.

fonte. fasano.it

Genova: agente già condannato per le torture a Bolzaneto rinviato a giudizio per stupro. A Secondigliano arrestati 8 poliziotti: rubavano agli spacciatori

Anche questa settimana non mancano notizia di cronaca nera riguardanti alcuni esponenti delle cosiddette forze dell’ordine. Una riguarda Massimo Pigozzi, il poliziotto di 46 anni accusato di aver stuprato due prostitute romene e di averne palpeggiate altre due nello spogliatoio della questura, che ieri è stato rinviato a giudizio. La prima udienza del processo per violenza sessuale aggravata è stata fissata per il prossimo primo dicembre presso il tribunale penale.
I due diversi episodi alla base del processo risalgono al 2005: il poliziotto, all’epoca in servizio presso le camere di sicurezza della questura di Genova, era stato accusato da due diverse prostitute romene che si trovavano in stato di fermo, di essere state fatte uscire dalla cella ed accompagnate nello spogliatoio dove sarebbero state violentate.
Da notare che l’agente Pigozzi era stato già condannato a tre anni e due mesi di reclusione (in primo e secondo grado) nel processo per le violenze e le torture inflitte nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del luglio 2001 ai danni di alcuni manifestanti inermi: è stato infatti riconosciuto colpevole di aver divaricato e rotto le dita di una mano a una persona che era stata fermata provocandogli lesioni gravi.
Ieri si è appreso che il ministero degli Interni presieduto da Roberto Maroni si è costituito parte civile nel processo a carico del poliziotto per il danno diretto in relazione all’abbandono del posto di lavoro e per quello all’immagine. Ma ci vorrebbe ben altro per rimediare al danno d’immagine creato dalle cosiddette ‘mele marce’.
Notizia di ieri è anche quella proveniente dalla Campania, dove ultimamente alcuni spacciatori di droga avevano denunciato di essere oggetto di furti da parte di alcuni poliziotti. Fatto confermato da alcune intercettazioni che hanno portato all'arresto di otto agenti del commissariato di polizia di Secondigliano - dove insieme all' adiacente Scampia si concentra la gran parte delle piazze di spaccio di Napoli - disposto dal gip Tommaso Miranda su richiesta dei pm Enrica Parascandolo e Vincenzo Ranieri. Significative le conversazioni intercettate in carcere tra Antonio Di Lauro, arrestato dagli agenti il 21 ottobre 2009 perché custodiva in casa una consistente quantità di droga, ed i suoi familiari. Dopo avere calcolato quanto denaro e quanta droga i poliziotti avevano portato via, lo spacciatore invitava i parenti a togliere dall'appartamento il denaro e gli oggetti di valore nell'eventualità di un nuovo blitz. Dalle intercettazioni emerge che gli agenti avrebbero sottratto denaro anche dalle tasche di indumenti trovati in casa, da portafogli e borsellini e si sarebbero appropriati anche di un paio di occhiali da sole. Ora le accuse nei confronti degli otto poliziotti arrestati sono di falso in atto pubblico, peculato e detenzione illecita di stupefacenti. Secondo quanto emerso dalle indagini in almeno tre episodi gli otto agenti si sarebbero appropriati di circa 15 mila euro e di circa mezzo chilo di droga. Alcuni degli agenti avevano rapporti di affari con informatori che li avvertivano sulle operazioni da compiere e venivano poi ricompensati con parte del denaro e della droga di cui i poliziotti si impadronivano. Gli arrestati venivano obbligati a firmare verbali di sequestro manipolati. Venivano falsificate anche le trascrizioni di intercettazioni ambientali ordinate dalla magistratura, da cui venivano espunte le parti per loro compromettenti.
La Procura ha aperto anche un altro fascicolo per la fuga di notizie che consentiva agli agenti indagati di ricevere informazioni riservate sullo stato delle indagini che li riguardavano e addirittura di prevedere l'imminente emissione di misure cautelari nei loro confronti.

