28 febbraio 2010

Libertà per Manolo e Costantino, colpevoli di niente, incarcerati in via "preventiva"

Pubblico volentieri un comunicato che chiede la liberazione di Manolo Morlacchi e Costantino Virgili, nonché degli arrestati del 10 giugno 2009, finiti in carcere per non avere fatto un cazzo ma, forse, avere meditato di farlo, un giorno o l'altro. Nessuna prova concreta contro di loro (esattamente come nella famigerata Operazione Tramonto), le accuse su fatti specifici sono già cadute. Centrodestra e centrosinistra hanno applaudito in forma bipartisan agli arresti: i maledetti "pensavano" di dar vita a un ipotetico gruppo clandestino chiamato "Per il comunismo Brigate Rosse". E tale è l'amore per la clandestinità che Morlacchi, figlio di brigatisti, ha scritto un libro sulla sua adolescenza e osava andarlo a presentare in giro, con tanto di filmati a corredo. "Tale il padre e la madre, quale il figlio" si saranno detti gli inquirenti. Sbattiamolo in galera, non si sa mai.

Ora, devo confessare pubblicamente che io penso di costituire un nucleo di lotta clandestino. Non so ancora se chiamarlo "I Beati Paoli", "I Sublimi Maestri Perfetti", "I Compagni di Baal", "Carboneria Riformata Universale" o "Giovane Italia". Ma ci penso spesso. Dunque gli elementi cospirativi ci sono tutti. Venite ad arrestarmi, coglioni!]

(Valerio Evangelisti)

tratto da www.carmillaonline.com

Ed ecco il comunicato:

Costantino e Manolo sono stati arrestati il 18 gennaio per ordine della procura di Roma con l’accusa di associazione sovversiva e banda armata.
A distanza di sole due settimane, il tribunale del riesame ha derubricato la seconda imputazione per totale assenza di prove (non è stata trovata nessun'arma o altro minimo indizio) e il teorema accusatorio messo in piedi dai PM già scricchiola: si trovano in difficoltà ad argomentare le ragioni della cattura. Resta però l’accusa di reato associativo, l’articolo 270 bis, uno strumento giuridico molto ampio e totalmente arbitrario, sotto il quale possono finire anche semplici conversazioni; è quindi qualcosa facile da scagliare e da cui è difficile difendersi.
Non è un caso che questi arresti già così traballanti nel loro impianto abbiano avuto tanta enfasi mediatica: il clamore sui giornali è ormai parte integrante dell’inchiesta e sono le procure stesse a passare le informazioni alla ‘libera’ stampa al fine di perfezionare il lavoro di annientamento degli ambienti politici non in linea con la situazione sociale ed economica dominante. Il ragionamento delle istituzioni è questo: «dove non riesco ad arrivare a norma di legge, quello che non riesco a distruggere con il codice penale, lo stronco con la gogna mediatica gridando al pericolo pubblico, con il consenso e il compiacimento dei cittadini per bene».
I primi fatti risalgono al 10 giugno, con le perquisizione e la prima ondata di custodia cautelare. Ha stupito persino gli avvocati il fatto che il tutto sia avvenuto alle quattro del pomeriggio, andando a prendere gli imputati sui luoghi di lavoro. Il messaggio è sempre lo stesso: «non ho nulla su di te, quindi forse non riesco a sbatterti in carcere, ma intanto ti ritrovi disoccupato, con la vita incasinata».
Da allora non sono emersi nuovi elementi per giustificare il fatto che Costantino e Manolo si trovino ora a Rebibbia, se non un programma di criptazione scaricabile gratuitamente dalla rete e comunicati di condanna nei confronti della politica israeliana in Palestina
Infatti l’attacco dei magistrati è di natura tutta ideologica: i nostri compagni non sono stati arrestati per quello che (non) hanno fatto, ma per quello che sono, ovvero persone che rifiutano di chinare la testa di fronte alle ingiustizie che gridano vendetta da ogni angolo del mondo e di assoggettarsi a un modo di vivere basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Per questo chiunque altro potrebbe essere il prossimo, tutti noi potremmo finire imprigionati perché ciò che è illegale è la pretesa di una società di eguali.

COSTANTINO E MANOLO LIBERI
LIBERTA’ PER TUTTI I COMPAGNI


degli Amici di Manolo Morlacchi e Costantino Virgili

Razzismo sul treno Bologna-Venezia

“Abbiamo ricevuto una segnalazione molto preoccupante da una nostra attivista, in viaggio sul treno regionale Bologna – Venezia numero 2230, partito dal capoluogo emiliano alle ore 11.56 . Durante il tragitto e prima dell’arrivo alla stazione di Ferrara, una donna rom, che stava distribuendo bigliettini ai passeggeri chiedendo l’elemosina, è stata apostrofata con insulti dal capotreno”. Lo riferisce un comunicato comunicato del Comitato bolognese per lo sciopero del 1° marzo. Ad epiteti “come ’scema’, si sono accompagnate misure fisiche, quali spintoni. La donna rom è stata fatta scendere alla stazione di Ferrara e consegnata a due agenti della Polizia Ferroviaria, non prima che i suoi innocui bigliettini fossero sequestrati dal capotreno e stracciati. Alla nostra attivista che è intervenuta per fargli presente che aveva il diritto di chiedere il biglietto del treno e in assenza di questo di farla scendere, ma non d’insultarla e di metterle le mani addosso, il capotreno ha minacciato di fare identificare anche lei. La nostra attivista, migrante con cittadinanza italiana, non s’è fatta spaventare e s’è segnata la matricola riportata del dipendente di Trenitalia, afferente alla sede veneziana dell’azienda. A Trenitalia chiediamo che siano prese le sanzioni disciplinari del caso e che si accerti che simili episodi di intolleranza razzista non abbiano albergo tra i propri dipendenti ”.

fonte: zic.it

26 febbraio 2010

Taranto: Per il il Pm Perrone i Cobas sono una associazione sovversiva

La richiesta di condanna più alta è di 4 anni di carcere per Salvatore Stasi, esponente Cobas tra il 2001 e il 2002.
Il pm Ida Perrone, titolare della pubblica accusa per il processo che riguarda fatti e manifestazioni tra la primavera del 2001 e quela del 2002 a Taranto, ritiene gli esponenti dei Cobas-Taranto resoponsabili di associazione, apologia e propaganda sovversiva.
Nel mirino dell’accusa l’azione politica e la protesta anti no-global prima , durante e dopo il G8 di Genova del 2001.
Tra le accuse il lancio di uova verso la poizia durante le manifestazioni, intercettazioni telefoniche da cui si evincerebbe la volontà dei manifestanti di oltrepassare la zona rossa di Genova, creata per “difendere” dalle proteste i “potenti della Terra” e la presunta aggressione a un esponente di Forza Nuova.
Il 10 marzo replicherà alle tesi dell’accusa il collegio degli avvocati della difesa.


fonte: Radio Popolare Salento

11 detenuti suicidi da inizio anno

Il sovraffollamento e la mancanza di attività fuori dalla cella triplicano la frequenza dei suicidi: è il risultato di uno studio sulle 11 carceri teatro delle ultime morti.

Con il suicidio avvenuto ieri nel carcere di Vibo Valentia salgono a 11 i detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno. Erano in prevalenza persone giovani (6 con meno di 30 anni) e in carcere per reati non gravi, alcuni appena arrestati ed altri prossimi alla scarcerazione (solo in 3 casi si prospettavano detenzioni lunghe), 8 italiani e 3 stranieri.
Questi suicidi non sono quindi legati alla disperazione di chi sa di dover passare molti anni in carcere, ma piuttosto all’angoscia di un “presente” che spesso significa sovraffollamento pauroso, assenza di attività trattamentali, negazione di ogni dignità umana.
Vincenzo Balsamo, suicida a Fermo martedì scorso, prima di morire aveva presentato un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo contro il sovraffollamento del carcere dove era ristretto. L’Associazione Antigone si è fatta tramite della sua istanza e di altre 1.200 identiche: tutti citano in giudizio lo Stato italiano per la violazione dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, che proibisce di sottoporre i detenuti a “trattamenti inumani e degradanti”. Ma anche altre Associazioni ed i Radicali si stanno facendo carico dell’invio dei ricorsi alla CEDU, che oramai si contano a migliaia.


Cosa accadrà quando la Corte di Strasburgo emetterà migliaia di sentenze, inevitabilmente di condanna, nei confronti dell’Italia?

Il verdetto sul caso-pilota Sulejmanovic c. Italia (n° 22635/03), conclusosi nel luglio 2009, non lascia scampo: un detenuto deve avere a disposizione almeno 3,5 mq di spazio e deve poter trascorrere fuori dalla cella almeno 6 ore al giorno. In caso contrario è vittima di “trattamento inumano e degradante” e ha diritto a un risarcimento economico per il danno subito.
Oggi quasi nessun carcere italiano rispetta i criteri minimi stabiliti dall’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo. Nelle celle di 6 mq ci sono 3 detenuti, in quelle da 12 mq anche 10 detenuti.
Le “ore d’aria” generalmente sono 4 al giorno (ma negli istituti più sovraffollati bisogna fare i turni anche per i cortili dei passeggi, così si riducono a 2, o anche meno)… mentre la Convenzione dei Diritti dell’Uomo stabilisce in 6 ore il tempo minimo da concedere fuori dalla cella!

