31 marzo 2010

Nettuno: manifestazione celebrativa SS d'Italia

«Il Comitato delle associazioni della Resistenza di Roma e Lazio ha incaricato uno studio legale di denunciare alla Procura dalla Repubblica gli organizzatori della manifestazione celebrativa delle SS Italiane inquadrate nelle forze armate naziste, svoltasi a Nettuno il 14 marzo 2010, per aver violato le leggi che proibiscono l'apologia del fascismo». Lo rende noto l'Anpi Roma e Lazio.
Il 14 marzo scorso infatti si è tenuta al sacrario dei caduti della Repubblica Sociale Italiana di Nettuno una celebrazione per ricordare il prof. Pio Filippani Ronconi, Ufficiale combattente del II Battaglione SS italiane «Vendetta», ferito in azione di guerra sul fronte di Nettuno. Al ricordo hanno preso parte un centinaio di persone che hanno deposto una corona di alloro con un nastro tricolore con la scritta «Il mio onor si chiama fedeltà».
LA REAZIONE DEL SINDACO - Solidarietà ai partigiani viene espressa dal sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta. Il giovane primo cittadino del Pd, 32 anni, afferma di preferire la «commemorazione di chi ha combattuto per la libertà e la democrazia e che si trova sepolto proprio qui, al cimitero americano di Nettuno. Il più grande d'Europa».

fonte: Corriere della Sera

Roma: Durante l'incontro di Berlusconi a Sky la digos ferma ed identifica due giovani per "sfoggio di cultura scomoda"

Lo scorso venerdì 27 marzo nel Palazzo di Sky sulla Via Salaria a Roma, quando Berlusconi è arrivato con la sua scorta armata (fino ai denti) per un’intervista in diretta, due uomini della sicurezza interna dell’edificio, scoprivano che nel dipartimento dei grafici, su una grande vetrata di circa 4 metri per 4, era stato affisso un foglietto formato A4 bianco, con stampata una frase, la frase è la seguente “Odiare i mascalzoni è cosa nobile” frase di Marco Fabio Quintiliano, un intellettuale nato nel 35 d.C. a Calagurris in Spagna e poi trasferitosi a Roma
Quindi due ragazzi del reparto grafici dell’edificio di Sky avevano trovato condivisibile quella frase e l’hanno appiccicata. Gli uomini della sicurezza dell’edificio, la sicurezza interna, hanno notato quella scritta e hanno segnalato la cosa alla guardia presidenziale, alla scorta del Presidente del Consiglio e a quel punto è successo qualcosa che per una democrazia è AI LIMITI DELL’INCREDIBILE, anzi è oltre: due agenti ben tarchiati della Digos, due montagne umane sono piombate nel piano dove c’è questa vetrata, hanno constatato che era effettivamente stato affisso quel foglietto con quella scritta, hanno chiuso tutte le finestre per evitare che si vedesse da fuori quello che stavano facendo (evidentemente rendendosi conto che stavano facendo qualcosa di grosso) dopodiché uno dei due dopo aver sequestrato il corpo del reato, il foglietto, ha fatto irruzione dentro l’ufficio dei grafici, si è diretto verso il computer principale, si è messo ad armeggiare alla tastiera, ha cercato di aprire gli ultimi file aperti per cercare di incastrare, di individuare colui che aveva scritto e stampato quella scritta, ma purtroppo per lui i grafici non usano il mouse, usano la tavoletta grafica e questo agente non la sapeva usare, per cui ha chiesto a una persona lì presente, a una ragazza di aiutarlo a aprire gli ultimi file, nel tentativo di smascherare gli autori dell’orrendo misfatto, senza sapere che peraltro i due ragazzi erano già stati portati sotto, all’ingresso, interrogati da un’altra coppia di agenti della Digos e avevano immediatamente dichiarato, dato che non avevano niente da nascondere, di avere stampato e affisso loro quella scritta.
A quel punto sono stati identificati e da quello che risulta stavano per essere portati in Questura, non si sa se fosse un provvedimento di fermo, cosa volessero fare a questi due ragazzi, ma soprattutto quale reato avessero commesso? “Affissione di messaggi di Quintiliano?”, “citazioni latine proibite?”, “porto abusivo di cultura latina?”, non si sa quale sia il reato che avevano individuato questi somari che avevano ritenuto delittuoso un comportamento assolutamente legittimo e secondo me anche doveroso, sta di fatto che poi interviene un componente dell’ufficio legale della società che riesce a scongiurare almeno che questi vengano portati via dalla Polizia.


Per la video testimonianza, ecco:
http://www.youtube.com/watch?v=5jESPvWLovY

Morte di Stefano Frapporti: Archiviato il caso

Stefano Frapporti si è impiccato nella cella numero 5 del carcere di via Prati per "autonoma e libera scelta, verosimilmente favorita dalle condizioni stressanti che un arresto inevitabilmente comporta", ma le motivazioni profonde del gesto restano - secondo il gip Riccardo Dies che firma il decreto di archiviazione depositato alcuni giorni fa - "imperscrutabili" e "non emergono in alcun modo elementi idonei a configurare una penale responsabilità a carico di terzi per quanto avvenuto".
Le tre pagine abbondanti di motivazione sono uno scrupolo piuttosto raro nelle procedure di archiviazione, che di norma si limitano al semplice dispositivo: poche righe per dire che gli atti sono destinati all'archivio. Con ogni evidenza, il gip Dies intendeva dimostrare di non aver preso la vicenda sottogamba e il documento affronta ogni singolo elemento sollevato dal legale della famiglia Frapporti, l'avvocato trentino Giampietro Mattei.
Innanzi tutto, Dies sostiene che per quanto l'assunzione di cannabis comprovata dai modesti quantitativi di Thc trovato nel corpo di Frapporti possa "aver favorito" un effetto depressivo, non è qui che va cercata la causa della decisione di togliersi la vita. Il gip scrive che non si possono rimproverare gli agenti della polizia penitenziaria, poiché Frapporti, dal suo ingresso in carcere (ore 23.15) fino a quando è stato trovato senza vita (ore 00.05) non aveva manifestato "un tono dall'umore depresso", "intrattenendo una conversazione col personale del carcere del tutto serena". La decisione di togliersi la vita appare "un evento del tutto imprevedibile e inevitabile".
L'ultimo controllo alla cella numero 5 è stato eseguito alle 23.35 "senza che fosse rilevato segno di anomalia". Infondati poi, secondo il giudice, i rimproveri per il mancato controllo del detenuto, il mancato sequestro del laccio dei pantaloni della tuta e la tempestività nei tentativi di rianimazione. Secondo il referto medico legale, l'"impiccamento atipico", con il nodo scorsoio in posizione laterale sinistra, conduce in soli dieci secondi alla perdita di conoscenza e alla morte per anossia dell'encefalo. Il laccio inoltre non era visibile e comunque sarebbe stato valutato non idoneo "per ottenere un effetto tanto devastante". Quanto ai due buchi rilevati sul braccio e di cui la famiglia chiede conto risalirebbero a "48 ore prima del decesso", quando Frapporti era ancora libero. Infine l'arresto: obbligatorio perché con oltre 100 grammi di hashish in casa non era ipotizzabile l'uso personale. Mentre l'ipotesi di formazione di prove false da parte dei carabinieri è "al limite della calunnia".

Fonte: Il Trentino

Chiaiano, tolleranza zero

Incendio, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, furto sono le accuse mosse ieri dalla procura di Napoli a cinque protagonisti delle proteste contro l'apertura della discarica di Chiaiano del maggio 2008. Si sono mossi gli uomini della Digos per irrompere di mattina molto presto nelle case di tre attivisti del centro sociale Insurgencia e in quella di due ragazzi residenti nella zona dello sversatoio, per uno di loro gli arresti domiciliari e per altri quattro l'obbligo di firma. L'impianto accusatorio è di quelli a tinte forti: incendi, esplosione di ordigni con la partecipazione di frange del tifo organizzato e di pregiudicati. «Gli indagati - riferiscono fonti di polizia - sono coinvolti in numerose altre indagini e gravati da pregiudizi penali».
Un dispiegamento di forze che arriva dopo due anni. «In due anni 15 processi con accuse assurde e tutte da provare, oltre 40 le persone rinviate a giudizio a vario titolo, una schedatura di massa con richieste a comparire in questura senza fondamento giuridico, che si è arrestata grazie all'intervento degli avvocati» ricorda Antonio Musella, portavoce di Insurgencia, che prova a raccontare un'altra storia, quella di un presidio capace di fare esposti in procura contro gli sversamenti abusivi di rifiuti, di smascherare l'occultamento dell'amianto mai bonificato e lo smaltimento illegale di rifiuti speciali.
«I fatti contestati - spiega Antonio - riguardano il presunto danneggiamento di un autobus avvenuto durante le violentissime cariche della polizia del 23 maggio 2008. Furono feriti dai manganelli decine e decine di cittadini che protestavano a mani alzate contro l'avanzata della polizia. Lo stesso Romolo Sticchi, giornalista del Tg3, fu manganellato e gli fu distrutta la telecamera». Stesso clima il giorno successivo, le successive cariche provocarono la caduta di due ragazzi da un muretto, un volo di oltre dieci metri che provocò loro la rottura di entrambe le gambe. Picchiate anche una donna anziana trascinata via di peso, anche la nipote adolescente che mangiava un gelato, finita in ospedale con la frattura del braccio. L'esercito schierato, gli elicotteri e la zona militarizzata. Berlusconi con il consiglio dei ministri a Napoli ogni due settimane per varare le leggi speciali, mentre Bertolaso sfoggiava il piglio decisionista. Prima degli scandali che hanno investito la protezione civile, le sanzioni della comunità europea e i rifiuti che riappaiono in Campania da sotto il tappeto.
Tra gli attivisti da isolare a tutti i costi, secondo la procura, Egidio Giordano, Davide Brignola e Pietro Spaccaforno, quest'ultimo il più temuto con l'obbligo di firma quotidiano. Cosa lo rende così pericoloso? «Il sei maggio facemmo un blocco stradale - racconta - una signora ci diede una vecchia auto che non usava più. Mi hanno accusato di furto e processato per direttissima e hanno minacciato la signora di accusarla di complicità. Il 23, poi, ero pericolosamente armato con un megafono, ero 10 metri dietro le donne sedute a terra e dicevo loro di non alzarsi, di non lanciare nulla. Mi presero e trascinarono nella camionetta. Mi lasciarono libero solo la sera alle 21, accusandomi di aggressione, lesione e resistenza. Impossibile che fossi fuori a mettere bombe esplosive, come sostengono loro». Accanimento evidente anche per Egidio, arrestato a L'Aquila dalla Digos locale su delega della procura di Torino per l'inchiesta sugli scontri nel capoluogo piemontese precedenti il G8 abruzzese. «Aveva appena smesso di andare a firmare e gli ricomunicarono la stessa misura» commenta ironico Pietro. Il presidio però non disarma: ieri hanno occupato l'ottava municipalità con lo slogan «giù le mani dai nostri figli».


