27 luglio 2010

Palermo: aggressione fascista

La notte scorsa cinque militanti antifascisti sono stati aggrediti da membri di organizzazioni di estrema destra nei pressi di piazza Politeama, a Palermo. Tra di essi vi erano anche alcuni nostri iscritti". E' quanto afferma Marco Giordano, coordinatore provinciale dei Giovani comunisti. "Condanniamo senza mezzi termini l'accaduto e richiamiamo l'attenzione delle istituzioni sui frequenti episodi di violenza squadrista commessi nella nostra città - aggiunge - Auspichiamo che tale fatto non inneschi una spirale di violenza, ribadendo le nostre idee antifasciste, contro ogni forma di razzismo e di omofobia e per la difesa della Costituzione democratica frutto della Resistenza".

Ennesimo suicidio in carcere: 44nne in attesa di giudizio si impicca a Siracusa

Corrado Liotta, 44 anni, detenuto nel carcere “Cavadonna” di Siracusa, si è ucciso questa notte impiccandosi alle sbarre. Sembra che l’uomo sia morto all’istante, poiché nell’appendersi al rudimentale cappio che aveva fabbricato si è spezzato le vertebre cervicali. Fatto sta che i compagni di cella non si sono accorti di nulla ed il corpo senza vita dell’uomo è stato scoperto dall’agente di turno, che stava effettuando la conta alle 3 di notte.
Liotta era detenuto, in attesa di giudizio, nel Reparto “isolati” del carcere e già la settimana scorsa aveva commesso atti di autolesionismo, ingoiando lamette da barba. Era stato arrestato lo scorso 9 maggio dagli agenti della Questura di Siracusa, intervenuti per sedare un litigio scoppiato in un condominio: l’uomo, armato di un coltello e di un cacciavite, minacciava pesantemente delle persone chiuse all’interno di una stanza, chiedendo loro dei soldi. Da qui l’arresto, con l’accusa di lesioni e minacce, tentata estorsione e danneggiamento.
Nel 2010 nelle carceri siciliane si sono già uccisi 7 detenuti, di cui 2 nel penitenziario di Siracusa
Da inizio anno salgono così a 39 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (33 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 109 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.707, di cui 595 per suicidio).
"I suicidi e i gesti quotidiani di autolesionismo che affliggono la realtà carceraria italiana sono delitti di stato ampiamente annunciati". E' quanto dichiara il responsabile nazionale giustizia del Prc, Giovanni Russo Spena, in relazione al suicidio avvenuto oggi a Siracusa.
"Diciamo da tempo che il carcere in Italia è fuorilegge - afferma Russo Spena - La maggioranza parlamentare, con l'impegno molto negativo del partito giustizialista di Antonio Di Pietro, non è riuscita a varare nemmeno il modesto provvedimento di decongestionamento carcerario, detto 'svuota carceri'. Riteniamo che l'unica soluzione riformatrice sia che il ministro della Giustizia porti immediatamente in discussione in parlamento le proposte per la depenalizzazione e l'adozione di misure alternative avanzate sia dalla commissione Nordio che dalla commissione Pisapia. La civiltà delle carceri è misura della civiltà di un paese".

25 luglio 2010

Testimonianze: Una storia di ordinario razzismo

Caro "Osservatorio", il pestaggio condito di insulti razzisti subito ancora una volta a Varese da una ragazza ,colpevole per i razzisti nostrani di avere la pelle scura, è un altro episodio di cui certamente la città giardino non può andare fiera. In realtà ciò che è accaduto è un'altra manifestazione che testimonia un crescente fenomeno che tende a individuare nel diverso da noi (per origine, per razza, per colore della pelle...) un soggetto su cui riversare paure alimentate da certa stampa e ingigantite da partiti politici che ne fanno un uso spregiudicato. I razzisti nostrani si sentono in dovere di concretizzare a modo loro certi slogan usati da quei partiti che, al posto di essere alfieri di una onestà, di una moralità di cui abbiamo bisogno come l'aria che respiriamo, indicano nello straniero la causa dei nostri mali. Nello stesso giorno dell'aggressione, leggiamo che un italianissimo funzionario dell'Agenzia delle Entrate è stato arrestato a Luino per una presunta mazzetta, mentre a Pavia un assessore comunale Pdl e il direttore della Asl sono accusati di fare gli interessi della ‘ndrangheta, piuttosto che quelli dei propri amministrati. Sono questi ultimi che stanno rovinando l'Italia o è la signorina Roberta Alvares Dos Santos che ha "osato" dire alla sua amica che in una afosa giornata di luglio sarebbe stato meglio accendere il condizionamento sull'autobus urbano di Varese? Cosa dice il sindaco di Varese di questo episodio, che fa il paio con un altro analogo avvenuto mesi fa? Cosa dicono i partiti politici?

Andrea Bagaglio Varese

23 luglio 2010

Liberi tutti! Il Riesame dà ragione agli imputati dei Fatti di Pistoia

Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata la notizia attesa ormai da 10 mesi: i 6 imputati per i Fatti di Pistoia dell'11 ottobre scorso sono liberi. Il Tribunale del Riesame ha infatti accolto il ricorso degli imputati che in questi 10 mesi hanno scontato carcere, arresti domiciliari e dimora notturna a fronte di un capo d'imputazione, devastazione e saccheggio (reato che prevede da 7 a 15 anni di reclusione), tenuto in piedi solo per giustificare una rappresaglia politica nei confronti degli imputati. Un reato quindi giudicato inesistente sia dalla Cassazione di Roma che da Tribunale del Riesame di Firenze e che getta pesanti ombre su come siano state gestite fino ad oggi le misure cautelari e le limitazioni della libertà personale degli imputati.
Due tribunali quindi hanno confermato ciò che noi diciamo da tempo, cioè che a Pistoia è statoa costruita da parte della questura e dell'accusa una rappresaglia politica verso degli imputati che si sono sempre dichiarati innocenti e che hanno subito 10 mesi di misure cautelari in modo ingiusto e artificioso. Ricordiamo che quando furono concessi gli arresti domiciliari il Pm si oppose e chiese la carcerazione di tutti, proprio appellandosi ad un reato che per due tribunali è inesistente.
Infine è doveroso un commento sul comportamento de Il Tirreno riguardo la vicenda. Nei giorni scorsi oltre 20 organizzazioni politiche e sindacali hanno inviato comunicati di sostegno agli imputati proprio alla vigilia della sentenza del Tribunale del Riesame. Un sostegno ampio e incondizionato proprio sull'ingiustizia delle misure detentive di cui ha dato notizia anche il Tg3 oltre che numerosi giornali. Per Il Tirreno invece silenzio assoluto, il solito atteggiamento di indifferenza verso quelle persone che chiedono giustizia ma che non fanno parte della loro cerchia. Basti ricordare i titoli garantisti e commoventi con interviste annesse all'ex assessore Cecio quando ricevette, per cavilli burocratici, una sentenza favorevole. Tuttavia, per rincare la dose, Il Tirreno questa mattina invece di dare notizia della sentenza di liberazione, ha confezionato un bell'articoletto di sostegno alla Procura di Pistoia con il Procuratore Generale che annuncia che prenderà in mano il processo e che difende il Pm Boccia smentito da due tribunali. Insomma, spazio e sostegno a chi viene smontato da una sentenza e indifferenza verso coloro a cui la sentenza dà ragione. Forse della sentenza del Riesame non ne sapevano niente in redazione, ma visto il tempismo con cui sono andati in soccorso alla Procura di Pistoia non viene che da pensare male. Insomma, il solito Tirreno nemico dei livornesi e amico del potere.


fonte SenzaSoste

Catania: Detenuto suicida, è il 38esimo caso nel 2010

Andrea Corallo, 39 anni, detenuto nel carcere Bicocca di Catania, questa mattina si è tagliato la gola con una lametta da barba ed è morto dissanguato. L’uomo era stato arrestato nell’aprile 2008 a Ragusa, nell’ambito di un’operazione contro la criminalità organizzata dedita alle estorsioni.
Non carcere della Bicocca poco più di un mese fa si era suicidato un altro detenuto, Antonio Di Marco, 43enne. Nel complesso degli istituti penitenziari della Sicilia nel 2010 i detenuti suicidi sono 6, di cui l’ultimo in ordine di tempo (il 18 luglio) è stato Rocco Manfrè, 65enne, che si è impiccato nella Casa Circondariale di Caltanissetta. Da inizio anno salgono così a 38 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (32 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 105 (negli ultimi 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.703, di cui 594 per suicidio).
Nei primi sette mesi del 2009 (anno che ha fatto registrare il “record storico” di suicidi in carcere, con 72 casi), il numero dei detenuti suicidi era attestato a 31, quindi 7 in meno rispetto a quest’anno. Un trend negativo che, a meno di clamorose inversioni, a fine anno produrrà un numero di decessi in carcere mai visto, né immaginabile fino a pochi anni fa: a titolo di esempio nel 2007 i suicidi furono 45, l’anno successivo 46… ma oggi i numeri sono quasi raddoppiati.
E, come sottolinea oggi il Sindacato Uil-Pa Penitenziari, non sono soltanto i detenuti a “morire di carcere”: da inizio anno già 4 agenti di Polizia penitenziaria si sono tolti la vita e ieri si è ucciso anche il Provveditore alle carceri della Calabria, Paolo Quattrone.
Un estremo malessere affligge il sistema penitenziario (ufficialmente in “stato di emergenza” dallo scorso gennaio) e non se ne intravedono vie di uscita. Un malessere fatto di sovraffollamento e di carichi di lavoro insostenibili, di risorse economiche ed umane sempre più scarse, di fatiche e professionalità poco o nulla riconosciute, di strutture edilizie spesso al limite della vivibilità.
I tanti, troppi, “morti di carcere”, da entrambe le parti, sono la testimonianza più eloquente che alla dichiarazione dello “stato di emergenza” devono seguire interventi sostanziali, per uscire da questa emergenza. Da mettere in atto subito, non chissà quando… e chissà tra quanti altri morti.
fonte: ristretti orizzonti

