28 maggio 2010

Emergenza carceri: Se tre metri quadri vi sembrano tanti...

La commissione giustizia della Camera voterà il disegno di legge Alfano, cosiddetto svuota-carceri, che a seguito delle modifiche introdotte con gli emendamenti proposti e votati dal centro destra come dal centro sinistra può essere ribattezzato ex-svuota carceri.
Con la cancellazione della messa in prova per pene sotto i tre anni e dell'automatismo dei domiciliari per chi deve scontare un anno di pena residua il provvedimento legislativo interesserà infatti non più di 2-3mila detenuti, mentre le patrie galere hanno oggi 23.000 detenuti in più della capienza regolamentare. Svuotano un oceano con un cucchiaino.
Per questo motivo lanciamo, insieme ai soggetti riunitisi sabato scorso a Roma (da Antigone a Sant'Egidio, dall'ex Presidente Ciampi a Don Ciotti), un accorato appello a scendere in piazza, come avvenne nel natale del 2005, perché il potere politico si renda conto della tragedia umana che affligge le nostre patrie galere e trovi soluzioni immediate che evitino l'apocalisse che rischiamo di vivere la prossima estate.
In uno stato di diritto non è infatti tollerabile che nelle carceri si viva in uno spazio medio di tre metri quadri a persona o che vi sia la media di un morto (27 i suicidi) ogni due giorni dall'inizio dell'anno. In uno stato di diritto non è concepibile che di fronte ad una sciagura del genere la politica, in nome del consenso elettorale, si continui a trincerare sotto il vessillo della sicurezza.
La mano forte sulla legalità non è sinonimo di sicurezza, avvertiva Pietro Ingrao già nel 1975, esortando a non avere un atteggiamento pan-giustizialista. Perché il numero dei crimini commessi prescinde dalla severità delle leggi ed è più legato allo sviluppo delle politiche sociali e delle politiche di prevenzione che di quelle repressive.
Sappiamo di dire qualcosa di non gradito finanche tra le nostre fila: dissentiamo totalmente non solo dalla fabbrica della paura delle destre, ma anche dal giustizialismo cieco e testardo (spesso populista) delle forze dell'opposizione oggi presenti in Parlamento. Perché il giustizialismo non solo non è efficace come vorrebbero farci credere, ma troppo spesso si accompagna ad una giustizia a due velocità, spietata con i deboli, bonacciona con i forti. Quella giustizia che diventa sinonimo di severità con gli stranieri, i tossicodipendenti e i deviati, per poi diventare lumacona e garantista con i colletti bianchi e le divise blu. E troppo spesso chi come Di Pietro si fa gran cassa dei giustizialisti è lo stesso che poi nella scorsa legislatura ha di fatto impedito il venir alla luce della commissione di inchiesta sui fatti di Genova.
Non ci meravigliamo allora delle parole irrispettose del Ministro Maroni all'indomani della sentenza di appello sulla "macelleria messicana" messa in scena nella scuola Diaz di Genova. Non ci meravigliamo che quello stesso Ministro che si fa passare per nemico giurato delle mafie così come dei clandestini (come se fossero la stessa cosa) poi diventa blando e padre premuroso nei confronti dei vertici della polizia condannati dalla giustizia e promossi (anche dal centro sinistra) dalla politica. Perché ad inseguire le destre sul tema della sicurezza e della paura ci abbiamo perso non solo le ultime elezioni, ma anche quelle del 2001. E nel 2001 prima della mattanza di Genova ci sono stati i preparativi di Piazza Municipio e della Caserma Raniero di Napoli, con il centro sinistra al governo.
E' arrivata l'ora di decidere a sinistra da che parte stiamo: se vogliamo essere servi imitatori dell'ideale securitario proprio delle destre o se vogliamo realizzare una giustizia più mite con i deboli e meno blanda con chi ha gli strumenti per difendersi.

Giovanni Russo Spena
Gennaro Santoro

Amnesty boccia l'Italia. Rapporto 2010, il nostro paese finisce nel mirino dell'organizzazione umanitaria

Il rapporto 2010 di Amnesty International ci restituisce una sconfortante fotografia sullo stato dei diritti umani nel mondo (sono circa 160 i paesi in cui vengono praticate torture e maltrattamenti). Una collezione di abusi, violenze, e violazioni delle più elementari regole democratiche che si arricchisce di nuovi allarmanti scenari. Ad esempio la Thailandia, con la recente repressione del movimento delle "Camicie rosse", annichilito dalla polizia di Bangkok. O il Sudan, con il presidente Bashir colpito da un mandato di cattura internazionale per genocidio e di fatto protetto dai burocrati dell'Unione africana (Ua). Sul fronte mediorientale, e nello specifico sull'eterna questione israeliano palestinese, le critiche sono a 360 gradi. Bocciata naturalmente la politica di Tel Aviv per l'embargo sulla Striscia di Gaza, definito «una punizione collettiva che ha approfondito la crisi umanitaria». Israele criticata aspramente anche per l'atteggiamento mantenuto nei confronti della Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sulla Operazione Piombo Fuso. Note di biasimo anche per Hamas e l'Anp a causa degli arresti arbitari e le sevizie subite in carcere dai detenuti, senza escludere l'escalation di esecuzioni capitali a Gaza e in Cisgiordania: dove «il sistema giudiziario rimane molto problematico». Amnesty poi chiede ai paesi che non riconoscono la Corte penale internazionale (Cpi) di cambiare atteggiamento. Si tratta di uno schieramnto trasversale che vede "uniti nella lotta" Stati tra loro in conflitto, come gli Usa, Cuba, Israele, India, Cina, solo per citare i casi più importanti. Particolare attenzione merita il capitolo consacrato all'Italia, ancora una volta finita nel mirino dell'organizzazione umanitaria. Su tutti domina il caso di Stefano Cucchi, pestato e ucciso dalla polizia senza che i colpevoli siano stati chiamati a rispondere degli abusi commessi.
«Seguiremo con interesse e attenzione la vicenda di Stefano Cucchi. Il suo caso si inserisce in un quadro insoddisfacente per quanto riguarda l'attenzione dell'Italia alla tutela dei diritti umani», ha spiegato detto Giusy D'Alonzo, la relatrice di Amnesty che ha analizzato il caso italiano . «In Italia - ha aggiunto - non c'è un garante dei detenuti che, ad esempio, possa effettuare visite senza preavviso. Non abbiamo organismi di tutela dei diritti umani che siano indipendenti. Ma il vero problema, in casi come quello di Cucchi o come quello di Federico Aldrovrandi, morto nel 2005 per le percosse di agenti, di Aldo Bianzino, deceduto in carcere a Perugia, le famiglie sono lasciate sole e si vedono costrette a far partire autonomamente le indagini». Bacchettate anche per i respingimenti di immigrati.
L'Italia, ricorda inoltre il rapporto, «non ha ratificato il Protocollo Opzionale che introduce il reato di tortura e di maltrattamenti, inoltre manca una struttura indipendente per il monitoraggio sui diritti umani e un organismo altrettanto indipendente sugli abusi di polizia».
Stizzita la replica del ministro degli Esteri Frattini, il quale si è espresso come farebbe un dittatorello di un qualsiasi Stato delle banane: «E' un rapporto indegno, le nostre forze dell'ordine ogni giorno salvano molte vite umane», ha detto da Caracas il capo della nostra diplomazia.

27 maggio 2010

Sentenza Diaz: Sospendere i responsabili, una campagna comune

La sentenza di condanna dei vertici della polizia italiana per il massacro compiuto alla Diaz durante il G8 di Genova rappresenta qualcosa in più di un semplice, e sacrosanto, aggiustamento della vergognosa assoluzione del primo grado. Quegli ufficiali, tutti nel frattempo promossi e oggi dirigenti di ps, antiterrorismo e servizi segreti, hanno deciso e ordinato quanto è poi accaduto. È lo Stato, nelle sue articolazioni più importanti, ad avere la piena responsabilità. Non il singolo. Non si trattò dunque di una "deviazione", ma di consapevole illegalità e abuso, orchestrata da tanti, posta in essere in maniera articolata e precisa. Questo prima che i fatti accadessero, quando cioè si prese quella terribile decisione, e dopo, quando si organizzarono i depistaggi, le prove false. Tutto in nome di un "fine superiore", che si pone fuori dalla Costituzione.
Per la Diaz si è finalmente detto in un tribunale ciò che è vero per l'intera vicenda di Genova. Importante, certo. A patto di non perderci a guardare troppo indietro, a stabilire se tre anni o cinque bastino per chi ha diretto una "macelleria messicana". Se così facessimo resteremmo tutti smarriti peggio che prima, perché i tribunali sono anche quelli che hanno condannato a 15 anni di galera alcuni manifestanti per aver rotto delle vetrine. I conti non tornerebbero mai. La verità su Genova, storica e politica, la conosciamo già, e chi vuole la può utilizzare o meno. Assai più interessante è ciò che invece è accaduto dopo la sentenza d'appello. I capi della polizia condannati non solo sono rimasti al loro posto, ma gli si è costruito attorno, in termini bipartisan, un salvagente da eroi. Lo ha fatto il governo, per bocca di Maroni, e lo hanno fatto molti politici, da una parte e dall'altra. A questa vicenda viene spontaneo associare quella che vede coinvolto un altro grande capo, dei carabinieri questa volta, il generale Ganzer. La pubblica accusa, dopo aver ricostruito attraverso una impressionante serie di riscontri l'attività illegale di 17 appartenenti ai Ros capeggiati dal generale, ha chiesto per lui 27 anni di condanna per traffico internazionale di droga e altri gravi reati. Ora il tribunale dovrà pronunciarsi, ma nel frattempo Ganzer ha dichiarato: «Continuo a fare il mio lavoro con serenità». A non essere "sereni" sono tutti quelli che hanno, loro malgrado, a che fare con lui. È dunque mai possibile che tutto il gruppo di comando del Raggruppamento più potente dei carabinieri sia sotto accusa e possa, mentre c'è il processo, continuare a ricoprire il ruolo di prima, che non è propriamente quello da impiegati del pubblico impiego, ma di chi ha a disposizione prerogative che tutti gli altri cittadini non hanno? Dalle intercettazioni alle armi, dal potere di inquinare le prove a quello di intimidazione verso i giudici.
Ora, se in un paese l'unica categoria che rimane sempre al suo posto nonostante sentenze di condanna è quella che comprende Forze armate, carabinieri e polizia, cosa sta veramente accadendo? Per i politici inquisiti si chiedono e a volte si ottengono le dimissioni. I giornalisti rischiano il posto se vengono condannati, i magistrati anch'essi vengono sospesi o dimessi o cambiano mestiere. Non parliamo poi dei cittadini normali. Può un paese dirsi anche solo un po' democratico se gli unici che hanno l'impunità totale per reati commessi durante le loro funzioni sono coloro che hanno il monopolio dell'uso della forza?
Credo che se questo accade il rapporto tra democrazia e autoritarismo sia pericolosamente sbilanciato a favore del secondo. Giustamente da più parti si denuncia la corruzione fatta sistema. Grillo e i "viola", Repubblica e Travaglio si battono anche per una legge che impedisca agli inquisiti e condannati di sedere in parlamento. E un capo della polizia che ha ordinato un massacro, lo lasciamo stare al suo posto? A un generale dei carabinieri che ha organizzato una banda armata continuiamo ad affidare la "sicurezza nazionale"? È troppo pensare di costruire insieme una battaglia pubblica per ottenere che gli appartenenti ai corpi armati dello stato vengano immediatamente sospesi se inquisiti per reati che riguardano l'esercizio delle loro funzioni, sospesi se condannati in primo grado e definitivamente dimessi se le condanne vengono confermate? E sarebbe troppo pensare di mobilitarci tutti per le dimissioni di un ministro degli Interni che plaude e indica nel comportamento anticostituzionale e criminale di quei vertici di polizia la maniera giusta di svolgere i loro compiti e di essere ben visti dal governo, destinati a brillanti carriere perché depositari di inconfessabili verità?

