30 aprile 2010

Semitalia: chiusura del sito e arresto

E’ notizia dell’ultim ora che il sito Semitalia.com è stato chiuso (sottoposto a sequestro preventivo) e che i titolari sono stati arrestati, per reiterazione del reato (collegato ad un caso di Art. 82. Istigazione, proselitismo e induzione al reato di persona minore, di tempo fa). Abbiamo appena avuto notizie dall’avv. Zaina che segue il caso, il quale ci ha confermato che la richiesta di fermo è partita dal pm di Bolzano e che i titolari di Semitalia attualmente si trovano nel carcere di Sollicciano (Firenze).
E’ già stata inoltrata al giudice la richiesta di riconsiderare il procedimento quindi di valutare al più presto la scarcerazione, o in alternativa almeno di considerare gli arresti domiciliari. Contemporaneamente è stata inviata una comunicazione al giudice del tribunale della libertà di Trento.
Riteniamo si tratti di un fatto gravissimo e non escludiamo eventuali iniziative a supporto dei ragazzi di Semitalia. Vi terremo naturalmente aggiornati.
Riportiamo di seguito le leggi relative al commercio di semi di cannabis in Italia (alcune parti estrapolate da precedenti sentenze) e vi chiediamo intanto di divulgare questo articolo per dimostrare come sia del tutto INCREDIBILE essere arrestati per un fatto del genere:
I semi di cannabis sono esclusi dalla nozione legale di Cannabis, ciò significa che essi non sono da considerarsi sostanza stupefacente (L. 412 del 1974, art. 1, comma 1, lett. B; Convenzione unica sugli stupefacenti di New York del 1961 e tabella II del decreto ministeriale 27/7/1992). In Italia la coltivazione di Cannabis è vietata (artt. 28 e 73 del DPR 309/90) se non si è in possesso di apposita autorizzazione (art. 17 DPR 309/90). Pertanto tali semi potranno essere utilizzati esclusivamente per fini collezionistici e per la preservazione genetica. Questi semi sono commercializzati con la riserva che essi non siano usati da terze parti in conflitto con la legge. Chi commercializza tali prodotti si solleva da ogni e qualsiasi responsabilità derivante dall’uso improprio di tali prodotti.
La commercializzazione di semi di cannabis, anche in presenza della commercializzazione di altri elementi o strumenti per la coltivazione in genere (e non necessariamente specificamente per la cannabis) non configura il reato di “istigazione al consumo di sostanze stupefacenti”.
Cannabis e censura. La vendita di semi è legale, ma gli imprenditori continuano a finire in galera e i siti Internet vengono chiusi
di Pietro Yates Moretti (fonte: Notiziario Aduc)
Il vicepresidente del consiglio comunale di Vicchio (Firenze) è finito dietro le sbarre. L’accusa? La vendita legale di semi di canapa, una pratica riconosciuta dal diritto italiano e internazionale. Evidentemente non la pensa cosi’ il Tribunale di Bolzano, che -almeno da quanto si apprende dalla stampa- ha sbattuto in galera il politico e imprenditore 32enne Marco Gasparrini insieme all’altro socio di “Semitalia” anche per istigazione; mentre il loro sito Internet (www.semitalia.it) e’ stato sottoposto a sequestro preventivo.
Ricordiamo che i semi di canapa non possono venir considerati come sostanze stupefacenti, vista la legge n. 412/1974, la Convenzione unica sugli stupefacenti di New York del 1961 e, da ultimo, la tabella I Decreto Ministero della Salute 11 aprile 2006. Non solo. Lo stesso Tribunale di Bolzano aveva riconosciuto la legittimità della vendita di semi in un pronunciamento di appena due mesi fa ottenuto dall’avv. Carlo Alberto Zaina, consulente legale Aduc.
Purtroppo, se è pacifico che i semi di cannabis siano legali, negli ultimi anni la guerra alla droga è diventata anche guerra alla libertà di espressione. Siccome alcuni soggetti comprano semi per coltivare illegalmente canapa, ecco che il venditore viene a sua volta accusato del reato d’opinione di istigazione a delinquere. La vendita in se’ è legale, ma farlo alla luce del sole -magari via Internet con una società regolarmente registrata con quell’oggetto sociale, come Semitalia- diventa un reato d’opinione. Un’assurdità sia dal punto di vista giuridico che logico. Sarebbe come accusare di istigazione a delinquere un negoziante di casalinghi perche’ vende coltelli, utilizzati a volte per commettere reati.
Ma a questo si è ridotta la fallimentare guerra alla droga: a far tacere, persino col carcere, chi anche indirettamente non condivide la strategia proibizionista e repressiva sulla canapa.



fonte: www.enjoint.com

Per la Procura di Roma Stefano Cucchi non è stato ucciso.

Non c'è più l'omicidio colposo tra i reati formulati dalla procura di Roma in relazione alla morte di Stefano Cucchi, il ragazzo morto il 22 ottobre scorso, una settimana dopo essere stato arrestato dai carabinieri per spaccio di droga. A carico dei medici dell'ospedale Sandro Pertini, infatti, i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loi, che hanno depositato gli atti, hanno contestato, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l'abbandono di incapace, l'abuso d'ufficio, e il falso ideologico. Lesioni e abuso di autorità sono le ipotesi di reato attribuite agli agenti della polizia penitenziaria. Complessivamente, 13 persone rischiano di finire a processo.


Bastava un cucchiaino di zucchero e Stefano Cucchi si sarebbe salvato. Lo scrivono i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy nell'avviso di fine inchiesta notificato a tredici persone tra agenti della polizia penitenziario, personale medico e paramedico in servizio all'ospedale Sandro Pertini e a un dirigente del Prap (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria). Tra le varie mancate cure contestate al primario, a quattro medici e tre infermieri (si salva dall'accusa di abbandono di incapace aggravato dalla morte solo la dottoressa Rosita Caponetti), c'è anche quella di aver volontariamente omesso di "adottare qualunque presidio terapeutico al riscontro di valori di glicemia ematica pari a 40 mg/dl, rilevato il 19 ottobre, pur essendo tale valore al di sotto della soglia ritenuta dalla letteratura scientifica come pericolosa per la vita (per un uomo pari a 45mg/dl), neppure intervenendo con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d'acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso». Tra le altre omissioni volontarie, ci sono la mancata effettuazione di un elettrocardiogramma, la mancata palpazione del polso e l'assenza di controllo del corretto posizionamento o dell'occlusione del catetere determinando così l'accumulo di una rilevante quantità di urina nella vescica (1400 cc) con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche. A Cucchi, poi, non è stata comunicata l'assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita. Chi era in servizio al Pertini si era limitato a prendere atto del suo rifiuto, con nota in cartella clinica, motivato dalla volontà di parlare con il proprio avvocato. Tra le altre omissioni, il mancato trasferimento del paziente con urgenza in un reparto più idoneo quando le condizioni di salute erano ormai diventate assai critiche.

La dinamica: il pestaggio, l'omissione di soccorso, il falso certificato. Stefano fu picchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e, di fatto, non curato dai medici dell'ospedale Sandro Pertini, i quali, pur avendo ben presenti le patologie di cui soffriva il ragazzo nel corso della degenza, "volontariamente omettevano di intervenire". È dunque questo o scenario che emerge dall'avviso di fine indagine, firmato dai due pm e dal procuratore Giovanni Ferrara, e notificato a tredici persone.
Nicola Menichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici sono gli agenti di polizia penitenziaria cui è contestato il concorso nelle lesioni volontarie e nell'abuso di autorità. Nove rappresentano il personale sanitario in servizio all'ospedale Sandro Pertini dove era stato ricoverato Cucchi: si tratta del primario Aldo Fierro, dei medici Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis, Stefania Corbi e di Rosita Caponetti, e degli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. La lista degli indagati è completata da Claudio Marchiandi, direttore dell'ufficio dei detenuti e del trattamento del Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria (Prap). Fatta eccezione per gli agenti della penitenziaria, tutti gli altri, a vario titolo, sono accusati di falso, abuso d'ufficio, abbandono di incapace (punito fino a otto anni, tre in più rispetto al massimo previsto per l'ipotesi originaria di omicidio colposo), rifiuto di atti d'ufficio, favoreggiamento e omissione di referto. Fu il medico Flaminia Bruno, in servizio al Pertini il 22 ottobre scorso, a scrivere il certificato di morte di Stefano Cucchi, "attestando falsamente che si trattava di morte naturale". Il pm Vincenzo Barba, magistrato di turno quel giorno, ricevette la chiamata di un agente di polizia penitenziaria che gli segnalava quel decesso per cause naturali, circostanza che di solito non comporta alcun accertamento da parte dell'autorita' giudiziaria. La magistratura, pero', decise di vederci chiaro quando il primario del Pertini, Aldo Fierro, suggeri' un approfondimento, attraverso l'esame dell'autopsia, per l'individuazione della causa della morte. La denuncia dei familiari di Cucchi, che erano ancora all'oscuro di tutto, giunse a sette giorni dalla morte. Nel falso documento redatto dalla dottoressa Bruno fu scritto che a causare il decesso di Cucchi fu «una sospetta embolia polmonare in paziente affetto da frattura vertebra L3 piu' trauma facciale. Grave dimagrimento. Iperazotemia». Secondo la procura, l'indagata era a conoscenza delle patologie di cui Cucchi era affetto, perche' ricoverato nel reparto nei cinque giorni precedenti, ricollegabili a un traumatismo fratturativo di origine violenta che imponeva la messa a disposizione della salma all'autorita' giudiziaria.