Archiviata la querela contro la madre di Federico Aldrovandi

Aveva definito "delinquenti" i quattro poliziotti allora sotto processo per l'omicidio colposo di suo figlio. Tre di loro l'avevano denunciata ma un giudice di Mantova le ha dato ragione. Accuse archiviate perché Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, aveva ragione. «Non consideriamo - così disse all'Ansa Patrizia il 5 luglio 2008 - quelle persone come rappresentanti delle istituzioni, ma solo come delinquenti». Nelle motivazioni, uscite mercoledì, il giudice ritiene che quelle considerazioni «non fossero affatto espressione di una critica ingiustificata e totalmente disancorata dalla ponderata valutazione di circostanze obiettive idonee a fondare quel personale convincimento della madre della vittima». In quel periodo, «contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa degli agenti», il processo era già iniziato e in fase «di avanzata istruttoria». Già allora sussistevano «molteplici prove del fatto che l'intervento operato dai poliziotti era stato caratterizzato da un uso della forza assolutamente eccessivo e sproporzionato rispetto alla finalità di bloccaggio dell'Aldrovandi che doveva essere perseguita». Quando Patrizia rilasciò l'intervista «erano già molteplici le emergenze comprovanti che a carico dell'Aldrovandi era stata esercitata una violenza non solo eccessiva e sproporzionata rispetto all'offesa da respingere, ma addirittura tale da integrare un vero e proprio "pestaggio" («assolutamente non necessario avuto riguardo all'entità dell'offesa posta in essere dal giovane», dirà il giudice in un altro passaggio, ndr) con uso di corpi contundenti assolutamente non tollerabile in un sistema democratico». Al gip mantovano, competente per territorio, non sfuggono «le difficoltà in cui sono chiamate ad operare quotidianamente e in modo meritorio le forze di polizia e il senso di frustrazione che in alcune occasioni può - sotto il profilo umano - cogliere le forze dell'ordine nel vedersi aggredite od offese da terzi soggetti». Ma «è proprio in queste situazioni che si misura la tenuta del sistema democratico e che entra in gioco la professionalità delle forze di polizia, le quali devono sempre aver presente che l'uso della forza deve costituire l'extrema ratio e che, anche quando necessario, deve essere sempre proporzionato e commisurato all'offesa da fronteggiare». Parole chiarissime che tendono a « stigmatizzare e a sottoporre legittimamente a critica, anche aspra» l'hobby di troppi operatori in divisa di esercitare «una forza repressiva obiettivamente e ingiustificatamente eccedente i limiti consentiti». Vada come vada il processo d'appello - fissato per il 17 maggio 2011 - un pestaggio come quello di Via Ippodromo del 25 settembre 2005 - «continuerebbe comunque ad integrare comportamento illegittimo». Non sfugge al gip che «colleghi e superiori» degli agenti «anziché consentire che i fatti fossero accertati in modo obiettivo, avevano fatto in modo di raccogliere il maggior numero possibile di elementi confermativi della tesi difensiva dei quattro poliziotti, facendo in modo di non avere la scomoda presenza né del pm, né dei familiari della vittima (avvertiti del decesso solo alcune ore dopo) sul luogo del delitto». Come altro avrebbe potuto definirli «una madre che aveva pacificamente perso il proprio figlio in occasione di un intervento di polizia caratterizzato da un uso della forza che definire eccessivo è riduttivo»? Però, proprio alla vigilia della manifestazione anti-bavaglio di Piazza Navona, la polizia ha suonato ancora a casa Aldrovandi. Stavolta era per notificare un'altra querela. A sentirsi diffamata, con immenso stupore della famiglia è la pm di turno quella notte che fù raggirata da chi fece le prime indagini e persuasa a non recarsi sul luogo del delitto.


Checchino Antonini

22 luglio 2010

Pistoia: Gli errori sui fatti dell'11 ottobre

In merito agli avvenimenti dell'11 ottobre a Pistoia e ai conseguenti atti della Questura e della Magistratura, non possiamo che tornare ad esprimere la nostra totale solidarietà nei confronti di Alessandro Orfano, Elisabetta Cipolli, Selvaggio Casella, Vittorio Colombo, Alessandro della Malva e Juri Bartolozzi, rimasti coinvolti in una vicenda giudiziaria che li ha ingiustamente colpiti nelle proprie libertà personali, senza che vi fossero elementi probatori a carico degli arrestati in grado di giustificare le pesantissime misure cautelari che hanno subito.
Si è cercato, in ogni modo, di creare un caso, facendo crescere a sproposito l'entità di quanto accaduto (per arrivare a giustificare l'accusa di devastazione e saccheggio di Casapound) e successivamente trovando un comodo, quanto improbabile, capro espiatorio nei partecipanti all'assemblea dell'ex circolo Arci "1° maggio".
Ragazzi peraltro, ben noti e apprezzati nelle loro città per la loro attività sociale, di solidarietà con i più deboli e di infaticabile impegno civile, che li hanno visti quotidianamente anche al fianco dei militanti del nostro Partito, con cui hanno condiviso molte, sacrosante, battaglie.
Battaglie a volte tese e problematiche, ma sempre affrontate, in modo aperto e leale da parte di tutti.
Oggi questi ragazzi, dopo aver visto carcere, arresti domiciliari, divieti assoluti di incontro e comunicazione per oltre tre mesi, sono sottoposti, per decisione del collegio dei giudici, a obbligo di dimora dalle 21 alle 7 e permanenza nella provincia di residenza.
La cosa continua a destare preoccupazione, pur essendosi pronunciata a loro vantaggio, i primi giorni di aprile, la stessa Cassazione che ha annullato la sentenza del Tribunale del Riesame del 3 novembre 2009 che aveva confermato le misure cautelari a danno di alcuni di loro e che ha chiesto a questo stesso Tribunale di emettere un nuovo giudizio, tenendo conto degli errori segnalati dalla Corte, in quanto non esisteva alcuna indicazione nel provvedimento del Tribunale che giustificasse tali misure.
A ulteriore conferma dei dubbi avanzati sul particolare accanimento nei loro confronti. Un accanimento che evidentemente è ancora ben lungi dal cessare, come ha dimostrato l'atteggiamento del Pm che aveva addirittura richiesto una nuova applicazione degli arresti domiciliari, fortunatamente respinto dal Tribunale del Riesame sulla base della sentenza della Corte di Cassazione.
Tra l'altro, nel caso di Elisabetta, la cosa è ancor più grave, avendo tutti i testimoni negato la presenza di una donna nei fatti di Casapound.
Tenuto conto dell'esito della quinta udienza, che non disponeva niente sulle misure di custodia, la difesa ha deciso di fare a sua volta ricorso al Tribunale del Riesame per far decadere tali misure.
A distanza di oltre cinque mesi dalla decisione del collegio giudicante e di tre mesi da quanto sancito dalla Corte di Cassazione finalmente, oggi 21 luglio detto Tribunale riformulerà la decisione in merito alla legittimità degli arresti secondo le indicazioni della Suprema Corte e si esprimerà sull'appello contro il mantenimento delle misure di sorveglianza richiesto dalla difesa.
Aspettiamo con fiducia la nuova sentenza che possa vedere decadere ogni restrizione nei confronti di questi compagni, rispetto ai quali le udienze non hanno portato alcun fatto a sostegno dell'accusa. Fiducia, ma insieme a qualche timore, perché nel frattempo stanno accadendo episodi che non tranquillizzano.
Per la prima volta dopo molti mesi e del tutto immotivamente, ad uno degli indagati è stata infatti respinta l'autorizzazione ad allontanarsi dalla città per poter svolgere la propria (precaria) attività lavorativa, negandogli un diritto fondamentale sancito dal nostro ordinamento.
Come Prc, continueremo a manifestare la nostra vicinanza verso i ragazzi e le loro famiglie e a sostenere la loro battaglia per la verità e la giustizia, rinnovando la richiesta alla Magistratura di fare, in tempi rapidi, piena luce su quanto accaduto l'11 ottobre a Pistoia, sgombrando il campo dalle ombre, dagli errori e pregiudizi che hanno macchiato la fase iniziale delle indagini, non reggendo clamorosamente nei mesi successivi alla prova dei fatti.
Riteniamo indispensabile che, attorno a casi come quello che ha coinvolto questi compagni, debba crescere la conoscenza e la solidarietà, che rappresentano l'unico modo per evitare che simili episodi possano ripetersi o addirittura aumentare, come è già accaduto in questi ultimi anni.


Alessandro Trotta, Giovanni Russo Spena, Stefano Cristiano

Torino: La polizia entra nel cie in corso Brunelleschi... e carica il presidio di solidarietà!

Sabri alla fine non ce l'ha fatta. dopo 3 giorni di eroica resistenza sui tetti del cie cittadino, accompagnato da un presidio di antirazzisti turnanti sotto le mura del centro, la polizia entra in massa nel campo d'internamento con i vigili del fuoco, per tirarlo giù dal tetto intorno alle 6.15.
Per accompagnare il loro nobile gesto, pensano bene di sgomberare il presidio di solidarietà. I compagni resistono bloccando via Mazzarello. La polizia carica in strada.Bloccati anche corso Brunelleschi e via Monginevro.


fonte: InfoAut

Bologna, sgomberata la Casa popolare “Dodi Maracino”

Ieri mattina la polizia municipale è arrivata in via Legnano 3, a Bologna in Zona Borgo Panigale. Così è iniziato lo sgombero della Casa Popolare “Dodi Maracino”: la struttura, l'ex scuola elementare “Mazzini” chiusa da due anni, era stata occupata il 25 aprile dal sindacato degli inquilini Asia Rdb e al momento dello sgombero ospitava 60 persone. Già due settimane dopo l'occupazione il comune aveva tagliato la luce agli inquilini della ex-scuola. I residenti avevano chiesto di poter aprire un contratto con l'Enel per poter pagare le spese dell'elettricità, ma non gli era stato concesso. E alla fine c'è stato lo sgombero.
«C'è un problema generalizzato di precarietà abitativa che in questo momento sta diventato una vera e propria emergenza sui grandi numeri. Le amministrazioni locali hanno risposto a questa emergenza tagliando tutti i fondi che sono destinati all'edilizia pubblica e ordinando gli sgomberi» afferma Federico Orlandini, di AsiaRdb «Abbiamo tentato di dialogare con il commissario e con le amministrazioni ma il dialogo veniva sempre interrotto affermando che non vi erano soluzioni alternative allo sgombero dei residenti della struttura». La Dodi Maracino era stata occupata a seguito di un altro sgombero, quello della Tendopoli, organizzata in segno di protesta davanti alla nuova sede del comune di Bologna in Piazza Liber Paradisus. «Nel giro di tre mesi le famiglie accolte qui sono aumentate di giorno in giorno. Nelle stanze in cui ad Aprile abitavano singole famiglie adesso venivano divise tra due, tre gruppi familiari. Da oggi grazie allo sgombero 60 persone rimangono in mezzo a una strada visto che non ci è stata proposta né una soluzione a lungo termine né una provvisoria» continua Orlandini
L'edificio della Ex scuola Mazzini doveva essere riassegnato a delle associazioni ma da due anni era chiuso. Asia Rdb e i gli inquilini lo avevano trasformato in un'occupazione abitativa restituendolo alla città e alla cittadinanza per far fronte ad un'emergenza sempre più pressante in territorio emiliano. Intanto, nell'attesa dell'instaurazione di un dialogo tra movimenti e amministrazioni locali Asia rdb promette che «la mobilitazione andrà avanti finché non si troverà un alloggio nuovo per tutti coloro che sono colpiti da quest'emergenza».

