31 marzo 2010

Nettuno: manifestazione celebrativa SS d'Italia

«Il Comitato delle associazioni della Resistenza di Roma e Lazio ha incaricato uno studio legale di denunciare alla Procura dalla Repubblica gli organizzatori della manifestazione celebrativa delle SS Italiane inquadrate nelle forze armate naziste, svoltasi a Nettuno il 14 marzo 2010, per aver violato le leggi che proibiscono l'apologia del fascismo». Lo rende noto l'Anpi Roma e Lazio.
Il 14 marzo scorso infatti si è tenuta al sacrario dei caduti della Repubblica Sociale Italiana di Nettuno una celebrazione per ricordare il prof. Pio Filippani Ronconi, Ufficiale combattente del II Battaglione SS italiane «Vendetta», ferito in azione di guerra sul fronte di Nettuno. Al ricordo hanno preso parte un centinaio di persone che hanno deposto una corona di alloro con un nastro tricolore con la scritta «Il mio onor si chiama fedeltà».
LA REAZIONE DEL SINDACO - Solidarietà ai partigiani viene espressa dal sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta. Il giovane primo cittadino del Pd, 32 anni, afferma di preferire la «commemorazione di chi ha combattuto per la libertà e la democrazia e che si trova sepolto proprio qui, al cimitero americano di Nettuno. Il più grande d'Europa».

fonte: Corriere della Sera

Roma: Durante l'incontro di Berlusconi a Sky la digos ferma ed identifica due giovani per "sfoggio di cultura scomoda"

Lo scorso venerdì 27 marzo nel Palazzo di Sky sulla Via Salaria a Roma, quando Berlusconi è arrivato con la sua scorta armata (fino ai denti) per un’intervista in diretta, due uomini della sicurezza interna dell’edificio, scoprivano che nel dipartimento dei grafici, su una grande vetrata di circa 4 metri per 4, era stato affisso un foglietto formato A4 bianco, con stampata una frase, la frase è la seguente “Odiare i mascalzoni è cosa nobile” frase di Marco Fabio Quintiliano, un intellettuale nato nel 35 d.C. a Calagurris in Spagna e poi trasferitosi a Roma
Quindi due ragazzi del reparto grafici dell’edificio di Sky avevano trovato condivisibile quella frase e l’hanno appiccicata. Gli uomini della sicurezza dell’edificio, la sicurezza interna, hanno notato quella scritta e hanno segnalato la cosa alla guardia presidenziale, alla scorta del Presidente del Consiglio e a quel punto è successo qualcosa che per una democrazia è AI LIMITI DELL’INCREDIBILE, anzi è oltre: due agenti ben tarchiati della Digos, due montagne umane sono piombate nel piano dove c’è questa vetrata, hanno constatato che era effettivamente stato affisso quel foglietto con quella scritta, hanno chiuso tutte le finestre per evitare che si vedesse da fuori quello che stavano facendo (evidentemente rendendosi conto che stavano facendo qualcosa di grosso) dopodiché uno dei due dopo aver sequestrato il corpo del reato, il foglietto, ha fatto irruzione dentro l’ufficio dei grafici, si è diretto verso il computer principale, si è messo ad armeggiare alla tastiera, ha cercato di aprire gli ultimi file aperti per cercare di incastrare, di individuare colui che aveva scritto e stampato quella scritta, ma purtroppo per lui i grafici non usano il mouse, usano la tavoletta grafica e questo agente non la sapeva usare, per cui ha chiesto a una persona lì presente, a una ragazza di aiutarlo a aprire gli ultimi file, nel tentativo di smascherare gli autori dell’orrendo misfatto, senza sapere che peraltro i due ragazzi erano già stati portati sotto, all’ingresso, interrogati da un’altra coppia di agenti della Digos e avevano immediatamente dichiarato, dato che non avevano niente da nascondere, di avere stampato e affisso loro quella scritta.
A quel punto sono stati identificati e da quello che risulta stavano per essere portati in Questura, non si sa se fosse un provvedimento di fermo, cosa volessero fare a questi due ragazzi, ma soprattutto quale reato avessero commesso? “Affissione di messaggi di Quintiliano?”, “citazioni latine proibite?”, “porto abusivo di cultura latina?”, non si sa quale sia il reato che avevano individuato questi somari che avevano ritenuto delittuoso un comportamento assolutamente legittimo e secondo me anche doveroso, sta di fatto che poi interviene un componente dell’ufficio legale della società che riesce a scongiurare almeno che questi vengano portati via dalla Polizia.


Per la video testimonianza, ecco:
http://www.youtube.com/watch?v=5jESPvWLovY

Morte di Stefano Frapporti: Archiviato il caso

Stefano Frapporti si è impiccato nella cella numero 5 del carcere di via Prati per "autonoma e libera scelta, verosimilmente favorita dalle condizioni stressanti che un arresto inevitabilmente comporta", ma le motivazioni profonde del gesto restano - secondo il gip Riccardo Dies che firma il decreto di archiviazione depositato alcuni giorni fa - "imperscrutabili" e "non emergono in alcun modo elementi idonei a configurare una penale responsabilità a carico di terzi per quanto avvenuto".
Le tre pagine abbondanti di motivazione sono uno scrupolo piuttosto raro nelle procedure di archiviazione, che di norma si limitano al semplice dispositivo: poche righe per dire che gli atti sono destinati all'archivio. Con ogni evidenza, il gip Dies intendeva dimostrare di non aver preso la vicenda sottogamba e il documento affronta ogni singolo elemento sollevato dal legale della famiglia Frapporti, l'avvocato trentino Giampietro Mattei.
Innanzi tutto, Dies sostiene che per quanto l'assunzione di cannabis comprovata dai modesti quantitativi di Thc trovato nel corpo di Frapporti possa "aver favorito" un effetto depressivo, non è qui che va cercata la causa della decisione di togliersi la vita. Il gip scrive che non si possono rimproverare gli agenti della polizia penitenziaria, poiché Frapporti, dal suo ingresso in carcere (ore 23.15) fino a quando è stato trovato senza vita (ore 00.05) non aveva manifestato "un tono dall'umore depresso", "intrattenendo una conversazione col personale del carcere del tutto serena". La decisione di togliersi la vita appare "un evento del tutto imprevedibile e inevitabile".
L'ultimo controllo alla cella numero 5 è stato eseguito alle 23.35 "senza che fosse rilevato segno di anomalia". Infondati poi, secondo il giudice, i rimproveri per il mancato controllo del detenuto, il mancato sequestro del laccio dei pantaloni della tuta e la tempestività nei tentativi di rianimazione. Secondo il referto medico legale, l'"impiccamento atipico", con il nodo scorsoio in posizione laterale sinistra, conduce in soli dieci secondi alla perdita di conoscenza e alla morte per anossia dell'encefalo. Il laccio inoltre non era visibile e comunque sarebbe stato valutato non idoneo "per ottenere un effetto tanto devastante". Quanto ai due buchi rilevati sul braccio e di cui la famiglia chiede conto risalirebbero a "48 ore prima del decesso", quando Frapporti era ancora libero. Infine l'arresto: obbligatorio perché con oltre 100 grammi di hashish in casa non era ipotizzabile l'uso personale. Mentre l'ipotesi di formazione di prove false da parte dei carabinieri è "al limite della calunnia".

Fonte: Il Trentino

Chiaiano, tolleranza zero

Incendio, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, furto sono le accuse mosse ieri dalla procura di Napoli a cinque protagonisti delle proteste contro l'apertura della discarica di Chiaiano del maggio 2008. Si sono mossi gli uomini della Digos per irrompere di mattina molto presto nelle case di tre attivisti del centro sociale Insurgencia e in quella di due ragazzi residenti nella zona dello sversatoio, per uno di loro gli arresti domiciliari e per altri quattro l'obbligo di firma. L'impianto accusatorio è di quelli a tinte forti: incendi, esplosione di ordigni con la partecipazione di frange del tifo organizzato e di pregiudicati. «Gli indagati - riferiscono fonti di polizia - sono coinvolti in numerose altre indagini e gravati da pregiudizi penali».
Un dispiegamento di forze che arriva dopo due anni. «In due anni 15 processi con accuse assurde e tutte da provare, oltre 40 le persone rinviate a giudizio a vario titolo, una schedatura di massa con richieste a comparire in questura senza fondamento giuridico, che si è arrestata grazie all'intervento degli avvocati» ricorda Antonio Musella, portavoce di Insurgencia, che prova a raccontare un'altra storia, quella di un presidio capace di fare esposti in procura contro gli sversamenti abusivi di rifiuti, di smascherare l'occultamento dell'amianto mai bonificato e lo smaltimento illegale di rifiuti speciali.
«I fatti contestati - spiega Antonio - riguardano il presunto danneggiamento di un autobus avvenuto durante le violentissime cariche della polizia del 23 maggio 2008. Furono feriti dai manganelli decine e decine di cittadini che protestavano a mani alzate contro l'avanzata della polizia. Lo stesso Romolo Sticchi, giornalista del Tg3, fu manganellato e gli fu distrutta la telecamera». Stesso clima il giorno successivo, le successive cariche provocarono la caduta di due ragazzi da un muretto, un volo di oltre dieci metri che provocò loro la rottura di entrambe le gambe. Picchiate anche una donna anziana trascinata via di peso, anche la nipote adolescente che mangiava un gelato, finita in ospedale con la frattura del braccio. L'esercito schierato, gli elicotteri e la zona militarizzata. Berlusconi con il consiglio dei ministri a Napoli ogni due settimane per varare le leggi speciali, mentre Bertolaso sfoggiava il piglio decisionista. Prima degli scandali che hanno investito la protezione civile, le sanzioni della comunità europea e i rifiuti che riappaiono in Campania da sotto il tappeto.
Tra gli attivisti da isolare a tutti i costi, secondo la procura, Egidio Giordano, Davide Brignola e Pietro Spaccaforno, quest'ultimo il più temuto con l'obbligo di firma quotidiano. Cosa lo rende così pericoloso? «Il sei maggio facemmo un blocco stradale - racconta - una signora ci diede una vecchia auto che non usava più. Mi hanno accusato di furto e processato per direttissima e hanno minacciato la signora di accusarla di complicità. Il 23, poi, ero pericolosamente armato con un megafono, ero 10 metri dietro le donne sedute a terra e dicevo loro di non alzarsi, di non lanciare nulla. Mi presero e trascinarono nella camionetta. Mi lasciarono libero solo la sera alle 21, accusandomi di aggressione, lesione e resistenza. Impossibile che fossi fuori a mettere bombe esplosive, come sostengono loro». Accanimento evidente anche per Egidio, arrestato a L'Aquila dalla Digos locale su delega della procura di Torino per l'inchiesta sugli scontri nel capoluogo piemontese precedenti il G8 abruzzese. «Aveva appena smesso di andare a firmare e gli ricomunicarono la stessa misura» commenta ironico Pietro. Il presidio però non disarma: ieri hanno occupato l'ottava municipalità con lo slogan «giù le mani dai nostri figli».