Sovraffollamento e suicidi

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, in collaborazione con il Volontariato, sta mettendo a punto un “piano” per la prevenzione dei suicidi che contiene misure volte a migliorare - per quanto possibile nell’attuale stato di “emergenza” - le condizioni di vita dei detenuti.
Ma certamente non sarà possibile risolvere, almeno in tempi brevi, la “questione” del sovraffollamento, maggiore responsabile dell’invivibilità del carcere.
Confrontando il tasso di sovraffollamento delle 11 carceri dove sono avvenuti i suicidi di quest’anno con il numero totale dei suicidi registrativi negli ultimi cinque anni (vedi tabella sotto) è emerso che la frequenza dei suicidi arriva a triplicare nelle condizioni di maggiore affollamento, ma anche di particolare fatiscenza delle celle e assenza di attività trattamentali.
Il “primato negativo” spetta al Carcere di Cagliari
, con 506 detenuti (affollamento al 146%) e 11 suicidi in 5 anni, con la frequenza di 1 suicidio ogni 46 detenuti. A San Vittore, con 1.127 detenuti (affollamento al 242%) e 13 suicidi in 5 anni, la frequenza è di 1 suicidio ogni 86 detenuti; quindi l’affollamento è quasi doppio, ma ci si suicida la metà!
Per capirne di più su questo apparente paradosso basta leggere alcuni passaggi riguardanti il carcere di Cagliari tratti dal “Rapporto sulle carceri” dell’Associazione Antigone:
La struttura edilizia è fatiscente e inadeguata. La manutenzione è occasionale e risente dei pochi finanziamenti disponibili…”. “Fuori dalla cella solo le quattro ore d’aria. Spazi di socialità ridotti, quasi nulli. L’aria e la socialità goduti da tutti i detenuti con molte limitazioni per carenza di spazi…”. “Le attività culturali e ricreative sono limitatissime per mancanza di spazi così non esistono attività sportive per totale carenza di spazi…”. “Nessun progetto di reinserimento viene preparato. I trasferimenti vengono comunicati appena prima e di solito per motivi disciplinari…”.
Sulmona, che ha la triste nomea di “carcere dei suicidi”, si colloca al secondo posto: con 481 detenuti, affollamento al 159% e 6 suicidi negli ultimi 5 anni registra una frequenza di un suicidio ogni 80 detenuti.
Il carcere meno affollato è Spoleto: 565 detenuti e affollamento al 124%; in 5 anni vi sono avvenuti 5 suicidi, 1 suicidio ogni 113 detenuti (la metà di San Vittore e 1/3 del Buoncammino di Cagliari).
Il carcere con la minore frequenza di suicidi è Verona, nonostante un affollamento del 162% (956 detenuti e 3 suicidi in 5 anni, pari alla frequenza di 1 suicidio ogni 318 detenuti). Questo risultato positivo è probabilmente in relazione con le numerose attività lavorative, culturali e sportive che vi si svolgono e che consentono ai detenuti di trascorrere parte della giornata fuori dalla cella.
Infine le carceri di Fermo e di Altamura (1 suicidio per ciascuna in cinque anni) presentano un tasso di suicidi molto elevato, ma non indicativo, in quanto rapportato a un numero limitato di detenuti (rispettivamente 68 e 84).



fonte: Osservatorio permanente sulle morti in carcere

25 febbraio 2010

La famigliadi Stefano Cucchi: perchè non possiamo vedere le radiografie?

«Ancora una volta ci arriva documentazione che non c’entra nulla. E’ la quarta volta che il nostro perito ha ricevuto materiale inutile, mentre noi continuiamo a rincorrere ciò che è nostro sacrosanto diritto ricevere: le foto della Tac e le radiografie eseguite nel corso della seconda autopsia disposta dal pm - ha ripetuto ieri Fabio Anselmo, legale della famiglia di Stefano Cucchi - l’avvocato Piccioni lunedì scorso ha ritirato un pacco per Fineschi all’Istituto di Medicina legale e non contiene, di nuovo, il materiale richiesto».

24 febbraio 2010

G8 Genova: chieste 27 condanne per la mattanza alla scuola Diaz

Il sostituto procuratore generale Pio Machiavello ha formulato ventisette richieste di pena, da un minimo di 4 anni di reclusione a un massimo di 4 anni e dieci mesi, nel processo di appello per la sanguinosa irruzione alla scuola "Diaz" nel luglio 2001, durante il G8 di Genova. Sono tutti funzionari e agenti della polizia di stato. Nel dettaglio: Giovanni Luperi e Francesco Gratteri 4 anni e 10 mesi; Gilberto Caldarozzi, Spartaco Mortola, Nando Dominici,
Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini e Carlo Di Sarro 4 anni e 6 mesi; Massimo Mazzoni, Davide Di Novi e Renzo Cerchi 4 anni e 2 mesi; Vincenzo Canterini 4 anni e 10 mesi; Michelangelo Fournier, Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone 4 anni; Massimo Nucera e Maurizio Panzieri 4 anni e 2 mesi; Pietro Troiani, Michele Burgio e Salvatore Gava 4 anni e 10 mesi. Il sostituto procuratore ha dichiarato il non doversi procedere per un solo imputato, Luigi Fazio, accusato di percosse, in quanto reato prescritto. «C'e' una giustizia alterna e altalenante. Che queste persone abbiano compiuto atti anche terribili o siano responsabili del fatto di averli lasciati compiere e' ormai una verita' storica. E' importante che sia la giustizia a ratificarlo. Questo certo e' molto importante». Questo, a CNRmedia, il commento a caldo di Heidi Giuliani sulle richieste di condanna nel processo di secondo grado a carico di 27 funzionari e agenti di polizia in relazione ai fatti del G8 di Genova del 2001, in particolare l'assalto alla scuola Diaz. «Non dimentico mai - continua Haidi Giuliani - che alcuni dei manifestanti condannati in secondo grado anche a dieci, undici anni di reclusione, non hanno ammazzato nessuno. I quattro poliziotti, invece, che a Ferrara hanno ammazzato Federico Aldovrandi hanno avuto una condanna a dodici anni tutti e quattro insieme. Non ci puo' essere una simile differenza di trattamento e di giudizio. E voglio ricordare che mio figlio non ha avuto neanche un processo?», ha concluso Heidi Giuliani.

Carcere, ancora suicidi. Due in un giorno

Altri 2 suicidi in un giorno all’interno di un carcere. E con questi sono ben 10 dall’inizio del 2010. Stavolta teatro del tragico gesto non è stato una grande struttura carceraria di una metropoli ma il carcere di una città di provincia, Fermo. A togliersi la vita impiccandosi è stato ieri un cinquantenne originario del sud Italia ma residente a Porto Sant’Elpidio (Fermo). L’uomo ha approfittato di un momento di distrazione degli altri detenuti e ha messo in atto il suo proposito. Nonostante i soccorsi, non c’è stato nulla da fare. In attesa dell’esame autoptico, la procura della Repubblica del Tribunale di Fermo ha aperto un’inchiesta sull’accaduto. Il secondo suicidio si è verificato invece nella casa di reclusione di Padova. A togliersi la vita stavolta un giovane tunisino di 27 anni, che si è impiccato nella sua cella usando le lenzuola in dotazione. Anche in questo caso a nulla sono valsi i soccorsi prestati da compagni di cella e personale di sorveglianza.
Dunque, la tregua è finita? Sulla vicenda interviene la Uil Pa Penitenziari. “Davvero non c’è troppa voglia di commentare quest’ennesima morte in carcere – dichiara Eugenio Sano, segretario generale dell’organizzazione -. Abbiamo deciso di surrogare l’amministrazione penitenziaria in tema di comunicazione e trasparenza. Non possiamo non rimettere al Capo del Dap, Ionta, ma allo stesso ministro Alfano l’opportunità di ritirare le disposizioni in atto per le quali il personale penitenziario non fornire alcuna notizia o comunicazione se non prima debitamente autorizzata dallo stesso Capo del Dap. Questa politica oscurantista non solo opacizza la dovuta comunicazione ma getta ombre sinistre sul sistema penitenziario alimentando quelle gogne mediatiche di cui paga un prezzo salatissimo tutto il personale“.
Il suicidio di ieri sera rinfocola vecchie polemiche. La Uil, infatti, torna a ribadire che anche a Padova vi siano tante criticità: “Questa morte conferma quanto da noi sostenuto da tempo immemore. Padova non è quell’ Eden penitenziario di cui sui favoleggia. Anche in quella struttura - denuncia Sarno - ci sono evidenti criticità, il più delle volte occultate o sottaciute. Solo un’ abile e massiccia operazione mediatica ha reso possibile che le masse si convincessero che fare panettoni in carcere significasse essere in una oasi felice, che nei fatti non c’è. Questo suicidio è la più spietata delle denunce sulle vere condizioni della Casa di Reclusione di Padova, tra l’altro da noi denunciate attraverso una relazione redatta al termine di una mia visita effettuata il 18 novembre del 2008.
E conclude: “Purtroppo le personalità che visitano gli istituti lo fanno attraverso percorsi individuati dagli amministratori del carcere. Sarebbe il caso, e lo dico soprattutto al sottosegretario Casellati, che si visitassero le strutture in tutta la loro estensione e mettendo il naso in tutti gli ambienti. Nascondere la polvere sotto il tappeto è operazione inutile, anzi dannosa. Una cosa deve essere chiara: i tanto declamati percorsi trattamentali e risocializzanti di Padova non riguardano l’intera popolazione detenuta e sono possibili solo ed esclusivamente penalizzando il personale che è sottoposto ad incredibili carichi di lavoro ed alla quotidiana contrizione dei diritti soggettivi”.
E oggi, nella sede del Dap di Largo Daga, si svolgerà un incontro tra Sebastiano Ardita (Direzione generale dei detenuti e del trattamento) e una rappresentanza delle associazioni di volontariato in carcere, con in agenda l’avvio di un monitoraggio nazionale delle iniziative di prevenzione dei suicidi messe finora in atto dai singoli Istituti di pena.
fonte: Liberazione

L'Acta ridisegna Internet: la rete sarà meno libera e più controllata

Avevano ragione, dunque, i più pessimisti. Sembra proprio che le misteriosissime e segretissime riunioni dell’Acta (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), una sorta di conferenza dei paesi ricchi formata a difesa del libero commercio, ridisegnerà la rete. Ridisegnerà Internet, almeno così come l’abbiamo conosciuta. Naturalmente di “ufficiale” non c’è nulla ma dopo l’ultimo incontro – quindici giorni fa in Messico – qualcuno è riuscito a procurarsi la bozza del documento su cui i “potenti” stanno discutendo. Una “bozza” scritta dal delegato americano.
Un testo – rivelato per primo in Italia da scambioetico.org – che ha subito fatto scattare l’allarme fra le organizzazioni che si battono per la libertà della rete.
Di che si tratta? Innanzitutto c’è la conferma che l’Acta – che prese il via, ricordiamolo, per impedire la contraffazione dei prodotti medicinali – avrà un capitolo tutto e solo dedicato ad Internet. Inspirato alla filosofia americana, anzi meglio: alla vecchia filosofia dell’ex presidente Bush che varò negli anni scorsi il Patriot Act, quello che in pratica consente qualsiasi violazione della privacy in nome della sicurezza. In questo caso, nel caso dell’Acta, però non si fa più neanche riferimento al “pretesto” della sicurezza. Esplicitamente si parla della “necessità di difendere il copyright”. Come? In due parole si può dire che tutto il documento è ispirato alla logica del “notice and takedown”. Significa che i possessori dei diritti d’autore, le major insomma, potranno “avvertire e procedere”. Basterà che qualcuno mandi un e-mail a chi è sospettato di scaricare dalla rete materiale coperto da copyright e si potrà procedere con le punizioni. Saltando a pie’ pari processi, inchieste. Ribaltando, insomma, la logica processuale che vige nei paesi del vecchio continente: spetta all’accusa dimostrare la colpevolezza, non il contrario. E soprattutto spetta ai giudici stabilire cosa è consentito e cosa no. Con la pratica del "notice e takedown" prima si blocca la connessione al "sospettato" poi si vede in aula se quella misura era giusta o no.
Di più, di più devastante. Sempre secondo il testo circolato, i paesi, i più potenti paesi del mondo, stabiliranno il principio per cui i provider – le aziende che forniscono la connettività in rete – sono responsabili del materiale che circola su Internet. E’ un po’ come se le vecchie compagnie telefoniche si fossero trovate all'improvviso una legge che le considerava colpevoli se qualcuno, alla cornetta, pronunciava un’offesa a qualcun altro. I provider, insoma, dovranno diventare “i poliziotti della rete”. Cosa che era stata esplicitamente esclusa dalla recente legge europea, da quel complesso pacchetto di norme e provvedimenti che va sotto il nome di Pacchetto Telecom.
Naturalmente, i protagonisti, i gioverni dell'Acta sono ultra-arrabbiati che la bozza di documento sia circolata in rete. Anche perché c’è tempo per bloccarla. La prossima riunione è in programma a novembre in Nuiav Zelanda. Spazio e tempo per far sentire la voce della rete ce n’è.
fonte: Liberazione

