2 ottobre 2010

Quando la magistratura perseguita gli attivisti, è crisi di civiltà

Il Gruppo EveryOne ha condotto importanti campagne per il diritto di asilo in tutto il mondo, raggiungendo risultati di assoluto rilievo e salvando decine di vite umane. I nomi più noti sono quelli di Pegah Emambakhsh, Mehdi Kazemi, Annociate Nimpagaritze, Kiana Firouz e, per l'Italia, Vahid Kiani Motlagh, ma le nostre azioni a tutela dei richiedenti asilo hanno portato all'approvazione di Risoluzioni europee, documenti delle Nazioni Unite, nonché alla modifica delle leggi sull'immigrazione del Regno Unito e di altri paesi.
Molti dei casi che abbiamo trattato riguardavano e riguardano persone omosessuali. I diritti della comunità Lgbt sono sempre in primo piano per noi, in un momento storico in cui, purtroppo, è lecito parlare ormai di un ritorno alla repressione omofobica in tutto il mondo, dai regimi integralisti, dove gay e lesbiche muoiono sul patibolo o sotto gragnuole di pietre, all'occidente, dove i politici esternano le loro ideologie omofobiche senza incorrere in alcuna sanzione, dove le coppie omosessuali che si baciano per la strada, anche in modo innocente, vengono picchiate e insultate, dove, anziché migliorare le leggi che tutelano il popolo Lgbt, si assiste alla soppressione continua dei suoi diritti fondamentali.
Il Gruppo EveryOne si autosostiene, ma è fondamentale che le realtà antirazziste e democratiche non ci lascino soli di fronte alla persecuzione istituzionale, che ogni anno, ogni mese, ogni giorno diventa più violenta e intollerante verso i nostri operatori umanitari, che non si occupano di diritti umani solo mettendosi alla tastiera del computer, ma anche sul campo, dove gli esseri umani discriminati soffrono, subiscono violenze e a volte muoiono. Come accadeva ai Giusti, durante il periodo nazifascista, oggi anche chi si impegna per salvare vite umane dai nuovi carnefici corre rischi pesantissimi.
Non a caso i nostri attivisti sono considerati "a rischio di persecuzione e di vita" dalle principali organizzazioni internazionali deputate alla protezione dei difensori dei diritti umani nel mondo, da FrontLine allo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui Difensori dei Diritti Umani. Se sparisce EveryOne, rom, profughi, migranti, senzatetto e omosessuali saranno ancora più soli ed esposti di fronte alla barbarie dell'intolleranza.
Questo della persecuzione istituzionale è un argomento delicato e importante, un argomento che tutti sembrano aver paura di affrontare. Ecco perché desidero spendere qualche parola per introdurlo.
Una certa propaganda politica propone da qualche tempo l'equazione "magistratura uguale bene, berlusconismo uguale male". Lasciando stare Berlusconi, la realtà riguardo ai giudici è diversa, specie per chi si occupa di diritti umani e si trova a contatto con le vittime della cultura intollerante e delle ideologie improntate all'odio etnico e razziale.
Sotto quasi tutte le forme di governo, compresa la democrazia, se i centri del potere promuovono le leggi che condizionano i rapporti fra cittadini, gruppi sociali e autorità, sono poi i magistrati a interpretarle e a decidere la sorte di coloro che si trovano di fronte ai loro scranni e qualsiasi fenomeno persecutorio avviene solo di fronte a una magistratura iniqua, parziale e lontana dall'ideale assoluto e universale di equità.
Quando il Gruppo EveryOne entra in contatto con persone di etnia rom o comunque appartenenti a una minoranza discriminata sottoposta a procedimento giudiziale, il primo compito dei nostri difensori dei diritti umani è quello di tentare di evitare un errore giudiziario. La magistratura, nel suo complesso, non si rende conto di come siano frequenti errori di questo tipo e tuttavia sono i numeri ad attestarli.
Nelle carceri italiane è detenuto oltre il 50% della popolazione rom romena attualmente in Italia. E' un numero enorme, una percentuale etnica che non ha uguali in alcun altro paese del mondo, neanche nell'India delle caste, dove i Dalit, gli "intoccabili" vengono condannati senza prove e senza giudizio.
Spesso, quando leggiamo i casi di condanna a morte di persone innocenti o colpevoli secondo la rigida legge islamica in Iran, ce la prendiamo con il presidente Ahmadinejad e non riflettiamo sul fatto che tali condanne vengono comminate da magistrati.
Quando EveryOne ha salvato la vita a Pegah, Mehdi, Annociate o Kiana, ha dovuto dimostrare al governo del Regno Unito gli errori giudiziari dei magistrati che ne avevano decretato la deportazione e, di conseguenza, la morte sul patibolo. Anche da Oltremanica i giudici hanno levato le loro voci contro di noi, cercando di impedirci di rendere pubblici i nomi dei condannati alla deportazione, specie se omosessuali. Ma diffondere in ogni angolo della terra i nomi di chi rischia la vita a causa dell'intolleranza è il solo modo di aiutarli, perché nel silenzio si consuma ogni genere di misfatto, istituzionale e non.