Luca Casarini

26 maggio 2010

Brindisi rimpatri con pestaggio al Cie

Un tempo fungeva da campo profughi per gli esuli provenienti dall'Istria, poi di volta in volta è stato centro di accoglienza, di permanenza temporanea, per richiedenti asilo. Oggi il "Restinco" è uno dei Centri per l'identificazione ed espulsione per migranti (Cie) spesso ignorato dalla stampa nazionale, sito a pochi chilometri da Brindisi.
Eppure il centro è teatro continuo di rivolte e contestazioni, un posto gestito dalla cooperativa "Connecting People" dove sono stati rinchiusi illegalmente anche minori, dove l'autolesionismo è la norma tanto che un trattenuto afgano nei giorni scorsi si è cucito due volte le labbra perché gli veniva impedito di parlare con i propri figli.
L'altro ieri sera si preparava probabilmente un rimpatrio di massa e gli 85 detenuti hanno improvvisato una rivolta.
Ovviamente le ricostruzioni differiscono, le forze dell'ordine parlano di una fuga di massa sventata - in 10 sono riusciti ad allontanarsi - e di 5 agenti di sorveglianza feriti dal lancio di sassi e calcinacci. Secondo Angelo Leo, segretario provinciale del Nidil Cgil, le cose sono andate diversamente. C'è stata una resistenza al rimpatrio, di persone che rischiano la vita se riportate nel proprio paese che polizia, carabinieri e agenti della guardia di finanza hanno represso brutalmente.
Secondo le sue informazioni sono almeno dieci i reclusi che sono dovuti ricorrere alle cure ospedaliere.
«Del resto - aggiunge Leo - Capita spesso che avvengano fatti inauditi nel centro ma che restino confinati nel silenzio assoluto e che sia impossibile avere accesso alle informazioni. L'altra sera c'è stato un vero pestaggio di massa praticato nella più completa impunità e mentre vi parlo girano ancora gli elicotteri a caccia dei fuggitivi che potrebbero essere anche feriti».
Il sindacalista che intende cercare di coinvolgere le forze del territorio attorno alla questione dei Cie, racconta di aver cercato di parlare anche con gli operatori che lavorano nel centro per avere notizie più certe.
Ma le bocche restano chiuse, qualcuno si azzarda a parlare di orribile serata ma per il resto prevale il silenzio.
Prevale insomma la linea Maroni secondo cui dei Cie meno si parla e meglio è, o meglio se ne parli solo in caso di apertura dei nuovi centri promessi e non per il drammatico peggioramento delle condizioni determinato dal prolungamento dei tempi di trattenimento.
La Federazione della Sinistra ha reiterato la richiesta di chiudere il Cie pugliese, sarebbe opportuno che, anche in assenza di competenze specifiche, la presidenza regionale manifesti una continuità e una coerenza in merito a luoghi che in un paese civile non dovrebbero esistere.

Stefano Galieni

Il carcere uccide. Sanremo, un detenuto precipita dal terzo piano di un letto a castello. Pesaro, il suicidio di un agente

Sono così affollate le carceri italiane che ci si muore per mancanza di spazi. E sono così poco trasparenti che ogni volta che un detenuto ci muore è difficile credere alle versioni ufficiali. Giuseppe Bonafé, 44 anni, dalle 5.30 di ieri mattina è in fondo all'elenco dei decessi di questo 2010 quanto mai letale per la popolazione dietro le sbarre. L'Aids, conclamato, non lo faceva respirare bene. Avrebbe provato a chiedere aiuto ai compagni per scendere dalla brandina, la terza altissima dal pavimento, e questi avrebbero avvertito i "superiori", come si fanno chiamare le guardie penitenziarie. I medici del 118 avrebbero provato a prestare le cure del caso ma l'insufficienza cardiorespiratoria è stata così acuta da stramazzarlo. Da Chiavari era stato trasferito a Sanremo dove in 367 si dividono lo spazio che basterebbe per 209. Il direttore del penitenziario esclude che la morte sia dovuta a una caduta dalla branda ma uno dei sindacati avverte che due detenuti lo hanno visto precipitare e che è «una tragedia annunciata quando si insiste nell'ammassare persone in spazi incompatibili con la dignità e la vivibilità, quando ci si ostina a voler determinare condizioni inumane di detenzione non possono non capitare certe cose. È noto a tutti che i letti a castello con tre piani sono potenzialmente pericolosi». Così dice la Uil Pa del settore per denunciare la melina sul ddl carceri e l'insensibilità della politica. A Monza, Brescia, Pavia e Como non è insolito che si arrivi fino al quarto letto a castello, ovvero ad un altezza di almeno due metri e mezzo da terra e, in 10-12 metri quadri si sta in sette. Non è un problema di vetustà dello stabile. A Rieti la galera è nuova ma, siccome sono poche le guardie si concentrano gli "ospiti".
Sono così affollate le carceri italiane che ci crepano dentro perfino i carcerieri. A Pesaro, un agente di polizia penitenziaria s'è sparato con la pistola d'ordinanza. Aveva la stessa età del detenuto morto a Sanremo. Lo ha trovato la postina che ha veduto il sangue filtrare da sotto la porta. Era ancora vivo ma non è riuscito ad arrivare in ospedale. Dove lavorava, a Villa Fastiggi, c'era il doppio dei detenuti di quanti ce ne sarebbero dovuti stare e i turni, da sei ore, schizzano troppo spesso a nove. Maggio nero: quello di A.S. è il quarto suicidio nello stesso mese tra agenti della penitenziaria. In meno di due anni, diciannove mesi, se ne sono contati venti. I sindacati chiedono e richiedono un confronto al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria perché la situazione è drammatica su tutti i fronti, perché mancano settemila posti per colmare i buchi nell'organico. Perché dentro si scoppia e non importa da che parte delle sbarre ti trovi. Immediata la richiesta di sospendere la festa del corpo che è l'unico a non avere un monitoraggio sul fenomeno dei sucidi. Stavolta il Dap sembra aver ascoltato il grido d'allarme e la festa per il 193mo compleanno della polizia penitenziaria, che doveva tenersi venerdì a Fermo, è stata fatta rimbalzare all'8 giugno.
Sono così affollate le prigioni d'Italia che nemmeno questo governo può far finta di ignorare il problema. Nella melina sul ddl carceri sono spuntate in questi mesi fantasiose ipotesi - e terribili - di carceri galleggianti, nuove colate di cemento, di un riciclo di vecchie prigioni dismesse come Pianosa o l'Asinara, della creazione di un'emergenza ad hoc da far gestire al solito Bertolaso. Ieri, intanto, è arrivato il parere del Csm sul cosiddetto decreto svuota-carceria: i magistrati, in sostanza, ripetono che bisogna smetterla con la logica di emergenza e sarebbe ora che la politica si assumesse le proprie responsabilità. Per esempio quella di promuovere un nuovo provvedimento di clemenza anziché addossare alla magistratura di sorveglianza, sottorganico anch'essa, il peso di stabilire chi ammettere ai domiciliari. Se il carcere è l'unica risposta al problema dell'illegalità la conseguenza è l'aumento della popolazione detenuta. Questo dicono al Csm dubitando dell'efficacia dello svuotacarceri. Sarebbe stato meglio, è il consiglio a Maroni, consentire anche ai recidivi di accedere ai benefici della Cirielli. Anche alla Cgil il ddl Alfano non piace. Le ultime modifiche - lo stralcio della messa in prova ai servizi sociali per i reati minori e dell'automatismo dei domiciliari a fine pena - fanno prevedere una situazione sostanzialmente invariata. Cioè esplosiva. Uno dei sindacati del comparto ha buon gioco a dire che così è impossibile tentare un recupero sociale dei detenuti e protesterà stamattina sotto Montecitorio per chiedere di organico, contratto e turni a un parlamento monco e a un governo sordo.

Checchino Antonini

25 maggio 2010

Genova G8: chiusa la prima udienza processo a De Gennaro

Si e' chiusa stamani dopo circa due ore la prima udienza del processo di appello per induzione alla falsa testimonianza a carico del capo del Dis ed ex capo della polizia Gianni De Gennaro e del vice questore vicario di Torino e ex capo della digos di Genova Spartaco Mortola. I due alti funzionari del ministero dell'Interno erano stati assolti nel processo di primo grado dal giudice genovese Silvia Carpanini. L'assoluzione risale al 7 ottobre 2009. De Gennaro e Mortola erano stati assolti "per non aver commesso il fatto". In particolare i due erano stati assolti "Quanto a Mortola - si legge nelle motivazioni della sentenza - emergendo dagli atti prova positiva dell'insufficienza da parte sua di qualsiasi condizionamento delle dichiarazioni testimoniali di Colucci e, per De Gennaro, risultando insufficiente la prova che sia stato l'ispiratore del cambio di versione di Colucci su Sgalla (Roberto, portavoce della polizia nell'estate del 2001, ndr) o, quanto meno, che l'abbia fatto nella consapevolezza che il teste avrebbe reso dichiarazioni almeno soggettivamente false". Secondo l'accusa De Gennaro e Mortola avevano indotto l'ex questore di Genova Francesco Colucci a cambiare la propria versione a riguardo della sanguinosa irruzione alla scuola Diaz - Pascoli durante il G8 del 2001. In particolare gli sarebbe stato chiesto di farsi carico della convocazione di Sgalla davanti alla scuola mentre l'autore della telefonata al portavoce sarebbe stata fatta da De Gennaro, inevitabilmente a conoscenza dei fatti. I pm titolari dell'inchiesta erano Francesco Cardona Albini e Enrico Zucca. Contro la sentenza di assoluzione i pm Zucca e Cardona Albini avevano presentato appello. Il problema - si legge in sintesi nel ricorso - e' stabilire se una personalita' come quella dell'ex capo della polizia debba essere considerata al di sopra di ogni sospetto oppure no. E se la sua assoluzione debba arrivare solo in virtu' dell'"integrita' derivante dal suo ruolo istituzionale". Scrive il pm Zucca: "Occorre tornare al diritto e giudicare sulla base di quanto e' emerso al processo". Al contrario "non si fa giustizia, ma la sua caricatura". La prossima udienza e' fissata per il 4 giugno, data in cui prenderanno la parola la pubblica accusa e le parti civili. Dopo le repliche della difesa, previste per il 9 giugno, si attende la sentenza che dovrebbe essere pronunciata il 17 giugno.