Mantova, asilo comunale accetta solo bambini cristiani

E adesso abbiamo anche un asilo comunale per soli bimbi ”cristiani”. Accade a Goito, paesino i provincia di Mantova. Dove l’amministrazione di centrodestra (Pdl-Lega-Udc) ha approvato un regolamento dove all’articolo 1 c’è scritto che possono accedere all’asilo solo bambini appartenenti a famiglie che accettano«l’ispirazione cristiana della vita». L’opposizione ha inviato un esposto all’Anci, chiedendo all’associazione di fare pressione sull’amministrazione comunale affinchè questo regolamento non venga applicato. In risposta il sindaco, Anita Marchetti, ha fatto sapere che «pur essendo l’asilo pubblico, da sempre viene gestito secondo criteri che si ispirano al cristianesimo»; di conseguenza non c’è nulla di incostituzionale, secondo lei, nell’approvare una tale norma. Che è giustificata quindi da una tradizione. E’ chiaro che nei fatti la provenienza da una famiglia cattolica o cristiana, esclude di fatto i bambini di famiglie di diverso orientamento religioso nonché i figli delle coppie di fatto o di genitori divorziati.

22 febbraio 2010

Vasto (CH): espulsa una ragazza russa. Aveva un lavoro regolare e viveva in Italia da 12 anni

E' successo a Vasto, e la protagonista è una ragazza russa. E' uscita di casa per andare dai carabinieri. Il giorno precedente era stata trovata senza il talloncino dell'assicurazione esposto: voleva capire come risolvere il problema, ma il problema si è improvvisamente aggravato.
Nell'ufficio si sono accorti che il suo permesso di soggiorno era scaduto, ed in quel momento si è accorta che per lo Stato italiano lei era considerata una criminale, e come una criminale è stata trattata. Non è importato a nessuno che lavorasse regolarmente in Italia da dodici anni, non è importato a nessuno che fosse regolarmente assunta, non è importato a nessuno dei suoi dodici anni di contributi generosamente donati allo Stato italiano, non è importato a nessuno che in Italia avesse degli affetti, degli amici, che in Italia fosse la sua vita. E' stata trattenuta dalle 10 del mattino alle sette di sera, è stata accompagnata a casa per "consentirle" di fare una veloce valigia, è stata trasportata in uno di quei posti che lo Stato italiano chiama centri di identificazione ed espulsione, ma che in realtà sono carceri sovraffollati, dove le persone vengono trattate ai limiti della umana decenza. Dopo neanche dieci giorni, e prima ancora che il suo ricorso fosse discusso è stata presa e rispedita nel suo Paese. Così a noi che non l'abbiamo neppure potuta salutare, non rimane che indignarci e riflettere sulla deriva che il nostro paese ha preso. Un governo che è forte con i deboli e debole con i forti. Un governo che preferisce insieme al suo apparato mediatico, creare paure e non affrontare problemi. Un governo che nulla ha fatto per regolarizzare quegli immigrati che sono entrati in Italia prima della legge Bossi-Fini favorendo la clandestinità e chi lucra sulla clandestinità, un governo che preferisce introdurre il reato di clandestinità piuttosto che regolare le entrate degli immigrati. Noi ci chiediamo come sia possibile ignorare i princìpi che tutelano la dignità dell'essere umano, ci chiediamo come possa passare sotto silenzio questa storia, che non ha trovato spazio sui giornali locali e di cui si è occupato solo un blog (semidiceviprima.com), ci ribelliamo all'assopimento che tentano di imporci e alziamo la voce davanti a queste ingiustizie, sperando di essere il sassolino che fa cadere una valanga.



Roma: Si apre il prcesso contro contro Massimo Papini colpevole di essere l'ex fidanzato di Blefari

Si apre oggi presso l'aula bunker di Rebibbia il processo contro Massimo Papini, 35 anni, romano. Un appuntamento atteso dopo la morte di Diana Blefari Melazzi, la sua ex fidanzata finita in carcere nel 2003 per appartenenza alle cosiddette "nuove Brigate rosse" e suicidatasi il 31 ottobre scorso nel carcere di Rebibbia. Una morte "annunciata" che fece parlare di «uso della malattia come strumento d'indagine». Diana Blefari Melazzi, infatti, mise fine ai suoi giorni esattamente un mese dopo l'arresto del suo ex compagno che aveva tentato di scagionare fino all'ultimo. La sostanza delle accuse mosse contro Papini ruotano tutte attorno al suo rapporto con la donna, prima sentimentale poi d'amicizia, proseguito anche dopo il suo arresto attraverso un intenso scambio di lettere e poi grazie alle visite in carcere, autorizzate dall'amministrazione penitenziaria proprio in ragione delle pessime condizioni di salute mentale in cui versava la detenuta. Papini teneva un diario degli incontri, come gli avevano chiesto i medici, anche se questi erano tutti monitorati dalla polizia nella speranza che la detenuta nel corso dei colloqui si abbandonasse a qualche confidenza. In fondo l'arcano della detenzione di Papini è tutto qui, nella convinzione degli inquirenti che la Blefari conservasse dei segreti: dal luogo dove sarebbero state nascoste le armi del gruppo, all'identità di un altro presunto componente del commando che colpì Marco Biagi. L'incarcerazione di Papini poteva servire da strumento di pressione. «L'attività investigativa sul territorio nazionale - aveva spiegato subito dopo il suo arresto uno dei massimi responsabili della polizia di prevenzione - non si è mai arrestata e non avrà tregua finché non saranno rinvenute le armi utilizzate». Un convincimento rivelatosi letale. Il dibattimento che si aprirà domani non è pero la prima verifica giudiziaria di un'inchiesta. Dopo anni d'indagini, pedinamenti e intercettazioni, già alla fine del 2008 la procura di Bologna chiese il suo arresto, asserendo un suo coinvolgimento nella rivendicazione dell'attentato Biagi. ll gip però ritenne gli elementi depositati dall'accusa inadeguati. Il suo cellulare risultava agganciato alle 20,14 ad una cella vicino alla stazione Termini, zona di passaggio obbligata per rientrare nella sua abitazione, dove alle 21,55 venne effettuata la rivendicazione dell'attentato. Ma le indagini hanno provato che già alle 20,19 era al suo telefono di casa. Insomma non c'entrava nulla.
 Passati gli atti alla procura romana, sulla base degli stessi elementi e soprattutto per il fatto di aver continuato a seguire la sua ex fidanzata, Papini è stato arrestato il primo ottobre scorso. Il capo d'imputazione parla di un'appartenenza al sodalizio sovversivo defilata e in relazione con unico «referente», la Blefari per l'appunto, condotta dal 1996 fino alla data dell'arresto. Questa tracimazione temporale dell'accusa solleva non poche perplessità: primo perché Papini viene descritto per ben 13 anni come un aspirante militante sempre alla porte delle "nuove Br", anche quando non esistevano; in secondo luogo perché la procura ritiene ancora in attività la sigla Br-pcc. Ostinata tesi investigativa che sorpassa anche i più agguerriti accanimenti terapeutici. All'antiterrorismo sarebbero in grado di resuscitare persino la mummia di Tuthankamon pur di autogiustificare la loro attività, che negli ultimi tempi si distingue per una marcata propensione alla contestazione di reati che ancora non hanno preso forma. Contro Papini non c'è uno straccio di accusa per fatti specifici, gli si rimproverano soltanto dei contatti con la Blefari ritenuti sospetti. Tutto nasce dall'interpretazione di un documento, definito «Attosta», una specie di manuale con il quale le "nuove Br" stabilivano le condotte cospirative da seguire. Per esempio, l'uso "dedicato ad un solo utente" delle carte telefoniche prepagate, o il ricorso sistematico a telefoni pubblici, erano indicati come le modalità di contatto tra militanti. Solo che nel suo rapporto con la Blefari, Papini, che pur accetta di chiamare da un certo momento in poi la sua amica in questo modo, venendo incontro ad una sua richiesta ritenuta un «po' paranoica» dopo il suicidio della madre nel 2001, non rispetta mai alla lettera le prescrizioni. Rilevanti ai fini difensivi appaiono invece alcune lettere della Blefari, quella che gli lascia nell'ottobre 2003 poco prima di darsi alla latitanza: «Immagino che avrai un milione di dubbi, domande, ti starai spiegando adesso le mie "stranezze" e "paranoie" ma ora non ti posso spiegare»; o le altre dal carcere dove si dice, «grata… perché non mi avete ripudiato», sottolinea che «un conto sono i rapporti personali, ed un conto quelli politici», fino a quella più esplicita, «visto che ora la mia identità politica clandestina ha l'opportunità di diventare pubblica, causa forza maggiore. Sta a te scegliere se continuare il nostro rapporto». Massimo Papini non ha mai avuto esitazioni. Ma oggi anche l'affetto e la solidarietà possono diventare un reato.

