30 gennaio 2010

Milano, i Rom e il ritorno alle Leggi Razziali. La denuncia del Gruppo EveryOne

A Milano, in zona Giambellino, si è verificata nella giornata di ieri una serie di azioni poliziesche contro famiglie Rom romene, che sono state sgomberate dalle loro baracche di legno e cartone, denunciate per occupazione di terreno - pubblico o privato - e costrette ad allontanarsi senza una meta né mezzi di sopravvivenza.
Alcune delle famiglie sgomberate si trovano a Milano da alcuni anni e si sono rifugiate nel capoluogo lombardo per sfuggire condizioni di emarginazione, violenza e precarietà in Romania. Le baracche da cui la forza pubblica le ha costrette ad allontanarsi erano state costruite in luoghi fuori mano, quale minima forma di protezione dagli effetti del gelo e dal rischio di aggressioni razziste, avvenute con notevole frequenza al Giambellino.
Una settimana prima delle azioni di pubblica sicurezza anti-Rom, alcuni intolleranti avevano scritto parole razziste, con bombolette spray, nei pressi degli insediamenti al Giambellino. Contemporaneamente, avevano appeso locandine minacciose, su cui campeggiava sinistra e offensiva l'intimazione: "Zingari di merda, via dalla Padania!". Tre giorni prima dello sgombero, il giovane Angel, 21 anni, era stato fermato mentre chiedeva l'elemosina da due uomini in divisa, condotto in un luogo appartato - a ridosso dei binari ferroviari presso la stazione San Cristoforo - e percosso.
Le famiglie evacuate, composte da molti bambini, donne e malati, si sono fermate più volte all'interno di giardini pubblici o su panchine, ma pattuglie di pubblica sicurezza con l'incarico di allontanare i Rom dal Giambelino le hanno sempre indotte a rimettersi in marcia, senza "bivaccare" in alcun luogo. Dopo alcune ore gli attivisti per i Diritti Umani hanno perso le tracce di numerose famiglie, mentre hanno offerto assistenza a malati e bambini che si sono sentiti male a causa della bassa temperatura, organizzando il trasferimento in Romania e in Francia per le famiglie che in quegli Stati potevano contare sull'aiuto, almeno temporaneo, di parenti o amici.
La situazione, tuttavia, restava tragica per decine di sgomberati, cui le Istituzioni e le autorità non hanno offerto alcuna assistenza sociale né possibilità di riparo contro i rigori invernali. Alcuni cittadini milanesi, vedendo le famiglie costrette a una drammatica marcia verso il nulla, le apostrofavano con epiteti razzisti. Altri, più tolleranti, chiedevano agli attivisti: "Adesso dove andranno, con il freddo che fa? Possibile che il comune non abbia previsto un aiuto o un posto caldo dove accoglierli, in attesa di trovare una soluzione umanitaria?".
Purtroppo, a causa di una stretta censura attuata dai media, gli italiani non si rendono conto di quello che accade alle famiglie Rom sgomberate. Le operazioni, che negli ultimi anni hanno colpito in Italia decine di migliaia di Rom, seguono sempre la stessa disumana procedura e in genere avvengono alle prime luci dell'alba, quando la gente dorme, proprio per evitare che testimoni assistano (magari documentandolo) al tragico spettacolo degli sgomberi.
Da alcuni anni il Gruppo EveryOne informa le principali Istituzioni europee (Parlamento europeo, Consiglio d'Europa, Corte europea dei Diritti Umani) e l'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani sugli innumerevoli abusi che le autorità italiane commettono contro famiglie Rom, famiglie le cui uniche colpa sono la povertà e l'appartenenza a un'etnia discriminata. Sono abusi continui e gravi, che avvengono quotidianamente nelle strade, nei campi "regolari" o "abusivi", sui media, nelle corti di giustizia, nelle carceri.
Abusi che hanno trasformato i Rom nel "nemico pubblico numero uno" e che si susseguono al ritmo martellante e spietato di una vera persecuzione etnica. Ci si chiede se il silenzio dell'Unione europea e del mondo non sia colpevole come le violazioni dei diritti del popolo Rom e la memoria torna agli anni delle Leggi Razziali, quando in troppi erano convinti che le responsabilità delle azioni istituzionali contro ebrei, Rom, omosessuali, testimoni di Geova, stranieri e minoranze sgradite ai nazisti fossero completamente a carico della Germania.
Ci auguriamo che la Storia illumini le coscienze di chi ha l'autorità per vigilare sulla democrazia e sulla civiltà dei Diritti Umani. Altrimenti, mentre i nostri fratelli Rom soffrono e muoiono nell'indifferenza, la "nuova civiltà" cui ci vantiamo di appartenere e che rinnega gli anni dell'odio, affonderà lentamente - ancora una volta - nel fango della disumanità e della vergogna.



Gruppo EveryOne

Brescia: 500 euro di "bonus"e un biglietto di solo andata dal comune per gli immigrati che vanno via

Cinquecento euro, per l'esattezza 496, sono quelli che il Comune di Brescia mette a disposizione per i residenti migranti disposti a restituire il permesso di soggiorno, dichiarare ufficialmente che non tenteranno di rientrare in Italia nei prossimi 5 anni e tornarsene al paese di provenienza. E siccome le istituzioni si dimostrano in questo caso anche "generose", alla cifra il Comune aggiunge il biglietto di sola andata per il rientro.
Tradotto in sintesi: c'è la crisi, manca il lavoro, non rompete le scatole con la richiesta di ammortizzatori sociali. Non servite più, quindi via, a casa.
L'idea è mutuata dal progetto Nirva (Network italiano per i rimpatri volontari assistiti), solo che questo, cofinanziato dalla Comunità Europea e dal Ministero dell'interno, si occupa esclusivamente di rifugiati, richiedenti asilo, vittime di tratta, possessori di permessi temporanei o umanitari. In quello che è ormai uno degli avamposti leghisti, il Comune ha deciso di destinare 60 mila euro per garantire il rimpatrio anche a chi non vuole più restare in Italia, affidando il compito di far conoscere il servizio al Centro migranti della Cooperativa Scalabrini - Bonomelli.
Per la cooperativa, legata alla diocesi locale, si tratta soprattutto di aiutare persone realmente in difficoltà - finora si parla di 3 o 4 persone - rimaste da sole, senza famiglia e prospettive di inserimento socio lavorativo, che effettivamente desiderano rinunciare alla speranza di un futuro in Italia. Da "Radio onda d'urto" l'emittente radiofonica bresciana che da sempre è sensibile a queste tematiche hanno provato ieri in più occasioni ad intervistare i responsabili della cooperativa che però hanno rimandato ogni commento. L'unica dichiarazione è quella rilasciata dall'ex presidente della cooperativa, Giovanni Boccacci: «Spesso ci troviamo di fronte ad un progetto di immigrazione fallito e quando non abbiamo più alternative da proporre, siamo noi i primi a suggerire il ritorno a casa in questi termini». Il progetto Nirva è sostenuto in Italia soprattutto da realtà del mondo cattolico, che spesso operano per risolvere con tali fondi, casi di estrema gravità, ma individuali e mirati. Probabilmente il Centro migranti di Brescia ha pensato bene di considerare il Comune, che ha fatto proprio il progetto e lo ha integrato come partner naturale. Ma dietro la cortina delle buone intenzioni si cela certamente l'archetipo fondativo della cultura leghista, che a Brescia è dominante: "aiutiamoli a casa loro". «Altro che aiuto, si tratta poco più che di una mancia - commenta Manlio Vicini, avvocato di "Diritti per tutti" - Una elemosina. I progetti di rimpatrio volontario, al di là del giudizio che gli si vuole dare, prevedono che chi li accetta possa ottenere sostegni per realizzare una microimpresa o comunque per riprogettarsi un futuro. Qui non c'è nulla di tutto ciò come non c'è la volontà di intervenire per sostenere i soggetti colpiti dalla crisi».
In effetti il senso dell'intervento del comune è più chiaro se si ascoltano le dichiarazioni di Fabio Rolfi, vice sindaco con delega alla sicurezza, per alcuni l'ideatore della delibera che ha esteso ad altre fasce il Nirva. Secondo il vicesindaco con 500 euro si regala a chi accetta questa proposta la possibilità di ricostruirsi un progetto migliore di quello sperimentato qui. Ancora più chiara la posizione dell'assessore alla famiglia Maione, secondo cui nella maggior parte dei dormitori comunali ci sono immigrati e nel 2009 i contributi straordinari concessi ai cittadini stranieri sono stati di 2.200 mila euro, mezzo milione in più dell'anno precedente, una situazione evidentemente ritenuta troppo onerosa. Con 60 mila euro, insomma, il Comune pensa di disfarsi della manodopera in eccesso, utilizzata nei momenti d'oro dell'economia e ora inutile ingombro in tempi di magra.
La notizia del progetto, riportata ieri sui giornali locali, ha dato vita a commenti che danno il senso della crisi sociale e culturale che attraversa non solo la città lombarda. Plausi, perché così si mandavano via i delinquenti(?), fastidio, per i soldi regalati dalla collettività e la comune richiesta che le spese per i rimpatri venissero messe a carico dei "politici" che gli immigrati li hanno fatti entrare, poche, infine, le parole di indignazione. Nella vicina Bergamo, già l'assessore alle politiche sociali si è espresso manifestando interesse per l'iniziativa, insomma il rimpatrio a basso costo fa scuola. Fiorenzo Bertocchi, segretario provinciale del Prc di Brescia ci va giù duro:«Ancora una volta prevalgono le politiche razziste e xenofobe della Lega. Invece di affrontare le difficoltà causate dalla crisi si chiudono rispetto alla possibilità di realizzare inclusione sociale. Parte della campagna elettorale forse, ma anche la dimostrazione del vuoto delle politiche sociali. Utilizzano la carità di cui forse usufruirà qualche disperato ma non sono capaci di uscire dall'assistenzialismo, non riescono a programmare un piano di intervento che non riguardi solo i migranti ma l'intera cittadinanza. Da questa scelta emerge, come la punta di un iceberg, una città già carica di carenze sociali in cui la crisi sta agendo in modo carsico».
La Brescia democratica e civile si prepara a rispondere a quest'ultimo insulto e alle tante altre ordinanze emanate anche nei comuni della provincia. Sabato 6 febbraio si terrà una manifestazione antirazzista a cui stanno aderendo tutte le forze della sinistra, sono previste nel corso del mese iniziative per dare vigore alla giornata del primo marzo che porta il titolo "una giornata senza di noi". E loro, i soggetti destinatari del provvedimento, cosa ne pensano? «Io ancora lavoro e per ora non ho problemi - dichiara Mustapha - ma se resto disoccupato, cosa me ne faccio di 500 euro? Perché invece non pensano ad allungarci il permesso di soggiorno per attesa occupazione che oggi è di 6 mesi? In 6 mesi il lavoro non lo trovo. Finisce che trovo solo al nero e che me ne devo andare da Brescia. Mia figlia è a scuola qui e non voglio rovinarle la vita. Io non me ne andrei ma se decidessi di farlo non accetterei la loro elemosina, dopo gli anni di lavoro che ho sudato…».
Stefano Galieni