Adriana Pollice da il manifesto

29 marzo 2010

Napoli: Fermati 5 attivisti del presidio contro la discarica di Chiaiano

Un'operazione della Digos della Questura di Napoli stamattina ha portato al fermo di cinque persone, prelevate all'alba nelle loro abitazioni. Tre attivisti del Laboratorio Insurgencia una delle principali anime del Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano, ed altri due giovani residenti nel quartiere a nord di Napoli.L'accusa per tutti è quella di aver partecipato alle mobilitazioni contro l'apertura della discarica di Chiaiano, in particolar modo quelle del maggio del 2008.L'inchiesta della Procura di Napoli porta all'applicazione degli arresti domiciliari per Pietro Spaccaforno ed all'obbligo di firma quotidiano per Egidio Giordano, Davide Brignola e gli altri due giovani.I fatti contestati, riguardano il presunto danneggiamento di un'autobus avvenuto durante le violentissime cariche della polizia che il 23 maggio del 2008 portarono al ferimento di decine e decine di cittadini che protestavano a mani alzate contro l'avanzata della polizia. In quell'occasione molti poterono testimoniare anche la violenza esercitata nei confronti della stampa, Romolo Sticchi giornalista del Tg 3 fu manganellato e gli fu distrutta la telecamera.Una giornata di inaudita violenza delle forze dell'ordine contro i cittadini in mobilitazione che continuò il giorno seguente, il 24 maggio con nuove cariche che portarono al ferimento di due cittadini che cadderro da un parapetto, inseguiti dai carabinieri che caricavano, facendo un volo di oltre dieci metri riportando la rottura di entrambe le gambe.Questo il contesto reale in cui si svolsero i fatti.Per le lotte di Chiaiano i processi ormai non si contano più, oltre quaranta le persone rinviate a giudizio a vario titolo, in quella che è stata senza dubbio la lotta più matura contro il ciclo dei rifiuti in Campania, capace di fare esposti in Procura contro gli sversamenti abusivi di rifiuti, capace di smascherare l'occultamento dell'amianto ritrovato nella cava dall'esercito e dalla Protezione Civile, capace di vivere in diverse lotte nel nostro paese.Il prossimo 1 maggio il Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano copirà il suo terzo anno di attività, a dimostrazione di come, la sedimentazione di quel processo di trasformazione sociale e ribellione si sia sedimentato nonostante la repressione, nonostante le botte, nonostante l'apertura della discarica. Nessuna fredda vendetta può fermare la determinazione di chi, alla luce del sole, ha deciso di riprendersi la possibilità di scegliere sul proprio futuro.
Oggi come ieri....No Pasaran !!
Liberi tutti ! Liberi Subito !

28 marzo 2010

La madre di Marcello Lonzi ha presentato "opposizione" alla richiesta di archiviazione

La madre di Marcello Lonzi, il giovane morto nel carcere di Livorno l'11 luglio del 2003 e sul cui corpo erano evidenti vistosi segni da trauma, ha presentato «opposizione alla richiesta di archiviazione proposta dalla Procura». Lo ha detto l'avvocato Matteo Dinelli che tutela gli interessi della famiglia. «Riteniamo che su questa vicenda servano ulteriori approfondimenti - spiega il legale - perché nelle indagini condotte finora ci sono ancora vuoti investigativi che vanno colmati. In particolare, chiediamo al giudice per le indagini preliminari di ordinare nuovi accertamenti di carattere medico-legale, ma anche di carattere testimoniale. E' francamente poco credibile che le vaste ferite e lesioni presenti sul corpo di Marcello siano state procurate dalla caduta dal letto della cella in conseguenza di un infarto». I consulenti della procura, infatti, sono giunti alla conclusione che la causa della morte è da attribuirsi alle patologie cardiache del detenuto mentre le sue fratture sterno-costali sarebbero dovute alle manovre rianimatorie tentate su Lonzi ormai agonizzante.

Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto.

Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto. Dopo la presunta storia della relazione sentimentale con la moglie di uno dei militari che lo avevano fermato, insieme con un suo amico, la sera del 13 giugno nelle strade di Varese, vengono a galla nuovi sconcertanti particolari sulla vicenda del suo decesso. Il 15 giugno proprio l'amico di Uva, Alberto Biggiogero, consegna una denuncia per lesioni, ingiurie e minacce alla procura della repubblica. Nell'esposto si descrive uno scenario da incubo: l'atteggiamento aggressivo dei militi, in particolare di uno di loro che subito apostrofa Uva, gridandogli «cercavo proprio te», e poi «un'ora e mezzo di pestaggio» nella caserma di via Saffi, la chiamata al 118, l'intervento dell'ambulanza bloccato, il sequestro del telefonino. Quello stesso 15 giugno, sia Uva che Biggiogero, furono a loro volta denunciati per «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone», come riporta il processo verbale redatto dai due militari dell'Arma che avevano bloccato i due amici in piazza Madonnina del Prato. Sarà interessante conoscere l'ora esatta in cui furono depositate le due denuncie, per sapere quale venne presentata prima, e se quella dei carabinieri fu solo una risposta all'esposto di Bigioggero per tentare di giustificare il fermo a posteriori. Tuttavia qualunque sia la risposta a questa domanda, nulla potrà cambiare il fatto che a quella data Uva era già cadavere da almeno ventiquattro ore. Perché i carabinieri hanno aspettato tanto? L'anomalia, se così vogliamo chiamarla, portata alla luce da alcuni quotidiani locali, è davvero gigantesca e si aggiunge alle tante ombre e domande, ancora senza risposta, che circondano l'intera vicenda. L'artigiano di 43 anni venne fatto ricoverare in un reparto psichiatrico dai carabinieri che chiesero per lui un Tso presso l'ospedale di Circolo. Uno stratagemma per farlo sembrare pazzo e depotenziare preventivamente una sua eventuale denuncia per il trattamento subìto. Chi avrebbe dato retta ad uno squilibrato certificato con un trattamento sanitario obbligatorio? Ad Uva venne somministrata una terapia sedativa incompatibile con l'alcool assunto nella serata precedente. Poche ore dopo, alle 10.30 del 14 giugno, spirò per insufficienza respiratoria e edema polmonare. Ovviamente la versione ufficiale del decesso, stilata dopo una sommaria autopsia che stranamente non contemplò esami radiologici per verificare l'esistenza di eventuali fratture ossee, nonostante l'evidente presenza sul corpo di ematomi, traumi e tracce di sangue, non ha mai persuaso i familiari. L'inquietante dinamica dei fatti, la procedura illegale del fermo, le tracce di percosse sul corpo, sollevano troppi dubbi. Di punti oscuri la vicenda ne ha fin troppi: come le dichiarazioni, ignorate, del comandante del posto di polizia presso l'ospedale che nel suo rapporto esclude la natura «non traumatica» della morte e rileva «una vistosa ecchimosi rosso-bluastra» sul naso, e che «le ecchimosi proseguono su tutta la parete dorsale». Il poliziotto registrava anche l'assenza di slip e la presenza sui pantaloni, «tra il cavallo e la zona anale di una macchia di liquido rossastro», mentre la sorella ricorda di aver visto «tracce di sangue dall'ano». A proposito degli slip, in un'informativa inviata quindici giorni dopo la morte, i carabinieri sostengono di non essere in grado di dire se l'uomo indossasse o meno gli slip, perché «al momento dell'intervento dei militari non venne perquisito» . Affermazione che secondo l'avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, è in palese contrasto con le relazioni presentate dall'Arma dopo i fatti. In quei rapporti, sostiene sempre il legale, «i militari mostravano di sapere di ferite sulle gambe di Giuseppe, che però aveva i jeans». I suoi slip non sono mai stati rinvenuti, al loro posto la sorella, giunta all'obitorio, ha trovato un pannolone. Circostanza che solleva inquietanti sospetti, ad oggi ancora mai fugati, sulla possibilità che siano stati fatti sparire perché intrisi di sangue, e possibile prova di sevizie praticate nella parte posteriore del corpo. Le domande senza risposta non finiscono certo qui. A detta sempre di Lucia Uva, il carabiniere più giovane, presente al momento dell'arresto, sarebbe stato trasferito quindici giorni dopo la morte di suo fratello. Nessuno dei carabinieri coinvolti nella vicenda o degli agenti della polizia di Stato, stranamente accorsi in forze nel Comando dei carabinieri la sera del pestaggio, è mai stato ascoltato fino ad oggi dai magistrati che indagano. E' di ieri la notizia che due cronisti della stampa locale, uno della Prealpina e l'altro della Provincia di Varese , sono stati sentiti in procura per «sommarie informazioni testimoniali». La convocazione, secondo un'interpretazione apparsa su alcuni quotidiani, sarebbe dovuta a degli articoli poco apprezzati in procura. Intanto l'eco mediatica raggiunta dalla vicenda ha sbloccato l'iter giudiziario: il gip ha fissato per il 9 giugno prossimo l'udienza preliminare nei confronti dei due medici che hanno accettato il Tso e somministrato i farmaci, accusati di omicidio colposo, sempre che la riapertura delle indagini sulla verifica del movente sentimentale e la nuova autopsia richiesta dalla famiglia non dimostri che Uva subì traumi tali da indebolire il suo fisico di 69 chili, al punto da non sopportare il Tso. In questo caso sarebbero i carabinieri a dover rispondere di omicidio preterintenzionale.