Adriana Pollice da il manifesto

30 marzo 2010

Lega, razzismo e mafia

Mentre vietano il kebab, la ‘ndrangheta si mangia la «Padania». Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali.
Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i «clandestini». Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza «antidegrado» per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i «centri massaggi» il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti Atm italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.
Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della Regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in «Padania» ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.
A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno [Bergamo] Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. «Si ammazzano tra loro?». Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli, a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della «Padania». Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.
Se sei nero cambia tutto. La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi [2006-2008], è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.
Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centrosinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.
Ad Adro [Brescia], c’è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il «White Christmas» di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.
La mafia non esiste. Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto «Ombre nella nebbia», Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero. Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un «mercato a cielo aperto» con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della «Padania», la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi [quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi]. Le «profezie» sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai «grandi eventi». Le cosiddette «infiltrazioni» mafiose nei cantieri Tav del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.
Leggi criminogene. E’ facile diventare «clandestino» al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.
La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.
La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli. Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.



Claudio Metallo - Antonello Mangano
www.terrelibere.org

Ponte Galeria. Cronaca di una rivolta

Cronaca dell'ennesima rivolta al Cie di Ponte Galeria. Quella di questa notte è stata la terza protesta in poco più di due settimane

Questa mattina verso le dieci sono andata al Cie di Ponte Galeria ben consapevole che non mi avrebbero lasciata entrare. Così è stato dopo che nel Centro di identificazione ed espulsione si era verificata una protesta dei reclusi nel reparto maschile.
Ho chiesto chiesto al direttore del Cie, da circa un mese gestito dalla società Auxilium [La Cascina] di poter conoscere la sua versione e il direttore è uscito per non più di cinque minuti e mi ha raccontato che il Cie è senza luce e senza acqua dal momento che nel corso della rivolta sono stati strappati dal muro i fili elettrici e spaccati i tubi dell’acqua. Ha aggiunto che l’ultima volta era successo alla fine della scorsa settimana quando una analoga, seppure di più modeste proporzioni, rivolta, si era verificata.
Ricordo che una prima e consistente rivolta era avvenuta lo scorso 13 marzo, in concomitanza con la protesta davanti al Centro di alcune associazioni che si battono contro i Cie. Tre proteste in poco più di due settimane è un record perfino per un luogo dove i diritti e le libertà sono cancellati e dove le forme del vivere sono ridotte alla pura sopravvivenza. Lo stesso direttore, Sangiuliano, ha confermato che luoghi come quello non sono facilmente gestibili dal momento che lì non vigono le regole carcerarie né quelle dell’accoglienza.
E’ un ircocervo, aggiungo io, un po’ mostruoso che non dovrebbe poter esistere. Invece esiste e produce i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Li confermo, a otto giorni dalla mia ultima visita, che sono riuscita a “strappare” dopo lunghe e perseveranti pressioni presso la prefettura.
Come potete leggere sul sito di Carta, quando sono andata ho trovato il solito pienone, anche se il cambio di gestione, dalla Croce Rossa all’Auxilium, aveva prodotto una temporanea riqualificazione strutturale: in pratica, una imbiancata alle pareti, la riapertura di una mensa più o meno degna di questo nome e uno spaccio al quale possono accedere i reclusi che ricevono dall’amministrazione pubblica sette euro ogni due giorni per comperare le cose di cui hanno bisogno.
Oggi quella mensa, dicono dai comitati che si battono contro i Cie, è stata utilizzata per concentrare tutti i detenuti in attesa di dividere quelli considerati «buoni» dai «cattivi» che hanno preso parte alla rivolta.
Questa mattina alle dieci le forse di polizia presenti ammontavano a non più di una decina di macchine mentre il direttore ha sottolineato che nel corso della rivolta, nonostante la sua sollecitazione a intervenire, le forze dell’ordine hanno preferito non esporsi anche per non far esasperare la situazione. Ho chiesto se fosse vero che erano stati sparati colpi di arma da fuoco in aria. Ha negato ribadendo che la polizia ha preferito attendere che gli animi si raffreddassero. Poi, ha aggiunto, verso le quattro, la situazione si è normalizzata. Peccato che il direttore non abbia le registrazioni delle chiamate arrivate a radio ondarossa in diretta dalle quali si sentono distintamente colpi di arma da fuoco.
E’ questa la cronaca dell’ennesima rivolta in un luogo di certo non migliore forse un po’ peggiore di altri analoghi.
Quel che resta, al termine di questa nottata, è un desolante senso di impotenza e la consapevolezza che situazioni come queste sono destinare a ripetersi. Ce ne sono tutti gli elementi: i prolungamenti della detenzione fino a sei mesi, la deportazione di molti ex detenuti stranieri direttamente dalle carceri al Cie di Ponte Galeria, come prolungamento indebito di una pena già scontata.
E un senso di sospensione del diritto e dei più basilari principi di umanità che diventa tangibile, ogni giorno di più.
L’ultima volta che sono entrata c’era un giovane che da cinque giorni, ogni mattina, si presentava all’ambulatorio medico [il solo luogo di interlocuzione, per loro] e chiedeva semplicemente di potersi tagliare le unghie delle mani e dei piedi.
Da cinque giorni riceveva la medesima risposta: non siamo attrezzati a farlo e, del resto, non ti possiamo dare una forbice. Il nuovo direttore, un po’ stupito aveva così commentato: abbiamo pensato a molte cose, ma alle unghie non ci abbiamo proprio pensato. Ho idea che quelle unghie strideranno a lungo sul vetro dell’indifferenza.


Anna Pizzo da www.carta.org

29 marzo 2010

Napoli: Fermati 5 attivisti del presidio contro la discarica di Chiaiano

Un'operazione della Digos della Questura di Napoli stamattina ha portato al fermo di cinque persone, prelevate all'alba nelle loro abitazioni. Tre attivisti del Laboratorio Insurgencia una delle principali anime del Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano, ed altri due giovani residenti nel quartiere a nord di Napoli.L'accusa per tutti è quella di aver partecipato alle mobilitazioni contro l'apertura della discarica di Chiaiano, in particolar modo quelle del maggio del 2008.L'inchiesta della Procura di Napoli porta all'applicazione degli arresti domiciliari per Pietro Spaccaforno ed all'obbligo di firma quotidiano per Egidio Giordano, Davide Brignola e gli altri due giovani.I fatti contestati, riguardano il presunto danneggiamento di un'autobus avvenuto durante le violentissime cariche della polizia che il 23 maggio del 2008 portarono al ferimento di decine e decine di cittadini che protestavano a mani alzate contro l'avanzata della polizia. In quell'occasione molti poterono testimoniare anche la violenza esercitata nei confronti della stampa, Romolo Sticchi giornalista del Tg 3 fu manganellato e gli fu distrutta la telecamera.Una giornata di inaudita violenza delle forze dell'ordine contro i cittadini in mobilitazione che continuò il giorno seguente, il 24 maggio con nuove cariche che portarono al ferimento di due cittadini che cadderro da un parapetto, inseguiti dai carabinieri che caricavano, facendo un volo di oltre dieci metri riportando la rottura di entrambe le gambe.Questo il contesto reale in cui si svolsero i fatti.Per le lotte di Chiaiano i processi ormai non si contano più, oltre quaranta le persone rinviate a giudizio a vario titolo, in quella che è stata senza dubbio la lotta più matura contro il ciclo dei rifiuti in Campania, capace di fare esposti in Procura contro gli sversamenti abusivi di rifiuti, capace di smascherare l'occultamento dell'amianto ritrovato nella cava dall'esercito e dalla Protezione Civile, capace di vivere in diverse lotte nel nostro paese.Il prossimo 1 maggio il Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano copirà il suo terzo anno di attività, a dimostrazione di come, la sedimentazione di quel processo di trasformazione sociale e ribellione si sia sedimentato nonostante la repressione, nonostante le botte, nonostante l'apertura della discarica. Nessuna fredda vendetta può fermare la determinazione di chi, alla luce del sole, ha deciso di riprendersi la possibilità di scegliere sul proprio futuro.
Oggi come ieri....No Pasaran !!
Liberi tutti ! Liberi Subito !

Detenzione amministrativa: Una storia di brutalità, violenze e violazioni

Per Joy e per tutte le altre vittime di abusi nei centri di detenzione per migranti, a partire da Amin Saber ucciso nel CPTA di Caltanissetta nel 1998 e dalle sei vittime del rogo al Centro Serraino Vulpitta di Trapani nel 1999.