Pistoia: Continua il processo agli antifascisti

Si è tenuta nella giornata di stamani la terza udienza del processo che vede coinvolti 7 imputati, di cui quattro livornesi, per l’irruzione nel circolo Agogè-CasaPound di Pistoia, avvenuto l’11 ottobre 2009. In questa terza riunione sono stati ascoltati alcuni testimoni dell’accusa, quattro tra ispettori di polizia e dirigenti digos che quel giorno hanno condotto le prime indagini, Massimo Dessì, consigliere del circolo Agogè, e due dei sette accusati.
Riconoscimenti farsa. Il processo si è aperto con la fase dei riconoscimenti. Ad indicare i presunti colpevoli Massimo Dessì, esponente del circolo Agogè – Casapound e l’altro testimone dell’accusa, Marco Lucarelli proprietario della pizzeria adiacente il circolo Agogè – Casapound. Il confronto si sarebbe dovuto svolgere all’americana, ovvero mischiando gli accusati con delle persone somiglianti. Ma è stato palesemente una farsa. In primis perché Massimo Dessì, essendo parte civile nel processo, ha potuto fin dalla prima udienza accedere ai fascicoli coi riconoscimenti fotografici, avendo quindi il tempo per memorizzare gli accusati. Tecnicamente poi, ci sono state diverse mancanze. Le persone che hanno affiancato gli accusati (i presunti “sosia”) erano poliziotti e per di più di Pistoia, quindi persone note in un città piccola e per soggetti come Dessì e Lucarelli, impegnati in politica e frequentatori dello stadio. Ai poliziotti è stato perfino permesso di mantenere i propri cellulari e quindi la possibilità di comunicare con l’esterno. Avevano poi caratteristiche palesemente differenti dagli accusati per età (dai 40 ai 50 anni!), per corporatura e segni particolari (uno stempiato, un altro con la barba bianca!). In un caso però è bastato invertire un accusato e un poliziotto (di 50 anni) che si prestava a fare da somigliante per far confondere gli accusatori che non hanno saputo dare una precisa risposta. Nel caso dell’unica donna coinvolta invece, dove gli affiancamenti sono stati fatti in maniera più idonea, gli accusatori non hanno saputo riconoscere l’imputata. Ogni commento è superfluo.
Marco Lucarelli-Michele Romondia, una contraddizione dietro l’altra. E’ stata poi la volta della deposizione di Marco Lucarelli, gestore della pizzeria che ha sede accanto a Casapound e del suo aiutante Michele Romondia. Sono loro, insieme al Massimo Dessì di Casapound, i testi principali dell’accusa. La loro deposizione, timorosa, confusa e piena zeppa di contraddizioni, e che ha rivelato l’inconsistenza dei tanto attesi riconoscimenti visivi, getta una pesante ombra sull’operato di chi ha condotto le indagini. E’ risultato evidente a tutti che entrambi i pizzaioli sono entrati a far parte di un gioco più grande di loro, nel quale sono co-responsabili delle detenzione di sette persone estranee ai fatti e verso il quale dovranno fare i conti con la propria coscienza. Senza rievocare tutto il dibattimento occorre qui sottolineare le madornali contraddizioni tra i due colleghi di lavoro. Entrambi dichiarano che quel pomeriggio erano intenti a trasportare un oggetto pesante lungo la strada del circolo Agogè (per Lucarelli è una stufa, per Romondia una lavatrice!) e che sono stati distratti dalla corsa (“fuga”) di un gruppo di circa 20-25 persone che arrivava alle loro spalle. Pensando che fosse successo qualcosa nei pressi del circolo e ricevuta la conferma dopo una telefonata (della moglie di Lucarelli, impegnata in quel momento nella pizzeria), Lucarelli dice che si sono precipitati verso il medesimo abbandonando la stufa-lavatrice sul marciapiede mentre Romondia afferma che hanno portato l’oggetto a destinazione e solo dopo si sono incamminati verso il circolo e la pizzeria. E qui è emerso uno dei particolari più interessanti della giornata odierna. Lucarelli dichiara di tornare verso la pizzeria (accanto al circolo) per assicurarsi dello stato della moglie, che nel frattempo sta medicando un taglio al Dessì. Dichiara di non rivolgersi in nessun modo alla persona ferita e di prendere subito il motorino (con il Romondia) per fare un giro nei dintorni e tentare di individuare i responsabili. In precedenza interrogato sui rapporti con Casapound, Lucarelli dichiara di non avere rapporti, se non di considerare alcuni di loro clienti della pizzeria. Romondia al contrario ricorda che entrambi si sono rivolti al Dessì mentre questi era in fase di medicazione, di essersi informati tramite lui sull’accaduto e di essere penetrati all’interno del circolo di Casapound per valutare i danni. Un approccio umanamente comprensibile visto l’accaduto o c’era una conoscenza pregressa? Romondia non ha dubbi e svela candidamente che esistono dei rapporti tra Casapound e Lucarelli, che è solito mandare i figli a giocare a “calcino” (biliardino) nel circolo di Casapound. Rivelazione pesante, che conferma la poca attendibilità del test Lucarelli e i suoi rapporti pregressi con Casapound. Comica alla luce della rivelazione del Romondia, la precedente affermazione di Lucarelli circa il possesso della tessera della CGIL e della sua ipotetica vicinanza “al rosso”. E’ quanto meno difficile pensare che una persona di sinistra mandi a giocare i figli in una sede fascista. A imparare cosa, il saluto romano?
Lucarelli amico di Casapound. Anche oggi 1+1 fa due? In ogni caso, deve essere stato un brutto colpo la rivelazione del collega pizzaiolo circa i suoi rapporti taciuti con Casapound. Del resto, in fase di interrogatorio, il tentativo di occultare questo rapporto, ha sfiorato più volte il paradosso, come nella situazione, già citata, in cui di fronte a Dessì lievemente ferito a un braccio, Lucarelli dichiara di non rivolgergli la parola e di non chiedergli niente circa l’accaduto. Una circostanza umanamente insostenibile. Lucarelli, decisamente abbacchiato a fine interrogatorio, come consolazione ha ricevuto la pacca sulla spalla dal capo della Digos. Uno dei tanti particolari che riempiono di stranezze queste giornate di dibattimento. La presenza ossessiva di Digos e Polizia, oggi visibilmente agitati e turbati dalla scarsa credibilità dei testimoni, rivela un clima inusuale, nel quale probabilmente l’imbarazzo per aver montato su degli innocenti pesanti e insostenibili accuse, comincia a emergere, tradendo evidenti nervosismi.
Da testimoni della difesa a indagati. E’ forse anche per questa svolta, infelice per l’accusa, che alcuni dei restanti testimoni della difesa, le cui deposizioni sono state rimandate all’8 marzo, sono stati informati di essere indagati. Ora che l’estraneità ai fatti dei primi 7 accusati sta emergendo, insieme all’inconsistenza dei test dell’accusa e al sempre più inquietante ruolo degli investigatori pistoiesi, si toglie ai test della difesa la possibilità di fornire ulteriori materiali che confermino la verità sostenuta dal principio dagli accusati.

Le deposizioni degli indagati

I due indagati interrogati nella seduta odierna, Elisabetta Cipolli e Alessandro Orfano. hanno inizialmente descritto, in modo coerente e lineare, gli spostamenti e le attività che hanno svolto nella giornata dell’11 ottobre 2009. Il dibattimento è proseguito poi con le domande dell’avvocato di parte civile, del pubblico ministero e dell’avvocato della difesa: i due hanno risposto a tutte le interrogazioni, dimostrandosi, al contrario dei testimoni dell’accusa, spontanei e naturali, senza mai cadere in contraddizione. Nel corso delle deposizioni è stato illustrato il carattere dell’assemblea dell’11 ottobre al circolo primo maggio a cui parteciparono gli indagati: si trattava di una fase preparatoria in vista di un nascente coordinamento regionale che aveva il fine specifico di denunciare l’incostituzionalità della legge sulle ronde, di recente approvazione. È emerso dunque chiaramente che l’assemblea non aveva niente a che vedere con il circolo Casa Pound Agogè o con la presenza di militanti neofascisti sul territorio pistoiese. La nostra impressione è stata che, dopo la deposizione dei due imputati, tutti i presenti, dal giudice al pubblico, abbiano ascoltato per la prima volta la verità.
Alla fine dell’udienza, alla luce degli elementi emersi, gli avvocati della difesa hanno chiesto nuovamente la liberazione degli imputati. Il collegio giudicante deciderà entro 5 giorni.



fonte: SenzaSoste

28 gennaio 2010

Termoli (CB): Senegalese denuncia ladro italiano, espulso perchè clandestino

Denunciare l’autore di un furto pur sapendo di rischiare l’espulsione. Un giovane senegalese lo ha fatto, dopo essere stato gabbato da un campobassano fuggito con la sua merce dopo avergli dato solo parte dei soldi concordati. L’intervento della Guardia di Finanza di Termoli ha portato quindi alla denuncia del 50enne italiano per furto e ricettazione. Il 20enne senegalese invece è stato segnalato per commercio di beni contraffatti. Il suo status di clandestino però, gli è costato l’espulsione dall’Italia.
L’episodio è accaduto nelle strade di Termoli. Il 20enne ambulante senegalese aveva trovato un acquirente, un 50enne campobassano, per un buon affare, la vendita di ben 19 capi d’abbigliamento di marche contraffatte in cambio di centinaia d’euro. Al momento della cessione però, il 50enne italiano gli ha consegnato solo 500 euro, parte dei soldi pattuiti. A quel punto il giovane senegalese si è trovato di fronte a un bivio. Da una parte denunciare il ladro italiano pur rischiando l’espulsione dal nostro Paese. Dall’altra tornare senza soldi né merce da chi ogni giorno gli ordinava di girare per le strade della città per vendere vestiti taroccati.
Il 20enne africano ha scelto il male minore e si è rivolto a una pattuglia della Guardia di Finanza di Termoli. Le fiamme Gialle hanno rintracciato in breve tempo il ladro recuperando la merce e i soldi. L’uomo è ora accusato di furto e ricettazione. Per l’africano invece, oltre alla denuncia per commercio di beni contraffatti, è scattata l’espulsione dall’Italia in quanto irregolare. La Guardia di Finanza sta ora cercando di arrivare al vertice dell’organizzazione cui faceva parte come ambulante il giovane senegalese. Le Fiamme Gialle si stanno infatti concentrando sulla provenienza e lo smistamento della merce contraffatta.

Fonte: Primonumero

La tragica morte di Francesco Mastrogiovanni, legato, picchiato e lasciato morire di fame e sete

