29 agosto 2010

Testimonianze: Storie di un pestaggio in carcere

Storia di un pestaggio da me subito in carcere accaduto il 7 agosto 2009. Rinchiuso in cella, circa quattro agenti carcerieri mi hanno dato schiaffi, pugni, calci. Tutto questo per circa 15 minuti. Poi mi hanno servito dell'altro...

Mi chiamo Pannia Giovanni, ho 41 anni e sono di Vibo Valentia.
Mi trovavo in vacanza a Stromboli e, in seguito all’assunzione a mia insaputa di sostanze cannabinoidi (poi risultate dagli esami delle urine) mi sono trovato in uno stato di incapacità di discernere (per come anche comprovato dalla documentazione medica), sono entrato in una abitazione privata e poi in una chiesa.
Sono stato arrestato dai Carabinieri di Stromboli ( successivamente non convalidato dal G.I.P. presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto) e dopo circa 4 ore trascorse nella cella della caserma mi hanno portato con la motovedetta a Milazzo, quindi in caserma per dei rilievi e poi al carcere di Messina Gazzi in quanto ritenuto responsabile per i reati di furto e danneggiamento.
Basta che digitiate il mio nome su Google per leggere ancora gli articoli stampa dei giornali locali, descrizione dei fatti, giornalisticamente fantasiosa, da me poi smentita.
Appena arrivato in carcere sono stato rinchiuso in cella, dove circa quattro Agenti carcerieri, nonostante le mie condizioni di salute fisica e mentale a dir poco disumana (la stessa dichiarazione del Direttore del carcere di Gazzi, inviata al Gip preposto alla convalida ne fa piena prova) si sono brutalmente avventate contro di me denudandomi con forza strappandomi i vestiti di dosso, picchiandomi con schiaffi e pugni, rompendo la catenina ed il crocefisso che porto al collo, una volta a terra hanno continuato a tirarmi forti calci, il tutto è durato per circa 15 minuti.
Dopo avermi fatto i rilievi, mi hanno portato in un’altra cella lugubre e sudicia e lasciandomi completamente nudo hanno continuato a vessarmi per il solo gusto di provocare lesioni sfidandomi con parole minacciose e mediante l’uso di idranti, tanto che ero costretto ad alzare letto e materasso per ripararmi, letto che poi hanno tolto dalla cella, costringendomi a sdraiarmi per terra.
Per questi fatti ho riportato danni sia fisici, con evidenti ematomi in faccia e sul corpo, che psichici.
Dopo tre giorni, appena uscito dalla Casa Circondariale di Messina per interessamento dei miei familiari e con intervento dei legali Avv. Salvatore Staiano e Avv. Antonio Porcelli, sono stato trasferito in ambulanza e visitato dai medici del pronto soccorso dell’ospedale Piemonte e successivamente ricoverato presso il reparto di psichiatria dell’ospedale di Vibo Valentia.
Ora non ho più neanche il mio lavoro in quanto il mio datore mi ha destinato ad altra mansione e non sembra intenzionato a riaffidarmi la mia mansione originaria.
Del pestaggio subito in carcere fino ad ora non ho parlato con gli organi di informazione.
Ma trascorso un anno da quei terribili fatti, visto che ho presentato querela a carico del Personale della Polizia Penitenziaria l’8 settembre 2009 ho deciso di rendere Pubblica la vicenda in quanto credo sia ingiusto che tali individui non abbiano ancora ricevuto la loro giusta punizione e potrebbero continuare a perpetrare ad altri quello che hanno fatto a me.

Pannia Giovanni

L'Aquila: festa della perdonaza, tensione tra cittadini e polizia per gli striscioni di protesta

Hanno urlato "Vergogna", "3,32 io non ridevo", "Bravo Letta", complimenti. Hanno dato le spalle al corteo e hanno interrotto gli applausi che fino a un attimo prima avevano salutato il passaggio della teca di Celestino V seguita dai vigili del fuoco. I cittadini aquilani hanno contestato così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, venuto a rappresentare il Governo al corteo della Perdonanza Celestiniana.
Prima del passaggio del corteo c'erano stati spintoni e tensioni tra i cittadini e le forze dell'ordine in piazza Duomo dove il popolo delle carriole svata aspettando il passagio del corteo della Perdonanza.
In piazza i cittadini hanno esposto una serie di striscioni "Cialente vergogna", "Molinari vergogna", "Letta, vedi di andartene" (scritto in dialetto), "Il gran rifiuto della cricca". Le forze dell'ordine hanno cercato di far rimuovere gli striscioni ma la popolazione ha resistito. Per un momento ci sono stati anche spintoni tra la polizia e folla.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta al suo arrivo in piazza non ha voluto commentare gli striscioni ma si è informato con il sindaco su quanti fossero i contestatori. Il sottosegretario abruzzese ha detto che "Il futuro dell'Aquila sarà degno della sua tradizione. Il presidente Berlusconi tornerà presto all'Aquila"
I cittadini hanno poi difeso gli striscioni con un cordone umano che ha fronteggiato la polizia. Il sindaco Cialente, appena arrivato in piazza, ha cercato una mediazione e ha detto "Non sono il questore non ho responsabilità sugli striscioni tolti, cercherò di mediare. Stiamo calmi, non roviniamo la Perdonanza".
La gente al passaggio di Cialente ha urlato: "Portate via la polizia".
In piazza anche il presidente della Regione Gianni Chiodi. I manifestanti hanno consegnato anche a lui una copia dei volantini che vengono distribuiti. Alcune persone stanno raccontando al presidente di essere stati spintonati dalle forze dell'ordine.
Distribuiti anche dei volantini con la scritta Nessuna passerella per chi rideva quella notte.
"Il corteo della Perdonanza", recitano i volantini, "rischia di trasformarsi nell'ennesima passerella mediatica sulla nostra città. si ha infatti notizia della probabile presenza di esponenti del Governo, gli stessi contro cui abbiamo manifestato a Roma accolti dalle manganellate della polizia. Gli stessi che prima ci hanno colpevolmente tranquillizzato, amici e sodali delle cricche che quella notte ridevano sui nostri lutti pensando ai loro soldi. La presenza di esponenti del Governo sarebbe una provocazione per tutta la città che reagirebbe al grido di "Alle tre e 32 io non ridevo". Invitiamo tutti i cittadini che hanno perso molto con il terremoto ma non la dignità e il rispetto per sè stessi a essere presenti al corteo della Bolla per far sentire forte la propria voce di dissenso verso chi la propria dignità l'ha venduta da tempo al miglior offerente".


fonte: il Centro


28 agosto 2010

Genova G8: Arresti illegali al G8, smascherati gli abusi in Piazza Manin

«È falsa la circostanza secondo cui gli arresti dei due spagnoli sarebbero avvenuti in un contesto di scontri tra manifestanti e polizia. Dai filmati si vede benissimo come gli arrestati si siano diretti a mani nude contro i blindati della polizia». Lo sostengono i giudici della Corte d’appello nella motivazione della sentenza di condanna per quattro poliziotti accusati di aver arrestato illegalmente due studenti iberici durante le manifestazioni del G8 di Genova 2001. In primo grado i quattro, in forza al VII Reparto Mobile di Bologna, erano stati assolti mentre il 13 luglio scorso, in Appello, sono stati condannati a 4 anni ciascuno, per falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici. Si tratta di Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e di Simone Volpini.
Per le accuse di calunnia e abuso d’ufficio è stata dichiarata la prescrizione. L’inchiesta riguardava gli scontri avvenuti il 20 luglio 2001 in piazza Manin dove manifestavano varie associazioni religiose e pacifiste. I quattro poliziotti furono inviati in piazza dove era stato segnalato che alcuni black bloc si erano infiltrati. In quel contesto furono arrestati i due spagnoli con l’accusa di aver lanciato una bottiglia incendiaria l’uno e di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro il secondo. Nella motivazione i giudici, parlando dei testi a difesa, si riferiscono anche alla testimonianza di un funzionario del reparto mobile di Bologna che parlò di scontri in corso in un altro lato della piazza. «Oltre a quello dei due spagnoli - affermano - nessun altro arresto è avvenuto in piazza Manin».
Per lui i giudici d’appello hanno trasmesso gli atti alla Procura con l’ipotesi di falsa testimonianza. «La sentenza di primo grado - dice la Corte - parla di una commistione inscindibile tra i manifestanti pacifici e gli appartenenti al blocco nero e di una azione di disturbo dei pacifisti verso le forze dell’ordine che cercavano di arginare le violenze dei black bloc. Non corrisponde al vero perché dai filmati è possibile vedere come i manifestanti violenti si opponessero solo brevemente alla polizia per poi scappare». «I filmati confermano la versione data dalle vittime: l’arresto non avvenne durante scontri o lancio di lacrimogeni ma molto dopo, quando la situazione dell’ordine pubblico era ormai ristabilita. Inoltre confermano che i due spagnoli non avevano alcun oggetto in mano, non avevano lanciato molotov e non si opponevano alla polizia».

fonte: il secolo XIX

27 agosto 2010

Civitanova Marche: ragazzini prendono a calci un migrante, sotto gli occhi compiaciuti dei genitori


