30 giugno 2010

G8, la condanna di De Gennaro e le vittime dimenticate

Sono davvero costernata dalle reazioni politiche ed istituzionali in merito alla condanna di De Gennaro, per i fatti della Diaz. Per non parlare della farsa delle sue dimissioni subito rifiutate dal Governo, nell´arco di un istante. Davvero ponderate, le dimissioni ed il rifiuto, dimostrano l´alto senso dello stato da parte di entrambi. Sono passati pochi giorni ma per i media è già un argomento scaduto, tanto poco se ne è parlato che in molti non se ne sono neppure accorti, grazie alla libertà di stampa ed all´indipendenza dei media nel nostro paese. Sia in questa occasione che nelle precedenti, in seguito alle sentenze di appello per i fatti della Scuola Diaz e per quelli della Caserma di Genova Bolzaneto, mi è sembrato di assistere al seguito di una partita di calcio, al Bar Sport. Chi ha vinto, chi ha perso, l´arbitro è stato parziale o imparziale. E tutto uno schierarsi a favore o contro le sentenze, di primo e secondo grado, un tirare per la giacca i giudici, la magistratura: il primo tempo ci era piaciuto il secondo no, ma vedremo ai rigori (la Corte di Cassazione).
E nessuno, nessuno dei rappresentanti delle Istituzioni, dei partiti della maggioranza e di quelli dell´opposizione, che si sia chiesto, si sia preoccupato di sapere, come stanno, cosa ne pensano, le vittime di tutto questo. Dietro questi processi ci sono centinaia di persone che, solo per aver deciso di manifestare a Genova nel luglio del 2001 (attività tuttora prevista e tutelata dalla nostra Costituzione), si sono trovate massacrate, umiliate, torturate, nella Scuola Diaz, nella Caserma di Bolzaneto. Tutti questi cittadini italiani e molti stranieri, hanno aspettato nove anni per vedere confermate le loro testimonianze, le loro sofferenze. Mai nessuno da parte delle Istituzioni ha riconosciuto loro il ruolo di "vittime" di una profonda ingiustizia, della più grande sospensione dei diritti mai registrata in un paese occidentale dal dopoguerra. Come per i casi di stupro le vittime sono sospettate, le loro vite, le loro storie infangate dal dubbio della colpevolezza, nonostante tutte le sentenze. Ma per loro nessuno fa il tifo, né la maggioranza, né l´opposizione, non i Ministri interessati, degli Interni, della Giustizia, della Difesa, quelli che dovrebbero tutelare i diritti di tutti i cittadini, neppure la stragrande maggioranza dei media. E quindi la partita è persa. Ma non è persa solo per loro, è persa per tutti. E non fa differenza se a dare o dirigere le manganellate, a costruire i falsi, ad indurre a falsa testimonianza, sono stati poliziotti con un passato glorioso nell´antimafia, anzi. I segni sulla pelle rimangono e non si cancellano.

ENRICA BARTESAGHI
Parte civile nei processi Diaz e Bolzaneto
Presidente del Comitato Verità e giustizia per Genova

29 giugno 2010

Carceri: Terzo detenuto suicida in una settimana, ma solo l’ultimo fa “statistica”

27 giugno: un 22enne marocchino si impicca in Questura, per la paura di essere rimpatriato.
21 giugno: un detenuto semilibero, alla notizia di dover tornare in carcere, si impicca a un albero.
Anche loro sono “morti di carcere”, ma nessuna statistica ufficiale li prende in considerazione.

La notte scorsa Marcello Mento, detenuto comune di 37 anni, si è tolto la vita nel carcere circondariale di Giarre (Catania). L'uomo è stato trovato impiccato con un cappio al collo alle sbarre della finestra del bagno della cella. Non è l’unica “morte di carcere” avvenuta durante l’ultima settimana, ma le statistiche ufficiali prendono in considerazione soltanto coloro che muoiono all’interno degli Istituti di Pena, escludendo addirittura i detenuti che vengono ritrovati ancora in vita e poi muoiono durante il trasporto all’Ospedale.
Secondo noi, invece, tra le “morti di carcere” vanno ricompresi tutti quei casi in cui una persona privata della libertà, affidata in “custodia” a rappresentanti dello Stato, si toglie la vita (o muore per altre cause, come nel caso di Stefano Cucchi).

I due suicidi “fuori statistica”
Il 27 giugno nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento si è impiccato un giovane marocchino Y.A., di 22 anni. Arrestato dai poliziotti, intervenuti per sedare una rissa, era stato rinchiuso in una camera di sicurezza della questura in vista dell’udienza di convalida del suo fermo. Ma l’uomo, eludendo la sorveglianza, la notte scorsa si è impiccato utilizzando probabilmente una cintura. A questa tragica decisione sarebbe stato spinto forse dal timore di essere rimpatriato.
Il 21 giugno Thomas Göller, detenuto semilibero di 43 anni, viene ritrovato impiccato ad un albero a Barbiano, località in Provincia di Bolzano. Aveva trasgredito ad alcune regole della misura alternativa e gli era stato comunicato che avrebbe dovuto tornare in carcere, dove aveva già trascorso 14 anni. Ma ai carabinieri aveva detto: “Non tornerò mai più in cella”.
Nel mese di giugno si sono tolti la vita 5 detenuti (oltre ai 2 “fuori statistica”) Da inizio anno i suicidi certi sono 32 (3 casi sono dubbi), mentre altri 60 sono morti per malattia o per “cause da accertare”. Il totale dei detenuti morti nel 2010 sale così a 96. Negli ultimi 10 anni i suicidi avvenuti nelle carceri italiane sono stati 589, mentre 1.694 è il totale dei detenuti morti.

fonte: Ristretti Orizzonti

28 giugno 2010

Agrigento: giovane marocchino muore in questura

Un ragazzo marocchino di 22 anni si è suicidato la notte scorsa all'interno di una camera di sicurezza della questura di Agrigento. L'uomo era stato arrestato ieri dai poliziotti del commissariato di Montechiaro che erano intervenuti per sedare una rissa. Secondo la ricostruzione dei poliziotti il giovane era andato in escandescenza e probabilmente aveva anche fatto uso di sostanze stupefacenti.
Subito dopo l'arresto era stato rinchiuso in una camera di sicurezza della questura in vista dell'udienza di convalida del suo fermo programmata per stamattina. Ma l'uomo, eludendo la sorveglianza, la notte scorsa si è impiccato utilizzando probabilmente una cintura. A questa tragica decisione potrebbe essere stato spinto forse anche dal timore di essere rimpatriato. Sul posto è arrivato il magistrato di turno della Procura di Agrigento che sta cercando di ricostruire quanto accaduto.

27 giugno 2010

Meolo, cacciati dall’albergo perché neri

Costretti ad andare via dall’albergo, che avevano regolarmente prenotato, in quanto apostrofati come indesiderati. Il tutto solo perché neri. E’ quanto capitato a tre giovani operai senegalesi, tutti regolari e in Italia ormai da una decina di anni. L’episodio è accaduto nella zona di Meolo, i tre operai hanno presentato denuncia ai carabinieri. La vicenda si è consumata mercoledì.
I tre senegalesi - che lavorano per un’azienda di Brescia specializzata nell’escavazione per la geotermia - sono arrivati in paese per eseguire alcuni scavi. Lavori destinati a durare due giorni. Per questo, martedì l’azienda aveva provveduto a riservare per loro una stanza in una pensione a gestione familiare. Prenotazione accettata dall’albergo, con tanto di nominativi di coloro che avrebbero alloggiato.
Mercoledì intorno alle 21.30, i tre operai si presentano alla pensione. «Ci ha accolto il figlio dei titolari. Ci ha chiesto se eravamo noi ad aver prenotato e ci ha indicato dove parcheggiare il furgone - raccontano i senegalesi - Tutto sembrava a posto, quando abbiamo sentito l’anziano padre urlare al figlio di mandarci via, che non voleva vedere quei negri di m...E giù di insulti».
La situazione è andata surriscaldandosi. Tanto che i tre giovani hanno preferito andarsene, trovando un altro albergo solo dopo mezzanotte. Giovedì, dopo averne parlato con il loro titolare, si sono rivolti ai carabinieri per denunciare l’anziano. «E’ la prima volta che ci capita una cosa del genere» dicono rammaricati.
Dalla pensione però non si vuol sentir parlare di razzismo, prendendo le distanze da quanto accaduto.
«Io non ero presente. Ma, se è successo davvero così, ci dispiace per quanto accaduto - spiega la figlia del titolare - Il fatto che mio fratello abbia ricevuto la prenotazione dimostra che per noi non c’era alcun problema ad ospitare i signori. Purtroppo abbiamo a che fare con una persona ultra 70enne, che ha delle problematiche di salute e una certa mentalità radicata. Anche per noi è un problema ogni giorno. Ma non so se valga la pena montare un caso su questo fatto. Possiamo assicurare che non è il classico episodio di razzismo: qui da noi alloggiano albanesi, ex jugoslavi e altri stranieri».


fonte: La Nuova di Venezie e Mestre

«Carceri fuori legge» Suicidi e posti in piedi, Parte la campagna sui diritti dei reclusi

«Le carceri sono fuori legge». La Federazione della Sinistra aderisce alla campagna promossa dalle associazioni Antigone e A Buon Diritto e dal settimanale Carta , «per dare il via a una vera e propria vertenza nei confronti delle istituzioni affinché siano rispettati i diritti delle persone detenute». E' quanto affermano in una nota congiunta Ivano Peduzzi, capogruppo Fds regione Lazio e Giovanni Russo Spena, responsabile giustizia Prc, che oggi, alle ore 10, visiteranno l'istituto penitenziario di Regina Coeli insieme a Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione Prc. «Per una settimana - aggiunge Peduzzi - visiteremo almeno dieci carceri in tutta Italia, raccoglieremo dati e denunceremo i casi di abbandono, di sovraffollamento e di mancato rispetto dei diritti umani. Abbiamo deciso di cominciare il sopralluogo dall'istituto penitenziario di Regina Coeli, dove il giovane Stefano Cucchi ha trascorso gli ultimi giorni di vita prima di morire di carcere, di fame e di botte nella struttura penitenziaria dell'ospedale Pertini di Roma». La situazione nelle carceri del Lazio è esplosiva, lo sottolinea in una nota proprio il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, commentando gli ultimi dati forniti dal Dap, aggiornati al 20 giugno. I detenuti reclusi sono 6254, di cui 5795 uomini e 459 donne. Oltre 1600 in più rispetto alla capienza regolamentare prevista nei 14 istituti della regione. I detenuti continuano ad aumentare mese dopo mese, rispetto allo scorso febbraio sono aumentati di 372 unità. Un contesto che incrementa, come spiega allarmato Emilio Lupo, segretario nazionale di Psichiatria democratica, «l'elenco dei suicidi in carcere: da nord a sud sono già 31 dall'inizio dell'anno (gli ultimi due si sono verificati a Milano e Lecce)». Fenomeno che trova origine - prosegue Lupo - «tanto da aspetti istituzionali quanto dalle gravi condizioni psicologiche sofferte dalle persone incarcerate, rese ulteriormente fragili dalle condizione di restrizione, dal sovraffollamento, dalla mancanza di programmi di reinserimento reale e, non ultima, dalla progressiva riduzione delle misure alternative alla detenzione verificatasi in questi anni». Psichiatria democratica ritiene, inoltre, che le misure alternative alla detenzione vadano estese a quanti più detenuti possibile non solo per riconnotare la pena nelle sue valenze rieducative, come prevede la Costituzione, ma anche per responsabilizzare e dare speranza al detenuto: ridare speranza è il più potente antidoto al rischio di suicidio. Non la pensa così il leghista Gianluca Buonanno, parlamentare piemontese e membro dell'antimafia. Noto per aver disseminato le strade con sagome di poliziotti in cartone e avere proibito l'uso del burka e del burkini nel paesino dove è sindaco, nel corso di una conferenza stampa convocata per illustrare la proposta di togliere la pensione ai condannati per terrorismo e criminalità organizzata (così come ai loro familiari), ai cronisti ha commentato così il suicidio di Antonio Gaetano Di Marco, ex 41 bis che il 16 giugno si è tolto la vita nel carcere di Catania: «Certo che se altri pedofili e mafiosi facessero la stessa cosa non sarebbe affatto male. Anzi...».