Quella di Francesco Mastrogiovanni, per le forze dell'ordine "noto anarchico", per i suoi alunni "il maestro più alto del mondo", è una storia di ordinaria persecuzione e di quotidiana repressione. Così ha scritto Liberazione il 20 settembre 2009. Oggi, purtroppo, la conferma che la morte per edema polmonare del maestro elementare di Castelnuovo Cilento durante Trattamento Sanitario Obbligatorio nel reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania non è stata pura fatalità arriva dal Giudice per le indagini preliminari Nicola Marrone. Ben 14 dei 19 indagati per la morte di Francesco Mastrogiovanni, tutti medici o infermieri dell'ospedale di Vallo fra i quali il Primario del reparto di Psichiatria, sono stati infatti interdetti dall'esercizio della propria attività per due mesi. Sfogliando le diciassette pagine dell'ordinanza di applicazione di misura interdittiva (ex art. 289 c.p.p.) ciò che ne emerge è il racconto di una vera e propria tortura alla quale Francesco è stato sottoposto. Fermato dopo un'assurda caccia all'uomo sulla spiaggia di San Mauro Cilento, il 31 luglio viene portato all'ospedale San Luca per essere sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio. Entrato nel reparto di psichiatria alle ore 13, sarà ritrovato morto alle ore 7.20 del 4 agosto, come riportato nella cartella clinica. Già analizzando le carte della perizia medica effettuata dal dott. Adamo Maiese, redatta analizzando i nastri delle telecamere interne del reparto e in base all'esame autoptico, emerge come Mastrogiovanni fosse stato sottoposto a contenzione, senza essere alimentato né idratato. Di tutto questo, però, nella cartella clinica nessuna traccia. Ma l'elemento più sconvolgente di quella perizia (come riportato in un articolo del 28 novembre scorso) riguarda l'ora del decesso, che non sarebbe avvenuta alle 7.20 del 4 agosto, come riportato nella cartella clinica, quando un infermiere afferma di aver richiesto l'intervento di un rianimatore, ma cinque ore prima, alle 1.46. Nell'ordinanza del Giudice per le indagini preliminari vengono ricostruite, minuto per minuto, quelle maledette novanta ore all'interno del reparto psichiatrico di quello che parenti, amici e avvocati di Francesco definiscono «un vero e proprio lager»: gli indagati dovranno rispondere di falso in atto pubblico (ex art.479 c.p.) in concorso tra loro (ex art. 110 c.p.) perché «formavano una falsa cartella clinica riguardante il ricovero per trattamento sanitario obbligatorio». Da nessuna parte, infatti, medici e infermieri hanno riportato che Mastrogiovanni sia stato legato al letto con fasce di contenzione ai piedi e alle mani per tutta la durata del ricovero. Oltre a questi reati, medici e infermieri dovranno rispondere di sequestro di persona per aver privato Mastrogiovanni della libertà personale, «disponendo che egli venisse legato al letto di degenza senza alcuna interruzione e senza che venisse mai slegato per più di tre giorni, senza effettuare alcuna visita di controllo sulle ferite che egli aveva riportato agli arti a causa della contenzione». Il tutto, conferma il Gip, senza che Mastrogiovanni fosse nutrito e dissetato se non con delle flebo. Novanta ore legato, quindi. Novanta ore a digiuno e senza poter bere. Il tutto, come riportato al punto c dell'ordinanza, senza sorveglianza né assistenza. «Ma a rendere ancor più spaventoso il quadro che emerge dagli interrogatori condotti dal Gip e dall'ordinanza che ne è scaturita, è come le torture subite da Mastrogiovanni siano, in realtà, normale prassi all'interno dell'ospedale San Luca» spiegaVincenzo, cognato di Francesco e portavoce del Comitato giustizia e verità per Franco: anche il compagno di stanza di Mastrogiovanni, G.M., è stato tenuto legato al proprio letto per ventuno ore, dalle 11.50 del 2 agosto alle 9,12 del 3 agosto, senza che di questa misura ci sia traccia nella cartella clinica. Ma i particolari raccapriccianti della contenzione subita da G.M. riportati nell'ordinanza non si fermano alla contenzione: a differenza di Mastrogiovanni, G.M. «fortunosamente nel corso della notte riusciva a bere dell'acqua da una bottiglia appoggiata su un tavolino, prima avvicinando il tavolino con un piede, poi facendo cadere la bottiglia e, in seguito, addentandola con la bocca e riuscendo in tal modo a bere qualche sorso d'acqua». Come per Mastrogiovanni, anche per G.M. primario, medici e infermieri del San Luca dovranno rispondere di sequestro di persona e falso in atti pubblici. «Quanto accaduto al compagno di stanza di Francesco dimostra come legare e non nutrire o abbeverare un "paziente" per ore, giorni, sia normalità all'interno di quel lager chiamato ospedale San Luca» denuncia l'avvocato Caterina Mastrogiovanni. La triste storia di questo maestro elementare è la prova, come ci ha scritto in una dura mail il professore - editore anarchico, Giuseppe Galzerano, fraterno amico di Franco, che «il Medio Evo non è, come sappiamo dalla storia, tramontato da molti secoli ma vive nell'ospedale di Vallo della Lucania, in pieno XXI secolo».


Fonte: Liberazione

27 gennaio 2010

Omicidio Lonzi: Appello della madre.

Come tutti sanno in questi anni ho potuto portare avanti la mia battaglia per cercare di arrivare alla verità e alla giustizia sulla morte di mio figlio Marcello grazie all’aiuto economico e morale che collettivi, centri sociali, amici e singoli individui mi hanno dato per poter sostenere le spese legali. Qualche anno fa ho aperto anche un conto corrente postale proprio in occasione della riesumazione del corpo di mio figlio e della conseguente perizia medico-legale fatta dal dottor Salvi che diceva cose ben chiare sulla natura delle ferite trovate sul corpo di mio figlio. Purtroppo l’ultima perizia invece ha confermato in modo vergognoso quella fatta subito dopo la sua morte tenendo conto solo della versione “ufficiale” data dal carcere. Adesso per smontare questa perizia abbiamo bisogno di una controperizia che faccia emergere tutte le anomalie omesse dalla precedente. Purtroppo però i fondi raccolti su quel conto sono finiti ed io al momento non ho la possibilità economica per poter pagare questa ulteriore perizia. Faccio dunque appello a tutti coloro che mi sono stati vicino in questi anni e in generale a chi vuole sostenermi nella mia ricerca di verità e giustizia per dare un contributo economico, anche minimo, a questa battaglia.

Conto corrente postale n. 66865767 intestato a Maria Ciuffi.

CAUSALE: Spese legali

Grazie a tutti
Maria Ciuffi

26 gennaio 2010

Camicie verdi a processo per banda armata. Tra i leghisti imputati il parlamentare Bragantini e il sindaco di Treviso Gobbo

«Costituzione di un'associazione a carattere militare», con questo capo d'imputazione previsto dall'articolo 1 della legge 243 del 1948, finalizzata a reprimere la creazione di milizie paramilitari, il gup di Verona Rita Caccamo ha rinviato a giudizio 36 esponenti della Lega nord, tra cui spiccano i nomi dell'attuale sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo, del deputato Matteo Bragantini, dell'ex sindaco di Milano Marco Formentini, che non hanno potuto avvalersi dell'immunità parlamentare come invece è accaduto per l'intero gotha leghista: Umberto Bossi, Roberto Maroni, Mario Borghezio, Roberto Calderoli, Francesco Speroni ed altri. A restare impigliati alle maglie dell'inchiesta condotta, avvalendosi di un'importante mole d'intercettazioni telefoniche, dal pm Guido Papalia sono rimasti in prevalenza solo alcuni "caporali" e qualche "sergente". La vicenda risale al 1996, epoca in cui la Lega perseguiva una strategia che rasentava l'insurrezionalismo secessionista. Diversa acqua è passata sotto i ponti da allora. Nel frattempo, il 25 gennaio 2006 una serie d'innovazioni legislative in difesa della libertà di espressione hanno fatto decadere tre delle 4 imputazioni su cui era incardinata l'inchiesta: l'articolo 241 (attentato contro l'integrità, indipendenza dello Stato) e 283 (Attentato contro la costituzione) del codice penale. E' bastato che il Parlamento inserisse il requisito degli «atti violenti» perché la configurazione giuridica dei fatti contestati perdesse fondamento. Circostanza questa senza dubbio positiva, anche se non ci si può esimere dal sottolineare come altrove la manifestazione d'opinioni o propositi d'altra natura, anticapitalisti o antigovernativi per un verso, o ispirati a credi religiosi non conformi per l'altro, abbiano subito al contrario un inasprimento repressivo senza precedenti, ivi compreso la reintroduzione dell'offesa a pubblico ufficiale. I leghisti hanno ottenuto l'abolizione dei reati che mettevano a repentaglio le loro opinioni ideologiche e rafforzato quelli che colpiscono le opinioni degli avversari. Venuti meno i reati fine , oltre al 241 e 283 cp veniva contestata anche l'associazione antinazionale finalizzata a «deprimere e distruggere il sentimento della Nazione» (271 cp), dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale con sentenza del 5 luglio 2001, n. 243, la magistratura ha dovuto ripiegare sull'unico reato mezzo presente: «l'associazione a carattere militare denominata "Camicie verdi" poi confluita in un'altra struttura più complessa denominata "Guardia nazionale padana"». Secondo l'accusa «gerarchicamente organizzata e addestrata per un eventuale impiego collettivo in azioni di violenza e minaccia - presentate come azioni di legittima difesa di pretesi diritti violati - e utilizzata anche per intimidire gli aderenti contrari alle direttive politiche dei vertici del movimento, e quindi impedirne la partecipazione al dibattito interno, e così imporre attraverso la riduzione al silenzio dei dissenzienti una precisa linea politica». Il processo che si aprirà il primo ottobre 2010, riforma del processo breve permettendo, riserva notevoli paradossi. Alla sbarra sarà giudicata quella che qualcuno ha già definito una «eversione istituzionale». Basti pensare che il capo di questa struttura paramilitare altri non era che l'attuale ministro degli Interni Roberto Maroni, scampato al processo grazie alla Consulta. Tant'è che in molti invocano il tempo passato, oltre 13 anni, il percorso di costituzionalizzazione della Lega, eccetera. Tutto vero e tutto giusto. Peccato però che questi argomenti, del tutto condivisibili, valgano soltanto quando ad essere sul banco degli imputati sono lorsignori . Nei giorni scorsi, da ministro dell'Interno, Roberto Maroni si congratulava con il capo della polizia, Antonio Manganelli, per l'arresto di Manolo Morlacchi e Virgilio Costantino, accusati di fare parte di un'ennesima propaggine delle cosiddette «nuove Br». Ai due, che hanno contestato ogni addebito, è bastato molto meno di quanto fosse contestato al ministro per ritrovarsi in carcere. Scrivere un libro e avere un nome carico di storia. Ci sono poi detenuti politici rinchiusi da oltre trent'anni. Già, per alcuni il tempo si conta in minuti, per altri in secoli.

Paolo Persichetti

24 gennaio 2010

La mamma di Marcello Lonzi: Marcello come Stefano Cucchi. Il diario clinico, arrivato in cella già pestato

Sarebbe stato il suo stesso cuore malato ad ammazzare Marcello Lonzi alle Sughere di Livorno. E i buchi in testa se li sarebbe procurati cadendo su un secchio o su un termosifone. E le otto costole rotte e le ecchimosi sulla schiena gliele avrebbe procurati la foga dei soccorsi. Sette anni e mezzo dopo, la perizia finale sulla morte del detenuto ventinovenne, sembrerebbe annunciare un'archiviazione su cui il gip dovrebbe pronunciarsi entro pochi giorni. E allora si capisce perché il pm non l'aveva consegnata al legale di Maria Ciuffi prima della manifestazione dello scorso 16 gennaio a Livorno.
Maria è la madre di Lonzi, arrestato nel marzo del 2003, condannato a nove mesi per tentato furto. Ucciso dalla galera alle Sughere di Livorno nel luglio del 2003.
«Ma davvero è morto in quella cella?», continua a chiedersi Maria Ciuffi, da quando i Ris di Roma, la scientifica dei carabinieri, le hanno esclusola presenza di una sola goccia di sangue. Le celle dell'isolamento delle Sughere sarebbero restate fuori dalle indagini. L'ultima perizia sembra una pietra tombale sulla battaglia di verità e giustizia ma il diario clinico, allegato alla documentazione della perizia, rivela che, giunto il 3 marzo 2003 Lonzi «riferisce percosse, plurime escoriazioni e lividi a cosce e gambe... dolore all' emitorace, si necessita radiografia (l'avrà poi fatta?, ndr), si trascina sulla gamba destra perché la sinistra riferisce che è contusa».
«In sette anni è la prima volta che viene fuori. E' la prima volta che lo leggo... Sembra il caso Cucchi», dice ancora la signora Lonzi che ora ha sporto denuncia per sapere se davvero suo figlio sia stato pestato dalla polizia al momento dell'arresto.