1. Verso la fine dello stato di diritto: un diritto speciale per i migranti
A partire dal 1998, con la introduzione dei centri di permanenza temporanea e di assistenza (CPTA) per gli immigrati in attesa di espulsione, denominati oggi come CIE, Centri di identificazione ed espulsione, si è diffuso anche in Italia un diritto speciale che sanziona gli immigrati irregolari con una forma di detenzione caratterizzata dalla discrezionalità dell’autorità di polizia, ben oltre i casi eccezionali ed urgenti in cui questo è consentito in base all’art. 13 della Costituzione, che stabilisce limiti precisi per la detenzione amministrativa, precisando che, in mancanza di un atto dell’autorità giudiziaria nei soli casi previsti dalla legge, può essere adottata “in casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge” con provvedimenti che devono essere comunicati al giudice entro 48 ore e convalidati entro 96 ore “dall’autorità giudiziaria”. Dopo che fino allo scorso anno l’ingresso o la semplice presenza irregolare sul territorio sono stati sanzionati con una misura amministrativa simile al domicilio obbligato, ma che nella sostanza risulta limitativa della libertà personale, oggi la introduzione del rato di immigrazione clandestina e il prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE, fino a sei mesi, hanno ridefinito la funzione sanzionatoria di queste strutture ed hanno alimentato un clima di violenze e di abusi che si è poi tradotto in disperate rivolte ed in un numero imprecisato di atti di autolesionismo, fino al suicidio. Si è generalizzato l’uso già denunciato da anni degli psicofarmaci, per tenere tranquilli gli “ospiti” di queste strutture, ed è calato una plumbea cappa di censura su quanto avviene ancora oggi all’interno dei centri, al punto che le denunce dei movimenti antirazzisti e le iniziative di protesta sono state etichettate come atti di sovversione e come tali perseguiti penalmente.
Già nel 1998 si richiamava l’art. 5 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo, che avrebbe consentito al legislatore nazionale l’adozione di misure limitative della libertà personale nel caso di arresto o detenzione “legali” di una persona “per impedirle di penetrare irregolarmente nel territorio, o di una persona contro la quale è in corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione”. Questa disposizione va però interpretata in senso coerente con il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona umana contenuto nelle convenzioni internazionali e nelle norme costituzionali nazionali.
In realtà non sembra possibile qualificare la situazione di trattenimento nei centri CIE come un caso di “arresto o detenzione legale” perché il termine “legale” dovrebbe significare una piena conformità a tutte le leggi di un determinato ordinamento giuridico, ed ai principi del diritto internazionale, senza trascurare il dettato costituzionale. In particolare, tale conformità della detenzione amministrativa alla legge fondamentale deve escludersi nel caso delle norme italiane che nel tempo hanno previsto e regolato prima i CPT, oggi i CIE, affidando per intero alla discrezionalità amministrativa, e dunque alle decisioni di Prefetti e Questori una materia delicata e costituzionalmente rilevante come la libertà personale.
La detenzione amministrativa, così come oggi è praticata in Italia nei CIE, viola gli articoli 3 ( parità di trattamento), 13 ( obbligo di controllo giurisdizionale sui provvedimenti amministrativi limitativi della libertà personale ed eccezionalità di tali provvedimenti) e 24 ( diritto di difesa per tutti, senza possibilità di differenze tra cittadini e stranieri) della Costituzione italiana. Le norme regolamentari e le prassi amministrative sono andate ancora oltre e sono innumerevoli i casi nei quali per effetto di provvedimenti amministrativi poi risultati illegittimi sono stati violati la riserva di legge ( solo la legge può stabilire la condizione giuridica dello straniero) ed il diritto di asilo, riconosciuti dall’art. 10 della Costituzione, rispettivamente al secondo ed al terzo comma.
Malgrado la Corte costituzionali nel 2001 con la sentenza n.105, abbia “salvato” i centri di permanenza temporanea, indicando modalità di applicazione delle norme orientate in senso conforme alla Costituzione, nella generalità dei casi queste prescrizioni vengono ancora oggi disattese. Nonostante il trasferimento delle competenze ai giudici di pace, sono sempre numerosi i casi di mancata convalida dei provvedimenti di trattenimento nei CIE, ed è ancora recentissima una sentenza della Corte di Cassazione che impone l’obbligo di una convalida effettiva con la comparizione dell’interessato e con il rispetto del principio del contraddittorio.( così la sentenza n. 4544 del 24/2/2010).
La normativa italiana sui centri di identificazione ed espulsione, proprio per le modalità di applicazione da parte delle autorità di polizia, risulta ancora in netto contrasto con il dettato costituzionale. Le procedure amministrative relative al trattenimento rimangono infatti prive di una effettiva sede di ricorso, dal momento che gli immigrati trattenuti nei CIE spesso non vengono neppure condotti davanti al giudice della convalida, in quanto sono “costretti” a rinunciare alla partecipazione all’udienza, ed i difensori non sono messi nelle condizioni di esercitare effettivamente i diritti di difesa previsti dall’art. 24 della Costituzione, perchè non vengono mai avvertiti delle udienze con il necessario anticipo.
Gli immigrati trattenuti nei CIE, malgrado il ricorso contro l’espulsione o il respingimento, possono essere ancora oggi accompagnati in frontiera anche in pendenza del ricorso giurisdizionale. L’art. 24 della Costituzione, che stabilisce “per tutti” e non solo per gli italiani il diritto di far valere in giudizio i propri diritti ed interessi legittimi, è di fatto contraddetto in tutte le fasi del trattenimento nei CIE. In molte sedi i giudici civili ritengono che il ricorso contro il respingimento differito disposto dal Questore sia di competenza dei tribunali amministrativi, mentre i giudici amministrativi ritengono che si tratti di competenza dei giudici ordinari, con la conseguenza che spesso i migranti rimangono privi di un giudice che stabilisca la legittimità dei provvedimenti di allontanamento forzato, presupposto dell’internamento nei CIE.
A causa della cronica carenza di interpreti ufficiali non è garantito neppure il diritto alla comprensione linguistica, talvolta sono proprio gli scafisti o gli immigrati con precedenti penali a svolgere il ruolo di interprete. Generalmente l’immigrato trattenuto nel CIE, durante l’udienza di convalida, non percepisce neppure la differenza tra il giudice, l’avvocato d’ufficio e gli agenti di polizia in borghese (1) Eppure tutte le convenzioni internazionali e in particolare la Raccomandazione n. 1624 del Consiglio d’Europa nel 2003 indicano la necessità di una assistenza linguistica attraverso “interpreti indipendenti” durante i procedimenti di espulsione. La stessa Raccomandazione, ed adesso la direttiva sui rimpatri richiamano la necessità dell’effetto sospensivo ( dell’espulsione) del ricorso giurisdizionale e del patrocinio gratuito per dare effettività ai diritti di difesa.
Nei centri di detenzione amministrativa hanno libero accesso gli agenti diplomatici e consolari dei paesi dai quali si ritiene provengano gli immigrati, con la conseguenza che i potenziali richiedenti asilo sono spesso intimiditi e minacciati di gravi ritorsioni qualora insistano nella volontà di formalizzare la loro richiesta di asilo.
Come è dimostrato da diversi processi in corso e da numerose indagini giornalistiche, sembra che l’art. 13 terzo comma della Costituzione secondo cui “ è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” , non abbia alcun valore all’interno dei CIE (come durante le operazioni di allontanamento forzato degli immigrati irregolari). Nella maggior parte dei casi anche sporgere denuncia è difficilissimo, per paura di ritorsioni e soprattutto perché l’accompagnamento forzato in frontiera costituisce una minaccia tanto grave che consiglia agli immigrati di fare tutto il possibile per evitarlo, incluso il silenzio sulle violenze subite o alle quali si è assistito.

2. Espulsione e detenzione amministrativa nel quadro del Regolamento Schengen
Sulla base di una diffusa giustificazione, fondata anche sugli obblighi di esecuzione degli accordi di Schengen, oggi Regolamento delle frontiere Schengen del 2006, che impongono agli stati aderenti di dare effettiva esecuzione ai provvedimenti di respingimento e di espulsione, si è alimentata anche in Italia una spirale securitaria, come se i centri di detenzione amministrativa costituissero un efficace strumento di contrasto della clandestinità e della criminalità, associata sempre più spesso al diffondersi della condizione di irregolarità dei migranti. Sotto questo punto di vista, al di là della diversità dei toni, le politiche dei governi che si sono succeduti in Italia dal 1998 ad oggi sono state sostanzialmente omogenee, sulla base del comune presupposto della ineliminabilità dei centri di detenzione.
Dopo le dichiarazioni favorevoli ai CIE dell’attuale Presidente della Repubblica prima che fosse nominato alla più alta carica dello Stato, si sono moltiplicate da parte di autorevoli rappresentanti dell’attuale opposizione, come Francesco Rutelli e Giannicola Sinisi, già responsabile immigrazione per la Margherita, ed anche da parte di numerosi esponenti del PD, che i CIE non sarebbero eliminabili. Si dovrebbero soltanto graduare i requisiti per il trattenimento, riservando queste strutture “a coloro che sulla base di un provvedimento del prefetto, siano ritenuti pericolosi, per i quali le altre misure siano ritenute inadeguate, ovvero che non hanno osservato le misure di minore afflittività, ovvero hanno violato le prescrizioni impostegli”.
Si è anche sostenuto che la chiusura dei CPT comporterebbe addirittura il ritorno alla legge Martelli del 1990 ” ed alla assolutamente inefficace e puramente simbolica intimazione a lasciare il territorio dello Stato”. Nessuno sembra ricordare che la direttiva comunitaria sui rimpatri prevede forme diverse di rimpatrio volontario prima di ricorrere al rimpatrio forzato, ma in Italia questa direttiva è stata bruciata con la introduzione del reato di immigrazione clandestina. Si può legittimamente dubitare della fondatezza di queste affermazioni, considerando la cifra ormai stabile di stranieri trattenuti in queste strutture, una percentuale assai modesta rispetto a quelli comunque residenti sul nostro territorio in condizioni di irregolarità, ed alla percentuale ancora più modesta di immigrati (attorno alle 6.000 persone, la metà all’incirca degli immigrati che possono essere rinchiusi annualmente nei CIE dopo il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa), che ogni anno vengono accompagnati effettivamente in frontiera attraverso i centri. Di fronte al fallimento delle politiche migratorie del governo appare quasi patetica la serie di comunicati stampa con i quali il Ministero dell’interno utilizza i principali canali di informazione per rassicurare la popolazione che ogni settimana sono stati accompagnati nei paesi di provenienza tra 40 ed 80 immigrati irregolari. Un numero di persone, non una semplice cifra, sempre in diminuzione (diremmo fortunatamente) se confrontata agli anni precedenti, che conferma il fallimento dell’inasprimento repressivo voluto dal governo Berlusconi e dal ministro Maroni. Dopo gli accordi con la libia anche gli altri paesi hanno rialzato il costo degli accordi di riammissione e pretendono decine di milioni di euro all’anno per accettare la riammissione dei propri cittadini espulsi dall’Italia.
Numeri assai poco significativi rispetto alla consistenza della presenza di migranti in situazione irregolare, come emerge da anni in base ai dati delle regolarizzazioni o delle richieste sulla base dei decreti flussi annuali. Sulla base di questi dati si può stimare che, in assenza di una legge sul diritto di asilo costituzionale e di possibilità effettive di ingresso legale per ricerca di lavoro, il numero degli immigrati presenti in Italia in condizione di irregolarità aumenti annualmente di almeno 150.000 unità. Se dunque si sostiene che i CIE contribuiscono a rendere “effettive” le misure di accompagnamento forzato in frontiera si viene immediatamente smentiti dalle cifre (2).
Gli accordi di Schengen non imponevano peraltro una aberrazione giuridica come i CIE, in quanto si limitavano alla prescrizione che le espulsioni fossero “effettivamente” eseguite. Obiettivo perseguibile anche nel rispetto delle garanzie fondamentali della persona e del diritto di asilo, nell’ambito di procedimenti giurisdizionali , così come imposto dall’art. 13 della Costituzione, ed entro gli stessi termini dettati da quella norma (al massimo 96 ore), a condizione di adottare procedure e strutture idonee al risultato di effettuare un limitato numero di espulsioni. Le attività di polizia finalizzate all’allontanamento forzato degli immigrati potrebbero risultare più efficaci se le espulsioni (ed i respingimenti) fossero comminate per ragioni oggettivamente accertate dal giudice (ad esempio per l’accertamento di una grave responsabilità penale o di una elevata pericolosità sociale) e non per il semplice ingresso clandestino, o in base valutazioni meramente discrezionali dell’autorità di polizia (una discrezionalità spesso priva di motivazione come nel caso del riconoscimento della “presunta” pericolosità sociale). Non si è peraltro riscontrata alcuna valenza dei CIE nel contrasto della criminalità nei territori nei quali sono istituiti, sia per l’elevata percentuale dei migranti rimessi in libertà alla scadenza dei termini.