Cresciuti a pane, odio e tanta ignoranza, fanno pensare quei cinque bambini che ieri pomeriggio nella spiaggia di Civitanova Marche hanno preso a calci e riempito d'insulti un immigrato del Bangladesh. E tutto si è consumato davanti agli occhi dei loro genitori che invece di intervenire sorridevano, quasi soddisfatti del gesto compiuto dai loro piccoli, tutti di un'età compresa tra gli 8 e i 10 anni.
Il venditore ambulante carico della sue mercanzie si era seduto per qualche istante in uno sdraio per riposarsi quando improvvisamente i bambini lo hanno raggiunto apostrofandolo: “Quelle cose le hai rubato, vattene via, vai a vendere la tua roba altrove” gli urlavano e poi calci, fortunatamente poco pesanti visto l'acerba età degli aggressori, ma non per questo meno gravi nel loro vergognoso atto di prepotenza che racchiude il comportamento inequivocabile di un razzismo irragionevole e immotivato. L'obiettivo consapevole è sempre lo stesso: il diverso, colui che incute quella paura immotivata dettata dall'ignoranza, e in questo caso, impartita sicuramente dalle parole dei più grandi, responsabili di queste povere infanzie infelici, che in questa età di crescita dovrebbero vivere di curiosità e di scoperta e che oggi invece covano già il germe dell'odio.
Insomma un quadro davvero sconfortante, che mina le fondamenta della convivenza civile, dell'accettazione e della benevolenza sugli altri, in un paese per giunta che predica il cattolicesimo, ma quando lo deve praticare se ne dimentica. Il bengalese non ha reagito, anzi ha accettato passivamente le ignobili offese e non ha neppure sporto denuncia. Nello stabilimento balneare dove è avvenuto il fatto nessuno si sbilancia, qualcuno non vuole nemmeno credere a quanto è successo, quasi fosse una normale marachella. Ma questa volta non sono stati i soliti teppisti fomentati da qualche estremismo ideologico di stampo nazista, ma da bambini ancora troppo piccoli per scatenare il loro odio, cancellando la dignità di un essere umano giunto in Italia per scampare a un mondo di fame e miseria nera, come molti dei suoi connazionali. Ma, ahimè, comprensione e avvicinamento si raggiungono solo sulla via della conoscenza. Un percorso, purtroppo, che non tutti hanno la capacità di praticare.


fonte: Alessandro Ambrosin - dazebao l'informazione online

Imbrattarono scritta fascista due partigiani sono indagati

E adesso si è mossa anche la magistratura. Per poco ma ha preso un provvedimento: sono infatti indagati per imbrattamento i due vecchi partigiani di Grosio, Giuseppe Rinaldi, 87 anni (nella foto), presidente provinciale dell'Anpi, e Giuseppe Cenini, 83 anni, ex sindaco del paese, per quella scritta «Vergogna» sul palazzo che era la sede delle Brigate Nere e dove campeggia ancora una frase fascista, restaurata nel 2005.
Un gesto clamoroso che ha superato i confini provinciali ed ha fatto il giro d'Italia ed è la ragione per cui i due vecchi partigiani dicono di essere assolutamente sereni nonostante il fascicolo aperto col loro nome. «Non vogliamo interferire con la magistratura, che deve fare il suo corso - spiega Rinaldi -. Per questo non commentiamo neanche la secchiata di vernice, con cui qualcuno ha voluto coprire la nostra scritta. Anche se certamente vuol dire che quella parola, “Vergogna”, ha colpito nel segno e che dava fastidio».«Dal 2004 aspettavamo una risposta agli esposti che abbiamo presentato contro il restauro di quella scritta, che per noi è un falso storico - dice Rinaldi -. Siccome non è mai arrivata, abbiamo deciso di agire. Avevamo pensato a diverse ipotesi e una di queste era di aggiungere una scritta. Ci abbiamo riflettuto a lungo, perché volevamo che fosse una parola studiata, non improvvisata. E, alla fine, l'abbiamo trovata: “Vergogna”. Non ce n'è un'altra migliore per esprimere il concetto. E, infatti, ha avuto effetto...

fonte: La Provincia di Sondrio

26 agosto 2010

Tessera del tifoso: Schedatura che criminalizza


E' criminogeno e mistificatorio dipingere la polemica riguardo alla tessera del tifoso come uno scontro tra violenti e nonviolenti". E' quanto sostiene il responsabile nazionale giustizia del Prc/Federazione della Sinistra, Giovanni Russo Spena. "La tessera del tifoso, voluta con forza dal ministro Maroni, è uno strumento emergenziale, che opera una criminalizzazione generalizzata del tifo e la cui efficacia nel contrasto alla violenza è del tutto aleatoria - afferma Russo Spena - Di sicuro con la tessera del tifoso la sicurezza negli stadi viene ulteriormente privatizzata e affidata al controllo delle società, rafforzando il già nefasto e improprio legame tra queste e alcuni ambienti delle tifoserie. Attraverso l'introduzione di benefici commerciali del tutto estranei al tema della sicurezza, le società hanno così un ulteriore strumento di fidelizzazione del tifo e di profitto economico; mentre i cittadini sono soggetti a una criminalizzazione preventiva e una schedatura che viola i più elementari diritti civili". "L'esperienza insegna che la sola via efficace per contrastare la violenza è quella della partecipazione e della democrazia - conclude Russo Spena - Il che significa restituire il calcio alla sua dimensione popolare: non restringendo, ma ampliando le possibilità e le modalità di accesso allo sport e agli stadi per tutte le famiglie, e non solo per ricchi privilegiati e fanatici organizzati. Duole doverlo ripetere ancora, ma il nemico dell'animo sportivo e nonviolento è sempre il profitto".

25 agosto 2010

UDINE:Pestaggio in carcere, secondini manganellano un ragazzo e poi lo imbottiscono di psicofarmaci


Noi detenuti della casa circondariale di Tolmezzo abbiamo deciso di scrivere questa lettera dopo l'ennesimo pestaggio avvenuto nelle carceri italiane.
Dopo i casi di Marcello Lonzi a Livorno, di Stefano Cucchi a Roma e di Stefano Frapporti a Rovereto e di tanti, troppi altri in giro per la penisola, siamo costretti a vedere con i nostri occhi che la situazione carceraria in italia non è cambiata per niente. Mentre da una parte ci si aspetta dai detenuti silenzio e sottomissione per una situazione inumana (quasi 70.000 prigionieri a fronte di nemmeno 45.000 posti, percorsi di reinserimento sociale pressochè inesistenti, scarsissima assistenza sanitaria, fatiscenza delle strutture ecc...) si ha dall'altra il solito trattamento vessatorio da parte del personale penitenziario, non giustificabile con la solita scusa sulla scarsità di uomini e mezzi.
Denunciamo quello che, ancora una volta, è successo venerdì 13 agosto proprio qui a Tolmezzo, dove un ragazzo, M.F., è stato picchiato con tanto di manganelli nella sezione infermeria.
Se come per altre volte i protagonisti dell'aggressione erano, tra gli altri, graduati ormai noti ai detenuti per le loro provocazioni, l'altra costante è stata la completa assenza del comandante delle guardie e della direttrice dell'istituto.
La nostra situazione è fin troppo pesante per accettare la sottomissione fisica dopo quella psicologica. Per noi tacere oggi potrebbe voler dire ricevere bastonate domani se non fare la fine dei vari Stefano o Marcello domani l'altro.
Noi non ci stiamo e con questa nostra ci rivolgiamo a chiunque nel cosidetto mondo libero voglia ascoltare, affinchè la nostra voce non cada morta all'interno di queste mura.

alcuni detenuti del carcere di Tolmezzo

24 agosto 2010

Livorno: Licenziata perchè trans

Una storia che si ripete, una vicenda a cui i media, a dire il vero, hanno dedicato poco spazio. Accusa la ditta per la quale lavorava di averla licenziata perché transessuale. La storia è quella di Simona, Gianluca Pisano sui documenti, 39 anni di Livorno che, impiegata per 12 anni presso la “System”, ha presentato ricorso per “licenziamento illegittimo per discriminazione”. La ditta si difende parlando di “crisi aziendale” ma la lettera di licenziamento è arrivata due mesi dopo l’inizio delle cure ormonali necessarie alla transizione.
La System si difende aggiungendo di non essere mai stata a conoscenza del fatto, ma, come spiega l’avvocato di Pisano Corrada Giammarinaro, “non potevano non sapere”. Ad aprile Simona è stata presidente del Congresso Italiano Transgender, tenutosi proprio a Livorno e la notizia venne pubblicata su molti quotidiani e tv locali.
A giugno Simona ha ricevuto una lettera dalla società che offre assistenza e vendita di software per commercialisti, in cui le veniva comunicato che a causa della crisi del mercato il suo rapporto di lavoro si sarebbe concluso immediatamente. Dato infatti che non le era stato dato nessun preavviso, l’azienda nel licenziare Simona ha garantito le mensilità che le spettavano, ma il luogo di lavoro avrebbe dovuto lasciarlo subito. “Prima di allora – spiega Simona – non c’era stato nessun segnale, lo stesso andamento dell’azienda non faceva trapelare il bisogno di tagli al personale”.
Lei stessa, in contatto diretto con i clienti, era consapevole dell’andamento generale degli affari. “Il mio percorso, iniziato un paio di anni addietro, non è mai stato un argomento di conversazione in azienda – spiega Simona- Per motivi di riservatezza e per mancanza di condizioni adatte, ho preferito tacere la questione e andare al lavoro con abiti maschili”. Ma dopo quattro mesi di cure ormonali, i segni su Pisano erano ben evidenti. Altro legittimo sospetto da parte del legale di Pisano, sta nel fatto che l’unico licenziamento ha riguardato Simona. Il prossimo passaggio sarà quindi l’attivazione del collegio di conciliazione presso la Direzione Provinciale del Lavoro.
L’obiettivo di Simona e dell’avvocato Giammarinaro è comunque quello di portare la discussione di fronte al giudice del lavoro, nella sede dove potrà essere discusso e analizzato a fondo il fattore discriminazione. “Chiederemo l’indennità massima prevista per il licenziamento illegittimo, nonché un risarcimento per discriminazione” chiude l’avvocato. Sulla vicenda è interventa anche Paola Concia, parlamentare del Pd. “L’italiano medio non avverte la protezione forte delle istituzioni nei confronti delle persone lgbt – ha dichiarato la Concia. Si sente così autorizzato a licenziare, a usare violenza, a denunciare per un bacio. E’ tutto figlio della stessa ragione, l’assenza delle istituzioni”.

fonte: Dazebao l'infomazione online

Detenuto di 34 anni si impicca nel carcere di Parma: è il 599° suicidio nelle carceri italiane in 10 anni.


