22 ottobre 2010

Un anno dall'omicidio di Stefano Cucchi.....

Oggi è un anno dalla morte di Stefano Cucchi, il giovane geometra romano di 31 anni, arrestato per una piccola quantità di stupefacenti e morto dopo pochi giorni per le torture, le violenze e i soprusi che ha subito nei vari passaggi dalla caserma dei carabinieri al carcere-. Stefano come Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Nick Aprile Gatti, Giuseppe Turrisi, Giuseppe Uva , era solo un ragazzo. Aveva forse commesso uno sbaglio. Questo però non giustifica la fine che ha fatto Stefano e le tante altre “vittime di Sato” né la fatica assurda, disumana, affrontata da famiglie e amici per ottenere la verità.
L'opinione pubblica è rimasta spesso indifferente. Morti del genere provocano disagio. La gente preferisce distogliere gli occhi: troppo imbarazzante ammettere che le persone pagate per difenderci finiscano talvolta, magari, per massacrare i nostri figli o i nostri amici. Non si tratta qui di mettere in discussione il ruolo delle forze dell'ordine. Tutti conosciamo persone degne che indossano la divisa, uomini e donne che svolgono un lavoro impegnativo in condizioni difficili. Ma non possiamo ridurre il problema, come spesso si tenta, alla retorica minimizzante delle 'poche mele marce'. In primo luogo, inizia a nascere il sospetto che non siano poi così poche; in secondo luogo, viene da chiedersi in quale cultura, in quale speranza di impunità, in quale clima politico queste mele marciscano.
Sappiamo che la degenerazione democratica di un paese non è una cosa astratta. Nasce nelle ovattate stanze del potere ma si traduce in vita concreta, ricade a cascata in mezzo a tutti noi, prende corpo nelle strade e nei rapporti tra persone. Impossibile pensare che le contraddizioni e le tensioni di un paese in crisi non si riflettano nelle sue forze dell'ordine, che della convivenza civile in quel paese dovrebbero essere garanzia. Esse sono come un rene sensibile che assorbe le scorie, tutti i veleni di un organismo in difficoltà.
Ogni volta che un poliziotto picchia un ragazzo fermato perché aveva qualche grammo di fumo in tasca, o magari alza il manganello su un manifestante inerme, sta creando uno strappo. La società dei diritti è uno schermo eretto a proteggerci. Ma questo schermo è sempre più a brandelli e ciò che si vede, dietro, è un vuoto spaventoso. Il famoso "fascio soft" in cui molti italiani ritengono di vivere oggi, illiberale ma non certo sanguinario, rischia di rivelarsi non così "soft" quando per ogni minimo motivo, o anche senza motivo, si rischia di incontrare il manganello di un poliziotto.
Sono passati più di nove anni da quando molti di noi hanno assaggiato il gusto acre del gas tossico Cs e sono stati inseguiti da frotte di poliziotti sovraeccitati lungo i vicoli di Genova. La macelleria genovese del 2001, madre di tutti i soprusi polizieschi, non ha mai avuto una seria rielaborazione da parte di questo paese. Eppure, a prescindere dalle opinioni politiche, ogni cittadino dovrebbe sentirsi turbato dall'idea di quegli avvenimenti. La maggior parte dei ragazzi pesantemente pestati alla Diaz o di quelli sequestrati e torturati a Bolzaneto non avevano a che fare con alcun atto di vandalismo. La violenza degli agenti fu gratuita e per questo ancora più radicale. E per chi a tutt'oggi si ostina a difendere gli agenti coinvolti, viene da pensare ci sia una sola plausibile giustificazione: il desiderio nascosto, o forse neppure nascosto, di essere stato al posto di quei poliziotti, libero di menare le mani.
Non pesa solo l'eredità della Legge Reale. A volte sembra esserci in questo paese un rinnovato desiderio di violenza. C'è chi aspetta di vedere all'opera la mano meno democratica della polizia. C'è chi giustifica le mele marce e contribuisce così al diffondersi della malattia. Ma la gente normale, quella che rifiuta la violenza, quella che desidera sentirsi rassicurata e non impaurita quando vede una divisa: questa gente, cosa può fare?
Ma ricordando oggi Stefano Cucchi è doveroso parlare anche della drammatica situazione carceraria. La vicenda di Stefano ha squarciato il velo dell'ipocrisia carceraria, ha aperto uno sguardo pubblico dentro le prigioni e gli ospedali detentivi. Ma la morte di Stefano non ha scosso però le coscienze di chi ci governa. Tutto, dopo le solite lacrime di coccodrillo, è rimasto come prima.
Le galere - dimenticate da tutti, governo, opposizione e media - sono ormai al limite estremo di tollerabilità umana. I detenuti sono costretti a vivere in modo indegno, ammassati in spazi di vita impossibili. Il personale penitenziario è anch'esso costretto a una vita massacrante. Mettere a rischio la serenità degli operatori significa mettere a rischio i diritti e l'incolumità personale dei detenuti.
I parlamentari di destra e sinistra che hanno visitato le carceri a ferragosto non hanno prodotto una che sia una proposta di soluzione del problema. Il Piano carceri del governo è ormai carta straccia. Periodicamente - e oramai poco credibilmente - il ministro della Giustizia Alfano promette misure eccezionali, espulsioni di massa di stranieri, nuovi programmi di edilizia penitenziaria e nuove assunzioni di poliziotti.
Di fronte alla tragedia di una condizione carceraria drammatica, di fronte all'internamento di massa di consumatori di droghe e di immigrati irregolari, di fronte a oggettivi trattamenti inumani e degradanti non si deve chiedere a noi il suggerimento di soluzioni alternative allo status quo. Il sovraffollamento carcerario, la violenza istituzionale, la carcerazione di massa del disagio sociale non sono eventi naturali. Sono il frutto di politiche pubbliche scellerate decise per ottenere consenso.
E’ necessario, quindi, invertire la tendenza politica che dagli anni Novanta in poi ha operato sotto l’insegna dell’ipertrofia legislativa e della bulimia carceraria, se non torniamo a pensare, almeno a sinistra, che il vero senso dello Stato è la prevenzione del crimine e del disagio, è la promozione delle politiche sociali per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 della Costituzione), non risolveremo mai il dramma del carcere e del disagio sociale e non saremo mai competitivi ed alternativi a quelle fabbriche della paura di destra che, invano, nelle elezioni della seconda repubblica il centro-sinistra ha sempre cercato di simulare.

Italo Di Sabato - Osservatorio sulla Repressione




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