Checchino Antonini

23 gennaio 2010

Napoli: Condannati due funzionari di Polizia, per le violenze alla caserma Raniero nel marzo 2001

Alla Caserma Raniero, il 17 marzo 2001, si verificò un vero e proprio sequestro di persona aggravato: condannati a 2 anni e 8 mesi due funzionari di polizia di turno quel giorno, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene, più sei loro sottoposti, tutti con pene sopra i 2 anni, al termine di sei ore di camera di consiglio. Al Tribunale di Napoli s'è concluso così, ieri pomeriggio, a quasi nove anni dai fatti, il processo di primo grado sulle violenze avvenute il 17 marzo 2001. Quel giorno, al termine della mattanza preordinata di polizia contro un corteo che contestava il global forum, si svolse una caccia all'uomo, alcuni feriti vennero prelevati dagli ospedali e condotti in questa caserma divenuta luogo simbolo dell'arbitrio. Le violenze di piazza, cui seguirono abusi e torture in caserma, furono le prove generali dei giorni e delle notti "cilene" di Genova. Fabio Ciccimarra sarà imputato anche nel processo Diaz, assolto in primo grado, per la vicenda delle finte molotov. Al Viminale "regnava" già De Gennaro e il suo ministro era l'ulivista Enzo Bianco. Assolti gli altri agenti di polizia imputati a vario titolo nel lunghissimo procedimento.Il vicequestore Solimene e il commissario Ciccimarra, della squadra mobile, la sera del 26 aprile vennero arrestati dai loro colleghi - con altri sei poliziotti - con l'accusa di sequestro di persona, perquisizione abusiva, lesioni personali, violenza privata, abuso di ufficio ai danni di 87 persone prelevate dagli ospedali e trattate a calci pugni e schifezze varie (messe con la faccia al muro, in ginocchio o in altre pose umilianti). Degli otto accusati, sei sono ispettori e sovrintendenti di polizia, due funzionari. I loro colleghi si rivoltarono contro le misure restrittive ed inscenano grossolane proteste davanti alcune questure ispirati da diverse sigle sindacali. Rapidamente gli otto furono arrestati, scarcerati dal Riesame, promossi e subito riammessi in servizio da De Gennaro. Un primo conto era stato già pagato dal Viminale con la nomina a questore di tre funzionari che nel giorno degli scontri con i No Global erano in piazza. Il Questore dell'epoca, Nicola Izzo, oggi è uno dei principali collaboratori del capo della polizia Manganelli: «dall'alto dirigeva le operazioni in Piazza Municipio in elicottero, quando quella piazza divenne una tonnara dove migliaia di persone vennero manganellate mentre la piazza veniva chiusa da tutti i lati», ricordano in un comunicato i centri sociali napoletani.«Non è stata prevista alcuna provvisionale ma saranno risarciti i ragazi sequestrati quel giorno - spiega a Liberazione l'avvocata Liana Nesta - perà è stata negata giustizia per le altre parti civili, i ragazzi minacciati o pestati.Come la ragazza che subì una tentata violenza sessuale o il militante cobas, cieco da un occhio, che fu pestato in piazza prima e alla Raniero poi sull'occhio buono». Anche Nesta era in piazza quel 17 marzo, come manifestante, poi scappò all'ospadale Pellegrini a cercare che non venissero sequestrati i feriti. «Subito dopo nacque il Legal team - ricorda - e fu chiaro che era la prova generale di Genova». Tutti i condannati sono coperti dall'indulto ma l'interdizione dai pubblici uffici varrà per l'intera durata della pena inflitta. Trenta imputati, più di 65 udienze, le indagini preliminari vennero chiuse alla fine del 2003 e, all'inizio dell'anno successivo partì questo processo. «Molti dei reati sono stati depennati per intevenuta prescrizione (violenze falsi e abusi), ma la cosa fondamentale è che sia stato ricnosciuto l'impianto accusatorio per il sequestro di persona», dice ancora Nesta pochi istanti dopo la lettura del dispositivo. Fra 90 giorni le motivazioni. Per ora può essere utile suggerire la rilettura dell'articolo 13 della Costituzione, quello che proibisce "ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà".


Checchino Antonini

Omicidio Aldrovandi: Al via il processo sui depistaggi

Il gup ferrarese, dopo oltre due ore di "riflessione", ha accolto la richiesta della famiglia Aldrovandi di costituirsi parte civile nel cosiddetto processo bis. Quattro i poliziotti indagati per i depistaggi che seguirono l'omicidio del diciottenne ferrarese nel corso di un violentissimo controllo di polizia. L'inchiesta prende in esame presunti falsi e omissioni compiuti dagli inquirenti: l'ex dirigente dell'Ufficio volanti, un operatore della centrale operativa della questura, e due ufficiali di pg. Sono tutti accusati a vario titolo di aver intralciato le indagini, fin dal primo momento, durante il sopralluogo della mattina di cinque anni fa, nel piazzale di via Ippodromo dove c'era il corpo di Federico.Dei quattro accusati solo uno ha optato per la strada del dibattimento, gli altri hanno scelto il rito abbreviato che si svolgerà tra il primo e il 13 febbraio.

22 gennaio 2010

Spoleto: Detenuto si suicida nel carcere. Settimo caso dall'inizio del 2010

Settimo suicidio nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno: Ivano Volpi, detenuto italiano di 29 anni, si è impiccato nel reparto infermeria del carcere di Spoleto. L'uomo - secondo quanto si è appreso - sarebbe stato arrestato lo scorso 16 gennaio per reati di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Secondo le prime informazioni, Volpi, con precedenti penali, sarebbe stato processato per direttissima e poi trasferito nel carcere di Spoleto.

SETTIMO SUICIDIO - Nel giro di 20 giorni, dunque, sono già sette i detenuti che hanno deciso di farla finita nelle sovraffollate carceri italiane per il quale la settimana scorsa il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza. Proprio martedì presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si è tenuta una riunione, presieduta dal capo del Dap, Franco Ionta, con all'ordine del giorno il rischio suicidi nelle carceri italiane. Nel corso della riunione - si è inoltre appreso - si è deciso di impartire a breve delle direttive affinché si possa offrire maggiore assistenza psicologica ai detenuti che ricevono in carcere notizie negative quali, ad esempio, malattie di familiari, separazioni matrimoniali, oppure condanne definitive.

fonte Ansa

20 gennaio 2010

Napoli: denunciati 8 compagni per contestazione a Maroni

Stamattina alle 10, alcune decine di studenti e attivisti della rete antirazzista napoletana hanno bloccato per oltre mezzora il Corso Umberto all'altezza di piazza Borsa (incrocio zona universitaria) per intralciare l'arrivo e la conferenza del Ministro dell'Interno Maroni prevista nel palazzo della borsa a 50 metri dal blocco. Il Sit-In è stato realizzato con uno striscione su cui era scritto "No Al Pacchetto Sicurezza! Odio i razzisti - Via Maroni", con cartelli in solidarietà coi braccianti immigrati di Rosarno e da decine di chili di arance riversate sulla strada e simbolicamente "insanguinate" con vernice rossa. Al tempo stesso dai balconi del palazzo del Rettorato che affacciano sul corso Umberto altri studenti hanno calato un altro striscione su cui era scritto "Maroni razzista! A Rosarno vergogna di Stato".Naturalmente l'iniziativa era motivata, oltre che in generale dalla contestazione alle politiche discriminatorie del governo, dai gravissimi episodi di Rosarno, in cui a seguito del supersfruttamento dei migranti, delle aggressioni e fucilate subite da tanti di loro che si sono ribellati a queste condizioni, la scelta del governo è stata semplicemente di deportare migliaia di immigrati, sancendo di fatto il successo del pogrom senza nemmeno provare a fermarlo. L'ipocrisia regna sovrana quando, a fronte del discredito internazionale, il ministro dell'Interno accenna alla possibilità di riconoscere la protezione umanitaria agli immigrati "feriti" a Rosarno, mentre però oltre un centinaio di quelli deportati sono ancora rinchiusi nei centri di Bari e Crotone e rischiano espulsioni di massa perchè hanno avuto la sorte (forse..) di non essere stati sparati o sprangati...!E ora Maroni arriva in Campania definendo alcune situazioni "Rosarno al cubo!"... La rete rivendica vere soluzioni e non deportazioni o operazioni propagandistiche e intimidatorie come i rastrellamenti, gli sgomberi senza alternative e i fermi che ci sono stati anche nei giorni scorsi tra la Provincia di Napoli e Caserta e San Nicola Varco cavalcando il "vento di Rosarno":- Permesso di soggiorno per motivi umanitari per tutti gli immigrati che erano a Rosarno- Provvedimento di emersione e regolarizzazione per i lavoratori immigrati esclusi dalla sanatoria, a partire da settori chiave dello sfruttamento come agricoltura e edilizia- Riconoscerre i diritti fondamentali di cittadinanza per i migranti che vivono in Italia- Basta deportazioni - basta apartheid!L'iniziativa serve anche ad esprimere solidarietà contro lo sgombero del laboratorio Zeta di Palermo, cuore della rete antirazzista Siciliana e casa di molti rifugiati sudanesi. Un episodio assai grave che testimoia ancora una volta il clima repressivo e le intenzioni di questo governo.Alcuni attivisti della rete sono stati a Rosarno nei giorni del pogrom e delle deportazioni dei migranti, realizzando insieme a InsuTv (telestreet dei movimenti napoletani) un video-denuncia, che si può vedere e scaricare al link: www.vimeo.com/8851852
tratto da www.infoaut.org

No Tav: Cariche della Polizia

Tensione e carica di allegerimento delle forze dell'ordine a Condove in valle di Susa dove questa mattina sono proseguiti i sondaggi per l'alta velocità ferroviaria. Un gruppo di No-Tav è venuto in contatto con polizia e carabinieri che stavano presidiando il cantiere con le trivelle per i carotaggi in azione nel comune di Chiusa San Michele. I dimostranti hanno tentato di attaccare dei manifesti No-Tav sugli scudi in plastica degli agenti provocando la loro reazione. La carica è durata pochi minuti e ha causato il lieve ferimento di uno dei dimostranti.

Palermo: Sgombero Laboratorio Zeta, Violente cariche della polizia, arresti e feriti

Dopo oltre 10 ore di presidio la situazione davanti il laboratorio sociale occupato Zeta è precipitata. La Polizia ha caricato violentemente il presidio di circa 200 compagn* ripetutamente respingendo i manifestanti fino alla centrale via notarbartolo. La polizia ha usato manganelli, pietre, bottiglie e legni contro i compagn*. Si contano 3 fermi di cui un ricercatore dell’università portato via in autoambulanza. Altri compagn* hanno stanno facendo ricorso a cure mediche. Sopra il tetto del centro sociale continua l’occupazione di due militanti e un consigliere comunale, i rifugiati sudanesi sono stati tutti identificati e rimangono davanti lo stabile mentre il resto dei compagni blocca via notarbartolo circondato da celere e blindati. Il centro di palermo è praticamente bloccato.

Caserta: Autobus di immigrati fermato dai carabinieri, andavano a manifestare

Un autobus di extracomunitari diretto a Caserta per partecipare alla manifestazione promossa dal movimento dei migranti e rifugiati, è stato fermato dai carabinieri, in mattinata, nella zona di Pineta Grande. Lo dichiara l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Napoli, Giulio Riccio, che, presente al presidio, afferma:
«Vorrei informare il questore ed il prefetto che gli immigrati di Caserta, Castel Volturno e del Sud sono sotto attacco della criminalità organizzata, come evidente da quanto accaduto a Rosarno. Pertanto in questo momento le comunità di immigrati devono essere protette e non rese oggetto di azioni di polizia».
L'assessore aggiunge: «Chiediamo alla Questura di conoscere le motivazioni di questa iniziativa delle forze dell’ordine. È evidente che, rispetto ad una richiesta di legalità proveniente dagli stranieri, la risposta dei carabinieri è del tutto fuori luogo».