Matteo Carbognani, 34 anni, si è ucciso ieri sera nel carcere di Parma impiccandosi con le lenzuola.
L’uomo era in carcere dal 2004, quando fu arrestato assieme alla moglie Bidò Mateo Raquel, originaria di Santo Domingo, e ad altre sei persone, nell’ambito di un’operazione contro il traffico di cocaina a Parma.
Carbognani era stato condannato a otto anni per traffico di stupefacenti, quindi gli rimanevano da espiare meno di due anni di reclusione. Ultimamente aveva manifestato segni di disagio psichico: era seguito da uno psichiatra, che lo aveva visitato solo due giorni prima del suicidio.
Nelle carceri di Parma in poco più di un anno si sono uccisi quattro detenuti, un “record” negativo che supera perfino quello del penitenziario di Sulmona (13 suicidi in 10 anni, ma “solo” 2 negli ultimi 15 mesi),
4 detenuti si sono suicidati nelle carceri di Parma in meno di 14 mesi

Carbognani Matteo 34 anni  22-ago-10 ;  Saladino Giuseppe 32 anni 06-nov-09; Gozzi Francesco 52 anni 27-ott-09; Bavero Camillo 49 anni 28-giu-09. 

Da inizio anno a livello nazionale salgono così a 42 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (36 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 116 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.714, di cui 599 per suicidio).
Inoltre sono avvenuto altri 2 suicidi di persone “detenute”, seppur non ristrette in carcere: Tomas Göller, semilibero di 43 anni (che si è ucciso impiccandosi ad un albero in un bosco in Provincia di Bolzano per il timore di dover tornare in carcere) e Yassine Aftani, un tunisino di 22 anni che si è impiccato a nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento dopo aver appreso la notizia che sarebbe stato rimpatriato.

fonte: Ristretti Orizzonti

22 agosto 2010

Caschi bianchi pattugliano Milano a caccia di Rom

Pattugliano in bicicletta le strade di Milano. Il loro compito è quello di allontanare i Rom, i senzatetto, i poveri dai luoghi in cui sostano per chiedere l'elemosina o semplicemente per ripararsi dal sole. Sono i "caschi bianchi" e il percorso fisso delle loro ronde prevede il passaggio davanti alle chiese: luoghi sacri dove in tutto il mondo è concesso da secoli agli esseri umani che si trovano in stato di indigenza di procurarsi i mezzi di sussistenza grazie alla carità dei più fortunati. Di fronte alle ragioni della forza e dell'intolleranza, a Milano e in Italia perde valore anche la saggezza riposta nella Costituzione, che all'articolo 3 recita: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". La Repubblica, al contrario, usa il suo potere e i suoi strumenti autoritari per... rimuovere chi è povero, escluso e disagiato. Ci si chiede chi autorizzi le azioni quotidiane delle "ronde" e quale legge violino le persone indigenti costrette a mendicare dall'inadeguatezza della stessa Repubblica, visto che anche la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 519 del 1995, ha dichiarato illeggittimo il “reato di mendicità non molesto". Abbiamo seguito le operazioni delle ronde, rilevando come i Rom e i senzatetto vengano allontanati dal sagrato delle chiese - che oltretutto sono proprietà del Vaticano - e dalle vie della città nonostante non molestino nessuno.

Alfred Breitman - Gruppo EveryOne

21 agosto 2010

Disagio sociale. Condannato a un anno di carcere. Rubava per mangiare

Dovrà passare i prossimi 12 mesi in una cella del carcere di Velletri perché sorpreso a rubare, con la compagna, alcuni bancali di legno vuoti all’esterno di un supermercato per “rivenderli e trovare i soldi per comprare da mangiare”. Protagonista della vicenda, segnalata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, un italiano trentenne.
Secondo quanto ricostruito dai collaboratori del Garante l’uomo - disoccupato da lungo tempo per altro recidivo per lo stesso tipo di azione - è stato sorpreso dalle forze dell’ordine mentre era intento a caricare, con l’aiuto della compagna, sulla sua auto alcuni bancali di legno vuoti all’esterno di un supermarket sulla via Appia. Giudicato con rito direttissimo l’uomo - che si è giustificato affermando che voleva vendere i bancali allo scopo di trovare qualche soldo per comperare da mangiare - si è dichiarato colpevole ed ha patteggiato una pena di 12 mesi di reclusione che sta già scontando a Velletri. Anche la sua compagna è stata condannata e si trova nel carcere di Rebibbia Femminile. «Più che una vicenda criminale, questa è una storia di forte di forte disagio sociale - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - Rubare per mangiare è una vicenda degna del film ‘Ladri di biciclette’ di Vittorio De Sica, ma quella era finzione mentre questa la realtà che viviamo quotidianamente. Il lato triste della vicenda è che fra un anno quest’uomo uscirà dal carcere e si troverà nelle stesse condizioni di disperazione. Manca quella che si chiamava ‘rete di intervento sociale’, che consentiva di intervenire per evitare situazioni di questo genere. Senza questo aiuto è inevitabile che le carceri siano destinate a diventare il terminale ultimo del malessere della nostra società».


fonte: Dazebao

Viareggio: Abbraccio gay in un bar, il carabiniere li caccia

«Io e Fabio eravamo al bar a fare colazione, ci siamo abbracciati e un carabiniere in divisa è intervenuto. Urlando ci ha invitati ad andarcene via, dicendo che quello era un posto dove vengono i bambini e non un posto per gay. Gli abbiamo chiesto cosa stessimo facendo di male e lui ha ripetuto, a voce ancora più alta, di andarcene via. Non ci siamo nemmeno baciati. Era solo un abbraccio fra due amici».
La denuncia di Mirco Vigni, 22 anni, ha fatto in poche ore il giro di Viareggio. Dove questa mattina, verso le 5.30, al bar da Cusimano in via San Francesco stava facendo colazione assieme a un amico dopo avere lavorato tutta la notte al Priscilla Caffè, un locale gay della vicina Torre del Lago. Il solito cappuccino per sgranchirsi dopo la nottata al bancone, come tante altre volte. Mirco era in compagnia di Fabio, un amico che lavora in un'altra famosa discoteca della Versilia.
«Fabio stava seduto al tavolo e io ero in piedi alle sue spalle. L'ho abbracciato. Siamo solo amici. Nel bar c'erano quattro carabinieri in divisa, seduti qualche tavolo più in là». Uno dei quattro ha parlato a voce alta, rivolto verso il bancone. Nel bar c'erano almeno una quindicina di persone a quell'ora. «Ha detto - prosegue Mirco - riferendosi a noi, che queste cose dovevamo andare a farle da qualche altra parte, perché quello era un luogo pubblico. E che si riempiva di bambini. Io ho chiesto se l'avrebbe detto anche a un ragazzo che abbracciava una ragazza e il carabiniere, a voce ancora più alta, ha ripetuto che ce ne dovevamo andare».
A questo punto Mirco ha raccolto telefonino e portafogli e si è avvicinato al bancone. «Conosco il titolare di vista, gli ho chiesto il conto e gli ho detto che avrebbe fatto meglio a intervenire visto che i carabinieri non ci avevano contestato nulla formalmente, ma stavano mandando via un cliente. E quella, in fondo, era casa sua. Abbiamo subito una discriminazione incredibile e pensare che io e Fabio non siamo nemmeno fidanzati. Siamo due amici. Ci vogliamo bene e ci siamo scambiati un semplice abbraccio».
Fuori dal bar, la solidarietà di una ragazza che ha assistito alla scena. Mentre Fabio piangeva terrorizzato. «Mi ripeteva che voleva andarsene, era spaventato». Immediata la segnalazione all'Arcigay che ha condannato l'episodio e intende chiedere spiegazioni all'Arma dei carabinieri. Nel pomeriggio il presidente nazionale dell'associazione, Paolo Patanè, ha tenuto una conferenza stampa su quello che definisce «un caso grave di omofobia a fronte di un avanzamento del dialogo con le forze dell'ordine che è un fatto importantissimo», spiega a L'espresso.
«Ancora un volta in Italia siamo di fronte a un problema di omofobia profonda che c'è nel Paese. Una problematica diffusa da parte delle forze dell'ordine, che danno un'interpretazione e un giudizio moralistici di fronte all'affettività e alla presunzione di omosessualità. Qui siamo di fronte a due amici che si abbracciano, è gravissimo ciò che è avvenuto. E' un problema di formazione che va affrontato una volta per tutte. Altrimenti chi indossa la divisa lede un diritto fondamentale dei cittadini che invece dovrebbe difendere: essere se stessi».