fonte: Liberazione

L'Aquila, torna il popolo delle carriole. E trova la Digos: "Manifestazione vietata"

"OGGETTO: Verbale di sequestro di una carriola, in pessimo stato di conservazione, con contenitore in ferro di colore blu, con legatura in ferro sotto il contenitore, e cerchio ruota di colore viola, e di due pale con manico in legno a carico di...". Questo il testo del verbale di sequestro della Digos che oggi è intervenuta contro il 'popolo delle carriole' tornato, come già annunciato dai comitati cittadini, nel centro storico dell'Aquila. In circa duecento persone sono arrivati nonostante il divieto della prefettura motivato dal silenzio elettorale.Il sequestro della carriole da parte delle forze dell'ordine è stato immediato. Una è stata tolta perfino dalle mani di un bambino dieci anni, Andrea. In tutto, gli uomini della Digos ne hanno sequestrate un quindicina per metterle dentro i furgoni. Venti carriole sono state solo respinte, non ammesse, e sono restate fuori dal centro storico.Era un'eventualità attesa e gli organizzatori hanno attuato una strategia diversiva. Sono entrati lo stesso al centro storico come normali cittadini, e una volta entrati hanno preso alcune carriole che avevano nascosto precentemente dentro un tendone a piazza Duomo.Poi hanno formato un corteo sulla via principale che si è diretto verso piazza Nove Martiri. La Digos è rimasta a guardare, ma ha provveduto a identificare tutti i manifestanti. La piazza è invasa dalle macerie e il popolo della carriole si è messo al lavoro sotto la lente di decine di telecamere prima di riunirsi in assemblea. Anche questa, vietata. "La Digos ha preso i nomi di decine di noi - dicono i manifestanti -. Vogliono denunciarci. Intimidirci. Noi ci autodenunceremo tutti come portatori delle carriole...".
fonte: La Repubblica

26 marzo 2010

Testimonianze: Storia di ordinario razzismo

Innanzi tutto mi presento: sono François un ragazzo "ItaloHaitiano"; mamma Haitiana ed il papà italiano (deceduto da poco)... Sono il terzo di 3 fratelli tutti nati in italia ma, il fatto accaduto Venerdì 19-03-2010 mi da la riconferma che. . . .purtroppo il razzismo è sempre presente e non è assolutamente una cosa piacevole. Solitamente frequento altri posti la sera, ma questa sera io ed i miei 2 fratelli abbiamo deciso di recarci all'Hotelcostez (Cazzago S.M. Brescia )ci avviciniamo al locale e subito il buttafuori si avvicina e dice :"ragazzi VOI non potete entrare!!!"; gli chiediamo spiegazioni e la risposta è stata: "dai lo sapete!" abbiamo approfondito le motivazioni(nel frattempo il "tizio ci invitava ad allontanarci e si infilava dei guanti in pelle..."non per il freddo"). . . la motivazione è stata : SIETE EXTRACOMUNITARI, NON VI POSSO FARE ENTRARE! ASSURDO!!!ovviamente siamo entrati , ma per tutte le 2 ore della permanenza eravamo " scortati " con l'insistenza di lasciare il locale!!!(la discussione è proseguita all'esterno perchè il clima era "molto"teso) Sono senza parole !!!nervoso,offeso... è proprio brutto tutto ciò!
La questione non finisce qui; ci torneremo per sottolineare il fatte che tutto ciò non è ammissibile, l'unica consolazione è che molti clienti rimanevano allibiti e sconcertati dell'accaduto!
un saluto François .(Haitalian Style)

25 marzo 2010

Torino: Fermati 10 studenti per.... volantinaggio!

Nella giornata di martedi oggi alcuni studenti torinesi sono stati fermati dalla polizia mentre volantinavano sui mezzi pubblici durante una iniziativa contro il caro trasporti. Ancora un ennesimo atto di repressione nei confronti degli studenti. Nel 2010, in una Torino che per un anno si auto-celebra come "città dei giovani", fare una semplice iniziativa di sensibilizzazione sui costi che toccano i più giovani (studenti minorenni senza reddito... e presto anche senza scuola) può costare un fermo (intimidatorio) di polizia (che tale resta anche se "municipale").
Alleghiamo il volantino:

ADESSO CI RIPRENDIAMO TUTTO a cominciare da quelle necessità che tutti noi studenti sentiamo più urgenti: riprenderci gli spazi che ci vediamo negati e la possibilità di muoverci all’interno della nostra città.
Questi nostri bisogni sono ostacolati dall'alto prezzo di abbonamenti e biglietti, centinaia di euro che è impensabile pagare per un servizio definito pubblico, soprattutto in un periodo di grave crisi economica.
Ogni anno infatti i nostri genitori sono costretti a sborsare un minimo di 200 euro per permetterci di andare ogni mattina a scuola.
A questa grande spesa non corrisponde però un buono stato del servizio: i pullman sono pochi e affollati, in brutte condizioni e costantemente in ritardo.
Le famiglie sono però obbligate a spendere per questo servizio centinaia di euro, che si vanno a sommare all'ingente costo dei libri e alla tassa d'iscrizione a scuola che si fa sempre più alta, vista la disastrosa situazione finanziaria in cui versano tutti gli istituti dopo i tagli presenti nell'ultima finanziaria e nella riforma Gelmini, appena approvata.
Riteniamo che le spese che dobbiamo sostenere ogni anno per l'abbonamento, esattamente come le centinaia di euro che spendiamo per i libri di testo, limitino il nostro diritto allo studio e rendano la scuola un servizio non gratuito e di conseguenza non accessibile a tutti.

DIRITTO ALLA MOBILITA' PER UN REALE DIRITTO ALLO STUDIO!
BIGLIETTI E ABBONAMENTI MENO CARI PER GLI STUDENTI!
GTT, CI HAI RUBATO TANTO:
ADESSO CI RIPRENDIAMO TUTTO!
K.S.A. (Kollettivo Studenti Autorganizzati) - http://www.ksatorino.it/
fonte: InfoAut

Rovigo: Dodicenne stuprata da un poliziotto

Si è spacciato per un ragazzo di 17 anni, le ha inviato foto fasulle poi è passato a prenderla, l'ha caricata in macchina e l'ha violentata. L'"orco" è un agente delle volanti della questura di Rovigo, accusato di violenza sessuale su una ragazzina di appena 12 anni. Il coltello sul cruscotto della macchina. L'uomo, M.T., 30 anni, di Bosaro (Rovigo), aveva contattato la piccola fingendosi un diciassettenne e inviandole un mms con una fotografia fasulla. L'aveva poi caricata sulla propria automobile, tenendo sul cruscotto in bella vista un coltello e approfittando fino in fondo del proprio ruolo e della maggiore età. Le promesse: facciamolo ancora, avrai regali. Successivamente alla prima violenza sessuale, aveva tentato di costringere la bambina ad avere altri rapporti con lui, inviandole messaggi con promessa di regali e ricariche telefoniche. La piccola si è infine confidata con la famiglia. Dopo la denuncia del padre della vittima, sono stati gli agenti della questura rodigina a indagare sul collega, a seguirne le mosse e infine ad incastrarlo. M.T. è stato arrestato su ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del tribunale di Rovigo, Carlo Negri. Ad eseguire l'arresto è stata la squadra mobile di Rovigo.

23 marzo 2010

Il caso di Giuseppe Uva pestato e ucciso in caserma dai Carabinieri

Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l'uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell'ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri.
Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell'amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un'intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questo, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse questa donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall'amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando "Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!"», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell'Arma che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi. La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell'uomo, Lucia. D'altronde la descrizione del corpo martoriato di Uva, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L'avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull'utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi. Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull'accadimento». Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell'ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare». A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell'Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché questi non sono mai stati ascoltati. Il velo di omertà, la catena di complicità e il muro dell'impunità di Stato cadranno?



Luca Bresci

22 marzo 2010

Giustizia: Se i tutori dell’ordine calpestano i diritti della persona

Ora è ufficiale: secondo la commissione parlamentare Stefano Cucchi è stato sottoposto a tortura che ha provocato fratture e poi lasciato morire in un reparto ospedaliero carcerario (reparti che sono illegittimi in quanto non rispettano i diritti costituzionali e che, pertanto, chiediamo che vangano chiusi). Sarebbe opportuno simbolicamente che la regione Lazio, che ne ha parte di responsabilità, procedesse alla chiusura immediata del reparto carcerario del Pertini. Si muore in carcere e di carcere, come è avvenuto nel reparto transito del carcere di Livorno il 4 marzo scorso a Snoussi Habib, 30 anni.
Un carcere quello di Livorno dove negli ultimi 10 anni sono avvenute più di venti morti. Tra questi Marcello Lonzi, suicida secondo la versione ufficiale anche se le perizie sembrano parlare di una brutta fine, come nel caso di Aldo Bianzino e altre 10-100 vite spezzate mentre il proprio destino è sottoposto al controllo di un’autorità. In questo contesto ci tocca ritenere un risultato il recente esito dell’appello del processo sulle torture di stato perpetrate a Bolzaneto, dove tutti gli imputati hanno trovato condanna, seppur prescritta.
Ma tanto è, nell’Italia dei centri di detenzione per stranieri dove l’identificazione e l’umiliazione dura 6 mesi, dove la fabbrica della paura della Bossi-Fini-Giovanardi aggravata dall’ex Cirielli producono patrie galere con cifre da capogiro: 66.700 detenuti che sfondano la "capienza massima regolamentare", posta a 43 mila reclusi, e una media di meno di cinque metri quadri a disposizione per ogni detenuto.
Carceri che grondano di suicidi (già 14 dall’inizio dell’anno, 20 volte di più che nella vita libera) e dove il piano carceri dell’attuale governo sembra più preoccupato a fare gli ennesimi regali ai signori della calcestruzzo piuttosto che a cercare di trovare concrete soluzioni. Un governo che non ha alcuna intenzione di introdurre il reato di tortura nel codice penale e la figura del garante nazionale delle persone private della libertà personale, due leggi previste praticamente in tutti gli ordinamenti democratici dell’occidente, Italia esclusa. Un governo che preferisce accanirsi sulle leggi ad personam e sulle leggi contro la persona. Un governo di un paese dove si dimentica Rosarno e si additano i genitori di alunni stranieri come "speculatori" dello stato che offre istruzione a tutti e ha in cambio genitori extra Ue che ne approfittano, a loro dire, per evitare espulsioni.