Paolo Persichetti da Liberazione


Ferrara: Sahid ucciso dall'indifferenza e dai pacchetti sicurezza

Non esiste San Valentino per chi è clandestino. Sahid Belamel è morto nel giorno degli innnamorati, domenica scorsa, a Ferrara, dopo aver agonizzato mezzo nudo e ferito ai bordi di una strada. Il freddo del primo mattino lo ha stroncato. O forse sarebbe meglio dire che l'ha ammazzato l'indifferenza. Perché Sahid l'hanno visto in tanti. Aveva venticinque anni. Era bello ed elegante, dicono i suoi amici. La squadra mobile estense indaga per capire se ci siano state eventuali omissioni di soccorso nelle tre ore fatali.
Zona piccola e media industria: così si chiama il quartiere a nord, oltre le mura storiche. Sahid dormiva in centro, in Via Boiardo 90, con due marocchini come lui. Lavorava come garzone in un fornaio. Si doveva sposare presto al suo paese.Sabato 13, probabilmente, vive quella che da queste parti chiamano la "seratona". L'ultima. Cena e dopocena con amici in due locali e dopo, forse, è stato cacciato dall'ultimo posto, una balera. Dal suo cellulare è stato chiamato un taxi. L'autista ha detto che Sahid aveva bisogno di un'ambulanza e se n'è andato. Nessuno, però, ha chiamato il 118. Erano le quattro e mezza della notte. Alle cinque lo vedono barcollare. La scena è impressa nei nastri delle telecamere di sorveglianza di una delle aziende della zona. Si vedono le macchine che passano, rallentano. Ma non si fermano. La "seratona" ha preso la piega peggiore. L'autopsia dirà che Sahid poteva essere salvato. Se qualcuno lo avesse aiutato nelle tre ore di agonia sarebbe ancora vivo.
Perché è morto assiderato, Sahid.
Nel filmato è ancora vestito e si incammina in direzione del canale. Potrebbe essere scivolato ed essersi bagnato i vestiti che poi si leverà. In un secondo frame, che gli investigatori giudicano drammatico, è mezzo nudo e chiede aiuto. Inciampa, batte la testa. Si trascina su gomiti e ginocchia. Un'auto rallenta, poi riparte. E Sahid sbatte la testa sull'asfalto. Alle 8 e mezza lo trova una guardia giurata, rannicchiato, che sbatteva la fronte sull'asfalto con le ultime forze. Nei calzoni, ritrovati i pomeriggio di lunedì, c'era un contratto di lavoro che l'avrebbe messo a posto con la Bossi-Fini.
La reazione della città: «In redazione ci stanno arrivando molti commenti sulla vicenda shoccante - dice Marco Zavagli, giovane direttore di Estense.com , primo quotidiano telematico in città - c'è chi pensa che in fondo se la sia cercata e chi è sconvolto e per fortuna riesce ancora a scandalizzarsi. Come per Federico Aldrovandi. Il partito più folto, però, è quello che dice che non si può restare indifferenti».
Anche il giornale cittadino, La Nuova Ferrara , s'è voluto far carico del carico di angoscia per la fine di Sahid e ieri ha pubblicato un necrologio a tutta pagina -"Morto nell'indifferenza generale" - voluto dal direttore Paolo Boldrini.«Se l'intolleranza nei confronti degli immigrati - scrive una lettrice - è salita a livelli inconcepibili, è perché sono state alimentate ad arte le paure inconsce della popolazione». Don Domenico Bedin, prete di frontiera, dalle stesse colonne, lancia un confronto con un'altra vicenda, quella di Federico Aldrovandi. «Il far finta di non vedere per non compromettersi, è stata la costante anche della vicenda di Federico, rotta solo da una camerunense (la supertestimone Annemarie Tsaguie, ndr) che in qualche modo ci ha redenti. Ma non abbiamo imparato la lezione». Ancora su quel giornale, interviene Patrizia Moretti, la mamma di Federico: «Mi viene da dire che molto più di noi, gli immigrati hanno mantenuto intatto quel senso di solidarietà e fratellanza che da noi è andato perduto. Siamo diventati più chiusi e individualisti, abbiamo perso la capacità di empatia nei confronti del prossimo. Qualità che invece le popolazioni più povere hanno conservato, come i bambini. Mi fa pensare ai racconti di mio nonno, quando mi parlava della guerra e dei pericoli e delle privazioni che la gente allora doveva affrontare. Ma che proprio per quei pericoli e quelle privazioni era più portata a tendere la mano verso gli altri, a sostenersi l'un l'altro. Ecco, questo credo sia il grande insegnamento che gli immigrati possono riuscire a darci».
«E' la nebbiosità di questa che uccide, lo abbiamo toccato con mano quando abbiamo dato una mano al comitato Aldrovandi - dice a Liberazione, Elisa Corridoni, della segreteria provinciale di Rifondazione - a maggior ragione si conferma l'urgenza dello sciopero migrante del primo marzo. Anche qui ci sarà una manifestazione quel giorno».

Checchino Antonini

Omicidio Verbano, distrutti i reperti che avrebbero riaperto il caso

Nel settembre di due anni fa, all'inizio delle ricerche per la mia tesi su Valerio Verbano, esistevano a Piazzale Clodio due faldoni distinti. Uno sul processo contro di lui del 20 aprile 1979 e l'altro riguardante l'omicidio di Valerio del 22 febbraio 1980. Del primo ho ricevuto copia integrale, però senza alcuni documenti e fotografie sequestrate dalla Digos il giorno del suo arresto. Del materiale sull'istruttoria per l'omicidio contro ignoti, venni informato dalla segreteria della Presidenza del Tribunale, dopo oltre un mese di attesa, che era mancante del "faldone portante". A un mese dalla misteriosa sparizione, con la madre di Verbano, abbiamo informato la stampa e il giorno stesso Il Velino ha scritto che il faldone era stato prontamente ritrovato da un carabiniere in un archivio separato della Procura. Questa notizia era falsa.
Due settimane dopo l'Ansa riportava invece che il faldone era stato ritrovato «fuori posto» vicino al suo luogo naturale: il vecchio archivio del giudice istruttore (...) All'interno del faldone non si trovava però il "dossier Verbano", l'ingente materiale sequestrato in casa Verbano dalla Digos e nessuno ha saputo darmene spiegazione. (...)Il 26 febbraio 1980, quattro giorni dopo l'omicidio, i legali della famiglia informarono l'opinione pubblica che la documentazione era sparita dall'ufficio corpi di reato. Due giorni dopo la documentazione, sotto forma di fotocopia, fu consegnata dalla Digos di Roma al Giudice D'Angelo, che ne fornì una copia al collega Mario Amato che stava indagando sull'estrema destra, prima di essere assassinato dai Nar il 26 giugno 1980. Nell'ottobre 1980 D'Angelo rifiutò di consegnare una copia di quella documentazione ai legali della famiglia Verbano. Nel 1984 la Corte d'Appello di Roma ordina la distruzione del reperto come "prova non più interessante ai fini processuali". A oggi, l'ufficio corpi di reato non mi ha fornito alcuna prova di quella distruzione. (...)
Il 20 aprile '79 Valerio e quattro suoi amici vengono arrestati in un cascinale abbandonato nella Borgata Fidene. Fra l'altro, in casa Verbano, furono sequestrati una rubrica marrone, «contenente - dice il verbale - un elenco di nomi principiante con "A. Sergio e terminante con Z. Salvatore con stampigliato simbolo raffigurante la falce, il martello e un fucile» - e altri due quaderni con elenchi di persone e ritagli di giornale. Poi altri 26 liste di persone, l'agenda di Valerio del '77. Il verbale parla anche di «Consegne di pattuglie di Polizia Stradale, ricostituiti, parzialmente, fra vari frammenti costituiti da 6 fogli interi e 8 frammenti, altri quattro fogli di varia dimensione contenenti nomi e indirizzi;dodici fotocopie di scritti a mano su carta quadrettata; tre fogli di nomi scritta a macchina, altri sei a quadretti manoscritti, quattro fogli con indirizzi vari, un opuscolo di 48 pagine, «cominciante con "Martedì 4 Novembre" e terminante con "….che non hanno uguali"»; e tre foto di «appartenenti a forze dell'ordine». (...)
L'8 marzo 1980 una telefonata anonima in questura afferma che Walter Sordi, arrestato 9 giorni prima per il lancio di molotov contro "Paese Sera", è implicato nel delitto Verbano. Ma Sordi, pentito, attribuirà la responsabilità dell'omicidio ai fratelli Bracci a Massimo Carminati, anche loro terroristi dei Nar e in affari stretti con la Banda della Magliana. Nel settembre 1980 la vicenda del dossier torna prepotentemente sui giornali mentre si svolgono le indagini sulla strage di Bologna che portano all'arresto di decine di estremisti di destra in tutta Italia. Si sostiene un legame fra la morte di Verbano, quella del giudice Amato e la strage di Bologna. 1981: la pentita neofascista Laura Lauricella fa indagare Egidio Giuliani (Nar) e Roberto Nistri (Terza posizione). Ma entrambi negheranno. Ma le dichiarazioni dei pentiti non saranno comprovate da fatti. Dopo nove anni la lunga istruttoria non riesce a trasformarsi in un processo. (...) Per il rotolo di nastro adesivo usato per immobilizzare i coniugi Verbano, il guinzaglio, il passamontagna e il berretto di lana degli assassini, unitamente al negativo della pellicola estratta dalla macchina fotografica di Valerio, viene ordinata la distruzione. La distruzione di questi corpi di reato impedisce di fatto qualsiasi altra indagine scientifica successiva. Oggi che l'analisi del dna è possibile anche da campioni minimi di materiale biologico, sarebbe stato possibile riaprire il caso a partire proprio da quelle prove distrutte.
Ad oggi nessun magistrato sta indagando per scoprire questa verità.

Marco Capoccetti Boccia da Liberazione


21 febbraio 2010

Pratola Serra (Avellino): Polizia carica presidio operaio

Circa 300 operai della Fma di Pratola Serra (Avellino), che produce motori per la Fiat, hanno bloccato i tir che stamattina, dopo l'intervento della polizia, erano riusciti ad entrare all'interno dello stabilimento per caricare motori diretti a Cassino e in Turchia. Il presidio degli operai ha bloccato i tir, usciti dallo stabilimento, nei pressi della Novolegno, un'azienda del nucleo industriale di Avellino a trecento metri dallo stabilimento Fma.
Successivamente la polizia è intervenuta nuovamente, rimuovendo anche questo blocco. Gli operai, che hanno fatto resistenza passiva, sono stati allontanati dagli agenti. Ci sono stati momenti di forte tensione. Davanti alla Fma sono anche arrivati alcuni sindaci della zona con la fascia tricolore per solidarizzare con gli operai.
La protesta dei lavoratori, in corso da lunedì, è finalizzata a sensibilizzare le autorità e l'opinione pubblica sui problemi dell'azienda, nella quale una parte dei 1.700 dipendenti è stata posta in cassa integrazione straorinaria. I sindacati interni della Fma avevano dichiarato l'intenzione di mantenere il presidio anche per la prossima settimana, in attesa dell'incontro fissato per venerdì 26 febbraio a Roma, al ministero per lo Sviluppo economico, al quale parteciperanno i vertici Fiat e quelli del sindacato metalmeccanico. Lunedì ad Avellino si svolgerà un consiglio provinciale monotematico proprio sul problema della Fma.
Fiom: Fiat ha superato ogni limite di decenza. «La Fiat è responsabile dell'intervento della polizia che, con ingenti forze, ha accerchiato il presidio dei lavoratori ed è intervenuta per rimuoverlo, nonostante la presenza di sindaci fra i lavoratori» ha detto il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, secondo il quale «l'atteggiamento della Fiat ha superato ogni limite di decenza e di possibili relazioni sociali e sindacali. Sappiano l'azienda e il governo che con questi atteggiamenti si rendono responsabili del clima di tensione che inevitabilmente crescerà in tutti gli stabilimenti Fiat. Non è possibile che la Fiat prepari con l'intervento della polizia l'incontro già fissato per il 26 febbraio sulla situazione della Fma. La Fiom è totalmente solidale con i lavoratori e domani, nell'assemblea che si terrà davanti ai cancelli, si decideranno ulteriori iniziative. La Fiom invita i lavoratori degli altri stabilimenti a decidere opportune iniziative di solidarietà nei confronti dei lavoratori di Pratola Serra».
Paolo Ferrero portavoce della Federazione della Sinistra:  Vergognoso impegno delle forze di polizia contro la lotta dei lavoratori FIAT di Pratola Serra (AV), che stanno praticando il blocco delle merci per impedire, come forma di lotta, lo smantellamento dello stabilimento, il licenziamento degli addetti delle ditte esterne e la messa in cassa integrazione dei lavoratori FIAT. Questa mattina 500 agenti in tenuta antisommossa si sono presentati ai cancelli evidentemente decisi a rimuovere il blocco dei lavoratori. Mi sono personalmente rivolto al prefetto di Avellino, per chiedere di porre fine a questo vergognoso intervento dello stato a favore della FIAT e contro i lavoratori. Nell'esprimere il pieno sostegno ai lavoratori in lotta invito i militanti della Federazione della Sinistra a partecipare al presidio contro questa operazione dell'azienda spalleggiata dalla polizia. L'occupazione in Campania si difende non con le chiacchiere ma con i fatti. Non un posto di lavoro deve essere perso all'FMA.