fonte:AGI

La Diaz per loro. La democrazia violata, l'impunità, l'Italia del 2010

La notte del 21 luglio 2001 uscii dalla scuola Diaz coi piedi in avanti, legato a una barella e le braccia fasciate alla meglio: una posizione davvero umiliante. Attraversando il cortile, in mezzo a decine di poliziotti e con un elicottero che faceva un rumore infernale, colsi un'immagine che resta uno dei ricordi più netti che ho di quella notte: c'era un gruppetto di signori, in giacca e cravatta, che confabulavano; qualcuno parlava al telefonino. Mi parvero degli alieni. Chi erano? Che facevano così compìti in quel luogo di violenze, sangue, urla e pianti? Oggi posso dare loro un nome: erano Francesco Gratteri, Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi e qualche altro, insomma i dirigenti condannati la scorsa settimana in tribunale aGenova. Mentre il presidente Salvatore Sinagra leggeva il verdetto, ho ripensato a quella scena di nove anni fa e ai nostri percorsi: il mio e il loro. Quella notte a me ha cambiato la vita. In breve, sono diventato un attivista sociale: ho scritto un libro ("Noi della Diaz") per raccontare quella notte, partecipato a molte centinaia di incontri in mezza Italia, contribuito a fondare il Comitato Verità e Giustizia per Genova. Ho voluto conoscere dei sindacalisti di polizia, per capire meglio quel che succedeva dall'altra parte dei manganelli. Alla fine ho capito che Genova G8 è stato un punto di svolta per il nostro paese: il potere ha colpito e criminalizzato un movimento culturale e politico che raccoglieva consenso crescente e poneva le domande giuste, e ha stretto un patto tacito con i cittadini: benessere e "sicurezza" in cambio di meno diritti e meno libertà. Nel gennaio 2009, quando è uscito il mio libro "Lavavetri", dedicato al fantasma della sicurezza e alle ordinanze repressive di decine di sindaci, ho capito di avere scritto il secondo capitolo di "Noi della Diaz". Battersi per ottenere giustizia nei processi scaturiti dal G8 e contestare i poteri di polizia dei sindaci, le schedature del popolo rom, il diritto speciale per i migranti è assolutamente la stessa cosa. Senza il G8 di Genova (e il gravame della cosiddetta lotta al terrorismo dopo l'11 settembre) non ci sarebbe tutto il resto, nemmeno la catena di violenze e di abusi contro cittadini inermi (da Aldrovandi a Cucchi, Gugliotta e via elencando). È nel luglio 2001 che è cominciato il progetto di "governare con la paura". Rammento anche un'altra cosa. Il 24 luglio 2001, una volta scarcerato, mi feci una promessa: fare il possibile per ritrovare la fiducia perduta la notte di sabato 21, quando concetti come democrazia, garanzie costituzionali, diritti umani smisero all'improvviso di sembrarmi certezze sulle quali in Italia è possibile contare. Quanto a loro, i dirigenti che notai nel cortile della Diaz, non so che pensieri abbiano fatto in questi anni. So che avevano carriere importanti alle spalle, ero e resto convinto che avrebbero fatto bene a dimettersi già il 22 luglio, o almeno quando è arrivato il rinvio a giudizio. Ma l'unico poliziotto che abbia pensato alle dimissioni per il disgusto provato di fronte agli abusi della Diaz è il commissario Montalbano, amatissimo dagli italiani ma come noto inesistente. E comunque alla fine, nel romanzo "Il giro di boa", non si è dimesso neppure lui... I nostri dirigenti, come sappiamo, hanno addirittura fatto carriera, nonostante la "macelleria messicana". Ora leggo che il capo della polizia Antonio Manganelli e il ministro Roberto Maroni ribadiscono «piena fiducia» nei loro confronti e annunciano che non saranno sospesi, in attesa che la Cassazione si pronunci. Il sottosegretario Alfredo Mantovano aggiunge diavere la «ragionevole presunzione» di ritenere che la Cassazione cancellerà la sentenza d'appello e tornerà al giudizio di primo grado, con l'assoluzione della catena di comando: non afferro su quali basi Mantovano arrivi a questa «ragionevole» previsione, ma detta così somiglia molto a un'indebita pressione sui giudici. In ogni caso la fiducia governo è garantita e forse basta riflettere su questo concetto per arrivare alla lezione conclusiva di Genova G8. All'indomani della Diaz, quando pensavo alla fiducia da ritrovare, io mi riferivo a qualcosa che sale dalla base verso il vertice, come normalmente avviene nei regimi democratici. Oggi ministri e poliziotti hanno rotto tutti i ponti con quest'antica concezione: la fiducia scende dal potere politico verso il vertice di polizia e lì si ferma. Il circuito è chiuso: la magistratura disturba, i cittadini non sono nemmeno presi in considerazione. I dirigenti della Diaz, perduta la credibilità sia di fronte ai magistrati sia rispetto ai cittadini, si rifugiano nella "fiducia" del potere politico del momento. La domanda allora è: siamo ancora in una democrazia? Non so, ma per quanto mi riguarda ho smesso da tempo di parlare di democrazia senza usare aggettivi: autoritaria è quello che mi pare al momento più calzante per il nostro paese.
Per finire ho una domanda per i parlamentari dell'attuale opposizione. Non voglio chiedere conto della commissione d'inchiesta naufragata nel 2007 e nemmeno della promozione accordata dal governo Prodi a Gianni De Gennaro: la sentenza propone nuovi scenari e vorrei quindi sapere da che parte stanno, perché in questi giorni non sono riuscito a capirlo. Sono con noi, che rivendichiamo giustizia e anche il diritto dei cittadini e degli agenti di polizia ad avere dirigenti credibili e al di sopra di ogni sospetto, o credono anche loro che il principio di fiducia è un patto che unisce un ministero e un gruppo di dirigenti escludendo ogni controllo esterno? Sarebbe importante saperlo, perché nei mesi prossimi dovremo darci da fare per spezzare quel patto, che avvelena la democrazia ma non è invincibile, e anzi può esistere solo se circondato dall'indifferenza.

Lorenzo Guadagnucci da il manifesto

Genova G8: processo a De Gennaro e Mortola

Si e' aperto stamani a Genova alle 9,40 il processo d'appello a Gianni De Gennaro e Spartaco Mortola, assolti in primo grado, accusati di induzione a falsa testimonianza nei confronti dell'ex questore di Genova Francesco Colucci. De Gennaro, ex capo della polizia ai tempi del G8 di Genova e attuale capo del Dis e Mortola ex capo della digos di Genova e attuale vice questore vicario di Torino, non erano presenti. Sono accusati di avere indotto Colucci a cambiare le proprie dichiarazioni in merito alla convocazione di fronte alla scuola Diaz la sera dela 21 luglio 2001 dell'allora portavoce della polizia Roberto Sgalla che gesti' i giornalisti durante l'irruzione. La sentenza di secondo grado e' prevista per il 15 giugno

Milano, le trame di estrema destra

«Milano capitale dei naziskin», così titolava giorni fa il Corriere della Sera all'annuncio dell'ennesima serie di manifestazioni e concerti neofascisti previsti per la fine di maggio. Due gli appuntamenti lanciati, entrambi di sabato. Il primo, in programma domani, avrebbe dovuto essere un corteo nazionale di Forza Nuova «contro banche e finanza», vietato dal prefetto dopo una serie di pressioni degli antifascisti e trasformato in un incontro all'interno della sede di piazza Aspromonte. Ospite della manifestazione una delegazione del partito di estrema destra ungherese «Jobbik» (estimatore delle Croci frecciate, collaborazioniste dei nazisti durante l'occupazione tedesca). Il 29 maggio si dovrebbe invece tenere un meeting musicale per il ventesimo anniversario della fondazione della setta neonazista degli Hammerskins, il cui nucleo originario si costituì a Dallas in Texas a opera di fuoriusciti dal Ku Klux Klan. Nell'occasione convergerebbero su Milano delegazioni provenienti da diversi paesi europei: Spagna, Francia, Germania, Svezia e Svizzera.
Ambedue le scadenze arriverebbero dopo una lunga serie di iniziative, partite simbolicamente l'ultimo 23 marzo con una commemorazione al cimitero Monumentale, presenti ex aderenti alle Ss italiane e alla Legione Muti, per il 91° anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento a Milano, con corone a un piccolo sacrario fatto erigere da Mussolini a ricordo di alcuni squadristi caduti negli anni Venti nei vari assalti alle camere del lavoro e alle sedi dei partiti di sinistra. Sono poi seguite: una messa in onore di Benito Mussolini, il 18 aprile, al campo X del cimitero Maggiore dove sono raccolte le spoglie di alcune centinaia di repubblichini, tra loro Alessandro Pavolini, il comandante delle Brigate nere, e altri gerarchi fucilati a Dongo. Ma soprattutto un corteo, il 29 aprile, per ricordare Sergio Ramelli, il ragazzo del Fronte della gioventù morto nel 1975 a seguito delle ferite riportate in un'aggressione da parte di alcuni militanti del servizio d'ordine di Avanguardia Operaia, e per ricordare Enrico Pedenovi, consigliere provinciale dell'Msi colpito a morte nel 1976 da un commando di Prima Linea, e Carlo Borsani, un alto esponente fascista firmatario del «Manifesto sulla razza», attivo fino all'ultimo a fianco dei tedeschi, fucilato nel 1945 dai partigiani in piazzale Susa, alla Liberazione di Milano.
Più che a un corteo, presenti circa ottocento persone, si è assistito a una vera e propria parata in stile Germania anni Trenta: file da cinque, tamburi a scandire il passo, decine di fiaccole e molte bandiere con la croce celtica. Il tutto tra saluti romani ritmati e camice nere. Un precedente inquietante. Mai prima a Milano si era visto qualcosa di simile.
Domenica 2 maggio infine si è tenuto un concerto, la mattina, nei pressi di Porta Venezia, con l'esibizione di «Skoll» (nome di battesimo: Federico Goglio, un cantautore il cui nome d'arte, per sua stessa ammissione, si ispirerebbe a un «lupo feroce» della mitologia germanica, dedito «alla violenta cancellazione della vita sulla terra azzannando il pianeta e riempiendo l'universo di spruzzi di sangue»). Al pomeriggio si è svolto un torneo di calcetto al Lido, con la partecipazione di squadre dai nomi inequivocabili: Forza nuova, Hammerskins, Casa Pound... Il tutto sponsorizzato dal consiglio di zona 3, dalla Provincia e del Comune di Milano. Un fatto, anche questo, senza precedenti.
In questo quadro, due i passaggi politici in corso da non sottovalutare. Da un lato, come già denunciato, l'ingresso di alcuni fra i principali esponenti del neofascismo milanese nel Popolo della libertà (dal «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini, capo di Destra per Milano, a Lino Guaglianone, fondatore di Comunità in movimento), portati a infoltire le correnti dei due fratelli Romano e Ignazio La Russa, variamente denominate («Fare occidente» e «La nostra destra»). Dall'altro, la copertura politica e istituzionale per chi non ha maturato questa scelta, in primis Forza nuova e Hammer. Le foto scattate in occasione del piccolo corteo fascista che si recava all'interno del Lido il 2 maggio ritraevano, fianco a fianco, Stefano Del Miglio, il nuovo capo degli Hammer, con Antonluca Romano, il segretario provinciale di Azione giovani, braccio destro di Carlo Fidanza, nonché futuro candidato nel Pdl al consiglio comunale di Milano, e Duilio Canu, il capo lombardo di Forza nuova. A fare da cerniera tra le diverse anime, Roberta Capotosti, consigliera provinciale del Pdl, delegata a questo ruolo dallo stesso Fidanza e da Paola Frassinetti, oggi onorevoli, ex di An.
Si è anche ormai istituzionalizzato un luogo di riferimento, il bar «Lux» di via Canonica, gestito da Luca Cassani, coordinatore del Comitato Sergio Ramelli, alias «I camerati», firmatari dei manifesti che indicevano il corteo del 29 aprile. Quasi una base logistica. È qui che si sono svolte tutte le riunioni preparatorie delle manifestazioni.
C'è anche chi punta, oltre il reducismo, a promuovere un'alleanza trasversale fra i diversi camerati che militano nel Pdl, nella Lega e ne La Destra. Il primo esperimento, una manifestazione organizzata per il 10 aprile scorso, in piazza Duomo, dove «i musulmani due anni fa hanno pregato provocatoriamente». Si voleva realizzare in quel luogo una croce di dodici metri con delle fiaccole (tipo Ku Klux Klan), ma il tentativo è stato vietato dalla questura. A promuovere l'iniziativa Roberto Jonghi Lavarini, Carlo Lasi de La Destra e il leghista Valerio Zinetti.
Un ultimo dato: il panorama assai frastagliato del neofascismo milanese si è ulteriormente complicato dopo l'implosione di Cuore nero, causata anche dai forti contrasti interni. Dal fallimento di questo progetto sono nate da un lato Casa Pound Milano, guidata da Francesco Cappuccio, ora assai vicino alla Lega nord e al Centro identitario padano di via Bassano del Grappa (collabora anche alla rivista mensile di Mario Borghezio Il borghese del nord), dall'altro Calci e pugni (il nome è indicativo), nuova sigla dei fratelli Todisco, tempo fa solo una linea di produzione di magliette e gadget d'area. La prima uscita di questo nuovo raggruppamento è prevista per il prossimo 5 giugno, al pub Alabama di via Carlo Farini. Nella serata, come recita la locandina, saranno presentati i nuovi capi da «streetwear». Tra birra e buffet la serata sarà animata da una cubista. Quando si dice «i fascisti del terzo millennio»...