19 gennaio 2010

Palermo: Sgombero del Laboratorio Zeta

E' in corso a Palermo lo sgombero del Laboratorio Zeta, da 10 anni laboratorio di sperimentazione culturale e di partecipazione sociale e politica
Un ingente spiegamento di carabinieri e celere sta eseguendo lo sgombero. Dalle prime ore del mattino si è formato un presidio resistente di compagni e solidali intenzionati a non abbandonare il centro sociale. La mobilitazione sta crescendo e alle 12.00 almeno 200 persone hanno raggiunto il presidio in via Arrigo Boito, 7. Dentro il centro sociale i carabinieri impediscono ai migranti (per lo più sudanesi), che fin dal 2003 abitano nella struttura, di uscire mentre ai giornalisti è impedito di entrare e filmare le azioni di sgombero. I compagni hanno già resistito ad una carica della celere che voleva creare un varco per far passare i mezzi per murare gli ingressi del centro sociale. La situazione è dunque molto tesa e si temono ulteriori prove di forza da parte della questura. Polizia e Carabinieri sono schierati all’ingresso del centro sociale. Sono arrivati anche i vigili del fuoco. I locali dello Zeta sono in mano alla polizia, mentre tre militanti sono saliti e hanno occupato il tetto del centro sociale. Nel frattempo tutti i migranti che vivono nella struttura sono stati fatti uscire ma rimangono sotto la custodia delle forze dell’ordine. Pochi minuti fa si vissuto un momento di forte tensione quando i celerini hanno trascinato a forza un ragazzo sudanese all’esterno del centro. Il presidio dei compagni si trova a neppure 20 metri dall’esterno della struttura di fronte a numerosi poliziotti e cc coperti da scudi e caschi. Il Laboratorio ZETA è una esperienza importantissima per Palermo, avendo rappresentato una casa per tutti i dissidenti, sovversivi, clandestini, antagonisti che ne abbiano avuto esigenza. Dal Laboratorio ZETA sono partite moltissime mobilitazioni, dalla cacciata del presidente mafioso della Regione Siciliana Totò Cuffaro a quelle di solidarietà per la Palestina, solo per citare le più recenti. Ma non solo mobilitazioni, anche teatro, doposcuola, accoglienza, contro-informazione. In questi 9 anni il Laboratorio ZETA ha avuto un ruolo cruciale nella città di Palermo

17 gennaio 2010

Pecorara (Pc): Cancellata piazza 25 Aprile

A Pecorara, comune della provincia di Piacenza, luogo simbolo della Resistenza al nazifascismo, il sindaco Franco Albertini ha cancellato Piazza 25 aprile. Un affronto a quanti hanno sacrificato la loro vita per la libertà, alla Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza, all’Italia tutta, che su queste radici ha costruito la democrazia. Un affronto che non ha assunto il dovuto rilievo nazionale, fatto che denunciamo con forza: è in corso un attacco senza precedenti ai valori e ai principi che fondano la nostra convivenza civile, la nostra Repubblica. Chiudere gli occhi è irresponsabile. L’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel richiamare tutti i democratici ad associarsi alla sua denuncia e a mobilitarsi con opportune iniziative, chiede l’immediata revoca di questo vergognoso provvedimento.

Anpi - Comitato Nazionale
Anpi - Comitato Provinciale di Piacenza

Firenze: Comune sgombera campo rom. 150 al gelo

Quasi 150 persone in strada da venerdì mattina, fra cui 5 minori, donne, anziani e due persone appena dimesse dall'ospedale, una in seguito a un ictus e un'altra con gravi problemi respiratori. E' la situazione a Sesto fiorentino, nella provincia di quella Firenze che negli ultimi tempi ha guadagnato gli onori delle prime pagine dei giornali per le rigide temperature invernali, dove le ruspe sono intervenute a cancellare l'insediamento della ex area industriale Ozmatek dove queste persone - rom rumeni e quindi comunitari - vivevano nell'impossibilità di avere una sistemazione migliore. Adesso sono tutte ammassate in un parcheggio, fra il viavai classico di un'area pubblica di qualsiasi città. L'area invece è sotto lo stretto controllo della polizia che non lascia entrare nessuno. 40 ex occupanti sono stati portati in Questura per accertamenti, rischiano pure l'allontanamento dell'Italia, a sentire le autorità, ma non si sa su quali basi, essendo la Romania un Paese comunitario. Nel frattempo tutti gli occupanti sono stati denunciati per occupazione di edificio e invasione di terreno. Con loro ci sono i medici del Medu, associazione di volontari che da sempre si occupa dei senza casa, alcuni politici locali, come Mercedes Frias di Rifondazione comunista, ma non il sindaco o le autorità competenti. Sindaco che i ragazzi del Medu stanno cercando di contattare da venerdì pomeriggio, «vista la difficile situazione sanitaria in cui versano queste persone» spiega Andrea ma che non risponde al telefono. Trova il tempo invece per dichiarare ai giornali locali il suo compiacimento per lo sgombero: «Finalmente l'area ex Osmatex potrà essere oggetto di un radicale intervento di bonifica ambientale che era necessario da tempo. Ringrazio quindi il questore Francesco Tagliente per aver fatto intervenire le forze di polizia allontanando le persone che la occupavano abusivamente» dice Gianassi dopo il sopralluogo di ieri sul luogo. L'Osmannoro, l'area di via Lucchese dove sorgeva il campo, è non da ora nel mirino del primo cittadino del comune fiorentino: «Alla proprietà avevo da tempo ordinato di rimuovere l'enorme massa di sporcizia presente nell'area e bonificarla, ma evidentemente l'intervento non poteva essere effettuato finché questa era abitata».
La "sporcizia" dell'Osamonnoro a cui si riferisce Gianassi era quella con cui i rom dovevano convivere, ma di questo il sindaco non si preoccupa. Lo fa invece il Medu che in un duro comunicato stampa ribatte: «Alle persone è stato dato solo il tempo di raccogliere i pochi effetti personali senza possibilità di rientrare per raccogliere coperte e vestiti. Da parte di nessuna istituzione è stata prevista una sistemazione delle persone in luogo idoneo, al riparo dal freddo». I rom hanno quindi peggiorato la loro situazione, visto che prima vivevano in ex capannoni in disuso e in alcune costruzioni di fortuna realizzate con lamiere e mattoni, con cui avevano creato giacigli e cucine da campo. Ma questo per le istituzioni non era un problema. Non è un problema l'emergenza abitativa di Firenze che vede migliaia di persone costrette ad occupare luoghi in disuso per avere un tetto sopra la testa. La città dell'accoglienza del centro-sinistra sta diventando sempre più rapidamente la città delle ruspe e della legalità da Far West.
fonte: Liberazione

16 gennaio 2010

Livorno: in piazza con i familiari delle vittime dello Stato

Una città mezza vuota, pareva Livorno, al passaggio del corteo delle madri, donne con una rosa in una mano e l'altra a tenere lo striscione con le foto dei loro figli, «uccisi dallo Stato». Qualcuno ha "consigliato" i bottegai a restare chiusi. Qualcuno le ha osservate passare, chiuse tra cordoni di polizie, dall'alto di un marciapiede. «Anche noi fino a ieri eravamo sul marciapiede», dirà Ornella, ferita da quella distanza. Ornella è la madre di Niki Aprile Gatti, un ventiseienne di Avezzano arrestato per truffa informatica e quattro giorni dopo trovato morto in una cella di Sollicciano. Poche ore prima aveva dichiarato di voler collaborare alle indagini. Era il 28 giugno di due anni fa. Ornella si batte contro l'archiviazione. Si batte da sola. Tutte le madri alla testa delle mille persone in corteo possono raccontare una solitudine che le assedia da quando sono state costrette a scendere quel marciapiede. Maria è "scesa" dal 25 luglio 2008, da quando il suo Manuel Eliantonio è stato ucciso dalla detenzione a Marassi. Manuel aveva scritto a casa, alle sue «bamboline», che lo stavano ammazzando di botte e riempiendo di psicofarmaci. Doveva uscire pochi giorni dopo ma l'hanno trovato morto - inalazione da butano, si dice, ma il corpo è irriconoscibile - e il giudice giura di non riuscire a decifrare la scrittura di Manuel. Così Maria gliel'ha copiata quella lettera a caratteri cubitali. Anche in questo caso Maria ha resistito già a due tentativi di archiviazione.
Il corteo si snoda con le Reti meno invisibili (Haidi Giuliani, la mamma di Carlo e Maria Iannucci, la sorella di Iaio) lontane dalla testa e le Madri per Roma Città Aperta nate su impulso di Stefania Zuccari, la mamma di Renato Biagetti. E poi centri sociali, antiproibizionisti pisani, antifascisti che chiedono la libertà dei sette arrestati senza prove a Pistoia, anarchici, gente di Rifondazione e di Sinistra critica. Micropolemica per un simbolo del Prc su uno striscione: s'era detto di non portare bandiere e di non gradire passerelle di politici ma a molti è sembrata ghettizzante questa paura della politica. Haidi spiegherà dal microfono che non bisogna aver paura di organizzarsi e di incontrare altre forze organizzate. Il rischio è depotenziare «la critica radicalissima alla repressione - spiega Giovanni Russo Spena della direzione nazionale Prc - che scaturisce da questo primo incontro delle madri».
La famiglia di Bledar Vukai lotta da sette anni contro l'idea che il loro ragazzo, 21 anni, talento del football americano, si sia suicidato buttandosi giù da un ponte di 18 metri vicino Cremona. Anche i loro conti non tornano: il corpo non s'è sfracellato ma è pieno di lividi strani, come se li avesse causati - sostengono - una pistola elettrica. E' morto dopo un'agonia di quattr'ore senza che un medico, dicono i genitori, gli si avvicinasse. Era uscito dal salumificio in cui lavorava e s'era trovato in mezzo a un incidente stradale di poco conto. Forse era stato inseguito dall'altra vettura, i verbali dei carabinieri non convincono. Claudio e Ida sono fratello e sorella di Stefano Frapporti, vengono da Rovereto assieme a parecchi manifestanti. Stefano aveva 49 anni, 32 dei quali passati in cantiere. Quella sera tornava in bici dal lavoro. E' passato col rosso, pare, e i carabinieri in borghese l'hanno fermato. Stefano non ha niente addosso. Ma un verbale dice che avrebbe invitato l'Arma a casa per sequestrare due canne che aveva. Una strana perquisizione, «accurata» ma che non ha lasciato nulla fuori posto, scoverà cento grammi suppergiù di hashish, un po' in una scarpiera, un po' in qualche cassetto. I cento euro che aveva in tasca sarebbero, per i carabinieri il provento dello spaccio. Lo scontrino di un bancomat li smentisce. Alle 19 il fermo, alle 20 la convalida dell'arresto, alle 21.30 entra in carcere. Poco prima di mezzanotte è già morto. Per il pm è tutto normale, avrebbe avuto un'indole da suicida. Anche questa storia continua contro l'archiviazione.
La ginnastica deviata di certi apparati dello Stato è denunciata dagli striscioni e dai volantini che ciascuno ha portato a Livorno rispondendo all'appello di Maria, la madre di Marcellino Lonzi. A sette anni quasi da quell'undici luglio che ha stravolto la sua vita, Maria si batte ancora perché un processo pubblico spieghi cosa c'entra quel corpo massacrato in carcere con le cause naturali spacciate dalla versione ufficiale. C'è l'ultima perizia ma il pm non gliel'ha voluta dare prima del corteo.
Qualcuno ha dalla sua una vicenda giudiziaria più normale: a 80 anni Duilio Rasman marcia col bastone. Suo figlio, in cura al dipartimento di salute mentale da quando era tornato dal servizio militare, morì soffocato nell'irruzione in casa di quattro agenti. Era l'ottobre 2007. Più tardi un processo condannerà in primo grado i quattro a sei mesi per omicidio colposo. Duilio lo sa che non è finita qui, a marzo si va in appello. E se gli chiedi se sei mesi non gli sembrino pochi ti dice che «la risposta più grande è aver superato l'insabbiamento». Però nessuno mai gli ha chiesto scusa. Il sindaco di Trieste, la sua città, gli disse: «Ma cosa vuole, che venga a piangere sulla tomba di suo figlio?». Sua moglie da allora «piange ad alta voce, giorno e notte, che si lamentano i vicini». Anche loro sono ancora su quel marciapiedi. Mario Comuzzi anche arriva da Trieste. Suo figlio Giulio, 24 anni, pianista, perito informatico, in cura al Dsm, precipita da un tetto il 28 febbraio del 2007: «Una morte bianca insabbiata dal Dsm», dice lui e sul suo sito denuncia un sistema che in città punterebbe all'interdizione di migliaia di cittadini.
«Sono problemi di tutti - dice al microfono un militante del circolo operaio di Rovereto - non si può far finta di nulla». Ma la gente resta quasi tutta sul marciapiede. Le madri cercheranno insieme di capire perché.

Milano: Detenuto si siucida nel carcere di San Vittore. Sesto detenuto suicida in soli 15 giorni.