3. I centri di detenzione amministrativa come strumenti di controllo dell’immigrazione
Se è vero che oltre il 75% degli immigrati oggi regolari in Italia è entrata (e continuerà ad entrare) irregolarmente e se poi, periodicamente, intervengono regolarizzazioni o sanatorie camuffate (come i cd. decreti flussi), le misure di contrasto dell’immigrazione clandestina basate sui centri di detenzione amministrativa non hanno affatto arginato il fenomeno ma sono servite soltanto a creare le condizioni di esclusione e di emarginazione. Anche i mass-media, soprattutto a livello locale, piuttosto che considerare gli immigrati irregolari come vittime di sfruttamento, hanno contribuito ad accrescere stigmatizzazione nei loro confronti, considerando tutti i “clandestini” prima come criminali, adesso come possibili terroristi. Le leggi e le prassi amministrative si sono orientate nella stessa direzione, mentre i controlli di legalità esercitati dalla magistratura sono stati attenuati, svuotati di effetti pratici, avvertiti con insofferenza quando giungevano a censurare l’operato dell’autorità amministrativa (3).
Il controllo giurisdizionale ha assunto un forte connotato politico e l’operato dei giudici di pace, costretti a svolgere il loro lavoro all’interno dei CIE, è rimasto sotto la costante pressione del ministero della giustizia, che in diverse occasioni ha esternato una violenta critica nei confronti di quei giudici che non convalidavano le espulsioni prefettizie o i provvedimenti di trattenimento disposti dal Questore.
Diversi magistrati, a partire dal 2001, sono stati sottoposti ad ispezioni o a procedimenti disciplinari perché avevano osato applicare le leggi in materia di immigrazione in senso conforme alla Costituzione ed ai Trattati internazionali, “disobbedendo” alle linee di politica giudiziaria dettate dal governo, ed in particolare dal Ministro degli interni di concerto con il Ministro della giustizia. Tutti i processi più importanti scaturiti dalla denuncia di abusi subiti all’interno dei CIE sono stati “seguiti” da rappresentanti del Ministero dell’interno che, piuttosto di contribuire alle indagini sugli abusi, ha tentato in tutti i modi di delegittimare le vittime e i giornalisti le associazioni che si erano schierate al loro fianco.

4. La detenzione amministrativa al vaglio della Corte costituzionale
Già la Corte Costituzionale nel 2001 con la sentenza n.105 aveva segnalato la necessità di interpretare la normativa in materia di trattenimento dei migranti irregolari allora vigente in senso conforme alla Costituzione. Per effetto di questa pronuncia i magistrati di Milano che avevano sollevato la questione di costituzionalità delle disposizioni relative all’espulsione con accompagnamento forzato in frontiera ottennero una assoluzione nel procedimento disciplinare che era stato imbastito contro di loro per iniziativa del Ministro della Giustizia.
Secondo la sentenza n. 105 del 2001 “il trattenimento dello straniero presso i centri di permanenza temporanea ed assistenza è misura incidente sulla libertà personale, che non può essere adottata al di fuori delle garanzie dell’art. 13 della Costituzione “ (4).
Successive decisioni degli organi giurisdizionali, che confermavano tale orientamento ed annullavano centinaia di provvedimenti di espulsione o di trattenimento adottati senza rispettare le prescrizioni di legge, suscitavano una violenta reazione da parte delle forze di governo che imputavano ad una parte della magistratura una applicazione eccessivamente “garantista” delle norme in vigore. Gravissimi esempi, questi, di come il potere esecutivo ( già in quel periodo) invadeva l’ambito della giurisdizione, sferrando un pesante attacco allo stato di diritto e ad una delle norme più importanti della Costituzione repubblicana. Questi attacchi si sono intensificati dopo l’entrata in vigore della legge Bossi-Fini nel 2002, ed oggi dopo l’approvazione dell’ultimo “Pacchetto sicurezza” con la legge 94 del 2009, si è giunti al linciaggio politico e morale di quei magistrati che applicando le leggi in senso conforme ai Trattati internazionali ed alla Costituzione italiana rimettono in libertà immigrati rinchiusi nei centri di detenzione amministrativa.
I successivi provvedimenti del governo Berlusconi, come la legge n.271 del 2004, nel tentativo di “sterilizzare” le censure della Corte Costituzionale, hanno svuotato di fatto i diritti di difesa dei migranti irregolari con una previsione secondo la quale il controllo giurisdizionale (la convalida) del trattenimento si svolge all’interno degli stessi centri, presso i quali devono necessariamente recarsi giudici (adesso i giudici di pace) e gli avvocati (più spesso di ufficio).
Dopo le sentenze n. 222 e 223 del 2004 della Corte Costituzionale, il successivo intervento del legislatore han prodotto “una drastica riduzione degli spazi di intervento della difesa e di interpretazione dei giudici”. Viene ancora trascurato il fondamentale rilievo della Corte secondo la quale “ per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi ai flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale” (così, sulla scorta della precedente sentenza n. 105 del 2001, la sentenza n. 222 del 2004).
Con la legge 271 del 2004 si è cercato al contrario di limitare il ruolo di controllo dell’autorità giurisdizionale, trasferendo la competenza per la convalida dei provvedimenti di trattenimento ai giudici di pace, stabilendo che le convalide vengano effettuate all’interno dei CIE, alla presenza (spesso silente) del difensore d’ufficio, e stabilendo la competenza del giudice di pace del luogo del CIE anche in materia di espulsione e respingimento, anche se questi provvedimenti sono adottati da autorità amministrative lontane migliaia di chilometri (5).
Mentre nei primi mesi di applicazione della nuova normativa si era rilevata una sorprendente capacità di tenuta “costituzionale” di una parte dei giudici di pace rispetto alle pressioni subite dalle autorità di polizia per effettuare le convalide in modo meramente “cartaceo”, oggi molti giudici di pace “ribelli” sono stati rimossi e i nuovi giudici nominati al loro posto si limitano ad esaminare solo formalmente i provvedimenti di polizia sottoposti al loro controllo.
Alcuni giudici di pace hanno comunque sollevato la questione di incostituzionalità della normativa che assegna loro la convalida di provvedimenti restrittivi della libertà personale, provvedimenti che avrebbero dovuto restare di competenza dei magistrati togati, maggiormente garantiti dalla normativa dell’ordinamento giudiziario (e dalla Costituzione) in materia di indipendenza, ma la Corte Costituzionale non si è pronunciata nel merito di queste eccezioni.
Risulta sempre più grave la violazione del diritto di difesa degli immigrati trattenuti nei centri di detenzione amministrativa, una frattura irreversibile con il sistema delle garanzie dettato dall’art. 24 della Costituzione, la base per un diritto speciale applicabile solo agli stranieri irregolari ( in realtà a tutti gli stranieri, a causa dell’estrema facilità con la quale oggi si può perdere il permesso di soggiorno).
Spesso all’immigrato trattenuto nel centro non si comunica neppure la possibilità di nominare un difensore di fiducia o di accedere alla procedura di asilo. In molti casi le delegazioni parlamentari hanno rilevato la mancata tempestiva consegna (notifica) dei provvedimenti amministrativi di trattenimento e delle relative convalide.
Non si contano più i casi di percosse e violenze di ogni genere perpetrate dalle forze di polizia ai danni degli immigrati trattenuti nei centri, non appena si sgretola il muro di omertà costruito dalle forze dell’ordine e dalle associazioni che cogestiscono queste strutture, ma spesso i responsabili rimangono impuniti, o vengono assolti in appello, o ancora condannati a pene insignificanti, basti pensare al caso del Regina Pacis di Lecce, alcuni anni fa.

5. La privatizzazione delle frontiere interne
A fronte delle statistiche sulla modesta percentuale di immigrati effettivamente allontanati tramite i centri di permanenza temporanea , queste strutture enormemente dispendiose, che sono costate alla collettività centinaia di milioni di euro, come rilevato a partire dal 2003 anche dalla Corte dei Conti nelle sue relazioni annuali, dimostrano il fallimento delle politiche espulsive basate sul trattenimento forzato(6) .Ma adesso la politica dell’emergenza e l’affidamento degli appalti con procedure da protezione civile ha attenuato i controlli sulla legittimità delle procedure di attivazione e di esercizio dei CIE . Soprattutto dopo il prolungamento della detenzione amministrativa a sei mesi, l’intera capienza dei centri di detenzione italiani non consentirebbe di espellere che una minima parte degli immigrati irregolari presenti sul nostro territorio, stimato oggi in diverse centinaia di migliaia, né appare praticabile la proposta di una loro ulteriore proliferazione che avrebbe costi economici e sociali incalcolabili.
L’emergenza immigrazione non comporta soltanto la violazione dei diritti fondamentali della persona migrante ma si traduce anche in procedure amministrative ai limiti della legalità e dai costi sempre più elevati. La periodica reiterazione dei decreti che stabiliscono la situazione di emergenza in materia di immigrazione consente ai prefetti di allacciare rapporti convenzionali a trattativa “riservata” con ditte di fiducia dell’amministrazione.. Associazioni private di diverso tipo cogestiscono i centri di permanenza temporanea con costi notevolmente diversi a seconda del territorio (dai 35 ai 90 euro al giorno per immigrato), con criteri così poco trasparenti che la Corte dei Conti nelle sue ultime relazioni annuali aveva sollevato numerosi dubbi sui criteri di spesa .