20 febbraio 2010

E’ reato esercitare il diritto di cronaca sul G8 2001. Intervista a Checchino Antonini

Checchino Antonini, giornalista di Liberazione, e Piero Sansonetti, ex direttore del quotidiano del Prc, sono stati condannati il 9 febbraio scorso a 8 mesi di carcere dal tribunale di Roma per un articolo del 2005 dove si raccontava la polemica fortissima scoppiata per le promozioni attribuite ad alcuni funzionari di polizia coinvolti nelle violenze del G8 genovese. I maggiori sindacati di ps polemizzarono vivacemente con il capogruppo del Prc al Senato, Gigi Malabarba, che aveva denunciato i criteri di valutazione per l’avanzamento di carriera applicati dal capo della polizia dell’epoca Gianni De Gennaro. Il sindacato dei cronisti s’è subito schierato a fianco dei due colleghi e l’entità della condanna appare alla Fnsi come riprova della ferita ancora aperta sui fatti del luglio 2001. Migliaia i messaggi di solidarietà da parte di numerose testate di diverso orientamento politico e da parte di frequentatori di social network. L’appello lanciato da giuristi, giornalisti, attivisti no global e politici chiede che si torni a parlare delle ragioni che portarono centinaia di migliaia di persone a manifestare a Genova.
A Viale del Policlinico sede romana del quotidiano è il giornalista Checchino Antonini, 47 anni da venti inviato tra i movimenti sociali, a ricordare come si svolsero i fatti. «Due dirigenti di un sindacato di polizia – racconta Antonini - si sono sentiti diffamati da un pezzo di cronaca che Liberazione ha fatto nel settembre del 2005 a proposito di una polemica molto accesa fatta da segretari di sindacati di ps contro Gigi Malabarba e altri parlamentari che avevano presentato un'interrogazione a proposito degli ottimi voti attribuiti da De Gennaro che era il capo della Polizia e della Commissione di valutazione ad alcuni funzionari che si erano resi colpevoli delle violenze nelle strade di Genova nel luglio del 2001: si trattava del funzionario che comandò l’irruzione alla Diaz e del suo collega filmato a prendere la rincorsa per scalciare un minorenne già pestato abbondantemente».

Perchè questi due personaggi si sarebbero sentiti diffamati?

«Credo che si debbano attendere le motivazioni della sentenza per capirlo ma sono convinto di non aver scritto bugie. E, senz’altro, non ho mai inteso diffamare nessuno».

Come si può valutare questa sentenza?

«Cinque anni dopo ci piomba addosso una sentenza di una pesantezza estrema, pensi che alcuni agenti condannati a Trieste per omicidio colposo si sono presi sei mesi. Io non credo che quell’articolo possa aver nuociuto realmente a qualcuno. Pensi che la richiesta del Pm era di un'ammenda di 400 euro, invece è arrivata questa batosta che suona come un campanello d'allarme per il restringimento degli spazi del diritto di cronaca».

Cosa può aver provocato la sentenza del giudice?

«In questo momento io posso dire solo un’evidenza: che un articolo chi tocca il G8 di Genova e la potentissima figura di De Gennaro in qualche modo la deve pagare. E chi produsse quella ferita alla città e alla Costituzione è stato promosso e s’è fatto beffe della legalità».


Concetta Di Lunardo

Valerio Verbano 30 anni di bugie. Intervista alla mamma.

Lunedì l'anniversario dell'assassinio di Valerio Verbano, giovane autonomo romano. Oggi (sab 20 feb) un corteo lo ha ricordato. Carla Verbano aspetta ancora giustizia.
Il divano dove è stato ammazzato Valerio è ancora al suo posto. Nulla, o pochissimo, è cambiato nella casa al quarto piano di Via Monte Bianco. Carla Zappelli Verbano non se n'è mai voluta andare. A quella porta trent'anni fa, il 22 febbraio 1980, bussò un commando di tre persone e ad aprire fu lei. Erano venuti ad uccidere suo figlio Valerio, 19 anni, uno studente del liceo Archimede, un compagno, un militante nell'area dell'autonomia. «Non si preoccupi, gli dobbiamo solo fare qualche domanda», le dicevano mentre legavano e imbavagliavano lei e il marito. Li sequestrarono per un'ora. Nelle orecchie di Carla rimane il ricordo di una lotta feroce. Valerio cercò di difendersi in tutti i modi. Gli spararono un colpo alla nuca. Un'esecuzione in piena regola, unica nel suo genere nonostante il clima degli anni di piombo.

Perché è rimasta qui?
Perché dovrei andarmene? Questa è la mia casa, in questa stanza è morto Valerio, proprio dove c'è quel gattino di peluche. Oggi ho messo lì davanti anche le orchidee che questa mattina (ieri, ndr) mi ha donato una delegazione del liceo Archimede, che è venuta alla consegna del premio dedicato a Valerio istituito dalla provincia di Roma. Nell'altra stanza, nell'88, è morto mio marito. Quando mi sveglio dò loro il buongiorno, prima di andare a dormire la buona notte.

Lei in questi anni ha letto carte processuali, verbali, ha cercato personaggi dell'epoca, si è trasformata in un'investigatrice. Da quanto dura questa ricerca?
In realtà da pochissimo. Tutto è riscoppiato nel 2005. Mi chiamò l'Ansa per chiedermi un parere sul fatto che uno dei Mattei chiedeva giustizia per i suoi due fratelli uccisi (nel rogo di Primavalle del '73, ndr). Dissi che ne aveva tutto il diritto. Da quella dichiarazione sono partite molte cose. In me si è riaccesa la volontà di sapere, di capire.

Perché non prima?
Veramente non lo so. Per tanti motivi, in parte anche perché mio marito era un tipo molto schivo.

Siete stati lasciati soli, isolati?
Sì, devo dire di sì. Ovviamente non dagli amici di Valerio. Ma intorno a noi subito dopo l'assassinio fu il vuoto, non ci inviarono neanche uno psicologo. Per capire il clima: ci invitarono alla cerimonia per le Fosse Ardeatine. C'era il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Mio marito aveva una stima immensa per lui. Alla fine della cerimonia ci portarono sul palco. E lui ci voltò le spalle e se ne andò. Non ci volle salutare. Ricordo ancora la faccia di mio marito. Sono cose dolorosissime, che ti fanno chiudere.

Lei invece ha sempre tenuto a non fare distinzioni tra le vittime.
Mi sento vicina a tutte le famiglie che hanno avuto un dolore come il mio.

Non teme di contribuire alla retorica della «pacificazione»?
No, sono sicura di quello che dico: un conto sono le vittime, un conto sono i carnefici e le precise responsabilità. Io faccio una distinzione molto netta tra l'area di destra e l'area di sinistra. So chi sono i fascisti, e non mi sono mai piaciuti. È una vecchia polemica tra me e l'attuale sindaco di Roma Gianni Alemanno. Lui farà delle cose importanti per Valerio, come dedicargli una strada e correggere la targa inaugurata da Veltroni nel 2006 al parco delle Valli, aggiungendo la parola «politica» dopo «vittima della violenza». Ma io mi ricordo di lui quando era un attivista di destra a Talenti. Quindi gli ho detto: ho il massimo rispetto per lei come istituzione. Ha capito benissimo cosa volevo dire.

L'anno scorso ha voluto incontrare anche gli ex leader dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Com'è andata?
Sono venuti qui con la figlia, davanti a cui parlavano del loro passato come se nulla fosse. Sono rimasta sbalordita. Ma rispetto all'omicidio di Valerio dicono di non sapere nulla, che non è nel loro «stile». Hanno addirittura tirato in ballo la banda della Magliana, a cui si attribuisce di tutto ormai.

Che impressione ha avuto?
Fioravanti mi fa ribrezzo. E mentiva. Lui sa. Mio marito era convinto che facesse parte del commando. L'identikit fatto la sera stessa dell'omicidio da un nostro vicino di casa che vide scappare i tre era molto simile all'aspetto di Fioravanti.

Anche quella della testimonianza del vicino, un'altra storia strana...
La sera ci telefonò per dirci che aveva ritrattato tutto perché lo avevano minacciato. Quell'uomo era un impiegato del ministero dell'Interno come mio marito, lo sono tutti in questo palazzo che era del Viminale e poi è passato alla regione. Questionava sempre con Sardo, che era iscritto alla Cgil: «Ci devono far riscattare questa casa. Perché voi del sindacato non fate niente?». Guarda caso, neanche un mese dopo si trasferì con la famiglia in una bella casa sulla Cassia o sulla Flaminia. Io credo che qualcuno lo abbia pagato perché stesse zitto.

Ma forse il mistero più grande è quello del dossier...
Secondo me e mio marito è quello il movente dell'omicidio. Valerio indagava sulla destra eversiva e sui suoi rapporti con pezzi dello Stato. Lo sapevano tutti: quando fu arrestato un anno prima di morire gli fu sequestrato il dossier, e lo dissero in tv. Non so cosa contenesse, ma quando lo portarono via da qui era un grosso pacco di fogli, quando arrivò in mano al pm Amato (che fu ucciso pochi mesi dopo Valerio, ndr) era ridotto a una cartellina. È ancora lì, in Procura. Dicono che le foto annesse sono tutte sfocate. Strano: quando le vidi io erano nitidissime. Ma non è l'unica cosa inspiegabile. Io ancora non capisco come sia stato possibile che qualcuno abbia deciso di distruggere tutti i reperti: i due passamontagna, lo scotch, la pistola. Con i sistemi di oggi si sarebbe forse potuto trovare una traccia di dna, qualcosa..