Omicidio Cucchi: 15 luglio udienza per medici e agenti penitenziari

Il 15 luglio comincia l'udienza preliminare per il rinvio a giudizio di coloro che, secondo la Procura di Roma, sono i colpevoli della morte del 31enne Stefano Cucchi, fermato per alcuni grammi di droga e morto dopo una settimana passata nel reparto penitenziario Sandro Pertini. Gli imputati sono 13, tra medici, infermieri e guardie penitenziarie. Siccome medici e infermieri sono accusati di abbandono di incapace con morte conseguente, in caso di rinvio a giudizio il processo si svolgerà in Corte d'Assise vista la gravità del reato.

24 giugno 2010

Lecco, denuncia contro i Carabinieri "Mi hanno preso a calci e torturato"

Isidro Diaz, di origini argentine ma da 23 anni in Italia: timpani perforati e distacco della retina. Viene difeso dagli stessi legali delle famiglie Cucchi e Aldrovandi

Vengo dall'Argentina dove la mia generazione è stata massacrata. Qui pensavo di vivere in un paese civile. Invece mi sono ritrovato ammanettato, preso a calci e pugni in testa dai carabinieri, trascinato sull'asfalto, torturato e sbattuto contro i muri della caserma senza poter vedere un medico. Insultato, con i militari che mi puntavano la pistola addosso. E ancora non so perché". Isidro Luciano Diaz ha 41 anni, dei quali 23 vissuti in Italia dove, nel lecchese, gestisce l'allevamento di cavalli "Dal Gaucho". Da quando il 5 aprile dell'anno scorso è stato fermato dai carabinieri vicino a Voghera, è stato operato agli occhi 6 volte per distacco della retina e ha i timpani perforati. Ferite "compatibili" col suo racconto da incubo, scrive il medico legale nella relazione che riporta alla memoria le vicende di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva, Stefano Cucchi. Di giovani morti dopo essere stati malmenati da uomini in divisa, entrati vivi in caserma o in carcere e mai usciti, tragedie di cui si è occupato lo stesso studio legale, Anselmo di Ferrara, che ora difende Diaz.
"Una storia assurda. Qualunque sia l'imputazione uno deve avere tutte le garanzie, pena la rinuncia dello Stato ad essere uno stato di diritto, perché la legittimità giuridica e morale dello stato è affidata alla capacità di garantire l'incolumità delle persone affidategli", dice sociologo Luigi Manconi che con il suo lavoro come sottosegretario alla Giustizia e poi come
presidente dell'associazione a Buon diritto ha avuto una parte importante nel far emergere tutte queste vicende.
Una storia inquietante, quella raccontata da Diaz, che rischia di finire nel nulla perché la sua denuncia contro i carabinieri è a pochi passi dall'archiviazione nonostante agli atti ci sia il riconoscimento fotografico da parte dell'argentino dei militari che l'hanno aggredito. Il giudice dovrà decidere in questi giorni. Diaz, infatti, condannato a un anno poi commutato in due di libertà controllata per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni (8 giorni di prognosi ai militari), solo dopo aver patteggiato la pena ha presentato la denuncia per percosse, allegando le immagini del suo volto stravolto dalle botte, della schiena martoriata.
Ma andiamo con ordine. Il 5 aprile di ritorno da una gara di monta di vitelli mentre è alla guida della sua Mercedes, un suv nero, Diaz viene fermato dai carabinieri sulla Torino-Piacenza. Al termine di un lungo inseguimento a folle velocità, scrivono i militari. Senza motivo, ribatte l'argentino. "Vedo che hanno le pistole in pugno, ho in macchina il coltello che mi serve per i cavalli glielo mostro per consegnarglielo. Mi sono addosso, mi ammanettano e poi calci e pugni in testa, mi trascinano sull'asfalto". Portato in caserma continua il pestaggio, "mi trattavano come un pallone, buttandomi contro il muro. Mi dicevano: devi morire. Provo a chiamare un amico, mi strappano il cellulare. Alla fine ho firmato qualsiasi carta anche perché non mi chiamavano un medico".


fonte: La Repubblica

22 giugno 2010

"Le carceri sono fuori legge" - campagna Prc di visite in carcere

“Facciamo appello alle forze democratiche del paese perché il rispetto della dignità umana, come cardine dello stato di diritto, sia rispettato in tutti i luoghi, compreso le carceri e le altre istituzioni totali”. Questo il messaggio rivolto dal responsabile giustizia del Prc, Giovanni Russo Spena, in occasione dell’appello “Le carceri sono fuori legge” lanciato da “Antigone”, “A buon diritto” e “Carta” cui la Federazione e il Prc hanno dato la loro adesione.
Nei prossimi 10 giorni Russo Spena effettuerà, insieme ai promotori dell'appello e ai consiglieri regionali della Federazione della Sinistra, 15 visite in carcere. “In uno stato di diritto non è sopportabile che i detenuti siano costretti a vivere ammassati come sardine in meno di tre metri quadri ciascuno – osserva Russo Spena – Non è un caso che l'Europa abbia condannato l'Italia per trattamenti disumani e degradanti per le condizioni pietose in cui versano le patrie galere. Ma a un anno dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo il governo non ha fatto nulla, e la condizione delle carceri è peggiorata: un morto ogni 2 giorni, 31 suicidi dall'inizio dell'anno, un atto di autolesionismo ogni 10 detenuti”. Perciò, conclude Russo Spena, ci auguriamo “che tale iniziativa possa contribuire nella ricostruzione di un senso comune più rispettoso della dignità della persona”.

Mantova, vietato chiedere l'elemosina e utilizzare le panchine come giacigli

Il sindaco di Mantova, Nicola Sodano (Pdl), ha firmato oggi l'ordinanza contro l'accattonaggio molesto. Su tutto il territorio comunale viene vietata la richiesta di elemosina agli angoli delle strade, ai semafori, nei parcheggi, nelle vie e nelle piazze. Vietati anche i bivacchi negli spazi pubblici e persino l'utilizzo delle panchine come giacigli di fortuna. I trasgressori saranno puniti con una multa che va dai 25 ai 500 euro, con la possibilità di pagarne 50 per estinguere la violazione, e con il sequestro del denaro raccolto e delle eventuali attrezzature impiegate.
«Non vogliamo combattere contro i poveri - ha spiegato Sodano - ma fermare il racket delle elemosine, una vera e propria forma di criminalità organizzata che, secondo le forze dell'ordine, ultimamente si è spostata a Mantova dalle vicine città di Verona e Brescia.

fonte: Il Messaggero.it

21 giugno 2010

Cari amici vi scrivo...

Riceviamo dal sito degli Amici di Alberto la toccante lettera di Cristina e Renzo, i genitori di Alberto Mercuriali, che volentieri pubblichiamo nella consapevolezza che queste poche righe possono risvegliare le coscienze civiche di tutti noi....

A tutti gli Amici di Alberto

La storia di Alberto, nostro figlio primogenito di 4 fratelli, è, e sarà, una lezione di vita essendo la sua vicenda inevitabilmente diventata storia comune lasciando una impronta profonda nelle coscienze ...
Alberto ha scelto deliberatamente e con profondo dolore di lasciare genitori, fratelli, parenti, amici e affetti perché non ha sopportato la vergogna di essere finito e giudicato un criminale, sulle prime pagine dei giornali locali, dopo aver ricevuto la promessa di silenzio dai carabinieri che lo avevano fermato 3 giorni prima, per detenzione e spaccio di circa 50 grammi di hashish.
Pertanto il mancato rispetto della promessa ricevuta da uomini in divisa e l’attenzione mediatica che ha superato ogni criterio civile e qualunque principio umano, lo hanno fatto sentire un “nulla” davanti a se stesso e agli altri, senza più tutela, comprensione e solidarietà, annientando il suo futuro.
Alberto era un ragazzo capace di affrontare e superare le difficoltà che la vita, di volta in volta, gli poneva.
Aveva traguardi ambiziosi e umilmente era consapevole dell’impegno che il raggiungimento di essi comporta.
Aveva completato la sua formazione scolastica con brillanti risultati, scegliendo il corso di laurea che più gli si confaceva e trovato il suo più ambito e stimolante lavoro, ossia sperimentatore e addetto alla ricerca e sviluppo e ne andava così fiero.
Ecco perché la notizia del suo tragico gesto ha lasciato attonita, sconvolta e commossa una intera comunità ed in particolare coloro che lo conoscevano di persona hanno pubblicamente denunciato, con iniziative importanti (fiaccolata, convegni, costituzione di una associazione, tesi di laurea, film documentario …) l’assurdità, lo sdegno ed il dolore per la perdita di un ragazzo tanto stimato e ammirato, gentile d’animo e dotato di un raro senso dell’onore.
E per ottenere giustizia ed incidere su tanta indubbia, spregevole sproporzione tra la trasgressione rilevata ed il massacro mediatico che ne è seguito, noi genitori, responsabilizzati da un collettivo impegno civile e straziati dalla perdita di nostro figlio, ci siamo rivolti all’autorità giudiziaria.
E ne abbiamo purtroppo ricevuto una cocente delusione, notando una continuativa mancata risposta all’effettiva tutela dei diritti costituzionali e una vera e propria fuga dalle responsabilità negate in maniera smaccata e arrogante.
In ordine di tempo la prima imperdonabile mancanza dei carabinieri è stata di non averlo avvertito, il giorno successivo al fermo, pur avendone avuto il tempo, la possibilità e soprattutto il dovere che ci sarebbe stata la divulgazione della notizia anziché il silenzio pattuito.
Visto il completo stravolgimento del patto, il semplice buon senso o la comune diligenza del buon padre di famiglia ma soprattutto il ruolo di garanti costituzionali delle libertà individuali avrebbe imposto l’obbligo di informare Alberto, che a sua volta avrebbe informato noi, cambiando radicalmente il corso degli avvenimenti.
Nella sua lettera leggiamo: “ … dopo essere stato rassicurato dai 2 carabinieri che mi hanno fermato che nessuno avrebbe saputo mai niente, vengo a scoprire che hanno pubblicato un articolo sul giornale che parla di me.”
Cinque giorni dopo la notizia del suicidio, i carabinieri, tramite il colonnello, sono per la prima ed unica volta intervenuti sulla vicenda, a mezzo stampa, con la seguente dichiarazione: “Siamo costernati da quanto accaduto, nessuno poteva aspettarsi un gesto simile. Abbiamo eseguito gli ordini della magistratura…”.
Con ciò dimostrando impreparazione, scarsa professionalità e mancanza di interesse nell’indagare le ragioni per cui lo stesso ragazzo, unico protagonista della spettacolare conferenza stampa indetta il giorno prima nella loro caserma avesse compiuto un gesto irrimediabile e disperato.
E per discolparsi e “lavarsene ben bene le mani” aggiungono di aver eseguito degli ordini impartiti.
Abbiamo sperato, convinti, che il giudice accogliesse il disperato silenzioso grido di Alberto, espresso dettagliatamente nella nostra querela e potesse far luce sulle responsabilità e sui limiti trascesi, invece, volutamente, ha scelto le tenebre, omettendo il punto fondamentale di tutta la vicenda e cioè la promessa del silenzio ricevuta in caserma come se la cosa fosse stata insignificante.
Con ciò dimostrando quanta siderale distanza ci sia tra questa magistratura e il cittadino e soprattutto quanto sia impossibile pretendere autocritica e responsabilizzazione, anche in casi di evidente illegalità come la nostra, da un sistema autoreferenziale e blindato.
Il tempo trascorso e le quotidiane critiche analisi che dobbiamo compiere per affrontare questa prova così dura e inimmaginabile, ci portano e proseguire nell’impegno civile e legale intrapreso, affinché il futuro che vorremmo per le nuove generazioni sia depurato da atti incivili come la vicenda di Alberto, a detta di tutti, testimonia.