Il testimone. I nove in servizio al Pertini, tra medici e paramedici, assieme al funzionario del Prap sono accusati dalla procura di Roma di concorso in favoreggiamento per aver aiutato i tre agenti della polizia penitenziaria, autori del pestaggio di Stefano Cucchi,«a eludere le investigazioni dell'autorita' giudiziaria», di fatto omettendo di trasferire o di richiedere il trasferimento in reparto idoneo in relazione alle condizioni critiche del paziente. Ai nove sanitari la procura ha contestato anche il concorso mell'omissione di referto (non hanno avvertito il magistrato del pestaggio subito da Cucchi). Al primario e alla dottoressa Corbi, infine, e' attribuito anche il concorso nel rifiuto di atti d'ufficio per non aver disposto con assoluta urgenza il trasferimento del paziente presso una struttura piu' idonea del Pertini. Nel corso delle indagini, svolte senza che sia stata sollecitata la collaborazione della polizia giudiziaria, i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy hanno acquisito oltre 80 testimonianze. Quella del detenuto straniero, cui Cucchi
confido' di essere stato picchiato dagli agenti penitenziari, e' ritenuta, in particolar modo, "obiettivamente credibile": il supertestimone rivelo' ai pm che Cucchi gli fece vedere il sangue che aveva sulle gambe (dove era stato preso a calci) e che gli aveva sporcato i pantaloni. Pantaloni che, al momento di quell'audizione, ancora non erano stati sequestrati dagli inquirenti e che, sottoposti in seguito ad analisi di laboratorio, hanno presentato evidenti tracce di sostanza ematica. "Molto convincente e coerente" e' stata poi definita la consulenza medico legale del professor Paolo Arbarello le cui conclusioni sono state sostanzialmente recepite dai magistrati. Cucchi, tra le varie lesioni, presentava anche un taglio alla fronte (aveva battuto la testa dopo essere stato picchiato dagli agenti) e il sangue, per gravita', era sceso intorno agli occhi.
«Senza pestaggio Stefano non sarebbe morto: nessuno può negarlo. Sarebbe come sostenere che si sarebbe prodotto per caso quelle lesioni», ripete Ilaria Cucchi quando sente parlare di derubricazione della posizione dei secondini indagati. La sorella di Stefano, riconosce la speditezza delle indagini, ringrazia i pm, ma non può fare a meno di vedere i «vuoti» che ancora non riesce a capire: «Qualsiasi astrusa e fantasiosa tesi scientifica e legale non può mettere in discussione la realtà. Stefano era in perfette condizioni di salute, E' stato brutalmente picchiato e per questo è finito in ospedale, dove ha smesso di vivere».
«Per noi è fondamentale - prosegue Ilaria - sapere cos'è accaduto in quei 6 giorni, un tempo brevissimo, in cui mio fratello ha smesso di vivere. Abbiamo avuto, come famiglia, la forza di reagire ma tutte quelle famiglie che non hanno la forza, i mezzi e le possibilità di affrontare una simile battaglia, allora non avranno giustizia?».

Genova G8: assolto il giovane accusato di aver lanciato la molotov

Assolto con formula piena, per non avere commesso il fatto: Matteo B., 27 anni, di origini venete, era stato accusato di resistenza a pubblico ufficiale per aver preparato, incendiato e lanciato una bottiglia molotov ai poliziotti del reparto Mobile durante le manifestazioni del G8, nel luglio 2001. I fatti sarebbero avvenuti il 21 luglio tra via Zara e via Rosselli, nei pressi di corso Italia, dove c'erano cortei di manifestanti. Secondo l'accusa, il giovane, assistito dall'avvocato Fabio Taddei, avrebbe agito in concorso con una persona che non è stata identificata.
Durante il processo erano stati sentiti come testimoni anche alcuni poliziotti della Digos di Genova e del reparto mobile di Bologna. Uno di loro aveva riferito che la sua attenzione fu attirata da una fiammata; poi vide la bottiglia che finì contro il muro di un caseggiato, forse perché chi l'aveva lanciata era scivolato.

I medici non capirono che Cucchi stava morendo

Il primo medico a incontrare Cucchi fu il medico della Città giudiziaria ma di fronte a lui, Stefano non si sarebbe spogliato. Si sarebbe limitato a giustificare una «serie di lesioni traumatiche» attribuendole a «un non meglio precisato episodio traumatico accidentale». Erano le 14.05 del 16 ottobre 2009, l'udienza di convalida era finita alle 13. «Per la prima volta a quell'ora sono documentate lesioni su quel corpo», dice a Liberazione , il senatore Pd, Ignazio Marino, presidente della commissione che, nell'ambito dell'indagine sul servizio sanitario nazionale, ha indagato sulla morte del trentunenne romano. Stefano era stato arrestato la sera prima e aveva trascorso la notte in una caserma dei carabinieri dove ha avuto un malore. Così alle 5 arrivò un'ambulanza. Il personale trovò il paziente disteso sul letto di una camera di sicurezza. Rifiutò il ricovero ma aveva tremori, forse una crisi di epilessia, lui ne soffriva. Quando lo vide in aula, suo padre, Giovanni, notò subito gli occhi gonfi come di uno che aveva preso botte.
Chi lo visitò davvero fu il medico di Regina Coeli. Erano le 16.45. «Deve uscire subito!», avrebbe esclamato questo dottore appena si rese conto delle condizioni del detenuto appena arrivato dal tribunale.
Quando il pm lo fa cercare a Regina Coeli sarà detto ai carabinieri che quel camice bianco era all'estero. Non era vero. Ma allora perché in procura nessuno sa se esiste un fascicolo per omissione di atti d'ufficio visto che il senatore Marino ha sporto regolare denuncia?
Non è l'unica stranezza del caso. Nelle carte della commissione, desecretate ieri, Marino evidenzia un altro fatto strano: «Il ricovero al Pertini formalizzato da un dirigente di Via Arenula resosi disponibile». Una procedura sicuramente inedita. Un passo indietro: da Regina Coeli, quel pomeriggio, Cucchi va al Fatebenefratelli dove gli trovano due fratture alla terza vertebra lombare e a livello coccigeo. Dopo una notte in galera (strano che abbia preferito tornare in cella piuttosto che starsene al pronto soccorso), torna dolorante al Fatebenefratelli. Da lì il ricovero «inedito» alla struttura penitenziaria del Pertini dove «per sottolineare la propria esigenza di vedere l'avvocato di fiducia il paziente cominciò a manifestare opposizione alla somministrazione di cure e cibo». Così si legge nelle carte desecretate che potrebbero essere piene di altre sorprese come il rapporto interno del Dap che ci ha rivelato, ad esempio, il degrado dei sotterranei di Piazzale Clodio e il verbale zeppo di errori con cui fu convalidato l'arresto di Cucchi.
L'«opposizione» del paziente fu saltuaria, dovuta alla protesta ma, secondo la commissione, ha «impresso un'evoluzione completamente diversa del quadro medico». Il rene di Stefano si bloccò, si giunse a un punto di non ritorno. In una manciata di giorni perse 10 chili. Morì forse alle tre del 22 ottobre, lo troveranno tre ore dopo. Aveva addosso la stessa roba della sera dell'arresto. I traumi c'erano, la commissione lo mette nero su bianco, ma non sarebbero stati tali da mettere in pericolo la vita del paziente. «La causa ultima della morte di Cucchi non è una causa traumatica ma metabolica». I medici del Pertini dovevano capire la gravità delle condizioni, cosa che Stefano non era in grado di fare, non capiva che stava morendo. Ai medici del Pertini si potrebbe imputare «la mancata individuazione dell'urgenza e gravità del problema la sera del 21 ottobre».
Dunque, non c'è più il segreto sugli atti della commissione Marino. Entro due giorni quelle carte viaggeranno sulla rete, per ora viaggiano verso Piazzale Clodio. Ma c'è voluto più di un mese - dall'approvazione della relazione finale il 17 marzo - perché i commissari si decidessero a spedire quegli atti alla Procura di Roma dalla quale, entro pochi giorni ci si aspetta la chiusura delle indagini e il rinvio a giudizio per gli indagati, finora tre medici e sei infermieri, per l'omicidio del trentunenne romano.
La desecretazione non è stata indolore: da un lato le opposizioni favorevoli a una linea di trasparenza, dall'altra il Pdl che ha fatto slittare questo voto per settimane. S'è detto che forse voleva tenere per sé certe domande troppo inquisitorie. S'è temuto ci fossero pressioni dell'ordine dei medici o di qualcuna delle amministrazioni coinvolte. Il Pdl ieri ha detto che avrebbe voluto garantire le persone audite «e alle quali avevamo assicurato che tutto era secretato». Medici ma non solo. Ma Ignazio Marino insiste a dire che la relazione potrebbe aiutare i pm. Tempi e modi della relazione finale, approvata all'unanimità, sono un «risultato eccellente», non fosse la pecca della faticosa desecretazione. «E' giusto che il Paese sappia - insiste Marino al telefono con Liberazione - giusto anche nei confronti degli indagati che possono esercitare al meglio il proprio diritto di difesa, giusto nell'ottica della leale collaborazione tra i poteri».
Restano intatti i coni d'ombra di questa vicenda: perché, nonostante un verbale pieno di errori (su data e luogo di nascita e sulla mancanza di fissa dimora), una giudice negherà i domiciliari a un ragazzo che arrivò in aula già coi segni di un pestaggio e senza l'avvocato di fiducia che aveva designato la sera prima? Perché il giovane, inspiegabilmente, firmerà a mezzanotte del venerdì per tornare in cella piuttosto che stare al pronto soccorso del Fatebenefratelli? Perché gli fu impedito di comunicare con l'esterno?

29 aprile 2010

Ferrara, pestaggio in caserma video inchioda un carabiniere

Nuovo pestaggio in una sede delle forze dell'ordine. Questa volta il teatro è stata la caserma dei carabinieri di via del Campo a Ferrara. In un video , reso pubblico dall'associazione "A buon diritto" di Luigi Manconi si vedono, in momenti diversi, due persone che cadono a terra, forse colpite, circondate da alcuni carabinieri in divisa; e un altro fermato nudo, poi avvolto in una coperta e portato via da personale di pronto soccorso sanitario. Manconi parla di un nuovo "caso di violenza all'interno di un caserma".
Il video è nel fascicolo dell'inchiesta aperta dalla procura di Ferrara per lesioni contro un carabiniere 2 e per resistenza a pubblico ufficiale contestata a quattro giovani. Il filmato riguarda i fatti accaduti il 24 febbraio scorso (e riferiti allora da mezzi di informazione) quando i quattro, dopo essere stati arrestati in stato di ebbrezza per resistenza a pubblico ufficiale, furono trattenuti per ore in caserma. "Ma uno dei fermati - spiega Manconi - ha subìto pesanti maltrattamenti e violenze e colpi inferti con manganello a opera di uno, e forse non solo uno, appartenente all'Arma. Le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza installata nei locali della caserma, sono impressionanti: un giovane uomo, ammanettato, totalmente inoffensivo e non in grado di difendersi, viene aggredito, colpito con lo sfollagente, buttato per terra. Proverà a rialzarsi per due volte e per due volte verrà colpito. Senza che alcuno gli presti soccorso. Si tratta, giova ricordarlo - sottolinea - di una persona affidata a un apparato dello Stato, all'interno di una caserma dello Stato, che ne deve garantire l'incolumità". Per concludere: "Come le cronache dolorosamente riportano con frequenza crescente, dobbiamo dire che non si tratta affatto di un caso isolato".
Sul caso la procura di Ferrara, pm Barbara Cavallo, ha subito aperto un'inchiesta, ordinato una perizia per pulire le immagini, e ora si dovrà determinare se vi siano responsabilità da parte dei militari (non solo l'unico già indagato) o se le loro azioni siano state innescate dalla resistenza dei giovani, trattenuti per tre ore, in un clima di tensione e di "guerriglia" causata da loro (uno si era denudato, uno si era ferito ad un braccio e sanguinante rincorreva i carabinieri per infettarli) come aveva sottolineato Alberto Bova, legale del carabiniere indagato, che aveva aggiunto come il video non facesse trasparire nessun atto violento. Secondo quanto riferito a suo tempo da uno dei legali dei giovani, Barbara Simoni, nell'integrale del video a disposizione della magistratura si vedrebbe un carabiniere che con un manganello in mano prima carica il gesto e poi colpisce un ragazzo seduto e ammanettato. Quindi si vedono altri carabinieri, da identificare, in ginocchio su un altro ragazzo.
Il primo carabiniere, ora indagato per quel colpo di manganello, è stato riconosciuto dallo stesso legale, perché lo aveva assistito come parte civile, in altri episodi di arresti per resistenza. Dopo aver visto il video e riconosciuto il militare indicandolo, ha scelto di assistere i ragazzi. L'avvocato Bova, aveva sottolineato che tutto è avvenuto dopo che i quattro ragazzi fuori controllo che avevano aggredito i carabinieri e provocato danni, ferendo gravemente cinque militari. Per i giovani, che risiedono nella provincia di Rovigo, è pendente in tribunale il processo per direttissima, 'congelato' e fissato all'11 maggio in attesa degli sviluppi della nuova inchiesta.

fonte: La Repubblica

27 aprile 2010

Testimonianze: Un 25 Aprile “verde”…ma solo di rabbia!