Sestri Ponente: denunciati 19 lavoratori della Fincantieri

La Procura di Genova ha inviato un avviso di garanzia al segretario provinciale della Fiom Cgil Francesco Grondona, al responsabile organizzativo della stessa organizzazione sindacale Bruno Manganaro e ad altri 17 lavoratori e delegati sindacali dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente per gli scioperi e l’occupazione del dicembre 2009. A denunciare i lavoratori, secondo quanto annunciato dai rappresentanti sindacali durante una conferenza stampa convocata stamani nella sede regionale della Camera del Lavoro di Genova e della Liguria, sarebbe stata la direzione stessa dell’azienda.
Nel mirino degli inquirenti, la manifestazione del 18 dicembre scorso durante la quale un gruppo di lavoratori e delegati sindacali forzarono i blocchi all’esterno dello stabilimento per partecipare all’assemblea pubblica sul futuro dell’azienda, a cui aveva preso parte anche il governatore ligure Claudio Burlando ed il sindaco di Genova Marta Vincenzi. Sindacalisti e lavoratori, secondo quanto denunciato dalla Fiom, sarebbero accusati di aver danneggiato durante l’irruzione le sbarre e le transenne posizionate all’esterno dell’edificio.
«Un’azione intimidatoria nei confronti della Fiom e un segnale preoccupante per il futuro dello stabilimento». Così il segretario provinciale della Fiom Cgil di Genova, Francesco Grondona, ha commentato stamani le denunce nei confronti dei vertici dell’organizzazione sindacale e di altri 17 lavoratori dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente per gli scioperi e l’occupazione del cantiere genovese nel dicembre del 2009.
"Occorre svelenire l'Italia dal clima di repressione nei confronti dei lavoratori e delle loro lotte che sta annichilendo la vita sociale e democratica del paese". E' quanto dichiara il segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, commentando i 19 avvisi di garanzia inviati dalla procura di Genova a lavoratori e sindacalisti dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente per gli scioperi e l’occupazione del dicembre 2009.
"A denunciare i lavoratori sarebbe stata la stessa direzione aziendale, a conferma di un accanimento contro le rivendicazioni e i diritti dei lavoratori che dalla Fiat si sta estendendo come una metastasi a tutto il paese", osserva il segretario di Rifondazione intervenendo a Napoli a una tavola rotonda sui temi della democrazia e del lavoro insieme al segretario della Fiom Maurizio Landini, l’europarlamentare dell’Idv Luigi De Magistris e il leader della minoranza del Pd Ignazio Marino. "Ai 19 indagati e alla Fiom va tutta la nostra solidarietà per quest’azione intimidatoria - conclude Ferrero - Si tratta di un segnale allarmante sia per il futuro di Fincantieri che per quello della democrazia e dei diritti del lavoro in Italia. Perciò siamo convinti che la manifestazione nazionale convocata dalla Fiom il 16 ottobre sui temi del lavoro, i diritti e la democrazia sia quanto mai necessaria, tempestiva e utile al paese e a far ripartire l'iniziativa comune dell’opposizione".

21 luglio 2010

Bologna: pugno duro del comune contro i lavavetri

Lavorano per strada tutto il giorno, esposti allo smog delle auto e al caldo opprimente di questi giorni. Come se non bastasse, la Polizia municipale di Bologna sceglie la linea dura e prende di mira i lavavetri, già “cavallo di battaglia” dell’ex sindaco-sceriffo Cofferati. Negli ultimi giorni i vigili urbani (operando perfino in borghese) ne hanno sanzionati 63, con sequestro degli attrezzi di lavoro. E non hanno intenzione di fermarsi, neanche in estate. Parola del comandante in persona, Carlo Di Palma, del quale riportiamo una dichiarazione che rende l’idea del personaggio: “Nonostante l’estrema ‘volatilita’ delle fattispecie comportamentali insite nell’illegittima azione riconducibile al fenomeno ‘lavavetri’, questo comando intende perseguire per quanto possibile, senza sconti e senza interruzioni estive, la linea della fermezza e del controllo urbano”. Appare superfluo ogni commento sulle fattispecie comportamentali insite nella vergognosa azione riconducibile al fenomeno “guardie”.

fonte: zic.it

Ragazza nigeriana aggredita e poi deportata

Dopo il caso di Joy ed Hellen un nuovo caso di violenza ed espulsione sul corpo di una donna migrante.
Faith Ayworo è una ragazza nigeriana di 23 anni venuta in Italia per sfuggire a una condanna a morte. Quando era in Nigeria un uomo aveva cercato di violentarla, lei di era difesa uccidendo il suo aggressore. Per questo è stata processata e condannata a morte.
In Italia però ha subito un'altra violenza, da parte di un altro uomo nigeriano nel suo appartamento. I vicini hanno chiamato la Polizia e gli agenti hanno trasformato la vittima in criminale. Dopo aver identificato la giovane donna e aver verificato che su di lei pendevano due decreti di espulsione non ottemperati l'hanno rinchiusa nel Cie di via Mattei a Bologna. Questo è quello che ha riferito il suo avvocato Alessandro Vitale che ha cercato invano di ottenere un permesso di soggiorno per motivi di giustizia.
Faith ne avrebbe diritto per testimoniare contro lo stupratore, ma se i tempi della giustizia sono lunghi, quelli della deportazione sono stati zelanti ed efficienti.
Quando questa mattina il suo avvocato è finalmente riuscito a raccogliere tutti i documenti e presentare anche la richiesta di asilo politico, gli agenti l'avevano già portata via per rimpatriarla.
Il suo compagno riferisce che l'ultima volta che è riuscita a sentire la ragazza era già all'areoporto di Fiumicino, pronta per essere imbarcata sul primo aereo per la Nigeria. I suoi legali stanno cercando di mobilitare tutte le istituzioni per bloccare la partenza forzata, ma ogni ora che passa le speranze sono più flebili. "Finchè la ragazza si trova sul territorio italiano, io credo che l'Italia commetta un crimine internazionale a lasciarla andare nel proprio paese dove all'arrivo l'attende l'impiccagione" - ha detto l'avvocato Vitale.
fonte: InfoAut

Io li dimetto. Una petizione per non tolleare l'intollerabile

Campagna promossa da Globalproject.info e Il Manifesto

Sono passati pochi giorni dalle condanne in primo grado e in appello con cui il tribunale di Genova ha riconosciuto la colpevolezza degli alti funzionari e dell’allora capo della polizia, a vario titolo, per quei tragici avvenimenti. I condannati per i fatti della scuola Diaz, per il massacro, i pestaggi e la costruzione delle prove false contro le vittime, ricoprono a tutt’oggi incarichi delicatissimi nell’ambito della direzione effettiva degli apparati della polizia di stato e dei servizi segreti. Nonostante le condanne questi signori continuano ad esercitare le loro funzioni, e anzi, godono di protezioni trasversali della politica così evidenti, tanto da farli apparire come degli “intoccabili”, diversi da tutti davanti alla legge. Sempre in questo periodo il Generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, comandante del Ros ( Raggruppamento Operativo Speciale), protagonista nel dopo Genova nell’orchestrare inchieste ed arresti nei confronti degli attivisti politici di movimento, è stato condannato a Milano a quattordici anni di carcere per “associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga” ed altri reati. Anche lui, come se nulla fosse, è ancora a dirigere le “operazioni speciali” dell’Arma. Molti altri casi in questi anni, ci parlano di reati pesantissimi, fino all’omicidio, alle sevizie e alle torture, all’abuso sessuale e al ricatto, alla morte in mare di migranti tra cui bambini, in cui sono coinvolti i tutori dell’ordine. Genova è sicuramente il simbolo di dove si può arrivare se si costruisce l’idea di una totale impunità attorno ad azioni compiute indossando una divisa. Noi crediamo che bisogna dire basta. Quando militari, polizia e carabinieri, che hanno il potere di decidere sulla libertà e sulla vita della cittadinanza, godono di impunità invece che di maggiori controlli e attenzione, allora l’ombra autoritaria e fascista di un regime si delinea nettamente, rischiando di oscurare ogni cosa. Noi facciamo appello a tutti affinchè vi siano interventi amministrativi e legislativi perché:

gli appartenenti a forze dell’ordine e forze armate, inquisiti per reati riguardanti le loro funzioni, vengano destinati ad altre funzioni non operative in attesa degli esiti processuali;

in caso di condanna in primo grado vengano immediatamente sospesi;

in caso di condanna definitiva vengano dimessi da ogni incarico.

Rivolgiamo un appello a tutti inoltre affinchè si giunga alle immediate dimissioni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dei vertici della polizia condannati a Genova, ed inoltre dell’allontanamento da ogni funzione del Generale dei Carabinieri Gianpaolo Ganzer, in virtù dei gravissimi reati di cui sono stati protagonisti e delle enormi conseguenze che essi hanno provocato.

Attraverso la nostra presa di parola vogliamo dare un senso all’indignazione profonda che non può che assalire ogni persona per bene di fronte a questa vergogna.


Sottoscrivi la petizione su:

iolidimetto@globalproject.info

20 luglio 2010

Catanzaro, il Sud Ribelle non si processa: respinta la richiesta della Procura

A Catanzaro la Corte d'Assise e d'Appello ha appena rigettato la richiesta della Procura nel secondo grado del processo al "Sud Ribelle" incriminato per la costruzione della rete verso il NoG8 del luglio 2001 a Genova.

Tutti assolti gli attivisti del sud ribelle inseguiti da otto anni da un dossier preparato dagli uomini del generale Ganzer che li accusava di diversi reati, il più grave quello di cospirare contro gli organi costituzionali. Un’accusa paradossale che era piovuta addosso a una ventina di attivisti, soprattutto di Puglia, Campania e Calabria, e che diverse procure si erano rifiutate di trattare finché un controverso pm di Cosenza non se ne volle far carico. Il sud ribelle non era un’associazione sovversiva, era un pezzo della moltitudine che contestò il G8 del 2001. Il sostituto procuratore generale Marisa Manzini, stamane, aveva chiesto oltre 30 anni di carcere. I giudizi d’appello hanno confermato quindi la sentenza di primo grado.
Gli attivisti erano inizialmente accusati di «cospirazione politica, in quanto promotori e organizzatori di una vasta associazione sovversiva di oltre ventimila aderenti che attentarono all’ordinamento economico mondiale durante il vertice G8 di Genova del luglio 2001». Il sostituto procuratore generale Marisa Manzini aveva rinunciato a contestare l’accusa di associazione sovversiva, chiedendo invece di riconoscere gli imputati colpevoli di associazione a delinquere semplice.
L’udienza odierna, per ironia della sorte, si è tenuta nel giorno dell’anniversario della morte di Carlo Giuliani. Per ricordarlo il movimento ha manifestato davanti al palazzo di giustizia del capoluogo calabrese. I magistrati hanno dichiarato inammissibile l’appello dell’accusa in relazione ai capi di imputazione per i quali il procuratore generale ha rinunciato, confermando la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’assise di Cosenza il 24 aprile 2008. Tra novanta giorni saranno depositate le motivazioni e la procura potrà decidere l’eventuale ricorso in Cassazione. Proprio una settimana fa proprio il generale Ganzer è stato condannato per una storia di traffico di stupefacenti internazionale finalizzato, tra l’altro, alla costruzione delle carriere sua e dei suoi uomini. La notizia rimbalza anche in piazza Alimonda dove si stà svolgendo la manifestazione di commemorazione per il nono anniversario dell’omicidio di Carlo Giuliani. Nove anni dopo, le condanne alle forze dell’ordine coinvolte nelle violenze alla Diaz e a Bolzaneto e l’assoluzione definitiva del sud ribelle, fa risaltare ancora di più il processo negato per il fatto più grave del luglio 2001, l’omicidio di un ragazzo.