Saverio Ferrari da Il Manifesto

22 maggio 2010

Cie di Bologna, donna si cuce le labbra per protesta

Una giovane magrebina del Cie di Bologna si e’ cucita le labbra con ago e filo per protesta contro il rigetto della richiesta di asilo. Trasportata all’ospedale Sant’Orsola la donna, di circa 30 anni, ha rifiutato le cure e dato che e’ stata dichiarata capace di intendere e di volere, i medici non hanno potuto toglierle dalle labbra il filo che comunque non le impedisce di bere e di parlare. La donna e’ tornata al Cie e rifiuta ogni cura finche’ non riuscira’ a parlare con il magistrato

21 maggio 2010

Modena: SGOMBERATO IL GUERNICA!

Questa mattina alle 7.30 la questura di Modena ha sgomberato lo Spazio Antagonista Occupato Guernica.
Questo è l'ennesimo attacco repressivo che mira a stroncare un'esperienza sociale che nel mese di occupazione ha visto la partecipazione di migliaia di persone e l'impegno nella sistemazione e pulizia di uno stabile lasciato al degrado da oltre 15 anni e trasformato in una discarica abusiva.
Come aggravante la digos ha posto sotto sequestro tutto il materiale dello spazio con l'intento di stroncare le nostre attività.
Questo sia chiaro che non ci fermerà e il progetto Guernica non si ferma.


Spazio Antagonista Occupato Guernica

Appello: Le carceri sono fuorilegge

In carcere non si rispettano le leggi. Chi non le rispetta fuori, viene messo dentro; chi mette dentro, le istituzioni democratiche, non le rispetta e basta. Quasi niente, nelle carceri, è come dovrebbe essere, funziona come dovrebbe funzionare, rispetta il dettato delle norme che dovrebbero regolare la vita penitenziaria. È trascorso quasi un anno dalla sentenza della Corte europea dei Diritti umani che ha condannato l’Italia per aver detenuto persone in meno di tre metri quadri. Una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, un’ipotesi di tortura o trattamento inumano o degradante. Oggi la situazione è peggiore di allora.
Il prossimo 20 settembre saranno dieci anni dall’entrata in vigore del Regolamento penitenziario, che guardava verso condizioni più dignitose di detenzione. In cinque anni era fissato il termine per adeguare le carceri ad alcuni parametri strutturali. Che ci fosse l’acqua calda, per fare solo un esempio. Ne sono passati dieci, di anni, e quasi ovunque gli edifici sono ancora fuori legge. Noi ci riteniamo da oggi in vertenza contro le istituzioni. Utilizzeremo ogni strumento legale a disposizione per far sì che lo Stato paghi il prezzo della propria illegalità.

Antigone, A buon diritto, Carta

per aderire, inviare una mail a: carta@carta.org

Permesso di soggiorno a punti: approvata l'ultima follia xenofoba

E' stato approvato al Consiglio dei Ministri il "permesso di soggiorno a punti". Con i "punti" da assegnare e togliere agli immigrati, come facevano alcuni negrieri con gli schiavi delle piantagioni di cotone, l'Italia tocca il fondo della xenofobia. La scusa per emanare tale aborto è stata: "E' uno strumento che esiste già in Canada". Non è vero, perché il soggiorno a punti canadese, elaborato dal team del ministro per l'Immigrazione Jason Kenney dopo aver ascoltato le opinioni di tutte le ong e degli specialisti nei fenomeni dell'immigrazione e della convivenza fra etnie ospitanti e migranti, è un sistema che aiuta l'immigrato a inserirsi positivamente presso la comunità ospitante, apprendendone le leggi, le usanze, la Storia, la cultura e le caratteristiche. Il welfare canadese funziona come un orologio e chi entra nello Stato si trova davanti un percorso che lo può condurre a una piena integrazione e anche a raggiungere posizioni di grande prestigio e responsabilità. Chi invece fa fatica a comprendere il nuovo tessuto sociale, viene seguito e sostenuto; in particolare i bambini e l'uinità dela famiglia sono in cima al novero delle attenzioni da parte delle Istituzioni. In Italia avviene il contrario e manca completamente un sistema di welfare, sostituito dalla demagogia intollerante, come se i programmi di integrazione togliessero qualcosa alla cittadinanza. Il percorso a punti diventa quindi un micidiale calvario e a ogni "stazione" il migrante si trova a temere di perdere ogni diritto. Qui da noi tutto è ostile, per lo straniero. Mentre una Direttiva europea fissa a dieci anni il periodo massimo di permanenza in uno Stato per ottenere la cittadinanza, per esempio, da noi i dieci anni devono essere di residenza e le autorità controllano che tale periodo sia trascorso esaminando i certificati storici di residenza, senza tenere conto che per uno straniero, specie se povero, è quasi impossibile avere sempre casa con regolare contratto, lavoro con regolare assunzione, tessera sanitaria ecc. Ma anche nel caso miracoloso che i dieci anni siano dimostrabili, dal momento della domanda, che si può presentare solo allo scadere del decimo anno di residenza, all'accettazione della stessa passano altri quattro anni. Se si considera che durante il primo anno di permanenza nessuno ottiene la residenza, occorrono minimo 15 anni, in Italia e da nessun altra parte nel mondo, per avere la cittadinanza. Per non parlare del permesso di soggiorno, il cui rinnovo è sempre una tappa tragica per l'immigrato. Basta perdere il lavoro o non riuscire a trovare casa con affitto regolare (per gli stranieri l'abitabilità è quasi una chimera e i requisiti richiesti scoraggiano i proprietari dall'affittare loro gli appartamenti) per diventare in un amen "clandestini" e quindi, in basa alla Legge 194, criminali, soggetti a retate, arresto, detenzione fino a sei mesi nei Cie (carceri-lager per immigrati) ed espulsione. Ma torniamo ai "punti", che in Italia sono veri e propri "punti-vita", come nei giochi di ruolo e nei videogame. Qualcuno spieghi in base a quale criterio il migrante può essere punito in misura gravissima (l'espulsione lo condurrà in un Paese da cui è già fuggito, quasi sempre a causa di un'emergenza umanitaria; contemporaneamente, i suoi familiari resteranno soli in Italia, esposti a qualsiasi pericolo) in base a un regolamento che non dovrebbe avere valore giuridico? Per punire le colpe ci sono già le leggi dello Stato e i tribunali: togliere ulteriori "punti-vita" diventa una condanna la cui natura sfugge al buon senso, una condanna senza diritto alla difesa e senza giudice. Inoltre, mettere nelle mani di insegnanti di lingue (magari leghisti), vigili urbani, forza pubblica e chissà chi altri il destino di uomini, donne e bambini è una grave violazione della Costituzione e delle Carte sui diritti fondamentali. Ma vi è una cosa che va ripetuta e sottolineata mille volte: chi viene punito fino a ritrovarsi a zero punti, viene espulso e il provvedimento colpisce anche i figli (che restano senza sostegno o sono costretti a tornare in Paesi dove esiste crisi), la moglie (o il marito), le persone per cui lo straniero lavora (si pensi a una badante). Quando mogli e figli restano in Italia da soli, rimangono loro la prostituzione o la schiavitù per sopravvivere. A questo proposito, i casi di donne costrette a "prestazioni speciali" in cambio di assunzione (o di una casa con regolare contratto di affitto) sono ormai la regola, visto che il permesso di soggiorno è diventato vitale. La legislazione e i provvedimenti riguardanti l'immigrazione in Italia sono folli. Il soggiorno a punti è solo l'ultima sadica e scriteriata invenzione di un potere xenofobo, dettato nelle sue linee da puro odio razziale e da cancellare, prima che qualcuno, irresponsabilmente, lo prenda a modello fuori dall'Italia. La legge 194 sull'immigrazione sta producendo a propria volta effetti devastanti; persone lungosoggiornanti -protette da una Direttiva europea contro la discriminazione - vengono imprigionate nei terribili Cie ed espulse se perdono il permesso di soggiorno, magari dopo vent'anni che vivono qui (è successo). Certo, un giorno l'Italia si vergognerà di ciò che ora accade, ma sarebbe tempo di vergognarsi e fare qualcosa adesso, avvalendosi, per creare leggi giuste e rispettose della dignità e della vita di tutti, del patrimonio di esperienza di cui dispongono gli specialisti nel campo dei Diritti Umani, gli studiosi dell'immigrazione, del razzismo e dei fenomeni persecutori, nonché gli operatori umanitari.


fonte: Gruppo EveryOne

Il Sindaco di Taranto Stefàno (SeL) firma l'ordinanza di sgombero del Csoa Cloro Rosso

Il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno (Sinistra Rcologia & Libertà) ha firmato lo sgombero del Centro Sociale Cloro Rosso. Oltre 200 tra dibattiti, iniziative culturali, spettacoli teatrali e musicali, una palestra popolare con 60 iscritti e tutto ciò che è passione e impegno non contano nulla, è più importante per l'amministrazione comunale riconsegnare l'ex scuola Martellotta al degrado e alla speculazione. Non ci faremo intimorire, FINO ALL'ULTIMO RESPIRO!

Napoli: «Adunata sediziosa», 18 avvisi di garanzia per gli antirazzisti napoletani

Sono diciotto gli attivisti della rete antirazzista napoletana che hanno ricevuto un avviso di garanzia per «adunata sediziosa» e «resistenza aggravata» (articoli 655, 337 e 339 del codice penale). Le contestazioni si riferiscono alle cariche avvenute lo scorso 14 aprile all'esterno della Questura in seguito alla decisione di portare i nove immigrati della «Vera D», di cui sei minorenni, nel Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Brindisi. Quella sera circa una centinaio di persone si riunirono all'esterno dell'ufficio stranieri con l'intenzione di impedire l'uscita della volanti che avrebbero dovuto portare gli immigrati in Puglia. Al momento dell'uscita delle auto la polizia caricò il presidio per liberare la strada, tra i manifestanti vi era anche il padre comboniano Alex Zanotelli.

LA REAZIONE - Oggi, dopo la notifica dei provvedimenti, gli attivisti hanno diramato un comunicato in cui, oltre a contestare gli addebiti, ironizzano sull'ipotesi di reato formulata dalla Procura: «Ma dove l'hanno ripescata l'"adunata sediziosa"?». «Nel processo intendiamo fare luce sull'irregolarità della gestione dell'intera vicenda Vera D - spiega uno degli antirazzisti - A sei minorenni fu notificato il respingimento ancora prima di chiedergli quanti anni avessero. Ma la convenzione per i diritti dei minori dell'Unicef spiega chiaramente che il respingimento è vietato per i minorenni e che nel dubbio i loro diritti devono prevalere. Nel processo chiameremo quindi a testimoniare sulle irregolarità anche il dirigente della Questura Eduardo Battista, capo dell'ufficio stranieri». La raccomandazione di tutela dei minorenni è contenuta in una circolare del ministero dell'Interno, del 9 luglio 2007 (Prot. n. 17272/7 Roma), in cui si specifica chiaramente che «la minore età deve essere presunta qualora la perizia di accertamento indichi un margine di errore».