Il CSOA Cloro Rosso interviene sui fatti accaduti domenica scorsa durante la trasferta che ha visto impegnati i tifosi tarantini in quel di Verona, tra i quali vi erano alcuni compagni del nostro spazio che hanno potuto assistere al trattamento inumano e alle continue provocazioni da parte delle forze dell’ordine.
Ma descriviamo con ordine i fatti.
I tifosi del Taranto, appena usciti dal casello autostradale di Verona, vengono immediatamente bloccati da un’imponente numero di agenti di Polizia, molti dei quali impugnavano i propri manganelli al contrario, pratica illegale diventata “celebre” durante il G8 di Genova.
Della serie, il buon giorno lo si vede dal mattino!
Una volta fermate tutte le auto transitate dal casello, esse vengono incolonnate e fatte incamminare alla volta dello stadio Bentegodi, mentre ad ogni incrocio o cavalcavia vengono sistemati agenti della Digos impegnati a filmare qualsiasi movimento dei tifosi jonici.
Durante questo tragitto, alcune auto di tifosi rossoblù verranno colpite da oggetti lanciati molto probabilmente da supporters locali, adeguatamente nascosti dietro siepi e cespugli.
Ma, incredibilmente, gli agenti di scorta alla carovana, invece scovare questi eroi della domenica, scendono dalle proprie camionette e caricano, senza alcun motivo, con calci e spintoni i tarantini che, legittimamente, erano scesi per difendere i propri mezzi.
Si susseguiranno perquisizioni nelle auto, insulti spesso a sfondo razzista (la parola “terroni” è la più gettonata) e persino minacce di “rompere le teste” a coloro che domanderanno il perché di tanta, immotivata, repressione.
Ma il bello dovrà ancora venire.
Una volta arrivati allo stadio Bentegodi, un pulmino di tifosi del Taranto verrà bloccato e fatto oggetto di una interminabile perquisizione. Il resto dei presenti, per solidarietà ai propri concittadini ingiustamente fermati, deciderà di non entrare allo stadio, subendo oltre un’ora di intimidazioni e insulti gratuiti. Il tutto, mentre dalle gradinate dello stadio i civilissimi tifosi gialloblù ci urlavano a gran voce “Terroni, andate a lavorare”.
Persino gli agenti della Digos di Taranto presenti in quel di Verona verranno bistrattati dai loro colleghi locali. Insomma, al “terrone” non si fa alcuno sconto, nemmeno se è in divisa!
Dopo sessanta interminabili minuti di tensione, le forze dell’ordine svelano, per chi ancora non se ne fosse accorto, qual è la loro natura ideologica, strappando una maglia con l’immagine del Che Guevara ad un tifoso rossoblù.
Nella ricca e civile Verona, l’effige di quel personaggio storico non è gradita. Probabilmente quella di qualche esponente leghista sarebbe stata sicuramente più apprezzata.
Verona, infatti, è il “laboratorio” privilegiato del Ministro Maroni, il quale, a più riprese, ha manifestato la volontà di sperimentare sugli ultras misure ultra-repressive da applicare, successivamente, in altri contesti.
La possibilità di estendere il DASPO alle manifestazioni e la volontà di usare fucili con proiettili di gomma negli stadi la dicono lunga sulle intenzioni del ministro di trasformare questo paese nel Cile di Pinochet.
Al termine di questo stillicidio, tutti i tifosi tarantini abbandoneranno lo stadio veneto senza aver avuto modo di assistere ad un solo secondo di partita. 1800 km, con relativi costi di viaggio e biglietto, per essere ingabbiati ed insultati.
Durante il percorso che ci porterà fuori da Verona, scorgiamo un eloquente striscione firmato Casa Pound “25 Aprile, niente da festeggiare”.
Le forze dell’ordine se ne guarderanno bene dal rimuoverlo, nonostante l’evidente reato di apologia del fascismo.
Al ritorno in terra pugliese, leggeremo che la questura di Verona ha diffuso un comunicato, ovviamente falso, in cui afferma che si sono verificati scontri tra supporters delle opposte fazioni, riportato per intero dai nostri “scribacchini” locali (eccezion fatta per Gianmario Leone del Tarantoggi), interessati più al giornalismo di stampo sensazionalista che alla ricerca della verità.
Ci auguriamo che le istituzioni escano finalmente allo scoperto e tutelino la dignità della tifoseria tarantina, l’unica in Italia con oltre il 60% delle trasferte vietate dall’Osservatorio per le manifestazioni sportive e che registra casi di multe/diffide per la sola esposizione di uno striscione in ricordo di un amico scomparso.
Siamo stanchi di essere considerati la periferia dell’impero, cittadini senza alcuna tutela né dignità.

RISPETTO PER TARANTO!

Napoli: aggressione fascista

Ci arriva in questi minuti notizia che i compagni/e della Rete Anticapitalista, appena partiti per un volantinaggio/attacchinaggio su via Roma (popolare via dello shopping napoletano), hanno subito una grave aggressione da parte di neofascisti.

Un gruppo di fascisti, tutti in età adulta, sono spuntati all'improvviso ed hanno aggredito compagni/e prendendoli di sorpresa: con mazze, calci, insulti.
La gente che era in strada, stupita da quanto stava accadendo, è accorsa e i fascisti sono scappati via. Anche un giornalista era presente a questa edificante scena.
I compagni della Rete, nonostante alcuni siano ancora doloronti per l'aggressione, hanno deciso di continuare il percorso stabilito distribuendo volantini per la manifestazione del 1 maggio autorganizzato, attacchinando manifesti e facendo speakeraggio.
Probabilmente ai fascisti della nostra città non bastano le poltrone recentemente conquistate in Regione e Provincia, vogliono di più, tornare in strada con i "vecchi" metodi di una volta: aggressioni vigliacche, violenza, coperture politiche, impunità.
Ai fascisti (che dei lavoratori sono i primi nemici) aver colpito i compagni impegnati nella costruzione del 1 maggio autorganizzato, e per di più il giorno dopo un bellissimo corteo del 25 aprile non delegato, animato da migliaia di persone in piazza, deve essere sembrata un'ottima occasione...
A noi il compito di far veicolare notizie e fatti, perchè siano sempre più ricostretti nell'ombra.
Invitiamo perciò tutti a far girare la notizia dei fatti di oggi e a scendere in piazza il 1 maggio, a P.zza Mancini allle ore 11

CONTRO FASCISTI E PADRONI

RETE ANTICAPITALISTA CAMPANA .

Carceri: detenuto si impicca a Teramo. E' il 22/o suicidio dall'inizio dell'anno.

Nel carcere di Teramo questa mattina si è ucciso Gianluca Protino, 34enne originario di San Nicandro Garganico (Fg) e detenuto nella Sezione di Alta Sicurezza dell'istituto peligno". A darne notizia in una nota è l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere. "Protino - si legge nella nota - era in carcere dal gennaio 2009, quando fu arrestato dai Carabinieri poichè trovato in possesso di 100 grammi di cocaina. Inizialmente assegnato al carcere di Lucera (Fg) era poi stato trasferito all'Alta Sicurezza di Teramo in seguito al suo coinvolgimento in un'inchiesta sulla criminalità organizzata (l'operazione «Remakè') che portò all'arresto del «boss» Gennaro Giovanditto e di altre 14 persone, tutte ritenute responsabili di traffico di stupefacenti. Dall'inizio dell'anno salgono così a 17 i detenuti che si sono impiccati nelle carceri italiane, mentre altri 3 si sono sicuramente suicidati utilizzando il gas del fornello da camping in uso ai detenuti. In ulteriori 3 casi a nostro avviso non è possibile attribuire con certezza la morte ad un'intenzione suicida (probabilmente l'intenzione era di «sballarsi» inalando del gas e la morte è stata accidentale). Nel carcere di Teramo, che ha una capienza di 231 detenuti, oggi ce ne sono circa 400, il 25% dei quali stranieri. Negli ultimi 5 anni - si legge ancora nella nota dell'Osservatorio permanente sulle morti in carcere - vi sono morti 8 detenuti, di cui 5 per suicidio. Ma il caso che ha suscitato maggiore scalpore è stato quello di Uzoma Emeka, 32enne nigeriano morto lo scorso 17 dicembre a causa di un tumore al cervello che nessuno gli aveva diagnosticato".

26 aprile 2010

La Resistenza continua a Locorotondo come ovunque

In questi giorni le strade di Locorotondo sono stati imbrattate con manifesti listati a lutto per ricordare la morte di Benito Mussolini e annunciare un evento fascista per il 1° maggio.
E’ un segnale preoccupante, una provocazione inquietante fatta da soggetti che si nascondono vilmente dietro la sigla di “associazione culturale”.
Il 25 aprile e il 1° maggio sono il simbolo della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, della lotta e della dignità di milioni di uomini e donne contro lo sfruttamento del lavoro, memoria collettiva e monito per contrastare vecchi e nuovi fascismi.
Contro chi vuole sporcare questo patrimonio si è levata la coscienza civile della nostra comunità e delle forze antifasciste locali, che, da subito e ad alta voce, hanno urlato la propria indignazione e si sono attivate contro la decisione del sindaco di autorizzare tutto ciò.
Il sindaco, infatti, prima ha firmato, poi ha revocato l’autorizzazione dichiarando di “averlo scoperto per caso”. Una “distrazione” allarmante. Egli in realtà è stato “costretto” ad accogliere le nostre proteste, le osservazioni fatte dalle forze dell’ordine e a rispondere al suo giuramento di autorità di pubblica sicurezza.
Oggi la Locorotondo democratica si è ritrovata, con Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà, Partito Democratico, movimenti e associazioni a ricordare che l'antirazzismo è un valore e che l'antifascismo è un dovere per ognuno/a di noi, che la Resistenza continua nel rispetto e nella difesa della Costituzione, oggi così pesantemente violata.
I nostalgici del fascismo, gli apologeti del ventennio, coloro che vogliono stravolgere il senso della storia e dei valori democratici su cui si è ricostruito il nostro Paese, che si annidino dentro pseudo-associazioni o che siedano in Comune, hanno avuto la dimostrazione che la nostra attenzione è e sarà sempre alta e che non potranno avanzare, perché c’è un valore che ci unisce e ci rende forti: quello scritto sulla corona di alloro - “gli antifascisti” - che giovani diciottenni, sostenuti ed accompagnati da adulti e anziani, hanno deposto stamattina sulla lapide in memoria di Giuseppe di Vagno

Vitanna Convertini
segretaria circolo "XXV aprile" PRC Locorotondo

25 aprile 2010

ORA E SEMPRE RESISTENZA....