Il messaggio dagli indagati:
«Il processo al Sud Ribelle finisce veramente qui. Grazie a tutti»

Carceri: un fine settimane di "morte"

Nell’ultimo fine settimana altre 3 persone sono “morte di carcere”: due si sono impiccate, la terza è stata ritrovata senza vita in cella e le cause del decesso sono ancora da accertare. Con questi ultimi 3 casi salgono a 104 i detenuti morti da inizio anno: 32 si sono impiccati, 7 sono morti per avere inalato del gas (5 di loro si sono suicidati, per gli altri 2 probabilmente si è trattato di un “incidente” nel tentativo di sballarsi), mentre 65 detenuti sono morti per malattia, o per cause ancora da accertare. In 10 anni i “morti di carcere” sono stati 1.702, di cui 593 per suicidio.

Sabato 17 luglio - Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova

Sabi Tauzi, detenuto marocchino di 39 anni, viene ritrovato cadavere in cella. Ex tossicodipendente, era in carcere per droga e avrebbe finito di scontare la pena nel 2014. Il medico legale ha dichiarato che la morte è sopraggiunta per “cause naturali”, ma comunque è stata disposta l’autopsia. Le Associazioni di volontariato e la Fp-Cgil Penitenziari avevano segnalato da tempo le condizioni pesantissime del sovraffollamento, aggravate dal caldo torrido, chiedendo di intervenire con misure per alleviare il disagio insopportabile: sabato in città il termometro segnava 38 gradi e nelle celle del “Due Palazzi” la temperatura arrivava a 40 gradi. Fonti istituzionali dichiarano invece che la temperatura nelle celle era “assolutamente accettabile” e che Tauzi divideva la cella (progettata per 1 persona) “con un solo altro detenuto”. Comunque finalmente i blindi sono stati aperti anche la notte e pare che verrà autorizzato l’acquisto di piccoli ventilatori. Nella Casa di Reclusione di Padova dall’inizio dell’anno sono morti già 4 detenuti; prima della morte di Sabi Tauzi, infatti, sono avvenuti 3 suicidi: Santino Mantice, 25 anni, si è impiccato il 30 giugno scorso; Giuseppe Sorrentino, 35enne, si è ucciso il 7 marzo e Walid Aloui, 28 anni, il 23 febbraio.

Domenica 18 luglio - Casa Circondariale “San Sebastiano” di Sassari

Italo Saba, 53 anni, si impicca con i lacci delle scarpe nella sua cella del carcere di Sassari, dove era detenuto da una settimana. L’uomo è stato soccorso dagli agenti, che lo hanno staccato da quel cappio improvvisato, ed è stato portato in fin di vita all’ospedale, dove dopo circa un’ora è morto.
Intorno alle 17 di ieri nella cella di San Sebastiano c’è stato un sopralluogo degli inquirenti. Presente anche il sostituto procuratore Maria Grazia Genoese. Sul cadavere nei prossimi giorni sarà effettuata l’autopsia.

Domenica 18 luglio - Casa Circondariale “Malaspina” di Caltanissetta

Rocco Manfrè, 65 anni, muore suicida nella notte. Si sarebbe strozzato stringendosi al collo il laccio in plastica della borsa termica che i detenuti possono tenere in cella. L’allarme è stato dato dal compagno di cella e, malgrado il tempestivo intervento dei sanitari e l’immediato ricovero presso il vicino ospedale, per Rocco Manfrè non c’è stato nulla da fare. L’uomo stato arrestato solo due giorni prima, accusato di un omicidio avvenuto 18 anni fa: vittima Agostino Reina, un operaio di 32 anni sparito da Gela e il cui corpo venne ritrovato semicarbonizzato solo alcuni mesi dopo la sua scomparsa.
fonte: ristretti orizzonti

19 luglio 2010

Verona: denunciati gli antifascisti

Da qualche giorno 8 compagni e compagne di Verona e altre città hanno ricevuto le denuncie e le imputazioni di oltraggio, resistenza, minacce, ingiurie a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato, per aver portato la loro solidarietà attiva fuori dal tribunale, a Luca e Pasquale, due compagni antifascisti arrestati per l’infamia di un noto nazista veronese, che li accusava di essere stato aggredito. Il giorno della convalida degli arresti, avvenuti a Novembre 2009, questi compagni tra cui alcuni parenti degli arrestati, assieme a tanti altri antifascisti, tentarono di vederli e capire le condizioni dei due antifascisti sequestrati dallo stato, dato che per 3 giorni non li fu concesso di bere e uno di loro non ricevette mai i medicinali salvavita di cui aveva urgente bisogno. La polizia, con ingente spiegamento di forze e arroganza ,vietò a tutti l’entrata e la possibilità di vedere gli arrestati, e sguinzagliò i giornalisti asserviti per provocare e continuare l’ignobile lavoro di denigrazione contro i compagni. Ma la sbirraglia non si aspettava la grande determinazione e la giusta indignazione dei parenti, amici e compagni. Sperava in una facile repressione anche di chi porta la solidarietà, anche di chi è solo parente di coloro che lottano contro questo stato assassino e fascista. Speravano di poter fare ciò che hanno fatto con Cucchi, Aldrovandi, e i tanti assassinati nelle questure, nelle caserme e in carcere. Purtroppo per loro, quel giorno non è andata così!! Quel giorno famigliari e amici, donne e uomini liberi, hanno dimostrato tutta la loro vicinanza e solidarietà a chi era stato strappato alle loro vite, al loro affetto, contro ogni legge dei tribunali e delle questure, infame, ingiusta e codarda. Hanno risputato in faccia ai carnefici tutto il male che hanno fatto nelle loro schifose carriere, prevenendone dell’altro ai due compagni. Oggi, con la solita vigliaccheria e meschinità che contraddistingue il capo della digos veronese, i suoi scagnozzi in divisa e i noti magistrati in prima linea nella difesa dell’ingiustizia e della repressione a tutto ciò che può minare i privilegi delle caste al potere, intendono continuare la loro guerra all’antifascismo e alle lotte sociali. Questa volta colpendo gli affetti più vicini e chi tenta di portare un aiuto e solidarietà a tutti coloro, che con ardito coraggio lottano e combattono per una società senza razzismo, fascismo, sfruttamento e disumanità. Tentano di fare terra bruciata attorno a chi si ribella, disarticolare l’unità nelle lotte. Diamo la più totale e attiva solidarietà a questi nostri 8 parenti, amici, compagni, i quali sono “colpevoli” d’aver usato contro questa banda di assassini e sciacalli corrotti, la più forte e nobile delle armi : LA SOLIDARIETA’!!! Umana e militante. Siamo ORGOGLIOSI di oltraggiare in ogni modo la divisa e la toga di chi per secoli ha solo dispensato orrore, ingiustizie, miseria e lutti ai popoli!!! Ignobili individui piccoli e meschini che vivono da parassiti dello sfruttamento capitalista altrui!!!! Siamo FIERI di resistere e minacciare il fascismo e l’arroganza di chi assassina e vorrebbe una società di schiavi pacifici e rassegnati. Siamo FELICI di danneggiare quei luoghi ripugnanti e disumani che si chiamano tribunali, cie, questure, caserme, basi militari. Chi continua a seminare vento e soffocar le genti con cieli plumbei di sofferenze e ingiustizie, troverà per sempre chi è disposto a dar tempesta!!!

Arditi e Antifascisti
Antifascisti/e veronesi

Barcellona Pozzo di Gotto: Un manicomio trasformato in un carcere incivile

A Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, il manicomio non ha mai smesso d'esistere. Anzi, la situazione odierna dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario rappresenta una tragica realtà sempre più drammatica e destinata a peggiorare.
L'istituto di Barcellona è l'unico Opg che non ha ancora recepito il Decreto dell'1 aprile 2008, tramite il quale si è stabilito il trasferimento delle competenze relativamente alle funzioni sanitarie, ai rapporti di lavoro, alle risorse finanziarie e strumentali in materia di sanità penitenziaria al Sistema sanitario nazionale. La struttura barcellonese rimane dunque a carico del Ministero della Giustizia.
Parallelamente un numero sempre maggiore di internati provenienti sia dagli altri istituti italiani - in fase di ristrutturazione, di dismissione o di chiusura definitiva - sia dai territori viene continuamente portato qui. Un vero e proprio trasferimento di massa che ha reso questo istituto l'unico "contenitore" a livello nazionale di casi fortemente disagiati e di un lungo elenco di persone che non avrebbero alcuna necessità di essere istituzionalizzate (senza fissa dimora, mendicanti, stranieri senza documenti, etc.), ma che, minando la "sicurezza" di facciata tanto proclamata, vengono rinchiusi all'interno dell'Opg.
I degenti sono al momento circa 320 (ma il numero è in continua oscillazione) mentre il personale impiegato è fortemente carente: agenti di guardia, assistenti sociali, educatori, infermieri e medici specializzati, non riescono a garantire le necessità di base e le cure che sarebbero fondamentali in una struttura di questo tipo. Questo perché il personale impiegato è poco e - per quanto riguarda soprattutto le guardie carcerarie - non specializzato per un istituto che non dovrebbe essere un carcere. Paradossalmente, si discute da qualche tempo di una imminente apertura del braccio femminile che contribuirà ad esasperare l'attuale situazione di degrado e difficoltà di gestione di tutte le attività a partire dalle normali esigenze igieniche e logistiche dell'ospedale, dove mancano anche le minime strutture quali bagni e non sono garantiti i servizi di pulizia basilari (cambio delle lenzuola, lavanderia, pulizia delle stanze). In questo assurdo inferno quotidiano vivono anche 54 stranieri provenienti da 22 diversi paesi. Stranieri che spesso non parlano l'italiano, non conoscono le reali motivazioni della loro reclusione e non hanno alcuna rete sociale-familiare di riferimento sul territorio.
Questa realtà, da molto tempo denunciata dalle reti locali e dalle associazioni, sembra ora essere venuta a galla. Nel mese di giugno infatti, due ispezioni parlamentari a sorpresa negli Opg di Barcellona Pozzo di Gotto e di Aversa hanno risvegliato l'indignazione degli ispettori presenti.
La commissione parlamentare presieduta da Ignazio Marino, istituita con "funzione di inchiesta sull'efficacia del servizio sanitario nazionale", inaspettatamente ha avuto occasione di constatare quale e quanto sia devastante le condizioni di vita delle persone internate negli Opg. La commissione ha visitato 2 dei 6 reparti dell'Istituto di Barcellona e quanto ha constatato non lascia alcuno spazio a fraintendimenti.
La pratica della contenzione forzata, in particolare, ha stupito tanto Marino quanto il senatore Michele Saccomanno (Pdl) che racconta: "Abbiamo un affollamento fino a nove persone in stanza. Nelle due stanze predisposte alla contenzione c'è un paziente detenuto, scarsamente sedato, coperto da un lenzuolo ma completamente nudo, con polsi e caviglie strettamente legati agli assi metallici del letto, che, oltre che arrugginito, è predisposto con un foro centrale per feci e urine a caduta libera in una pozzetta posta in corrispondenza sul pavimento".
Ad oggi i numerosi i tentativi di richiamare l'attenzione sulla situazione dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona, a tutti gli effetti un carcere senza alcuna regolamentazione circa la specificità dei casi e degli aspetti psichiatrici non hanno sortito risultati soddisfacenti. L'Italia è rimasto l'unico paese dell'Occidente "civilizzato" dove la gestione dei "folli-rei" è affidata all'amministrazione che gestisce le strutture carcerarie. Diverse forze sia associative che istituzionali hanno cercato interlocutori politici regionali, "da ultimo l'assessore alla sanità Russo, persona di notevole rilievo sotto molti aspetti, ci ha molto chiaramente detto che la responsabilità, in termini di recepimento del decreto nella legislazione siciliana, spetta alla politica che deve prevederne apposita norma e stanziare i fondi", queste le parole del direttore dell'istituto Nunziante Rosania.
Il circolo Arci Città futura, la Casa di solidarietà e accoglienza e altre realtà associative del territorio da vent'anni lavorano dentro e fuori l'istituto per smantellare lo stato delle cose, per affermare che le esperienze di inserimento lavorativo e sociale sui territori d'appartenenza già sperimentate sono testimonianza di come sia possibile superare definitivamente questo Istituto "totale" e dare alle persone opportunità dignitose di riappropriazione di quel sé a volte dimenticato, schiacciato dal pregiudizio e dalle paure di una società che si dichiara civile.
Approfittiamo dunque di questa momentanea vetrina di visibilità per ribadire ancora una volta che l'Opg deve essere chiuso, che basterebbero alcune misure di immediata realizzazione per rendere più semplice il percorso di tante, troppe persone costrette a trascorrere le proprie esistenze all'interno di questa struttura: abolizione delle proroghe, diritto di residenza, riorganizzazione dell'assistenza e della cura su base territoriale per garantire a piccoli gruppi di pazienti di essere seguiti in strutture chiaramente diverse dall'Opg con risultati migliori e un più facile reinserimento. Chi non l'ha ancora visto forse non ci crede. L'Ospedale psichiatrico giudiziario deve chiudere.