LA VICENDA - La nave liberiana «vera D» arrivò nel porto di Napoli il 12 aprile scorso. L'imbarcazione fu immediatamente bloccata perché al suo interno furono ritrovati nove immigrati irregolari di origine nigeriana e ghanese, cinque dei quali affermavano di essere minorenni. La polizia di frontiera chiese il respingimento (vietato per i minorenni) mentre gli stranieri avanzarono richiesta di asilo politico. In loro favore si mobilitarono immediatamente il «Forum antirazzista» di Napoli, che rappresenta 53 associazioni, alcuni politici e sindacalisti. I minorenni furono sottoposti a degli esami biometrici dai medici del Santobono che affermarono che i giovani avrebbero avuto all'incirca 18 anni. In attesa della risposta alla domanda d'asilo lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) si era offerto di ospitarli ma la polizia preferì portare gli immigrati, che nel frattempo erano scesi dalla nave, al Cie di Brindisi. Fu allora che avvennero le cariche della polizia mentre, nella notte del 14, gli attivisti tentavano di impedire l'uscita delle auto della polizia. In Puglia però ci fu l'ultimo colpo di scena: nell'udienza di convalida della richiesta di respingimento, il giudice di pace, Mario Gatti, riconobbe come «presunti minorenni» sei immigrati e li liberò.


fonte: corriere del mezzogiorno

20 maggio 2010

Napoli: Manifestazione disoccupati. Un arresto e 5 fermi

Un disoccupato arrestato per danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale e uno denunciato a piede libero per danneggiamento dalla Digos: è il bilancio provvisorio della manifestazione di protesta organizzata dai movimenti per il lavoro di Napoli e provincia. La posizione di altre quattro persone, trattenute nell'ufficio di Prevenzione generale della Questura, è attualmente in via definizione.
La manifestazione è sfociata in una protesta con contenitori della spazzatura ribaltati in piazza Cavour, dopo l'esito negativo scaturito - riferiscono i rappresentanti dei senza lavoro - da un incontro tra funzionari della Prefettura e esponenti dei disoccupati sulla continuità delle retribuzioni e le prospettive occupazionali dei precari del progetto Bros (Budget di reinserimento occupazionale e sociale).
Nel pomeriggio, aderenti al Sindacato lavoratori in lotta si sono riuniti nella piazzetta antistante l'università Orientale di Napoli per protestare «contro l'interruzione del sussidio in favore di 3500 famiglie».

fonte: ANSA

Carceri. Un altro suicidio, a Reggio Emilia

Ennesimo suicidio nelle sovraffollate carceri italiane: un detenuto di 44 anni si è tolto la vita a Reggio Emilia. L’uomo, che era in carcere da pochi giorni avrebbe annodato le lenzuola alle sbarre della cella per impiccarsi. Quello di oggi, secondo le stime del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, è il 26/o suicidio dall’inizio dell’anno. Nello stesso carcere il 27 marzo si era suicidato un altro detenuto, inalando il gas delle bombolette usato per cucinare e riscaldare cibi e bevande. Sempre a Reggio Emilia, nello stesso periodo, due internati avevano tentato il suicidio nell'ospedale psichiatrico giudiziario, dove ci sono piu' di 300 persone, ed erano stati salvati dalla polizia penitenziaria. La situazione del carcere emiliano è evidentemente sintomatica della situazione nazionale. È prevista la presenza di 144 agenti, ma ce ne sono circa 110, mentre i detenuti sono circa 350, a fronte di una capienza di 160 posti detentivi. In un comunicato, il segretario generale aggiunto del Sappe-Sindacato autonomo polizia penitenziaria, Giovanni Battista Durante ha sottolineato che l' agente della polizia penitenziaria in turno ieri sera nel carcere ''e' intervenuto prontamente, soccorrendo l'uomo che e' stato visitato dai sanitari, ma non c'e' stato niente da fare. A quell'ora c'era un solo agente che controllava due reparti a causa della cronica carenza di personale della polizia penitenziaria''.
Secondo l'Osservatorio permanente sulle morti in carceri, sono 76 i detenuti - in media uno ogni due giorni - morti nelle carceri dall'inizio dell'anno. «Dall'inizio dell'anno sono trascorsi 130 giorni: in questo periodo 21 detenuti si sono impiccati, altri 6 sono morti dopo aver inalato del gas dalla bomboletta da camping, potrebbe trattarsi di suicidi, ma piu' probabilmente si tratta di 'incidenti' accaduti mentre il detenuto ricercava lo 'sballo', e 49 sono morti per malattia. Tra i 21 suicidi 'certi' 5 avevano meno di 30 anni, 8 tra i 30 e i 40 anni, 4 tra i 40 e i 50 anni, 3 tra i 50 e i 60 anni, 1 piu' di 60 anni; 39 anni l'eta' media; 17 erano italiani e 4 stranieri''. L'associazione sottolinea poi che lo scorso anno, dal primo gennaio al 20 maggio i detenuti suicidi furono 22, nello stesso periodo del 2008 15, nel 2007 13, nel 2006 20, nel 2005 18.

Genova G8: alla scuola Diaz fu tortura di Stato

Forse Carlo Giuliani oggi è sollevato da un tormento, come lo siamo noi. Ben nove anni dopo quella maledetta afosa notte fra il 21 e il 22 luglio. Hanno ragione Haidi e Giuliano Giuliani, che abbraccio commosso: «non solo a Berlino, anche a Genova un giudice esiste». Senza trionfalismi: non dimentichiamo i misfatti nella caserma Ranieri di Napoli, né quelli di Bolzaneto a Genova; non dimentichiamo che l’assenza, nel nostro codice penale, del reato di “tortura” (per l’impunità che le destre hanno voluto, anche legislativamente, concedere alle polizie di Stato) non ha permesso che i crimini fossero nominati con il loro vero nome. A Genova segmenti alti dello Stato praticarono torture; per ore e giorni fu sospeso l’habeas corpus, lo stato di diritto, la democrazia; e per anni e anni nei vertici delle forze di polizia hanno imperversato omertà mafiose e vergognosi depistaggi. La sentenza di Genova asserisce, con ragionamenti giuridici rigorosi e indagini profonde, senza alcuna ombra di preconcetto o demagogico giustizialismo, che a ordinare, progettare, praticare la «macelleria messicana» fu la catena di comando della polizia. Non si trattò di pochi agenti «mele marce». L’avevamo sempre argomentato e gridato, insieme ai movimenti, nelle piazze e in parlamento; è per nascondere questa verità che le destre, con il determinante appoggio di Di Pietro, ci negarono la commissione di inchiesta parlamentare. La catena di comando, per nome e per conto dello Stato, tentò, con la mattanza di Genova, di impaurire, decapitare, spazzare via il movimento altermondialista; la cui efficacia argomentativa e la cui passione nella critica del potere fece, come è evidente, paura al potere stesso. Vi fu una strategia internazionale contro un movimento che metteva a tema, dopo decenni, l’attualità e la necessità della rivoluzione («un altro mondo è possibile»). Non solo: ribadiamo che, più che mai dopo la sentenza, appare del tutto sgradevole, inopportuno, pericoloso che i funzionari di polizia condannati (tutti promossi, in questi nove anni, ad altissimi gradi e delicatissime responsabilità) siano al proprio posto come se nulla fosse accaduto. Ancora una volta questo governo si dimostra il governo del degrado securitario. Questa sentenza, in definitiva, è frutto della passione e della determinazione di genitori, di avvocati, di comitati, di piccoli partiti, di donne e uomini che non si sono arresi ai depistaggi e alla violenza di Stato. E’ successo ieri con Peppino Impastato: succede oggi con la mattanza alla Diaz. Non è che l’inizio.

Giovanni Russo Spena

Piano carceri: poteri straordinari al capo del Dap

Chi sarà stato quel genio che ha pensato di organizzare la cerimonia di festeggiamento per i 193 anni di esistenza della Polizia penitenziaria, denominazione assunta soltanto nel 1990 con la smilitarizzazione del corpo, sotto le vestigia imperiali dell'Arco di Costantino? Le cifre ufficiali della catastrofe carceraria in corso, fornite dal Dap e aggiornate al 14 maggio, proprio in occasione della festa, non suggeriscono nessuna immagine di vittoria tale da giustificare la gloria di un arco imperiale: 67.593 detenuti sugli appena 44 mila posti disponibili. Più dei trionfi forse il responsabile del cerimoniale voleva evocare ben altre immagini: la calca e la bolgia di un luogo come il Colosseo che ricorda tanto la situazione delle carceri attuali. Non a caso la cerimonia, che ha visto la presenza del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, oltre a quella del responsabile del Dap, Franco Ionta, si è tenuta in un clima di contestazione da parte delle organizzazioni sindacali. Il Sappe, la sigla più rappresentativa della penitenziaria, aveva deciso di disertare l'appuntamento perché, a detta del suo segretario, Donato Capece: «non c'è proprio nulla da festeggiare. Le carceri scoppiano e la classe politica assiste inerte all'implosione del sistema penitenziario». Critiche condivise anche dalle altre sigle sindacali che denunciano le solite carenze di organico e un clima d'invivibilità e tensione che si ripercuote anche sul personale di custodia. Negli ultimi tempi, infatti, sono i sindacati della Polizia penitenziaria, attraverso i loro uffici stampa, che diramano quotidianamente le cifre del sovraffollamento e spesso rendono noti i casi di suicidio. In un messaggio inviato al capo del Dap, il presidente della repubblica ha auspicato che il parlamento intervenga per superare «le molte criticità ormai manifeste», raggiungendo «al più presto risultati concreti». Il Guardasigilli nel suo discorso ha ricordato l'ordinanza con la quale il governo ha conferito i poteri straordinari al capo del Dap, delegato all'esecuzione del "piano carceri". Poteri eccezionali che alla luce delle vicende di cronaca giudiziaria emerse nelle ultime settimane, hanno sollevato ulteriori perplessità. Le procedure straordinarie che avevano consentito l'attribuzione all'imprenditore della "cricca", Diego Anemone, d'importanti cantieri per i lavori di manutenzione del carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma, e per la costruzione del carcere di Sassari e del successivo padiglione 41 bis, hanno dimostrato i rischi d'illeciti, corruzione e casse nere, insiti nella scelta delle procedure d'appalto per designazione diretta in deroga alle norme vigenti. Nelle parole di Alfano non è mancato anche un richiamo molto sfumato al caso di Stefano Cucchi, quando ha ricordato che «la Costituzione chiama ad operare tenendo sempre a riferimento il senso di umanità delle detenzione». In un altro passaggio, il responsabile del ministero di via Arenula ha sottolineato come negli ultimi mesi si sia registrato un calo del flusso degli ingressi in carcere. Il trend di crescita, secondo il ministro, si sarebbe ridotto del 17% nel 2009, e addirittura del 62% nel 2010. Nell'ultimo anno il numero dei detenuti sarebbe cresciuto solo di 4 mila unità, l'anno precedente invece di 8.797, l'anno prim'ancora di oltre 10 mila. Evidentemente procure e polizia, causa sovraffollamento, incarcerano con maggiore attenzione, come chiede la "circolare Borraccetti", procuratore capo a Venezia. Nelle stesse ore in cui si teneva la cerimonia, la commissione Giustizia della Camera terminava l'esame del ddl sulla detenzione domiciliare per l'ultimo anno di pena. Oltre a non contemplare più l'automaticità della concessione, la nuova legge avrà una durata limitata fino al 31 dicembre 2013. Data entro la quale dovrebbe essere in corso l'attuazione del cosiddetto "piano carceri", per il quale sono stati concessi i poteri straordinari al capo del Dap. Su richiesta dei parlamentari del Pd è stato aggiunto anche l'impegno a predisporre per quella data una riforma della disciplina complessiva delle norme sulle misure alternative. Quest'ultimo ritocco bipartizan consentirà all'assemblea di decidere la prossima settimana se la nuova legge dovrà essere approvata direttamente in commissione. Anche su questa ipotesi è stata raggiunta un'intesa di massima tra tutti i gruppi, fatta eccezione per l'Idv. Secondo le cifre rese note dall'amministrazione penitenziaria, 11.460 sono i detenuti che devono scontare ancora una pena residua fino a un anno. Non tutti però rientreranno nelle categorie che avranno diritto all'applicazione della nuova norma. Tra esclusioni oggettive (reati ritenuti di particolare gravità) e soggettive, legate alla natura premiale e non più automatica della nuova legge (la valutazione della personalità e i requisiti di domicilio), oltre ai tempi burocratici necessari per fissare e discutere le udienze da parte degli uffici di sorveglianza, saranno molto pochi i detenuti che usufruiranno realmente dei domiciliari anche perché una buona parte di questi sono stranieri. Come denunciato da tutti gli operatori del settore, una norma del genere così congeniata non servirà a nulla.