E pagine così nere nella storia di una democrazia, che si vuole definire tale, non siano più scritte.


I genitori di Alberto

Catania: morì in carcere a 19 anni; la madre vuole riaprire il caso “non si è suicidato”

Grazia La Venia è l'ennesima madre che non crede alla versione ufficiale di un'amministrazione penitenziaria. L'ennesima a battersi contro un'archiviazione annunciata. Suo figlio si chiamava Carmelo Castro ed era incensurato. E' morto il 28 marzo nella cella numero 9 del carcere catanese. Era lì da quattro giorni, da quand'era stato fermato per una rapina nella tabaccheria del suo paese, Biancavilla. Aveva 19 anni. Secondo la versione ufficiale «la morte è avvenuta per asfissia da impiccamento»: avrebbe attaccato il lenzuolo allo spigolo della branda. Nulla pi di questo per il pm che ha proposto l'archiviazione. Ma sua madre chiede che si accerti ciò è avvenuto prima che Carmelo entrasse in carcere anche perché, una volta dentro, per suo figlio,sottoposto al regime di massima sorveglianza, sarebbe stato difficile impiccarsi. La foto segnaletica diffusa dopo il fermo fa sorgere parecchi dubbi: «Forse lo hanno ripulito ma si vede comunque un livido sopra l'occhio sinistro e il labbro gonfio, oltre all'orecchino strappato». I carabinieri lo hanno trattenuto in caserma un intero pomeriggio e lei da sotto lo sentiva piangere e gridare. Potrebbe esserci del sangue sulle scarpe e il giubbotto che indossava. Anche l'avvocato della famiglia segnala «molte incongruenze nella ricostruzione dei fatti»: ad esempio il fatto che, per il trasporto del ragazzo in ospedale, venne utilizzata una normale auto di servizio. Il medico del carcere riferisce di aver praticato le manovre di rianimazione cardiorespiratoria poi le interrompe ma non ritenne di dover disporre il trasporto con un'ambulanza adeguta a continuare le manovre rianimatorie. Il suicidio sarebbe avvenuto alle 12.30 ma Carmelo aveva nello stomaco il pranzo non digerito. Tutte domande che attendono una risposta e che ricordano vicende come quelle che hanno registrato la morte di Niki Aprile Gatti - anche il suo fu un suicidio strano dopo essersi dichiarato disponibile a collaborare. Di Giuseppe Uva - l'analogia consiste nelle urla sentite mentre era in custodia dei carabinieri - e di Stefano Cucchi, passato anche lui dalle mani dell'Arma a quelle del carcere prima di finire "seppellito" in un repartino penitenziario. Così pure la mamma di Marcello Lonzi e i figli di Aldo Bianzino stanno mettendocela tutta perché non cali il sipario sulla morte dei loro cari. E che dire di Manuel Eliantonio e Stefano Frapporti: l primo ucciso dal carcere a Marassi, dicono che si sia ammazzato col gas di una bomboletta ma sua madre Maria non riesce a capire come faccia il gas a spezzare le ossa. Frapporti, invece, si sarebbe "suicidato" dopo due ore dall'arresto. Uno stranissimo arresto. Molti di loro saranno a Perugia venerdì e sabato (per il programma vedi www.veritaperaldo.noblogs.org ), nella due giorni promossa dal Comitato Verità e giustizia per Aldo Bianzino su autoritarismo, proibizionismo, carcere e sicurezza. Appuntamenti di questo tipo stanno producendo un ragionamento collettivo che prova a ribaltare l'ossessione sicuritaria di cui Perugia è laboratorio avanzato.

20 giugno 2010

Il potere degli intoccabili

L ' attacco all'articolo 41 della Costituzione (ma, in realtà, ha ragione Cremaschi, all'articolo 1, cioè al lavoro come principio ordinatore della nostra democrazia organizzata e conflittuale) non è, a ben vedere, tema diverso dall'impunità che il governo solennemente conferisce alla catena di comando militare e di polizia che ha prodotto la "macelleria messicana", con annesse torture (questa è ormai la verità anche giurisdizionale), prima a Napoli e poi al G8 di Genova.
Il governo, ridando fiducia piena a quella catena di comando fa una duplice operazione che è un attacco diretto all'impianto costituzionale: da un lato, pone il potere politico in aperto contrasto con l'autonomia del giudizio della magistratura, tentando di stabilire che il potere del governo, che si esplica in forme plebiscitarie ed autoritarie, annulla il potere giurisdizionale e il sistema delle garanzie, in nome dell'investitura popolare al premier. Ribadendo, difatti, una forma di incostituzionale presidenzialismo populista, di fronte ad un sistema giudiziario che, anche grazie al lavoro degli avvocati, pur fra omertà corporative, vergognosi depistaggi e intimidazioni politiche comunque ha operato.
E' forte il rammarico per il fatto che di tutte le inchieste per le tragedie di nove anni fa, l'unica ad essere stata archiviata è stata quella sulla uccisione di Carlo Giuliani. Mi unisco allo sdegno espresso da Giuliano Giuliani: «Uno schifo. Ma c'è un motivo. In quella storia erano coinvolti i reparti speciali dei carabinieri. Che in Italia sono ancora più intoccabili dei vertici della polizia». In secondo luogo, il governo ha fatto proprio il comportamento della catena di comando militare, assumendosene la piena responsabilità. Il consiglio dei ministri all'unanimità sconfessa la condanna dei giudici per dire che De Gennaro fa parte del potere e, quindi, è un intoccabile. Come intoccabili sono tutti i funzionari promossi dopo Napoli e Genova, promossi non sospesi dalle loro delicate funzioni attendendo le sentenze definitive.
Il governo ha voluto inviare un chiaro messaggio: il depistaggio e l'impunità sono aspetti fondativi del nostro potere. Si parla a vanvera, anche nel centrosinistra, di garantismo: ma il garantismo è equilibrio dei poteri, è sobrietà istituzionale. Che garantismo vi è nella torsione razzista e proibizionista del governo? Che garantismo vi è quando non viene rispettato nemmeno il principio per cui la vita del detenuto è, per il funzionario dello Stato, sacra? Il potere, invece, come nel caso di Stefano Cucchi, uccide spesso i detenuti; e, comunque, inchieste ufficiali europee ci parlano di una tortura che ritorna nelle carceri d'Italia.
Per questo è importante non dimenticare mai la caserma Ranieri di Napoli, Bolzaneto, la Diaz a Genova, ecc. perché sono metafore di una strategia del potere. Una strategia nazionale, che ha reso pressocché simili i ministri dell'Interno del centrosinistra a Napoli e del centrodestra a Genova; ma, soprattutto, una strategia internazionale. Basti pensare alle violenze militari contro i militanti altermondialisti prima di Genova e dopo Genova anche a livello europeo. Le sinistre, purtroppo, da tempo non hanno più capacità di inchiesta e di parola sulle ristrutturazioni in atto dei poteri militari, sul fallimento dei generosi tentativi di riforma democratica, sul significato che ha assunto la militarizzazione della pubblica amministrazione grazie anche all'introduzione dell'esercito professionale (del tutto incostituzionale) che ha spazzato via le politiche di disarmo. Si è creata una osmosi tra funzioni di polizia e funzioni militari, intese, tra l'altro, soprattutto come missioni di guerra.
A Genova operò una strategia internazionale per spazzare via un movimento che aveva osato gridare che la globalizzazione liberista non recava con sé «magnifiche sorti e progressive»; aveva urlato «il re è nudo». Il potere ebbe paura, tentò di costringerlo nella morsa repressione-violentismo-repressione ancora maggiore. Non vi riuscì, ma lo indebolì e lo frantumò. Ora anche la sentenza della Corte d'Appello di Genova ci fornisce un'occasione per riprendere il filo del discorso, anche a livello di movimento internazionale: a Genova agì una connessione fra comandi di polizia e comandi Nato; basti analizzare i sistemi d'arma, il tipo di addestramento e di formazione delle truppe, in forme inedite e contenuti diversi dal passato. La storia continua…
Genova è stato solo l'inizio. Il 26 aprile scorso il Consiglio per gli affari generali dell'Unione europea ha varato uno strumento, una sorta di "grande fratello" europeo per controllare coloro che assumono comportamenti «radicali» o che trasmettono «messaggi radicalizzati» . E' un'operazione diffusa di intellegence, di sorveglianza capillare che, con l'alibi di individuare attività terroristiche (per cui peraltro già esistono strutture e strumenti penali), fabbrica sospetti nei confronti dei comportamenti disobbedienti o molto critici, assimilati a violenza e terrorismo. Uno degli indici della pericolosità di un soggetto, ad esempio, nel questionario è (come ci ricorda Tony Bunyan su il manifest o di ieri): «Situazione economica? Disoccupato, peggioramento della sua posizione economica, eccetera».
Ho impressione che, se questi sono i criteri, i compagni della Fiom e dei Cobas di Pomigliano sono i primi sospettati…

Giovanni Russo Spena

Un Grande fratello europeo per spiare i no-global. Piano del Consiglio d'Europa per contrastare i movimenti