fonte: La Repubblica





Il ministro dell'Interno italiano Roberto Maroni intende legalizzare l'intolleranza nell'Ue


Ecco le dichiarazioni rese ieri da Roberto Maroni e diffuse da tutti i media nazionali, senza alcun commento riguardo alla loro natura discriminatoria: "Sarkozy ha ragione ma non è certo una novità. Anche l’Italia usa da anni la tecnica dei rimpatri assistiti e volontari. Nel 2007, proprio con i rom, usò questa strada pure il sindaco di Roma, che non era Jean-Marie Le Pen ma Walter Veltroni. E figuriamoci se allora qualche professionista dell’antirazzismo si sognò di gridare allo scandalo. Dobbiamo arrivare alla possibilità di espellere anche i cittadini comunitari, espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti. So bene che l'Ue stabilisce che l’espulsione dei cittadini comunitari non è possibile. Durante la discussione per il pacchetto sicurezza fu proprio l’Italia a chiedere a Bruxelles la possibilità di attivare questa procedura. Ma il commissario Jacques Barrot, francese, rispose di no: in base al principio di proporzionalità, disse, l’unica sanzione possibile per un comunitario è l’invito ad andarsene, che serve a ben poco. Ma adesso torneremo alla carica. Il 6 settembre ne discuteremo a Parigi in un incontro con i ministri dell’Interno di diversi Paesi europei. Le espulsioni dovrebbero essere possibili per tutti i cittadini comunitari, non solo per i rom. Il problema semmai è un altro: a differenza di quello che avviene in Francia, da noi molti rom e sinti hanno anche la cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare nulla". Trasmettiamo la dichiarazione d'intenti del governo italiano e segnatamente del ministero degli Interni alle Istituzioni e agli organismi umanitari internazionali, augurandoci che traggano le dovute conclusioni e assumano di conseguenza posizioni chiare e decise.


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20 agosto 2010

Di carcere si muore, Solidarietà con i detenuti Ricordando Stefano Frapporti. Presidio a Rovereto

Di carcere si muore.
Quando non fisicamente, si muore affettivamente, psicologicamente, moralmente.
Le varie lettere che riceviamo dal carcere di Rovereto descrivono una situazione invivibile e degradante. Parliamo in particolare della sezione femminile.
Questa è la realtà quotidiana: ore d’aria in meno rispetto a quelle previste, celle chiuse tutto il giorno, mancanza di personale medico, sovraffollamento, cibo immangiabile, disposizioni arbitrarie che riducono al minimo il vestiario consentito, prodotti necessari – ad esempio per l’igiene intima – dai costi altissimi (per la gioia delle ditte che li forniscono). A questo quadro si aggiungono i sempre più frequenti rifiuti da parte del magistrato di sorveglianza di concedere liberazioni anticipate e misure alternative a chi ne avrebbe diritto.
Allargando lo sguardo oltre le condizioni carcerarie stesse, è evidente che il carcere assomiglia sempre più al “nuovo” programma sociale previsto per i poveri. Il 27% dei detenuti è composto da tossicodipendenti. Il 38% da immigrati senza documenti. Facciamo un esempio: abolendo la legge Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull’immigrazione uscirebbero subito 2/3 dei prigionieri! Altro che grandi criminali da cui difendere la società!
Il problema non si risolve certo costruendo nuove carceri. Per invertire questa tendenza ad una società sempre più carceraria è necessario lottare tutti. Dentro come fuori.
Sarà anche questo il nostro modo per ricordare Stefano Frapporti e l’arresto che lo ha ucciso.

SABATO 21 AGOSTO, DALLE ORE 18,00
PRESIDIO SOTTO IL CARCERE DI ROVERETO

Musica, interventi, microfono aperto



assemblea dei familiari, amici e solidali di Stefano Frapporti

nonsipuomorirecosi@gmail.com

http://frapportistefano.blogspot.com




17 agosto 2010

Cari sbirri, li volete o no i codici identificativi sulle divise?

Mi chiamo Carlo Gubitosa, sono un giornalista e saggista, e dal 2001 al 2003 ho svolto una inchiesta sui fatti del G8 genovese, producendo un libro/documento di 600 pagine.Con la presente vorrei replicare con preghiera di pubblicazione alla "Lettera congiunta Silp-Sap sui fatti del G8 di Genova del 2001"