Circolo Arci città futura
Casa di Solidarietà ed Accoglienza

L'implosione delle carceri: fatiscenza e sovraffollamento

"Il carcere è fuorilegge" è questa la constatazione fatta propria dalle associazioni "A buon diritto" e "Antigone" supportate dalla rivista "Carta" che hanno lanciato nei mesi scorsi una campagna di inchiesta sullo stato del sistema penitenziario italiano. Dal 21 giugno al 2 luglio, esponenti delle associazioni, parlamentari, consiglieri regionali, attivisti impegnati nel settore, hanno visitato 15 istituti penitenziari riempiendo una semplice griglia utile ad evidenziare gli aspetti critici di ogni singola struttura. I risultati di queste visite sono stati presentati ieri in conferenza stampa presso la Camera dei deputati. Presenti Luigi Manconi e Patrizio Gonnella in rappresentanza delle due associazioni promotrici, alcuni parlamentari e consiglieri regionali che avevano partecipato alle visite. Il quadro che ne è emerso è a dir poco desolante e ha ragione Luigi Manconi a dire che le carceri non stanno esplodendo ma implodendo, come testimonia l' aumento dei suicidi, - gli ultimi due sventati ieri a Frosinone - degli atti di autolesionismo. Sovraffollamento e carenze strutturali si sommano in un cocktail micidiale, hanno constatato dati alla mano gli intervenuti: a Pistoia ogni detenuto ha a disposizione due metri quadrati, e lo stesso accade nel carcere milanese di S.Vittore. A Bologna la struttura potrebbe contenere 450 persone, al momento della ispezione i detenuti erano 1150, a volte causa anche la carenza di personale penitenziario, si riducono a 2 le ore d'aria giornaliere e si è nell'impossibilità di svolgere attività formative o scolastiche. È violato l'articolo 3 della Convenzione europea. Quanto avviene, spesso indipendentemente anche da chi ci opera, è da considerarsi come trattamento disumano e degradante e annienta l'idea stessa di pena come percorso di rieducazione. Ad impressionare è la costante disparità del rapporto fra capienza e presenze: Padova, 98 posti disponibili 250 detenuti, Roma Rebibbia (femminile) 281 posti, 390 persone, a Sulmona, ormai ribattezzato come il carcere dei suicidi sono in 444 dove potrebbero starne in 270, sempre nella capitale a Regina Coeli, con un reparto chiuso, 1073 presenze per meno di 650 posti disponibili, a Fermo, 80 per 45 posti, a Firenze Sollicciano 989 presenze per 521 unità, e così via. E poi strutture in cui è cronica la carenza idrica, tanto da rendere difficile farsi la doccia periodicamente, muffa e muschio sulle mura, cavi elettrici scoperti e cucine insufficienti, il lavoro esterno o interno privilegio di pochi, le porte blindate che vengono chiuse di solito dopo la mezzanotte perché non c'è personale sufficiente a garantire la custodia. Nel corso della conferenza sono state emerse iniziative: tra i parlamentari, Guido Melis ha proposto la realizzazione di una commissione parlamentare di inchiesta, Rita Bernardini ha lanciato l'idea di tornare nelle carceri il giorno di ferragosto, Ignazio Marino ha confermato la modifica del regolamento dell'amministrazione penitenziaria, che permetterà ai parenti di detenuti ospedalizzati, di conferire quotidianamente con i medici. Una decisione presa dopo la orrenda vicenda di Stefano Cucchi. È Stata mostrata copia degli esposti che Antigone e A Buon Diritto presenteranno, ai sindaci, agli assessori regionali alla Salute, ai Dirigenti delle Asl, alle direzioni delle Case circondariali competenti per i 15 istituti visitati. Nell'esposto si intima, ai termini di legge, di ripristinare condizioni sanitarie conformi al dettato normativo. Il consigliere regionale in Abruzzo della Federazione della Sinistra, Maurizio Acerbo, è intervenuto proponendo che vengano visitate anche le strutture in cui le condizioni di vita sono ancora peggiori e facendo appello ai consiglieri regionali soprattutto della FdS affinché facciano propria questa esigenza. In Abruzzo, su proposta di Acerbo si sta provvedendo ad istituire la figura del garante dei detenuti ancora assente nella legislazione regionale.

Stefano Galieni

15 luglio 2010

Tutto quello che non si scrive sulla condanna del generale Ganzer

La ricostruzione di una storia italiana dopo la clamorosa condanna a 14 anni del generale dei Ros: i misteri d'Italia, i processi ai movimenti, le trame...

