15 maggio 2010

La verità di Stefano Gugliotta: «Botte senza motivo»

«Mi ha intimato l’alt e poi mi ha colpito». Sono le prime parole pronunciate in conferenza stampa da Stefano Gugliotta, protagonista suo malgrado dell’ennesimo abuso da parte delle forze dell’ordine e scarcerato l’altro ieri pomeriggio, dopo sette giorni di detenzione. Ha lo sguardo spaventato, il labbro e il naso gonfi, un vuoto al posto di un incisivo, indossa una tuta bianca.
Racconta la sua verità, quella che i genitori e gli amici hanno già avuto modo di denunciare: una serata passata a casa, in via Pinturicchio, a due chilometri dallo Stadio Olimpico, la decisione di andare con un amico in un pub a festeggiare il compleanno del cugino e l’assurdo alt. Cercavano uno con una felpa rossa e Stefano ne aveva addosso una, tanto è bastato per essere immediatamente aggredito da almeno sei o sette agenti in assetto anti sommossa che lo hanno colpito dappertutto prima di trascinarlo in caserma e poi in carcere.
È uscito con le scuse della polizia mentre un solo agente risulta finora indagato per lesioni volontarie aggravate. Ma non si parli di cosa risolta. Alla Camera Penale di Roma si domandano ancora le ragioni di quei 7 giorni di detenzione. Il Codice di procedura penale parla chiaro, art 275: la misura della custodia cautelare si deve applicare solo quando qualsiasi altra misura risulti inadeguata o quando sussista il pericolo di fuga. Secondo gli avvocati del Foro, in realtà ormai è divenuto normale utilizzare la carcerazione preventiva come deterrente sociale, basti pensare che il 35% dei detenuti nelle carceri italiane è trattenuto in quanto ancora si deve celebrare il processo. Spesso la detenzione preventiva diventa un “anticipo della pena” spiegano gli avvocati, peccato in questa maniera salti l’intero impianto dello Stato di diritto. Ma c’è dell’altro. Accaduto la stessa notte dell’arresto di Stefano. Due ragazzi abruzzesi di 19 anni, Emanuele e Stefano sono ancora detenuti, fermati sembra al di fuori dell’area in cui sono avvenuti gli scontri successivi alla finale di Coppa Italia fra Roma e Inter. Sono stati semplicemente portati in galera. Un parlamentare Idv si è recato a trovarli e chiede la loro liberazione. Altre immagini hanno dato un quadro ancora più inquietante della situazione, un uomo che aveva assistito alla partita, anche lui con felpa rossa, è stato picchiato come Stefano, è scappato e un’automobile, forse una civetta della polizia, lo ha investito in pieno. Anche l’uomo è tutt’ora detenuto.
A parlare con gli agenti di polizia che ogni domenica debbono fare il turno allo stadio ci si sente raccontare di botte prese senza poter reagire, di delinquenza organizzata, di stress e della scarsità di strumenti a disposizione. L’impressione è che i contingenti impiegati a scopo repressivo intervengano solo laddove scontri non ci sono. Che esista insomma una sorta di area intorno allo stadio, controllata dalle tifoserie, in cui conviene non alzare il livello di conflitto, un territorio incontrollato e inavvicinabile. Nelle vie circostanti, dove invece molto spesso passano continuamente abitanti e cittadini, ultrà e semplici supporter, dove di solito non avvengono fatti così eclatanti da richiedere l’intervento repressivo, si scatena spesso la caccia all’uomo, in questa maniera si arriva a notte fonda con un bilancio di persone arrestate, a volte non coinvolte in alcun tipo di reato e con una sorta di pace armata. Non è un caso che gli operatori dell’informazione che provano a riprendere i fatti si ritrovino ad essere malmenati, o da gruppi di tifosi o da agenti infervorati, come se certe immagini non dovessero circolare troppo.
Nel frattempo, a proposito di apparati repressivi, una notizia giunge da Berlino dove il primo maggio 2009 Christian Picchione, trentenne romano, era stato arrestato durante una manifestazione. Accusato di devastazione per aver lanciato, secondo l’accusa, 17 bottiglie di vetro vuote contro la polizia, aveva ricevuto in prima istanza una condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione. Dopo un anno di carcere, in appello ha ottenuto la libertà con obbligo di firma – è stato scarcerato l’altro ieri – ma nel contempo la pena è stata elevata di ulteriori 4 mesi. Fra sei mesi Christian avrà il giudizio definitivo, nella speranza di non dover rimettere più piede in carcere per ora dovrà recarsi quotidianamente al commissariato per dimostrare la propria reperibilità. Del resto i giudici lo avevano fatto capire: volevano per lui una condanna esemplare per evitare che altri ragazzi stranieri venissero a turbare l’ordine germanico.

Stefano Galieni

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