Cari rappresentanti di Silp e Sap,

ho letto con interesse la vostra lettera aperta rivolta ai media, in cui avete detto che "i Poliziotti del G8 sono anche i primi che esigono chiarezza ed esigono che chi ha disonorato la propria divisa paghi".
E allora come mai entrambi i sindacati in questione sono sempre e da sempre avversi a ogni proposta di legge per l'introduzione di un codice identificativo su caschi e divise, come avviene in molti altri paesi europei? Questo aiuterebbe all'individuazione dei responsabili di abusi evitando che si faccia di tutte le erbe un fascio.
Avete detto di voler scrivere "alle testate cittadine perché è giusto che i cittadini conoscano il disagio della Polizia genovese".
Come mai il disagio di essere associati a gravi abusi, crimini e torture si vuole esprimere solo verso i cittadini, mentre non risulta che sia stato espresso nessun disagio verso le istituzioni per le promozioni di funzionari condannati in primo e secondo grado per quella che un vostro collega ha definito la "Macelleria Messicana" allestita dalle forze dell'Ordine alla Scuola Diaz? Il disagio nasce solo quando si intacca la vostra immagine pubblica o anche quando gli onesti restano al palo mentre fa carriera chi ha ordito pestaggi e costruito maldestramente false prove e teoremi accusatori? Perché non è volata una parola dai vostri sindacati contro le ingiuste promozioni "in automatico" che non tengono conto delle responsabilità penali accertate per chi ha fatto carriera?
Voi dite che "i Poliziotti del G8 erano anche quelli che hanno comprato le bottiglie d'acqua per i fermati, quelle che sono andate in farmacia per acquistare gli assorbenti per le fermate".
L'atteggiamento umano e rispettoso nei confronti dei fermati e degli arrestati è il vostro dovere istituzionale, e almeno in teoria dovrebbe essere la normalità del vostro lavoro, non un evento eccezionale da sbandierare pubblicamente quasi a volere premi e riconoscimenti per una doverosa umanità che comunque non può compensare le azioni di alcuni vostri colleghi, autori di violenze, abusi e torture sui manifestanti in stato di fermo chiaramente documentati in sede giudiziaria.
Voi dite che i poliziotti di Genova sono "quelli che hanno atteso le sentenze che hanno stabilito una verità processuale".
E allora come mai il Sap ha "atteso le sentenze" con una vasta produzione di comunicati dal sapore corporativo e di difesa "a prescindere" dei colleghi? Si legga ad esempio l'Ansa del 14 luglio 2008, dove il portavoce nazionale del Sap Massimo Montebove dichiarava che "Il SAP ha difeso e continuerà sempre a difendere la Polizia di Stato e le Forze dell'Ordine dall'infamante e non provata accusa di aver commesso, sistematicamente, abusi e violenze". Il problema è nell'avverbio "sistematicamente"? Vi stanno bene gli abusi e le violenze purché non siano "sistematici"?
E ancora, come mai il SAP ha promosso sin dal 2001 una raccolta fondi per difendere i poliziotti accusati e successivamente condannati per abusi e violenze nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto? Vi farete dare indietro i soldi usati per le spese legali di chi avrà sentenze di condanna passate in giudicato, oppure la vostra raccolta fondi "in attesa delle sentenze" era anche a favore dei colpevoli per ridurre al minimo le conseguenze delle loro azioni?
Voi dite di essere "quelli che notoriamente non sono fulmini di perspicacia ma balza all'occhio del meno attento il fatto che, ben più di una volta, si è colpita la nostra Istituzione per colpire qualcos'altro".
Siccome sono ancora meno "fulmine" di voi, non capisco queste allusioni e questi riferimenti, se avete qualcosa da dire ditelo, altrimenti parlare in codice non serve a molto. Il coraggio e il carattere che voi vantate nella vostra lettera bisogna dimostrarlo nel dire le cose chiaramente, senza ammiccamenti o allusioni comprensibili solo agli addetti ai lavori, perché è fin troppo facile essere spavaldi e coraggiosi quando si tratta di fare irruzione a volto coperto e manganelli in mano in una scuola dove c'è gente indifesa che dorme. E quindi spiegatevi: in quale occasione pensate di essere stati colpiti ingiustamente per danneggiare qualcos'altro o qualcun altro?
Voi dite che "abbiamo lavorato tanto affinché la Polizia di Stato acquisisse un vero contatto col cittadino ed entrasse a pieno titolo nel tessuto sociale"
Anche la società civile ha lavorato tanto per ritrovare lo spirito della riforma dell'81, quando i poliziotti sfidavano le leggi dello stato per smilitarizzarsi. Personalmente ho organizzato un confronto su questi temi con un rappresentante del SILP durante il forum sociale di Firenze nel 2002, ma tutte le volte che si tratta di prendere posizioni giuste e coraggiose, ho visto i vostri sindacati tirarsi indietro.
Ho visto i vostri rappresentanti più illuminati, istruiti e sinceramente democratici che dopo aver fatto in pubblico dei bei proclami come il vostro, in privato si tiravano indietro e dicevano a mezza bocca che loro sono favorevoli ai codici identificativi su caschi e divise, ma non potevano dirlo pubblicamente per paura di perdere iscritti. E' questo il coraggio delle vostre idee che vi hanno insegnato in Caserma? Abbiate il coraggio di dire come la pensate: i vostri sindacati sono favorevoli all'introduzione di codici identificativi su caschi e divise?
Se siete contrari, come potete sostenere di lavorare per entrare nel tessuto sociale e stare a contatto con i cittadini, quando volete rendere più facile l'impunità a chi viene sorpreso mentre commette abusi con tanto di foto e filmati? Se invece siete favorevoli, perché non avete il coraggio di dirlo pubblicamente, cercando un alleanza con le forze sociali e politiche che hanno lo stesso obiettivo?
Avete paura di diventare impopolari tra la base dei vostri iscritti, avete paura di perdere tesserati e quindi soldi e potere politico? E se state zitti per paura, che autorità morale avete per fare i risentiti di fronte alla sfiducia e al pregiudizio dei cittadini nei vostri confronti provocato proprio dai pavidi come voi che col loro silenzio favoriscono i violenti come i picchiatori della Diaz e di Bolzaneto?
Voi dite che "ci troviamo sempre più compressi ed all'angolo, sempre più distanti da quelle aperture verso il tessuto sociale e sempre più facenti parti di una struttura sotto attacco continuo".
Non prendetevela con la stampa, non prendetevela con i manifestanti, non prendetevela con chi si ribella alla violenza in divisa: il potere di restituire onore e dignità alla vostra professione già troppo infangata è tutto nelle vostre mani.
Rileggete le parole coraggiose del vostro collega Giancarlo Ambrosini, e trovate il coraggio per una grande battaglia di civiltà, per introdurre codici identificativi su caschi e divise che rendano davvero personale le responsabilità di abusi senza infangare tutta una categoria. Studiate l'esperienza di Ambrosini, talmente coraggioso da denunciare gli abusi commessi dai colleghi fino ad essere emarginato dal sindacato Siulp che aveva contribuito a fondare, ricevendo minacce e intimidazioni che arrivarono fino all'incendio della porta di casa sua.
Leggete che cosa diceva profeticamente il vostro collega Ambrosini molti anni prima dei fatti del G8: "Chi ha sbagliato lo ammetta apertamente e smetta di adottare la politica dello struzzo, quello che viviamo oggi non è il nostro ineluttabile destino, ma l'esito a cui ci ha portato una politica miope e codarda, di cui è urgente fare piazza pulita. [...] In passato non abbiamo temuto di dire la nostra anche su cose difficili e complesse, e abbiamo inciso profondamente, e non solo nel nostro ambiente. Ora dobbiamo tornare protagonisti, perché il paese ha bisogno che si avvii un'altra grande stagione politica ed ideale, che potrà essere molto più difficile, complessa e contrastata di quella che abbiamo vissuto negli anni Settanta, ma che forse sarà ancora più decisiva".
E allora vi riformulo nuovamente la domanda chiave: siete favorevoli all'introduzione di codici identificativi su caschi e divise, inocui per chi non avrà nulla da nascondere, ma determinanti per individuare chi ha commesso abusi senza che si possa nascondere nella massa di poliziotti onesti?
Se la risposta è sì, allora passate all'azione, e ritroverete tutto quel consenso e quella fiducia dei cittadini che avete perso in questi anni, e non certo per colpa degli organi di informazione.
Se la vostra risposta è no, allora risparmiateci i piagnistei, le lacrime di coccodrillo, i racconti epici sul mestiere difficile del poliziotto e le immagini poetiche di poliziotti che passano bottiglie d'acqua ai fermati: niente di tutto questo potrà cancellare il vostro disonore, che a quel punto non sarà frutto del pregiudizio dei cittadini o di quello dei giornalisti, nè sarà più frutto delle violenze dei vostri colleghi: sarà solo la naturale conseguenza del vostro silenzio e della vostra vigliaccheria.

Cordiali saluti

Carlo Gubitosa




16 agosto 2010

Schedatura, controllo e business ecco la tessera del tifoso

La Gazzetta dello Sport di martedi 10 agosto 2010 sulle risse calcistiche nelle amichevoli estive, anche tra giocatori, si chiedeva già nel titolo se "La violenza vuol colpire la tessera del tifoso?" I creatori e i sostenitori della "tessera del tifoso" pensano che le passioni, il disordine, la disarmonia possano essere tranquillamente ridotti e governati da regole e norme. Il tifoso, secondo questi guardiani della morale pubblica, non solo deve stare composto, deve mostrarsi sereno pure quando la sua squadra sta perdendo, deve portare la famiglia allo stadio, deve applaudire, magari in piedi, gli avversari, adesso con l'introduzione della tessera deve anche far parte della categoria virtuosa dei "Tifosi Ufficiali".
Concretamente, la tessera dovrebbe progressivamente sostituire i biglietti cartacei e consentire una sorta di schedatura di massa di tutti coloro che partecipano da spettatori a un avvenimento sportivo. Oltre al controllo c'è ovviamente anche il business, visto che produzione e vendita alle società di calcio dei supporti delle tessere e dei relativi software di gestione rappresenta un affare da parecchie cifre. In un comunicato Telecom Italia, che offre il supporto tecnologico, spiega che la tessera «rappresenta lo strumento attraverso il quale la Lega Professionisti vuole promuovere la categoria dei tifosi ufficiali che aderiscono volontariamente ad un codice di comportamento etico». Nella stessa nota si ricorda però anche che «la tessera, che ha anche la funzione di carta di credito ricaricabile nel circuito Visa, consentirà al tifoso associato l'accesso allo stadio, previo acquisto dell'idoneo titolo, senza la necessità di portare con sé un biglietto cartaceo, e la fruizione di altri servizi forniti dalla società di calcio come biglietti premio, varchi privilegiati ed altre agevolazioni per le tifoserie».
La direttiva della tessera obbligatoria arriva dopo una serie impressionante di proibizioni che in questi ultimi anni hanno riguardato soprattutto i giovani. Dal divieto del fumo a quello delle droghe leggere, dal drastico restringimento dell'orario di apertura dei locali notturni alla criminalizzazione del fenomeno dei rave illegali, dalla bocciatura per condotta fino all'ascesa del Calvario ogni volta che si vuole andare a vedere una partita allo stadio. La moderazione dei giovani ha sempre costruito la tomba dove giace la creatività. Poi però arrivano le sorprese: l'eccesso di alcool devasta sempre più i giovani, lo stupro è diventato un gioco di massa, la violenza contro i gay un passatempo quotidiano, la caccia all'immigrato uno sport nazionale. E come si giustificano di solito i colpevoli di questi reati? Confessando semplicemente che si annoiavano e allora per passare il tempo...
D'altra parte, come riconquistare sentimenti, turbamenti, inquietudini in un mondo dal quale non si può fuggire perché non ne esiste un altro? Imprigionati in una società che vuole essere sana, in un universo che vuole essere perfetto, l'unica libertà concessa agli individui è la fuga in una interiorità anomala e mostruosa che alla prima occasione che le si presenta per tracimare non può che farlo in modo violento e devastante. E dove se non sulla strada?
E così i severi amministratori dei nostri corpi, dei nostri stadi, delle nostre piazze, invece di capire, come avviene in tutti i paesi della civile Europa, che solo tollerando o legalizzando qualche eccesso lo si può controllare e soprattutto si allontana il rischio di trasgressioni ben più gravi, stringono ancora di più i freni della "normalità", inchiodando i nostri giovani a un mondo monotono e senza tempo.
Il cui succo del provvedimento è: statevene a casa, abbonatevi alla pay-tv che vi pare e amen.

Starsene a casa può essere una scelta o un obbligo. Qualche caso spicciolo:
A) sono un turista straniero in visita a Roma. Posso acquistare un biglietto per il derby? No.
B) sono un leccese residente a Torino. Posso acquistare un biglietto per Inter-Lecce? No. La vendita è riservata a chi vive nella provincia in cui si gioca.
C) sono un onesto padre di famiglia, parlo il milanese meglio di Bossi e di suo figlio, io di figli ne ho due, posso portarli al derby? No, non si può acquistare più di un biglietto a persona. E poi continuano a dire che bisogna riportare le famiglie allo stadio.
Ecco, nei tre casi mi sembra di vedere una limitazione alla libertà individuale. Detto in altri termini, e per puro comodo, immaginiamo di dividere i tifosi in bravi e cattivi. I cattivi identificati, in teoria, sono già soggetti a Daspo, quindi schedati e controllati ma la tessera non sarà concessa neanche a coloro che hanno già scontato la diffida del Daspo. Cioè, si può vietare l'ingresso in una struttura pubblica, come lo sono gli stadi italiani, a qualcuno solo perché sospettato di essere potenzialmente pericoloso. Insomma, una misura punitiva per tutta la vita.
Ma che bisogno c'è di schedare tutti? Questo è il punto. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché un cittadino incensurato, senza precedenti specifici, non è libero di muoversi nel suo paese e di andare allo stadio pagando un biglietto e basta, come si fa nel resto del mondo. Si colpiscono i diritti di una stragrande maggioranza per limitare gli eventuali danni di un'esigua minoranza. Se la libertà di movimento passa per una schedatura c'è per caso un costituzionalista che ha qualcosa da dire?