Uno «strumento» per mettere sotto osservazione in tutta l'Unione europea le persone considerate «radicali». Lo ha adottato il 26 aprile scorso il Consiglio per gli affari generali del Consiglio dell'Unione europea che, senza dibattito, ha dato il suo consenso alle conclusioni «sull'uso di uno strumento standardizzato, multidimensionale e semistrutturato per la raccolta di dati e informazioni sui processi di radicalizzazione nell'Ue». La decisione è passata praticamente inosservata. Eppure inciderà pesantemente sulla vita di milioni di persone. Perché lo «strumento» di cui parla il piano non servirà per mettere sotto osservazione chi ha intenzione di attuare azioni terroristiche - d'altronde, contro di loro, esiste già lo strumento penale. Al contrario nel documento dettagliato (e segreto) si dice esplicitamente che sotto mira finiranno anche persone che esprimono opinioni collocabili in un'area ideologica «di estrema destra /sinistra, islamista, nazionalista, antiglobalizzazione ecc...».
Lo «strumento» dovrebbe evitare che le persone si avvicinino al terrorismo attraverso la «radicalizzazione». Come? In primo luogo, analizzando i «diversi ambienti» in cui avviene la «radicalizzazione» e, in secondo luogo, attraverso l'introduzione di «modi sistematici» per lo scambio delle informazioni sugli individui o i gruppi che usano il linguaggio dell'odio (hate speech) o incitano al terrorismo.Verranno scambiate informazioni sui leader radicali che promuovono il terrorismo e verranno seguiti i loro movimenti con lo scopo di «interrompere i processi di radicalizzazione o per notificare uno stato di allarme nei loro confronti» L'allarme potrebbero poi innescare delle azioni, come un interrogatorio, mettere una persona sotto sorveglianza, o addirittura in detenzione e così via.
Nel frattempo, viene chiesto a Europol di «creare delle liste di coloro che sono coinvolti nel radicalizzare/reclutare o nel trasmettere messaggi radicalizzanti, e di prendere delle misure adeguate». A prima vista, questi piani per contrastare il terrorismo sembrano un passo logico. Però, questa impressione dura solo fino a quando si esamina il documento segreto che è all'origine delle conclusioni. E' chiaro infatti che l'obiettivo non sono le persone o i gruppi che hanno commesso o hanno piani per commettere degli atti terroristici, né quelli che incitano all'uso del terrorismo, in quanto entrambi possono essere contrastati attraverso l'uso del diritto penale (arresto, imputazione, sentenza, ecc.). Piuttosto, l'obiettivo sono le persone e i gruppi che sostengono delle idee radicali che sono descritte come quelle che diffondono gli «rm» (messaggi radicali). Come fare a definire chi si trova nell'«estrema sinistra»o chi è «islamista» o «antiglobalizzazione»? Chi sarà incaricato di individuare l'area di appartenenza politica dei «radicali»? Ma non solo. Chi userà questo «strumento» che metterebbe sotto sorveglianza un arco ampio di persone e di gruppi? E infine, come verrà usata l'informazione raccolta?
Il documento fornisce solo parziali risposte a questi interrogativi. Ma, degne di nota, sono le 70 domande che gli utilizzatori dello «strumento» dovranno compilare. Presumibilmente, le 70 domande si baseranno sulla raccolta di intelligence dai dati personali e dalla sorveglianza . Alcune sono davvero bizzarre, altre che dimostrano quanto sarà intrusiva questa attività per coloro che cascano nella «ragnatela del sospetto» dello Stato. Qualche esempio: «Situazione economica? Disoccupato, peggioramento della sua posizione economica, ecc.». Oppure. «Caratteristiche psicologiche rilevanti? Disturbi psicologici, personalità carismatica, personalità debole, ecc.». Ci sono milioni di persone nell'Ue con delle idee «radicali» che potrebbero facilmente, secondo la loro terminologia, usare delle tesi che sono anche adoperate dai cosiddetti «rm», senza avere alcuna intenzione di usare o di incoraggiare l'uso della violenza. Qualsiasi persona «radicale» potrebbe essere presa di mira, e la vita politica quotidiana potrà essere contaminata da dei sospetti fabbricati dalle agenzie degli Stati senza che questi siano visibili e senza che nessuno ne debba rendere conto. Il dibattito e l'attività politica legittimi svolti all'aperto potrebbero diventare l'ennesima vittima della «guerra al terrorismo».


Tony Bunyan da il manifesto

19 giugno 2010

Teramo: Antifascisti caricati dalla polizia

Caricati e manganellati «senza motivo» dalle Forze dell'Ordine in una piazza a due km dalla manifestazione di Forza Nuova. Lo denunciano gli esponenti di sinistra, con in testa il segretario cittadino di Rifondazione Comunita Filippo Torretta. Secondo quanto segnalato da Prc, e riportato anche dal quotidiano Il Centro (che nelle pagine teramane pubblica anche una foto della carica), oltre che da siti locali, ieri a Teramo un «pacifico» tentativo di volantinaggio contro la manifestazione del gruppo di estrema destra, a cui ha partecipato anche il leader nazionale Roberto Fiore, è stato «bloccato» dagli agenti. «I ragazzi antifascisti erano in un luogo molto distante dal comizio autorizzato da Forza Nuova, a Piazza Martiri, ed erano una cinquantina - spiega Torretta - lo scopo era solo volantinare. Quando i ragazzi si mossi da un angolo della piazza su indicazione della Questura stessa prima sono stati fermati, poi un carabiniere ha strappato un megafono ad uno del presidio antifascista. A quel punto c'è stata la carica e le manganellate, senza la nostra reazione. È un comportamento grave, specie in una città che non ha ancora dato una risposta agli accoltellamenti del 23 dicembre scorso da parte di esponenti di estrema destra a dei ragazzi di sinistra». E anche se per opposti motivi anche da Forza Nuova arrivano critiche al comportamento della Questura, che per loro «è stato inqualificabile». «Rintuzzati in una piazza talmente blindata da non far passare nemmeno un moscerino - spiega in una nota Marco Forconi, segretario regionale - ci siamo sentiti presi in giro ed abbiamo fatto quello che era giusto fare: riprenderci i nostri spazi, centimetro dopo centimetro. Avremmo potuto sfondare il cordone come e quando volevamo ma il nostro alto senso di responsabilità e la nostra freddezza hanno prevalso su tutto. Chiediamo scusa ai cittadini teramani, spettatori inermi di un pomeriggio di follia ma, nello stesso tempo, gli chiediamo di non abbandonare la città a quattro balordi e infami che di politico hanno solo una mascherina per tutelarsi istituzionalmente. La sinistra è finita, a Teramo come in tutta la regione. Si rassegnino compagni e becerume vario, il futuro marcia con i colori della Tradizione e della Vittoria: bianco, rosso e nero».

Repressione internazionale modello Genova

La decisione del governo di respingere le dimissioni di De Gennaro è un atto di arroganza istituzionale, prima che politica, tesa a consolidare, con una rinnovata fiducia, la catena di comando. Il controllo giurisdizionale (la decisione cioè della Corte d'appello) avrebbe permesso una riflessione seria, anche a livello istituzionale, sulla vera e propria sospensione nei giorni del G8 di Genova dei paradigmi fondativi dello stato di diritto. Primo fra tutti la sospensione dell'habeas corpus (si pensi inoltre agli omicidi di Aldrovandi, Bianzino, Cucchi ecc.). Le istituzioni avrebbero potuto chiedere scusa ufficialmente per la «macelleria messicana» condotta in prima persona non da alcune «mele marce» ma dalla catena di comando e chiedere scusa per il depistaggio attuato da parte della stessa. E' stato possibile in Sudafrica; è stato possibile qualche giorno fa per i massacri britannici in Irlanda; in Italia è stata possibile solo una volta (nel caso della relazione parlamentare dell'antimafia per l'uccisione di Peppino Impastato, che credo di conoscere in prima persona). Si badi che il depistaggio da parte di segmenti dello Stato è l'elemento costante e permanente della strategia della tensione e dello stragismo italico. Non sono ingenuo: so benissimo, che in Italia, sono mancate le condizioni politiche. Perché il governo attua una torsione populista, razzista, securitaria del rapporto fra statualità e cittadinanza (di cui l'impunità degli apparti dello stato è metafora); e perché l'opposizione parlamentare di questa catena di comando che abbiamo visto in opera a Genova è stata sempre docile ancella. E' un caso - lo dico anche in termini autocricritici perché avremmo dovuto porre la questione in modo netton - che tutti i funzionari responsabili del massacro e delle torture di Genova abbiano ricoperto, successivamente, incarichi di responsabilità ancora maggiori? Non sono certo un giustizialista. Ma è proprio il garantismo che pretende autonomia dei poteri, equilibrio e sobrietà nella gestione. La verità è che la progettualità, la radicalità e l'autorganizzazione, la critica al potere del movimento altermondialista facevano paura al potere stesso. Il movimento andava spazzato via con cinica e studiata violenza.
E' mia convinzione da sempre che a Genova, contro il movimento, abbiamo visto in opera una strategia internazionale. Intreccio fra comandi di polizia e comandi Nato a livello europeo. I sistemi d'arma usati, il tipo di addestramento delle truppe ci indicano precise connessioni internazionali. Esiste tuttora una vera e propria struttura militare e di polizia internazionale la cui funzione è tenere «sotto controllo» i soggetti che esprimono radicalità critica. Forse De Gennaro ne sa qualcosa...


Giovanni Russo Spena da il manifesto

Roma: Incursione della polizia al pigneto contro i migranti

Per l’ennesima volta anche oggi diverse volanti della polizia hanno bloccato in grande stile via Campobasso, nel cuore del quartiere Pigneto. E ancora una volta hanno portato al commissariato un giovane cittadino senegalese. Il motivo? Le borsette e le scarpe contraffatte custodite in casa per venderle per strade e spiagge.
Per le forze dell’ordine, che dallo scorso autunno hanno messo in piedi una vera e propria persecuzione dei senegalesi di via Campobasso, si conferma che il problema vero del nostro quartiere sono le borsette contraffatte. Ancora una volta sono arrivati a via Campobasso, senza alcun mandato, hanno preso un ragazzo solo perché si è impaurito quando li ha visti, lo hanno ammanettato e gli hanno preso di tasca le chiavi di casa. Si sono portati in casa sua i cani antidroga. Ma come sempre hanno trovato solo scarpe e borsette, tutte rigorosamente sequestrate.
Tutto ciò mentre chi spaccia nel nostro quartiere rimane tranquillamente impunito. Mentre la camorra che gestisce la stessa contraffazione non viene colpita. Tutto ciò mentre nulla viene fatto ai chi a questi cittadini senegalesi, come a tantissimi altri cittadini del nostro quartiere, affitta in nero e a prezzi esorbitanti abitazioni fatiscenti.
Ma evidentemente questi non sono reati gravi. Anzi forse è proprio per aiutare queste speculazioni immobiliari che i senegalesi, presenti nel nostro quartiere da vent’anni, dovrebbero andarsene.
Anche questa volta la rete territoriale si è mobilitata per garantire al giovane fermato un avvocato e per impedire abusi gravi delle forze dell’ordine.
Ci chiediamo perché nonostante le manifestazioni anche del Municipio contro lo spaccio la priorità per le forze dell’ordine restino le borsette. E chiediamo ancora una volta al Municipio di prendere posizione, e di dire che non sono le borsette il problema del nostro quartiere, e che questa persecuzione ai cittadini senegalesi deve finire.

Comitato di quartiere Pigneto-Prenestino
Osservatorio territoriale antirazzista

18 giugno 2010

Appello: "Genova G8, sospendete i condannati dai loro incarichi"

Nelle scorse settimane abbiamo avuto due importanti sentenze, quelle di appello per i fatti accaduti alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, a Genova, nel luglio del 2001. Ci sono voluti nove anni ma alla fine il tribunale di Genova ha dato forma giudiziaria a una verità storica che già conoscevamo: alla scuola Diaz , nella caserma di Bolzaneto, furono violati i corpi, le leggi, la Costituzione, l'idea stessa dello stato di diritto.
Un orrore incompatibile con la nozione di democrazia. Perciò le due sentenze, con le condanne che colpiscono per intero la catena di comando (insieme a tutti i responsabili delle violenze e delle violazioni che è stato possibile individuare), sono importanti e preziose: ripristinano un principio di verità e di equità, possono essere un punto di risalita per le istituzioni. Già all'epoca del rinvio a giudizio sarebbe stata opportuna la sospensione di tutti gli imputati, a tutela della dignità e credibilità delle forze di polizia. Nessuno è stato sospeso, tutti sono al loro posto, alcuni dirigenti sono stati addirittura promossi e oggi si trovano a coprire incarichi delicati e di altissimo livello con il peso di condanne di secondo grado molto gravi e in aggiunta l'interdizione dai pubblici uffici.
Le dimissioni o la sospensione dagli incarichi ci sembrano a questo punto una questione di lealtà ai princìpi della democrazia, oltre che l'unico segnale chiaro da inviare a tutti i gli appartenenti alle forze di polizia affinché episodi del genere non si ripetano. E' anche l'unico modo per garantire che la Corte di Cassazione possa valutare gli atti e deliberare in piena libertà. Nel frattempo, nonostante le ripetute condanne, le vittime delle violenze alla scuola Diaz, nella Caserma di Bolzaneto, attendono ancora le scuse da parte dei vertici dello Stato e, per quanto riguarda Bolzaneto, anche i risarcimenti.
La fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze di polizia è ai minimi storici. Noi chiediamo che a tutela delle Istituzioni, di tutti i cittadini, degli stessi appartenenti alle forze di polizia, tutti i condannati con ruoli di comando siano DA SUBITO sospesi dai loro incarichi e che a tutti gli altri siano attribuiti esclusivamente compiti d'ufficio.