Marco Santopadre, Radio Città Aperta

23 settembre 2010

Reggio Calabria, si uccide detenuto in attesa di giudizio

Un detenuto di 23 anni si è suicidato nel pomeriggio nel carcere di Reggio Calabria. Lo ha reso noto il Sappe, sindacato autonomo dela polizia penitenziaria. "Verso le 16.30 - ha riferito il segretario generale aggiunto del Sappe - un detenuto si è impiccato nella sua cella. Si trattava di un giovane di 23 anni ed era in carcere da circa un mese, in attesa di giudizio".
Nel corso dell'anno, sempre a Reggio Calabria, c'erano stati due tentativi di suicidio, sempre fortunatamente sventati dagli agenti della polizia penitenziaria.
Ma il personale, secondo il segretario, è troppo poco, per effettuare la sorveglianza: "La sezione dove è avvenuto il suicidio - ha detto - è dislocata su due piani e l'agente, per effettuare i controlli, deve spostarsi da un piano all'altro. Di solito, a causa della carenza di personale, c'è un solo agente che effettua la sorveglianza. La Calabria soffre di gravi carenze di personale - ha aggiunto - e solo a Reggio Calabria mancano 50 agenti. L'organico previsto è di 199 agenti e ce ne sono circa 150".

Fatti di Pistoia, un dossier mostra i legami fra questura e fascisti. Scarica il dossier

Questa mattina a Livorno si è svolta una conferenza stampa del "Comitato parenti e amici degli arrestati livornesi per i fatti di Pistoia". Il Comitato ha consegnato alla stampa un dossier che mostra attraverso i profili di facebook i legami personali che ci sono in quella città fra esponenti di Casa Pound, poliziotti e esponenti del centrodestra. Nel dossier sono presenti anche alcuni stralci di intercettazioni all'interno della stanza della questura dove erano in stato di fermo le persone prelevate dall'assemblea al Circolo 1 maggio lo scorso 11 ottobre. Da queste intecettazioni, fatte dalla questura senza che gli indagati (poi imputati) ne fossero a conoscenza, emerge che essi stessi non sapessero perchè erano lì.
Non c'è altro da aggiungere se non invitare chi è interessato a leggersi il dossier che spiega senz'altro meglio di qualunque articolo la situazione che si è creata a Pistoia circa un anno fa e che ha portato a processo e a lunghi mesi di misure cautelari 7 persone estranee ai fatti. red. 23 ottobre 2010


fonte: SenzaSoste

Salerno: Roberto Collina, come Cucchi, Aldrovandi e Uva?

Roberto Collina (nella foto) è morto durante i festeggiamenti di San Matteo che si dice sia un santo con due facce. Speriamo che nessuno in questa triste faccenda ne voglia oscurare una. Come succede sempre più spesso in Italia. Da qualche tempo.
Roberto Collina come Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva?
Questa volta si tratta del quarantenne Roberto Collina, di Pastena, quartiere est della città. Mentre nel cielo delle illusioni si erano da poco spenti le luci dei fuochi d’artificio per la festa di San Matteo, patron della città, Roberto cadeva sulla dura e reale terra di Largo Campo, vicino alla fontana del Vanvitelli, storico fulcro della movida salernitana, battendo la testa in seguito ad una colluttazione con due agenti della polizia in borghese e fuori servizio. Uno che presta servizio a Napoli ed un altro che lavora in toscana. Roberto moriva sul selciato.
I giornali raccontano che Roberto era in chiaro stato di ebbrezza ed avrebbe infastidito i familiari di uno dei due agenti. Questo sarebbe stato il motivo dell’origine del tentativo di bloccarlo e della colluttazione. Al macabro spettacolo hanno assistito decine di testimoni.
Sono intervenuti un’ambulanza ed una squadra della sezione volanti. Il corpo è rimasto a terra per quasi quattro ore fino all’arrivo del magistrato che ha aperto un’inchiesta. E’ stata avvertita anche la mamma di Roberto che, arrivata sul posto, vicino al corpo del figlio, è scoppiato in lacrime e sorretta da amici e parenti, ha gridato più di una volta, “Me l’hanno ucciso, Me l’hanno ucciso”.
Logica pretenderebbe che con un ubriaco dei professionisti evitassero colluttazioni e contatti. E che il “dare fastidio”, sempre per dei professionisti, non implicasse interventi ravvicinati ma allontanamento. Allo stato è presto per dare giudizi e non sappiamo niente di più di quello che dicono i giornali e le impressioni della gente presente.
A molti, però, non è piaciuto il comunicato della questura di Salerno da cui, sembra, trasparire più che una descrizione dei fatti, la preoccupazione di conclamare a chiare lettere il ligio e ortodosso comportamento dei due poliziotti.
Sul corpo di Roberto sono state disposti un esame autoptico, per verificare la presenza o meno di sostanze stupefacenti o alteranti e per stabilirne la causa della morte.
Roberto Collina è morto durante i festeggiamenti di San Matteo che si dice sia un santo con due facce. Speriamo che nessuno in questa triste faccenda ne voglia oscurare una. Come succede sempre più spesso in Italia. Da qualche tempo.
Speriamo di non dover allungare la lista degli Stefano Cucchi, dei Federico Aldrovandi, dei Giuseppe Uva.
La morte di Collina pone una serie di interrogativi. Il Cantiere Salerno ritiene che c'è bisogno di una riflessione in comune. Vediamoci Lunedì 27 Settembre alle ore 20.00 nella hall del Cantiere. Chi è interessato si faccia vedere.