Di fronte a questa montagna di incongruenze, sospetti depistaggi, come può ancora sperare di sapere?
Perché spero che qualcuno si penta. Che qualcuno voglia venire qui a dirmi la verità.

Perdonerebbe?
No, quello non posso farlo.


Prato: Ricattato e stuprato da un carabiniere

Violenza sessuale compiuta su un minorenne approfittando delle divisa dell’Arma. Un’accusa infamante che potrebbe costare la stessa uniforme e gli anni di servizio a un carabiniere in forza al comando provinciale di Prato. E nei guai sarebbe finito anche il capopattuglia, un sottufficiale, che assieme al militare indagato aveva fermato il minorenne con un amico su uno scooter durante un controllo di routine in una strada della periferia pratese.
I due ragazzi, entrambi di 17 anni, quando erano stati fermati e controllati, avrebbero mostrato chiari segni di nervosismo. Era scattata quindi la perquisizione personale, da cui sarebbero saltati fuori due pezzetti di hashish, una modica quantità, sufficiente però a portare alla segnalazione dei due giovanissimi alla prefettura di Prato quali assuntori di stupefacenti.
Un «marchio» che il conducente dello scooter e l’amico avrebbero voluto certo evitare. Cosa che è riuscita. Tanto che di quel controllo non esisterebbe né un verbale né una denuncia né gli atti di sequestro della droga. Proprio la mancata segnalazione all’autorità sarebbe diventata l’«esca» tra il carabiniere e uno dei due minorenni. Nei giorni immediatamente successivi a quel controllo «fantasma», infatti il militare avrebbe invitato nella sua abitazione il ragazzo per una prestazione sessuale ottenuta facendo leva sul timore della denuncia per il possesso dell’hashish. Ma c’è di più. Il carabiniere, trentenne, che vive da solo in un appartamento in un paese in provincia di Pistoia, a circa 35 chilometri di distanza da Prato, avrebbe filmato l’incontro con il proprio telefonino e poi riversato il video nel suo personal computer.
Sono stati i familiari della giovane vittima ad accorgersi che qualcosa nei comportamenti del figlio non quadrava e a raccogliere le sue confidenze: da genitori attenti sono andati al comando carabinieri per chiedere spiegazioni e denunciare l’accaduto. E’ partita così l’indagine che, considerata la minore età del ragazzo e l’entità dei reati, è stata aperta d’ufficio. Riserbo assoluto da parte della procura di Pistoia le cui indagini sulla presunta violenza sarebbero a livello embrionale. Il telefonino e il pc del carabiniere trentenne sono stati inviati ai Ris per i necessari accertamenti, mentre il militare è stato sospeso dal servizio. In malattia invece il capopattuglia, la cui responsabilità sarebbe minore e relativa ai mancati atti di segnalazione e sequestro di droga nell’episodio del controllo su strada, su cui indagherebbe la procura di Prato.


fonte: Elena Duranti la Nazione

Manganelli, teoremi e ricerca di nuove regole

Simone in Val Susa è fuori pericolo. Meno male. Guarirà in venti giorni, quanti ne servono perché si riassorba l'ematoma tra il cervello e la meninge. E' lui, in ordine di tempo, l'ultima vittima di un'ondata di brutalità poliziesca annunciata, o meglio, certificata, dalle parole del premier. Berlusconi, poche settimane fa ebbe a rivendicare l'efficacia dei provvedimenti del suo governo contro «l'uso arbitrario delle manifestazioni». Non c'è più alcun margine di trattativa, così la repressione colpisce a casaccio ma colpisce sempre. E i giornali "normali" non mancano di sottolineare i guai al traffico determinati dai cortei.
Colpiscine uno per educarne cento. Lo slogan pare essere rispolverato sempre più spesso da chi gestisce la piazza. Accade ai lavoratori Alcoa mazzolati mentre marciano pacifici, accade ai precari romani della Rete Anti Crisi sotto la Prefettura, sono stati manganellati a freddo i manifestanti che volevano entrare a Piazza Fontana nell'anniversario della strage di Stato. Studenti milanesi, no tav, lavoratori sardi, No Dal Molin, migranti, antifascisti pistoiesi, ultras o presunti tali. Quattro persone sono appena state arrestate a Napoli per fatti da stadio tutti da accertare. Chi ha letto le carte è sicuro che sia un teorema, una rappresaglia dopo gli scontri a Udine con i tifosi del Napoli. Un uso politico della repressione chiesto dal ministro Maroni ma è un "pacco".
Piovono denunce per fatti, reati legati al conflitto sociale, anche lontanissimi. Per questo l'attività di soggetti collettivi tematici è costretta a ripiegare in lunghe battaglie giudiziarie. Centinaia di migliaia di euro di multe comminate dalla prefettura ai denunciati per blocchi stradali o per lotte ambientali vengono riscosse con molta spregiudicatezza dall'agenzia Equitalia che mercoledì, a Napoli, è stata occupata dalla rete cittadina per i diritti sociali nell'ambito di una campagna nazionale. Si denuncia un uso spregiudicato delle sanzioni e degli interessi di mora. Le assoluzioni recenti, in primo grado, per alcuni attivisti impegnati nella campagna per la "quarta settimana" con azioni all'Ipercoop Afragola al Carrefour di Casoria, sono solo un sollievo momentaneo. Resta lo strascico pesante dell'uso di accuse infamanti di estorsione aggravata, associazione a delinquere finalizzata all'estorsione di posti di lavoro, case o beni di consumo a prezzo calmierato, contro settori importanti di movimento o di sindacalismo di base.
E' notizia di ieri la condanna di due attivisti dell'organizzazione EveryOne la cui detenzione è stata tramutata nel pagamento di 1.140 euro di multa ciascuno, dal gip di Pesaro, per aver «interrotto o comunque turbato» un'operazione di polizia per l'identificazione di tre rom. Roberto Malini e Dario Picciau, co-presidenti del gruppo che si occupa di diritti umani, si opporranno al decreto penale di condanna, se necessario con un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. I fatti risalgono al 20 dicembre 2008. Secondo il rapporto della polizia avrebbero «pronunciato espressioni ingiuriose nei confronti del personale dell'Ufficio di prevenzione della Questura». «Una condanna senza processo - lamentano Malini e Picciau - solo perchè siamo intervenuti in difesa di un ragazzo rom trattato con tono sprezzante da un agente davanti ad un bar».
Ma qualcuno studia metodi più sofisticati della repressione. L'altroieri, a Roma, il quinto Nimbyforum ha presentato i dati dell'Osservatorio sulle contestazioni territoriali ambientali. Nel 2009 sono stati 283 gli impianti contestati dalle popolazioni. E il fenomeno è in crescita. Tra esperti e politici spiccavano gli interventi di Mauro Moretti, amministratore delegato delle ferrovie, controparte delle popolazioni interessate alla Tav, e del direttore della progettazione dell'Anas, con Violante e Bassanini, tutti concordi nell'escogitare il modo di impedire a una comunità locale di ridiscutere i progetti di infrastrutturazione che mettono a repentaglio la sua sopravvivenza. La repressione non basta. I benpensanti bipartisan chiedono proprio di riscrivere le regole.


Checchino Antonini

Testimonianze No Tav: Mi colpivano selvaggiamente testa e gambe

«E' volata qualche palla di neve e qualche gavettone peno d'acqua contro i poliziotti schierati a difesa della trivella. Erano le otto di sera e non eravamo molto lontani dalla zona del cantiere. Non ho visto lanciare nessuna pietra né bastoni. Quando andiamo a manifestare facciamo rumore e basta. Alcune volte abbiamo anche parlato con i poliziotti spiegando le nostre ragioni, tranquillamente. Ma due sere fa non è andata così. Li abbiamo sentiti urlare inferociti che ci avrebbero preso. Erano molto minacciosi, frasi terribili. Ci siamo spaventati. E' partita una carica e tutti siamo scappati per i campi. Io ho perso mio marito perché ad un certo punto i lacrimogeni sparati ad altezza uomo ci hanno fatto perdere l'orientamento. Sono scivolata nella neve. E' stata la mia fine. Mi sono volati addosso almeno in tre. Era tutto buio ed ho capito che era da sola. Mi colpivano in testa e sulle gambe, ma soprattutto al volto. Selvaggiamente. A un certo punto hanno smesso come se avessero capito che ormai ero solo più un mucchio di carne ed ossa rotte». Questa è la testimonianza di Marinella Ala, quarantuno anni, sposata. Dopo il pestaggio il suo volto era una maschera di sangue. Le hanno sfondato il setto nasale con infossamento dello stesso, l'osso della guancia è rotto scompostamente, il margine orbitario dell'occhio sinistro è fratturato. Ha riportato anche un trauma cranico. Una donna tranquilla, così lontana dal comodo stereotipo dell'anarco insurrezionalista che piace tanto ai media della religione Pro Tav.
Simone Pettinati, venticinque anni, invece non può rilasciare dichiarazioni. Secondo testimonianze di chi era presente anche lui una volta caduto a terra è stato colpito ripetutamente dai militari che gli sono arrivati addosso. Le sue condizioni restano gravi: ha un ematoma cerebrale post-traumatico e attualmente si trova in prognosi riservata all'ospedale Molinette di Torino. Se la caverà. I soldati a difesa della trivella posta in località Traduerivi, che sostengono di aver avuto anch'essi un numero elevato di feriti, sostengono che vi sarebbe stato un fitto lancio di oggetti contundenti ed un tentativo di sfondamento da parte dei manifestanti. Alberto Perino, leader della protesta smentisce categoricamente: «E' una menzogna, possiamo testimoniarlo in centinaia. Non è volato nessun bastone, né pietra. Non avrebbe senso farlo. Purtroppo qualcuno deve inventarsi delle scuse per salvare una situazione vergognosa».
Il dialogo, il percorso condiviso, la partecipazione attiva e tutti gli altri buoni propositi sbandierati in sede di Osservatorio tecnico si confermano come le panzane che sono sempre state. La Tav si sta imponendo ad un territorio manu militari. L'opposizione, anche in virtù di queste scelte, è sempre più inferocita e viene da domandarsi come l'Unione Europea possa concedere seicento e passa milioni di euro in una situazione simile dove i valligiani fanno manifestazioni di massa e sono anche disposti ad essere brutalmente picchiati. E' un clima pesante quello che si respira nelle case della valle. Pesante ma non lamentoso perché in questi trenta chilometri fatti di tenacia e dignità tutti sanno che il partito trasversale degli affari non avrà nessuna esitazione. E i fatti raccontano che dopo la violenza di ieri sera tutta la popolazione si è mossa. Bloccate per tre ore tutte le vie di comunicazione. E non sono quattro ragazzi quelli che operano così. Chi non comprende questa realtà non ha percezione di cosa sia questo territorio. Sull'autostrada, a bloccare una colonna di blindati alle undici di sera c'erano tremila persone comuni. Inferocite. Uomini e donne come Marinella. Chi continua a vivere nel comodo stereotipo del black block, dell'anarco insurrezioanalista, dell'antagonismo italiano tutto raggruppato in val Susa, lavora alacremente per non piantare nemmeno un chiodo in questa valle. Ed ora che sta scorrendo il sangue la situazione non potrà che peggiorare. Ogni manganellata fisica o mediatica che reprime o ridicolizza la protesta non fa che rafforzarla. In queste ore si stanno moltiplicando le assemblee in ogni comune, sindaci e istituzioni locali meditano se tornare tra la propria gente con le fasce tricolori indossate. La rabbia sta portando molte persone alla ricerca di manifestazioni pacifiche ma clamorose, su scala nazionale, non più il blocco dell'autostrada o della ferrovia.
Paolo Ferrero, segretario dell'unico partito che sulla vicenda ha una posizione precisa ha dichiarato: «La militarizzazione del territorio e questa repressione del dissenso sono inaccettabili. Io vedo un disegno politico da parte del governo, volto ad un aumento del cima di tensione volto ad avvelenare il clima per riuscire ad imporre l'opera».
Mai come oggi la Tav in val Susa, l'affare degli affari, la madre di tutti gli appalti, è stata così lontana.

fonte: liberazione 

19 febbraio 2010

Novara: La giunta comunale vieta conferenza sullo sterminio dei nazisti.