6. Degrado della dignità umana ed abusi nei CIE.
Non si possono ignorare neppure le condizioni igienico sanitarie in cui sono quelli che vengono definiti come centri di identificazione ed espulsione nei quali si può restare rinchiusi anche per sei mesi,,strutture che per legge necessiterebbero di un apposito decreto istitutivo sulla base di requisiti assai rigorosi.
Le ultime visite effettuate da delegazioni di parlamentari o da agenzie umanitarie, al di là dei piccoli sotterfugi posti in essere dalle autorità che gestivano i centri per mostrare una realtà diversa da quella quotidiana, hanno documentato la quasi totale assenza di interpreti e di servizi di mediazione, oltre che la difficoltà di ricevere informazioni sul diritto di asilo o di presentare la relativa istanza; e malgrado eclatanti denunce giornalistiche sono ancora riscontrabili condizioni igieniche scandalose, e regimi detentivi ai limiti del trattamento disumano e degradante (sanzionato dalla Convenzione Europea a garanzia dei diritti dell’uomo).
Dopo anni di denunce da parte delle associazioni indipendenti il rapporto sui centri di permanenza temporanea presentato nel 2009 dalla associazione Medici senza frontiere (disponibile nel sito internet della stessa organizzazione) ha documentato inconfutabilmente la fondatezza delle accuse rivolte al sistema dei centri di detenzione amministrativa. Le stesse accuse sono state documentate e confermate da visite del Comitato per la prevenzione della tortura, dal Comitato diritti umani delle Nazioni Unite e dalla Federazione internazionale dei diritti dell’uomo ( FIDH), oltre che dal Rapporto annuale di Amnesty International(7). Sono ancora in corso alcuni processi penali contro responsabili ed operatori di queste strutture, rinviati a giudizio per gravi abusi commessi ai danni degli immigrati trattenuti nei CIE. . In troppi casi le donne trattenute nei centri di permanenza temporanea vengono “trattate” da personale maschile, con gravi rischi di violenza e pressioni di ogni genere(8). La vicenda di Joy e delle altre immigrate detenute trattenute nel centro di identificazione ed espulsione di Milano, in via Corelli, ed esposte alla minaccia continua del ricatto sessuale non è affatto un episodio isolato e rischia di rimanere ancora una volta senza alcuna sanzione alimentando negli operatori dei centri un pericoloso senso di impunità.

7. Detenzione amministrativa e carcere: un percorso circolare senza vie di uscita.
Al di là dei centri di detenzione amministrativa, l’aumento delle sanzioni penali previste a carico dei migranti irregolari, soprattutto dopo i pacchetti sicurezza e la introduzione del rato di immigrazione clandestina, con pene che vanno ormai ben oltre i criteri della proporzionalità e della adeguatezza, impongono di considerare il circuito CIE-carcere come un ciclo unico di sanzione della mera presenza irregolare sul territorio, dopo il mancato rispetto del primo ordine di espulsione. La detenzione amministrativa si rivela dunque come una sanzione vera e propria e non uno strumento finalizzato a garantire l’effettività dell’espulsione. In questa direzione i centri di permanenza temporanea si sono rivelati fallimentari e per questa ragione i nuovi accordi di riammissione prevedono forme estremamente rapide di allontanamento forzato degli immigrati trovati sul territorio italiano in condizioni di irregolarità, senza trattenimento e senza un effettivo controllo giurisdizionale. I governanti europei si sono ormai accorti della impossibilità di contrastare l’immigrazione dei cd.”clandestini” attraverso lo strumento dei centri di detenzione, ricorrendo a procedure sommarie e collettive di allontanamento forzato in frontiera sulla base degli accordi di riammissione. Si evita così il “transito” in strutture detentive che comunque impongono un sia pur minimo controllo giurisdizionale sulla legittimità dell’operato delle forze di polizia.
Corrispondono a queste scelte di politica della sicurezza le nuove prassi amministrative adottate dalle autorità italiane che procedono a rastrellamenti sul territorio alla ricerca di gruppi predeterminati di immigrati irregolari da accompagnare in frontiera, con l’espulsione immediata dei cd. clandestini avvalendosi di “voli charter congiunti” organizzati in poche ore per accelerare e rendere ancora più “efficaci” e meno costose le procedure di rimpatrio forzato. A Milano il Sindaco Moratti è giunto a chiedere al governo l’adozione di un decreto legge per estendere anche al reato di immigrazione clandestina, ricordiamo una mera contravvenzione, la possibilità di perquisizioni senza mandato dell’autorità giudiziaria. Una richiesta che strappa ancora una volta l’art.13 della nostra Costituzione.
In altri casi si creano strutture detentive all’interno delle zone portuali e degli aeroporti per trattenere indiscriminatamente quanti arrivano irregolarmente e sono dunque destinatari di un “respingimento in frontiera”. In questo caso il trattenimento amministrativo si svolge al di fuori di qualsiasi garanzia procedurale, in luoghi inaccessibili (anche per i familiari, per gli interpreti e per gli assistenti legali), dove possono essere impunemente violati anche i diritti fondamentali della persona umana. Ma su tutto questo bisognerebbe tacere, forse neppure esercitare il diritto di critica,. Denunciare quanto avviene nei centri di detenzione amministrativa viene considerato una “diffamazione”, se non un aperto incitamento alla sovversione, secondo un preciso “avvertimento” lanciato da una parte della magistratura in sintonia con i vertici di governo, in risposta alle denunce degli abusi commessi nel centro di detenzione italiani.

8. Proposte per il superamento della detenzione amministrativa

Malgrado il prevalere delle politiche seuritarie, a fronte del loro evidente fallimento, a parte il vantaggio politico degli “imprenditori della paura”, non si può rinunciare a tracciare una prospettiva di una nuova politica migratoria che comprenda il superamento dei CIE.
La criminalità, il traffico di esseri umani e il terrorismo si sconfiggono con azioni mirate, con la identificazione certa dei sospetti, con l’inclusione ed il coinvolgimento delle comunità degli immigrati . L’internamento in strutture come i centri di identificazione ed espulsione, oggi fino ad un periodo massimo di sei mesi, non sono più funzionali all’attribuzione di identità ed all’esecuzione più rapida dell’espulsione, ma servono solo alimentare esclusione sociale, clandestinità e frustrazione.
L’unica garanzia di sicurezza, per una società democratica, sarebbe costituita dall’adozione di procedure che comportino comunque una identificazione certa dei cd. “clandestini”, agevolando la legalizzazione permanente (e dunque la emersione dalla clandestinità anche in seguito ad autodenuncia) di quanti si trovano già nel nostro territorio e possono vantare una situazione di integrazione sociale ( ad esempio una residenza stabile ed un rapporto di lavoro).
La chiusura dei centri di detenzione amministrativa, con una diversa e più selettiva politica delle espulsioni, non impedirebbe il rispetto degli accordi di Schengen, a condizione di svuotare le sacche di clandestinità con la “regolarizzazione permanente” e con la concreta possibilità di un rientro nella legalità per coloro che sono soltanto responsabili di violazioni amministrative. L’effettività delle espulsioni può essere comunque garantita ricorrendo alla misura del domicilio obbligato per la generalità degli immigrati irregolari, prevedendo nel tempo ipotesi di rientro nella condizione di regolarità e riservando ai casi più gravi, nei limiti del dettato costituzionale, la limitazione della libertà personale.
Bisogna restituire una valenza effettiva alla previsione costituzionale che stabilisce la riserva di legge nella disciplina della condizione giuridica degli immigrati. Per questo non basta modificare le leggi in materia di immigrazione e asilo che oggi concedono margini incontrollabili alla discrezionalità dell’autorità amministrativa sottraendola ad un effettivo controllo giurisdizionale.
Occorre abrogare per intero la legge Bossi-Fini del 2002, senza inutili finzioni nominalistiche, modificando sostanzialmente il Testo Unico sull’immigrazione del 1998 nella parte relativa al controllo degli ingressi, ai casi di respingimento ed espulsione, ai centri di permanenza temporanea.
Una politica migratoria puramente repressiva basata sulle misure di detenzione amministrativa e di allontanamento forzato non può che produrre una reazione violenta che stronca qualsiasi intervento di mediazione ed alimenta il conflitto sociale.
Una disciplina efficace delle espulsioni potrà realizzarsi anche senza la detenzione amministrativa nei CIE, ovvero nei cd. centri di accoglienza (come li continua a chiamare la stampa), siano centri di identificazione (CID) o centri “polifunzionali”. Come è confermato anche dalla Direttiva 2003/9/CE e dal Regolamento Dublino 343 del 2003, le norme internazionali o comunitarie non impongono la privazione generalizzata della libertà personale degli immigrati irregolari e dei richiedenti asilo, ma solo che i provvedimenti di respingimento e di espulsione siano effettivamente eseguiti, conformemente alla legge nazionale . Questo obiettivo è perseguibile più efficacemente con i rimpatri volontari, con misure di allontanamento forzato che non precludano un successivo ingresso regolare e soprattutto con una riduzione dell’area della irregolarità attraverso le procedure della regolarizzazione permanente. Le espulsioni ed i respingimenti devono esser comunque sottoposti ad un diffuso controllo giurisdizionale, senza colpire le vittime del traffico ma contrastando le grandi agenzie criminali nei luoghi dove queste prosperano indisturbate (a Malta ad esempio) con la copertura di quei governi che poi stipulano accordi di riammissione con l’Italia.
Vanno riconosciuti a tutti gli immigrati, regolari ed irregolari, come già prescrive l’art. 2 del T.U. n. 286 del 1998, i diritti fondamentali della persona umana sanciti da tutte le Costituzioni moderne. La detenzione amministrativa deve essere ridotta ai casi e tempi conformi all’attuale dettato costituzionale. Se si vuole davvero garantire la sicurezza e l’ordine pubblico occorre praticare politiche migratorie autenticamente inclusive, combattere l’emarginazione sociale e la discriminazione a base razziale, riconoscere i diritti di cittadinanza sulla base della residenza e non della nazionalità.