Giovanni Russo Spena
Gennaro Santoro

«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale». Parla il legale Fabio Anselmo

«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale. Era disperata per l'insensibilità riscontrata rispetto alle sue aspettattive di giustizia». Fabio Anselmo, legale ferrarese, all'epoca era impegnato nel processo per i depistaggi nell'inchiesta Federico Aldrovandi e nelle prime indagini sull'omicidio di Stefano Cucchi. Ora ha accettato il nuovo incarico.
Giuseppe Uva, 43 anni, per lavoro guidava la gru e posava ferri nei cantieri. Lo hanno arrestato i carabinieri di Varese mentre spostava certe transenne per bloccare una strada. Era il 14 giugno 2008, le tre di notte, e Uva era un po' sbronzo. «Chi lo arrestò lo conosceva, lo chiamò per nome», ricostruisce Anselmo: gli disse, più o meno, "proprio tu! sei cascato male!", cominciarono gli spintoni. Le carte in mano alla famiglia «sono scarne», dice l'avvocato ma sono inquietanti. Intanto c'è la querela di Alberto Biggioggero, portato pure lui in caserma perché aveva tentato di difendere l'amico. Da lì chiamerà il 118 atterrito dalle urla che venivano dalla stanza dell'interrogatorio. Ma, al 118, l'Arma minimizza l'accaduto e sequestra il cellulare di Alberto. «La stranezza è che poi Uva verrà dipinto come un indemoniato. Possibile che una procura non senta il dovere di approfondire?», si chiede il legale. E in ospedale Uva ci andrà e certi farmaci incompatibili con l'alcool lo avrebbero ammazzato. «Ma Uva non era seguito dai servizi di salute mentale. Era una persona normale e non un delinquente incallito. C'erano tracce di sangue tra l'ano e i testicoli, lo sanno anche i poliziotti di turno in ospedale che segnalano che la morte non poteva non essere di origine traumatica come, invece, la struttura sanitaria cercava di escludere. Perché quel carabiniere conosceva Uva? Abbiamo bisogno immediato di alcuni atti di indagine e c'è tempo fino a giugno. Dopo due anni dai fatti, altrimenti, non sarà più possibile. E' urgente che si possano incrociare i tabulati telefonici di Uva e del carabiniere».
Quando Anselmo ha ascoltato il racconto di Lucia ha pensato che la storia fosse «troppo grossa per essere vera». Poi ha visto le foto e letto il verbale dell'unico interrogatorio nel fascicolo, quello del comandante delle volanti. «Il primo pm aveva messo bene a fuoco la questione chiedendo come fosse possibile che in una sera normale tutte le volanti di turno fossero nel cortile della caserma dei carabinieri. Però l'inchiesta è passata di mano. Altro non so». Biggioggero, che sporge una querela dettagliatissima, non è ancora stato mai sentito.
52 anni, cattolico, iscritto al Pd proveniente dalla Margherita. Anselmo era noto per essere l'avvocato dei casi di malasanità e mai, almeno da 12 anni, in difesa di medici. «Solo vittime», precisa a Liberazione . Finché, nel 2005, un ispettore della digos lo presenta agli Aldrovandi che lo presenteranno ai Rasman e ai Cucchi che lo metteranno in contatto con la famiglia Uva. «Il caso Aldrovandi - spiega - ha inciso sulle coscienze mostrando ciò che può accadere a un ragazzo normale anche fuori da contesti di piazza o di stadio. Quella di Aldro è una vicenda emblematica anche per quello che è successo subito dopo, i depistaggi. Queste vicende sono isolate ma troppo numerose, la recrudescenza di episodi è dovuta alla garanzia di impunità non scritta ma che si verifica puntualmente. Un film costante: l'autolesionismo attribuito alle vittime, il processo al loro stile di vita (tossico, ubriacone, per non dire se capita che sia pregiudicato), l'evidenza negata, i comportamenti particolarmente arroganti e aggressivi contro chi si oppone al silenzio omertoso».
Veniamo al caso Cucchi. La sensazione di Anselmo è che l'indagine sia ferma, che i pm siano in attesa delle conclusioni dei consulenti. Intanto la relazione della commissione parlamentare mette molta enfasi sulla morte per
disidratazione. «I primi a dirlo furono i nostri consulenti che però non credono che la disidratazione sia un fenomeno biologico slegato dai traumi subiti. Pazzesco che si sia cercato di far passare una frattura coccigea, recentissima, come una malformazione genetica per ridurre gli effetti del politraumatismo».
Non è troppo vicina al rene quella vertebra rotta? «Le criticità sulle funzioni renale e urinaria possono essere determinate dalle complicanze neurologiche di quella frattura della vertebra L3 in quella posizione. Il blocco renale può anche essere conseguenza dei traumi subiti. Se si dice che è solo colpa dei medici si configura un dolo eventuale, non un omicidio colposo».

Checchino Antonini

Caso Uva: rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell'ordine

E' stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell'ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un'altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l'avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po' brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare "bischerate", come in Amici miei . Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all'italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell'allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d'annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell'Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell'Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, come è accaduto a Federico Aldovrandi , viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino , uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L'autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell'addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L'intervento del 113 finisce in tragedia. L'uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell'abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi , invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell'indifferenza e l'incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni , il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell'ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L'autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu , l'ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l'hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come "diversi", troppo originali. Insomma segnalano un problema d'intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l'irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un'epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù si rovescia nel suo esatto contrario.

Paolo Persichetti

20 marzo 2010

Caso Lonzi, la vergogna continua: la Procura annuncia l'archiviazione. L'indignazione della madre.



Il caso Lonzi è archiviato. Questa è la vergognosa decisione della Procura di Livorno e del Pm Giaconi circa la morte di Marcello Lonzi nel carcere delle Sughere di Livorno nell'ormai lontano luglio 2003.
La notizia ha iniziato a circolare già da questa mattina quando i giornalisti hanno chiamato la madre, Maria Ciuffi, per annunciarle la triste notizia. Un fulmine a ciel sereno, visto che Maria stava raccogliendo soldi proprio per controbattere all'ultima perizia medico-legale dell'Università di Siena e attendeva la relazione del suo medico legale di fiducia che avrebbe smontato punto per punto quella della collega senese.
Invece la Procura ha deciso anche senza la seconda controperizia. Ma la cosa ancora più strana e grave è che la madre e gli avvocati erano stati convocati dal pm Giaconi il 25 marzo prossimo per la chiusura delle indagini, mentre i giornalisti sono venuti a saperlo già oggi rendendo inutile a questo punto l'incontro del 25.
Nelle 19 pagine che la Procura ha inviato all'avvocato Dinelli che assiste Maria Ciuffi, il Pm Giaconi ha ripercorso tutta la storia del caso dal 2003 ad oggi arrivando alla conclusione che la morte è avvenuta per insufficienza cardiocircolatoria mentre le costole rotte sono dovute al tentativo di rianimazione. Secondo Maria Ciuffi invece da questa relazione mancano alcune testimonianze chiave e non vengono messe in evidenza le omissioni e le contraddizioni che ci sono state in questa vicenda.
Maria Ciuffi in questo momento è una donna distrutta, che vede sfumare 7 anni di battaglie, tuttavia ha annunciato che non si arrenderà e già dalle prossime ore potrebbe annunciare clamorose proteste fino anche al ricorso a Strasburgo.
Da parte nostra riteniamo scandaloso che questa morte non abbia trovato nemmeno un processo dove essere accertata e che in ogni caso non ci sia nemmeno un imputato non tanto per omicidio (indagato per omicidio era il compagno di cella che tuttavia Maria Ciuffi ha sempre ritenuto estraneo), ma nemmeno per omessa vigilanza (erano indagati due guardie). Insomma, se qualcuno sperava che si andasse ad un processo per reati minori tanto per far vedere che si cercava quantomeno un po' di verità, è andato anch'esso deluso. La linea scelta è stata quella dell'insabbiamento all'italiana, la stessa del Moby Prince e la stessa che probabilmente colpirà anche il caso Cucchi la cui morte è stata da poco derubricata a "disidratazione".



fonte: SenzaSoste

Cucchi, sepolto all'insaputa della famiglia. E intanto si scopre un altro caso di morte per violenza. Delle forze dell'ordine

Stefano Cucchi è stato sepolto dieci giorni fa all’insaputa della famiglia. Ieri i familiari si sono rivolti all’agenzia funebre incaricata di svolgere le esequie e così hanno scoperto che il corpo di Stefano era già stato tumulato nel cimitero di san Gregorio senza che fossero stati avvertiti. Picchiato e lasciato morire nella solitudine e l’indifferenza, Stefano ha subito anche l’ultimo oltraggio.
Ma il caso Cucchi ha scoperto una polveriera. Luigi Manconi, presidente di "A Buon Diritto" ed ex sottosegretario alla Giustizia ha denunciato «un altro caso Cucchi, forse peggio del caso Cucchi». È accaduto quasi due anni fa, il 14 giugno 2008, a Varese. Giuseppe Uva, 43enne fermato in stato di ubriachezza è morto dopo "violenze sistematiche e ininterrotte". Manconi denuncia anche la somministrazione, in ospedale, di farmaci incompatibili con la precedente assunzione di alcolici.
Questa la ricostruzione-denuncia di Manconi: "Fermato in stato di ebbrezza alle 3 del mattino del 14 giugno 2008, in una strada di Varese, in balia di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all'interno della caserma di via Saffi, Giuseppe Uva, 43 anni, per tre ore subisce violenze, sistematiche e ininterrotte: ecchimosi al volto e in varie parti del corpo, macchie di sangue tra il pube e la regione anale". "Un testimone - riferisce Manconi in una nota - parla di urla strazianti che si ripetono per ore. L'intervento del 118, sollecitato dal testimone in questione, viene rifiutato dal entralinista della caserma". Poi, "alle 5 del mattino, incredibilmente, dalla stessa caserma si chiede l'applicazione del trattamento sanitario obbligatorio per Uva, che verrà trasportato prima al pronto soccorso e poi al reparto psichiatrico ell`ospedale di Circolo".
E proprio qui, "secondo quanto accertato dall'indagine, gli vengono somministrati medicinali incompatibili con l'assunzione di alcol". Giuseppe Uva muore alle ore 10.30: "Nonostante le dettagliate testimonianze sulle responsabilità di carabinieri e polizia, in merito alle continue ripetute violenze subite, si procede contro ignoti", sottolinea il presidente di A buon diritto.
Due giorni fa l'Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi e, prima, dei genitori di Federico Aldrovandi, ha assunto il patrocinio di Lucia Uva, sorella di Giuseppe, come persona offesa dal reato.