Con la morte di Mohamed El Aboubj, ritrovato esanime nel bagno della sua cella nel carcere di San Vittore salgono a 6 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno: una frequenza mai registrata prima. Mohamed El Aboubj era stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere per aver partecipato alla “rivolta” avvenuta 5 mesi fa nel Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Via Corelli.
Tra un mese sarebbe stato scarcerato, probabilmente senza che arrivasse la sentenza definitiva, quindi dopo aver “scontato” in custodia cautelare una vera e propria “anticipazione della pena”.
L'avvocato Mauro Straini - legale di El Aboubj - ha commentato ad Apcom la morte del suo assistito spiegando che "nel 2009 in Italia si è registrato un record di suicidi tra i reclusi, 72 casi, e in questo primo scorcio dell'anno si sono già verificati alcuni casi. Invece di discutere solo in merito alla costruzione di nuovi penitenziari - ha aggiunto il legale - bisognerebbe ripensare seriamente al senso della pena e della custodia cautelare che andrebbe applicata soltanto in casi estremi ridimensionando la facilità con la quale viene disposta oggi".
6 detenuti suicidi in soli 15 giorni (1 morto ogni 60 ore, in media): una frequenza mai registrata prima, a fronte della quale non c’è alcun “piano carceri” che tenga, anche perché gli interventi recentemente annunciati dal ministro Alfano non prevedono alcun rafforzamento dell’attività “trattamentale” verso i detenuti, quindi l’assunzione di psicologi, educatori, assistenti sociali.
Si edificheranno nuove celle (“se” e “quando” si edificheranno), si assumeranno nuovi agenti di polizia penitenziaria (“se” e “quando” si assumeranno), in modo da poter “contenere” e “sorvegliare” fino a 80.000 detenuti. Che possano arrivare vivi al termine della pena - possibilmente conservando anche un po’ di salute fisica e mentale - non sembra essere tra le preoccupazioni di chi governa (il Paese e le carceri).


Fonte: Ristretti Orizzonti

Si impicca un detenuto di 27 anni al carcere di Massa: è il quinto caso dall'inizio dell'anno

In sole due settimane sono già cinque le persone che si sono tolte la vita all'interno delle carceri italiane. L'ultimo drammatico episodio si è consumato nella notte fra mercoledì e giovedì all'interno della casa circondariale di Massa: Abellativ Sirage Eddine, 27 anni, si è impiccato la notte scorsa con un lenzuolo annodato al tubo della doccia.
La sua morte si aggiunge a quelle di Pierpaolo Ciullo, 39 anni, che si è tolto la vita il 2 gennaio nel carcere di Altamura, in provincia di Bari; tre giorni dopo è stata la volta di Celeste Frau, 62enne, che si è impiccato nel carcere Buoncammino di Cagliari. Il 7 gennaio, infine, si sono suicidati Amato Tammaro, 28 anni, nel supercarcere di Sulmona, e Giacomo Attolini, 49 anni, nel penitenziario di Verona.
«Esattamente 24 ore fa il ministro ha annunciato l'intenzione di assumere 2mila agenti di polizia penitenziaria: decisione opportuna e saggia che rischia di evidenziare ancor più la mancata assunzione, e da anni e anni, di educatori e psicologi: proprio quegli operatori che potrebbero risultare essenziali per ridurre il numero dei suicidi». Lo dichiara Luigi Manconi, presidente di "A Buon Diritto" dopo l'ultimo caso di suicidio avvenuta nel carcere di Massa Carrara. «Sa il ministro - chiede Manconi - che in molti istituti il tempo che gli psicologi possono dedicare a ciascun detenuto di appena 10 minuti al mese?». «Mai ho detto e mai dirò che la responsabilità di questa strage infinita debba attribuirsi al ministro della Giustizia - conclude Manconi - ma non ho taciuto e non tacerò sul fatto che l'immobilismo delle autorità politiche e amministrative rischia di farsi complicità».

15 gennaio 2010

Genova G8: Appello processo Bolzaneto sentenza prevista per il 5 marzo

Si e' conclusa con le ultime arringhe degli avvocati difensori la penultima udienza del processo di appello per le violenze avvenute nel luglio del 2001 sui manifestanti anti-G8 all'interno della caserma del VI Reparto Mobile della polizia di Bolzaneto. Nella loro requisitoria i pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello avevano chiesto un anno e sei mesi per la dottoressa Sonia Sciandra, accusata di falso ideologico per avere scritto il falso in una cartella clinica e nove mesi per i matricolisti Marcello Mulas, Michele Sabia Colucci e Giovanni Amoroso, accusati di falso.
Per una trentina di imputati del processo i pm avevano chiesto il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati. Solo per un imputato, il sovrintendente Parisi, era stato chiesto il non luogo a procedere per avvenuto decesso.
Per altri quattro avevano chiesto la conferma della pena in primo grado: si tratta dell'assistente capo della polizia Massimo Pigozzi, accusato dello "strappo" alla mano subita dal manifestante Giuseppe Azzolina; Pigozzi era stato condannato per questo episodio a tre anni e due mesi. Gli altri tre imputati sono Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco: hanno tutti rinunciato alla prescrizione, in primo grado furono condannati a un anno. La sentenza e' prevista per la prossima udienza che si terra' il 5 marzo.

Fonte: AGI

14 gennaio 2010

Rosarno, le bugie di Maroni: su 1078 identificati 795 erano in regola

Il ministro dell'interno Maroni è un "duro". Lo ha detto più volte e senza mezzi termini: con i clandestini bisogna essere "cattivi". Bisogna essere anche dei ciarlatani, almeno stando alla sua relazione sui fatti di Rosarno, presentata al Senato il 12 gennaio. I fatti sono noti e non starò qui a ripeterli. Quello che mi interessa mettere in evidenza è che l'interpretazione che ne ha dato il "duro" Maroni è stata fin da subito univoca: quello che è successo è colpa dei clandestini. Maroni e i suoi compari lo hanno ripetuto in maniera ossessiva in questi giorni e sono stati efficaci tanto che la stessa rappresentante in Italia dell'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati, Laura Boldrini, che non può essere accusata di razzismo e xenofobia, l'ha implicitamente confermato dichiarando l'8 gennaio all'agenzia ASCA che "fra i molti immigrati clandestini di Rosarno ci sono anche rifugiati politici e richiedenti asilo".
In breve, quello che è passato di fronte alla cosiddetta opinione pubblica è il messaggio lanciato da Maroni e ripreso dalla canea fascistoide che ci governa: a far "casino" a Rosarno ci sono i clandestini.
Ebbene si tratta di una clamorosa falsità come hanno dimostrato le cifra snocciolate da Maroni nel citato intervento al Senato che abbiamo ripreso dal sito del ministero dell'interno e che possiamo così riassumere: a Rosarno sono stati identificati 1078 extracomunitari, di questi 795 (74%) sono risultati in possesso di permesso di soggiorno, 46 sono clandestini che verranno immediatamente espulsi (4%) mentre i restanti 238 (22%) verranno internati nei famigerati CIE per un approfondimento di indagine. Come è stato costretto ad ammettere il "duro" Maroni: "La maggioranza degli immigrati a Rosarno era regolare dal punto di vista del permesso di soggiorno". Le vittime dello sfruttamento selvaggio dei proprietari terrieri della piana do Gioia Tauro, coloro che hanno osato ribellarsi alla mafia non erano i tremendi clandestini di cui si riempiono la bocca politicanti e gazzettieri da due soldi. Eppure nonostante questa ammissione il "duro" Maroni ha continuato a sostenere una clamorosa falsità e cioè che "i fatti di Rosarno rendono evidenti tutte le conseguenze negative che derivano dall'immigrazione clandestina" affermazione che è stata inserita nel comunicato pubblicato sul sito del ministero dell'interno e immediatamente ripresa nei "lanci" di due fra le maggiori agenzie di stampa: "Immigrati, Maroni, combattere senza tentennamenti i clandestini (Adnkronos) e "Rosarno, Maroni, governo proceda senza tentennamenti contro l'immigrazione clandestina per favorire la legalità" (ANSA).
Ancora una volta gli sciamani della politica ci hanno dato un esempio da manuale di come si riesce a manipolare l'informazione per dare una visione distorta della realtà.

fonte: SenzaSoste

Omicidio razziale a Napoli, vittima un senzatetto marocchino

Si chiamava Yussuf Errahali, aveva 37 anni ed era originario del Marocco. E' stato assassinato a Napoli la notte fra lunedì e martedì scorsi, da uno dei tanti gruppi di giovani che in tutta Italia, da nord a sud, hanno abbracciato le ideologie razziste che ormai da anni, diffuse da politici e media, permeano la società italiana. Yussuf, che non aveva un tetto sotto cui ripararsi dal gelo invernale, è stato aggredito, insultato, umiliato, percosso e gettato in una fontana, con una temperatura vicina a zero gradi. Dopo un'atroce agonia, è morto su una panchina di piazza Cavour, in pieno centro. La sua morte era già stata liquidata dalle autorità come decesso causato dalla precarietà e dalle intemperie: identica sorte che la stessa notte, sempre secondo le autorità, sarebbe toccata, sempre nel capoluogo partenopeo, a un altro senzatetto. Grazie all'indagine di Stefano Piedimonte del Corriere del Mezzogiorno, è però emersa almeno questa volta la verità e le autorità non dovrebbero incontrare ostacoli a identificare e arrestare il gruppo di giovani assassini razziali.

fonte: www.everyonegroup.com

13 gennaio 2010

Omicidio Cucchi: c'è un nuovo mistero Stefano scrisse una lettera che non è mai arrivata

Scrisse una lettera Stefano Cucchi, la scrisse alla comunità terapeutica che aveva frequentato. Scrisse dal repartino penitenziario del Pertini, dal letto dove sarebbe morto alcune ore dopo. Ma quella lettera non è mai arrivata. Nè tantomeno figura agli atti dell'inchiesta sull'omicidio del trentunenne romano arrestato per droga sei giorni prima dai carabinieri. Si potrebbe ipotizzare che potrebbe non averla scritta ma - a spulciare la relazione dell'Inchiesta amministrativa del Dap - si trovano le dichiarazioni di una vicesovrintendente della Polizia penitenziaria, capoposto del repartino dal 2005, dall'apertura della «struttura complessa di medicina protetta». L'agente è stata sentita il 23 novembre da una dirigente del dipartimento, ma è ancora in lista tra le persone informate dei fatti che la procura ha intenzione di ascoltare. La donna riferisce che, durante il turno pomeridiano del 21, un collega le fece presente «che il detenuto chiamava in continuazione, richiedendo sigarette, di parlare con un'assistente volontaria e di parlare con qualcuno della comunità». «Io ritenni opportuno di andare a parlare direttamente con lui suggerendogli, al fine di accelerare i tempi, invece di compilare il modulo con la richiesta (che avrebbe dovuto ottenere l'autorizzazione del magistrato in quanto lui era giudicabile), di scrivere direttamente alla comunità e a tal fine gli consegnai una busta col francobollo che spesso gli assistenti volontari ci lasciano in consegna per le esigenze dei detenuti». Ancora: «La lettera ho visto che la scriveva, non so se però è stata inoltrata in quanto ho finito il turno alle 23 e poi la mattina successiva il detenuto è morto».
La relazione degli ispettori del Dap, lungi dall'assolvere il corpo degli agenti di custodia (tre dei quali sono indagati assieme a sei medici), si conferma un pozzo di informazioni utili quantomeno a porre domande sugli ultimi sei giorni di vita di Cucchi. Ma il documento fatica a suscitare l'interesse degli addetti ai lavori. Il caso Cucchi, da alcune settimane, fa notizia solo per il suo riverbero sulla contesa elettorale. In molti hanno offerto (e inutilmente) alla sorella Ilaria un posto in lista. Eppure il rapporto del Dap è accessibile in rete. Chi l'ha letto con attenzione è certamente la famiglia del ragazzo ucciso che ha già segnalato le formidabili incongruenze del verbale d'arresto dei carabinieri (vedi Liberazione del 24 dicembre) e ora esprime sconcerto su alcune dichiarazioni della capoposto quando afferma che parlò coi parenti di Cucchi ma solo dalla stampa avrebbe compreso che si trattava dei genitori. Come se fosse possibile entrare in un carcere senza mostrare i documenti.