Mi dilungo ancora un po' perché, prima di spiegare le vicende persecutorie che colpiscono EveryOne, è importante illustrare il ruolo della magistratura nello stato di salute o di malattia di una società. Durante il periodo nazifascista, i magistrati del Reich mandarono a morte centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini, stabilendo con sentenza chi avesse ascendenze ebraiche sufficienti a "meritare" le camere a gas o chi svolgesse attività politiche da ritenersi ostili a Hitler e dunque passibili di internamento in un lager.
Ben pochi magistrati del Reich, in quel periodo, si prodigarono per salvare vite umane, a meno che non fosse necessario chiudere un occhio o entrambi gli occhi di fronte al crimine commesso da un membro del partito nazista. Quanti ebrei di origini non pure, i "Mischlinge", avrebbero potuto evitare la deportazione e l'orrore dei lager, se vi fossero stati più giudici fedeli alla vera giustizia, quella che serve ideali umanitari e non si piega di fronte a nessuna ideologia imperante?
Durante una crisi della civiltà e della cultura dei diritti umani, avviene purtroppo che autorità e magistrati perseguitino gli attivisti. Mi vengono in mente i giovani eroi della Rosa Bianca, quando caddero nelle mani del magistrato Roland Freisler, lo stesso che giudicherà gli attentatori di Hitler. Dopo tre ore di processo, il giudice condannò a morte Sophie Scholl e Christoph Probst. Solo dopo la guerra lo stimatissimo magistrato Freisler sarà ribattezzato "il giudice macellaio". Nei terribili anni dell'Olocausto, decine di difensori dei diritti umani vennero arrestati - magari solo per aver diffuso un volantino - e condannati.
Si potrebbe dire che "quelli erano altri tempi" e che finita la guerra la magistratura ha ripreso la retta via. Niente di più sbagliato. I magistrati che commisero tante violazioni dei diritti umani - anche quelli del Reichsgericht, la Corte Suprema tedesca, o degli spietati Tribunali Speciali - mantennero le loro posizioni e nel 1945, quando alcuni di essi furono chiamati dagli Alleati a decidere le riparazioni e gli indennizzi per le famiglie dei 500 mila rom assassinati durante il Porrajmos, negarono ogni istanza di risarcimento, giustificando così la loro sentenza: "Non esiste alcun organismo rappresentativo del popolo rom a cui affidare il denaro dei risarcimenti".
Fatta questa premessa, occorre dire che gli operatori umanitari vivono un periodo durissimo in Italia e noi di EveryOne, che ci impegniamo a stretto contatto con le minoranze discriminate e soggette a pulizia etnica o repressione sociale, stiamo subendo una vera e propria persecuzione politica, poliziesca e giudiziaria. Quando interveniamo durante uno sgombero o un'azione di allontanamento, la nostra mediazione e il nostro sostegno agli individui più fragili diventano sempre più difficili.
Gli agenti che fanno parte delle forze dell'ordine hanno assimilato un pensiero ostile verso i rom e gli stranieri "irregolari". Non riescono più a vedere di fronte a sé bambini, donne, malati e individui vulnerabili, ma gruppi di asociali, problemi di sicurezza. Gli agenti gridano, mostrano i denti e le armi, trattano con rudezza e senza rispetto le famiglie che intendono allontanare da un riparo di fortuna.
Quando noi ci avviciniamo, esibiamo una tessera o una lettera di incarico ricevuta da istituzioni internazionali, ci proponiamo per aiutare i bambini, le donne incinte e i malati, gli uomini in divisa strillano, minacciano di arrestarci se non stiamo ad almeno tre metri di distanza da loro, ci impediscono di soccorrere un bimbo spaventato, una donna in lacrime, un anziano che si sente male.
Durante un tragico sgombero a Pesaro, che ha causato la morte di due bambini ancora nel grembo delle madri e una tragedia umanitaria di proporzioni immani, abbiamo dovuto insistere a lungo perché fosse chiamata un'ambulanza, dopo che una giovane donna incinta era caduta a terra. La polizia aveva l'ordine di sottrarre i minori alle famiglie, per sistemarli in comunità, ma i padri e le madri, fra cui alcuni attivisti noti al Parlamento europeo, avevano minacciato di cospargersi di benzina e bruciarsi vivi, se avessero portato via i piccoli.
Gli agenti avevano perso ogni umanità e solo grazie alla prontezza delle donne, che sono riuscite a fuggire con i bimbi e a nascondersi, si è evitato un dramma ancora più grave. La sera successiva, abbiamo rintracciato e assistito le mamme con i piccoli nei luoghi più nascosti di Pesaro, dietro a cespugli, in mezzo a ruderi di case. Quindi abbiamo organizzato un trasferimento umanitario in Romania per tutti loro.