Rinasce la P3 , il solito Dell’Utri, il coordinatore di Forza Italia, il vecchio faccendiere Carboni. Siamo abituati. Un po’ meno al fatto che un generale dei carabinieri, capo dell’ineffabile Ros, sia duramente condannato a 14 anni in primo grado per aver messo in piedi una rete che acquista cocaina in Colombia per far meglio carriera.
Il generale Ganzer non ha fatto un piega. Aspetta le motivazioni di una sentenza del processo meno raccontato dai media italiani. Eppure i protagonisti e i fatti meritavano approfondimenti. Ma oggi nel Belpease chi si mette a scrivere delle ombre del reparto operativo più osannato nella lotta al crimine?A Milano hanno condannato anche ufficiali e sottoufficiali del Ros e un alto generale. Si chiama Mauro Obinu. Vice di Ganzer. Ma anche imputato in altri processi poco raccontati. A Palermo fa coppia sul banco degli imputati con il generale Mori. Sono accusati di non aver catturato Binnu Provenzano. In quel periodo attraverso i Ciancimino avevano avuto anche il mandato di trattare con Cosa Nostra invece di pensare ad arrestare boia e mandanti delle stragi che uccisero Falcone, Borsellino e le loro scorte. Obinu sta all’Aise. Che non è un’azienda di elettrodomestici ma una delle sigle dei nostri straordinari servizi segreti che ogni tanto cambiano sigla per rinverdire il brand. Il capo di Obinu è Gianni De Gennaro condannato in Appello ad un anno e quattro mesi per la macelleria messicana della scuola Diaz di Genova quando era il capo della polizia italiana. Poi richiamo alla vostra memoria che il comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale era stato condannato ad un anno e mezzo per peculato ed è stato ricompensato con una nomina a senatore del partito berlusconiano. Vogliamo aggiungere Niccolò Pollari direttore del Sismi salvato dalle accuse per il rapimento di Abu Omar con il segreto di Stato e ricompensato con una qualifica di Consigliere di Stato.
Vi meravigliate? Io ho poco disincanto forse perché essendo un direttore di giornale ho potuto verificare che in favore di Pollari con dossier mirati si muovevano strani personaggi calabresi in odor di massomafia. Non avete mai incontrato uomini delle istituzioni che si sentono Stato più Stato degli altri? Spesso in rapporto stretto con giornalisti di grido dotati di ottimi fonti e che nelle redazioni possono far emergere titoloni su quel personaggio o capaci di far circolare dossier molto documentati contro avversari interni o esterni. Anche loro P3? Chissà.
Stiamo ai fatti senza troppo dietrologia e comprendiamo chi è il generale Ganzer condannato a 14 anni da un Tribunale di quello Stato che doveva servire. Accademia Militare di Modena. Capitano e allivo del generale Dalla Chiesa tiene il fortino strategico di Padova dove coordina il blitz contro l’Autonomia. Si tratta del processo «7 aprile» ovvero quando l’inquisizione politica consente l’eclisse del Diritto. Il dossier che arriva al giudice Calogero porta le firma di Ganzer. Sul fronte della criminalità cattura la banda dei giostrai. Poi infiltra uno dei suoi uomini nella “Mafia del Brenta” di Felice Maniero. Pochi ricordano che un pm indaghi l’ufficiale dei carabinieri per falsa testimonianza a difesa dell’infiltrato. La circostanza è citata da Fiorenza Sarzanini del Corsera che la elogia in positivo chiosando : “preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un collaborante”. Carabinieri su una linea d’ombra. Stato nello Stato. Ma ci sono anche magistrati che non fanno sconti. Parte da lontano la vicenda che ha visto condannare il capo Dei Ros ad una pesantissima condanna a 14 anni di carcere. A Ganzer è andata male perché ha trovato un mastino sulla sua strada. Lo stesso magistrato che ha indagato sul Sismi di Pollari. Un pm tostissimo. Armando Spataro della Procura di Milano. Che si fida ciecamente di Ganzer. Ma quelli come Spataro non si bevono tutto come oro colato. Anche se ti chiami Ganzer. Il pm riceve la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. Questo il racconto del pm dagli atti processuali:«Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce». Spataro firmò il decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu effettuata. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga. Un copione che sarebbe poi stato ricalcato molte altre volte. Secondo l’accusa, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le brillanti operazionì non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Anche Fabio Salomone pm bresciano indaga sul Ros. Quello di Bergamo. I carabinieri reclutano giovani pusher su piazza. Trovano i clienti e vendono la coca. Un gruppo di carabinieri fa carriera con operazioni dove i soldi spariscono e che hanno una sorta di regia etorodiretta.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» racconta al pm Salomone che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinarono in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. «Il Ros – scrivono i giudici nel rinvio a giudizio – instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro identificazione nè alla loro denuncia… ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta – annota la Procura di Milano – di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». I sottoufficiali indagati nascondono microspie ambientali e registrano l’interrogatorio del Pm. Per Ganzer è un gioco facile denunciare Salomone per abuso alla procura di Venezia e paralizzare per lungo tempo l’inchiesta. Un’inchiesta, nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone) passata poi a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna), restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la competenza di Milano. Un giro d’Italia che ha ritardato la fine di un processo durato un’eternità e che a quello di piazza Fontana gli fa un baffo per quanti tribunali ha visitato nel silenzio generale. E Biagio Rotondo detto “Il Rosso”? Il testimone che ha permesso di scoprire i giochi del Ros è morto suicida in carcere a Lucca il 29 agosto nel 2007. Cinque giorni prima la squadra mobile lo ha arrestato nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine avviata con delle intercettazioni . Fuori dal ristorante dove lavora è stata trovata avvolta in un tovagliolo una vecchia pistola di strana provenienza e che ha giustificato il fermo per porto d’armi abusivo. Nella sua ultima lettera indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione c’è scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile…Vi chiedo scusa per questo insano gesto”. C’ è un’altra presunta mela marcia in questa storia. E’ il magistrato Mario Conte che a Bergamo offre la copertura legale al supermarket carrierista della droga. E quando l’inchiesta Salomone decolla Conte si fa trasferire a Brescia acconto alla stanza di Salomone. Per motivi di salute la sua posizione è stralciata e si trova in attesa di giudizio. Si vedrà.
Per il momento una sentenza di primo grado ci dice che il metodo Ganzer nella lotta alla droga ha permesso l’arresto di molti pesci piccoli, sono aumentate le finanze di molti narcos ed è aumentativo il volume della cocaina nel nostro Paese. Senza dimenticare le violazioni del diritto e la deviazione delle istituzioni. Chissà se vi è capitato di assistere in televisione a vedere i servizi di quelle operazioni antidroga come “Cobra” o “Cedro” e che nulla altro sarebbero state che delle recite a soggetto. I Ros di Ganzer avrebbero anche installato una finta raffineria a Pescara per rendenre più brillante l’operazione. Ma tutto questo non era un’associazione a delinquere secondo il Tribunale di Milano. Resta con la prescrizione una zona d’ombra anche per un carico arrivato dal Libano di 4 bazooka,119 kalasnikov, 2 lanciamissili in quel caldissimo 1993 italiano e che secondo l’originario capo d’accusa i Ros avrebbero venduto alla cosca dei Macrì-Colautti. I soldi dell’affare non si trovano. Solo qualche traccia bancaria sbiadiata. Guadagni forse personali e qualche conto off shore che l’inchiesta non è stata in grado di trovare. Ganzer e Obinu sapevano quello che combinavano i sottoposti. Sono stati tutti condannati insieme al loro tramite libanese Jean Ajai Bou Chaya che dovrà scontare 18 anni di carcere.
Intanto a Milano per arrivare a questa sentenza sono stati escussi trecento testimoni ( a favore di Ganzer la difesa ha anche chiamato l’ex procuratore nazionale Vigna) e accorpati centoquaranta fascicoli. Tenute 163 udienze in cinque anni, 28 tra requisitorie e arringhe, 8 giorni di camera di consiglio. Nessuno ha seguito il processo fatto salvo rinvio a giudizio, richiesta pena e cronache sulla sentenza. L’unica eccezione è rappresentata da un articolo dell’Unità apparso in pagina il 25 febbraio del 2009 a firma di Nicola Biondo.
Il generale Ganzer in tutto questo trambusto è diventato capo del Ros dal 2002 con beneplacito di destra e sinistra. A Mario Mori sotto processo a Palermo succede Ganzer condannato ieri a Milano. Allievi di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nucleo speciale. Molti ufficiali e poca truppa. Investigazione speciale e segreta. I magistrati sono stati spesso al loro guinzaglio, intercettazioni invasive e operazioni nella terra di mezzo con il confidente. Una strana miscela che ha fatto esplodere conflitti esplosivi come quello tra il colonnello Riccio e Mori in Sicilia. Anche per Riccio condotte illegali nelle indagini antimafia gli sono costate una condanna in Appello a 4 anni e 10 mesi. Chi è più Stato dello Stato? I Ros di Ganzer oggi gestiscono le inchieste sui fondi neri a Finmeccanica, i ricatti a Marrazzo, tutte le nobile gesta della cricca, l’asse calobro-lombarda delle ndrine e gli affari della Camorra. Può il generale rimanere al suo posto? Secondo il ministro dell’Interno leghista e per il Comando generale dell’Arma non ci sono dubbi, dall’opposizione non vola neanche una mosca. L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, da ministro dell’Interno vide lungo e chiese che alcune competenze dei reparti speciali italiani andassero ai comandi territoriali. Il Gico della Guardia di Finanza e lo Sco della Polizia hanno ottemperato alla disposizione. Tranne il Ros dei carabinieri che con le sue ventisei sezioni dislocate nelle Procure distrettuali restano delle monadi impenetrabili. Da quei reparti vengono uomini come Angelo Jannone, Giuliano Tavaroli, Marco Mancini e finiti tutti nello scandalo dei dossier illegali Telecom-Sismi. E gli ex Sismi accusano gli ex Ros di avere contatti proprio con Ganzer che con il Ros di Roma va a Palermo a disarticolare l’ufficio di Genchi subito sospeso dall’incarico senza essere formalmente indagato mentre il generale resta al suo posto mancando solo la promozione di generale di brigata. I Ros sono quelli che arrestarono a Milano il calabrese Daniele Barillà, sette anni di carcere innocente risarcito con soldi e la fiction di Beppe Fiorello “L’uomo sbagliato”. Potremmo narrarvi tante storie sul Ros. Ma io che sono un cronista di provincia ricordo che il Ros di Ganzer si occupò anche dei No Global di Cosenza e della Rete del Sud ribelle dopo i fatti di Genova. E dal mio archivio pesco un documentato articolo di Peppino D’Avanzo che su Repubblica ci svelava questa trama: «ACCADE che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”. Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che ‘quel lavoro è del tutto inutilizzabile’. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente”. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri. Ora rendere conto delle buone ragioni del Ros che diventano buone ragioni per il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari, Nadia Plastina, è imbarazzante per la loro e nostra intelligenza».
Nadia Plastina è stata promossa, Fiordalisi è diventato pm in una procusa sarda e vive sotto scorta per le minacce ricevute. I militanti arrestati nell’operazione No global sono stati tutti assolti nel processo di primo grado e devono affrontare quello d’appello. Il generale Ganzer è stato condannato da un tribunale dello Stato e resta al suo posto di comandante del Ros.


Paride Leporace da carta.org

14 luglio 2010

Suicidio nel carcere di Torino: 101° detenuto morto nel 2010

È morto tre giorni dopo aver tentato il suicidio nel carcere delle Vallette, Antimo Spada. Il 35enne originario di Aversa, esponente dei Casalesi di secondo piano, era stato arrestato nel 2005.
Secondo quanto si apprende, l’uomo, che doveva scontare ancora nove anni di condanna all’interno del penitenziario “Lorusso e Cotugno” si era impiccato in cella domenica pomeriggio. Era stato subito soccorso dagli agenti di polizia penitenziaria che l'avevano trasferito all’ospedale Maria Vittoria. Spada che si trovava nella settima sezione - blocco A del carcere era sottoposto a regime di alta sicurezza.
Dall’inizio del mese, oltre al suicidio di Antimo Spada, abbiamo raccolto segnalazioni di altri tre detenuti morti nelle carceri italiane: al Nuovo Complesso di Rebibbia, Roma, il 3 luglio è morto Hugo Cidade, 47 anni, argentino. Aveva una cirrosi epatica, patologia già ampiamente diagnosticata e per cui pare i medici del carcere avessero già da tempo dichiarato l'incompatibilità con il regime carcerario. Nonostante questo è rimasto in cella e vi è morto.
Tra il 7 e l’8 luglio, nel carcere di Napoli Secondigliano sono morti due detenuti italiani, sembra a causa di gravi malattie di cui erano affetti. Non sappiamo altro su di loro, né i nomi né l’età.
Con questi ultimi 4 casi salgono così a 101 i detenuti morti da inizio anno: 30 si sono impiccati, 7 sono morti per avere inalato del gas (4 di loro si sono suicidati, per gli altri 3 probabilmente si è trattato di un “incidente” nel tentativo di sballarsi), mentre 64 detenuti sono morti per malattia, o per cause ancora da accertare. In 10 anni i detenuti morti sono stati 1.699, di cui 591 per suicidio.

fonte: Ristretti Orizzonti

Genova G8: condannati quattro poliziotti per arresti illegali in piazza Manin

Sentenza ribaltata, in appello, per quattro poliziotti (assolti in primo grado e ora condannati a 4 anni ciascuno) accusati di aver arrestato illegalmente due studenti spagnoli durante le manifestazioni del G8 di Genova nel luglio 2001. I giudici hanno inoltre deciso di trasmettere gli atti alla procura con l'ipotesi di falsa testimonianza, per un funzionario del VII reparto mobile di Bologna, lo stesso cui appartenevano i quattro poliziotti. I poliziotti condannati sono Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e Simone Volpini. Le accuse a loro carico erano quelle di falso ideologico in atti pubblici, calunnia e abuso d'ufficio. Per questi ultimi due reati è stata dichiarata la prescrizione. L'inchiesta riguardava gli scontri avvenuti il 20 luglio 2001 in piazza Manin, dove manifestavano varie associazioni religiose e di pacifisti. I poliziotti, in forza al VII reparto mobile di Bologna, furono inviati in piazza dove alcuni black bloc si sarebbero infiltrati. Fra gli arrestati vi furono i due spagnoli che, secondo il pm, sarebbero stati accusati ingiustamente di aver lanciato una bottiglia incendiaria l'uno e di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro il secondo. Ad appellarsi erano state anche le parti civili. I legali dei condannati intendono presenteremo ricorso in Cassazione.