Promotori: Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova) Haidi e Giuliano Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani)

Gloria Bardi, scrittrice - "Dossier Genova G8" (Becco giallo)
Francesco Barilli, Dario Rossi, Checchino Antonini - "Scuola Diaz, vergogna di Stato" (Edizioni Alegre)
Massimo Carlotto, scrittore - "Il maestro di nodi" (e/o)
Giulietto Chiesa, giornalista - "Genova/G8" (Einaudi)
Sandrone Dazieri, scrittore - "Gorilla blues" (Mondadori)
Roberto Ferrucci, scrittore - "Cosa cambia" (Bompiani)
Carlo Gubitosa, giornalista - "Genova nome per nome" (Terre di mezzo)
Alessio Lega, cantautore - "Dall'ultima galleria" (canzone)
Riccardo Lestini, attore e autore teatrale - “Con il tuo sasso”
Edoardo Magnone, ricercatore - "La sindrome di Genova. Lacrimogeni e repressione chimica" (Frilli)
Federico Micali, regista - “Genova senza risposte” (documentario)
Fausto Paravidino, attore e autore teatrale - "Genova 01"
Paolo Pietrangeli, regista - "Genova per noi" (documentario)
Marco Poggi, infermiere - "Io, l'infame di Bolzaneto" (Logos)
Marco Rovelli, scrittore e cantautore - "Carlo Giuliani" (canzone)
Stefano Tassinari, scrittore - "I segni sulla pelle" (Tropea)
Roberto Torelli, regista - “Bella ciao” (documentario)
Giacomo Verde, regista - "Solo limoni" (documentario)
Marcello Zinola, giornalista - “La nuova polizia” (Frilli)

Si associano:
Vittorio Agnoletto, ex portavoce Genoa Social Forum
Altreconomia, rivista mensile
Daniele Barbieri, giornalista e scrittore
Stefano Benni, scrittore
Roberto Bergalli, Università di Barcellona
Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore
Carta, rivista settimanale
Edizioni Alegre
Pino Casamassima, giornalista
Mauro Covacich, scrittore
Andrea Cozzo, Università di Palermo
Girolamo De Michele, insegnante e scrittore
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione
Roberto Escobar, Università di Milano
Valerio Evangelisti , scrittore
Saverio Fattori, scrittore
Angelo Ferracuti, scrittore
Saverio Ferrari, ricercatore
Rudi Ghedini, giornalista e scrittore
Chiara Ingrao, scrittrice
Manlio Milani, Comitato Piazza della Loggia
Ezio Menzione, avvocato
Salvatore Palidda, Università di Genova
Riccardo Passeggi, avvocato
Fausto Pellegrini, giornalista
Emilio Santoro, Università di Firenze
Grazia Verasani, scrittrice
Danilo Zolo, Università di Firenze

Per adesioni: info@veritagiustizia.it

Roma: Ha impedito uno sfratto, denunciata per truffa

Una storia come tante. Quartiere Esquilino, Roma, 13 gennaio. Una famiglia in condizioni di difficoltà estrema, madre cardiopatica con invalidità al 70%, padre che si arrangia facendo il becchino a giornata, due figli di cui una bambina portatrice di handicap, riceve l'ennesima notifica di sfratto esecutivo. La misura non viene eseguita, intervengono i movimenti di lotta per la casa con Angela Scarparo che, anche in veste di delegata del presidente del municipio, che decide un rinvio di altri tre mesi in attesa che i servizi sociali competenti riescano a trovare una soluzione. Ma la società immobiliare che aveva acquisito l'immobile ha recentemente impugnato il provvedimento e denunciato Angela Scarparo per «truffa e omissione di atti di ufficio». Secondo la FM immobiliare, infatti, non solo non poteva firmare tale provvedimento ma avrebbe dovuto collaborare per rendere libero l'appartamento.
Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta ieri in una sala della Regione Lazio, alla presenza della segretaria regionale del Prc Loredana Fraleone e del consigliere regionale Ivano Peduzzi, il legale Tommaso Mancini, che ha assunto la difesa, ha auspicato di veder celebrato il processo, nella speranza che faccia giurisprudenza. La protagonista della vicenda, ovviamente, non ha mancato di rivendicare la giustezza del proprio operato ribadendo che non si possono continuare a buttare le persone in mezzo alla strada. «La cosa che mi pare più originale in tutta questa situazione - ha dichiarato Scarparo, da anni impegnata nei movimenti per il diritto all'abitare - è che noi che fungiamo in un certo senso da ammortizzatore sociale per un problema enorme ci ritroviamo ad essere criminalizzati. Io ho il privilegio di potermi fare ascoltare, ma di storie come la mia ne accadono in continuazione e chi si espone è ormai carico di denuncie. In una città come Roma - ha continuato Scarparo - la questione casa è una vera e propria guerra, c'è chi si ammala e chi si uccide perché non sopravvive alla difficoltà di veder soddisfatto un diritto elementare. Le istituzioni hanno poi un comportamento schizofrenico: a volte ci interpellano; il giorno dopo ci trattano da criminali, solo perché siamo convinti che non sia possibile trasformare un bene primario in uno strumento per arricchirsi e speculare. Di soluzioni non ne offrono, mentre il resto della città neanche si accorge dei drammi che si consumano quotidianamente».
Anche Fraleone e Peduzzi si sono soffermati sulle dimensioni di una emergenza che coinvolge ormai pure i ceti medi che abitano in case di proprietà di enti privatizzati. «E' inaccettabile privatizzare gli immobili in un contesto in cui manca edilizia a canone sociale - ha ricordato Peduzzi - Al Comune di Roma parlano di grattacieli ma ignorano la gente per strada;, l'assessore regionale, Buontempo, ha detto che i soldi ci sono ma i comuni non rendono disponibili le aree, mentre lasciano spazio alla costruzione di villette. Aspettiamo una interlocuzione anche con lui».
La famiglia dell'Esquilino è tutt'ora nello stabile; alla conferenza stampa c'era un altro nucleo familiare del IV municipio: stessa situazione, nessuna soluzione.
Stefano Galieni

La verità su Genova

Lentamente, ma inesorabilmente, sta emergendo, anche a livello giudiziario, la verità su quelle giornate di «macelleria cilena» nelle quali sono stati massacrati, nel luglio 2001, non solo corpi, ma anche anime, speranze e utopie. Giornate che non si possono, e non si debbono dimenticare, finché, su quanto accaduto in quelle giornate buie per la nostra democrazia, non sarà fatta verità e giustizia. Quella verità che il centrodestra (e purtroppo non solo il centrodestra) ha voluto negare, anche impedendo quella Commissione Parlamentare d'inchiesta che avrebbe potuto accertare le responsabilità, anche politiche, di chi aveva dolosamente gestito l'ordine pubblico contro il movimento e contro chi manifestava per un mondo migliore, senza guerre, senza povertà, senza discriminazioni.
La condanna dell'ex capo della Polizia per istigazione alla falsa testimonianza arriva dopo la condanna di agenti, funzionari, ufficiali e generali per le violenze e i trattamenti disumani e degradanti di cui sono state vittime oltre 250 pacifisti nella caserma di Bolzaneto: vere e proprie torture che non è stato possibile contestare agli imputati perché, malgrado le continue sollecitazioni dell'Unione Europea e le condanne della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, tale reato ancora non è previsto dal nostro codice penale. Certo, c'è ancora la Cassazione. Anche se, come si sa, la Cassazione è giudice di legittimità e non può, salvo veri e propri travisamenti dei fatti, entrare nel merito della sentenza di condanna.
La Giustizia farà il suo corso. Il che, però, non significa - al di là delle responsabilità penali - che gli atti non diano elementi chiari.
«Ho parlato con il capo: devo fare marcia indietro»: sono parole di Francesco Colucci, questore di Genova, poco prima di testimoniare. Il suo interlocutore è Spartaco Mortola, numero uno della Digos durante il G8. Il senso di impunità non li fa neppure sospettare di essere intercettati. Ma le telefonate sono più di una e non lasciano spazio ad equivoci: «Il capo dice che sarebbe meglio raccontare una storia diversa....devo modificare quello che avevo detto». Il «capo» altri non è che De Gennaro. La testimonianza di Colucci, che nel corso delle indagini era stata lineare e coerente, diventa, dopo quelle telefonate, e quell'incontro col «capo», ben diversa. L'ex questore si corregge, cambia versione, si adegua alla testimonianza del suo superiore. Falsa testimonianza per lui, istigazione alla falsa testimonianza per De Gennaro, il capo dei capi.
La Giustizia proseguirà il suo corso. Ma, indipendentemente dall'esito giudiziario, oggi non è più possibile negare quello che da sempre chi era a Genova ha sempre urlato, con tutte le sue forze, compresa quella della disperazione. I vertici della polizia erano perfettamente consapevoli di quanto stava avvenendo alla Diaz e la gestione dell'ordine pubblico, aveva il preciso scopo di sospendere le libertà democratiche per cancellare un movimento che cresceva sempre di più. Gestione dell'ordine pubblico voluta, e poi avallata, da chi allora governava (e purtroppo governa) il Paese. Noi saremo colpevoli di sognare e di lottare: ma, da ieri, giustizia e verità sono più vicine.

Giuliano Pisapia da il Manifesto

Bergamo, squadra in discoteca: il calciatore di colore non entra

In discoteca per festeggiare la fine del campionato, ma al calciatore nero viene negato l’accesso. Succede per ben due volte e alla fine non entra. A denunciarlo è Davide Coffetti, allenatore della squadra della Pontirolese (campionato di Promozione), al quotidiano on line Bergamonews.
Mansyai Daudai, 20 anni, di origine africana, è stato bloccato dalla buttafuori perché «non ha gli abiti adatti». Visto che la normale t-shirt indossata dal ragazzo a quanto pare non andava bene, l’allenatore lo ha accompagnato a casa sua e gli ha prestato una dele sue polo. Ma al secondo tentativo il ragazzo e’ stato di nuovo fermato con la scusa che ormai era troppo tardi, non poteva entrare piu’ nessuno.
«Il ragazzo aveva le lacrime agli occhi e mi ha chiesto se ero arrabbiato con lui – ha concluso l’allenatore – L’ho tranquillizzato. Provavo solo rabbia e delusione per quello che era successo».