19 marzo 2010

Taranto: Crolla l'impianto accusatori contro i compagni. Tutti assolti

Si è concluso il procedimento cosiddetto "No Global", a carico di 19 militanti dei COBAS, dei Comitati di Quartiere e di altre strutture di base di questa città. La Corte d'Assise ha assolto con formula piena tutti gli imputati. Dunque oggi, ciò che da sempre è stato definito come un procedimento farsa riceve l'imprimatur anche da un punto di vista giudiziario.
E' stato riconosciuto, come in realtà è sempre stato, che le lotte condotte in tutti quegli anni, come quelle attuali hanno la piena legittimità di esistere ed il diritto-dovere di porre in essere, per cambiare in positivo questo territorio, questo Paese e per costruire un nuovo mondo possibile, fatto di uguaglianza e diritti. E' chiaro che la legittimità di queste lotte prima ancora dell'odierna assoluzione era data dalla grandissima solidarietà che gli imputati ricevettero dai
lavoratori, dai precari, dagli ambientalisti, dalle associazioni di base e dai cittadini di questo territorio, compreso anche chi pur in una legittima diversità politica, riconosceva il valore e la giustezza di quelle lotte. Quest'assoluzione non ci esime però dal continuare a denunciare che questa città è ancora preda preferita di lobbies affaristico massonico mafiose che intendono proseguire il "banchetto" sulla pelle dei cittadini di questa città, dalle quali ci si può
liberare esclusivamente con il protagonismo attivo di tutti coloro ai quali vengono negati i diritti più elementari: un reddito e un lavoro sicuro e decoroso, un ambiente pulito, una decente abitazione, l'istruzione e la sanità pubbliche e garantite per tutti. Nel frattempo però appare proibito disturbare queste lobbies nelle loro luride manovre, tant'è vero che dobbiamo constatare che, negli ultimi anni soprattutto, qui come altrove, chi fa le lotte o rivendica un proprio diritto viene sistematicamente colpito da provvedimenti giudiziari.
Questo meccanismo dimostra che anche pezzi delle Istituzioni sono asservite a quelle lobbies, le cui porcherie vengono "scoperte" solo quando divengono palesi agli occhi di tutti, come la storia di questa città dimostra, almeno negli ultimi venti anni.
Infatti, mentre questa città veniva cannibalizzata dai vari primi cittadini e lobbies collegate, dagli anni ottanta ai duemila, in quello stesso periodo stranamente nasceva l'inchiesta, con i conseguenti arresti e processo. Ciò era finalizzato ad almeno tre obiettivi:
spostare l'attenzione della città dalle sue vere problematiche;
chiudere gli spazi di agibilità democratica;
dare un segnale preventivo a tutti coloro i quali possano decidere di autorganizzarsi e lottare per i propri diritti.
Per tutto questi motivi, il nostro impegno non può che rivolgersi anche a tutti coloro i quali per le proprie idee, per le proprie lotte, per rivendicare diritti universali sono carcerati o sotto processo.

Per questo SABATO 20 MARZO, dalle ore 17.30 in poi, in Piazza Garibaldi, si terrà un presidio con un microfono aperto in difesa dell'agibilità politica di tutte le lotte. Si invitano tutte le organizzazioni, le associazioni e i singoli cittadini a partecipare al presidio portando il proprio contributo di idee, di tematiche e di proposte.

Milano: Cariche della polizia davanti al tribunale

Polizia e Carabinieri caricano a freddo un centinaio di studenti che, dopo la mattinata in solidarietà con ''la banda delle fotocopie'', dalla statale si stavano dirigendo, in corteo, al presidio indetto da giorni davanti al tribunale.

Durante tutta la mattinata in università statale è stata organizzata una presenza in chiostro con un pranzo benefit per le spese legali, sono stati calati striscioni e sono state fatte diverse scritte solidali sui muri dell'università.
Verso le 16,00 dal chiostro di storia si è mosso un corteo diretto al tribunale, presidiato da diverse camionette di Cc e Polizia, capiamo subito che la situazione non è delle piu tranquille, vengono subito calzati i caschi e schierati gli uomini in divisa con scudi alla mano. Ad un certo punto i celerini ricevono l'ordine e avanzano, passano 10 secondi e iniziano a manganellare gli studenti che sono sul marciapiede.
Durante le manganellate sentiamo esclamazioni assurde da parte di dirigenti in borghese (''questo è solo il bigliettino da visita'') davvero un atteggiamento aggressivo e poco professionale.
A fine giornata il bilancio è di un paio di feriti tra gli studenti, di cui uno che perdeva parecchio sangue dalla testa. Manganellate date per fare male, senza motivo, a freddo.Il presidio si è poi spostato in corteo verso la statale dove si è sciolto per darsi appuntamento il 22 Aprile giorno in cui ci sarà una nuova udienza del processo. Nella giornata di oggi sono state tolte le misure restrittive che prevedevano l'obbligo di firma giornaliero per i 5 studenti.

17 marzo 2010

Stefano Cucchi, per la commissione d'inchiesta non è stata una morte accidentale

«Siamo arrivati a conclusioni molto chiare: a Stefano Cucchi, probabilmente, sono state inferte lesioni traumatiche che non sono la causa diretta della morte che e' avvenuta per disidratazione legata alla volonta' di Cucchi di richiamare su di se' l'attenzione dei suoi legali e del mondo esterno». Così il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta in merito alla morte di Stefano Cucchi, Ignazio Marino, ai giornalisti al termine della riunione che ha approvato all'unanimita' la relazione finale. Marino ricorda anche che la morte di Cucchi e' dipesa, oltre che dalla disidratazione, anche "all'eccessiva perdita di peso, 10 chili in 6 giorni". Quindi, "a detta dei nostri consulenti sarebbe servito un piu' attento monitoraggio delle condizioni cliniche".

La sorella di Stefano, Ilaria, a caldo ha così commentato la relazione della commissione: «Siamo molto soddisfatti per l'esito della commissione di inchiesta parlamentare sulle cause della morte di Stefano. Siamo soddisfatti perché la relazione afferma quanto noi abbiamo sostenuto sin dall'inizio: le fratture ci sono, sono recenti e compatibili con il pestaggio. Ora mi auguro che la Procura tenga conto della relazione e che sia riconosciuta la preterintenzionalita' delle guardie carcerarie nell'aver causato la morte di Stefano e che si smettano tutte le altre insinuazioni. Spero non comincino a parlare d'altro, come ad esempio di una caduta accidentale. Mi auguro la smettano con l'atteggiamento difensivo nei confronti di chi ha picchiato Stefano, che e' stato vittima di un pieno pestaggio. Questo ormai - conclude - e' chiaro a tutti".

Nella relazione finale della commissione d'inchiesta sull'efficienza del Servizio sanitario nazionale in
merito alle cure prestate a Stefano Cucchi, vengono indicate 7 criticita' legate alla vicenda della morte del giovane.
La prima spiega che "nell'opinione dei consulenti tecnici della commissione, le ecchimosi palpebrali sono state
probabilmente prodotte da una succussione diretta delle due orbite. Analogamente, le lesioni alla colonna vertebrale sembrano potersi associare ad un trauma recente; sempre ad una lesione e' collegabile la frattura al livello del sacro-coccige".
2 - "Il medico del carcere invia d'urgenza il detenuto al Pronto soccorso dell'ospedale 'Fatebenefratelli' sull'isola
Tiberina. Tuttavia, l'accesso all'ospedale avviene dopo quattro ore, alle 21".
3 - "L'ortopedico dell'ospedale 'Fatebenefratelli' e' consultato telefonicamente, non essendo di guardia attiva: cio'
non sembra consono per un nosocomio sede di Dea di primo livello".

4 - "La trasmissione della cartella clinica del detenuto appare problematica sia nel trasferimento tra le diverse
strutture ospedaliere, sia nel passaggio di consegna tra un medico e l'altro nell'ospedale 'Sandro Pertini'. Nel primo
ricovero all'ospedale 'Fatebenefratelli' manca la cartella clinica di accompagnamento dal carcere e mai viene
successivamente citata come letta da alcun testimone. La cartella clinica non e' ordinata nel diario.

5) La quinta criticita' dice: "Alla luce dell'anomala procedura di ricovero presso la struttura protetta
dell'ospedale 'Sandro Pertini', e' lecito domandarsi se tale percorso sia stato indotto da motivi sanitari o da esigenze
organizzative dell'amministrazione penitenziaria. Le motivazioni di tale particolare procedura sono apparse comunque alla commissione lacunose".
6 - "Il primario responsabile della struttura protetta dell'ospedale 'Sandro Pertini' non ha mai visitato il paziente.
In considerazione dell'aggravarsi del quadro clinico del paziente il 21 ottobre 2009, e' stato riferito alla commissione essere stata preparata da un medico una lettera di segnalazione all'autorita' giudiziaria, mai inviata in realta', a causa della morte del paziente. Ciononostante non viene predisposto un monitoraggio continuo delle condizioni del paziente".
7 - "E' da notare la mancanza di qualsiasi supporto in loco descritto per la rianimazione. L'equipe di rianimatori non viene chiamata. Si riferisce che sarebbe potuta giungere in 5 o 6 minuti".