Paolo Persichetti

19 maggio 2010

Appello agli antirazzisti che non intendono tacere

Pubblichiamo un appello lanciato da intellettuali e artisti per invitare tutti a non tacere più sui Centri di identificazione ed espulsione.

A coloro che intendono schierarsi apertamente, in maniera netta e senza ambiguità, per la chiusura definitiva dei Centri di identificazione ed espulsione, strutture che rappresentano concretamente il simbolo più evidente della negazione dei diritti – primo fra tutti quello della libertà personale – nonché momento estremo del controllo sociale.
Voluti dall’Unione Europea per affermare la propria definizione di fortezza che garantisce i diritti solo ad alcuni e in certi casi, messi in atto in Italia da un governo di centro sinistra, rafforzati e peggiorati dai governi di destra, i Cie sono la dimostrazione della politica espressa dal nostro Paese nei confronti degli «stranieri», in un percorso che dal rifiuto porta alla rimozione, alla negazione dell’altro. Buchi neri del diritto nazionale e internazionale, spesso nascosti agli occhi dei cittadini nelle periferie delle città, inaccessibili e non monitorabili, i Cie sono nei fatti un’istituzione illegale, risultato di abusi giuridici e di leggi razziali come quella che introducendo il «reato di clandestinità», nega il principio di eguaglianza.
Chi ci è entrato ha avuto modo di toccare con mano rabbia, dolore e violenza. L’estensione a sei mesi del tempo massimo di detenzione ha acuito ancora di più la disperazione, che spesso si traduce in tentativi di suicidio, in vite che si frantumano nel silenzio e nell’indifferenza. Chi ha ascoltato la voce di quelle e quelli che in maniera ipocrita vengono chiamati «ospiti», riuscendo a sfondare il muro impenetrabile di invisibilità che nasconde i destini di persone costrette in gabbia, può affermare con nettezza che i Cie, un tempo Cpt, sono irriformabili.
Perché è inaccettabile restare rinchiusi per il solo fatto di aver varcato una frontiera per necessità, per il solo fatto di esistere e aspirare a un futuro migliore. L’esistenza dei Cie si colloca nel disegno di chi vuole uomini e donne migranti in perenne condizione di ricattabilità, impossibilitati ad accedere a percorsi di regolarizzazione, scorie finali di chi è espulso dal circuito produttivo dopo essere stato sfruttato e costretto alla clandestinizzazione.
Gabbie e cemento, nascondono destini spezzati, tentativi di rivolta, furore legittimo e repressione sistematica. Gli enti gestori, che da queste strutture guadagnano milioni di euro macchiati di sangue, provvedono a far trovare ambienti puliti alle delegazioni che riescono a entrare. Ma basta guardare negli occhi gli uomini e le donne che stanno dietro quelle sbarre, per ritrovarsi in faccia una realtà celata e rimossa.

Quella che chiediamo non è soltanto una firma di circostanza, ma un impegno duraturo.

Chiediamo che chi opera nei mezzi di informazione, nelle associazioni umanitarie, nelle istituzioni, nel mondo della cultura e dello spettacolo, si assuma, sottoscrivendo, una responsabilità precisa. Quella di forzare l’omertà che consente tale vergogna e di raccontare.
Raccontare con onestà, non fermandosi all’apparenza ma per comunicare quanto sia importante chiudere tutti i Cie.
Scegliendo oggi di disobbedire al consenso di cui gode il razzismo istituzionale. Un giorno, speriamo non lontano, luoghi infami come i Cie diventeranno simboli di una vergogna passata, da visitare per non dimenticare, per non ripetere.

Per aderire: http://www.nocie.org/index.php?option=com_beamospetition&Itemid=81&pet=1


PRIME ADESIONI

Adriano Bono, musicista, Roma
Alessandra Magrini, attrice
Alessia Montuori, Associazione SenzaConfine, Roma
Alex Zanotelli
Annamaria Rivera, antropologa, Università di Bari
Ascanio Celestini, attore, Roma
Carlo Marrapodi, attore cinematografico e teatrale, ex operaio
ThyssenKrupp
Caterina Romeo, Sapienza Università di Roma
Christiana de Caldas Brito, scrittrice, Roma
Clotilde Barbarulli, Giardino dei Ciliegi, Firenze
Compagnia teatrale indipendente Attrice Contro, Roma
Cristiano Castelfranchi, Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione
del CNR, Roma
Elio Germano, attore, Roma
Emilio Quinto, giornalista, Milano
Emilio Quadrelli
Fabio Geda, scrittore
Federico Raponi, giornalista, Roma
Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo
Gabriele del Grande, giornalista e fondatore di Fortress Europe
Gianluigi Lopes, Medici Senza Frontiere, Roma
Igiaba Scego, scrittrice e giornalista, Roma
Julio Monteiro Martins, scrittore, Università di Pisa e Scuola Sagarana,
Lucca
Laura Guazzone, Sapienza Università di Roma
Le donne che si sono incontrate al presidio del 25 novembre in piazza
Cadorna, Milano
Lea Melandri, saggista e giornalista, Milano
Luca Queirolo Palmas, ricercatore, Università di Genova
Marco Santopadre, Radiocittaperta, Roma
Maria Cristina Mauceri, Università di Sydney, Australia
Maria Grazia Campari
Maria Immacolata Macioti, Sapienza Università di Roma
Militant A, Assalti Frontali, Roma
Missionari Comboniani di Castel Volturno, Caserta
Monica Pepe, giornalista, Roma
Natacha Deaunizau, attrice, Francia
Nicoletta Poidimani, ricercatrice indipendente, Bologna
Nora Morales De Cortiñas, Madres de Plaza de Mayo, línea fundadora, Buenos
Aires, Argentina
Osservatoriorepressione.org
Paolo Agnoletto, avvocato, Milano
Paolo Molinari, giornalista, Roma
Riccardo Petrella, economista politico, Università di Lovanio
Stefano Liberti, giornalista, il Manifesto, Roma
Stefano Mencherini, giornalista indipendente
Valerio Bindi, fumettista e disegnatore, Italia
Vittorio Agnoletto
ZeroViolenzaDonne.org

Caso Lonzi, il gip archivia il caso, ma non finisce qui

Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Livorno, Rinaldo Merani, ha archiviato stamani l'inchiesta sulla morte di Marcello Lonzi, detenuto morto nel carcere delle Sughere l'11 luglio 2003. Lo stesso pm Antonio Giaconi aveva chiesto l'archiviazione della posizione dei tre indagati, un compagno di cella di Lonzi accusato di omicidio preterintenzionale, e due agenti della polizia penitenziaria per omessa vigilanza. Ma la madre di Lonzi, Maria Ciuffi, che si è sempre opposta all'assurda ricostruzione della morte del figlio, aveva fatto opposizione. Secondo il gip, Lonzi morì a causa di un malore e ha ritenuto che l'inchiesta sia stata esaustiva nell'escludere responsabilità dolose o colpose. Già nel 2004 lo stesso Merani aveva archiviato una prima inchiesta su questo decesso in carcere.
Fuori del tribunale, durante l'udienza, una quarantina di persone ha manifestato con striscioni contro la decisione della procura livornese di chiudere l'inchiesta senza individuare il responsabile di un presunto pestaggio in cella. Quando Maria Ciuffi, la madre di Lonzi, piangendo, ha annunciato ai presenti l'esito dell'udienza si sono levate grida all'indirizzo del tribunale come ''vergogna'' e ''assassini'.
''Me l'aspettavo - ha amaramente commentato Maria Ciuffi fuori dal tribunale - ma la speranza di una mamma non finisce mai. Con la procura di Livorno ho chiuso. Ringrazio chi mi ha aiutato a combattere in questi sette anni. Purtroppo ho perso, ma non finisce qui. Presenteremo ricorso in Cassazione''.

fonte: SenzaSoste

Genova G8: Processo Diaz, per il Governo i responsabili del massacro restano al loro posto

Gli alti esponenti della polizia, nei cui confronti la Corte d'Appello ieri notte ha emesso una condanna più severa rispetto al Tribunale di primo grado in relazione ai fatti del G8 di Genova, "resteranno al loro posto". A dirlo è il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, aggiungendo che: "Questi uomini hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell'Interno".
Quella della corte d'Appello di Genova, ha spiegato il sottosegretario, "è una sentenza che non dice l'ultima parola, in quanto afferma l'esatto contrario di quanto era stato stabilito in primo grado e quindi ora andrà al vaglio della Corte di Cassazione".
Questo non significa, prosegue "che alla Diaz non sia successo nulla, ma la sentenza di primo grado aveva individuato delle responsabilità e distinto le varie posizioni". E dunque, sottolinea Mantovano, sono "ragionevolmente convinto che la Cassazione ristabilirà l'esatta proporzione di ciò che è successo, scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione".
I funzionari della polizia di Stato, conclude, "resteranno quindi al loro posto, che non si limitano a occupare, svolgendo il loro ruolo con grande responsabilità e dedizione, rispetto al quale ci può essere solo gratitudine da parte delle istituzioni".
Dello stesso avviso anche Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, che in una nota ha dichiarato: "Questa sentenza criminalizza tutto e tutti, e fa propria la tesi più estrema dei no-global che è totalmente accusatoria nei confronti delle forze dell'ordine e del tutto assolutoria nei confronti di chi provocò danni gravissimi, morali e materiali, alla città di Genova".

Genova G8: Processo Diaz, condannati i vertici della polizia

Ribaltata in appello la sentenza di primo grado per l'irruzione della polizia nella scuola Diaz di Genova la notte tra il 20 e il 21 luglio 2001, durante il G8. Ieri notte, dopo 11 ore in camera di consiglio, i giudici della terza sezione della Corte d'Appello del Tribunale di Genova hanno condannato 25 imputati su 27 a quasi un secolo di carcere, compresi i gradi più alti della polizia.