fonte: www.blitzquotidiano.it

17 giugno 2010

Omicidio Cucchi: Rinvio a giudizio per 13 persone

La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per 13 persone per la morte di Stefano Cucchi. Finiscono sotto processo tre agenti di polizia penitenziaria, sei medici, tre infermieri e 1 funzionario del Dap. I reati ipotizzati vanno dall'abbandono di persona incapace, a lesioni personali, al falso e all'abuso d'ufficio. Il giovane, arrestato il 16 ottobre scorso, morì pochi giorni dopo.
La richiesta è stata firmata oggi dai pm Vincenzo Barba e Francesca Maria Loy. Sotto processo rischiano di finire sei medici, Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario del Sandro Pertini, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite e Rosita Caponetti; gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici; il direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria Claudio Marchiandi. I reati contestati, a seconda delle posizioni, vanno dalle lesioni aggravate all'abuso di autorità nei confronti di arrestato, dal falso ideologico all'abuso d'ufficio, dall'abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d'ufficio, fino al favoreggiamento ed all'omissione di referto. Sulle richieste si pronuncerà il gup Rosalba Liso. I tre agenti, secondo il capo d’imputazione, «abusavano dei poteri inerenti alla qualità di appartenenti alla polizia penitenziaria, quali preposti alla gestione del servizio delle camere di sicurezza del tribunale penale di Roma, adibite alla custodia temporanea degli arrestati in flagranza di reato in attesa dell’udienza di convalida, spingendo e colpendo con dei calci Cucchi, che ivi si trovava in quanto arrestato». Secondo i pm «lo facevano cadere a terra e gli cagionavano lesioni personali, consistite in ’politraumatismo ematoma in regione sopracillare sinistra, escoriazioni sul dorso delle mani, lesioni escoriate in regione para-rotulea bilateralmente cinque lesioni escoriate ricoperte da crosta ematica in corrispondenza della cresta tibiale sinistra, altre piccole escoriazioni a livello lombare para-sacrale superiormente e del gluteo destro, ed infrazione della quarta vertebra sacrale’, dalle quali derivava una malattia della durata compresa tra 20 e 40 giorni». Abbandono di persone incapaci aggravato dalla morte, secondo l’articolo 591 del codice penale. E’ questo il reato contestato a 6 medici e tre infermieri dell’ospedale «Sandro Pertini», dove fu ricoverato Cucchi. La fattispecie è contestata ad Aldo Fierro, dirigente medico di secondo livello e direttore della struttura complessa di medicina protetta, ai dirigenti medici di primo livello Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi e Preite De Marchis. Medesima accusa anche per i tre infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. I sanitari, in concorso tra loro, secondo gli inquirenti della Procura di Roma, «omettevano di adottare i più elementari presidi terapeutici e di assistenza che nel caso di specie apparivano doverosi e tecnicamente di semplice esecuzione ed adattabilità e non comportavano particolari difficoltà di attuazione essendo peraltro certamente idonei ad evitare il decesso del paziente».
«Sono soddisfatto per la richiesta di rinvio a giudizio per i 13 indagati perché finalmente si apre il processo e ci sarà data la possibilità di esercitare tutte le prerogative che lo Stato ci concede. Anzi, possiamo dire che adesso, finalmente, si comincia». Lo dice l'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi sul caso di Stefano, il giovane di 31 anni morto il 22 ottobre scorso durante un suo arresto per droga. «Presenteremo una memoria al processo per ipotizzare l'omicidio preterintenzionale a carico degli agenti - continua Anselmo - continuiamo a credere che senza le percosse Stefano non sarebbe morto. Se fosse morto soltanto per l'imperizia dei medici, allora cosa vuol dire, che si sarebbe sentito male pure a casa sua?».

Genova G8: De Gennaro istigò alla falsa testimonianza. Condannato a 1 anno e quattro mesi

Un anno e quattro mesi per il Capo, Gianni De Gennaro. La Corte d'Appello di Genova ha ritenuto che le prove erano bastanti, che quand'era capo della polizia istigò alla falsa testimonianza l'ex questore dei tempi del G8. Due mesi di meno all'altro imputato, l'ex capo della Digos cittadina e ora vicequestore vicario di Torino, Spartaco Mortola. Il pg Pio Macchiavello aveva chiesto due anni di reclusione per De Gennaro e un anno e quattro mesi per Mortola dopo l'esito, scandaloso per chi subì i massacri della Diaz e gli arresti illegittimi di quella notte. Nell'ambito delle indagini sulle false molotov, Mortola fu intercettato mentre chiacchierava con Colucci il quale gli riferiva i complimenti del capo dopo la sostanziale ritrattazione di fronte ai pm che indagavano sulla Diaz. In pratica a Colucci fu consigliato di non fare menzione delle telefonate di quella sera col Viminale per non rivelare la catena di comando e il ruolo del futuro Negroponte nella repressione con cui si chiusero le tre giornate del luglio. E’ stata quindi ribaltata la sentenza di assoluzione in primo grado sia a suo carico di De Gennaro che di Mortola, ex capo della Digos di Genova e attuale vice questore vicario di Torino.
«Perché non pensare che la sentenza di primo grado non era giusta? L’appello serve anche a questo». E’ questo il commento del pubblico ministero Enrico Zucca che insieme al collega Francesco Cardona Albini aveva indagato il prefetto Gianni De Gennaro e il vicequestore vicario Spartaco Mortola. Zucca si è allontanato dal Palazzo di giustizia di Genova subito dopo la lettura della sentenza che ha ribalato l’assoluzione in primo grado. «Finalmente si è dimpstrato che siamo tutti uguali davanti alla legge», ha detto dopo la sentenza Laura Tartarini, avvocato di parte civile in questo procedimento.
“ Era evidente a tutto il mondo che i massacratori della Diaz non potevano aver agito da soli e che i vertici della polizia non potevano non sapere. La condanna di De Gennaro e Mortola evidenzia queste responsabilità della catena di comando e palesa i tentativi di depistaggio per impedire che si facesse luce sui gravissimi fatti di Genova del luglio 2001.” E’ quanto afferma Alfio Nicotra, responsabile Movimenti del Prc e all’epoca dei fatti tra i portavoci del Genoa Social Forum.
“Adesso chiediamo che nei confronti dei due condannati – conclude Nicotra – siano usati gli stessi criteri utilizzati quando in casi analoghi si trovano funzionari e dipendenti pubblici. E’ impensabile che continui ad esercitare la sua funzione di Direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza un personaggio che ha istigato un questore alla falsa testimonianza. Motivi di precauzione non possono che indurre il Governo alla sospensione dall’incarico anche se sarebbe preferibile che fosse lo stesso Gianni De Gennaro a rassegnare le dimissioni . Ma questo richiederebbe un senso dello Stato che,fino ad oggi sulla vicenda di Genova, è sempre mancato all’ex capo della polizia.”
Ora il Capo si dovrebbe dimettere, lo chiedono anche altri due tra gli ex portavoce del social forum, Agnoletto e Muhlbauer e un europarlamentare, De Magistris, a cui qualcuno dovrebbe spiegare che il suo leader di partito, Di Pietro, sarebbe stato colui che pose la pietra tombale sull'ipotesi di una reale inchiesta parlamentare. In Liguria, l'Idv è capitanata da uno dei robocop che si scagliarono contro un corteo pacifico che contestava Otto dannosissimi Grandi. Uno che giura di non aver compreso la sentenza è tale Ascierto Filippo, ex carabiniere, allora deputato e responsabile per An dei rapporti con le forze dell'ordine. Gran fustigatore di centri sociali e amico di siti negazionsti (link spariti subito dopo la denuncia sulla stampa) Ascierto ci tiene a far sapere che De Gennaro è una brava persona. Dal canto suo, il giorno prima della Diaz, lui era con Fini nella sala operativa dei carabinieri mentre un drappello dell'Arma attaccava, anche con armi improprie, un corteo regolarmente autorizzato. Nel corso di quegli scontri, un ex collega di Ascierto sparò in mezzo agli occhi di Carlo Giuliani.
Le sentenze di secondo grado per i maxi-processi del G8 si sono chiuse con condanne nei confronti della polizia. Tutti colpevoli i 44 imputati [funzionari, agenti, ufficiali dei carabinieri, guardie carcerarie, militari, medici] per le torture alla caserma di Bolzaneto, dove vennero portati almeno 252 manifestanti fermati durante gli scontri di piazza. Sono stati giudicati colpevoli anche i responsabili e i mandanti del massacro alla Diaz, a partire dai vertici del ministero dell’interno come Giovanni Luperi, oggi responsabile dei servizi segreti all’Aisi, l’ex Sisde e Francesco Gratteri, oggi capo dell’Antiterrorismo [per entrambi 4 anni di reclusione]. E’ stato invece condannato a cinque anni a Vincenzo Canterini, all’epoca numero uno del reparto mobile, la polizia antisommossa romana.

Terni: Bomba fascista davanti al centro sociale Cimarelli

Stanotte giovedi 17 giugno alle ore 01.26 è esplosa una bomba carta davanti al cancello del Centro Sociale Autogestito Germinal Cimarelli, sede anche dell’Organizzazione Sindacale “COBAS”. Due compagni che si trovavano nel centro di documentazione, posto al primo piano, hanno sentito dei rumori all’esterno. Quando si sono affacciati hanno visto una macchina che si allontanava velocemente, poi il bagliore dell’esplosione ed infine hanno sentito il boato. Tanta la paura nel quartiere, alcuni cittadini svegliati dall'esplosione hanno dato prontamente l'allarme e in breve è intervenuta una macchina dei Carabinieri che hanno solo potuto accertare l'accaduto. Risultava sottratto anche uno striscione politico in solidarietà con la Palestina affisso lungo via del Lanificio.
”Ci riteniamo fortunati – dichiarano i ragazzi presenti nello stabile – perché ci trovavamo all'interno della struttura e non nel giardino perché altrimenti l'ordigno ci sarebbe esploso addosso”.
L’attentato è di chiara matrice fascista, sia per la dinamica che per la tempistica. Nella notte, intorno alle ore 24.00, erano stati visti appartenenti all’organizzazione neofascista Casapound attaccare uno striscione a Ponte le Cave. Altre volte era accaduto che i neofascisti attaccassero manifesti e striscioni a Terni, ma mai ci saremmo aspettati un attacco contro la nostra sede.
Riteniamo che questo “salto di qualità” sia figlio della legittimazione che questi individui hanno ricevuto grazie all’azione intimidatoria che il Questore ha messo in atto con gli “avvisi orali” contro coloro che avevano contestato i neofascisti all’aviosuperficie. Ricordiamo che il Questore nelle notifiche degli avvisi orali agli antifascisti definisce i neofascisti“un gruppo di sportivi paracadutisti”.
L’attentato avviene dopo che da parte di esponenti del PDL e della destra locale sono state espresse dichiarazioni di legittimazione degli stessi “paracadutisti”. Vorremmo sapere cosa hanno da dire i signori Raffaele Nevi e Alfredo De Sio che proprio ieri hanno parlato nei nostri confronti (che denunciavamo la grave intimidazione della Questura attraverso gli “avvisi orali” alle pubbliche proteste antifasciste) di “linguaggio di altri tempi che evoca scenari inesistenti alimentando tensioni strumentali e pericolose”. Ricordiamo a lorsignori che i linguaggi delle destre e dei servizi in Italia sempre si sono espressi con le bombe, gli esplosivi e le intimidazioni, da piazza Fontana alla strage alla stazione di Bologna.
Ci troviamo ora nella situazione paradossale in cui, chi ha manifestato pubblicamente contro l'entrata dei fascisti di casapound in città, si trova attaccato da più fronti:

·da quello istituzionale con gli “avvisi orali” del Questore che sono atti intimidatori che violano la libertà personale

·da quello amministrativo attraverso multe di oltre 5.000 € fatte dai vigili urbani,

·da quello politico-militare con la bomba carta neofascista fatta esplodere ieri notte.

Abbiamo impedito l'entrata dei fascisti di casapound a Terni perchè il fascismo è un pratica razzista e violenta, è squadrismo e l'episodio di questa notte ne è l’ulteriore conferma. Questi soggetti diffondono odio tramite la paura ed il razzismo. Terni non si spaventerà di fronte a chi è stato vinto dalla storia, davanti allo squadrismo neofascista.
Il Centro Sociale e tutte le realtà della RAT (Rete Antifascista Ternana) continueranno a lottare contro questi individui a difesa di una città civile, democratica, antifascista e multiculturale, che fonda le sue radici nel lavoro, nella solidarietà, nella Resistenza e nell'integrazione sociale.
E’ per questo che lanciamo un appello per la solidarietà e la vigilanza democratica a tutte le persone, le associazione e le istituzioni democratiche della nostra città.

Terni resiste.