Dichiarazione di Paolo Ferrero, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra.
CASO CUCCHI, QUALUNQUE SIANO LE CONCLUSIONI DELL'INCHIESTA, FU TORTURA. E DA QUI BISOGNA PARTIRE.

Secondo i risultati della Commissione parlamentare d'inchiesta, Stefano Cucchi, ucciso in carcere dopo una settimana di agonia, sarebbe morto per una disidratazione "non monitorata" che lo portò alla perdita di 10 chili. Secondo la commissione, dunque, la responsabilità dei medici, ma la sorella di Stefano giustamente dice:
"Anche i risultati della commissione confermano che fu picchiato". Di certo, se Stefano è morto per disidratazione non c'è stata la dovuta attenzione da parte della polizia penitenziaria come delle strutture
mediche del carcere, che non hanno fornito neanche un minimo di assistenza sanitaria, neppure quella coatta. Di certo, non si può sminuire il caso: o per percosse o per disidratazione si tratta comunque di un atto di tortura a danno di un ragazzo inerme e dunque di un atto illegale di violazione del corpo di un ragazzo in stato di fermo. Insomma, non vorremmo che venisse sminuito quanto effettivamente avvenuto. Come se, per la morte di Gesù Cristo, ci raccontassero che è morto per un colpo di sole.

Amnesty: il business della tortura. Coinvolta anche L'Italia

La tortura? Un vero affare per i fabbricanti di armi. La denuncia nel nuovo rapporto di Amnesty Internazional che rivela che sono parecchie le aziende di Paesi europei, tra cui anche l’Italia, che vendono e sono coinvolte nel commercio globale di strumenti di tortura. Il rapporto diffuso ieri è opera della organizzazione internazionale e dalla Omega Research Foundation.
Un rapporto dettagliato dove si parla di congegni da fissare alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt. Il rapporto, intitolato “Dalle parole ai fatti”, sottolinea che queste attività sono proseguite nonostante l’introduzione, nel 2006, di una serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala mondiale per torturare. Ma scappatoie legali consentono ancora di farla franca.
Anche il nostro paese è coinvolto, dove son ben cinque le aziende italiane citate nel rapporto (Defence System Srl, Access Group srl,Joseph Stifter s.a.s/KG, Armeria Frinchillucci Srl e PSA Srl) che potrebbero far parte del grande mercato internazionale degli strumenti di tortura. «Il rapporto diffuso oggi -, ha sottolineato Riccardo Noury, portavoce per l’Italia di Amnesty International, -mette in evidenza zone d’ombra e carenze di trasparenza e controllo. L’Italia è tra i venti paesi dell’Ue a non aver fornito, come invece prevede l’art. 13 del Regolamento, informazioni sulle licenze all’esportazione di materiali di sicurezza e di polizia. L’Italia ha inoltre
dichiarato di non essere a conoscenza di aziende italiane che commercializzino materiali descritti dal Regolamento. Amnesty International non ha prove del contrario, ma il fatto che, dal 2006 al 2010, cinque aziende italiane abbiano commercializzato prodotti quali bastoni stordenti, pistole elettriche, manette serrapollici e altri ancora, magari anche saltuariamente ma destinati non si sa a chi, rende impellente la richiesta di maggiori controlli per escludere che l’Italia prenda parte in questo modo al proliferare della tortura nel mondo».
Il rapporto sarà formalmente preso in esame oggi a Bruxelles, nel corso della riunione del sottocomitato sui Diritti umani del Parlamento europeo. Amnesty International e la Omega Research Foundation chiedono alla Commissione europea e agli Stati membri dell’Unione europea di tappare le falle legislative illustrate nel rapporto e di applicare e rafforzare la normativa esistente. «L’introduzione di controlli sul commercio di “strumenti di tortura”, dopo un decennio di campagne di organizzazioni per i diritti umani, ha rappresentato una pietra miliare dal punto di vista legislativo. Ma tre anni dopo la loro entrata in vigore, diversi Stati europei devono ancora applicarli o rafforzarli», ha detto Nicolas Beger, direttore dell’Ufficio di Amnesty International presso l’Ue.
Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di polizia,ha aggiunto: «Le nostre ricerche rivelano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli, diversi Stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l’esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei detenuti verso almeno nove Paesi dove Amnesty International ha potuto documentare l’uso per infliggere torture. Inoltre, solo sette Stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio».
Le scappatoie legali esistenti permettono inoltre ad alcune aziende di commercializzare strumenti che non hanno altro scopo se non quello di infliggere torture e maltrattamenti. «Nell’ambito del loro impegno a combattere la tortura ovunque abbia luogo, gli Stati membri devono passare dalle parole ai fatti, imponendo controlli davvero effettivi sul commercio di strumenti di sicurezza e di polizia e assicurando che i loro prodotti non vadano a finire nella cassetta degli attrezzi del torturatore», ha affermato Michael Crowley, ricercatore della Omega Research Foundation.
Di seguito alcune delle principali conclusioni del rapporto: tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca ha autorizzato l’esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici; la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici, verso nove Paesi dove le forze di polizia e di sicurezza avevano usato quei prodotti per praticare maltrattamenti e torture; aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici per detenuti (una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle “cinture elettriche”, la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l’Unione europea; nel 2005 l’Ungheria ha annunciato l’intenzione di introdurre l’uso delle ’cinture elettrichè nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura; solo sette dei 27 stati membri dell’Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all’esportazione, nonostante tutti siano legalmente obbligati a farlo; gli Stati membri paiono ancora poco informati sulle attività commerciali in corso al loro interno.
Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Malta avevano dichiarato di non essere a conoscenza di aziende che commercializzassero materiali inclusi nei controlli, ma Amnesty International e Omega Research Foundation hanno individuato aziende in Belgio, Finlandia e Italia, i cui prodotti sono apertamente commercializzati su Internet.


Cucchi, perizia dei consulenti: fratture causate dopo l'arresto.

«Oggi l'anatomopatologo incaricato dal Pubblico ministero ha finalmente riconosciuto che vi è sangue nella frattura coccigea e che è recente anche quella di L3. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto. A loro ci sono voluti cinque mesi per dire le stesse cose che avevano già detto i medici del Fatebenefratelli». A parlare è Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, il giovane di 31 anni morto il 22 ottobre scorso in circostanze misteriose dopo essere stato arrestato per droga. Da tempo i familiari del ragazzo attendevano l'esito della perizia dei consulenti incaricati dalla procura che indaga sul caso. In particolare proprio sulle due vertebre fratturate, sulla cui causa si era anche ipotizzato che fossero precedenti all'arresto e dovute ad una caduta dalle scale. «Ora i professori si affanneranno a sostenere che le fratture, ormai incontestabili, sono dovute ad una caduta accidentale o forse meglio ancora all'autolesionismo? Che fine hanno fatto le fratture pregresse e le malformazioni? Si sosterrà di tutto pur di salvaguardare le guardie carcerarie».

16 marzo 2010

Roma: Nuova aggressione fascista all'Università di Tor Vergata

Al termine della conferenza stampa indetta dagli studenti di Tor Vergata dopo l'aggressione subìta ieri all'interno della facoltà di Giurisprudenza, è accaduto l'ennesimo episodio di violenza. Sempre a Giurisprudenza, sempre gli stessi fascisti, hanno aggredito di nuovo nostri compagni, rincorrendoli uno per uno, dentro l'Università e per la strada.
Ora il Rettore Renato Lauro deve assumersi la responsabilità politica e giuridica di quello che sta accadendo dentro la sua Università. È l'Università che ha approvato e finanziato l'iniziativa fascista come "iniziativa culturale" e ha permesso l'ingresso di 50 picchiatori squadristi lasciando i suoi studenti in balia della loro violenza.
Dopo questa ennesima aggressione vediamo cosa dirà la Polverini, che ieri è riuscita a dire soltanto che episodi come questo non fanno bene al dibattito politico. Guardi in casa propria: questi squadristi sono gli stessi che le stanno facendo la campagna elettorale.
Ora serve una reazione di massa. Proponiamo a tutto il movimento antifascista romano e nazionale di organizzarsi sin d'oggi per impedire che il prossimo 7 maggio il Blocco studentesco sfili con le proprie camicie nere offendendo la Costituzione e la memoria di Roma città aperta.

Napoli: Dodici denunce per il corteo contro neofascismo e razzismo del 30 settembre