Il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri è stato condannato a quattro anni, l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini, a cinque anni, l'ex vicedirettore dell'Ucigos Giovanni Luperi, a quattro anni, l'ex dirigente della Digos di Genova, Spartaco Mortola, a tre anni e otto mesi, l'ex vicecapo dello Sco, Gilberto Caldarozzi, a tre anni e otto mesi. Altri due dirigenti della polizia, Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati. Complessivamente, quasi un secolo
di carcere per 25 imputati su 27.
Il procuratore generale, Pio Macchiavello, aveva chiesto oltre 110 anni di reclusione per i 27 imputati. In primo grado, il 13 novembre 2008, erano stati condannati 13 imputati per un totale di 35 anni e 7 mesi di reclusione e ne erano stati assolti 16, tra cui Gratteri, Luperi, Mortola. I pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini avevano chiesto 29 condanne per 109 anni e nove mesi di carcere.
Un urlo di sollievo nell'aula del Tribunale di Genova mentre i magistrati leggevano il dispositivo della sentenza di secondo grado. Erano le grida dei numerosi stranieri presenti in aula, tedeschi e inglesi in particolare, vittime dell'assalto alla scuola Diaz nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2001. Il giornalista inglese Mark Covell dice che ancora non si capacita della sentenza: ''Stamattina non mi aspettavo niente.
E' una sentenza sensazionale che restituisce forza e coraggio a tanti italiani e stranieri che durante il G8 hanno subito delle ingiustizie, sono stato picchiati, torturati, imprigionati''. Heidi Giuliani, la mamma di Carlo, commenta che ''il sorriso di Zulkhe e' stata la risposta migliore alla sentenza. Avere una risposta di giustizia fa sempre piacere in questo paese''. Zulkhe e' la ragazza tedesca fotografata in barella all'uscita della Diaz dopo il pestaggio e la cui immagine fini' nella copertina dell'inchiesta della procura.
Enrica Bartesaghi, presidente del comitato 'Verita' e giustizia' ha commentato: ''E' incredibile, non ci aspettavamo questa sentenza, si riapre uno spiraglio di fiducia in questo paese. E' una giornata unica per i pm che ci hanno lavorato. E' stata riconosciuta la catena di comando. Tutti quelli che c'erano sono responsabili''. Soddisfazione e' stata espressa anche dagli avvocati difensori dei manifestanti e delle parti civili. ''E' stata confermata la nostra tesi che anche i vertici sono responsabili dell'operazione. Abbiamo ottenuto il risarcimento delle spese di primo grado, l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni'' ha commentato l'avvocato Stefano Bigliazzi. Tra gli altri particolari, e' stato riconosciuto anche il danno subito dai giuristi democratici ai quali furono sequestrati degli hard disk alla scuola Pascoli.

Lucca: aggressione fascista alla birreria Bruton

Un operaio di 38 anni ha perso un occhio nell'ennesimo raid condotto dai soliti fascisti noti lucchesi. Sabato scorso al Birrificio Bruton di Ponte a Moriano alcuni esponenti dei Bulldog legati anche a Forza Nuova e CasaPound sono entrati nel locale con calci, pugni e lancio di bicchieri e bottiglie, atto che è costato appunto la perdita di un occhio al 38enne che stava trascorrendo tranquillamente la serata in compagnia della moglie.
I motivi del raid sarebbero da ricercare nell’ennesima spedizione punitiva contro un locale "frequentato da comunisti". I testimoni riferiscono di quattro persone, uno dei quali in possesso di un tirapugni e un altro di coltello, che si sono avvicinati all’ingresso del locale con aria provocatoria. Dopo che è stato chiesto loro di allontanarsi, i quattro hanno seminato il caos.
Già una settimana fa, sempre esponenti dei Bulldog hanno spaccato alcuni bicchieri nel parcheggio e lanciato due bombe carta, una delle quali davanti all’ingresso del locale.
Il 38enne, la cui ferita è stata suturata con 130 punti, con ogni probabilità perderà l'occhio ma stando al racconto del chirurgo che lo ha operato, se il vetro lo avesse colpito poco più in alto, all’altezza della tempia, lo avrebbe ucciso sul colpo.
Due dei quattro fascisti sono stati arrestati. Si tratta di due squadristi ben noti in città, Adam Alexander Mossa e Stefano Vannucci, che domani saranno interrogati domani alle 9.30 nel carcere di San Giorgio durante l’udienza di convalida dal giudice Marcella Spada Ricci. E come spesso accade a Lucca, nessun gesto di solidarietà è arrivato finora dalle istituzioni, da sempre tolleranti con i fascisti lucchesi.
Tutto questo quando lunedì 7 giugno si terrà la discussione del processo al gruppo ultras fascista dei Bulldog. Diciannove imputati accusati di associazione a delinquere, percosse, minacce, violenze, lesioni, danneggiamento e porto abusivo di oggetti atti ad offendere per episodi che iniziano nell’estate 2006 per culminare con gli arresti dell’anno successivo. Tra gli imputati ci sono anche Mossa e Vannucci, che nel 2007 patteggiarono 8 mesi di reclusione, e Lorenzo Pucci, al momento iscritto nel registro degli indagati nell’inchiesta sull’assalto al Bruton e il ferimento all’occhio sinistro (fonte Senza Soste)


Quanto accaduto la notte di sabato 15 maggio nella birreria Bruton di San Cassiano di Moriano, non può essere considerato semplicemente una rissa, perchè ancora una volta esistono “aggressori” ed “aggrediti” e questa volta a farne le spese è stato un uomo ferito gravemente ad un occhio.
Anche in questo caso i cultori della violenza si esibiscono nel loro pezzo migiore, “l’aggressione”.E’ l’ennesima dimostrazione del clima di terrore instaurato all’interno soprattutto del mondo giovanile, ed ha una matrice ben chiara.Il degrado culturale della società in cui viviamo, sta evolvendo verso pericolosi sbocchi, occorre che le istituzioni, i partiti e le associazioni, prendano posizione chiara contro questo stato di cose.Nel rinnovare quindi piena solidarietà soprattutto al signor Sasha Lazzareschi, ai gestori del locale ed a tutti coloro che hanno subito questo attacco, rivolgiamo un invito a tutti, anche ai semplici cittadini, per creare una forte opposizione democratica al fine d’isolare i violenti ed evitare il ripetersi di simili atti.

SEGRETERIA PRC
Federazione di Lucca

18 maggio 2010

Milano, aggressione fascista a Saverio Ferrari: Digos identifica forzanovisti

Gli agenti della Digos di Milano hanno identificato alcuni militanti di Forza Nuova (almeno tre) ritenuti gli aggressori di Saverio Ferrari, dirigente del Prc e noto antifascista, aggredito intorno alle 17.30 di oggi nei pressi di piazza San Babila mentre si stava dirigendo al presidio di protesta organizzato da una serie di sigle politiche e sindacali contro la manifestazione del movimento neo-fascista prevista per il pomeriggio di sabato prossimo a Milano e che oggi non è stata autorizzata dalla Questura. Dalle testimonianze raccolte tra i militanti antifascisti sembra che ad aspettarli nei pressi del palazzo del governo di corso Monforte ci fossero una ventina di militanti del movimento capeggiato da Roberto Fiore e che alcuni di questi abbiano intercettato, inseguito e preso a calci Ferrari che si incamminava da solo verso la Prefettura. Secondo quanto è possibile apprendere le persone identificate e che presumibilmente potrebbero essere denunciate, sarebbero noti esponenti milanesi della formazione di estrema destra.

Genova G8: attesa per la sentenza all'assalto alla scuola Diaz

Si sono appena riuniti in camera di consiglio i giudici della terza sezione penale della corte d'appello di Genova per la sentenza di secondo grado per l'irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 di Genova nel 2001. I giudici alle 19 faranno sapere se il dispositivo verrà letto oggi stesso o domani mattina. Il procuratore generale a febbraio aveva chiesto oltre un secolo di carcere per i 27 imputati. Ma, in primo grado, a novembre 2008, in primo grado, erano stati assolti tredici imputati su ventinove, ovvero i vertici della polizia. La sentenza era stata accolta al grido di «Vergogna vergogna» quando era parso chiaro il cerchiobottismo del dispositivo, confermato dalle motivazioni rese pubbliche nel febbraio dell'anno successsivo. Anche la sentenza di primo grado (ribaltata in appello) aveva deluso chi si aspettava verità e giustizia per via dell'assoluzione di un buon numero di imputati ma, almeno, aveva avuto il merito di indicare uno di loro come responsabile di abuso d'ufficio, reato individuato per sanzionare quella che altro non era che tortura, voce introvabile nell'ordinamento italiano.
Nella sentenza di primo grado sulla mattanza della scuola Diaz, invece, sarebbero state riconosciute solo le responsabilità della manovalanza, anzi di chi l'aveva condotta all'assalto del quartier generale del Genoa social forum: Canterini, il suo vice Fournier al comando della celere e alcuni capisquadra. Gli altri, pezzi da 90 dell'organigramma di De Gennaro, l'avrebbero fatta franca. Eppure la medesima carta stabiliva un milione di euro di provvisionale (primo parziale ristoro in attesa del giudizio civile) per le decine di parti lese, 93 persone cui s'era tentato di cucire la tremenda accusa di associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. L'accusa cadde solo nel dicembre 2004 ma il lavoro dei pm Zucca e Cardona Albini non sarebbe valso a inchiodare chi ordinò quella spedizione punitiva, violentissima, per dare in pasto a un'opinione pubblica sconvolta, dall'omicidio di Carlo Giuliani e da pestaggi di massa inediti dal dopoguerra, nientemeno che una taroccata cupola dei black bloc.
Gli imputati eccellenti - Gratteri, Luperi, Caldarozzi - erano accanto a Canterini nel cortile della Diaz ma secondo il giudice, dopo 172 udienze e chilometri di pellicola, sarebbe stato quest'ultimo col suo verbale parzialmente fasullo a ingannarli. Come fosse possibile stare alla Diaz e non rendersi conto del via-vai di ragazzi massacrati in barella, delle urla lancinanti, dell'orrore sul viso di chi premeva ai cancelli con legali e parlamentari ma fu stoppato dal portavoce di allora di De Gennaro, il capo della polizia. Non fu la «normale perquisizione» che il Viminale provò ad accreditare mandando in eurovisione la distesa di prove fasulle: molotov portate apposta dalla questura, attrezzi di un cantiere che restaurava la scuola, stecche degli zaini sfilate da teppisti in divisa ma travisati e che resteranno per sempre sconosciuti agli inquirenti). Incomprensibile anche l'assoluzione di chi comandò una squadra nell'irruzione dell'edificio di fronte al dormitorio dei manifestanti. Qui c'erano il media center e gli uffici di legali e infermieri di movimento. La perquisizione fu arbitraria, venne sottratto materiale video e furono maciullati i computer degli avvocati che stavano preparando un dossier sulle violenze di strada. Ma per il giudice ha voluto credere alla tesi dell'errore. «Come se in un processo per rapina a mano armata l'assoluzione venisse motivata con le dichiarazioni degli imputati che dicano di aver scambiato la banca per un poligono di tiro», commenta Dario Rossi, legale del Gsf nel processo che ha negato risarcimenti sia alla coalizione che promosse il social forum, sia alla federazione della stampa. Suonano quasi beffarde le conclusioni del giudice di primo grado, così distratto per molti reati evidenti, quando riconosce che quanto accadde alla Diaz «fu al di fuori di ogni principio di umanità oltre che di ogni regola». Al riconoscimento della «consapevolezza di poter agire nella certezza dell'impunità» da parte di agenti e funzionari non sarebbero corrisposte conseguenze penali. Lo Stato non è in grado di giudicare se stesso. Per chi è venuto a presidiare il tribunale in attesa della sentenza definitiva sarà una giornata lunghissima.


Checchino Antonini

Livorno: Mercoledì 19 presidio sotto il tribunale contro l'archiviazione del Caso Lonzi: l'appello della madre

Mercoledì 19 maggio alle ore 11 sarò ancora una volta nelle aule della Procura a Livorno in via Falcone e Borsellino ad ascoltare le motivazioni che hanno portato la Procura a richiedere l’archiviazione del caso della morte di mio figlio Marcello Lonzi, avvenuta nel luglio 2003 nel carcere delle Sughere di Livorno.

Ancora una volta ascolterò le tante bugie che nascondono la verità sulla morte di mio figlio. È sufficiente osservare le terribili “foto della vergogna” sul blog (http://marcellolonzi.noblogs.org ) per comprendere l’infamia di questa seconda richiesta di archiviazione. Mi diranno ancora del decesso avvenuto per aritmia cardiaca, omettendo il terribile pestaggio che Marcello ha precedentemente subìto. Guarderò in faccia gli agenti che lo hanno avuto in “custodia” e il Gip che già archiviò per “morte naturale” nel 2004.