CSA Germinal Cimarelli

Testimonianze: In carcere oltre 3mila stupri

Caro osservatorio, oltre tremila stupri l'anno avvengono dentro le carceri in Italia, questi dati sconvolgenti sono stati evidenziati dall'associazione che si occupa di diritti umani Every One… Un altro dato che impressiona è che dentro le carceri avviene il 40% di stupri che avvengono annualmente in Italia e che molti di essi sono concausa di suicidi e coinvolgono prevalentemente i detenuti più giovani. Questo degli stupri evidenzia ancora di più la drammaticità della vita dentro i nostri penitenziari… In particolare dentro alcuni grandi giudiziari o per non andare lontano, anche qui in Abruzzo dentro una delle sezioni della casa lavoro del carcere di Sulmona (non fatta vedere ad hoc quando ci sono le visite parlamentari o di rappresentanza,) lì c'è il più duro degli inferni… Nelle carceri italiane oramai non prevale più il reinserimento, la formazione, ma tutto nel degrado del sovraffollamento diventa violenza, un così alto numero di stupri deve far riflettere. L'Alta corte dei diritti umani ha già condannato l'Italia diverse volte, ma non cambia nulla. Il governo è immobile dentro i suoi contrasti… Io non condivido la cultura della "sicurezza", intesa come repressione anche di comportamenti che non dovrebbero essere reato… ma anche chi ha la cultura della "sicurezza", che poi sicurezza non è, deve rispettare almeno un minimo la dignità umana per chi sta in carcere, e questo non avviene. O ci sarà una ribellione morale ed etica forte che indurrà le istituzioni preposte a cambiare rotta o tutto precipiterà ancora di più in quel mondo dimenticato che ha il triste primato in Europa per i suicidi e anche per gli stupri.

Giulio Petrilli L'Aquila

Roma: aggressione fascista alla Garbatella

«Un’aggressione in piena regola di matrice fascista è avvenuta ieri notte di fronte allo spazio socio-culturale Casetta Rossa a Garbatella. Il ragazzo vittima di questo agguato, che per fortuna non ha riportato lesioni gravi, è stato accerchiato da una macchina e un motorino ed è stato colpito alla testa con i caschi». A dichiararlo in una nota è Gianluca Peciola, consigliere provinciale di Sinistra, Ecologia e Libertà e membro del collettivo Casetta Rossa. «Negli ultimi due anni il quartiere di Garbatella – continua Peciola – è stato bersaglio di numerose aggressioni fasciste, l’ultima pochi mesi fa davanti al centro sociale La Strada. È evidente che il clima politico in città sta degenerando e che i gruppi di estrema destra godono di una legittimità che prima non avevano». «Esprimo la mia più sincera condanna per la vigliacca aggressione subita questa notte da un giovane alla Garbatella – afferma in una nota Samuele Piccolo, del Pdl, vicepresidente del Consiglio comunale – Mi auguro che gli aggressori del ragazzo siano al più presto identificati. Atti violenti e autoritari nulla hanno a che vedere con la politica e le sue idee che vanno invece accettate anche se si possono non condividere».
«Prima di dare spazio a speculazioni demagogiche su fatti che devono essere ampiamente condannati da tutte le parti il delegato del Sindaco per le politiche della Sicurezza urbana, Giorgio Ciardi è necessario operare un distinguo tra la sicurezza urbana e sporadici episodi circoscritti di teppismo politico, di qualunque colore esso sia, quali quelli denunciati dal giovane aggredito al quale va la nostra solidarietà».
«Dopo due anni dall’insediamento del sindaco Alemanno sostiene Enzo Foschi, consigliere del Pd della Regione Lazio e della sua giunta, aggressioni e violenze a sfondo discriminatorio sono divenuti per i romani la vita quotidiana. La sicurezza, con cui la destra ha cavalcato le sue campagne elettorali, non è garantita. I soliti vigliacchi in branco hanno deciso di aggredire un ragazzo, accerchiandolo e tenendogli in buona sostanza un vero e proprio agguato».

16 giugno 2010

Milano, sgombero del Laboratorio Zero: la polizia carica

Nella mattinata di ieri un centinaio di celerini hanno circondato il Lab. Zero, stabile occupato in Ripa di Porta Ticinese per procedere allo sgombero. L'edificio, occupato ormai da molti anni e composto da una trentina di appartamenti, era abitato da circa sessanta persone. Tutti coloro che si trovavano all'interno dello stabile sono state denunciate per occupazione abusiva. Immediata la reazione del vice sindaco De Corato, già responsabile dello sgombero di Cox 18, che plaude l'intervento delle forze dell'ordine che avrebbero "riportato la legalità" in una Milano sempre più colpita dalla crisi e che soffre una evidente e preoccupante crisi abitativa.
Durante lo sgombero centinaia di solidali si sono recati nel quartiere di Porta Ticinese, blindato e militarizzato per l'occasione durante tutto il giorno mentre, alle 17 una cinquantina di aderenti ai diversi comitati milanesi per il diritto alla casa, Unione Inquilini, Usb e Cub si sono ritrovati in presidio davanti alla Prefettura del capoluogo lombardo, dove una delegazione è stata ricevuta da un funzionario a cui è stata sottoposta la richiesta di blocco degli sgomberi di fronte la grave emergenza abitativa che si riscontra in città. "L'emergenza abitativa non può essere gestita come un problema di ordine pubblico e l'occupante non è un delinquente, ma un povero che ha diritto alla casa" si legge nel comunicato diffuso per promuovere il presidio, che prosegue spiegando che a Milano ci sono "oltre 5mila case vuote e dal 2007 a oggi ci sono state meno di 2mila assegnazioni".
Occupanti e solidali hanno già dal primo pomeriggio indetto un'iniziativa serale con concentramento in piazza XXIV maggio: il presidio, trasformatosi in corteo, si è snodato per le vie di Porta Ticinese per poi terminare in via Savona 18, dove un altro stabile è stato occupato. Celere la reazione di questura e comune di Milano, che hanno prontamente fatto circondare l'area e caricare chi si era attardato all'esterno della nuova occupazione. Al momento alcune decine di persone si trovano ancora barricate dentro la struttura, mentre la polizia blocca la zona e tiene a distanza tutti i solidali a suon di cariche.

fonte: InfoAut

15 giugno 2010

Scarcerate Massimo Papini. Accuse senza argomenti. Il 21 giugno il tribunale della libertà dovrà decidere

Massimo Papini non è più solo. A sostenerlo in questi lunghi mesi d'isolamento carcerario non ci sono più soltanto i suoi avvocati e i suoi amici che hanno dato vita ad un combattivo comitato di difesa. Negli ultimi tempi il muro di silenzio che circondava il suo caso giudiziario si è rotto. Una petizione è stata firmata da esponenti del cinema e dello spettacolo, mondo nel quale Papini lavorava. Ieri hanno preso la parola durante una conferenza stampa tenutasi presso il tribunale di Roma la scenografa Paola Comencini, la deputata radicale Rita Bernardini e Gianluca Peciola, consigliere provinciale di SeL. Dopo una visita nel carcere Rebibbia, da parte della battagliera parlamentare radicale che senza tregua conduce nelle prigioni «visite di sindacato ispettivo» - come precisa con puntiglio, Radio radicale ha cominciato a trasmettere le udienze del processo, iniziato lo scorso 22 febbraio, nel quale Papini è accusato di partecipazione a banda armata per aver conservato negli anni un rapporto di amicizia con Diana Blefari Melazzi. La militante delle cosiddette «nuove Br» suicidatasi nel carcere femminile di Rebibbia il 31 ottobre, esattamente un mese dopo l'arresto dello stesso Papini, suo ex compagno, che aveva tentato di scagionare fino all'ultimo. L'attenzione comincia finalmente a focalizzarsi su una vicenda giudiziaria considerata, a torto, "minore", come se il suo tragico intrecciarsi con la morte di una detenuta in condizioni psicologiche devastate dal 41 bis, messa per questo sotto pressione con l'arresto dell'unico punto di riferimento esistenziale che le era rimasto, non fosse una vicenda su cui vigilare con attenzione. Se la morte della Blefari ha fatto parlare di «uso della malattia come strumento d'indagine», finalizzato a costruire con tutti i mezzi una «collaborazione», quella contro Papini appare una vera e propria persecuzione. Indagato e arrestato all'inizio per fare pressione sulla donna, continua a essere mantenuto in carcere e sovraccaricato di accuse, senza lo straccio di un riscontro, per coprire a posteriori una condotta investigativa che viola le stesse regole in nome del quale pretende di agire. Nel corso della conferenza stampa, Paola Comencini ha raccontato la sua amicizia lunga 12 anni, spiegando come Papini fosse stimato nel mondo del cinema per il suo lavoro nei set dei più grandi registi italiani. «Un'attività - ha sottolineato - che assorbiva talmente la sua esistenza e lo teneva così lontano da Roma da rendere inverosimili le accuse». Ha rivelato anche come al ritorno dai colloqui con la Blefari fosse molto provato. La donna, afflitta da rovinose crisi d'identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, si fidava solo di Papini e aveva risposto in lui ogni speranza. «Massimo paga l'aver risposto a quel grido d'aiuto». E che il rapporto con Diana Blefari Melazzi fosse alla luce del sole l'ha precisato anche l'attuale fidanzata di Papini, Grazia, che ha sopraffatto la timidezza per spiegare con gli occhi lucidi ai giornalisti come Massimo «fin dal primo giorno mi disse di che aveva questa amica. Io stessa ho preparato da mangiare per lei e le ho mandato dei vestiti». Rita Bernardini ha denunciato le condizioni di detenzione proibitive in cui versa il detenuto, isolato 24 ore su 24, costretto a pochissima aria in un cubicolo di cemento, senza nemmeno la possibilità d'avere libri a sufficienza per trascorrere utilmente il tempo. Mentre il processo si trascina senza che l'accusa sia mai riuscita a fornire uno straccio di prova della colpevolezza di Papini, un fatto nuovo potrebbe aprirgli presto le porte della prigione. Il prossimo 21 giugno il Tribunale della libertà dovrà riesaminare nuovamente il precedente rifiuto di scarcerarlo, pronunciato in ottobre ma cassato il 4 marzo dalla Cassazione. Una censura netta quella pronunciata dalla suprema corte che rimprovera il collegio del riesame di non aver spiegato perché Papini sarebbe colpevole. «Siamo di fronte ad un caso giudiziario paradigmatico», spiega l'avvocato Romeo. «A causa del nuovo pacchetto sicurezza del luglio 2009 - aggiunge il legale - Papini si è visto sottrarre importanti tutele processuali. Si è passati direttamente in corte d'assise senza il vaglio dell'udienza preliminare. Fase che non potrà mai più essere recuperata. E' stato chiesto il giudizio immediato con un fascicolo dell'accusa incompleto. Le carte mancanti sono giunte soltanto a processo avanzato». Papini doveva essere processato a prescindere

Paolo Persichetti
da Liberazione

Rovereto - Condannati compagni per la resistenza al neofascismo

Il 10 giugno il tribunale di Rovereto ha emesso la sentenza contro Poza, Ivan e Jeppo, i tre compagni arrestati il 13 febbraio scorso durante il blocco per impedire il corteo di Fiamma Tricolore a Rovereto in ricordo dei "martiri delle foibe". Polizia e carabinieri, quel giorno, dopo aver fatto cambiare percorso ai fascisti, avevano caricato pesantemente i compagni scesi in strada.
Poza e Ivan sono stati condannati a 14 mesi senza la condizionale, Jeppo a 10 mesi con la condizionale. Superate persino le richieste del PM Merlo, che chiedeva 2 anni per i primi due e dieci mesi per Jeppo (il processo era con rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo). Per la resistenza del 13 febbraio sono denunciati a piede libero un'altra trentina di compagni. Martedì 8 e poi giovedì 10 giugno presìdi e cortei spontanei di solidarietà si sono svolti in città.

fonte: http://www.informa-azione.info/

Catania: detenuto di 43 anni si suicida con il gas della bomboletta da camping

Un detenuto del carcere catanese di Bicocca si è suicidato respirando il gas della bomboletta che alimentava un fornelletto da campeggio nella sua cella. Antonio Gaetano Di Marco, 43 anni, piccolo boss di Bronte, era stato condannato per mafia, e aveva altri dieci anni di pena da scontare.
La morte è stata scoperta all’alba dai compagni di cella, con i quali l’uomo aveva guardato ieri sera in tv la partita dalla nazionale. Di Marco, cugino del boss Francesco Montagno Bozzone, l’uomo che Santo Mazzei aveva indicato come rappresentante della commissione provinciale di Cosa Nostra, era depresso dopo che la Procura di Catania aveva ordinato il sequestro dei suoi beni.
Venerdì era stato visitato dallo psichiatra della struttura carceraria, ma il medico non aveva notato segni di peggioramento. Ex detenuto al 41 bis, da mesi era stato ammesso al circuito di alta sicurezza uno: in pratica avrebbe dovuto essere controllato a vista. Per commettere il suicidio, si è coperto con le lenzuola sulla sua branda.