Ordinaria TORTURA: La storia di Antonio Argentieri Piuma torturato in carcere

La storia di Antonio Argentieri Piuma, tifoso del Catanzaro finito in carcere dopo una trasferta con scontri ad Arezzo, nel 2004. «Mi misero una pistola in bocca, mi pestarono e insultarono ripetutamente. Ho denunciato tutto alla magistratura con tanto di foto e certificati medici, ma invano. Se parlo ora è solo per aiutare a scoprire la verità su casi come quelli di Stefano Cucchi.

Oltrepassata la cinta muraria, nei pressi di Porta S. Spirito, la strada si inerpica dolcemente. È un antico acciottolato, ornato da cipressi e faggi. Le finestre dei palazzi intorno sono tinte dai vessilli delle contrade: la Giostra del Saracino, di cui Arezzo mena vanto, si terrà di lì a un mese. In cima al Poggetto del Sole, il palazzo della Questura lo trovi a destra, valicando questa collina che si erge intorno alla stazione centrale.
Antonio Argentieri Piuma, le bellezze e le vestigia medievali di Arezzo, quella lontana sera di maggio di cinque anni fa, non ebbe modo di ammirarle. Perché una brutta storia, la sua storia, di ordinaria tortura, lo vide protagonista, e vittima suo malgrado. Una storia che ha inizio proprio in quelle stanze anguste e buie del palazzo in vetta al Poggetto del Sole.
La partita di Supercoppa
È il 23 maggio del 2004 e Antonio, Totò per gli amici, si muove alla volta di Arezzo. È un tifoso dell'U.S. Catanzaro 1929, Antonio. Un tifoso accanito, un ultrà. Che segue la sua squadra del cuore ovunque e comunque. Anche a costo di sacrifici. Come quello di arrivare in Toscana dalla Calabria per una partita apparentemente inutile. Il campionato di serie C il Catanzaro lo ha già vinto. E quella che si gioca nella città del Petrarca è poco più che un'amichevole. Anche se, ufficialmente, mette in palio un trofeo, la Supercoppa di Lega, tra le due squadre, l'Arezzo e il Catanzaro, che hanno vinto i rispettivi gironi.
Tra le opposte tifoserie i rapporti sono pessimi a causa dell'antico gemellaggio tra i catanzaresi e i fiorentini. Dante definiva gli aretini «i botoli ringhiosi». E la rivalità tra aretini e fiorentini è, come noto, plurisecolare. Nel dopogara scoppiano cruenti tafferugli. Il bilancio finale è da prima pagina: 19 arresti e numerosi feriti. Tra gli arrestati c'è anche Antonio Argentieri Piuma, Totò per gli amici. Tutti vengono condotti al palazzo della Questura.
Il fermo e l'arresto
«Mi tremano i polsi, ho la bocca secca, lo sguardo inebetito. Mi trascinano per il corridoio, mi colpiscono alle braccia, alle gambe, sulla testa. Non sento più nulla ormai, dopo le botte subite dalla polizia al momento dell'arresto:la calibro 9 puntata in bocca e poi sbattuta sul cranio. La disperata difesa finita in un pestaggio barbaro, la terrificante stretta alla gola che provocò la perdita dei sensi». Argentieri, a quasi 6 anni di distanza, rompe il silenzio e ripercorre per il manifesto quei drammatici momenti vissuti insieme ai suoi amici. Una decisione lenta e sofferta, solo per dare sostegno alla famiglia di Stefano Cucchi e per amore di verità.
Ma il peggio, dopo le ore passate in Questura, doveva ancora arrivare. Perché le tante ore di fermo erano solo l'antipasto di una giornata nera, un incubo maledettamente vero. «Tutto incomincia intorno alle due del mattino. Il lunghissimo fermo di polizia si tramuta in arresto - continua Argentieri - e così, tre per volta, veniamo tradotti in prigione regolarmente ammanettati». Il carcere di Arezzo di via Garibaldi 259 sorge in un palazzo antico. È una prigione dalla cattiva fama e dalla brutta nomea. Lo scorso Ferragosto i detenuti hanno manifestato all'interno per protestare contro le negazioni dei loro diritti, sventolando fuori dalle sbarre un lenzuolo che bruciava, sbattendo con forza le pentole in un interminabile e rumorosissimo cacerolazo. Il giorno prima, il 14 agosto, la senatrice Donatella Poletti del Partito radicale si era recata in visita ispettiva, denunciando sovraffollamento, carenza di organico, una struttura antica e fatiscente, «una situazione in cui anche una partita di pallone tra detenuti diventa un miraggio».
Cinque anni prima, la casa circondariale di Arezzo fu teatro di violenze, pestaggi ed umiliazioni. «Mi trascinano dentro una cella, il cancello rimane aperto. Davanti a me una scrivania, un agente della polizia penitenziaria. "Svuota le tasche, stronzo" mi grida "fai vedere cosa nascondi". Ecco che ricevo il primo pugno sul viso, a freddo, e il secondo di dietro alla nuca. La gamba del secondino che mi sta alle spalle si infila tra le mie e perdo l'equilibrio mentre lui mi colpisce sulla testa con la suola degli anfibi».
È un racconto duro e crudo quello di Argentieri, che descrive nei minimi particolari quegli attimi in cui una rabbia mista ad incredulità lo pervade. «Ora dammi il portafogli, terrone di merda, poggia tutto qui e spogliati che ti diamo una bella ripassata. Fai in fretta, calabrese di merda, pantaloni scarpe, mutande, tutto». Argentieri non risponde ad alcuna provocazione perché è consapevole che i suoi aguzzini non aspettano altro. Esegue le indicazioni, si spoglia e lascia cadere gli abiti sul freddo pavimento della cella di sicurezza. Nel mentre, un agente della polizia stradale si gusta la scena all'ingresso della cella con un ghigno di soddisfazione: «Prima di essere investito da una lunga serie di manganellate che faranno di me un corpo di piaghe e dolori».
«L'ubriacone»
«Cerco di proteggere il capo e le tempie con le braccia e lascio più scoperti i fianchi. Resistere è dura. Non so dove trovare la forza per non urlare, per non reagire: un'umiliazione terrificante. Torturato così da due sconosciuti in una prigione dello Stato italiano. Chi è stato a Genova, l'anno del G8, sa di cosa parlo». Nel volgere di qualche minuto, Argentieri riceve una cinquantina di manganellate, intervallate da ceffoni, pugni, calci, spintoni, pugni, di tutto. «Ho le costole rotte, la testa che mi scoppia, le braccia livide, le gambe piene di ferite. I vestiti sono laceri, la faccia arrossata e gonfia. Emetto qualche gemito di dolore ma l'unica cosa che temo veramente è di essere sodomizzato, sì sodomizzato. Sono due mostri assetati di violenza. Sento la puzza dell'alcool uscire dalla bocca di uno dei due, quello che stava dietro la scrivania».
Nei giorni seguenti, infatti, Argentieri conobbe le gesta infami di quel secondino, noto come "l'ubriacone", dalla voce di alcuni detenuti. «Ma l'altro, quello coi baffetti, non era da meno, ma per fortuna si fermano lì e non vanno oltre. Entrambi li rividi poi il giorno della scarcerazione, incrociando i loro sguardi». Dopo il pestaggio Argentieri si riveste e viene condotto in cella, la sua prima notte da detenuto. «Il corridoio è buio, vedo poco ma continuo a camminare. Salgo una rampa di scale, la seconda, la terza, fino ad arrivare all'ultimo piano. Nel tragitto ricevo calci e spintoni. "Ecco la tua cameretta" mi urlano "entra, stronzo, ora sei a casa" spingendomi in cella con un calcione sulla schiena. Sono all'incirca le quattro del mattino».
All'indomani, dinanzi al Gip, Argentieri non raccontò nulla di quella barbara notte appena vissuta, per paura di ritorsioni all'interno dell'istituto penitenziario. «Ma quando riabbracciai la libertà denunciai tutto alla magistratura, allegando una corposa documentazione costituita da certificazioni mediche e materiale fotografico relativo alle ferite riportate sul corpo». Di quella denuncia non si saprà più nulla. Andrà avanti, invece, il procedimento penale a carico di Argentieri e dei suoi amici che sinora ha prodotto in cifre: 4 giorni di carcere, 14 giorni ai domiciliari, un mese di obbligo di dimora, una condanna in primo grado ad un anno e dieci mesi di reclusione (per chi come Argentieri ha seguito il rito ordinario) con la pena condonata perché coperta da indulto. Tutti gli imputati hanno annunciato ricorso in appello.
Questa che avete letto è la storia di Totò Argentieri Piuma, che oggi ha trentacinque anni, è giornalista, dirige la rivista telematica www.terramara.it, vive la sua vita normalmente ma non ha dimenticato una virgola di quei drammatici momenti: «A me andò bene ma a Stefano Cucchi, ad Aldo Bianzino, a Federico Aldrovandi no. In un Paese civile e democratico che rifiuta a parole qualsiasi forma di violenza e discriminazione questo non è accettabile. La violenza e la tortura sono bandite dalla Costituzione a prescindere dal capo d'imputazione e dal tipo di condanna inflitta. Per questo è sacrosanta la ricerca di tutta la verità. La magistratura ha il dovere di fare giustizia». , tifoso del Catanzaro finito in carcere dopo una trasferta con scontri ad Arezzo, nel 2004. «Mi misero una pistola in bocca, mi pestarono e insultarono ripetutamente. Ho denunciato tutto alla magistratura con tanto di foto e certificati medici, ma invano. Se parlo ora è solo per aiutare a scoprire la verità su casi come quelli di Stefano Cucchi»
fonte: il manifesto

Omicidio Cucchi: ostruzionismo del Pdl in commissione al Senato

La paura della trasparenza e la mancata collaborazione con la procura della repubblica rischiano di mandare in fumo il buon lavoro della commissione del Senato, presieduta da Ignazio Marino, sul caso Cucchi. E' quanto denuncia la senatrice dei Radicali/Pd, Donatella Poretti. L'improvviso ostruzionismo dei parlamentari della maggioranza sta ritardando la consegna alla procura della documentazione prodotta dalla commissione che potrebbe risultare utile all'inchiesta condotta dall'autorità giudiziaria, nonché essere utilizzata dagli indagati e dalle parti lese. Il 4 dicembre 2009 la procura aveva richiesto copia del materiale acquisito dalla commissione. Ma la commissione a maggioranza decide di consegnare solo il materiale prodotto dai sopralluoghi dei Nas dei carabinieri e non i resoconti integrali delle audizioni.