Italo Di Sabato - responsabile naz.le Osservatorio sulla Repressione



14 agosto 2010

Trento, scarcerato il gestore del sito marijuana.it: vendere semi non è reato

Il Tribunale del riesame di Trento ha ordinato la scarcerazione di Matteo Filla, 37 anni, milanese che vive ad Arco, responsabile del sito web marijuana.it e di una serie di altri siti internet, accogliendo le argomentazioni dell'avvocato difensore, Carlo Alberto Zaina, consulente legale dell'Aduc in materia di stupefacenti.
A renderlo noto è la stessa Aduc, associazione diritti utenti e consumatori, e Filla si trova al terzo procedimento giudiziario per episodi analoghi. Un primo giudizio l'ha visto assolto nel 2007, con sentenza passata in giudicato, mentre ha in corso un altro procedimento, nel quale è stato condannato a dicembre del 2009, in attesa di appello.
L'ultimo procedimento lo vede accusato dal Tribunale di Rovereto di istigazione, induzione e proselitismo per la coltivazione di piante idonee alla produzione di stupefacenti. per questo ha trascorso due settimane in carcere, su ordine di custodia cautelare.
Il Riesame di Trento ha ritenuto ora di scarcerarlo, osservando che la vendita dei semi, secondo sentenze della Cassazione, non è illecita', mentre lo diventa la commistione di vendita di semi, e materiale che ne spieghi la coltivazione con strumenti per la coltivazione stessa.
''Filla gestisce altri siti dove procedure e attrezzi sono disponibili - ha spiegato il suo legale - ma senza link a quello della vendita, inoltre su quello dove vende compare una finestra che ricorda come la coltivazione sia reato. Il Riesame ha osservato infine che viene punita l'istigazione all'uso, non rilevata nel caso in questione, ben distinta, tra l'altro, dalla propaganda, che costituisce un illecito amministrativo''
 
fonte: Trentino

"Mai più morire come Stefano Cucchi". Nuove regole per i detenuti ricoverati

Se un detenuto ricoverato si aggrava, i medici potranno avvertire i familiari anche senza attendere l'autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Per il momento si tratta solo di un accordo tra il provveditorato delle carceri del Lazio e l'ospedale romano Sandro Pertini, quello dove il 22 ottobre 2009 è morto nel più completo e colpevole abbandono Stefano Cucchi. Ma il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ha sollecitato tutti gli istituti a stabilire accordi simili con gli ospedali che hanno reparti detentivi (meno di una decina, nonostante la legge del 1993 secondo cui dovrebbe essercene uno in ogni capoluogo di provincia). Una volta definito un protocollo standard, questo sarà sottoposto al ministero della salute e alle Regioni, e dovrà essere valido su scala nazionale per le Asl e gli istituti di pena «per armonizzare le esigenze della salute con quelle della sicurezza ma anche evitare che il trattamento di un detenuto possa essere addirittura più restrittivo in ospedale che in carcere». Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha scritto al presidente della Commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, per annunciare la novità. «Sono queste le cose che mi fanno pensare che la nostra battaglia sta avendo un senso. Con le nuove norme Stefano ci avrebbe avuti accanto a lui» ha commentato la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi.
La famiglia Cucchi non si è rassegnata alla morte improvvisa del giovane, con segni di percosse sul corpo e in uno stato di evidente disidratazione e denutrizione, quando non erano stati nemmeno avvisati che era stato ricoverato in ospedale dopo l'arresto per detenzione di una piccola quantità di sostanze stupefacenti. E non c'è dubbio che proprio la loro battaglia tenace e coraggiosa, che ha visto Ilaria in prima fila, è all'origine della decisione del Dap. «Nessuno potrà restituire Stefano Cucchi alla sua famiglia», ha commentato Marino. «Ma adesso si potrà evitare che altri casi come quello del giovane morto all'ospedale Sandro Pertini di Roma accadano nuovamente». E spiega: «se al momento del ricovero di Stefano Cucchi vi era di fatto la proibizione di comunicare con i familiari, in caso di aggravamento di un paziente detenuto, da oggi il medico, di fronte a una persona privata della libertà, potrà fare ciò che ogni medico pratica con ogni paziente: nel momento dell'aggravamento l'assiste e immediatamente dopo informa i familiari delle condizioni cliniche del loro caro. Fino ad oggi per fare questo c'era la necessità di un permesso del magistrato di sorveglianza, richiesto attraverso il carcere. Occorrevano giorni. Ora bastano minuti».

Testimonianze: Lettera dal carcere di Macomer (NU)


Un caro saluto a tutti i compagni,

a metà marzo 2010 il sottoscritto è stato trasferito nel carcere di Rossano nella sezione EIV (Elevato Indice di Vigilanza, ora AS2, Alta Sorveglianza), composta di soli prigionieri “islamici”, una decina in tutto. Subito ho riscontrato un regime di detenzione molto diverso dalla EIV dove ero stato precedentemente ristretto.
Sin dai primi giorni che siamo entrati nell'AS2 di Rossano la direzione ha vietato molti dei nostri diritti e cose che prima in tutti gli altri carceri avevamo senza nessun problema: la radio, l'orologio, il lettore cd, i colloqui con i famigliari - per chi li ha, il campo sportivo…
Tutto questo nelle altre carceri dove eravamo stati non mancavano, ci sono anche nelle sezioni per soli musulmani (Asti, Macomer, Benevento). Il congelatore, per esempio, in sezione non c'è; ce n'è soltanto uno nel corridoio che porta al passeggio, ma non ci possiamo mettere niente, possiamo soltanto metterci l'acqua per il ghiaccio.
Al direttore abbiamo fatto molte richieste, rimaste però tutte senza risposta. Ci siamo sentiti presi in giro, dalla direzione non arrivava nessuna risposta.
Allora abbiamo iniziato a protestare. Abbiamo cominciato con il rivolgere le nostre lamentele ai capi delle guardie; facevo questo nel mentre ci recavamo all'aria, nel piccolo tragitto dalle celle al cortile. Poi siamo entrati in sciopero della fame, portato avanti per quattro giorni. Per ultimo abbiamo fatto alcune battiture notturne, alle 22.30, alle 1.45 e alle 4 del mattino.
Dopo tutte queste proteste nessuno ci ha risposto! Ci sentivamo sempre più sotto pressione e stavamo sempre più male.
Il 29 giugno 2010 tutti abbiamo, fatto richiesta di trasferimento. Le guardie hanno sempre continuato a fare le perquisizioni alle celle. In una di queste alla mia cella, hanno prelevato vari oggetti con la scusa che non erano autorizzati. Quegli oggetti mi sono stati autorizzati dal momento che ero entrato in quel carcere. Ho fatto presente tutto questo alla guardia che aveva fatto la perquisa; a lui non importava nulla, anzi, mi provocava per crearmi dei problemi. Infatti mi sono innervosito troppo con lui. Il 6 luglio 2010 ha presentato un rapporto contro di me. Dal direttore per discutere del rapporto disciplinare sono andato assieme ad un altro prigioniero (Fezzani Moez).
Il direttore si è rivolto a me in modo molto arrogante, mi ha insultato come se fossi uno schiavo. Invece di darmi un consiglio umano, con il suo modo di parlare mi ha fatto innervosire abbastanza, allora gli ho detto delle parole pesanti. A quel punto sono intervenute le guardie. Mi hanno preso con forza e portato alle celle.
Quando gli altri compagni hanno saputo quello che era successo e che era stato punito anche Moez, si sono innervositi e hanno cominciato la battitura alle porte per solidarietà. Il vice-comandante e il brigadiere della sezione sono entrati in sezione per portarmi all'isolamento. Con loro c'erano molte guardie, ho paura per me, allora mi sono ferito al collo con una lametta, per far loro più paura mi sono ferito anche ad un dito. All'inizio mi sono rifiutato di uscire dalla cella, poi ho detto loro che sarei uscito se mi lasciavano prendere tutta la roba e se non mi toccavano. Hanno accettato. Poi ho capito che era una fregatura, che mi stavano dicendo menzogne. Mi hanno portato all'infermeria dove, appena hanno visto il dito mi hanno detto che doveva essere cucito. Però non avevano l'ago per compiere l'operazione. Quando il dottore (o l'infermiere) è uscito per andare a prendere l'ago, sono rimasto solo con il brigadiere e una guardia che ha cominciato a dirmi di tutto. Parolacce e bestemmie solo per farmi innervosire e così crearmi problemi. Gli ho detto di non interrompermi mentre stavo parlando con un suo capo. La guardia mi dice di stare zitto, che lui non ha paura di me. In quel mentre arriva il comandante che da dietro mi da uno schiaffo, dicendo: eccomi qui. E' stato come un segnale, tutte le guardie presenti mi hanno aggredito con forza per uccidermi. Con il manganello mi davano botte sul viso, su tutto il corpo. In quei momenti urlavo dal dolore, cercavo di evitare le botte del manganello dirette alla faccia, proteggendomi con la spalla destra - mi fa ancora male fino all'osso. Sono scappato dalle loro mani, mi sono buttato sotto il tavolo, loro allora hanno continuato colpirmi ma con i piedi e i manganelli. Mi hanno causato dei tagli profondi in particolare nel labbro superiore, da dove usciva molto sangue.
Successivamente sono stato portato all'isolamento, in una cella vicino alla sezione. Quella cella era priva di ogni cosa né finestre, né porta per il bagno, né luce. Più volte ho chiesto di andare in infermeria per essere visitato, per fare una radiografia alla spalla e per cucire il labbro. Il mio corpo era pieno di macchie blu a causa delle botte. Alle richieste non ha risposto nessuno.
La notte tardi è venuto, mi ha guardato nella cella buia. Gli ho chiesto di curarmi tutte le ferite; mi ha ascoltato, se ne è andato e non è più tornato. Nel secondo turno della notte è venuto anche l'infermiere; ha guardato e se ne è andato anche lui. Poi è venuto un altro, ho poi saputo che era lo psichiatra; non mi ha detto una parola. Dopo un poco è ritornato l'infermiere per farmi una puntura anti-dolorifica.
I medici hanno scritto che io ero completamente sano; e il medico psichiatra ha chiesto di lasciarmi in una cella senza niente. Ha fatto questo senza avermi visitato!
In quella cella ci sono rimasto sei giorni, dormivo per terra senza vestiti, solo con un pantaloncino che indossavo all'inizio e senza nessuna cura.
Il 12 luglio 2010 sono stato trasferito nel carcere di Nuoro. Quando mi ha visitato il medico gli ho chiesto di registrare e prendere atto di tutti i segni rimasti sul corpo che erano ancora lì dopo quasi una settimana dal massacro.
Ho scordato di scrivere che dopo due giorni ho chiesto di andare in infermeria per denunciarli. Non mi hanno autorizzato.
Il medico e lo psichiatra anche loro sono colpevoli di tutto. Ho quattro testimoni detenuti che erano nell'isolamento quando mi hanno portato lì anche me. Hanno visto il comandante, le guardie e me. Ricordo bene le facce delle guardie e ho anche il nome di chi mi ha fatto rapporto. Il direttore ha ordinato l'aggressione contro di me.
Voglio denunciare tutti questi fascisti infami.