Joy è libera!

Joy è libera. Il suo avvocato ha riferito che le è stato concesso il premesso in quanto vittima di tratta (articolo 18).
La vicenda che ha visto protagonista questa ragazza nigeriana è lo spaccato di quanto sta accadendo nel nostro paese. Donne e ragazze anche giovanissime sono per le strada di ogni città italiana, bene in vista sotto i lampioni ma invisibili per la polizia, se non quando decidono di dire no, di fuggire da chi le ha rese schiave, rapendole, illudendole, torturandole, stuprandole, ricattando le famiglie.
Joy lo ha fatto ed è finita in un CIE, dove ha trovato lo stesso disprezzo e la stessa violenza sessista che aveva conosciuto sui marciapiedi del bel paese.
La denuncia all'ispettore Addesso le è costata un'odissea giudiziaria lunga due anni, che non finisce certo qua.
Per il momento, tuttavia, la sua vita ha smesso di essere in discesa, il suo futuro è meno incerto.

fonte: http://emiliaromagna.indymedia.org/node/8962

Tessera del tifoso: intervista ad un avvocato penalista

Da mesi ormai è aperto il dibattito riguardo alla cosiddetta “Tessera del tifoso” fortemente voluta dall’attuale Ministro degli Interni Roberto Maroni. Tessera del tifoso che dovrebbe essere adottata dalle società a partire da quest’anno. La situazione però non è molto chiara e per questo abbiamo deciso di sentire l’avvocato Giuseppe Milli, avvocato penalista, esperto in diritto sulla legislazione inerente agli stadi.

Innanzitutto può spiegare per chi non lo sapesse cos’è la tessera del tifoso?
La Tessera del Tifoso altro non è che uno strumento simile ad una carta di credito dotato di memoria (o altro?) (il famigerato chip con tecnologia RFID –Radio Frequenza a Identificazione a Distanza) imposto ai tifosi che vorranno andare in trasferta nel settore ospiti o fare l’abbonamento per la squadra del cuore. In realtà la Tessera servirà anche per avviare una gigantesca operazione di marketing attraverso un presunto sistema di fidelizzazione del tifoso che vede coinvolti istituti bancari e società per azioni.
In tal modo il Viminale si sbarazzerebbe della minoranza chiassosa e, secondo gli ideatori della tessera, anche più oltranzista e dedita a delinquere, per far posto ai tifosi fidelizzati che si gioverebbero di avere percorsi differenziati e privilegiati nell’accesso allo stadio e sarebbero fruitori di operazioni simpatia attraverso servizi e utilità legati all’utilizzo della card tessera del tifoso.

Quali sono i punti più controversi di tale provvedimento?
Ve ne sono molti e tutti evidentemente non risolti in quanto è assente una reale campagna di informazione al cittadino-tifoso.
Quali trasmissione televisive vi stanno parlando della questione tessera? Quali organi di informazione stanno ospitando il pensiero di chi la pensa diversamente dal Ministro Maroni? Le uniche manifestazioni di dissenso sono frutto di iniziative autogestite dei gruppi ultras anche grazie all’ausilio della consulenza di un pool di avvocati che, evidentemente, presto hanno compreso quali e quanti limiti e perplessità incontra l’operazione tessera del tifoso così come promossa e pomposamente sbandierata in questi giorni.
Il difetto di genuina informazione fa sì che la gente non possa interrogarsi e decidere con più serenità di giudizio se fare o meno la tessera del tifoso. Altro è invece quello che si vive all’interno del movimento ultras. Il fatto che un tifoso (quasi sempre quello curvaiolo) non possa recarsi in trasferta ed accedere liberamente nel settore ospiti (a suo tempo creato proprio per offrire maggiore sicurezza ai tifosi) se non attraverso quello che definisco “un odioso ricatto” (il possesso della tessera), ha da subito svegliato le coscienze più assopite e, pertanto, oggi la stragrande maggioranza dei gruppi ultras si oppone decisamente alla Tessera.
I limiti più evidenti? Un provvedimento amministrativo mascherato a norma retroattivo , il controllo sociale ed il consumo di massa, la violazione di norme a presidio della libertà oltre che quelle di cui agli artt. 3 e 27 della Costituzione Italiana e delle prescrizione imposte dal Garante della Privacy sull’utilizzo di tecnologie RFID e tanto altro.
Faccio un esempio. Una legge, che entra in vigore modificandone una precedente, deve seguire un iter di formazione previsto tassativamente dal Diritto Costituzionale (decreto legge o legislativo) e soprattutto l’attività di legiferazione parlamentare.
Nel caso che ci occupa la Tessera del Tifoso è stata introdotta solo attraverso una circolare amministrativa con la quale il Ministro Maroni da disposizioni ai Prefetti e Questori affinché, a loro volta, “invitino” le Società di calcio ad adottare detto strumento. Le stesse Società calcistiche,ad esempio, “potranno accettare la sottoscrizione di un nuovo abbonamento solo da chi è in possesso della tessera del tifoso” (cit.).
La differenza che passa tra “potranno” e “dovranno” fa capire al Lettore che il sostegno giuridico è costituito niente più che da un mero atto amministrativo che, come è noto, non ha forza cogente di legge e che non comporta sanzioni di alcun tipo in caso di trasgressione. (vedi in termini strettamente giuridici il valore di una circolare amministrativa.)
Nessuno ha mai posto attenzione sul fatto che tale atto amministrativo sia addirittura imposto per fatti accaduti in passato creando una sorta di anomalia giuridica costituita dalla retroattività tipica di una norma di legge. Infatti per coloro che hanno subito un Daspo (che altro non è che una misura specialpreventiva e non una condanna passata in giudicato) o che sono stati condannati per reati da stadio negli ultimi 5 anni è precluso il rilascio della tessera.
Un atto amministrativo di simile portata potrà impedire a chi ha ricevuto un Daspo dal 1987 ad oggi di ottenere la Tessera che invece regolarmente otterrà chi ad esempio negli ultimi 5 anni si è macchiato di crimini odiosi (perché diversi da quelli cd.”da stadio”) magari in attesa di esecuzione della pena una volta che detta sentenza penale diventi irrevocabile secondo il disposto di cui all’art 27 cost.
Si giunge pertanto al paradosso giuridico secondo cui una misura preventiva potrà incidere in negativo e precludere il rilascio della tessera diversamente rispetto ad una condanna non da stadio ad esempio impugnata in fase di appello.

Le società sono obbligate ad uniformarsi a tale disposizione? E se sì, nel caso non lo facessero a che cosa andrebbero incontro?
Le Società non hanno l’obbligo di uniformarsi al suggerimento-invito ministeriale per il tramite dei Prefetti e Questori competenti e cosi facendo non incorrerebbero in alcuna sanzione ma c’è da giurarci tutte si adegueranno, volgendo le spalle ai propri tifosi più fedeli.
Secondo lei la “lotta” contro la tessera del tifoso portata avanti da numerose tifoserie è una lotta che riguarda solo i cosiddetti ultras o dovrebbe riguardare tutti i tifosi?
E’ una lotta che vede impegnati gli ultras per quanto è stato loro consentito di “capire” ma dovrebbe interessare chiunque abbia un minimo di orgoglio e dignità. Tuttavia temo che la stragrande maggioranza dei tifosi normali non abbia voglia di capire e interessarsi.

Secondo gli ultras la tessera del tifoso è uno strumento inutile e che limita la libertà personale, lei cosa pensa?
E’ uno strumento adottato con una procedura anomala intelligentemente applicata evidentemente per evitare ostacoli parlamentari bipartisan e soprattutto il vaglio della Commissione Affari Costituzionali. Se fosse proposto senza imposizione e lo si qualificasse come una semplice tessera promozione-premi per i tifosi doc sarebbe anche utile. Chi vorrà potrebbe utilizzarla per risparmiare ad esempio sul costo di gadgets e altro. Ma essendo limitativo della Libertà Personale ed inutile negli scopi sbandierati lo considero uno strumento oltremodo negativo. Inoltre pare che la tessera avrà un costo tra acquisto e transazioni bancarie varie. Meglio se tutto fosse gratuito.

Inoltre questo provvedimento le sembra utile per eliminare la tanto citata violenza negli stadi?
Non vedo quale sostanziale efficacia potrà avere. Piuttosto ho forte preoccupazione che tale strumento porti ad un pericoloso rimescolamento del tifo. Mi spiego meglio. Alcuni occuperanno il settore ospiti. Altri andranno in altri settori (è consentito fare il biglietto senza tessera). Altri resteranno fuori lo stadio. Questo per la tifoseria in trasferta. Per quella ospite ci si augura vivamente che quella consistente frangia che resterà all’esterno dell’impianto ( vi sono tifoserie che hanno deciso in tal senso) non costituiscano pericolo per la pubblica incolumità. Sono dell’avviso che la vecchia pratica dell’incanalamento collettivo della massa previ mirati e preventivi controlli di polizia costituisca la misura più idonea a prevenire e contenere l’endemico negativo fenomeno della violenza. Che purtroppo è presente anche nel nostro vivere quotidiano ma questo è tutto un altro discorso.
Anche quella della domenica però ha motivazioni e radici che affondano nella crisi socio-economica che stiamo vivendo e che meriterebbe diversa attenzione e misure completamente diverse da quella adottate e da quelle che si stanno adottando.

Visto che la tessera è sicuramente migliorabile, ci può fare alcune proposte di modifica dell’attuale “tessera del tifoso” oppure pensa che l’unica soluzione sia non farla entrare in vigore?
La tessera del tifoso dovrebbe essere ad uso facoltativo e non costituire uno strumento liberticida. Poi si potrà fare qualsiasi uso di marketing a seconda del desiderio soggettivo di ciascuno di noi.

Concludendo, se vuole aggiungere qualcosa che non è emerso nel corso dell’intervista ma che le sembra utile aggiungere…
L’introduzione della Tessera segna il fallimento della teoria repressiva “Tolleranza Zero” e la fine del Tifo inteso nella sua massima e positiva accezione (colore e calore della collettività e fenomeno di massima aggregazione sociale ). In nome del “Divide et impera” si cercherà di destrutturare l’organizzazione della tifoseria frazionandola in vari sotto gruppi . La massa del tifo organizzato si dividerà in tre fazioni a seconda del predominare di un sentimento rispetto ad un altro. Per alcuni prevarrà la Passione e la Fedeltà ad ogni costo (mi faccio la tessera perché senza la mia squadra non so stare), per altri la Dignità e l’Orgoglio (soffrirò ma non cedo al ricatto e non mi tessero), per altri ancora l’interesse (mi tessero perché il tifo è anche altro).
Concludo invitando tutti a pensare. Questa intervista non vuole indirizzare nessuno per questa o quella scelta. Io non vado più allo stadio da oltre un anno perché avevo da tempo capito tutto. Ho così superato il problema se tesserarmi o meno. E comunque Buona Tessera a tutti.

Fonte: SenzaSoste
tratto da http://ilsecoloxxi.wordpress.com/

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