Locorotondo (Ba): Manifesti 'fuori legge' inneggiano al fascismo

La ridente cittadina nella Valle d'Itria si ritrova agli onori della cronaca per un vergognoso manifesto listato a lutto apparso questa mattina per tutte le strade di Locorotondo, il quale celebra il 65° anniversario dalla scomparsa del Duce, la commemorazione dei caduti della Repubblica Sociale Italiana e di “tutti coloro che hanno creduto nell'onore e nella grandezza del popolo d'Italia”.
Il volantino che ha tappezzato la cittadina è stato ideato e promosso dal circolo “Benito Mussolini” del paese. La Digos della Questura di Bari sta ancora cercando di far luce sulla vicenda e sulle reali finalità di questa discutibile iniziativa, soprattutto in vista delle celebrazioni del 25 aprile di domani.
Il sindaco di centro destra Giorgio Petrelli, che si definisce liberaldemocratico, in un primo momento ha addirittura affermato, "che non sussiste reato, in quanto l'affissione dei manifesti non comporta apologia al fascismo", riferendosi all'episodio.
Tuttavia in queste ore è stata disposta la copertura dei manifesti ed è stato revocato il permesso a tenere la manifestazione promossa dallo stesso circolo, sul tema del signoraggio bancario. L'autorizzazione era stata concessa dallo stesso sindaco, per il prossimo 1 maggio, invece che per il 25 aprile, come richiesto dagli esponenti dell'associazione. Petrelli, in un comunicato, dichiara che “a seguito di sopraggiunti motivi di ordine pubblico ed all’affissione di manifesti nonché alla distribuzione di volantini non consoni alla tradizione di grande democrazia e moderazione che caratterizza la cittadina di Locorotondo, ha disposto la revoca immediata dall’autorizzazione a svolgere la manifestazione del 1° maggio organizzata dal Circolo Culturale “Benito Mussolini” e la immediata copertura di tutti i manifesti oltre che il sequestro del materiale oggetto di volantinaggio”
Il circolo “Benito Mussolini” come è riportato in un comunicato stampa presente all'interno del blog annesso al gruppo ha escluso categoricamente la possibilita’ di ricostituzione del Partito Nazionale Fascista. Semplici nostalgici, dunque? Qualcuno rimanda, in vista di una giornata in cui d'obbligo sono il ricordo e la memoria, come il 25 aprile, alla “Legge Scelba” (20 giugno 1952, n. 645) , che nell'art.1 definisce le basi per poter parlare di organizzazione in contrasto con quel principio antifascista, baluardo per la nostra costituzione italiana. Infatti sancisce che “si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento […] rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, princìpi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. Strano che il primo cittadino non se ne sia accorto prima.
A Locorotondo non sono previste manifestazioni nell'immediato, ma il sindaco, Giorgio Petrelli, ha fatto sapere che l'amministrazione comunale ricorderà "il 25 aprile con l'esposizione del Tricolore e della bandiera europea. Una cerimonia la terremo invece il prossimo 2 giugno per la ricorrenza della Festa della Repubblica”.


fonte: Dazebao

24 aprile 2010

Aggressione fascista a Lamezia Terme

Nella notte tra giovedì 22 e venerdì 23 un gruppo di fascisti di CasaPound ha aggredito alcuni ragazzi del Collettivo Altra Lamezia impegnati nell’attacchinaggio dei volantini per manifestazione del 25 aprile. Dopo circa due ore di attacchinaggio, i ragazzi si sono resi conto che i loro volantini in più parti erano stati strappati e coperti da volantini del Blocco Studentesco, l’organizzazione studentesca di CasaPound. Allora, con gli ultimi tre volantini rimasti (tre contati), hanno provato a riprendersi gli spazi sui muri che gli erano stati tolti. Ecco come è nato tutto. Mentre si trovavano davanti alle macchine per andare via, arrivano questi signori di Casapound pretendendo di andare a togliere subito i volantini del 25 aprile. Al rifiuto sono partite le mani e non solo, in quanto uno di loro aveva un palo di scopa che è stato ripetutamente sbattuto in testa ad un ragazzo. Dopo frasi del tipo: “le questioni si risolvono alla vecchia maniera” e “Nicastro è nostra” si sono allontanati. Due minuti dopo è passata una pattuglia della guardia di finanza che ha constatato quanto accaduto. La serata si è conclusa al pronto soccorso, dove il referto conclusivo parlerà di cinque giorni di prognosi per un nostro compagno.
Eccola qui, Casapound Lamezia mostra il suo vero volto. Soggetti che a livello nazionale ormai godono della copertura delle istituzione e che dietro una maschera di falsa democrazia nascondono la loro reale anima violenta.
Ci piacerebbe sapere cosa ne pensa ora chi non ha esitato ad allearsi con loro alle elezioni comunali dandogli di fatto una legittimazione politica e mediatica che di certo non meritavano, cosi come ci piacerebbe sapere cosa pensa ora chi, a torto, vuole mettere sullo stesso piano fascismo e antifascismo. A questa gentaglia che è convinta di poter comandare a Lamezia rispondiamo che noi non ci abbassiamo alla logica dello scontro e anzi, la nostra continuerà ad essere una battaglia culturale. Chiediamo alla società civile lametina di prendere posizione su questo episodio e di partecipare, ancora con più rabbia e convinzione, al corteo del 25 aprile.

BASTA SPAZI AI FASCISTI!

Collettivo Altra Lamezia - Rifondazione Comunista - Lista Città – Casa della Legalità e della Cultura

http://www.altralamezia.altervista.org/

Chi vuole la morte di Joy?

Mesi e mesi di vita rubata tra Cie e carcere dopo anni di vita rubata dai suoi sfruttatori. Quello di Joy non è un tentato suicidio, ma un tentato omicidio, e sappiamo bene chi vuole la sua morte: chi sta facendo di tutto per non farla uscire dal Cie, chi da settimane cerca di piegarla e distruggerla psicologicamente, chi cerca di isolarla impedendo i colloqui con lei e negandole la linfa vitale delle relazioni. Tutti/e costoro – e i loro complici – sono responsabili del gesto disperato di Joy che oggi i suoi avvocati hanno voluto denunciare con un comunicato stampa mandato alle agenzie.

Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome.


Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio - Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l'estate scorsa, ha tentato il suicidio all'interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi. A quanto risulta ad Apcom, il 17 aprile scorso, la donna ha ingerito un intero flacone di sapone ed è stata ricoverata in ospedale dove le è stata praticata una lavanda gatrica. Sentito da Apcom, l'avvocato Eugenio Losco, che insieme con il collega Massimiliano D'Alessio difende la donna, conferma l'episodio: "Se l'è cavata, ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano". L'avvocato si riferisce al suicidio, nel gennaio scorso, a San Vittore di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna in primo grado nel processo con rito direttissimo per la "rivolta" in cui fu coinvolta anche Joy. "Joy è nei Cie da quasi un anno in attesa di espulsione ed è fisicamente e psicologicamente molto provata, sia per la detenzione che per il dilatarsi dei tempi di inoltro della denuncia che ha fatto contro i suoi sfruttatori e che le farebbe ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale" continua il legale, sottolineando che la situazione per Joy, in Italia dal 2002 per fare la parrucchiera e poi diventata prostituta, si è "ulteriormente aggravata dopo che il 12 aprile scorso, giorno in cui era prevista la sua liberazione, le è stato comunicato che sarebbe dovuta rimanere al Cie per altri due mesi". Per quanto riguarda la vicenda della presunta violenza sessuale (l'ispettore accusato ha sporto querela contro la donna), l'avvocato fa sapere che l'8 giugno prossimo il Gip Guido Salvini ha fissato l'incidente probatorio per l'audizione della donna nigeriana.


noinonsiamocomplici.noblogs.org

fonte: InfoAut

23 aprile 2010

Il Pd come la Lega. A Savona come ad Aldro dal prossimo anno fuori dalla mensa i morosi

«Si informa che, come da delibera della giunta comunale gli utenti che presentano dei bollettini insoluti (da settembre 2007 ad oggi) non potranno essere ammessi alla mensa dell’anno scolastico 2010/2011». E’ il messaggio che hanno trovato le famiglie savonesi con figli alle scuole materne ed elementari in una lettera che accompagnava i cedolini di pagamento del refettorio scolastico relative a gennaio e febbraio.
L’assessore ai servizi scolastici Isabella Sorgini, del Partito democratico ha adottato gli stessi provvedimenti dei comuni di Adro in provincia di Brescia, dove i bambini sono stati esclusi dalla mensa, e di Montecchio maggiore (Vicenza), dove i figli delle famiglie insolventi sono stati lasciati a pane e acqua.
D’altra parte, lo aveva già annunciato settimane fa e questa volta la decisione è diventata operativa. Il Comune ricorda ai genitori che non ha più intenzione di tollerare morosità: chi non paga entro la fine di quest’anno scolastico, dunque, da settembre non mangerà. Ma lo stesso assessore si affretta a chiarire che «A Savona non succederà mai come in altri comuni che i bambini vengano umiliati con pane e acqua”, perchè dice “non vogliamo colpire gli alunni ma soltanto quei genitori che pensano di fare i furbi. Abbiamo solo messo delle regole, e intendiamo farle rispettare, ripristinando la legalità. Ci sono famiglie che per anni non hanno pagato – prosegue Sorgini – a chi non paga inviamo tre solleciti poi l’iscrizione al ruolo, ma spesso non succede nulla. Ma chi non paga per un anno intero non avrà più diritto al servizio». Fuori dalla mensa, quindi.