22 settembre 2010

Detenuto marocchino di 22 anni si impicca nel carcere di Venezia

Da inizio anno sono 45 i detenuti suicidi e sale a 126 il totale dei morti in carcere.

Questa mattina alle 11.00 un detenuto marocchino di 22 anni, di nome Naib, si è impiccato nella cella del carcere di Santa Maria Maggiore (Ve) che condivideva con altri 6 detenuti. L’uomo aveva già tentato più volte di togliersi la vita, tanto da essere sottoposto al regime di “grande sorveglianza”, accorgimento che tuttavia non è bastato a impedire la tragedia.
Da inizio anno a livello nazionale salgono così a 45 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (38 impiccati, 5 asfissiati col gas, 1 morto dissanguato dopo essersi tagliato le vene e 1 avvelenato con dei farmaci), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 126 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.686, di cui 603 per suicidio).
Inoltre sono avvenuti altri 3 suicidi di persone “detenute”, seppur non ristrette in carcere: Tomas Göller, semilibero di 43 anni, che si è ucciso impiccandosi ad un albero in un bosco in Provincia di Bolzano per il timore di dover tornare in carcere; Rodolfo Gottardo, detenuto in liberà vigilata che si è ucciso davanti ai Carabinieri che dovevano riportarlo in carcere e Yassine Aftani, un tunisino di 22 anni che si è impiccato a nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento dopo aver appreso la notizia che sarebbe stato rimpatriato.

Fonte: Ristretti Orizzonti

Genova: Poliziotto rinviato a giudizio per violenze su una prostituta in questura

È stato rinviato a giudizio Massimo Pigozzi, il poliziotto di 46 anni accusato di aver stuprato due prostitute romene e di averne palpeggiate altre due nello spogliatoio della questura. Il processo è fissato al primo dicembre presso il tribunale penale. Lo ha deciso il gip Roberta Bossi nell’udienza preliminare di stamani. Si è appreso anche che il ministero degli Interni si è costituito parte civile per due motivi: per il danno diretto in relazione all’abbandono del posto di lavoro e per il danno all’immagine.
Una delle parti offese, tramite il suo legale, si è invece costituita parte civile e chiamerà il ministero come responsabile civile. Gli episodi risalgono alla primavera-estate 2005. L’accusa nei confronti di Pigozzi che è difeso dagli avvocati Nicola Scodnik e Alessandro Vaccaro, è quella di violenza sessuale aggravata. L’inchiesta è stata condotta dal pm Ranieri Vittorio Miniati. Il poliziotto che era in servizio presso le camere di sicurezza della questura, era stato accusato dalle romene che si trovavano in stato di fermo, di essere state fatte uscire dalla cella ed accompagnate nello spogliatoio dove sarebbero avvenute le violenze sessuali.
Uno stupro e un palpeggiamento sarebbero avvenuti nel maggio 2005 ed altrettanti nell’agosto dello stesso anno. Pigozzi fu condannato a tre anni e due mesi (in primo e secondo grado) nel processo per le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del luglio 2001 a Genova perché accusato di aver divaricato le dita di una mano a una persona che era stata fermata provocandogli lesioni gravi. Al momento Pigozzi è in aspettativa dalla polizia e lavora in una pubblica assistenza