E' stato notificato un atto di chiusura delle indagini con denunce a dodici antirazzisti che hanno partecipato al corteo cittadino del 30 settembre 2009, quando molte migliaia di persone manifestarono a Materdei nell'anniversario delle quattro giornate di Napoli, contro il tentativo di insediamento di un gruppo neofascista che in tutta italia predica e pratica xenofobia e squadrismo e il cui leader (Iannone) dichiara pubblicamente che "Hitler era un rivoluzionario"...
Oltre 5000 persone manifestarono contro il razzismo, il neo-fascismo e il sessismo. Studenti delle scuole superiori e dell'università, i movimenti sociali napoletani, il coordinamento dei precari della scuola, i collettivi Glbt, una folta rappresentanza del coordinamento degli immigrati, associazioni come Attac, i comitati ambientalisti come Chiaiano e realtà democratiche di Materdei come il comitato di quartiere, forze democratiche, l'ANPI e varie associazioni. Una presenza imponente (in un giorno feriale...) che testimoniò da subito la sensibilità e l'insofferenza diffusa verso questi fenomeni odiosi che si richiamano alla tirannia ("fascisti del terzo millennio..."!) e speculano sulle paure sociali.
Alla fine della manifestazione il corteo "chiese di apporre nella strada in cui si trovava l'occupazione dei neofascisti una targa a Maddalena Cerasuolo, partigiana delle 4 giornate di Napoli e originaria proprio di quelle strade". Di fronte al rifiuto della Questura, il corteo cercò di passare con dei pannelli che "rappresentavano gli orrori del fascismo e del razzismo e fu fermato dalla celere in assetto antisommossa".
Oggi arriva l'avviso di chiusura delle indagini con denunce che vanno dall'interruzione di pubblico servizio a resistenza e lesioni:
"Accuse molto singolari - sottolinea la Rete - perchè non capiamo come possa esserci stato blocco della circolazione su Salvator Rosa visto che il corteo era autorizzato! E poi siamo davvero curiosi di capire perchè dei poliziotti si sono fatti refertare... visto che il corteo cercò di passare solo con schermi difensivi come si vede da tutte le immagini circolate. Al contrario la polizia sparò lacrimogeni ad altezza uomo.
"Ma più di ogni altra cosa rimarchiamo che a fronte di oltre una decina di episodi di aggressioni squadriste portate avanti nei mesi scorsi dai neofascisti, con la classica dinamica dell'agguato alle persone le più svariate, da studenti ad attivisti a semplici abitanti del quartiere, venga perseguita la mobilitazione pubblica e di massa di migliaia di persone che al razzismo e al neofascismo si oppongono...".
Proprio domenica scorsa 7 marzo, su iniziativa del Comitato di abitanti del quartiere di Materdei, molte centinaia di abitanti, napoletani e srilankesi, hanno partecipato alla "festa del friariello, l'unico fascio che ci interessa", iniziativa multiculturale nella piazza della metro con musica (srilankese e tarantelle), video e installazioni per rivendicare la creazione di un asilo pubblico interculturale nell'ex-convento di via San Raffaele. Un vero successo che dimostra in maniera lampante le sensibilità antirazziste e la vocazione di apertura del quartiere.

15 marzo 2010

Roma: aggressione fascista alla facolta di giurisprudenza a Tor Vergata

Ora basta. Questa mattina un gruppo di cinquanta neofascisti, verosimilmente del Blocco Studentesco e di Casa Pound, ha aggredito una ventina di compagni dentro la facoltà di Giurisprudenza a Tor Vergata a Roma.
Tre compagni sono ricoverati in ospedale, in condizioni ancora da accertare.
Non è accettabile che venga concesso alle organizzazioni neofasciste di tenere iniziative pubbliche dentro le Università pubbliche.
Non è accettabile che questi squadristi continuino ad agire indisturbati, a Roma e in tutta Italia.
Non è accettabile che queste organizzazioni esistano. Vanno soppresse. Esiste una Costituzione e la XII disposizione finale e transitoria è tuttora in vigore, checché ne pensino Berlusconi e Alemanno.
In attesa che il Rettore di Tor Vergata, gli organi competenti e tutte le istituzioni democratiche se ne rendano conto, e agiscano secondo coscienza e secondo le leggi, noi non staremo a guardare.
Siamo a fianco degli studenti democratici, solidarizziamo con i compagni aggrediti, con il Collettivo Lavori in Corso di Tor Vergata, e faremo la nostra parte per liberare Roma da questo vero e proprio cancro.

Simone Oggionni
Anna Belligero

Piano Carceri: cemento, business e chiatte galleggianti...

Affrontare in poche righe il tema carcere non è semplice, lo spazio non è sufficiente a descrivere il vuoto e al tempo stesso la densità di questo non luogo ai margini della società esterna, così rimosso dal sentire collettivo ed al tempo stesso così legato alle dinamiche sociali e politiche esterne.
La realtà del carcere in Italia è oggi tragica come mai prima, sopravvivono con estrema difficoltà limitate esperienze carcerarie di tipo attenuato; prevale invece largamente un'impostazione ad un tempo anticostituzionale ed illegale della pena, si afferma e si consolida un trattamento detentivo che non recepisce minimamente neppure le piccole aperture date dalla riforma penitenziaria di metà anni “70. Prevale, cioè, un sistema autoritario di tipo “concetrazionario” e metodi di repressione e annichilimento fisico e psichico degni di una dittatura.
In carcere si muore, si viene pestati per un nulla, si vivono condizioni di assembramento disumane, per le quali decine di detenuti si sono rivolti alla Corte Europea di Strasburgo.
Lo Stato italiano, le forze politiche locali e nazionali fautrici delle politiche repressive e securitarie, si rendono una volta più responsabili di violazioni di diritti umani fondamentali riservate sistematicamente agli esclusi da questo Sistema e dalla crisi generale in cui versa.
Mentre si consuma la putrefazione morale e politica delle istituzioni, in galera continuano ad essere rinchiuse intere categorie sociali: i migranti, colpevoli in sostanza di esistere, i consumatori di sostanze stupefacenti, chi si vede troppo spesso costretto ad una vita di extralegalità e nell'impossibilità di costruirsi una esistenza ed un futuro dignitosi.
La risposta alla crescente precarietà sociale continua ad essere quella dell'emergenza e della repressione sociale e politica con lo sbocco obbligato della galera. Mentre il ricorso alle misure alternative alla detenzione viene sempre più disatteso dalla Magistratura di Sorveglianza e da cavilli infiniti (come le norme sulla recidiva, l'art.4 bis e i regimi di detenzione speciale dei reparti EIV e 41 bis riservati, tra gli altri, ai detenuti politici), l'unica risposta che pare dare l'Esecutivo, in buona compagnia di molti politici un tempo di “sinistra”, è la costruzione di nuove carceri secondo un modello di internamento di massa e di criminalizzazione fine a se stesso.
Il proposito governativo di costruzione di nuovi centri di detenzione per migranti, i cosiddetti CIE, e da ultimo il progetto (in fase avanzata di definizione) di varare chiatte galleggianti dove costringere le migliaia di detenuti stipati a forza nei penitenziari italiani, sono un esempio della tendenza prevalente e delle conseguenze del crescente autoritarismo.
Nel progetto in ipotesi queste chiatte-galera della lunghezza di 126 metri per circa 400 detenuti (ne sono previste dieci per un costo unitario intorno ai 90 milioni di Euro), verrebbero ormeggiate in alcuni porti (tra cui Genova, Cagliari e Livorno) ed è aberrante la descrizione delle possibili ubicazioni alternative, si legge: arsenali e zone militari, e ancora, strutture modulari che possono essere accorpate ed ampliate alla bisogna. Si tratterebbe dunque di un nuovo modello "panoptico", con al centro il punto di osservazione ed intorno l’area destinata ai detenuti, celle e strutture di servizio, il tutto racchiuso da un cordone di sicurezza. L’esperimento della nave galera fu fallimentare in Inghilterra dove è stato sospeso proprio per gli aspetti insani ed inevitabilmente angusti delle strutture.
Lascia pure sconcertati leggere i commenti e gli incoraggiamenti di diversi tra i sindacati subalterni. CISL e UGL si dicono favorevoli e il segretario UIL-Siderurgico Mario Ghini chiosa deciso: “costruire, come si pensa, cinque o sei di queste piattaforme saturerebbe gli impianti per due anni, ci auguriamo che si prenda una decisione nel breve periodo e le navi carcere si facciano”. Una misera speculazione sulla pelle delle persone detenute e di chi si vede espulso dal mondo lavorativo e da ogni sistema di tutela sociale; quando con minori risorse potrebbe essere costruito un processo di risocializzazione e reinserimento per migliaia di detenuti, reintroducendo magari le agevolazioni per il reinserimento lavorativo degli ex-detenuti o dei condannati altrimenti esclusi da ogni misura alternativa.
Su questi lugubri scenari pare tacere, invece, la politica “di sinistra”, indaffarata com'è con le beghe del voto regionale (e con l'assenso di candidati e forze politiche alla costruzione degli indigeribili Centri per la detenzione amministrativa dei migranti, i famigerati CIE, previsti tra le altre cose pure in Toscana).
Mentre sempre più famiglie vivono in condizioni di miseria e di disperazione, aumentano i business ed i profitti di pochi, settori economici legati a doppio filo con le doppiezze del capitalismo italiano e col suo governo di destra, ecco i beneficiari di questi progetti cantieristici ed edilizi per la concentrazione e la detenzione delle persone e più in generale il cospicuo giro d’affari legato all’industria della “sicurezza”. Lo scandalo della Protezione Civile (a cui si voleva fino a poche settimane fa assegnare proprio la gestione del piano carceri) mostra quel vasto intreccio di affari tra economia e politica, cosa che potrebbe presto riprodursi con la costruzione delle chiatte galleggianti e di altri progetti penitenziari basati sul cemento. Senza dimenticare tra l'altro gli ampi poteri, per non dire assoluti, riguardo agli interventi di edilizia carceraria: quali appalti, quali assegnazioni?
Il carcere, la legge e la sua sistematica violazione da parte di chi si erge a tutore dell'ordine e della sicurezza. Una storia già vista che pare non avere fine.


Adriano Ascoli
Osservatorio Repressione -PRC-, gruppo di discussione sul carcere –Pisa-
noalcarcerepisa@googlegroups.com

Dax resiste: non dimentichiamo, non perdoniamo!

16 marzo 2003-2010: non dimentichiamo! non perdoniamo!