fonte: Liberazione

Uno sciopero «nero» contro l'alleanza schiavista sud-padana

Tra il 16 e il 20 agosto del 1893 a Aigues-Mortes (vicino Nimes et Montpellier) si scatenò una violentissima ratonnade, una sorta di pogrom che provocò l'assassinio di decine di italiani che lavoravano nelle saline. La cifra ufficiale di 9 morti fu poi smentita da altre che stimarono a circa 50 i morti e 150 i feriti, ma molti cadaveri non furono ritrovati perché buttati nei canali o in mare o in mezzo alle campagne o peggio... dati in pasto ai maiali. Del resto nessuno sapeva quanti e chi fossero i liguri, i piemontesi, i lombardi e i toscani che andavano a piedi a lavorare clandestinamente fra Nizza, Marsiglia e Perpignan e l'ambasciata d'Italia non si curò neanche di accertare chi fossero i morti. Già allora gli italiani erano chiamati genericamente «napoletani» e poi con tutti gli epiteti dispregiativi abituali (sarazins, ritals o bougnoules, terroni) e accusati di rubare il lavoro ai francesi anche da qualche leader sindacale di sinistra come Jules Guesde. I francesi che parteciparono alla caccia all'italiano non sembra fossero aizzati da una qualche mafia locale, ma sicuramente da qualche politicante e sindacalista nazionalista. Insomma, spargendo il sangue degli italiani il cosiddetto popolino locale francese si sfogò della sua misera esistenza.
Fatti del genere ne sono successi tanti in tutti i paesi d'immigrazione e in diversi periodi storici e recentemente è quanto è successo anche in Africa con la persecuzione assassina dei rifugiati in paesi confinanti a quelli da cui scappavano.
Le analogie fra questi fatti e i pogrom di Rosarno o di Castelvolturno non mancano, ma ci sono delle differenze non da poco. Cosa è diventata la Calabria nell'Italia di oggi? Cosa sono diventate tante zone europee simili alla Calabria nell'odierna Europa (si ricordino anche le uccisioni di tanti polacchi in Puglia, dei marocchini a El Ejido nel sud est della Spagna, di albanesi in certe zone greche vicino all'Albania e altri casi anche a danno dei rom in quasi tutti i paesi dell'Europa "democratica")?
Circa cinquant'anni di clientelismo selettivo hanno trasformato le zone cosiddette povere d'Italia in territori abbandonati da una forte percentuale di emigrati e rimasti popolati da persone in maggioranza costrette a sottostare al mercimonio dei mediatori di potere fra i quali innanzitutto i mafiosi. Quando il centrosinistra è andato al potere in tali zone quasi sempre ha dovuto fare compromessi se non vere e proprie intese forti con le mafie locali, e quando non l'ha fatto è stato subito sconfitto. In altri termini, buona parte della popolazione di queste zone è alla mercé, massa elettorale o persino bacino di manovalanza delle mafie locali. In altri termini è quella parte di popolazione che fa da pendant a quel popolino padano che rivendica la libertà di fare quello che vuole per arricchirsi sempre più. Ciò che accomuna questi due "popoli" che per 50 anni hanno votato Dc o personaggi del centrosinistra dotati di carisma clientelare o mafiosesco è infine la pretesa secondo loro indiscutibile di una superiorità assoluta in quanto cittadini italiani ed europei. Ergo una superiorità che non è dissimile da quella dei colonialisti o degli americani del Ku Klux Klan. Solo qualche stupido poteva credere che al sud ci fosse - chissà perché - più "umanità" per gli immigrati. Ci si dimentica che in tutte le zone dove la possibilità di tutela dei diritti fondamentali e dove gli spazi di emancipazione sono scarsi o inesistenti c'è sicuramente rischio di schiavizzazione e questo vale anche per tante zone della Padania anche se non si vede in maniera plateale come a Rosarno (dove peraltro questa situazione dura da anni, mentre la cosiddetta opinione pubblica sinora non s'era accorta di nulla).
Ecco quindi che terroni padani e terroni del sud si uniscono per la difesa della loro pretesa di schiavizzare e di eliminare lo schiavo quando loro aggrada. È il diritto di cittadinanza liberista che di fatto corrisponde a quello che difende Angelo Panebianco sul Corriere della sera. Di fronte a tanta vigliacca protervia razzista la rivolta degli immigrati s'è mischiata alla disperazione totale. Dopo quella di Castelvolturno è la seconda rivolta resa nota all'opinione pubblica. Allora quand'è che la sinistra e i sindacati si impegneranno seriamente a sostenere le mobilitazioni nazionali e locali degli immigrati? Sono più di 800 mila gli stranieri iscritti al sindacato in Italia. Dovrebbe bastare per un impegno sindacale che diventi effettivamente incisivo, a cominciare da uno sciopero nazionale non solo degli immigrati ma anche di tutti gli italiani che vivono nel sommerso o nella quasi schiavitù, che per i condannati alla clandestinità è anche rischio di morte violenta.

Salvatore Palidda da il manifesto

Ilaria Cucchi: «Perché vale così poco la vita di un arrestato?»

Sono Ilaria, la sorella di Stefano Cucchi.
Ho letto con attenzione la relazione dell'inchiesta amministrativa del Dap sul decesso di mio fratello dagli esiti sconcertanti.
Da sorella, madre, cittadina di mi pongo queste domande che ritengo di condividere con Voi. (...)
Mi sconcerta quello che dice un agente: «Mi limitavo a chiedere informazioni anche perché non è facile lavorare con le altre forze di polizia». Lo stesso agente specifica: «Questo significa che non intendevo approfondire la natura delle lesioni che constatavo perché l'arrestato era nella diretta responsabilità dei colleghi»; e poi ancora: «Assumevo atteggiamento differente solo quando ritenevo che con la consegna dell'arrestato dovevo tutelarmi per eventuali questioni che potevano insorgere».(...) Cosa significa che "non è facile lavorare con le altre forze dell'ordine"? (...)
Perché vale così poco lo stato di salute di un arrestato?
Perché valeva così poco lo stato di salute di mio fratello?
Ho letto nelle testimonianze degli agenti sentiti tutta l'indifferenza e la superficialità rispetto alla sofferenza che mio fratello manifestava mentre era in Tribunale e al successivo ingresso in carcere (...).
Mio fratello Stefano è arrivato ad affermare di fronte a due agenti che lo hanno condotto in ospedale che «i tutori dello Stato gli avevano fatto questo», intendendo le lesioni che aveva riportato, e ha aggiunto che «non ce l'aveva con loro, ma che voleva parlare con il suo avvocato e avrebbe messo tutto in chiaro». Sapete cosa ha fatto uno dei due agenti? «Da quel momento non ho più parlato con il Cucchi, ho preso le distanze pensando che ognuno doveva rimanere al suo posto».
Perché, poi, tanti agenti sentono mio fratello fare riferimento al "suo avvocato" con cui voleva assolutamente parlare, ma alla fine a Stefano viene assegnato un difensore d'ufficio?
Guarda caso nel verbale con cui mio fratello è stato consegnato dai Carabinieri alla Polizia Penitenziaria, firmato alle ore 13.30 del 16 ottobre, si indica come avvocato, anche se d'ufficio e non di fiducia, l'Avv. Stefano Maranella che all'epoca era effettivamente il legale della nostra famiglia: perché se Stefano aveva esattamente indicato il nome dell'avvocato da cui voleva essere assistito non è mai risultata questa nomina di fiducia? Perché nessuno durante il suo ricovero al Pertini ha fatto in modo che Stefano riuscisse a parlare con il suo difensore?
Perché valevano così poco le esigenze, le volontà e i diritti di mio fratello? Forse perché era un tossicodipendente?
Altre cose emerse dalla relazione mi lasciano sconvolta.
Perché durante la notte trascorsa nelle celle di sicurezza di Tor Sapienza, quando poco dopo le 5 è stata chiamata l'ambulanza, i Carabinieri non chiariscono i motivi della richiesta del soccorso sanitario né i sanitari chiedono spiegazioni ai Carabinieri, accontentandosi del riferimento ad un generico "lamentarsi" di Stefano?
È normale che una cella di sicurezza, oltre ad essere di ridottissime dimensioni tali da entrarvi solo uno alla volta come riferito dai sanitari, sia anche al buio, illuminata solo dalla luce del corridoio?
E poi il trattamento al Pertini.
La relazione delinea un quadro incredibile; ben otto i rimproveri del Dap (...). Perché ben quattro medici del Pertini, convocati a rendere dichiarazioni nell'ambito dell'inchiesta del Dap, non si sono nemmeno presentati? (...) Non posso non manifestare tutta la mia indignazione perché la dannata "normalità" delle lesioni sulle persone arrestate, la dannata "normalità" di non interessarsi a tali lesioni finché non diventa "affar proprio", la dannata "normalità" del disagio di una persona tossicodipendente in stato di restrizione, è una "normalità" che, quando viene percepita sistematicamente come tale, porta inevitabilmente ad una disumana, indegna e degradante indifferenza da parte di chi opera con le persone in stato di restrizione.
Un' indifferenza che uccide.(...) E allora, da sorella, madre e cittadina, Vi chiedo di intervenire affinché questa "normalità" non venga più tollerata, affinché non venga dimenticato ciò che è successo a mio fratello e affinché non si aspetti nell'inerzia la prossima morte indegna che una famiglia distrutta sarà costretta ad urlare a tutto il Paese.

Ilaria Cucchi

10 gennaio 2010

Speciale Rosarno

Ma come fa Maroni a dire quello che dice? Ci crede oppure fa finta e poi, quando è lontano dai microfoni, si mette a dare di gomito e a ridere? Se per una volta perfino un Bersani, quella pasta d'uomo che guarda al centro, gliene ha cantate quattro, vuol proprio dire che il buon Roberto, l'avvocato e tastierista della Lega che si occupa della nostra sicurezza, le ha proprio sparate grosse.
Dire che quello che sta succedendo a Rosarno è colpa della tolleranza è una barzelletta, anzi una spudorata violazione del buon senso. Tolleranza? Da un anno e mezzo, il governo, di cui Maroni è uno dei ministri chiave, smantella i campi nomadi, scheda Rom e Sinti, blocca i migranti in alto mare e li rimanda in Libia, affidati alle cure di quel simpatico difensore dei diritti umani di Gheddafi, il grande amico di Berlusconi. E che dire del pacchetto sicurezza e di quei sindaci della Lega che invitano i cittadini a denunciare i clandestini? E degli innumerevoli gesti di disprezzo e razzismo, della propaganda xenofoba ufficiale e ufficiosa, della persecuzione a ogni livello di chi non ha i documenti in regola e anche di chi ce l'ha? Le condizioni di vita degli stranieri impiegati nell'agricoltura stagionale sono schiavistiche per i vescovi e persino per «Farefuturo». Che si tratti di sovversivi?
La pura e semplice verità è che la tolleranza in questo paese c'è per il lavoro schiavistico, per il caporalato, per i salari da fame, per le condizioni in cui sono costretti a vivere i migranti, per l'assoluta privazione dei loro diritti. Qualcuno si è mai preoccupato di allestire alloggi decenti per i lavoratori stagionali? Di proteggerli dalla mafia o dalla camorra, come a Castel Volturno? Se tutti i quattrini spesi nella gigantesca bufala della sicurezza fossero stati usati per accogliere e aiutare i lavoratori stranieri (di cui si occupa solo il volontariato), a Rosarno non sarebbe successo nulla, anche mettendo nel conto i colpi di pistola sparati da qualche canaglia o mafioso che sia. Nelle dichiarazioni dadaiste di Maroni c'è tutta la linea politica di un governo che esclude, reprime, espelle, soffia sul fuoco e magari riscuotere il premio elettorale dell'insofferenza diffusa.
Il vero miracolo è che non sia successa prima. È incredibile il grado di sopportazione dei lavoratori stranieri. Ma prima o poi questi fatti si ripeteranno. E allora i nodi cominceranno a venire davvero al pettine. Compresa l'ambiguità di tanta parte dell'opposizione nelle questioni della cittadinanza, delle migrazioni, dell'ordine pubblico, della sicurezza. Perché quello che non si è voluto capire, nel centrosinistra degli ultimi vent'anni, è che sui diritti umani fondamentali - che si sia al governo o all'opposizione - si transige solo al prezzo di un'irrimediabile degradazione della vita sociale.
E oggi recuperare una cultura dei diritti significa stare dalla parte dei lavoratori di Rosarno e dei loro fratelli oppressi nel paese e in queste ore a rischio di vita e sotto attacco razzista.