Note:
(1) Sulla difficoltà di un effettivo esercizio del diritto di difesa all’interno dei CPT, cfr. Sossi (2002).
(2) Per i dati relativamente alla presenza di immigrati irregolari in Italia con importanti informazioni sulle percentuali di immigrati trattenuti nei CPT effettivamente rimpatriati, si veda il Dossier statistico della Caritas per il 2005 in www. Dossier immigrazione.it e in cartaceo pubblicato dal Centro studi e ricerche IDOS, 2005. Si può calcolare dai dati del Dossier della Caritas che dei circa 15.000 immigrati trattenuti in un anno (precisamente 15.647 nel 2004) nei centri di detenzione italiana soltanto la metà ( appena 7.895) venga effettivamente accompagnata in frontiera. Tutti gli altri vengono rimessi in libertà per la scadenza del termine di trattamento o, in un numero più modesto di casi, per l’ammissione alla procedura di asilo o per l’annullamento dell’espulsione da parte dell’autorità giudiziaria.
(3) Sul rapporto tra legge e prassi amministrativa nella disciplina in materia di immigrazione ed asilo, con particolare riferimento alla detenzione amministrativa, vedi Bonetti (2004:572ss). Per una riflessione sulla riserva di giurisdizione con riguardo alla condizione giuridica dei migranti ed ai nuovi profili della cittadinanza, si rinvia a Ferrajoli (2004:179ss).
(4) Sulla sentenza n.105/2001 della Corte Costituzionale si rinvia a Bascherini (2001,1687).
(5) Sulla nuova legge 271 del 2004 si rinvia a Caputo, Pepino (2004, 13).
(6) La relazione della Corte dei Conti è reperibile nel sito www.cestim.it e nell’archivio di Sergio Briguglio
(7) I rapporti citati nel testo sono reperibili nel sito www.meltingpot.org
(8) Sulle condizioni di trattenimento all’interno dei centri di detenzione italiani si vedano i rapporti di Medici senza frontiere nel sito www.msf.org Si vedano anche le testimonianze del Dossier sul centro di permanenza temporanea serraino Vulpitta di Trapani, nel sito www.cestim.it, alla sezione “centri di permanenza temporanea”


Tratto da http://www.meltingpot.org/

28 marzo 2010

La madre di Marcello Lonzi ha presentato "opposizione" alla richiesta di archiviazione

La madre di Marcello Lonzi, il giovane morto nel carcere di Livorno l'11 luglio del 2003 e sul cui corpo erano evidenti vistosi segni da trauma, ha presentato «opposizione alla richiesta di archiviazione proposta dalla Procura». Lo ha detto l'avvocato Matteo Dinelli che tutela gli interessi della famiglia. «Riteniamo che su questa vicenda servano ulteriori approfondimenti - spiega il legale - perché nelle indagini condotte finora ci sono ancora vuoti investigativi che vanno colmati. In particolare, chiediamo al giudice per le indagini preliminari di ordinare nuovi accertamenti di carattere medico-legale, ma anche di carattere testimoniale. E' francamente poco credibile che le vaste ferite e lesioni presenti sul corpo di Marcello siano state procurate dalla caduta dal letto della cella in conseguenza di un infarto». I consulenti della procura, infatti, sono giunti alla conclusione che la causa della morte è da attribuirsi alle patologie cardiache del detenuto mentre le sue fratture sterno-costali sarebbero dovute alle manovre rianimatorie tentate su Lonzi ormai agonizzante.

Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto.

Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto. Dopo la presunta storia della relazione sentimentale con la moglie di uno dei militari che lo avevano fermato, insieme con un suo amico, la sera del 13 giugno nelle strade di Varese, vengono a galla nuovi sconcertanti particolari sulla vicenda del suo decesso. Il 15 giugno proprio l'amico di Uva, Alberto Biggiogero, consegna una denuncia per lesioni, ingiurie e minacce alla procura della repubblica. Nell'esposto si descrive uno scenario da incubo: l'atteggiamento aggressivo dei militi, in particolare di uno di loro che subito apostrofa Uva, gridandogli «cercavo proprio te», e poi «un'ora e mezzo di pestaggio» nella caserma di via Saffi, la chiamata al 118, l'intervento dell'ambulanza bloccato, il sequestro del telefonino. Quello stesso 15 giugno, sia Uva che Biggiogero, furono a loro volta denunciati per «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone», come riporta il processo verbale redatto dai due militari dell'Arma che avevano bloccato i due amici in piazza Madonnina del Prato. Sarà interessante conoscere l'ora esatta in cui furono depositate le due denuncie, per sapere quale venne presentata prima, e se quella dei carabinieri fu solo una risposta all'esposto di Bigioggero per tentare di giustificare il fermo a posteriori. Tuttavia qualunque sia la risposta a questa domanda, nulla potrà cambiare il fatto che a quella data Uva era già cadavere da almeno ventiquattro ore. Perché i carabinieri hanno aspettato tanto? L'anomalia, se così vogliamo chiamarla, portata alla luce da alcuni quotidiani locali, è davvero gigantesca e si aggiunge alle tante ombre e domande, ancora senza risposta, che circondano l'intera vicenda. L'artigiano di 43 anni venne fatto ricoverare in un reparto psichiatrico dai carabinieri che chiesero per lui un Tso presso l'ospedale di Circolo. Uno stratagemma per farlo sembrare pazzo e depotenziare preventivamente una sua eventuale denuncia per il trattamento subìto. Chi avrebbe dato retta ad uno squilibrato certificato con un trattamento sanitario obbligatorio? Ad Uva venne somministrata una terapia sedativa incompatibile con l'alcool assunto nella serata precedente. Poche ore dopo, alle 10.30 del 14 giugno, spirò per insufficienza respiratoria e edema polmonare. Ovviamente la versione ufficiale del decesso, stilata dopo una sommaria autopsia che stranamente non contemplò esami radiologici per verificare l'esistenza di eventuali fratture ossee, nonostante l'evidente presenza sul corpo di ematomi, traumi e tracce di sangue, non ha mai persuaso i familiari. L'inquietante dinamica dei fatti, la procedura illegale del fermo, le tracce di percosse sul corpo, sollevano troppi dubbi. Di punti oscuri la vicenda ne ha fin troppi: come le dichiarazioni, ignorate, del comandante del posto di polizia presso l'ospedale che nel suo rapporto esclude la natura «non traumatica» della morte e rileva «una vistosa ecchimosi rosso-bluastra» sul naso, e che «le ecchimosi proseguono su tutta la parete dorsale». Il poliziotto registrava anche l'assenza di slip e la presenza sui pantaloni, «tra il cavallo e la zona anale di una macchia di liquido rossastro», mentre la sorella ricorda di aver visto «tracce di sangue dall'ano». A proposito degli slip, in un'informativa inviata quindici giorni dopo la morte, i carabinieri sostengono di non essere in grado di dire se l'uomo indossasse o meno gli slip, perché «al momento dell'intervento dei militari non venne perquisito» . Affermazione che secondo l'avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, è in palese contrasto con le relazioni presentate dall'Arma dopo i fatti. In quei rapporti, sostiene sempre il legale, «i militari mostravano di sapere di ferite sulle gambe di Giuseppe, che però aveva i jeans». I suoi slip non sono mai stati rinvenuti, al loro posto la sorella, giunta all'obitorio, ha trovato un pannolone. Circostanza che solleva inquietanti sospetti, ad oggi ancora mai fugati, sulla possibilità che siano stati fatti sparire perché intrisi di sangue, e possibile prova di sevizie praticate nella parte posteriore del corpo. Le domande senza risposta non finiscono certo qui. A detta sempre di Lucia Uva, il carabiniere più giovane, presente al momento dell'arresto, sarebbe stato trasferito quindici giorni dopo la morte di suo fratello. Nessuno dei carabinieri coinvolti nella vicenda o degli agenti della polizia di Stato, stranamente accorsi in forze nel Comando dei carabinieri la sera del pestaggio, è mai stato ascoltato fino ad oggi dai magistrati che indagano. E' di ieri la notizia che due cronisti della stampa locale, uno della Prealpina e l'altro della Provincia di Varese , sono stati sentiti in procura per «sommarie informazioni testimoniali». La convocazione, secondo un'interpretazione apparsa su alcuni quotidiani, sarebbe dovuta a degli articoli poco apprezzati in procura. Intanto l'eco mediatica raggiunta dalla vicenda ha sbloccato l'iter giudiziario: il gip ha fissato per il 9 giugno prossimo l'udienza preliminare nei confronti dei due medici che hanno accettato il Tso e somministrato i farmaci, accusati di omicidio colposo, sempre che la riapertura delle indagini sulla verifica del movente sentimentale e la nuova autopsia richiesta dalla famiglia non dimostri che Uva subì traumi tali da indebolire il suo fisico di 69 chili, al punto da non sopportare il Tso. In questo caso sarebbero i carabinieri a dover rispondere di omicidio preterintenzionale.

fonte: Liberazione

Clandestini per legge: diritti umani violati e fallimento statistico

I respingimenti voluti dal governo non hanno fatto scendere i numeri degli irregolari e hanno invece leso diritti umani e politici. Non è questione di propaganda politica, ma di numeri. La fruibilità del diritto d’asilo, che sarà bene ricordare figura nei dodici principi fondamentali con cui si apre la Costituzione Italiana, è in brusca diminuzione. A dirlo è Laurens Jolles, rappresentante dell’Unhcr per l’Europa meridionale. Le cifre parlano fin troppo chiaro: se nel 2008 le domande giunte all’Italia erano 30.492, nel 2009 sono state 17.603. Nel resto d’Europa i numeri sono invece rimasti stabili, mentre in Francia e Germania sono persino aumentati. Segno che l’inversione di rotta politica è tutta italiana e di questo governo.
Quello che accade tra l’Italia e la Libia e i respingimenti in mare hanno portato a questo. Tutti i respinti nel maggio 2009 erano richiedenti diritto d’asilo. Probabilmente non tutti avrebbero avuto i requisiti per averlo, ma il respingimento indiscriminato ha leso un diritto riconosciuto senza alcuna verifica di merito, rispondendo soltanto all’ossessione di sgombrare le coste e i centri di espulsione. I paesi da cui queste persone fuggono continuano ad essere quelli di sempre. La Somalia, ad esempio, da cui sono scappati l’anno scorso, dalla sola Mogadiscio, 250 mila civili per gli attacchi sferrati dai gruppi armati. Così la Libia e il suo regime “amico” del nostro Berlusconi o l’Eritrea. Eppure gli sbarchi sono calati drasticamente. Segno evidente che qui il diritto d’asilo non esiste. Soltanto l’anno scorso il 50% delle domande sono state accolte. Tutte persone che oggi rimangono in mare o vanno altrove.