L'Italia non rispetta il diritto alla salute

Lucia Ercoli, responsabile del «Servizio di medicina solidale e delle migrazioni» del Policlinico di Tor Vergata, denuncia che «le Asl hanno cominciato a rifiutarsi di curare le persone senza documenti regolari».
«I reparti più sollecitati», ha sottolineato Ercoli, «sono pediatria, ginecologia e ostetricia: ormai le donne hanno paura di andare a partorire nelle strutture pubbliche perché potrebbero essere denunciate. Se ciò avvenisse, avrebbero il permesso di rimanere in Italia soltanto sei mesi dopo il parto», per poi rischiare l’espulsione e forse la separazione dal figlio.
Circa il 40 per cento delle persone che si rivolgono al centro del Policlinico di Tor Vergata proviene dall’Africa [per la maggiorparte sono nigeriani], il 40 per cento dall’Europa orientale, molti sono rom.
«Il diritto alla salute è un diritto di tutti, ma a quanto pare in Italia non viene rispettato» denuncia il medico, ricordando che la struttura dove lavora è stata presa di mira, lo scorso mese di settembre, da manifestanti razzisti. «C’è un peggioramento della ‘cattiveria’ degli italiani nei confronti degli immigrati – ha aggiunto Ercoli – Non solo esiste ancora il mito che lo straniero viene a rubare il lavoro, ma da molti l’immigrato viene considerato un essere inferiore».
Presso un secondo sportello, aperto di recente nel quartiere di Tor Marancia, il personale del «Servizio di medicina solidale» ha dovuto organizzare distribuzioni di viveri per far fronte ai bisogni urgenti di centinaia di persone che non beneficiavano di alcun tipo di servizio sociale. «Povertà e fame – ha detto ancora alla Misna la dottoressa Ercoli – è questa la sorte di centinaia di persone nelle nostre città, sotto i nostri occhi, ma che leggi restrittive rendono sempre più invisibili».

fonte: www.misna.org

Appello al boicottagio della società La Cascina, che opera nei Cie

Continua la campagna per chiudere i Cie. Un racconto dell’azione di oggi e un appello al boicottagio della Cascina, affiliata al gruppo Auxilium che gestisce il Cie di Ponte Galeria a Roma dal primo marzo. Per costruire le prossime iniziative della campagna contro i Cie, ci sarà un appuntamento il 29 aprile, alle 19, al Forte prenestino, nel quartiere romano di Centocelle.


Ieri un centinaio di persone tra studenti universitari, nativi e migranti, attivisti dei centri sociali, occupanti dei movimenti per il diritto all’abitare, antirazzisti e antirazziste si sono incontrati all’Università La Sapienza di Roma per dare vita a un’iniziativa di denuncia e boicottaggio contro i Centri di identificazione ed espulsione per migranti.
L’obiettivo era il gruppo «La Cascina», che gestisce il servizio mensa della Facoltà di economia e il bar universitario a piazzale Aldo Moro. Questa società, tramite l’affiliata «Auxilum», dal primo marzo è entrata nella gestione dei servizi interni al lager di Ponte Galeria.
Abbiamo scelto di denunciare la linea complice di quest’azienda che, oltre ad avallare l’esistenza e contribuire alla mala-gestione del Cie di Roma, è responsabile di somministrare cibo scadente, se non scaduto, e troppo spesso «condito» con psicofarmaci, allo scopo di aumentare il controllo sui migranti e le migranti reclusi.
È stato aperto uno striscione che diceva «La cascina: complice dei lager! No ai CIE» davanti all’ingresso della mensa di Economia, mentre altri entravano nelle sale distribuendo volantini e adesivi informativi, denunciando al megafono gli orrori di Ponte Galeria, invitando gli studenti e le studentesse a boicottare gli esercizi gestiti da «La Cascina», parlando con lavoratori e lavoratrici e informandoli, molti per la prima volta, del profilo dei loro datori di lavoro.
Ci siamo poi spostati con un corteo spontaneo che ha bloccato la strada fino a La Sapienza, per poi proseguire dentro l’università fino al bar di piazzale Aldo Moro. Anche qui abbiamo denunciato la complicità di Auxilium/Cascina e invitato al boicottaggio attivo gli studenti presenti.
L’iniziativa si è conclusa con un pranzo sociale e una mostra tematica sulle condizioni del Cie di Roma al pratone dell’università.

Bologna: Contestarono i militari il 2 giugno, tutti assolti

Duecento persone parteciparono in Piazza Maggiore alla contestazione della parata militare del 2 giugno 2006, contemporaneamente a molte altre città italiane. A fischiare i militari ed esporre striscioni c’erano Tpo, Crash, Vag61 e Livello57, gli anarchici del Circolo Berneri, gli studenti della Rete Universitaria, la Cub.
L’accensione di un fumogeno, il lancio di un petardo e di alcuni pomodori avevano fatto scattare la denuncia per cinque dei dimostranti, ieri assolti.

fonte: zic.it

Siracusa: Riviato a giudizio il direttore dell'ufficio immigrati. E' accusato di concorso in violenza privata.

La Procura della Repubblica di Siracusa ha disposto il giudizio per concorso in violenza privata del direttore della direzione centrale dell'immigrazione e della polizia delle Frontiere del ministero dell'Interno, Rodolfo Ronconi, e del generale della guardia di finanza, Vincenzo Carrarini, in qualità di capo ufficio economia e sicurezza del terzo reparto operazioni del comando generale delle Fiamme Gialle. La richiesta riguarda il respingimento di 75 immigrati che, tra il 29 e il 31 agosto del 2009, furono intercettati da unità navali della guardia di finanza al largo di Portopalo di Capo Passero e che furono riportati in Libia su una nave della Gdf.
Prosciolti i finanzieri sulla nave. La Procura di Siracusa ha invece prosciolto i militari della Guardia di Finanza che intervennero sul posto "in considerazione del fatto che avevano operato per ordini superiori non manifestamente illegittimi". Il processo a Ronconi e al gen. Carrarini si celebrerà davanti il Tribunale di Siracusa, in composizione monocratica, che non ha ancora fissato la prima data dell'udienza.
Quella notte in mezzo al mare. Quella notte fra il 30 e il 31 agosto dell'anno scorso, un gommone con a bordo 75 migranti, compresi alcuni bambini, partita dalla Libia fu bloccata da unità navali della Guardia di Finanza in acque internazionali, al largo di Portopaolo di Capo Passero. Sembrava l'ennesima operazione di soccorso di clandestini impegnati nel viaggio della speranza verso la Sicilia, porta d'Europa. Gli extracomunitari furono fatti salire sulla nave Denaro della Finanza, ma invece di condurli in Italia li riportò in Libia, affidandoli alle autorità locali. Lo scorso anno sono state nove le operazioni di respingimento nel Canale di Sicilia, con le quali sono stati riportati in Libia 834 immigrati.
Le indagini. La notizia fu riportata da numerosi quotidiani e il procuratore capo di Siracusa, Ugo Rossi, aprì un'inchiesta conoscitiva e poi dispose indagini sul conto di diversi militari della Guardia di Finanza. Gli ordini di respingimento, secondo la ricostruzione della magistratura siracusana, che li contesta ritenendo la nave territorio italiano in cui si applica la legge italiana, arrivarono direttamente da Roma e per questo la Procura ha disposto la citazione a giudizio, per violenza privata, del direttore di polizia per l'immigrazione, Rodolfo Ronconi e del generale della guardia di finanza Vincenzo Carrarini.
Il giudice monocratico. Al centro del reato non è il "respingimento in se" - spiegano in Procura a Siracusa - ma la mancata applicazione della legge italiana sul territorio nazionale, così come è considerata una nave della Guardia di Finanza. Il processo per violenza privata del direttore di polizia per l'immigrazione, Rodolfo Ronconi e del generale della Guardia di Finanza, Vincenzo Carrarini, disposto dalla Procura senza passare dalla decisione del Gip, è prassi giuridica in caso di reati valutati dal giudice monocratico.
L'abuso dei pubblici ufficiali. Secondo la Procura della Repubblica di Siracusa, i due imputati "con abuso delle rispettive qualità di pubblici ufficiali" avrebbero tenuto una "condotta violenta" nel "ricondurre in territorio libico, contro la loro palese volontà, 75 stranieri, non identificati, alcuni sicuramente minorenni, intercettati in acque internazionali su un natante proveniente dalle coste libiche". Il reato, secondo la Procura è scattato quando gli immigrati sono stati "fatti salire a bordo della nave della Guardia di Finanza 'Denaro' e dunque su territorio italiano".
In contrasto con l'ordinamento. Il comportamento nei confronti dei 75 migranti, che in quel momento, sostiene l'accusa, è come se fossero stati nel nostro Paese, sarebbe stato "in aperto contrasto con le norme di diritto interno e di diritto internazionale recepite nel nostro ordinamento". Tanto da "impedire loro l'accesso effettivo alle procedure di tutela dei rifugiati e più in generale di avvalersi dei diritti loro riconosciuti in materia di immigrazione".
Gli accordi Italia-Libia non c'entrano. La Procura nel capo d'accusa sottolinea che "l'imputazione non concerne direttamente la cosiddetta 'politica dei respingimenti', ed in particolare non attiene alla legittimità in sè degli accordi sottoscritti tra l'Italia e la Libia" ma, appunto, a "una violenza privata, poichè non eseguiti nel rispetto della normativa italiana, conforme tra l'altro agli accordi internazionali".

Boldrini (UNHCR): "S'impedisce l'asilo politico". I respingimenti "anzichè contrastare l'immigrazione irregolare, hanno messo a rischio la possibilità di fruire del diritto d'asilo in Italia". Così commenta Laura Boldrini, la portavoce in Italia dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). "Ci sono delle indagini in corso e sarà la magistratura a stabilire le responsabilità", ha detto la Boldrini, aggiungendo che l'Unhcr "ribadisce la propria contrarietà alla pratica dei respingimenti e alle sue conseguenze, tra le quali la drastica diminuzione delle domande d'asilo, avvenuta tra il 2008 e il 2009". In particolare, secondo l'Alto commissariato, le domande d'asilo sono passate dalle circa 31mila del 2008 alle circa 17mila del 2009.

Gli 834 respingimenti nel 2009. Nove sono state le operazioni di respingimento nel Canale di Sicilia con le quali sono stati riportati in Libia 834 immigrati. C'è poi chi ha calcolato che - dal 1988 in poi - sarebbero circa 15 mila le persone morte nel tentativo di raggiungere l'Europa via mare. Ecco qui di seguito gli episodi relativi al 2009.

7 maggio - L'inizio della strategia dei respingimenti promossa dall'Italia in accordo con la Libia. Circa 230 migranti soccorsi su tre barconi nel canale di Sicilia sono stati riportati in Libia.

8 maggio - Un barcone con circa 80 persone, in difficoltà non lontano dalle coste libiche, è stato rimorchiato nel porto di Tripoli da un mezzo italiano in servizio presso una piattaforma dell'Eni.

10 maggio - Un pattugliatore della Marina ha riportato in Libia oltre 200 persone che erano state intercettate e soccorse nel Canale di Sicilia.

19 giugno - Un barcone con 76 migranti, segnalato a Sud di Lampedusa, è stato intercettato da una motovedetta della Guardia Costiera. Gli extracomunitari, tra cui donne e bambini, sono quindi stati consegnati ad una motovedetta libica e riportati a Tripoli.

1° luglio - 89 migranti (tra cui 9 donne e 3 bambini) localizzati su un gommone a circa 30 miglia da Lampedusa sono stati presi a bordo da una nave della Marina militare e trasferiti sulla piattaforma Agip di fronte alle coste della Libia. Da lì una motovedetta libica li ha riportati a Tripoli.

5 luglio - Circa 40 migranti soccorsi a circa 70 miglia a sud di Lampedusa da una motovedetta della Guardia di Finanza e da un mezzo della Guardia costiera sono stati riportati a Tripoli.

29 luglio - Un gommone con 14 persone a bordo è stato soccorso da una motovedetta della Guardia di finanza: i passeggeri sono quindi stati portati a Tripoli.