Con un grave provvedimento di chiaro stampo xenofobo,da parte dell’assessore Franzinelli e della Digos è stata vietata la conferenza “A forza di essere vento” indetta e regolarmente autorizzata per venerdi 19 febbraio 2010 alle ore 20,30 presso la sala Albertina. La persecuzione e lo sterminio nazifascista dei Rom e dei Sinti presenta Paolo Finzi, redattore della rivista anarchica “A” e produttore del DVD a forza di essere vento lo sterminio nazista degli Zingari - Alla Barriera Albertina Novara Quindi senza una causa e senza un atto motivato si vuole impedire un diritto di manifestare da parte di chi si oppone alla xenofobia e al razzismo delle forze politiche che occupano le poltrone di sindaco e di assessore alla sicurezza.
Ci ricordiamo quello che avvenne nel maggio 2008 quando le bande xenofobe e razziste sdoganate dal Governo e sentendosi protetti dall’Amministrazione Giordano hanno assaltato nella notte di sabato (durante la cosiddetta notte bianca) il campo Rom di via Fermi, che per un puro caso non ha provocato una strage.
Condanniamo fermamente queste azioni criminali che da un po’ di tempo si stanno verificando in diverse parti d’italia in nome di una strumentale “voglia di sicurezza” dove vengono aggrediti cittadini e persone considerate diverse, che diventano le prime vittime dell’intolleranza.
Gli Antifascisti Novaresi non lasceranno passare sotto silenzio simili gravi atti squadristi e chiamano tutti i democratici alla vigilanza e a promuovere iniziative di contrasto contro il dilagare dell’intolleranza e del razzismo comunque mascherato.
Per questo respingiamo questo divieto e ribadiamo la nostra presenza alla barriera Albertina per venerdì 19 febbraio 2010 alle ore 20,30 partecipate numerosi in difesa dei diritti di manifestare il proprio pensiero.

Antifascisti Novaresi Novara

18 febbraio 2010

Spartaco Mortola, il superpoliziotto dal G8 di Genova alla Valle di Susa

Un ritratto del funzionario di polizia, che da Genova è stato promosso vicequestore di Torino. Da martedì, è stato presente in più occasione sui siti dove sono in corso le trivelle per la Torino-Lione.
Nella vasta rassegna stampa sui processi seguiti al G8 di Genova, l’articolo di Marco Imarisio sul Corriere della Sera del primo novembre 2004 è fra i più curiosi. Dà notizia della prima condanna di un agente [poi assolto in secondo grado], relativa al pestaggio del ragazzo di Ostia fermato, picchiato, messo in ginocchio e poi sottoposto alle «cure», fra gli altri, di Alessandro Perugini, all’epoca vice capo della Digos [ha poi avuto un anno, con pena sospesa, nel novembre scorso].
Ebbene, in quell’articolo il giornalista riferisce che uno degli indagati, Spartaco Mortola, all’epoca dei fatti capo della Digos e nel frattempo promosso vice questore di Alessandria, viene prosciolto e reagisce così: «Era accusato – scrive Imarisio – di abuso d’ufficio, falso ideologico e calunnia per l’arresto dei manifestanti di via Barabino. Il funzionario è uscito dall’aula esultando. «Uno a zero», ha detto, agitando le braccia come dopo un gol». E’ un modo davvero singolare, diciamo così, di reagire a un provvedimento del giudice da parte di un funzionario di polizia: lascia intendere che vi sia stata un’impropria gara, nei processi su Genova/G8, fra magistrati e agenti, quindi fra funzionari del medesimo stato, e insinua parecchi dubbi su che cosa si nasconda dietro lo «zero» evocato da Mortola: forse la sconfitta dei magistrati in questo improbabile duello o il livello raggiunto dalla giustizia?
Non sappiamo come abbia reagito il dottor Mortola, nel frattempo ritenuto meritevole di un’ulteriore promozione a vice questore di Torino, agli altri processi nei quali è stato coinvolto, ma possiamo immaginare che abbia brindato alla «doppietta» messa a segno nei mesi scorsi: prima l’assoluzione al processo Diaz, insieme ad altri quindici imputati [inclusi tutti i dirigenti di grado più alto], poi al processo stralcio nel quale era imputato con Gianni De Gennaro, capo della polizia nel 2001, accusato dai pm Cardona Albini e Zucca di induzione alla falsa testimonianza del questore dell’epoca Francesco Colucci. Un bel tre a zero, insomma, ammesso che si accetti la metafora calcistica.
Va detto che il dottor Mortola ha rivestito ruoli importanti in entrambe le vicende. Essendo capo della Digos e fra i pochi funzionari genovesi, quindi capaci di muoversi in città, nella notte della Diaz – il 21 luglio 2001 – ha svolto un ruolo essenziale durante la «perquisizione» alla scuola, conclusa come sappiamo: 93 arresti arbitrari, oltre 60 persone all’ospedale, una serie di falsi impressionante [le molotov, le ferite pregresse…]. Nell’altro procedimento, Mortola era il funzionario cui si rivolgeva Francesco Colucci nelle conversazioni che i pm interpretavano come prova del tentativo di condizionare il processo [i giudici, come detto, hanno assolto sia Mortola che De Gennaro].
Il blitz alla Diaz è ormai passato alla storia d’Italia [e d’Europa] come una delle pagine più nere della polizia di Stato: non c’è bisogno d’essere stati dall’altra parte dei manganelli, quella notte, per dire che la credibilità della polizia italiana ha toccato con quell’operazione il suo punto più basso, sia per l’episodio in sé, sia per la «gestione» del processo [fra molotov che spariscono, imputati che si avvalgono della facoltà di non rispondere, pm che accusano la polizia di comportamenti omertosi]. Quanto al processo sulla testimonianza in aula del questore, diciamo che la storia, oltre alle assoluzioni [e all’esito del processo in corso contro Colucci], dovrà registrare anche il testo delle conversazioni fra lo stesso Colucci e il dottor Mortola, e anche in questo caso non siamo alle pagine migliori nella storia della polizia: la lettura delle trascrizioni è vivamente consigliata, così, per farsi un’idea, di che aria tira in polizia dopo il 2001




Lorenzo Guadagnucci Comitato Verità e giustizia per Genova

Modello Rosarno... sgombero a via Sambuci a Sant'Antimo!

Stamattina alle ore 6 il razzismo della burocrazia e delle leggi italiane ha colpito ancora. In assetto da guerra carabinieri e poliziotti hanno compiuto il loro “dovere” cioè hanno sgomberato il caseggiato di via Sambuci dove ci sono 40 persone tra cui donne e bambini provenienti da Bangladesh, Pakistan,Burkina Faso, Costa d’Avorio. Ora sono tutti al commissariato di Frattamaggiore. Dopo l’iniziativa di domenica scorsa questo è un segnale da parte delle forze dell’ordine che suona come una vera e propria rappresaglia contro gente inerme contro chi ha costruito amicizia e solidarietà. Questo è l’ordine del sindaco che dice di essere per la “non violenza” che pensa che basta uno sportello di informazione per essere antirazzista. Questo è l’ordine della prefettura di Napoli, dell’ASL, della Regione Campania che vota “leggi di accoglienza” mentre trattano così la povera gente bisognosa. Ci opponiamo a questo ennesimo abuso razzista e da subito ci mobilitiamo per il diritto alla casa per gli abitanti di via Sambuci. Facciamo appello a chi ha a cuore la dignità, l’accoglienza e la solidarietà, a chi ha mangiato nello stesso piatto dei nostri fratelli e sorelle ora rinchiusi nel commissariato di Frattamaggiore senza nessuna colpa, a unirsi a noi nelle mobilitazioni e nelle iniziative di queste ore. Promuoviamo dovunque assemblee e presidi contro questa ingiustizia.



Val di Susa: stabile il ragazzo ferito negli scontri con la polizia

Sono ancora serie ma stabili le condizioni del giovane che ieri sera, mercoledì 17, è rimasto ferito negli scontri fra manifestanti e polizia in località Coldimosso, in Val Susa, durante la mobilitazione contro il nuovo sondaggio preliminare alla realizzazione dell'alta velocità Torino-Lione. Nella tarda serata il ragazzo, a cui è stato diagnosticato un ematoma subdurale, è stato trasferito all'ospedale Molinette di Torino dove si trova ancora ricoverato in prognosi riservata nel reparto di neurochirurgia.
Nella notte, dopo un blocco dell'autostrada Torino-Bardonecchia, la protesta si è spostata nel capoluogo piemontese, in particolare in via Girodano Bruno, dove alcune decine di persone si sono riunite per un picchetto bloccando l'uscita dei camion della distribuzione del quoridiano 'La Stampà.
Ma il presidio è stato sgomberato, senza tensioni, intorno alle 2 e 30. Sui muri sono state lasciate alcune scritte come “sbirri e giornalisti infami” “no tav”, “Calabresi assassino”.
Nel pomeriggio circa trecento persone avevano assediato la trivella che dalla mattina stava scavando in località Coldimosso. Quelli di ieri sera sono stati i primi scontri di una certa gravità, tra forze dell'ordine e No Tav, da quando nel mese di gennaio sono iniziate le trivellazioni genognostiche propedeutiche alla realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione.
Paolo Ferrero, per la Federazione della Sinistra, ha dichiarato: «Quello che è avvenuto è un selvaggio e vergognoso pestaggio da parte delle forze dell'ordine ai danni del movimento No Tav della Val di Susa. In seguito al pestaggio di polizia sono state ferite diverse persone, finite per questo in ospedale - continua Ferrero - Il loro unico torto era difendere la loro valle dall'ennesima grande opera che tra qualche anno scopriremo essere fatta solo per distribuire profitti e tangenti». Secondo il portavoce della Federazione della sinistra «è indegna di un paese civile la militarizzazione della Val di Susa che il governo sta mettendo in atto, come si vede anche da quest'ultimo episodio. Se c'e' in parlamento qualche esponente sinceramente democratico faccia un'interrogazione urgente al ministro degli interni Maroni».

fonte: Liberazione





17 febbraio 2010

NoTav: la polizia carica selvaggiamente: un ferito grave.