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati, numeri alla mano, obbliga ad una riflessione che in realtà la cronaca già ci ha messo sotto gli occhi. La fotografia che possiamo fare su tutti i nostri immigrati, quale che sia la causa della loro diaspora, è che possono rimanere qui ed essere tollerati da un clima culturale che non li vuole, ma ne ha bisogno, a patto che siano invisibili. E per essere invisibili, devono rimanere clandestini. Sostare stagnanti nell’illegalità. E’ così che Rosarno non è un fattaccio isolato di cronaca, ma un paradigma di comportamento generalizzato. E’ così che si può lasciare sommerso il razzismo e svenderlo come un’esagerazione di qualcuno, non come una scientifica e organizzata opera del male.
Pensiamo a Mantova e alla squadra degli skinhead. Ed è così che lo sciopero delle braccia dei lavoratori stranieri nessuno l’ha visto né sentito, come se fossero in pochi, pochissimi a lavorare per noi o al posto nostro. Talmente invisibili che nemmeno i loro figli a scuola e il loro diritto di studio vale di più del diritto di “tutelare” il territorio dall’immigrazione clandestina. Se persino i minori non ricevono una speciale tutela, soprattutto pensando che proprio da loro può partire un serio tentativo di costruire l’integrazione, il capolavoro è fatto.
Per quanto non sia consolidata la giurisprudenza su questi temi, il dato chiaro che emerge e che evidenzia in un intervento di commento alla sentenza della Cassazione Gianfranco Schiavone, membro del Consiglio direttivo dell’Asgi (Associazione italiana studi giuridici sull’immigrazione), è che è lo status di straniero a prevalere su qualsiasi altro diritto. L’espulsione è l’azione da privilegiare. A danno di Convenzioni Internazionali e di diritti costituzionali.
L’isolamento italiano è consumato. Una lingua di terra protesa nel mare che rifiuta il linguaggio dell’accoglienza. Quello che del mare è figlio. Un paradosso che disegna bene i contorni incerti di questo Paese. Un paese di vecchi che i figli numerosi ha preferito cacciarli via. Con le loro cartelle, con i genitori che lavorano per noi. A molti di questi non abbiamo permesso nemmeno di chiederci aiuto. Solo perché come scriveva nel secolo scorso Max Frisch sull’immigrazione, “cercavamo braccia, e sono arrivate persone”.


Rosa Ana De Santis
fonte http://www.altrenotizie.org/

L'Aquila, torna il popolo delle carriole. E trova la Digos: "Manifestazione vietata"

"OGGETTO: Verbale di sequestro di una carriola, in pessimo stato di conservazione, con contenitore in ferro di colore blu, con legatura in ferro sotto il contenitore, e cerchio ruota di colore viola, e di due pale con manico in legno a carico di...". Questo il testo del verbale di sequestro della Digos che oggi è intervenuta contro il 'popolo delle carriole' tornato, come già annunciato dai comitati cittadini, nel centro storico dell'Aquila. In circa duecento persone sono arrivati nonostante il divieto della prefettura motivato dal silenzio elettorale.Il sequestro della carriole da parte delle forze dell'ordine è stato immediato. Una è stata tolta perfino dalle mani di un bambino dieci anni, Andrea. In tutto, gli uomini della Digos ne hanno sequestrate un quindicina per metterle dentro i furgoni. Venti carriole sono state solo respinte, non ammesse, e sono restate fuori dal centro storico.Era un'eventualità attesa e gli organizzatori hanno attuato una strategia diversiva. Sono entrati lo stesso al centro storico come normali cittadini, e una volta entrati hanno preso alcune carriole che avevano nascosto precentemente dentro un tendone a piazza Duomo.Poi hanno formato un corteo sulla via principale che si è diretto verso piazza Nove Martiri. La Digos è rimasta a guardare, ma ha provveduto a identificare tutti i manifestanti. La piazza è invasa dalle macerie e il popolo della carriole si è messo al lavoro sotto la lente di decine di telecamere prima di riunirsi in assemblea. Anche questa, vietata. "La Digos ha preso i nomi di decine di noi - dicono i manifestanti -. Vogliono denunciarci. Intimidirci. Noi ci autodenunceremo tutti come portatori delle carriole...".
fonte: La Repubblica

26 marzo 2010

Testimonianze: Storia di ordinario razzismo

Innanzi tutto mi presento: sono François un ragazzo "ItaloHaitiano"; mamma Haitiana ed il papà italiano (deceduto da poco)... Sono il terzo di 3 fratelli tutti nati in italia ma, il fatto accaduto Venerdì 19-03-2010 mi da la riconferma che. . . .purtroppo il razzismo è sempre presente e non è assolutamente una cosa piacevole. Solitamente frequento altri posti la sera, ma questa sera io ed i miei 2 fratelli abbiamo deciso di recarci all'Hotelcostez (Cazzago S.M. Brescia )ci avviciniamo al locale e subito il buttafuori si avvicina e dice :"ragazzi VOI non potete entrare!!!"; gli chiediamo spiegazioni e la risposta è stata: "dai lo sapete!" abbiamo approfondito le motivazioni(nel frattempo il "tizio ci invitava ad allontanarci e si infilava dei guanti in pelle..."non per il freddo"). . . la motivazione è stata : SIETE EXTRACOMUNITARI, NON VI POSSO FARE ENTRARE! ASSURDO!!!ovviamente siamo entrati , ma per tutte le 2 ore della permanenza eravamo " scortati " con l'insistenza di lasciare il locale!!!(la discussione è proseguita all'esterno perchè il clima era "molto"teso) Sono senza parole !!!nervoso,offeso... è proprio brutto tutto ciò!
La questione non finisce qui; ci torneremo per sottolineare il fatte che tutto ciò non è ammissibile, l'unica consolazione è che molti clienti rimanevano allibiti e sconcertati dell'accaduto!
un saluto François .(Haitalian Style)

25 marzo 2010

Torino: Fermati 10 studenti per.... volantinaggio!

Nella giornata di martedi oggi alcuni studenti torinesi sono stati fermati dalla polizia mentre volantinavano sui mezzi pubblici durante una iniziativa contro il caro trasporti. Ancora un ennesimo atto di repressione nei confronti degli studenti. Nel 2010, in una Torino che per un anno si auto-celebra come "città dei giovani", fare una semplice iniziativa di sensibilizzazione sui costi che toccano i più giovani (studenti minorenni senza reddito... e presto anche senza scuola) può costare un fermo (intimidatorio) di polizia (che tale resta anche se "municipale").
Alleghiamo il volantino:

ADESSO CI RIPRENDIAMO TUTTO a cominciare da quelle necessità che tutti noi studenti sentiamo più urgenti: riprenderci gli spazi che ci vediamo negati e la possibilità di muoverci all’interno della nostra città.
Questi nostri bisogni sono ostacolati dall'alto prezzo di abbonamenti e biglietti, centinaia di euro che è impensabile pagare per un servizio definito pubblico, soprattutto in un periodo di grave crisi economica.
Ogni anno infatti i nostri genitori sono costretti a sborsare un minimo di 200 euro per permetterci di andare ogni mattina a scuola.
A questa grande spesa non corrisponde però un buono stato del servizio: i pullman sono pochi e affollati, in brutte condizioni e costantemente in ritardo.
Le famiglie sono però obbligate a spendere per questo servizio centinaia di euro, che si vanno a sommare all'ingente costo dei libri e alla tassa d'iscrizione a scuola che si fa sempre più alta, vista la disastrosa situazione finanziaria in cui versano tutti gli istituti dopo i tagli presenti nell'ultima finanziaria e nella riforma Gelmini, appena approvata.
Riteniamo che le spese che dobbiamo sostenere ogni anno per l'abbonamento, esattamente come le centinaia di euro che spendiamo per i libri di testo, limitino il nostro diritto allo studio e rendano la scuola un servizio non gratuito e di conseguenza non accessibile a tutti.

DIRITTO ALLA MOBILITA' PER UN REALE DIRITTO ALLO STUDIO!
BIGLIETTI E ABBONAMENTI MENO CARI PER GLI STUDENTI!
GTT, CI HAI RUBATO TANTO:
ADESSO CI RIPRENDIAMO TUTTO!
K.S.A. (Kollettivo Studenti Autorganizzati) - http://www.ksatorino.it/
fonte: InfoAut

Rovigo: Dodicenne stuprata da un poliziotto

Si è spacciato per un ragazzo di 17 anni, le ha inviato foto fasulle poi è passato a prenderla, l'ha caricata in macchina e l'ha violentata. L'"orco" è un agente delle volanti della questura di Rovigo, accusato di violenza sessuale su una ragazzina di appena 12 anni. Il coltello sul cruscotto della macchina. L'uomo, M.T., 30 anni, di Bosaro (Rovigo), aveva contattato la piccola fingendosi un diciassettenne e inviandole un mms con una fotografia fasulla. L'aveva poi caricata sulla propria automobile, tenendo sul cruscotto in bella vista un coltello e approfittando fino in fondo del proprio ruolo e della maggiore età. Le promesse: facciamolo ancora, avrai regali. Successivamente alla prima violenza sessuale, aveva tentato di costringere la bambina ad avere altri rapporti con lui, inviandole messaggi con promessa di regali e ricariche telefoniche. La piccola si è infine confidata con la famiglia. Dopo la denuncia del padre della vittima, sono stati gli agenti della questura rodigina a indagare sul collega, a seguirne le mosse e infine ad incastrarlo. M.T. è stato arrestato su ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del tribunale di Rovigo, Carlo Negri. Ad eseguire l'arresto è stata la squadra mobile di Rovigo.