fonte: il secolo XIX

No Tav: La società incaricata alla progettazione chiede i danni al movimento

Il 16 novembre nel Tribunale di Susa si discuterà la causa civile richiesta da Ltf, la società incaricata della progettazione della Torino-Lione, che comprende un risarcimento danni di 220 mila euro per l’impossibilità di svolgere il carotaggio S68 all’interporto di Susa programmato per il 12 gennaio 2010. L’occasione colta da Ltf è relativa al Presidio di Susa e al blocco che il movimento no tav fece la notte impedendo alle forze dell’ordine di prendere possesso dell’aria.
Lo stratagemma per intimorire il movimento è questa volta quello delle carte bollate, causa civile e richiesta danni ad personam. Cifra esorbitante richiesta a chi quella sera ha comunicato alle forze dell’ordine che avremmo resistito. Alberto Perino, la sindaca di S.Didero Loredana Bellone, e il vice sindaco Giorgio Vair, sono i citati in tribunale in rappresentanza di chi c’era quella notte. Questura e magistratura indicano così esponenti del movimento popolare e amministratori per spargere qua e là un pò di Timore, solo che non funziona. Il movimento è unito e solidale e vige il motto che “chi tocca uno tocca tutti”. Come dice LaStampa nell’articolo pubblicato oggi: “Il ricorso alla causa civile contro i No Tav potrebbe così diventare uno strumento di dissuasione che i soggetti incaricati della progettazione o dell’esecuzione dei lavori, potrebbero utilizzare per contenere la protesta. Non è un caso che il presidente dell’Osservatorio, Mario Virano, pur non essendo parte in causa, segua con estrema attenzione la vicenda.”
Il movimento ribalterà in ogni sede la vicenda, del resto non si è fatto intimidire dalle botte e non si farà intimidire dalla carta bollata.

fonte InfoAut

Senigalia: Il Csoa Mezza Canaja messo sotto sequestro

Nella mattina di mercoledì 22 settembre l’autorità giudiziaria di Ancona ha posto sotto sequestro la fabbrica ex-ragno che il Mezza Canaja occupa da dieci mesi.
La messa dei sigilli è la conclusione di un’articolata operazione giudiziaria che è cominciata lo scorso 24 giugno con la notifica a tredici attivisti del centro sociale di altrettante denunce con l’accusa di occupazione, scasso e istigazione a delinquere. In verità, compare anche un altro denunciato, ovvero il direttore responsabile del Corriere Adriatico per aver pubblicato le motivazioni dell’occupazione. Altro che bavaglio, questa è intimidazione bella e buona verso chi svolge il proprio lavoro.
Le denunce firmate dal Procuratore della Repubblica Giovanna Lebboroni hanno fornito su un piatto d’argento al Giudice per le Indagini Preliminari la motivazione per mettere sotto sequestro lo spazio. Ricordiamo, uno spazio abbandonato da circa vent’anni, di proprietà della società “SO. DE. CO. REAL ESTATE S.R.L.”, una delle scatole cinesi della “Unione Fiduciaria s.p.a.”. In pratica, uno stabile in mano alla grande rendita finanziaria e speculativa.
La pratica della messa dei sigilli, del sequestro preventivo, per sgomberare gli spazi occupati è ormai un dispositivo repressivo da anni ampiamente usato in tutta Italia. L’azione giudiziaria occupa lo spazio della politica, si sostituisce a essa, eliminando di fatto ogni possibilità di mediazione, di trattativa, d’incontro, di confronto, di dialogo e di dialettica tra la dimensione sociale dei movimenti e quella politica delle istituzioni.
L’azione giudiziaria si dà quindi come atto di violenza pura.
La strategia politica della seconda Amministrazione Angeloni - quella con i Verdi al governo – verso il Mezza Canaja è stata essenzialmente quella di aprire una trattativa che avesse, di fatto, come unico obiettivo la demolizione delle ex-colonie Enel, utilizzando il ricatto della penale per evitare ogni tipo di resistenza. La strategia dell’Amministrazione Mangialardi – quella con i Verdi, PdCI e SEL al governo – è stata invece quella di ignorare pubblicamente il problema, di far finta di niente.
Nonostante sei anni di precarietà, tre occupazioni e continue tensioni, il Mezza Canaja – piaccia o non piaccia – si è però radicato nel tessuto sociale di questa città, assumendo, di fatto, il ruolo di un’organizzazione politica riconosciuta e partecipe alla vita civica e pubblica di Senigallia.
E’ ora che chi governa questa città si assuma la responsabilità politica di dire a tutti i suoi cittadini se il Mezza Canaja è una risorsa – un bene comune – per Senigallia o se invece è un problema. Il primo caso implica una gestione politica, il secondo una da ordine pubblico. Scorciatoie burocratico-amministrative fondate sul dare un colpo al cerchio – far star calmi noi – e uno alla botte – non fare scelte politiche pubbliche – non sono più praticabili. Oggi, o la politica ha la volontà di trovare una soluzione pubblica, credibile e stabile, partendo da un accordo condiviso tra parti diverse e con diversi interessi, oppure, accetta la criminalizzazione dei movimenti, perché questo è ciò che nemmeno troppo sottotraccia, emerge dall’azione giudiziaria.
Lunedì 27 settembre incontreremo il Sindaco Maurizio Mangialardi per proporgli una “soluzione politica”. Soltanto una volta ascoltate e pesate le sue parole, decideremo se e come reagire allo sgombero, se è il tempo del confronto o dello scontro.