30 agosto - Un barcone con 75 migranti a bordo (tra loro 15 donne e 3 minori) è stato intercettato a sud di Capo Passero: i passeggeri sono stati trasbordati su una motovedetta della Guardia di finanza e riportati in Libia.


fonte: la Repubblica

22 aprile 2010

Pulizia Municipale picchia un giovane migrante a Quartu.

Apprendiamo da un video pubblicato da YouReporte.it un vergognoso pestaggio della polizia municipale ai danni di un cittadino migrante avvenuto il 21 Aprile. Dal titolo del video si evidenzia la provenienza senegalese del giovane e le immagini mostrano un giovane migrante impaurito, circondato da una decina di agenti della polizia municipale quartese che cercano di ammanettarlo con una forza e una violenza sempre più crescente. Fortunatamente sono numerose le urla di orrore dei cittadini che assistono al pestaggio e denunciano comportamento incivile degli agenti.
La segreteria federale di Rifondazione Comunista e i Giovani Comunisti della provincia di Cagliari denunciano il vergognoso gesto di razzismo istituzionale. Queste violenze sono la diretta conseguenza del clima di odio razziale e di caccia all’immigrato generato dalle destre al governo. Un clima scatenato dalla cultura dei pacchetti sicurezza e dalle leggi Bossi-Fini e Turco-Napolitano. Un clima infame che colpisce anche le amministrazioni locali, compresa la città di Quartu. Negli ultimi anni abbiamo assistito all’omicidio di 6 ragazzi africani a CastelVolturno, all’omicidio di Abba a Milano, al pestaggio di un operaio cinese a Tor Bella Monaca, a quello di Emmanuel a Parma e all’esplosione della rabbia dei lavoratori migranti di Rosarno.
Pensiamo sia arrivato il momento di dire basta. Basta alle disparità di trattamento dei cittadini migranti nei luoghi di lavoro, basta con i padroni che sfruttano in nero il loro lavoro. Chiediamo il diritto di cittadinanza e all’istruzione per tutti i figli dei migranti. Vogliamo una politica orientata a garantire una sicurezza diversa, fatta di servizi sociali, sicurezza nei cantieri e sui posti di lavoro e politiche per la casa.



Giuseppe Stocchino - Segretario Federale Prc Cagliari

Marta Laura Farci - Coordinatrice Federale Giovani Comunisti/e

Napoli: Bottiglie incendiarie contro i muri del Laboratorio Insurgencia

Due bottiglie incendiarie contro il laboratorio sociale Insurgencia! Questa l'amara scoperta fatta nella serata di ieri in occasione delle consuete attività di quartiere nel centro sociale: i chiarissimi segni neri di due vampate di fuoco sul muro e in terra i cocci di bottiglie di vetro con gli stoppini... Il fatto probabilmente risale alla notte precedente, visto che di giorno è impossibile che possa passare inosservato un gesto del genere su un luogo conosciuto e frequentato dagli attivisti, dagli studenti della limitrofa scuola Sbordone e dagli abitanti del quartiere.
Un gesto facile e vigliacco, probabilmente da auto in corsa, che fortunatamente non ha prodotto nessun danno, perchè si è consumato contro il muro, ma non per questo è meno grave e vile contro chi quotidianamente lavora contro l'emarginazione e la mancanza di spazi di socialità e di autorganizzazione nei quartieri popolari.
Non facciamo fatica nemmeno ad immaginare la matrice di questo attentato, che è sicuramente collocata in quella microgalassia di gruppetti neofascisti e xenofobi, che fortunatamente a Napoli non hanno la rappresentatività sociale per mobilitarsi in piazza e dopo aver tentato inutilmente di insediarsi a Materdei oggi sfogano la propria sottocultura in questo modo (e coerentemente con quello che avviene in tante parti d'Italia). Un problema di tutta la città, dopo la serie di aggressioni squadriste contro singole persone, dagli studenti del Margherita di Savoia al passante di piazza Dante... Questo gesto rappresenta un ulteriore escalation della loro regressione. La vicinanza con le manifestazioni pubbliche del 25 aprile è probabilmente un altro motivo stimolante per le teste bacate di questi piccoli fans della dittatura e dello squadrismo.
Proprio venerdi alle 17.30 al laboratorio Insurgencia si presenta il liibro "Sia folgorante la fine" di Carla Verbano, mamma di Valerio, assassinato trent'anni fà dai neofascisti dei NAR e al quale è stata intitolata una strada dal Comune di Napoli quest'anno. Un'iniziativa che automaticamente diventa anche un'assemblea pubblica contro questo avvenimento.
Se qualcuno pensa di intimidirci rispetto alle nostre attività quotidiane al fianco dei soggetti sociali più deboli e sfruttati, davvero fa malissimo i suoi conti, ma dopo un'episodio del genere ci fanno ancora più rabbia le equiparazioni astratte (e incostituzionali) tra le reti antirazziste e antifasciste che a Napoli mobilitano migliaia di giovani (come il 30settembre contro Casapound o come il primo marzo contro le leggi xenofobe) e chi fa dello squadrismo la sua reale forma di esistenza. Come se la storia non avesse insegnato nulla su queste sottoculture autoritarie e razziste e sui loro tristissimi epigoni.
Altresì non possiamo non notare l'agibilità che viene concessa a questi squadristi che agiscono in queste forme vigliacche mentre invece la repressione aggredisce le lotte sociali, come testimoniano proprio ieri le misure cautelari confermate agli attivisti antidiscarica di Chiaiano. E aspettiamo di sapere cosa hanno da dire quei rappresentanti del Pdl e della Destra, da Schifone a Diodato a Florino, che coltivano pubblicamente relazioni e sostegno economico e politico a questi gruppetti xenofobi e neofascisti che sempre più, a dispetto della loro presunta carica "antisistema", si caratterizzano come la gioventù nera di una parte del centrodestra. A dimostrazione di un progressivo slittamento del sistema di garanzie democratiche e costituzionali.
Per parte nostra rilanciamo ancora e lo faremo sempre, il piano della mobilitazione di massa come la manifestazione del 25 aprile lanciata dalla rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo e il sessismo con la partecipazione dell'ANPI (ore 17.00 da piazza del Gesù) e l'appello ai movimenti per la manifestazione del primo maggio a Chiaiano!

Laboratorio occupato Insurgencia

21 aprile 2010

Vizio di forma, riapplicate le misure cautelari agli attivisti di Chiaiano

Sembra una vicenda assurda, magari raccontata in qualche libro noir ed invece è quello che sta avvenendo agli attivisti del Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano.
Lunedi’ 19 aprile presso il Tribunale del riesame si teneva l’udienza per decidere sulla scarcerazione dagli arresti domiciliari per Pietro Spaccaforno e per la cessazione dell’obbligo di firma quotidiano per gli altri attivisti tra cui Davide Brignola ed Egidio Giordano.
Nella serata di lunedi’ 19 aprile il commissariato di polizia di Secondigliano scarcerava Spaccaforno dopo l’arrivo della decisione del riesame. Stessa sorte toccava anche a Davide Brignola presso un altro commissariato di polizia presso il quale quotidianamente lo stesso andava ad ottemperare agli obblighi di firma.
La sentenza del riesame ridimensiona pesantemente tutto l’impianto accusatorio. Vengono cancellati infatti i reati di furto ed incendio in merito agli episodi del 23 maggio 2008 in cui migliaia di cittadini furono attaccati dalle forze dell’ordine presso il Presidio in rotonda Titanic.
Due capi d’accusa cancellati ! Resta in piedi solo l’interruzione di pubblico servizio e la violenza privata, che a due anni di distanza dai fatti non giustificherebbero in alcun modo delle misure di restrizione della libertà.
Ed invece due giorni dopo la sentenza il Tribunale del Riesame torna indietro, parlando di cattiva interpretazione dell’ordinanza emessa. Oggi Pietro Spaccaforno è stato rimesso nuovamente agli arresti domiciliari e gli altri attivisti sono tornati all’obbligo di firma ! Due giorni dopo una sentenza che di fatto smantella le principali accuse. Non c’e’ stato nessun furto e nessun incendio di autobus secondo il riesame, ciononostante il tribunale ha deciso di confermare lo stesso le misure cautelari per i capi d’imputazione minori ovvero l’interruzione di pubblico servizio, questo a due anni di distanza dai fatti e senza alcun oggettivo pericolo di reiterazione del reato !
Ancora una volta poniamo la domanda oggettivamente più legittima : Se non è persecuzione allora cos’e’ ?
Decine di cittadini avevano atteso lunedi’ mattina sotto il Tribunale la decisione del riesame esponendo una bilancia della giustizia in cui su un piatto c’erano le foto del 23 maggio del 2008 e su un altro le immagini di Guido Bertolaso e della Protezione Civile a testimoniare come la giustizia continui ad essere forte coi deboli e debole coi forti. Una persecuzione che mette in pericolo la tenuta del diritto al dissenso nella nostra città. Una persecuzione che si applica attraverso mezzi incredibili mettendo in libertà delle persone e riarrestandole due giorni dopo !
Centinaia di personaggi della cultura, della politica, delle scienze avevano firmato l’appello in solidarietà e sostegno agli attivisti colpiti dalle misure di restrizione della libertà, ed è a tutti loro, oltre che alle migliaia di persone che si mobiliteranno il 1°Maggio prossimo a Chiaiano che qualcuno dovrà spiegare come viene garantito il diritto al dissenso in questa città !
Il prossimo 1° Maggio i movimenti napoletani scenderanno in piazza a Chiaiano a difesa di tutte le lotte sociali per ribadire che nessuna intimidazione e nessuna repressione potrà impedire che in questa città si sviluppino forme di nuova democrazia come la lotta di Chiaiano ha dimostrato di essere.
Decine di artisti suoneranno al concerto che si terrà dopo la manifestazione dai 99 Posse ai Zezi per una manifestazione popolare che reclamerà a gran voce il diritto al dissenso a Napoli e nel paese.


Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano

Manicomo Italia, seminudi e legati al letto

Lo chiamano “ergastolo bianco”. Colpisce «persone che non devono scontare una pena né essere rieducate», come spiega Alessandro Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999. «Si tratta di individui che sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati», per questo finiscono negli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Ex “manicomi criminali”sopravvissuti alla riforma Basaglia varata trentadue anni fa. In Italia ne esistono ancora sei: quello di Aversa in provincia di Caserta, Napoli sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Malgrado il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine è ancora lontana. Attualmente vi si trovano rinchiusi 1.535 persone, tra cui 102 donne, contro una capienza regolamentare di 1.322 posti. Secondo i dati, aggiornati al 31 marzo, forniti dall’amministrazione penitenziaria, la quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da «internati». Che cosa è un internato? Non è un detenuto e nemmeno un condannato, ma una persona ritenuta «pericolosa socialmente». Nei suoi confronti il giudice dispone una misura di sicurezza che può arrivare all’internamento. Provvedimento che «si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa», sottolinea Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. L’internamento può essere prorogato all’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano «ergastolo bianco».
Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono ancora 484 internati rinchiusi nelle cosiddette case lavoro o case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria». Che cosa è una pena accessoria? Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella. L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica delle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra. L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni. Sotto accusa in particolare la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano mantenuti nell’Opg anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico». Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un’azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell’ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il ”41-bis”).