fonte: primocanale.it

13 luglio 2010

Terremotati a Roma, dopo le botte, le denunce

Dopo le manganellate dello scorso 7 luglio contro gli aquilani, ieri sono arrivate le prime denunce da parte della Digos. In una prima informativa consegnata agli inquirenti contenente la ricostruzione dei fatti avvenuti durante la manifestazione indetta dai Comitati del cratere aquilano, dalla Questura di Roma fanno sapere che due manifestanti sono stati denunciati e ben 27 identificati per gli scontri avvenuti, a inizio manifestazione, tra via del Corso e piazza Venezia e, nel primo pomeriggio, lungo via del Plebiscito, a pochi metri da Palazzo Grazioli, blindatissima residenza del premier Berlusconi.
I due denunciati sono M.E., 39 anni, membro del Pd di Roma, e C.G., 26 anni, attivista romano del centro sociale La Strada. Il primo, in qualità di promotore della manifestazione «per inosservanza dei provvedimenti di pubblica sicurezza» si legge nell'informativa «in quanto l'iniziativa si è svolta senza tener conto delle modalità concordate». Tradotto: il corteo non ha rispettato il percorso autorizzato. Il secondo, definito «noto antagonista» nell'informativa della digos, è stato invece segnalato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Con loro, cinque attivisti sono stati identificati durante i primi scontri tra piazza Venezia e via del Corso mentre altre 22 persone sono state riconosciute durante il fronteggiamento con le forze dell'ordine lungo via del Plebiscito.
Così, dopo i tre manifestanti feriti mercoledì scorso durante le cariche indiscriminate che hanno coinvolto anche il sindaco aquilano Cialente e il deputato Giovanni Lolli (Pd), le forze dell'ordine presentano il conto.
Eppure, poche ora prima, nel pomeriggio di domenica, l'Assemblea dei cittadini del presidio aquilano di Piazza Duomo, vera promotrice della manifestazione del 7 luglio, ha scritto una lettera al ministro degli Interni, Roberto Maroni, in risposta a quanti, dal capo della Digos al Questore di Roma fino ad arrivare al capo della Polizia, Antonio Manganelli, hanno evocato la presenza al corteo di elementi esterni, "infiltrati", che avrebbero agito da provocatori. «La informiamo» scrive l'assemblea al ministro Maroni «che di quel che è accaduto gli unici responsabili siamo noi, cittadini aquilani, e di questo ci assumiamo, tutti uniti, piena e unica responsabilità».
Altro che infiltrati: «noi eravamo in piazza con gli aquilani» spiegano dai movimenti di lotta per l'abitare di Roma «perché abbiamo risposto alla chiamata di un intero territorio che rischia di sparire. Abbiamo aderito pubblicamente all'appello "L'Aquila chiama Italia" e siamo scesi in piazza, a volto scoperto e mani alzate, non solo per rivendicare diritti e dignità per il popolo aquilano, ma anche per protestare contro un'idea di città e di democrazia, quella del manganello, che non ci appartiene».
In fondo, ci sono i filmati a dimostrare come, lo scorso 7 luglio, a difendere il diritto di far sentire la propria voce, pacificamente, «c'era un intero popolo, con i nostri sindaci e i nostri gonfaloni». Un popolo che ha continuato il suo cammino verso gli scudi delle forze dell'ordine «sempre con le mani alzate, con i volti ben visibili e armati solamente della bandiera neroverde della nostra città». Bandiere rigorosamente, è bene precisare, con aste di plastica leggera.
E a chi fa riferimento a provocazioni nei confronti degli agenti da parte di membri dell'area antagonista romana, gli aquilani rispondono duramente: «chi parla di provocatori o è male informato o, molto probabilmente, agita inesistenti spettri per coprire i propri errori». In entrambi i casi «riteniamo che incarichi così delicati non possano più essere ricoperti da persone che mentono per coprire le proprie responsabilità, screditando le istituzioni che rappresentano».

L'Aquila: E allora...denunciateci tutti

Siamo venuti oggi a conoscenza delle denunce nei confronti di due partecipanti alla manifestazione degli aquilani a Roma del 7 di luglio.
Ribadiamo quanto espresso ieri dall'assemblea cittadina nella lettera indirizzata al Ministro degli Interni On. Maroni: di quanto è accaduto durante la manifestazione i promotori si assumono la piena ed unica responsabilità.
I cittadini aquilani hanno partecipato numerosissimi a quella manifestazione, partendo con oltre 40 pullman dalla città. Voler negare il fatto che erano i terremotati a chiedere diritti e ad urlare la propria rabbia è un'offesa nei confronti di chi, tra mille difficoltà, ha scelto di essere in piazza a Roma.
Dopo averci espropriati del diritto ad essere protagonisti della ricostruzione della nostra città ora si sta tentando in tutti i modi di nascondere l'evidenza del fatto che ERAVAMO NOI ad urlare sotto i palazzi del governo.
Il fatto che non ci fossero solo aquilani, significa soltanto che in tanti hanno aderito ai nostri appelli e alla nostra richiesta di solidarietà, hanno compreso e condiviso i nostri problemi e le nostre richieste: molte istituzioni locali non solo aquilane, movimenti, collettivi, associazioni di ogni città e territorio italiano. Questo perchè la questione aquilana non è non può essere considerata una questione locale. E' un tema nazionale e a chiunque ci abbia espresso una solidarietà concreta esprimiamo la nostra gratitudine e la nostra solidarietà.
Denunciamo, inoltre, il continuo tentativo di spostare l'attenzione da quelli che sono i reali problemi del cratere. I media oggi dovrebbero parlare delle richieste legittime ed urgenti della popolazione aquilana, nessuna delle quali accolta dal governo. Le uniche risposte che abbiamo ricevuto sono state le mangnellate, gli scudi levati dalle forze dell'ordine, i feriti e oggi le denuce.

E allora denunciateci tutte e tutti.


Comitato 3e32

12 luglio 2010

Testimonianze: a Napoli Grave episodio di razzismo dei vigili urbani

Mercoledì 7 luglio, verso le sei ed un quarto, mentre mi trovavo a via Roma con un'amica, all'improvviso sento delle urla, all'altezza del Banco di Napoli. Un ragazzone pelato e forzuto, probabilmente dei quartieri, con a seguito un cane, stava massacrando di botte un ragazzo, forse di nazionalità indiana. Cerco di raggiungere il luogo dell'episodio, e vedo, fortunatamente che un gruppo di persone, accorse per l'accaduto, erano già riuscite a togliere dalle grinfie del delinquente il ragazzo straniero.
Sopraggiungono due pattuglie dei falchi che si trovavano più avanti e bloccano il bruto, quindi, credendo che la cosa sia finita lì, mi dico "va bene, adesso procederanno", ma non sarà così...dal lato di piazza Carità sopraggiunge in tutta velocità un'auto civile con a bordo 4 vigili urbani, in borghese (sic) i quali, senza chiedere agli astanti cosa fosse successo (faccio notare si erano raggruppate circa una cinquantina di persone, tra curiosi e non), afferrano il ragazzo indiano che non solo era stato malmenato di brutto ma portava i segni anche della violenza subita, oltre ad avere la camicia strappata, e cercano di trascinarlo nella loro auto.
Uno dei vigili che lo teneva immobilizzato, ha estratto all'improvviso una cintura spessa di cuoio e, a mò di laccio l'ha lanciata intorno al collo del ragazzo, accalappiandolo e stringendogli la gola, lo tirava verso l'auto...
A quel punto, la gente che continuava a protestare ha accerchiato l'auto dei vigili, in quanto quel personaggio era riuscito a spingere il ragazzo dentro l'auto, ma quell'individuo continuava a non voler sentir ragioni, adducendo scuse del tipo: “dobbiamo portarlo in ufficio per farci spiegare l'accaduto”.
La gente che era lì si è ribellata, molti stavano anche per dare addosso a quella specie di essere umano, allora all'improvviso il ragazzo è riuscito a scappare via protetto dalle persone sempre più incazzate.
E tutti hanno tirato un respiro di sollievo, compresa me che volevo denunciare l'accaduto.
Se, per un verso, sono fiera di quei napoletani che hanno avuto il coraggio di non mollare fino alla fine ed hanno dimostrato di essere profondamente solidali, d'altro canto però, mi sono sentita impotente e indignata di fronte al comportamento di questi vigili che io reputo dei criminali.
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Nella giornata di oggi ho chiesto di specificare di che auto si trattava e se era in grado di descrivere la persona che ha usato il cappio:
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"L'auto era una fiat bravo, colore marroncino chiaro, non sono riuscita a vedere la targa in quanto le persone intorno erano talmente tante che non avevo visibilità. Lui, dai 45-50 anni...pelato e abbronzato..."

Il comandante dei ROS dei Carabinieri condannato a 14 anni: un vero criminale che però resterà al suo posto!!!

Almeno venti carabinieri, tra ufficiali e sottufficiali, hanno sistematicamente violato le norme sulle operazioni antidroga sotto copertura, trasformandosi in trafficanti e raffinatori di stupefacenti. Arresti obbligatori di latitanti sono stati omessi, falsificando regolarmente i rapporti all'autorità giudiziaria. In questa storia i conti vanno fatti in lire: centinaia di milioni in contanti, frutto di sequestri durante le operazioni, sono stati sottratti alle regole della confisca per essere riciclati. No era un'associazione a delinquere armata per spacciare droga a livello internazionale e per fabbricarsi carriere gloriose nelle pieghe di quella sorta di "secondo lavoro" ma il loro comandante, secondo il tribunale di Milano, il generale Ganzer ieri comunque è stato condannato a 14 anni dall'ottava sezione penale per le irregolarità di quelle operazioni antidroga attuate con l'aiuto di un magistrato bergamasco, oggi a Brescia e che sarà processato a parte. Un processo lunghissimo e semiclandestino per fatti che risalgono a un arco di tempo che, dal '91, arriva al '97 e prova a far luce sull'attività di venti manovali in divisa agli ordini del noto ufficiale dell'Arma su cui, come da copione, si cuce la stima e la fiducia di statisti del calibro di Maroni Roberto, titolare del Viminale e di strateghi come Federici Luigi, comandante generale della Benemerita negli anni in cui, secondo i giudici, operava l'associazione a delinquere. Entrambi pronti a giocarsi la testa. La decenza vorrebbe che si attendesse il tempo necessario a leggere le motivazioni della sentenza. Ma la decenza non alberga in certi ambienti come dimostra la recentissima pioggia d'affetto che ha avvolto un altro condannato eccellente, il capo della polizia all'epoca del G8 2001, De Gennaro, oggi capo di tutti i servizi segreti. E i servizi c'entrano anche stavolta: tra i condannati spicca il nome di Mauro Obinu, ieri all'Arma, capo della sezione antidroga del Ros, oggi all'Aise (l'agenzia informazioni e sicurezza esterna, ex Sisde). Per Ganzer 14 anni, s'è detto (ma la pm Luisa Zanetti ne aveva chiesti 27) e 65mila euro di multa. Per Obinu 7 anni, 10 mesi e 35mila euro. 13 anni e mezzo e 59mila euro per l'ex sottufficiale Gilberto Lovato. Tra i 18 imputati solo tre sono andati assolti. Soddisfati i difensori per la cancellazione del reato associativo. Non più un'associazione a delinquere ma un «insieme di ufficiali e sottufficiali in combutta con alcuni malavitosi».
Dunque questi carabinieri, anche d'alto rango, hanno forzato le regole per fabbricarsi carriere, visibilità e prestigio e le sostanze che raffinavano e vendevano si sono "perse" nel mercato dei clan.
Ricapitolando: agli inizi degli anni '90, l'Arma decide di sperimentare metodi nuovi nel contrasto al narcotraffico immaginando per alcuni agenti sotto copertura dei limiti più ampi di quelli in vigore. Si possono infiltrare, possono ottenere di ritardare i sequestri di sostanze, salvare i pesci piccoli per acchiappare quelli più grossi. E' su questa libertà operativa che Ganzer mette a punto il "metodo" che rivendica anche alla luce di questa sentenza. Sono anni in cui il Ros agirà con carta bianca prendendo contatti con narcos colombiani e libanesi, ordinando e comprando "roba" da loro con fondi neri, soldi sequestrati di cui veniva omesso il sequestro, poi quella droga veniva raffinata in proprio e se ne curava in proprio lo smercio. Più che infiltrazioni sarebbero istigazioni a compiere reati. L'unica cosa a contare era la fabbricazione di operazioni eclatanti: Operazione Cedro, Operazione Lido, Operazione Shipping, Operazione Hope e poi Cedro Uno. 502 milioni di lire e 65 chili di stupefacenti di cui si perdono le tracce. Non si può fare a meno di pensare a un'altra eclatante fabbricazione dei Ros: i fascicoli contro gli attivisti del Sud ribelle sui quali si voleva imbastire il tremendo reato di cospirazione. Missione compiuta quando un controverso pm cosentino ha accettato quei dossier ma fallita quando i giudici hanno mandato assolti tutti gli imputati. Il 20 luglio finirà anche il processo d'appello al Sud ribelle.
Si torni al processo Ganzer. Naturalmente, il dispositivo letto in aula prevede l'interdizione dai pubblici uffici. Non luogo a procedere, invece, per l'accusa di traffico di armi. Il capo di imputazione, prescritto, riguarda l'importazione dal Libano di 4 bazooka, 119 kalashnikov, 2 lanciamissili e centinaia di proiettili nel dicembre 1993 e la loro cessione nel maggio 1994 a una cosca calabrese che, poco dopo lo scambio di denaro, se li è vista sequestrare dagli stessi carabinieri. Con i militari è stato condannato il loro maggiore confidente, soprannominato «Fonte trafficante». Secondo il pubblico ministero Luisa Zanetti, anche se i giudici hanno ritenuto inesistente l'associazione per delinquere contestata ai carabinieri, la condanna di Ganzer per i singoli episodi di traffico di droga attesta che ha avuto un ruolo attivo, organizzativo e direttivo. Le operazioni antidroga che hanno portato alle condanna di Ganzer sono la «Cobra» e la «Cedro 1».