P.S. il 22 luglio 2010 mi è arrivata una notifica inviata dal DAP, in cui bengo punito a sei mesi di 14-bis, a sei mesi (isolamento) da scontare nel carcere di Nuoro (via Badu 'e Carros 1 - 08100 Nuoro).

Un cordiale saluto Elayashi Radi


Indirizzo del carcere di Macomer: Località Bonu Trau 19 - 08015 Macomer (Nuoro)

13 agosto 2010

Carceri, ferragosto di ispezione per 195 parlamentari

Saranno 195 i Parlamentari che, con la promotrice dell'iniziativa Rita Bernardini dei Radicali, passeranno il week end di Ferragosto nelle carceri italiane. Lo scopo della Radicale è verificare le condizioni di vita nei penitenziari italiani. Secondo Ristretti Orizzonti, il sito di cultura e informazione sul carcere attivo da 12 anni, le visite saranno effettuate in più di 170 carceri da 87 deputati, 37 senatori, 60 consiglieri regionali, 5 garanti dei diritti dei detenuti, 2 europarlamentari, 2 magistrati, 1 presidente di tribunale, 1 procuratore generale, accompagnati da alcune centinaia di collaboratori (tra militanti radicali, rappresentanti del volontariato, dell'avvocatura, delle organizzazioni sindacali). Ed è a tutti loro che Ristretti Orizzonti dà alcuni suggerimenti per una «visita informata» agli istituti di pena, che vanno dalla verifica se nell'ambito dell'assistenza sanitaria ci si occupa, come dovuto, anche di prevenzione dei suicidi, fino al al controllo che i detenuti possano disporre effettivamente di acqua calda per lavarsi. Ai parlamentari viene consigliata come prima tappa, la visita agli ambienti dedicati ai colloqui dei detenuti con i familiari. «Il rischio è che con il caldo estivo e con il sovraffollamento, i colloqui diventino sempre meno un momento dove coltivare i rapporti affettivi con i familiari e sempre più dei luoghi di stress e frustrazione», avverte Ristretti Orizzonti, che perciò chiede di verificare tra l'altro se la sala destinata agli incontri tra i detenuti e i parenti sia «adeguatamente ventilata». Si suggerisce anche di controllare l'infermeria, per verificare se sia dovutamente attrezzata con apparecchiature adatte alle visite specialistiche e se effettivamente le richieste di visita medica vengano accolte «senza ritardo». Ma anche per accertarsi che siano previste modalità per individuare le persone a rischio suicidio e se sia garantito loro «almeno un ascolto adeguato». Scontata la visita delle celle, che per dimensioni dovrebbero rispettare gli standard stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura («non meno di 15 metri quadri per quattro detenuti»). «I servizi igienici devono essere separati per rispettare la privacy di chi ne usufruisce», ricorda ancora il sito, che raccomanda di «verificare se c'è acqua calda» e se in ogni sezione ci sia effettivamente un defibrillatore «perfettamente funzionante». Tra i tanti suggerimenti quello di controllare lo stato di lenzuola e coperte «spesso in condizioni inaccettabili», ma anche il rispetto delle norme, non solo igieniche, sul vitto, a cominciare dalla presenza obbligatoria di un agente per vigilare sull'equità della distribuzione dei pasti.
Proprio ieri intanto il vice presidente della commissione attività produttive della Regione Sicilia, Pino Apprendi (Pd), ha fatto chiarezza su una morte nel carcere dell'Ucciardone di Palermo, avvenuta lo scorso 4 agosto, quella del detenuto Dino Naso: «Il detenuto ha accusato un malore alla gola sostenendo di avere le placche, presumibilmente alle 9,30 del mattino e ha così chiesto qualcosa per alleviare il fastidio.
Pare che gli siano state portate una pillola e una bustina. Continua a sentirsi male anche se in maniera lieve e verso le 13 si prepara una camomilla, la situazione degenera intorno alle 15,30 quando inizia la crisi respiratoria. I detenuti chiedono aiuto e viene chiamato il medico che si trovava alla sesta sezione per un altro caso. Alle 16,25 Dino Naso riceve le prime cure in infermeria così come registrato nella cartella clinica, alle 16,57 viene chiamato il 118 che arriva all'Ucciardone alle 17,10. I medici e gli operatori sanitari del 118, dopo avere prestato le prime cure urgenti, ripartono verso l'ospedale alle 17,56. Il detenuto arriva in condizioni gravissime al Buccheri La Ferla alle 18,12» dove poi morirà. Sulla vicenda sono in corso due inchieste, una da parte della magistratura, la seconda da parte dell'amministrazione carceraria. Per Apprendi comunque «è impensabile che in una struttura penitenziaria dove sono reclusi 707 detenuti, ci sia un solo medico di turno impegnato a tamponare le emergenze ed evitare gli imprevisti. Questo si traduce in una mancanza quasi totale di sicurezza per i carcerati, del tutto intollerabile».

Giuseppe Gulotta, 22 anni in prigione «In galera da innocente. Perché?»

Di sicuro c’è solo che è innocente. Innocente ma con 22 anni di galera alle spalle. Innocente ma accusato di strage. È la storia di Giuseppe Gulotta e di un eccidio senza colpevoli, quello di Alcamo Marina, provincia di Trapani, avvenuto il 27 gennaio 1976 e che costò la vita ai carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta (nella foto è l'uomo a sinistra accompagnato all'uscita dal carcere dal legale).