Alessandro Dal Lago da il manifesto

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A Rosarno esiste un gioco chiamato «andare per marocchini», altri lo chiamano «il gioco della Nazionale». Per partecipare bisogna andare in gruppo sugli scooter con i bastoni - appunto lungo la via Nazionale - sfrecciare accanto ai migranti che la percorrono a piedi di ritorno da lavoro, prendere la mira e picchiarli, proprio come i giocatori di polo con la palla. C'è anche una variabile: c'è chi sale sui cavalcavia armato di sassi e fa il tiro a bersaglio. Ieri l'altro tre ragazzi a bordo di una macchina scura ridevano e urlavano, poi hanno iniziato a sparare con fucili ad aria compressa. E' in questo contesto che vivono i migranti di Rosarno.
Abbiamo conosciuto la storia dei migranti di Rosarno nel 2005, è un ragazzino rosarnese di 16 anni a raccontarcela per la prima volta. Inizia a raccontare una storia surreale: migliaia di neri vivono in una condizione di schiavitù. Sapevamo dello sfruttamento dei migranti nell'agricoltura, ma quella storia aveva dell'incredibile. Andammo di domenica, con due macchine. Nei giorni feriali alle 5 del mattino vengono prevelati e portati in campi inavvicinabili. Siamo entrati così in un inferno chiamato Rosarno, che nessuno oggi può dire di non conoscere. Perciò adesso che i migranti con coraggio e disperazione hanno deciso di ribellarsi - mentre la bomba di Reggio Calabria passa nel (quasi) disinteresse generale - non vogliamo parlare di quello che c'era dentro la Cartiera (e nelle ex fabbriche che l'hanno sostituita), ma attorno alla Cartiera.
Quella domenica la cosa più impressionante non furono paradossalmente le condizioni di vita dei migranti, ma un vecchio alla guida di un'Ape che, passando da lì, con un gesto automatico sputò in direzione della Cartiera e urlò: «Cornuti! Mmerda!». Poi girò lo sguardo e vide noi, dei volti bianchi, delle facce non di Rosarno, stranieri anche noi. E si sentì spiazzato. Ci raccontarono che quello di sputare era un'abitudine giornaliera. Perché? C'è razzismo a Rosarno. E non bisogna nascondersi, come fa il commissario prefettizio dicendo che il ferimento «non è riconducibile a razzismo». Bisogna invece provare a disinnescarlo, in un territorio fatto di emigranti e di lavoratori delle campagne: chi sfrutta oggi, veniva a sua volta sfruttato negli anni 60. E c'è un altro cortocircuito che va disinnescato: «Il problema degli immigrati va riallacciato a quello della 'ndrangheta. C'è uno sfruttamento pilotato da parte della criminalità e questo a causa dell'assenza dello Stato, che deve tornare a intervenire», spiega don Pino Demasi, vicario della diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera in Calabria. Il sistema delle cosche è perfetto: i boss richiedono la manodopera, mettono a disposizione i mezzi e si arricchiscono nell'ombra. E, pur avendo dei business molto più redditizi, non lasciano Rosarno e le sue campagne: il potere di sopraffazione è lì che va mantenuto.
Che la situazione fosse esplosiva era chiaro da tempo: il 12 dicembre 2008 due giovani italiani a bordo di una Panda sparano e feriscono due ivoriani. Già quel giorno i migranti erano scesi in piazza per protestare. Già in quelle ore s'era mostrata tutta l'indifferenza dello Stato. Oggi succede di più: i rosarnesi in piazza chiedono agli africani di andare via, qualcuno spara dalla sua terrazza.
C'è un intero sistema al collasso. Rosarno esiste nell'indifferenza generale. Nel frattempo questi fantasmi dalla pelle nera mandano avanti l'industria degli agrumi. Rosarno è probabilmente il luogo in cui la Bossi-Fini ha dato i suoi frutti più amari. E' la sublimazione di un sistema perverso che il ministro Maroni che parla di «troppa tolleranza» continua irresponsabilmente ad alimentare. Rosarno è lo specchio dell'inadeguatezza della classe dirigente calabrese che si riempie gli occhi del modello Riace e non fa nulla per replicare quella felice esperienza altrove. Tra qualche settimana i lavoratori di Rosarno non serviranno più. L'anno prossimo ne arriveranno altri. E la ruota ricomincerà a girare.


Celeste Costantino daSud

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Noi diciamo che le parole del ministro Maroni, l'accusa rivolta ai migranti - perché di questo si tratta - di essere, letteralmente, causa del proprio male, sono abominevoli. Lo sono moralmente e politicamente. Il ministro degli Interni sa che il lavoro di raccolta di agrumi e ortaggi nelle campagne siciliane, calabresi, pugliesi, campane viene svolto dai lavoratori stranieri, per lo più extracomunitari; conosce le condizioni di sfruttamento, di inaudito servaggio in cui quel lavoro si svolge; sa della miserabile paga che "remunera" quella durissima fatica; ha certo adeguata nozione delle baraccopoli, delle bidonville , che ricordano le favelas più degradate del pianeta, dove si svolgono gli scampoli di vita che quelle persone riescono a sottrarre al massacrante lavoro quotidiano. Il ministro sa anche altre cose. Per esempio che lo Stato ha nei fatti appaltato alla 'ndrangheta la gestione del mercato del lavoro locale, acconsentendo o subendo che su quell'attività l'organizzazione criminale lucri il pizzo e amministri, come in una zona franca, la più arbitraria e sordida violenza. E che ribellarsi a questo stato di cose non è dato, se non mettendo a repentaglio la propria incolumità o la propria vita. Il ministro dovrebbe poi sapere - ma invece ignora o, piuttosto, finge di ignorare - che la legge razzista varata per disciplinare il fenomeno migratorio impedisce, in realtà, la regolarizzazione di un migrante intenzionato a svolgere onestamente il proprio lavoro e che è stata respinta ogni strategia di emersione fondata sul riconoscimento del permesso di soggiorno a chi trovi il coraggio di denunciare il proprio sfruttatore. Al ministro Maroni, ligio all' imprinting xenofobo della sua parte politica, non interessa che lo Stato si allei con i migranti per promuovere un percorso di integrazione e di cittadinanza condivisa. Meglio chiudere gli occhi e agire con la forza della repressione quando la sofferenza di quella povera gente supera ogni soglia di sopportabilità ed esplode, come a Rosarno, con la furia disperata di chi si sente abbandonato e comprende di non avere più nulla da perdere. Allora, ecco comparire lo Stato. E cosa fa lo Stato? Spazza via i migranti, come rifiuti umani, li deporta, lontano dall'epicentro degli scontri. Dove invece la caccia all'uomo di pelle nera continua. Domani cosa sarà di loro? Dica la verità, signor Ministro, a lei non importa niente. Per questo si permette di pronunciare irresponsabili parole, che forniscono alibi, alibi istituzionali, a continuare la mattanza. Complimenti.

Dino Greco da Liberazione

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Calma, calma. Non è successo nulla, è solo finita la stagione del raccolto. E' finita a San Nicola d'Arco nella Piana del Sele e sta finendo nella Piana di Rosarno. Anche la raccolta delle arance e dei mandarini a gennaio ormai avanzato si va avvicinando alla conclusione. Ormai gli immigrati regolari e irregolari, cittadini di stati membri dell'unione e cittadini - come usa dire - extracomunitari non servono più. A San Nicola d'Arco già il mese scorso si è provveduto a uno sgombero con la scusa delle illegalità compiute da qualche immigrato per sbattere via in malo modo centinaia e centinaia di onesti lavoratori.
A Rosarno invece non c'è stato bisogno di alcuna montatura: si è immediatamente passati alla pratica dell'obiettivo. Era prevedibile una reazione esasperata dei lavoratori immigrati dopo che dei criminali avevano sparato a due di loro. Dico reazione esasperata non tanto per commentare il carattere della reazione quanto per spiegare il perché di quel tipo di reazione.
Esasperata è la reazione di chi è senza speranza, di chi non ne può più e di chi sa di non essere difeso da nessuno - men che meno dallo Stato - e che è destinato a veder solo peggiorare la propria situazione. Al danno non segue la beffa ma un danno ancora peggiore di quello di prima. I giornali avranno raccontato in dettaglio le condizioni di estrema miseria e squallore nelle quali questi lavoratori sono costretti a vivere. A volte dagli articoli sembra che squallore e miseria siano una loro scelta. Eppure se i salari per il loro duro e onesto lavoro fossero regolarmente pagati - e poi se le politiche sindacali alle quali hanno diritto fossero applicate e se le politiche sociali relative all'accoglienza degli immigrati, previste peraltro dalla legge, fossero effettivamente praticate - essi vivrebbero ben diversamente.
Si dice solitamente che questi immigrati clandestini (e buona parte non lo sono) forniscono la manodopera per la criminalità organizzata. Per quel che riguarda i fatti di Rosarno e Gioia Tauro il ministro Maroni è arrivato a dire che per loro colpa degli arrivi dei clandestini la criminalità organizzata si è sviluppata in Calabria. La frase non merita commenti. Questi lavoratori - e forse va sottolineato che di lavoratori di tratta - stanno qui per rendere produttiva e competitiva una agricoltura anche e soprattutto grazie ai loro infimi salari.
La cosa che più preoccupa naturalmente è che per la prima volta, o forse una delle prime volte, è saltato quel sotto-equilibrio meridionale fatto di tolleranza e di reciproca benevolenza tra i locali e gli immigrati.
Fin che questi stavano al loro posto andava tutto bene. Gli immigrati nella loro miseria più totale lavoravano, i caporali taglieggiavano, i produttori agricoli guadagnavano. Ma neanche questo basta. Qualcuno ha voluto cercare la rissa, determinare lo scontro, portare gli immigrati alla risposta esasperata. Ricucire sarà difficile: ognuno ha le sue ragioni, tranne ‘ndrangheta, padroni e caporali. I locali, solo in minima parte inseriti nel processo di sfruttamento si sono visti ricambiare la loro tolleranza con manifestazioni esasperate e gli immigrati, oppressi e super sfruttati, hanno compiuto una classica rivolta contadina.
A soffiar sul fuoco in tutto questo è Maroni che attribuisce la situazione al presunto lassismo della politica migratoria (e all'ingresso di clandestini), tralasciando un piccolo particolare: cioè che la politica migratoria, soprattutto nei suoi lati peggiori, è frutto del pensiero e della pratica dei governi di destra, ispirati in questo campo in primo luogo dalla Lega. Lascia poi davvero stupiti il fatto che si individuano le radici della crescente forza della ‘ndrangheta nella immigrazione. Se la priorità che il governo vuole dare alla repressione della 'ndrangheta è questa stiamo freschi!
Infine, per quel che riguarda la questione della immigrazione clandestina: le dichiarazioni di Maroni sono del tutto coerenti con una pratica che è iniziata già da prima della messa in atto della Bossi-Fini: quella che nel nostro Paese si conduce da anni non è la lotta contro la clandestinità ma la lotta contro i clandestini. La mancanza di difesa sindacale, il trovarsi sempre a rischio di deportazione, il doversi nascondere e l'assenza di futuro per i clandestini sono alla base della esplosione di giovedì. Purtroppo si vede poca luce per il futuro. In realtà non è vero che non è successo nulla.


Enrico Pugliese da Liberazione

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