L'Aquila: Manganellati, Denunciati e criminalizzati

Spiccate denunce nei confonti di due partecipanti alla manifestazione a Roma del 7 Luglio.Si tratta di E.M. 39 anni(promotore) e di G.C. 26 anni, romano. Nei filmati del simpatico omino della Digos che ci riprendeva dalla camionetta risulterebbero altri 22 romani appartenenti a centri sociali.

Procedendo con ordine:

- i denunciati sarebbero colpevoli di aver spinto contro gli scudi all’imbocco di via del Corso. ‘sti scostumati.

- per di più sarebbero pure romani. st’infiltrati.

- quindi non sarebbero nemmeno terremotati. ‘sti sculati.

- e, ciliegina sulla torta, non sono loro ad essere stati manganellati. ‘ sti impuniti.

E gli aquilani manganellati? Sono solo degli sfigati. Ah, e visto che ci state: PURE INGRATI.

Vanno solo criminalizzati


fonte StazioneMir

20 luglio a Catanzaro processo di appello al Sud Ribelle. Siamo tutte/i imputate/i. Carlo Giuliani è tutte/i noi

Dopo 8 anni il processo al Sud Ribelle si avvicina alla conclusione. Il 20 luglio, 9° anniversario dell’assassinio di Carlo Giuliani e data simbolo delle giornate di Genova, la Corte di Assise d’Appello di Catanzaro si pronuncerà sulla decisione della Corte di Assise di Cosenza che ha assolti i 13 compagni/e , mandando in frantumi il forcaiolo teorema Fiordalisi.
Nel rituale questurino-giudiziario , sotto accusa sono sempre le idee e i propugnatori dell’uguaglianza e della giustizia sociale, che la piazza di Genova chiedeva unanimemente. Genova ha segnato il movimento con la morte impunita e archiviata di Carlo Giuliani; con le pesanti condanne inflitte alle/i compagne/i condannati sdoganando i reati fascisti di “devastazione e saccheggio”.
E il 20 luglio a Catanzaro pende il rischio che la Corte di Assise d’Appello possa accogliere il ricorso della Procura di Cosenza, riportando il processo all'anno zero. Il processo al Sud ribelle, è bene ricordarlo, è uno dei due filoni d'inchiesta aperti da Genova, che ha tentato di raccontare in chiave criminale quella informale aggregazione autonoma.. Mentre i veri criminali hanno assassinato Carlo e assassinano giorno dopo giorno la libertà di pensare e dissentire, di agire e di esistere .
Il 20 luglio 2010 a Catanzaro, a Genova e dovunque, dobbiamo essere più che mai presenti in piazza per non dimenticare e per non lasciare che siano i giudici a scrivere la storia e a legittimare la repressione delle idee e delle azioni. Facciamo sentire a tutte/i che il processo a carico del Sud Ribelle non coinvolge solo 13 compagne/i, bensì l’intero movimento che protestò da tutta Italia a Genova nel luglio 2001 ! Il 20 luglio 2010 a Catanzaro è necessario più che mai assumersi questa responsabilità collettiva , partecipando con delegazioni nazionali al presidio davanti al Tribunale.

Martedì 20 luglio PRESIDIO davanti il tribunale di Catanzaro dalle ore 9.

coordinamento liberi tutti

11 luglio 2010

Ferrara: I poliziotti condannati per l'omicidio di Aldrovandi, ora denunciano anche i bloggers

Dopo aver denunciato la madre di Federico Aldrovandi – il ragazzo, ora si può dirlo, ucciso da quattro agenti di polizia mentre tornava a casa dopo una serata con gli amici – per diffamazione, i quattro poliziotti di Ferrara se la prendono anche con la rete. Tramite il loro avvocato fanno sapere di aver intentato una causa contro alcuni frequentatori del blog aperto dalla mamma di Federico, attorno al quale in questi anni si sono riuniti diverse persone a portare la solidarietà alla famiglia.
I fatti, o meglio i post “incriminati”, riguardano contenuti pubblicati dall’autunno 2007 all’estate 2008, “quando presero piede iniziative fatte di insulti giornalieri nei confronti dei quattro poliziotti – spiega Gabriele Bordoni, avvocato difensore degli agenti – e di istigazione a punire gli imputati”.
E ci tiene però a precisare “ogni critica, anche se severa, va accettata; ma non gli insulti o le minacce. Abbiamo inoltre voluto distinguere le posizioni della famiglia scritte nel blog, perché riteniamo che sia doveroso che possano esprimersi come credono, da quelle manifestate invece da altri frequentatori del blog, fatte di offese, contumelie e in alcuni casi anche incitamento all’odio”.
Offese a pubblico ufficiale, dunque, e una “istigazione all’odio”, che i quattro responsabili della morte del ragazzo di 18 anni avrebbero subito durante questi anni di processo.
Alcuni giorni fa, la pm del processo, Mariaemanuela Guerra, aveva anch’ella sporto denuncia per diffamazione nei confronti della madre di Federico, a causa delle accuse portate da tempi non sospetti sul modo “poco limpido” con cui sono state condotte le indagini, e dopo una condanna ad altri 3 agenti per omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento (il cosidetto “Aldro-bis“).

Non sono bastate due sentenze, le risultanze di tutte le indagini successivamente fatte dal dott. Proto a farle capire che comunque, sia pure in buona fede, gli errori che sono stati commessi durante la conduzione di quelle prime indagini sono stati contro di me, contro la mia famiglia e contro la verità. Ora lei mi querela, e immagino che vorrà da me i danni che io le ho causato [...] io non ho mai offeso nessuno ma ho solo preteso verità e senso di responsabilità da coloro che hanno sbagliato. Il pm vuole da me i danni. Dopo che non si è recata sul posto quella mattina, dopo che non ha sequestrato subito i manganelli rotti, dopo che non ha sequestrato l’autovettura contro la quale si sarebbe fatto male Federico e sulla quale c’era il sangue di mio figlio, dopo tutto ciò adesso vuole da me i danni alla sua immagine” – la risposta della madre in un articolo del suo blog.


fonte: zic.it

2003-2010: a sette anni dalla morte di Marcello Lonzi

In occasione dell'anniversario della morte di Marcello Lonzi si terrà, questo pomeriggio, un presidio contro gli omicidi di stato davanti al carcere delle Sughere di Livorno.
Sono trascorsi sette anni da quando Marcello Lonzi viene trovato morto nella sua cella, la numero 21 del padiglione "D" del carcere della Sughere dove stava finendo di scontare la sua condanna per tentato furto.
Il corpo del giovane viene ritrovato in un lago di sangue e chiari sono i segni di un violento pestaggio ma, nonostante le pressioni della famiglia, appare subito evidente che vi è la volontà di insabbiare tutto, di archiviare la morte di Marcello come decesso avvenuto per "cause naturali".
Dal'11 luglio 2003 la famiglia, in particolare la madre Maria Cuffi, ha cercato, in ogni modo, di veder riconosciuto il proprio diritto a trovare i responsabili della morte del figlio.
Dopo la prima archiviazione del 2004 una controperizia sul corpo di Marcello dà elementi, nel 2006, per riaprire di nuovo il caso fino alla seconda archiviazione di pochi mesi fa.
Durante questi sette anni l'impegno di Maria Ciuffi è stato fondamentale non solo per non far calare il sipario sulla sua storia personale, ma anche per creare una rete di collegamento tra tutte quelle famiglie o quei singoli che vivono giornalmente vicende simili che, come Maria, hanno visto i propri cari entrare in carceri, questure, reparti psichiatrici e non uscirne più se non da morti.
Tutti gli anni, fino ad oggi, è sempre stata la stessa Maria Ciuffi a chiamare a raccolta le tante persone solidali per ricordare, in presidio Marcello e le tante altre vittime di abusi e violenze commesse dalla lunga mano dello Stato. Fino ad oggi, appunto: per la prima volta dalla morte del figlio, infatti, Maria non sarà fuori dal carcere, forse perché 7 anni di solitudine e delusioni le rendono sempre più difficile tornare in quel luogo.
Se per il caso Lonzi adesso non resta che attendere il ricorso in Cassazione e l'eventuale successivo parere del tribunale di Strasburgo, è sempre più necessario che davanti a simili casi ci sia un'assunzione collettiva, che le lotte dei singoli siano inserite in un orizzonte più partecipato e più ampio.

DOMENICA 11 LUGLIO DAVANTI AL CARCERE DI LIVORNO
DALLE 17.00 ALLE 20.00

PRESIDIO CONTRO GLI OMICIDI DI STATO!

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