Pochi giorni prima gli attivisti rom Nico Grancea, Ionut Ciuraru e Mariana Danila erano stati intervistati da Canale 5 e avevano divulgato notizie sulla loro condizione di emarginazione in Italia, dove avevano subito negli ultimi anni aggressioni e pestaggi, minacce di morte e insulti, sgomberi e allontanamenti. Così il Gruppo EveryOne ha perso gli ultimi difensori dei diritti umani di etnia rom, che sono stati costretti a fuggire prima in Grecia, poi in Francia con i loro bambini. Li aiutiamo come possiamo, ma versano in condizioni spaventose e si sono trovati coinvolti in altre situazioni di discriminazione e odio razziale.
Sempre a Pesaro, i fondatori del Gruppo EveryOne, Dario Picciau, Matteo Pegoraro e io, ci siamo trovati al centro di una vera e propria persecuzione, a causa della nostra attività umanitaria a tutela della comunità rom e di alcuni profughi afgani respinti illegittimamente dalle autorità. L'esca che ha attivato la repressione del nostro Gruppo da parte delle autorità comunali, delle forze dell'ordine e dei giudici sono state alcune interrogazioni parlamentari al governo italiano, presentate dai Radicali dietro nostra segnalazione di violazioni di diritti umani, corredata da articoli e rapporti.
Le autorità non hanno compreso che opporsi alle ingiustizia contro i più deboli è la missione di un'organizzazione per i diritti umani, non un atto eversivo contro il potere costituito. Abbiamo vissuto momenti difficilissimi, caratterizzati da pesanti pressioni da parte della questura e dei politici locali, lunghe indagini e pedinamenti nei confronti dei nostri attivisti, fermi e controlli polizieschi.
Contemporaneamente, ricevevamo minacce anonime, venivamo avvicinati da personaggi ambigui che ci ponevano strane domande, mentre la repressione dei rom rimasti in città si faceva sempre più dura. Abbiamo resistito finché non siamo riusciti a mettere in salvo tutte le famiglie con bambini e i gruppi rom più vulnerabili, quindi siamo stati costretti a trasferirci in un'altra città.
Nel contempo, i giudici locali ci hanno comminato un decreto penale di condanna al carcere, senza processo, senza neanche ascoltarci, commutata in una pesante multa per un'inesistente "interruzione di pubblico servizio". Abbiamo presentato opposizione, sostenendo forti spese legali e correndo il rischio che i magistrati, inviperiti dal nostro "ardire", aumentino la condanna detentiva.
Ma non basta, perché, dopo un'indagine durata più di un anno (durante la quale non ci hanno nemmeno convocati), un giudice ci ha rinviati a giudizio per calunnia, prospettando per noi una pena detentiva fino a sei anni (la calunnia è il reato corrispondente alla "cospirazione" ai tempi del Terzo Reich e può consentire a un giudice di imprigionare a lungo i difensori dei diritti umani).
Motivo del rinvio a giudizio? Il solo fatto di aver definito in una lettera alle Istituzioni con il termine "abuso" la sottrazione di una bambina, da parte dei servizi sociali, ai genitori rom. La stessa definizione che propongono la Commissione europea, il Consiglio d'Europa, le Nazioni Unite e tutte le organizzazioni mondiali per i diritti umani! Va anche tenuto conto che a Pesaro il nostro gruppo operava con lettera di incarico ufficiale dell'onorevole Viktória Mohácsi per il Parlamento europeo. Anche in questo caso, ci stiamo difendendo, sostenendo gravose spese legali.
L'organizzazione internazionale FrontLine e lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite per i Difensori dei Diritti Umani seguono il nostro caso agendo diplomaticamente sulle Istituzioni italiane. Anche da parte loro, però, notiamo una grande preoccupazione, perché è la prima volta che un simile sistema di persecuzione venga attuato nell'Unione europea contro un'organizzazione per i diritti umani conosciuta in tutto il mondo per le sue campagne umanitarie, attuate sempre in collegamento con le Istituzioni europee, le Nazioni Unite e le principali ong.
Pur essendoci allontanati da Pesaro, però, continuiamo a ricevere minacce anonime, specie dopo risultati umanitari che mettono le politiche securitarie del governo italiano sotto la lente degli organismi internazionali che tutelano i diritti delle minoranze.
Purtroppo ci siamo accorti di come, in questo frangente, attivisti e politici italiani - persino quelli che hanno condiviso con noi azioni di successo internazionale - ci abbiano voltato le spalle, convinti che questa forma di persecuzione non li riguarda e non li toccherà mai. Sbagliano, perché è dimostrato - e la Storia ci offre tanti esempi in proposito - che quando si afferma una nuova forma di persecuzione verso chi si batte per i diritti dell'uomo, presto essa si diffonde e diviene uno strumento per ostacolare tutte le istanze di progresso civile.
Come finirà? E' difficile dirlo. Certo è che, finché saremo vivi e in libertà, non arretreremo di un passo e dedicheremo tutte le nostre energie alla tutela civile dei diritti dei rom, degli stranieri senza documenti, dei profughi e degli omosessuali. Contemporaneamente, contribuiremo attraverso le nostre attività artistiche, letterarie e informative alla diffusione della cultura dei diritti umani, contro il ritorno di ideologie intolleranti e contrarie alle carte che proteggono le minoranze storicamente perseguitate.


Roberto Malini 
Gruppo EveryOne


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