Giuseppe Gulotta nel 1976 aveva 18 anni. «Fu una cosa terribile, in paese ne parlavamo tutti. Due giovani carabinieri, quasi miei coetanei, trovati uccisi in una piccola caserma di fronte al mare». Delitto inspiegabile, misterioso. Uccisi nel sonno, la serratura fusa dalla fiamma ossidrica, pistole e divise che spariscono. Una vita serena, di provincia, quella di Giuseppe. Non poteva immaginare che di lì a poco sarebbe finito nel tritacarne di un mistero di Stato. Lui che di politica nulla sapeva. Anni 70, roba per stomaci forti, quando i sogni di un mondo migliore stavano svanendo in un delirio di piombo. «La mia era una vita di lavoro. Prima dal barbiere, poi muratore. Ero un ragazzino riservato, timido con le ragazze». L’unico lusso una vespa arancione, qualche sera in pizzeria e in discoteca, «ma io facevo tappezzeria» ricorda Giuseppe. Sempre in compagnia di Gaetano e Vincenzo, gli amici con cui era cresciuto.
Quando i due carabinieri vengono uccisi, Giuseppe sta aspettando una chiamata dalla Guardia di Finanza dopo aver sostenuto tutti gli esami. Ad Alcamo arrivano due squadre di investigatori, quella del colonnello Giuseppe Russo, un mastino dell’antimafia, e quella dell’antiterrorismo di Napoli. Scatta la caccia all’uomo. Il movente è politico, è terrorismo. Due carabinieri morti esigono un colpevole, a ogni costo. E a pagare il prezzo sono quei tre amici inseparabili: Giuseppe Gulotta, Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli. A chiamarli in causa è un altro ragazzo di Alcamo, con il quale a volte uscivano: Peppe Vesco. È un tipo particolare Vesco, un po’ naif: un chiacchierone che al bar parla di rivoluzione, di anarchia e che ha perso una mano in un incidente. In paese lo chiamano “Peppe ’u pazzo”. È il 12 febbraio 1976. Il tritacarne è in azione. Lo mettono in moto una decina di carabinieri agli ordini del colonnello Russo. Vesco viene arrestato per un’infrazione. Nella sua macchina i carabinieri trovano una pistola. In caserma Vesco viene sottoposto a torture indicibili: botte, scosse elettriche, costretto a bere acqua e sale. Prima nega qualsiasi coinvolgimento nella strage poi dice che la refurtiva sottratta sul luogo del delitto si trova in casa di un bottaio, Giovanni Mandalà, dove viene recuperata. Poi altre torture. Alla fine ammette: ho fatto la strage con i miei amici Gulotta, Ferrantelli e Santangelo. È la svolta: i tre ragazzi vengono arrestati e dopo una notte da film horror confessano tutto. Tutto ciò che non avevano mai fatto.
«La mia innocenza è nelle carte» dice Gulotta che oggi, dopo 22 anni di carcere da innocente, con il processo di revisione in corso, racconta a l’Unità la sua storia. Ci sono carte che grondano sangue e lacrime. Le lacrime e il sangue di Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. Le carte, quelle in cui si autoaccusano, sotto tortura, della strage. Sono le 10 di sera del 12 febbraio 1976. I tre ragazzi, dopo la denuncia di Vesco, sono in stato di fermo. «Stavo riparando il bagno di casa. Fui portato in caserma». Siamo ad Alcamo, provincia di Trapani, Italia. Ma potrebbe essere l’Argentina dei generali, il Cile di Pinochet, un gulag sovietico o una prigione talebana. Da mezzanotte all’alba Giuseppe Gulotta viene torturato come un desaparecido. Perché per tutti, lui, quel 18enne timido che voleva indossare la divisa della Finanza, ufficialmente non è lì. Il verbale di arresto segnala che Gulotta arriva in caserma alle 5 del mattino e non alle dieci di sera. Ecco il racconto dell’orrore: «Verso mezzanotte mi legano mani e piedi a una sedia. Provo a divincolarmi e spezzo il bracciolo della sedia. Iniziano a urlare che li avevo uccisi io i due carabinieri. Ovviamente nego. Mi circondano, sono una decina, tutti carabinieri in divisa. Mi picchiano in faccia, mi sputano addosso. Calci e pugni. Urlano: sei stato tu, dillo. I tuoi amici hanno ammesso tutto». Non era vero. In quei momenti uguale trattamento subivano Gaetano e Vincenzo. Spunta anche una pistola che scortica la faccia di Gulotta. «Se non confessi ti ammazziamo», minacciano.
«Uno da dietro mi teneva la testa, mentre un altro carabiniere mi schiaffeggiava». Era il colonnello Russo che Gulotta riconoscerà molti anni dopo. «Quando smise, un altro prese a strizzarmi i genitali. Non finivano più». Russo finirà ucciso l’anno dopo e per uno strano caso anche lì ai sospettati verrà estorta una confessione sotto tortura. In realtà il colonnello venne ucciso da Leoluca Bagarella, allora giovane boss emergente.
Carte che grondano sangue. È il verbale della confessione di Giuseppe. «Era l’alba quando mi arresi alle botte». «Ditemi quello che devo confessare, basta che non mi picchiate più» dice agli aguzzini in divisa. «Si fermarono. Mi portarono in un’altra stanza e mi ammanettarono a un termosifone. Ero una maschera di sangue. Accanto a me c’era un avvocato, una donna giovane che fumava, non mi degnò di uno sguardo. Firmai il verbale di confessione, avevo solo diciotto anni». La dignità non abitava in quella caserma, quella notte. C’è solo un carabiniere che non viene contagiato da quell’isteria collettiva. «Gulotta mi sembrò un pulcino impaurito e bagnato» ricorda oggi.
Dopo la confessione estorta Gulotta viene portato a Trapani in carcere e poi nel pomeriggio si trova di fronte ai vertici della procura, Genco e Lumia. «Ero in uno stato pietoso. Stavo per dirlo anche a una guardia carceraria cosa avevo subito ma il carabiniere che era con me mi strinse forte il braccio. Mi ricordo bene cosa disse: “Scrivete che è scivolato in caserma su una buccia di banana”». Ancora carte che sanguinano. «La frase finì nel verbale - dice Gulotta - I miei abiti pieni di sangue sparirono». Raccontò tutto anche ai magistrati. «Dissi che ero innocente, dissi delle torture. Non potevo immaginare che l’avrei ripetuto a decine di altri pm per altri 30 anni. Non successe nulla». A parte quella confessione a suon di botte, non c’è nulla che somigli a un’indagine sulla strage di Alcamo Marina. Non viene appurato con un esame, lo stub, se i quattro sospettati hanno usato armi, non si accerta il loro alibi, non si cercano altri testimoni. Vesco esce di scena nell’ottobre del 1976 dopo aver ritrattato le accuse: privo di una mano si impicca in carcere. Una versione inverosimile ma ufficiale: altre carte insanguinate. Muore con lui una delle possibilità per capire.
Tra assoluzioni e condanne. Intanto Gulotta sconta 2 anni e 3 mesi di carcere. Nel 1988 ha un figlio da Michela la sua attuale compagna. Nel ’90 la sentenza definitiva: ergastolo. Inizia a scontarlo, da innocente. Con una forza sovraumana. «Avevo degli obiettivi: la revisione del processo e aspettare i primi permessi per ritornare in famiglia. Ho sempre sperato nella giustizia». Un detenuto modello, mai una protesta, mai pensato a fuggire, a sottrarsi a quella condanna ingiusta. Gli altri due, Ferrantelli e Santangelo, invece scappano in Sudamerica. Lui no: rimane in carcere, chiede la revisione, trova nella sua compagna e nei figli un baluardo contro l’assurdo dolore. «Ho accettato il corso della giustizia. Non volevo fuggire, volevo giustizia». E la giustizia - o quel che ne rimane - arriva nel 2008, trentadue anni dopo l’infamia. Riappare quel carabiniere che vide Gulotta, «il pulcino bagnato e impaurito», subire le torture. È Renato Olino e decide di parlare. Si innesca così il meccanismo che porta al processo di revisione. Il 24 giugno scorso Olino racconta tutto davanti alla Corte di Reggio Calabria. Ha riavvolto il film di quella notte, di quel branco di lupi in divisa che non la smetteva di picchiare, che non voleva la verità ma solo un colpevole, uno qualsiasi. Il 22 luglio 2010, dopo 22 anni di detenzione, Gulotta esce dal carcere in libertà vigilata.
«Vorrei sapere chi e perché mi ha fatto questo. Ho iniziato a documentarmi. Siamo finiti in una vicenda enorme, legata ai misteri di questo paese. Io voglio capire cosa è successo ad Alcamo, in Sicilia, in Italia in quegli anni. Ci sarà qualcuno che mi dirà in che razza di storia sono finito, da che parte stavano i carabinieri, da che parte stavano i giudici. Siamo stati i capri espiatori di una cosa molto più grande di noi che non si doveva conoscere. Questo è stato il modo in cui alcuni carabinieri hanno creduto di fare giustizia dei loro colleghi uccisi?». Come tutti i misteri italiani dietro la strage si intravedono 007 e traffici di armi, trame e segreti: il tritacarne di Stato in cui è caduto Gulotta. Recentemente la procura di Trapani ha aperto due inchieste. Una sulla morte dei due militari, l’altra su 4 carabinieri accusati di sequestro di persona e lesioni gravissime: sono Giuseppe Scibilia, Elio Di Bona, Giovanni Provenzano e Fiorino Pignatella. Due indagini che potrebbero rispondere alla domanda di Gulotta: perché?
Gli indagati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere anche se per quei reati, per quelle torture è già scattata la prescrizione. «Questo mi fa rabbia - dice Gulotta - perché ancora una volta negare la verità? Che Stato è quello che condanna un innocente e permette a un colpevole, che è anche un carabiniere, di tacere la verità?». Coltiva anche un sospetto terribile. «In tanti conoscevano la verità. Credo che Olino l’avrebbe potuta dire prima ma i tempi non erano maturi, qualcuno gli ha consigliato di tacere, per trent’anni». Nessuno ha chiesto scusa a Gulotta. «Solo Olino. Dopo la sua testimonianza si è venuto a sedere vicino a me. Per un attimo ho provato quasi timore. Mi ha guardato e mi ha detto, “Alzati Giuseppe”. Mi ha abbracciato forte: “Scusami, anche a nome dei miei colleghi”. Nessun altro si è fatto sentire».


di Nicola Biondo da unita.it


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