Mezza Canaja

21 settembre 2010

Bologna: Operazione di polizia contro la contestazione a Maroni

Questa mattina la Digos di Bologna ha notificato a diversi attivisti provvedimenti contro le libertà personali. Si tratta di 6 obblighi di firma giornalieri e un arresto domiciliare.
Tutto questo avviene ad un anno di distanza dal 28 settembre scorso quando in tanti e tante scendemmo in strada per gridare tutto il nostro sdegno contro la presenza in città del ministro leghista Roberto Maroni. Ministro invitato dall'Università di Bologna a partecipare ad un seminario sulla tessera del tifoso: il tutto con adeguato riconoscimento di crediti da parte dell'Alma Mater. Sinceramente cosa ci sia stato di istruttivo in quel seminario ancora ci sfugge!
Maroni per noi è semplicemente il ministro del “pacchetto sicurezza”, dei respingimenti in mare e dei campi di concentramento per migranti nel deserto libico. Lo stesso ministro facente parte di un partito, come la Lega nord, che da anni ormai fa dell'odio e della paura per il diverso la propria bandiera politica. Maroni era ed è un ospite assolutamente sgradito a Bologna.
Proprio per questo centinaia di studenti, attivisti dei centri sociali e delle associazioni antirazziste, singoli cittadini decisero di contestarne la presenza.
Come studenti di questa università più volte chiedemmo di poter entrare nella sala nella quale si svolgeva il seminario per prendere parola contro le politiche razziste e xenofobe portate avanti dal ministro e dal suo partito. Cercammo di entrare con dei canotti, proprio a simboleggiare la nostra vicinanza a quelle decine di migranti che ogni giorno rischiano la vita in mare, respingimenti e deportazioni solo per poter sperare in un futuro migliore. Ricevemmo in cambio cariche brutali e spropositate da parte della polizia, evidentemente particolarmente zelante nel difendere chi ogni mese versa loro lo stipendio!
Gli studenti universitari e Bologna tutta dimostrarono che il dissenso e l'indignazione si possono e si devono mettere in campo di fronte a una presenza di questo tipo. In tanti e tante provammo ad entrare in quella sala!
Oggi la notizia di queste misure restrittive giunge come un vero e proprio atto punitivo e persecutorio. Evidentemente alla Questura e alla Procura di questa città il dissenso crea fastidio! Noi non abbiamo paura e continueremo a scendere in piazza ogni volta che ce ne sarà bisogno. Perchè, piaccia o non piaccia, anche questa è democrazia! Anche “respingere” chi, come Maroni, deporta e mette a repentaglio la vita di centinaia di migranti.
Agli studenti e agli attivisti colpiti da questi spropositati provvedimenti penali va tutta la nostra solidarietà e vicinanza.

Non ci fermerete...

Bartleby_spazio autogestito
 

20 settembre 2010

Tessera del tifoso: intervista all'avvocato penalista Lorenzo Contucci

Non è una legge e nemmeno un decreto.
E' una circolare ministeriale adottata dal ministro degli interni Maroni ed è rivolta a prefetti e questori e gli si dice praticamente: io ministro voglio che la tessera del tifoso sia abbinata all'abbonamento, che si possa andare nel settore ospiti solo con la tessera, voi vigilate che le società facciano quello che dico io, altrimenti se non lo fanno rischiano di vedersi lo stadio non a norma e limitazioni di partite.

Si parte dal presupposto che chiunque frequenta uno stadio è un potenziale delinquente.
Essendoci già biglietti nominativi e abbonamenti, la tessera è inutile.
Va innanzitutto a colpire coloro che sono abbonati da anni, o perlomeno per 19 gare sono presenti. Quindi tifosi che dovrebbero essere più tranquilli rispetto a chi magari compra un biglietto occasionale.
Oltre a un enorme problema di privacy, rischio il prossimo anno di avere accanto allo stadio un assassino che ha scontato la sua condanna e si fa il suo abbonamento e non uno che l'abbonamento non lo può avere perché ha sbagliato allo stadio e sappiamo che la legge del Daspo è talmente ampia che permette addirittura di scegliere chi diffidare.