A Treviso il sindaco vieta la piazza al cous cous più grande del mondo

Una festa per la pace nel Sahara con il cous cous più grande del mondo da preparare in piazza. Dove? Purtroppo (per gli ideatori) a Treviso. Dove il sindaco Giampaolo Gobbo, leghista erede di Giancarlo Gentilini (quello delle panchine rimosse per non far sedere gli immigrati), ha immediatamente risposto: «Non se ne parla proprio». L'idea era stata del leader della comunità marocchina trevigiana Abdallah Kerzaij, che voleva finire sul Guinness dei primati utilizzando piazza dei Signori, il salotto cittadino. «Non ho ancora ricevuto la richiesta, ma una cosa è certa: in Piazza dei Signori non si fa, possono andare sulle mura», ha detto il sindaco. A dargli man forte è arrivato anche Gentilini, anche se con qualche inaspettata apertura: «In Piazza dei Signori lo escludo, la facciano sulle mura dove abbiamo già organizzato la sagra della salamella. Quando si tratta di specialità culinarie e non di moschee o di burqa non ho problemi, basta che non ci sia di mezzo la religione. Mangiare e bere va sempre bene, tra l'altro il cous cous non l'ho mai assaggiato e sarei anche curioso di farlo». Sulle mura, quelle che «hanno difeso la città dagli invasori».
fonte: il manifesto

Giovani razzisti contro tossici e rom

Molto interessante la ricerca presentata ormai qualche giorno fa (scusate il ritardo…) alla Camera dei Deputati “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”, realizzata da Swg per per la Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative delle regioni e delle province autonome.
Come è noto l’area tendenzialmente xenofoba arriva al 45,8%, mentre quella dei tolleranti si ferma prima del 40%. Nella sezione dei “razzisti” i veri estremisti sono il 10,7%. Un piccolo gruppo al quale però i ricercatori riconoscono “capacità di produrre un vero e proprio modo di essere nella società, per la sua tendenza a essere una comunità, per quanto chiusa e ristretta”.
Tra chi ha un atteggiamento aperto, quelli con una mente serena nei confronti delle interazioni con l’altro sono il 19,4% (quasi raggiunti dal 14% dei “tolleranti”).
Ma è proprio questo l’aspetto più interessante dello studio perché – giustamente – i ricercatori non si sono concentrati soltanto sullo straniero (ed è noto che questa inchiesta evidenzia una presenza molto forte del gruppo romeno-rom albanese fobico), ma sulla difficoltà per i nostri giovani di rapportarsi con il diverso da sé.
Dunque viene fuori che: è impensabile per i ragazzi tra i 18 e i 29 anni cenare con un rom, tanto quanto con un tossicodipendente. Si può invece pasteggiare con un ebreo, un extracomunitario o con un omosessuale. Se la persona seduta a tavola è musulmana, già il boccone comincia ad andare di traverso. E i vicini di casa? Ok per un ebreo o un omosessuale. Fucili spianati contro rom e (di nuovo) tossicodipendenti. Quando si tratta poi di immaginare un proprio figlio fidanzato con una persona diversa da sé le cose diventano ancora più scivolose: ebreo, mmm…va bene. Scoprire che il proprio figlio è omosessuale? E’ considerato difficile. Ma, di nuovo, la fobia scatta quando si pensa a un fidanzato rom o tossicodipendente.
Interessante “accoppiata” nell’inconscio delle nostre giovani generazioni questa tra i tossicodipendenti e i rom: considerata il molteplice e in-consapevole uso di sostanze psicotrope e la sfuggevole dimensione della “dipendenza” nella nostra società cocainizzata, sarebbe interessante dibattere con i ragazzi su quanti di loro assumono inconsciamente degli atteggiamenti che attribuirebbero al peggiore rom dei loro incubi.
Cinzia Gubbini da il manifesto

Omicidi e violenze contro gli stranieri in Italia

Dal rogo di Livorno all'assassinio di Abdul Salam Guibre, dall'omicidio del romeno Ionut Cristian Birzudel a quello del marocchino Yussuf Errahali: i delitti a sfondo razziale in Italia sono tanti, molto spesso - quando non ci sono testimoni o telecamere - liquidati sui giornali come "regolamenti di conti fra immigrati". Se poi prendiamo in esame le aggressioni, i tentati omicidi, gli stupri, i pestaggi, il numero cresce a dismisura e pone l'Italia al primo posto nell'Unione europea in quanto a violenze di matrice xenofoba e razzista. Il Gruppo EveryOne sta elaborando una ricerca su questo aspetto incredibile della società italiana e contemporaneamente collabora sullo stesso delicato argomento con importanti organismi internazionali. E' un'indagine difficile, che ha visto troppo spesso i nostri attivisti/studiosi colpiti da intimidazioni e gravi forme di repressione istituzionale, nonostante svolgiamo le nostre ricerche su mandato o in cooperazione con i più importanti enti sovrannazionali. In Italia, generalmente, politici, autorità e media cercano di evitare che i crimini contro migranti e Rom vengano divulgati nella loro realtà di delitti xenofobi. La motivazione è quella di creare nel popolo italiano la percezione che le politiche securitarie contro gli stranieri non siano identificabili con fenomeni negativi come il razzismo e la xenofobia e che, di conseguenza, l'emergenza non sia il diffondersi dell'odio razziale, ma l'innata "asocialità" e la pervicace "delittuosità" dei non italiani. Non a caso, le politiche anti-immigrati e anti-Rom vengono proposte come politiche per la legalità, la sicurezza e contro il degrado. E' una strategia mediatica che oltretutto evita il diffondersi all'estero di informazione riguardo al clima di razzismo che si è ormai diffuso a tutti i livelli. Ed è questo uno dei compiti che il nostro gruppo si è assunto: evitare che una cortina di silenzio e disinformazione copra la tragedia delle violenze e degli abusi razziali. Oltre ai casi conosciuti, è importante rilevare come in Italia si verifichino un alto numero di omicidi di stranieri senza che i colpevoli siano mai arrestati. Basta cercare su google sequenze di termini come: "cadavere immigrato omicidio", "ritrovato cadavere straniero", "trovato cadavere immigrato", "cadavere senza documenti immigrato" ecc. per rendersi conto dell'ampiezza del fenomeno e della censura politico/mediatica che lo vuole nascondere.Se nel 2008 il 25% delle vittime di violenze era straniero, in Italia (http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/italia/2009/12/03/AMFascAD-omicidi_maggior_famiglia.shtml ), oggi la percentuale è ancora più alta e spesso i media non forniscono particolari della presunta nazionalità di vittime di omicidio. Sono numeri altissimi, che non hanno uguali in Europa, perché in Italia solo il 6,7% della popolazione è straniero.
a cura del Gruppo EveryOne

23 marzo 2010

Il caso di Giuseppe Uva pestato e ucciso in caserma dai Carabinieri

Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l'uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell'ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri.
Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell'amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un'intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questo, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse questa donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall'amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando "Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!"», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell'Arma che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi. La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell'uomo, Lucia. D'altronde la descrizione del corpo martoriato di Uva, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L'avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull'utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi. Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull'accadimento». Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell'ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare». A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell'Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché questi non sono mai stati ascoltati. Il velo di omertà, la catena di complicità e il muro dell'impunità di Stato cadranno?



Luca Bresci

22 marzo 2010

Giustizia: Se i tutori dell’ordine calpestano i diritti della persona

Ora è ufficiale: secondo la commissione parlamentare Stefano Cucchi è stato sottoposto a tortura che ha provocato fratture e poi lasciato morire in un reparto ospedaliero carcerario (reparti che sono illegittimi in quanto non rispettano i diritti costituzionali e che, pertanto, chiediamo che vangano chiusi). Sarebbe opportuno simbolicamente che la regione Lazio, che ne ha parte di responsabilità, procedesse alla chiusura immediata del reparto carcerario del Pertini. Si muore in carcere e di carcere, come è avvenuto nel reparto transito del carcere di Livorno il 4 marzo scorso a Snoussi Habib, 30 anni.
Un carcere quello di Livorno dove negli ultimi 10 anni sono avvenute più di venti morti. Tra questi Marcello Lonzi, suicida secondo la versione ufficiale anche se le perizie sembrano parlare di una brutta fine, come nel caso di Aldo Bianzino e altre 10-100 vite spezzate mentre il proprio destino è sottoposto al controllo di un’autorità. In questo contesto ci tocca ritenere un risultato il recente esito dell’appello del processo sulle torture di stato perpetrate a Bolzaneto, dove tutti gli imputati hanno trovato condanna, seppur prescritta.
Ma tanto è, nell’Italia dei centri di detenzione per stranieri dove l’identificazione e l’umiliazione dura 6 mesi, dove la fabbrica della paura della Bossi-Fini-Giovanardi aggravata dall’ex Cirielli producono patrie galere con cifre da capogiro: 66.700 detenuti che sfondano la "capienza massima regolamentare", posta a 43 mila reclusi, e una media di meno di cinque metri quadri a disposizione per ogni detenuto.
Carceri che grondano di suicidi (già 14 dall’inizio dell’anno, 20 volte di più che nella vita libera) e dove il piano carceri dell’attuale governo sembra più preoccupato a fare gli ennesimi regali ai signori della calcestruzzo piuttosto che a cercare di trovare concrete soluzioni. Un governo che non ha alcuna intenzione di introdurre il reato di tortura nel codice penale e la figura del garante nazionale delle persone private della libertà personale, due leggi previste praticamente in tutti gli ordinamenti democratici dell’occidente, Italia esclusa. Un governo che preferisce accanirsi sulle leggi ad personam e sulle leggi contro la persona. Un governo di un paese dove si dimentica Rosarno e si additano i genitori di alunni stranieri come "speculatori" dello stato che offre istruzione a tutti e ha in cambio genitori extra Ue che ne approfittano, a loro dire, per evitare espulsioni.


Giovanni Russo Spena
Gennaro Santoro

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