Paolo Persichetti

Mogliano (Treviso): Il sindaco leghista vieta di cantare Bella Ciao per il 25 aprile

«Bella ciao» vietata alle commemorazioni del 25 Aprile. La scaletta della banda in vista della parata di domenica fa litigare Anpi e amministrazione comunale. Il sindaco Azzolini: «A Mogliano è meglio cantare la canzone del Piave». Il presidente della sezione locale dell’associazione partigiani, Maurizio Beggio ribatte: «Bella ciao non è politica, è di tutti, la canta anche mia figlia». La commemorazione della resistenza piomba al centro della polemica politica. E la nuova amministrazione leghista sembra ben intenzionata a far pesare il suo dominio sulla città, anche in occasione della festa del 25 Aprile. La data della liberazione dal fascismo rischia così di rimanere orfana di uno dei brani simbolo della lotta partigiana: «Bella ciao».
La canzone è troppo di sinistra, troppo rossa per essere intonata dalla banda cittadina nella verde piazza moglianese. Il sindaco Giovanni Azzolini getta da subito benzina sul fuoco: «L’Anpi dice che non è giusto suonare la Canzone del Piave - commenta - e vuole Bella Ciao, ma mi chiedo cosa c’entri..». Secondo il primo cittadino la parata non deve essere contaminata da canzoni partigiane: «La Banda - afferma - deve eseguire brani istituzionali e Bella Ciao non è certo riconosciuta negli inni nazionali. Il Piave invece è fiume sacro alla patria. E poi siamo a Mogliano, da qui è partita la terza armata che ha riconquistato l’Italia, sempre in segno di libertà». Secondo Azzolini, dunque, per testimoniare la liberazione dal fascismo, durante la seconda guerra mondiale, può andare benissimo anche una canzone che celebra la vittoria nella prima guerra mondiale. Vero è, comunque, che durante la liberazione «La canzone del Piave» era l’inno nazionale della Repubblica Italiana.
Sulla proposta il presidente dell’Anpi moglianese, Maurizio Beggio, non pone veti ma commenta con disappunto: «Non mi da fastidio che suonino il Piave, o “la bella Gigogin” ma si faccia anche Bella Ciao; è una canzone di tutti - commenta Beggio - non stiamo mica chiedendo «Fischia il vento»...». Secondo il presidente dell’Anpi le resistenze alla canzone dei partigiani arrivano non solo dall’a mministrazione, ma anche dalla Banda: «Bella Ciao crea mugugni perchè dicono che è troppo politicizzata - commenta - L’anno scorso ho dovuto insistere non poco per farla suonare, ma hanno eseguito solo un pezzo. L’anno prima l’avevamo cantata in aula consigliare, oggi il nuovo strano boicottaggio».

fonte: http://tribunatreviso.gelocal.it

20 aprile 2010

Rapporto del Consiglio d'Europa, Centri di detenzione, carceri e Opg: Italia, non proprio il Paese dei diritti

Percosse da parte delle forze dell'ordine, sovraffollamento delle prigioni, cattive condizioni all'interno degli Ospedali psichiatrici giudiziari: l'Italia non appare certo il paese dei diritti. A puntarci il dito contro e' il Comitato per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d'Europa, che oggi ha pubblicato il rapporto relativo alla quinta visita periodica effettuata sul territorio italiano tra il 14 e il 26 settembre 2008. Il rapporto è corredato dalle risposte del governo italiano.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell'ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di Finanza, soprattutto nel Bresciano. I presunti maltrattamenti consistevano essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell'arresto e, in alcuni casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l'esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un'azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell'ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito, il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, il rapporto pone l'accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il 41-bis).
Il Comitato ha espresso anche la più viva preoccupazione per il livello di violenza registrato all'interno delle carceri di Brescia-Mombello e di Cagliari-Buoncammino, dove episodi di violenza tra detenuti nel corso del 2008 hanno causato lesioni gravi e, in un caso, la morte di un carcerato. A Cagliari, poi, il Comitato ha ricevuto alcune accuse relative al fatto che il personale carcerario non sarebbe sempre intervenuto tempestivamente per sedare le risse tra detenuti. Per tutta risposta le autorità italiane hanno evidenziato che l'amministrazione penitenziaria ha invitato le prigioni di Brescia e di Cagliari a prendere tutte le misure necessarie per impedire la violenza tra detenuti. Hanno inoltre affermato che, a partire dall'autunno del 2008, gli episodi di violenza nel carcere di Cagliari sono diminuiti a seguito di una convenzione con la Caritas.
Sotto accusa anche l'Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Secondo il rapporto, infatti, le condizioni della struttura sarebbero scadenti mentre si evidenzierebbe e la necessità di migliorare il regime quotidiano di degenza dei pazienti, aumentando il numero e la varietà delle attività trattamentali quotidiane loro garantite. La delegazione ha inoltre riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti nell'Opg piu' a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano trattenuti nell'ospedale anche oltre lo scadere del termine previsto dall'ordine di internamento. Le autorità italiane hanno risposto che l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l'esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive.
Il ricorso al trattamento obbligatorio dei pazienti è stato invece oggetto di critica per quanto riguarda il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell'Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. A questo proposito la raccomandazione è quella apportare miglioramenti alla fase giudiziaria della procedura relativa al trattamento sanitario obbligatorio.

fonte: Dires - Redattore Sociale

Milano: Blocchiamo il raduno nazi!!!

Siamo rimasti sconcertati nell’apprendere che l’estrema destra milanese, magicamente unita sotto l’icona di Sergio Ramelli ma soprattutto nella rivendicazione del diritto alla commemorazione dei caduti della repubblica di Salò e degli aguzzini nazifascisti, ha in programma una settimana di mobilitazioni e iniziative pubbliche a partire dal 24 aprile fino al 1° maggio (compresa una messa al cimitero Maggiore in onore di Mussolini domenica 18 aprile). Ancora più allibiti siamo rimasti nel sapere che in consiglio di zona 3, dove si discuteva sulla richiesta di uno spazio pubblico per un concerto nazirock per sabato 24 aprile, sia passata (anche con i voti dei rappresentanti del PD) la mozione che posticipa tale evento al 2 maggio ma ne garantisce la legittimità politica e il finanziamento con soldi pubblici. Il coacervo di realtà neofasciste che promuovono l’iniziativa, che vanno da Forza Nuova agli Hammerskin, da Fiamma Tricolore a Casapound, spalleggiate e foraggiate dalla destra parlamentare, crede che sia venuto il momento per alzare la testa e, fregandosene della Costituzione e degli ideali che l’hanno ispirata, attuare quella strategia di sdoganamento del pensiero e della storia del fascismo attraverso un’operazione di revisionismo e di equiparazione tra vittime e carnefici (in un paese che sembra aver perso la memoria), facendo leva sul razzismo dilagante attestato dai risultati elettorali e spacciando per nuova quell’ideologia di potenza e sfruttamento che portò ai più efferati crimini della storia. La sinistra istituzionale di fronte a questa arroganza non trova di meglio che appellarsi alla pacificazione e alla par-condicio, rendendosi complice dell’accettazione passiva da parte dei cittadini di questa propaganda totalitaria e xenofoba e magari interrogandosi sulle motivazioni della sconfitta elettorale. Oltre al fatto che reputiamo una grave e inaudita provocazione indire iniziative dichiaratamente fasciste alla vigilia della festa della Liberazione dal nazifascismo del 25 aprile e a ridosso della giornata di lotta del 1° maggio, sentiamo la necessità di lanciare un appello alla mobilitazione generale perché tutto ciò non possa accadere, né in questi giorni né mai. Indiciamo quindi un’assemblea pubblica cittadina mercoledì sera 21 aprile alla cascina autogestita Torchiera per confrontarsi attraverso analisi politiche e per arrivare a proposte concrete di azione e mobilitazione che riescano a coinvolgere tutti quei cittadini che credono ancora nei valori della Resistenza e che, come noi, sono indignati.

Partigiani in ogni Quartiere

Cosa Succede?

A Milano si sta preparando un RADUNO NAZIFASCISTA in grande stile con la copertura di settori del Pdl e finanche della Lega Nord. Iniziativa principale un concerto il 24 aprile ai giardini "Sergio Ramelli" di Milano. Il tutto inizierà domenica prossima al Cimitero Maggiore con una messa in onore di Mussolini e proseguirà con una settimana di iniziative che durerà dal 24 aprile al 1° Maggio. Ne discute domani il consiglio di Zona 3.
Immagina una città dove i neonazisti organizzano concerti in una piazza pubblica. Immagina una città dove le organizzazioni neofasciste hanno rapporti strutturali con la destra istituzionale al governo.
Immagina una città dove un consiglio di zona appoggia le iniziative dei neonazisti. Dove pensi che sia questa città? In Polonia, in Ungheria, in uno dei Paesi dell’est che hanno visto le destre radicali occupare grande spazio nella vita pubblica. No ti sbagli questa città è Milano. La Milano della grande tradizione democratica e antifascista. Tradizione perché oramai il governo della città è nelle mani di una coalizione che in molte sue componenti scavalca la destra radicale sul terreno dei razzismi, dell’omofobia e della xenofobia.
Crediamo però che esista ancora una città che non può tollerare che si tengano raduni neonazisti, specialmente quando sono supportati anche da loschi figuri istituzionali. Una città che rigetta sia chi pratica il razzismo nelle strade ma anche chi lo impone come legge dello stato dall’alto delle proprie cariche governative e parlamentari.La Milano che amiamo è stanca di vedere scorrazzare a braccetto i vari La Russa Bros., i Borghezio, gli Jonghi-Lavarini, i Prosperini, i De Corato, i Guaglianone, i Fidanza con i “fascisti del III millennio” (così simili a quelli del millennio passato da essere indistinguibili) di Casa Pound (fu Cuore Nero) e con i nazi-catto integralisti di Forza Nuova.
Milano non può tollerare che venga usata come laboratorio per le relazioni pericolose fra la destra perbenista law & order di Lega e Pdl e lo “squadrismo del nuovo millennio”.
Milano non accetta che, specialmente a poche ore dalla festa della liberazione dal nazifascismo, si possa tenere, con l’autorizzazione del Consiglio di Zona 3, un concerto organizzato dai peggiori razzisti e neonazisti all’interno di un giardino pubblico.
Né qui né altrove…. Per fascisti e razzisti non c’è posto! Milano odia razzisti e fascisti.

I Corsari amano Milano.

Per new e aggiornamenti in tempo reale: http://corsari-milano.noblogs.org/

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