Non ci sono parole per descrivere quello che è successo questa sera in Val di Susa. Poliziotti che caricano come animali, inseguendo le persone fin dentro i boschi. Molti feriti: tra questi una signora anziana con la testa aperta, ragazzi e ragazze. Ferito gravemente una ragazzo che è stato trasportato alle Molinette. E' un redattore di Radio Blackout.
Dall'altra un movimento compatto nel prendere le proprie decisioni e portarle avanti. Un corteo partito  per raggiungere la trivella, con la conoscenza del proprio territorio, che aggira i blocchi della Polizia e gli spunta alle spalle; che sa bloccare per ore le vie di comunicazione...

A sarà dura!


La  cronaca:

  • h 22: I NoTav bloccano la polizia all'uscita dell'autostrada a Bussoleno: pare che dietro il mare di poliziotti ci sia anche la trivella che nel frattempo è stata tolta da Susa. In precedenza era stata anche bloccata la linea ferroviaria a Sant'Antonino. Notizie poco rassicuranti rispetto al ragazzo ricoverato a Susa. Pare si sia reso necessario un trasferimento al più attrezzato ospedale delle Molinette per probabile emorragia cerebrale.
     
  • h 21. 40: I NoTav sono di fronte alle forze dell'ordine (TANTISSIME) che si stanno schierando sull'autostrada all'altezza dello svincolo del Vernetto/Chianocco. Liberata la statale 24. Si invita a concentrarsi a Bussoleno.
  • h 21.20: Immediato concentramento alla rotonda di Chianocco. Il movimento blocca la statale 24 e l'autostrada.
  • h 21: Dal Pronto Soccorso di Susa: il ragazzo sente le gambe
  • h 20.20: La signora è ferita pesantamente alle braccia, alla fronte, al naso e al cuoio capelluto. Un altro ragazzo oltre a quello portato dall'ambulanza è al pronto soccorso
  • h 19.40 Il ragazzo ferito sta per essere portato all'ospedale di Susa.
  • h 19.35 Una signora colpita sanguina copiosamente.
  • h 19.12 Le cariche si susseguono, uno dei feriti e' abbastanza grave.
    (nuova diretta)
  • h 19.00 Nuove pesanti cariche: la polizia insegue i manifestanti in mezzo ai boschi! Sembrerebbero esserci alcuni feriti.  Mancano 2 NoTav all'appello. Probabilmente catturati dalle forze dell'ordine.
    (Ascolta la diretta)

  • h 18.50: LA POLIZIA CARICA i manifestanti! Copioso uso di lacrimogeni.
  • h 18.30: circa 300 persone si stanno muovendo in questo momento attraverso i campi per raggiungere la nuova trivella.

fonte: InfoAut 

Quando lo Stato uccide

Il butano non spacca il naso, non spezza le dita...«Maria Eliantonio mostra le foto di Manuel, suo figlio di 22 anni ucciso a Marassi. “Suicidato” dice la verità ufficiale ma lei non ci può credere. Sarebbe uscito pochi giorni dopo e, poche ore prima di crepare aveva scritto che lo riempivano di botte e psicofarmaci. Come Maria, una piccola folla di donne e uomini ha potuto raccontare - ieri alla sala stampa del Senato - la propria vicenda di parenti di vittime di malocarcere, cattiva giustizia e ferocia di forze dell’ordine o di ospedali psichiatrici. Ognuno aveva con sé foto, faldoni, carteggi. E un dolore raccontato mille volte per anni. Un massacro come quello che ha subito suo figlio Riccardo, Duilio Rasman, 84 anni, le aveva viste solo in tempo di guerra: sei poliziotti gli sono saltati addosso e quel ragazzo tornato “strano” dal militare s’è schiantato. Cristiano Scardella lo racconta da 25 anni il “suicidio” di suo fratello Aldo, finito dentro innocente e mai più uscito. Nessuno ha mai chiesto scusa. La madre di Riccardo Boccaletti spiega la morte lenta, «annunciata» del suo ragazzo in galera a Velletri, disidratato e rimpinzato di psicofarmaci. Anche la madre di Katiuscia Favero non crede al “suicidio” di sua figlia, 12 giorni prima di uscire dall’Opg di Castiglione delle Stiviere: aveva la tuta sporca d’erba ma le suole asciutte e non poteva essersi impiccata a una rete da pollaio. Qualcuno ha fatto sparire il certificato ginecologico che provava gli abusi nella struttura. Anche la sorella di Stefano Frapporti non riesce a credere che, dopo due ore in mano ai carabinieri suo fratello si sia ucciso col laccio di una tuta spuntata chissà da dove. Rita e Ilaria Cucchi, madre e sorella di Stefano annunciano l’ultimo mistero: dov’è la tac? Perché quattro mesi dopo Stefano non può riposare in pace? La madre di Marcello Lonzi ha mandato una lettera per ricordare la sua lotta per riaprire l’inchiesta sulla morte alle Sughere di suo figlio.
Quando lo Stato sbaglia, uccide. Irene Testa, che ha convocato la piccola folla dolente, è la segretaria dell’associazione radicale “Il detenuto ignoto”. Chiede che si faccia luce su questi e altri casi magari con una commissione ad hoc del Senato e si unisce al digiuno della deputata Bernardini che da due settimane chiede che si apra un serio dibattito sul carcere. Dov’è finito lo stuolo di deputati bipartisan che - due mesi fa - si facevano belli intorno alle foto di Cucchi massacrato? L’assenza di un’autentica sinistra parlamentare (e di un movimento di massa fuori) si avverte ma non c’è nessuno a evocarla. «La strada sarà lunga», dice Emma Bonino alla platea di familiari coraggiosi, quasi soli e disperati.
Poche ore dopo arriva la notizia di un tentato suicidio al un venticinquenne tunisino che dalla fine di gennaio si trovava recluso al Cie di Ponte Galeria: è montato in cima al cancello della gabbia e poi si è gettato al suolo. Aveva già tentato il suicidio venerdì. Succede due volte al giorno nelle carceri italiane e le morti violente sono 4 volte più che negli Usa.


Checchino Antonini

Joy denuncia: "Quel poliziotto si è steso sul mio corpo". La donna nigeriana denuncia un agente del Cie di Milano

«Stavo dormendo nella mia stanza quando l’ispettore Addesso è entrato, si è avvicinato al mio letto e si è letteralmente steso sopra di me. Mi toccava dappertutto, mi palpava. Ho cominciato ad urlare: “Cosa stai facendo?”». Così comincia il racconto di Joy, la ventottenne nigeriana che accusa di violenza sessuale un poliziotto del centro di identificazione ed espulsione di Milano.
Tutto risale alla scorsa estate, pochi giorni prima della rivolta al Corelli del 13 agosto, scatenata dai detenuti quando furono informati che per legge la permanenza nel centro si allungava da due a sei mesi, che ha portato Joy e altri tredici migranti in carcere per incendio doloso, lesioni, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.
Di quelle molestie pesanti Joy aveva parlato durante il processo per la rivolta. «In stanza con me c’era Hellen, che ha visto tutto. Le mie urla hanno fatto accorrere il direttore del centro. Quando è arrivato ha chiesto al poliziotto: cosa stai facendo? E Addesso ha risposto: stavo solamente scherzando...».
Hellen, nigeriana, ha confermato la versione dei fatti. Il capo della Croce Rossa, invece, ha smentito. Ecco perché Joy ed Hellen sono state controdenunciate per calunnia. Il giudice non ha creduto alle loro parole.
E ieri gli avvocati di Joy hanno depositato alla Procura di Milano una denuncia per violenza sessuale a carico di Vittorio Addesso. E’ la prima volta che una detenuta nei Cie osa rivolgere una simile accusa agli agenti impegnati a mantenere l’ordine nei centri di identificazione ed espulsione.
Joy doveva uscire dal carcere di Como nella mattinata di ieri, scadeva il termine della pena a sei mesi comminata in primo grado. Ad attenderla c’era il comitato antirazzista milanese. E invece, forse per evitare questo incontro, la direzione penitenziaria ha deciso di anticipare la sua liberazione alle due del mattino. Una volante l’ha condotta direttamente alla questura di Como dove ha ricevuto un provvedimento di espulsione, infine al Cie di Modena dove nelle prossime ore dovrà affrontare l’udienza di convalida per l’allontanamento dall’Italia.
Con lei, ieri, sono uscite le altre quattro donne implicate nella rivolta al Corelli, e tutte, come Joy, sono state disperse in vari Cie: Hellen, la testimone della tentata violenza sessuale, e Florence sono state portate a Ponte Galeria; Debby a Torino; Priscilla nuovamente al Corelli. «Vogliono dividerle», commentano indignati gli antirazzisti milanesi, «e soprattutto vogliono dividere Joy da Hellen».
Fortunatamente i legali hanno potuto incontrare Joy qualche ora prima della scarcerazione dopo lunghi giorni di attesa, in quanto secondo la direzione del pentitenziario di Como la ragazza, improvvisamente, aveva revocato l’incarico agli avvocati Losco e D’Alessio - che la seguono dalla scorsa estate - per nominare due avvocati d’ufficio a lei completamente sconosciuti. Il cambio di nomina, però, non appariva in nessun registro o cancelleria di tribunale. Losco e D’Alessio hanno chiesto chiarimenti ai dirigenti del carcere comasco. Giovedì, finalmente, era stato chiarito l’equivoco - se di equivoco si trattava: Joy non aveva mai revocato l’incarico, era stato semplicemente un errore burocratico. Così ha potuto incontrare l’avvocato Losco, che ha verbalizzato il racconto sulle presunte molestie da parte dell’ispettore Addesso e che chiederà per la donna un permesso di soggiorno per motivi di giustizia. Il problema, infatti, è che Joy potrebbe subire l’espulsione in qualsiasi momento, nonostante debba affrontare il processo d’appello per la rivolta di agosto, il processo per calunnia e l’eventuale processo per violenza sessuale.
Gli antirazzisti hanno organizzato sit-in di protesta davanti ai Cie di Milano, Modena e Torino. L’eco della vicenda di Joy, che da Modena ha fatto sapere di stare bene, si è sparsa nei centri di identificazione ed espulsione e per questo alcuni migranti sono entrati in sciopero della fame a Milano, Torino e Ponte Galeria.



fonte: Liberazione

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