Aspetto dalle ore 10 tutti coloro che mi sono stati vicini in questi anni e che ancora vogliono accompagnarmi nella ricerca della verità e di quella giustizia che la ragion di stato ancora mi nega.

Maria Ciuffi

Fonte: http://www.autautpisa.it

La risposta antifascista dell'Onda sotto accusa

La questura invia gli avvisi di chiusura indagine ad alcuni compagni. Le denunce si riferiscono al corteo dell'Onda in seguito agli arresti dell'operazione Rewind in cui i partecipanti alla manifestazione respinsero le provocazioni di alcuni fascisti.


Di seguito il comunicato:

La scorsa estate bolognese fu anomala, una perfetta anomalia.Mattina presto, agenti della digos portano in questura e arrestano 4 compagni del movimento universitario Onda Anomala Bologna per scontri avvenuti durante il g8 dei rettori a Torino, nell'arco di qualche minuto inizia quella che per la città può essere definita una perfetta anomalia: una mobilitazione incredibile che per una settimana intera coinvolse migliaia e migliaia di studenti, precari e solidali in numerose iniziative.
Occupazioni del rettorato e delle facoltà, assemblee, blocchi stradali, presidi, graffiti e cortei fino ad arrivare alla grande giornata del venerdì che portò in piazza migliaia di solidali determinati a rivendicare le giornate di Torino e reclamare a gran voce la liberazione immediata degli studenti arrestati.
In questo contesto di straordinaria mobilitazione arrivò puntuale la provocazione neofascista: durante un corteo notturno nella zona universitaria alcuni neofascisti appostatisi ai tavoli di un bar aspettarono il passaggio del corteo per provocarlo ripetutamente con braccia tese e inneggiando al duce. Immediatamente partì la risposta intelligente quanto determinata del corteo che respinse la provocazione allontanando il gruppetto di provocatori.
Oggi viene contestato ad alcuni compagni la chiusura delle indagini per violenza e lesioni private. Si ripete la solita storia: l'antifascismo entra nello spazio giudiziario mentre una manciata di naziskin provocano e infastidiscono come mosche le mobilitazioni.
Rivendichiamo l'allontanamento dei neofascisti dalla zona universitaria e dichiariamo pianamente legittimo aver impedito che la provocazione continuasse durante il passaggio del corteo, troppa la rabbia e l'odio nel ricordo delle teste spaccate degli studenti medi dalle mazze tricolore di piazza Navona e forte la determinazione nel non permettere che quegli eventi possano ripetersi anche nella nostra città.
Oggi come ieri saremo sempre vigili e attenti che la loro cultura di morte e sopraffazione non abbia cittadinanza nella nostra città, e oggi come ieri saremo in prima fila se i loro slogan, le loro lame, e i loro manganelli tenteranno di provocare o sabotare le lotte e le mobilitazioni sociali.

La perfetta anomalia dell'estate norewind



Il video della manifestazione

fonte: InfoAut

Memorie di un ribelle del sud

Inizia il processo d'appello contro l'assoluzione per i 13 no global del ''Sud ribelle'' accusati di associazione sovversiva per la presunta organizzazione degli incidenti accaduti nel 2001 durante il G8 di Genova ed il Global Forum di Napoli


"La signora discute con la sorella dell'acquisto di una nuova lavatrice": mi chiedo spesso cosa pensasse il carabiniere quella mattina del 10 aprile 2001 che, dalle 10.10 alle 11.50, la passò a spiare una conversazione telefonica tra mia madre e Zia Lina, per poi riassumere stenograficamente l'infinito confronto su offerte, detersivi e la qualità del bucato, in quelle brevi e loconiche parole.

Una "sparata" su Genova

A volte invece mi immagino il volto sorridente del pm Domenico Fiordalisi quando, scartabellando tra le migliaia di pagine di trascrizioni telefoniche, pose il suo sguardo sulla frase tanto agognata che diede un senso alla sua infima giornata di lavoro: "facciamo una sparata su Genova". Accese il suo computer per aprire il file sul mandato di cattura che stava predispondendo e scrisse in grassetto e in corsivo quella frase a pagina 37 dell'ordinanza, che spiccava in tutta la sua potenza scritta com'era con caratteri il triplo più grande rispetto al resto del testo. Erano le 5 del mattino quando mi trovai tra le mani quest'ordinanza, un paio di manette ai polsi e un nugolo di carabinieri in giro a rovistare in casa, con il graduato che, alla ricerca di elementi probanti la mia attività terroristica, non trovò di meglio che sequestrare un libro dal titolo inequivocabile "rivoluzione", seguita dal sostantivo "copernicana", che nella sua foga investigativa avrà pensato essere una delle tante pericolose deviazioni correntizie del marxismo sovversivo. "Facciamo una sparata su Genova": era uno degli imputati al telefono che nel discutere della riunione del giorno seguente, suggeriva ad un suo compagno di affrontare velocemente la questione dei preparativi sul controG8 per poi passare agli altri punti all'ordine del giorno. "Domani iniziamo tardi la riunione, quindi facciamo una sparata su Genova e poi approfondiamo il punto sul presidio antinucleare da fare la prossima settimana": ma la frase completa non la trovavi nelle 360 pagine dell'ordinanza cautelare, ma bisognava scavare nel faldone di migliaia di pagine di intercettazioni e quindi il pm Fiordalisi, confidando nella risaputa svogliatezza del GIP Nadia Plastina (prontamente promossa pochi mesi dopo alla direzione generale del ministero di Giustizia), lasciò la frase mozzata: "facciamo una sparata su Genova", commentando a latere come in quelle parole si ravvisava il chiaro intento eversivo del sodalizio criminale Sud Ribelle.

L'inchiesta di Cosenza

Dobbiamo ritenerci comunque fortunati, pensai mesi dopo, perchè se in quell'occasione avessimo approfondito il punto sui preparativi di Genova e quindi avessimo fatto "tutta una tirata su Genova", ci avrebbero messo in carcere anche per spaccio internazionale di cocaina. L'inchiesta di Cosenza è tutta qui: una miriade di parole estrapolate dal contesto, spesso interviste a giornalisti di testate nazionali, dichiarazioni pubblicamente annunciate e rivendicate, insomma quello che costitutivamente rappresenta l'esatto contrario del carattere carbonaro e clandestino di una qualsivoglia attività eversiva. Che l'ossessione dei Ros dei carabinieri a spiare e intercettare i nostri telefoni, a introfularsi di notte nelle nostre case e nelle nostre auto per piazzare cimici e microspie, non fosse frutto delle nostre paranoie di persecuzione, ma purtroppo il pane quotidiano per chi costruiva mobilitazioni e conflitti sociali in giro per il meridione martoriato da ben altre attività criminali, l'avremmo scoperto solo un anno dopo: il Gip del Tribunale di Napoli Pierluigi Di Stefano, in relazione alle intercettazioni verso il mio cellulare, invece di disporre la sedicesima autorizzazione a procedere su richiesta dei ROS, decise non solo di rigettare la richiesta, ma chiese di aprire un fascicolo sull'evidente intento persecutorio dei carabinieri motivandolo con queste parole: "La polizia giudiziaria inquirente sta realizzando, in modo indiretto, delle intercettazioni preventive, il che allo Stato non viene consentito nemmeno in materia di criminalità mafiosa; procedere alle intercettazioni in assenza di concreti elementi indiziari del reato per cui si procede, determinerebbe solo un uso improprio delle intercettazioni telefoniche". Per non buttare a mare tutto questo lavoro, il fascicolo contenente oltre un anno di intercettazioni, iniziò a vagare per l'Italia: ma mentre le procure di Genova e Napoli, competenti territorialmente poichè la cellula eversiva realizzò in tali città i propri intenti rivoluzionari, cestinarono la polpetta avvelenata, il prode Fiordalisi prese in mano le redini del gioco e ricollocò in quel di Cosenza l'inchiesta, calabresizzandola con un bel po' di soggetti locali dell'antagonismo sociale. Per giustificare questa avocazione a sè, scoprimmo poi che quella che per noi rappresentò una delle tante riunioni preparatorie e di coordinamento in vista del controvertice di Genova, svolta a Cosenza presso la casa delle culture come altre centinaia che in quelle settimane di ferventi preparativi organizzammo in giro per l'Italia, era in verità una riunione costitutiva della cellula eversiva che di lì a poco avrebbe attentato all'ordinamento economico mondiale, "cercando di attentare all'incolumità delle seguenti personalità internazionali: - George W. Bush, nato a Detroit il 24 magio 1950, residente in Washington presso la Casa Bianca, . Il Fiordalisi insomma si prese la briga nell'ordinanza di riportare le generalità dettagliate degli 8 grandi, che purtroppo in primo grado la corte d'assise rifiutò di sentirli come persone informati dei fatti: sarebbe stato utile per capire quanto gli 8 del g8 avessero percepito il rischio di essere defenestrati da questi 13 del Sud Ribelle.

Frasche d'ulivo

Certo eravamo quasi il doppio di loro, ma peccato che nessuno avvisò i presenti alla riunione di siffatto valore storico di quell'incontro presso la casa delle culture di Cosenza. Insomma Fiordalisi sventò qualcosa di molto simile alla presa sovietica del palazzo d'inverno: il G8 di Genova non fu un momento straordinario e di mobilitazione sociale contro la globalizzazione neoliberista, ma una tappa preparatoria di un disegno eversivo e rivoluzionario: i 13 cospiratori si erano proposti di costituire "una associazione sovversiva di ventimila aderenti che in quelle giornate, con la complicità di trecentomila persone che tolleravano e a volte coprivano le violenze, cercò di sovvertire violentemente l'ordinamento economico costituito nello Stato ed in particolare la globalizzazione neoliberista e l'ordinamento del mercato del lavoro". Insomma, roba da monumento nazionale da innalzare nella piazza principale di Atene.
E' proprio ai greci bisognerebbe spiegare che un sistema mondiale non si può abbattere a colpi di molotov, spranghe e bastoni. No, no, serve ben altro, come dettagliatamente descrive l'impavido Fiordalisi: "frasche di ulivo agitate ripetutamente dinanzi agli agenti di polizia, una zucca collocata provocatoriamente sul casco di un celerino e il lancio reiterato di foglie di cavolfiori in direzione del plotone di polizia posto a difesa della sede dell'incontro internazionale". Di questo, e molto altro ancora, si è occupata per 5 lungi anni non il tribunale ordinario ma la corte d'Assise, con tanto di giudici a latere, giuria popolare, insomma dopo i milioni di euro spesi per le indagini, qualche altro milione per il dibattimento, per un processo che non poteva che finire con l'assoluzione di tutti gli imputati. Ma il prode Fiordalisi, anche perchè a lui non costa niente, non demorde e scomoda per oggi la corte d'assise d'appello di Catanzaro, per spiegare ancora una volta della minaccia bolscevico-altermondialista alle porte, di cui i 13 ribelli del sud sono tuttora protagonisti. E così, se non bastavano i 20 giorni di carcere speciale, i 18 mesi di confino politico con l'obbligo, i 5 anni su e giù per Cosenza, ora chissà per quanto altro tempo ancora restermo prigionieri della salerno-reggio calabria, in direzione di Catanzaro. E se troveranno un cavillo e un inghippo? Nulla di cui preoccuparsi, le carte tornano a Cosenza e si ricomincia daccapo. Altri dieci anni possiamo aspettare. Tanto per il reato di corruzione la prescrizione scatta dopo 7 anni, per sovversione ce ne vogliono una trentina.


Francesco Caruso

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