Sembra che la tessera non sarà fatta a chi ha un Daspo in corso, poi ogni singola società adotta un proprio criterio ma la norma non specifica nulla perché non esiste una norma, quindi siamo in balia delle questure ed è possibile che una questura scelga diversamente da altre ad appaiate situazioni.
Non è possibile ricorrere perché appunto la norma non esiste ed è per questo che un uomo libero non può che dire "No alla tessera" perché concettualmente è sbagliato sia tu ultras, tifoso, semplice cittadino.
Per Gennaio 2011 la situazione è in divenire. La linea che stanno adottando molte tifoserie è una sorta di boicottaggio economico. Se saranno fatte poche tessere a quel punto sarà il potere economico, ovvero le pay tv, che davanti a stadi quasi vuoti, inizieranno a pretendere che si torni alla normalità.

Le curve ancora come laboratorio ed esperimenti. Sono state indotrotte leggi di repressione sociale senza aver alcun tipo di contrasto e poi esportate nella vita civile.
Stavolta c'è stata una presa di coscienza e le tifoserie sono riuscite a spiegare all'opinione pubblica l'anomalia della tessera.

La tessera sarà un grosso spartiacque per capire chi alle parole farà seguire i fatti e chi no. Il colpo è durissimo, è difficile capire cosa accadrà. Se la tessera fallirà allora ci sono prospettive positive per il tifo organizzato, magari rinascendo sotto altre forme, altrimenti andiamo verso un modello americano con tanto di pubblico che applaude a comando.
Non mi risulta che siano stati rilasciati abbonamenti senza la tessera. A Roma per esempio, si è detto successivamente e l'abbonamento potrebbe essere invalidato. Perchè si verifica quello che avevamo detto, essendo i tempi stretti, non fanno in tempo a mandare la tessera anche a chi l'ha richiesta. La Roma richiede un'autocertificazioni dove si dichiara di aver richiesto la tessera, i controlli saranno postumi. E quindi nel frattempo ci sarà un permesso provvisorio, il che è un clamoroso controsenso perchè io posso essere la persona più diffidata, condannata ed andare allo stadio, salvo poi in un secondo tempo, mi ritirano la tessera. Ma se la sicurezza è l'obiettivo, questo è davvero un controsenso.
I Laziali hanno adottato una scelta radicale che condivido ma essendosi formati quattro mesi fa, sapendo già della tessera, potevano evitare di formarsi. In curva sud non faranno abbonamenti a livelli di gruppi ed acquisteranno i biglietti partita per partita.

tratto da www.infoaut.org

17 settembre 2010

Carcere e psichiatria: il caso di Giuseppe D.

Un uomo ultrasettantenne è stato internato nel manicomio criminale di Reggio Emilia al culmine di 14 anni di persecuzione psichiatrica e processuale.
Motivo principale della persecuzione è che la figlia del vicino del piano di sotto è una psichiatra.
Il Telefono Viola è intervenuto a fianco del suo avvocato (Carmen Pisanello di Reggio Emilia), ma al momento la situazione non si è ancora risolta. Il Sig. Giuseppe D., coadiuvato dall'Avv. Pisanello, ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, in seguito alla negazione da parte del Tribunale di Sorveglianza di Bologna del diritto all'appello contro la proroga dell'internamento(decisione successivamente confermata dalla Cassazione).
La Corte Europea tarda a prendere una decisione, pertanto in accordo con il Sig. Giuseppe, il suo avvocato e i familiari, abbiamo scelto di diffondere in internet la documentazione raccolta e prodotta dal Telefono Viola su questo caso.
La speranza è che prima o poi finisca sotto l'attenzione dei giudici europei, accelerandone le decisioni.

DIFFONDETE il documento, datene visibilità sul vostro blog, social network (facebook, twitter, ecc.).

Aiutiamo Giuseppe D. a uscire dall'incubo!


La documentazione è possibile scaricarla e leggerla andando sul sito del telviola www.ecn.org/telviola


COLLETTIVO DEL TELEFONO VIOLA DI MILANO-T28 OCC.
via dei transiti 28
02.2846009
tutti i mercoledi dalle 17.00 alle 20.00
segreteria attiva 24 su 24

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