"Un passato che si proietta nel futuro dove il confine tra amore e odio si fa labile e la memoria non coinciderà mai con la parola perdono" (i compagni e le compagne di Dax)



16 MARZO 2003, LA NOTTE NERA DI MILANO


Alcuni compagni usciti dal pub Tipota si scontrano con tre neofascisti armati di coltelli che li colpiscono ripetutamente, ferendone gravemente due. Uno sarà operato d'urgenza mentre Davide "Dax" non arriverà vivo in ospedale. Sul luogo sopraggiungono invece numerose pattuglie di polizia e carabinieri che, ostruendo la circolazione stradale, contribuiscono a ritardare i soccorsi. Poco dopo la partenza delle ambulanze arriva anche un reparto di celere con caschi e manganelli, respinti subito dalle grida indignate dei presenti... un avvertimento...
All'ospedale S.Paolo, già militarizzato dalle forze dell'ordine, i medici comunicano la morte di Dax. Disperazione, incredulità, rabbia.... I compagni e gli amici presenti rispondono alle provocazioni di Polizia e Carabinieri, che danno subito il via a feroci cariche dentro e fuori l'ospedale. Una caccia all'uomo stile Genova 2001, quella stessa brutalità che abbiamo visto in azione in Val di Susa solo qualche settimana fa.
"Volevano portare via la salma dell'amico" Così il giorno dopo il Questore Boncoraglio legittima l'operato delle forze dell'ordine, il cui bilancio per i pestaggi contro chi era presente è di decine di punti di sutura sul viso, denti e braccia rotte, teste aperte, facce s figurate e sangue dappertutto.
Sui "fatti del San Paolo" si aprirà poi un processo con imputati un carabiniere e due polizziotti, accusati di porto d'arma impropria e abuso d'ufficio, e 4 compagni alla sbarra per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Questo processo si è concluso in Cassazione nel 2009 con da un lato la piena assoluzione delle forze dell'ordine e dall'altro la condanna di due compagni ad un totale di 3 anni e 4 mesi di carcere più 100.000 euro di multa.
Lo Stato si è assolto, la magistratura ha legittimato e consacrato l'operato dei suoi servi in divisa. Nessuno stupore, nessun lamento. La stessa cosa è accaduta per i processi del G8 Genova. Nessuno stupore, nessun lamento ma rabbia, odio e la determinazione nel continuare a lottare, ricordare e raccontare.
Una storia che continua perchè fascisti e polizia continuano ad ammazzare, nelle carceri, nelle strade. Continua con il nome di Renato Biagetti, Ivan Khutorskoy, Carlos Palomino, Nicola Tommasoli, Stefano Cucchi, Jan Kucera, Alexis Grigoropoulos, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani e molti altri. Un elenco che non vogliamo vedersi allungare, una storia di sangue che deve essere fermata costruendo solidarietà, resistenza, lotta antifascista e anticapitalista.
"Per combattere questo nuovo fascismo non ci saranno i vostri nonni, o i padri dei vostri nonni. Affrontarlo toccherà a voi" Partigiano "Foco"


sabato 13.03 @ San Precario Space Via Pichi, 3 Milano
ore 18.00/20.00
ASSEMBLEA ANTIFASCISTA

partecipano Associazione Fausto e Iaio, Associazione Dax16marzo2003, Saverio Ferrari dell'Osservatorio Democratico sulle nuove destre, Maldestra; interverranno delegazioni antifasciste da Russia, Spagna e Napoli


martedi 16.03 @ Via Brioschi, Milano
ore 22.30
CORTEO IN QUARTIERE

giovedi 18.03 @ Via Mancinelli, Milano
dalle 17.00
RICORDO DI FAUSTO E IAIO

con la realizzazione di un nuovo murales per Dax

il programma completo su www.daxresiste.org



fonte: InfoAut

12 marzo 2010

Bologna: Uova ad Azione Universitaria, ventidue rinvii a giudizio

Violenza privata, lesioni e minaccia aggravata i reati per cui, a partire dal 30 giugno prossimo, saranno processati ventidue attivisti bolognesi per il lancio di uova e di altri oggetti in direzione degli studenti della formazione universitaria allora di Alleanza Nazionale, che teneva un banchetto nella piazza centrale della cittadella universitaria in contemporanea a una manifestazione antiproibizionista dei movimenti.

fonte: Zic.it

Torino:udienza preliminare contro gli studenti dell'Onda

Si è svolta ieri al Palagiustizia di Torino la prima udienza preliminare (dopo il rinvio per vizi procedurali del 24 febbraio) contro gli studenti dell'Onda arrestati in seguito al corteo nazionale di Torino del 19 maggio scorso, indetto dal movimento universitario contro il g8 University Summit. Con oggi non si possono più aver dubbi sulla natura meramente politica dell'intera operazione Rewind, volta a colpire un movimento che l'anno scorso ha tanto spaventato i poteri forti (siano essi politici, baronali o mediatici).
Pesantissime le pene richieste dal pm Sparagna anche per gli studenti che hanno scelto di difendersi con il rito abbreviato, pene che vanno dall'anno e 6 mesi all'anno e 10 mesi. Non potendosi basare su effettive prove a carico degli imputati, sono state mosse accuse per "concorso morale", ovvero sono tutti colpevoli per il solo fatto di essere stati presenti al corteo (cosa, tra l'altro, che nessuno degli imputati ha mai negato). Nessuno degli elementi in mano all'accusa permetterebbe infatti una tale richiesta della pena.
Per un paio di loro, oggi dottorandi o ricercatori (precari), la colpa è stata anche quella di aver già partecipato ad una manifestazione come il G8 di Genova (più volte ricordato in aula), come se questa potesse essere una "colpa" da espiare in circostanze diverse e a distanza di anni! Ma, secondo il pm, anzi, sarebbe proprio una manifestazione come quella di Genova ad aver legittimato le cariche violente della polizia: "Si sa come è finita a Genova con l'estintore!", parole che fanno davvero venire i brividi se si pensa a Carlo, alla sua famiglia, al loro dolore e al suo assassinio rimasto impunito.
Il tentativo dell'accusa è stato anche oggi quello di distinguere i buoni e i cattivi all'interno di un movimento che in quella stessa giornata ha dimostrato di essere più unito e determinato che mai, tornando insieme in corteo verso Palazzo Nuovo e assumendo con un'assemblea e un comunicato stampa nazionale tutto quanto era accaduto in quella giornata.
Gli avvocati della difesa, che hanno pronunciato oggi in aula le prime arringhe, e che parleranno nuovamente in occasione della seconda sessione dell'udienza preliminare, che si svolgerà il primo aprile, hanno insistito sul fatto che, a differenza di quanto sostenuto dall'accusa, i momenti di tensione venutisi a creare in seguito al tentativo, da parte degli studenti, di violare la “zona rossa”, non fossero premeditati e studiati a tavolino, ma fossero in realtà conseguenza di una pratica naturale e spontanea che aveva portato migliaia di persone, tutte insieme, a scendere in piazza in modo dirompente e determinato.
Lo “scudo-ariete” immaginato dal pm Sparagna non è nient'altro che lo striscione di apertura del corteo, i “cattivi” sono in realtà rappresentati dalle migliaia di studenti e studentesse scesi in piazza che hanno, in tutti questi mesi, continuato a ribadire che “dietro quello scudo c'eravamo tutti”.
Non sono dunque bastati tutti gli attestati di solidarietà, tutte le azioni di protesta in tutta Italia da parte delle varie articolazioni dell'Onda, le occupazioni dei Rettorati, i cortei, le conferenze stampa, le migliaia di firme raccolte nel mondo accademico italiano e non solo, la presenza il 24 febbraio di delegazioni da tutta Italia, a far ricredere il pm Sparagna e le sue deliranti accuse.
Oggi stesso, gli studenti e le studentesse di tutta Europa, ritrovatisi a Vienna per un controvertice in occasione delle celebrazioni per l'anniversario della dichiarazione di Bologna, hanno esposto l'ennesimo striscione di solidarietà e di assunzione delle giornate del maggio torinese, che recitava No rewind, Rewave! We were all behind that shield”.

In conclusione, anche di fronte a quanto oggi è stato palesato in aula dalla controparte, il processo Rewind - la sua sua valenza politica - per il movimento dell'Onda non potrà che continuare ad essere un campo di battaglia dentro il quale spendersi per decostruire un teorema Sparagna già mozzato dalle mobilitazioni diffuse di quest'estate (concretizzatosi con la liberazione dei compagni dalle carceri), contrapponendosi alle ultimi infime carte di una magistratura che spera (ma fallirà ancora!) di demolire la ricchezza e la potenza di quanto costruito nelle università (e non solo) fino ad ora. Che la storia non possa essere scritta dai tribunali è l'assunto dal quale partire, ribadendo e rivendicando quanto fatto a Torino, un percorso politico che non può e non sarà arrestato dal tintinnio delle manette e dal sinistro moralismo che aleggia da troppo tempo. Dietro quello scudo, oggi più che mai, c'eravamo veramente tutt*.

fonte: InfoAut

10 marzo 2010

11 Marzo: con Francesco Lorusso nel cuore… per non dimenticare

I familiari, gli amici e i compagni di Francesco Lorusso la mattina dell’11 marzo, come ogni anno, si ritrovano in via Mascarella, davanti alla lapide che ricorda l’assassinio di Francesco avvenuto l’11 marzo 1977.


Come ogni anno dal 1978, l’appuntamento è alle 10,15 dell’11 marzo, in via Mascarella, dove saranno deposti fiori e dove ci sarà un momento di ricordo. Alle 11,15 ci si sposterà al monumento di Francesco, al Giardino Francesco Lorusso (entrata da via Berti 2/2).
Si tratta di cerimonie molto informali che, però, nel corso di questi anni sono state fondamentali per trasmettere elementi di memoria storica che in tanti hanno provato a cancellare, senza riuscirci.
Per quelli più giovani che nel ’77 non erano ancora nati o erano piccolisimi mettiamo a disposizione la testimonianza di Gabriele, compagno e amico fraterno di Francesco (era stata pubblicata nel 1997 sul giornale bolognese Zero in condotta), insieme a due piccoli resoconti tratti dal libro “Marzo 77: fatti nostri”.

11 MARZO 1977
Di quel giorno ricordo anche le nuvole e il colore del cielo. Verso mezzogiorno andai in piazza Verdi per pagare la quota necessaria a partecipare alla manifestazione nazionale prevista a Roma per il giorno successivo. C’era un banchetto e una bandiera rossa, si chiacchierava tra pochi, data l’ora.
Da Porta Zamboni giunsero le detonazioni tipiche del lancio di candelotti e il primo pensiero che mi colse fu quello di assistere in diretta ad una vera e propria “invasione di territorio”, dato che fino a quel momento nessuna iniziativa repressiva aveva riguardato la cittadella universitaria.
D’istinto mi coprii il volto con un lembo della bandiera e corsi verso la zona degli scontri, incontro al fumo denso che si allargava.
Qualcuno mi disse che era inutile tentare di avvicinarsi da quella parte e si decise di provare a passare per via Bertoloni.
Mi bastò affacciarmi per capire che non era aria neppure lì: sul muro, all’altezza dei cavi della corrente elettrica, vidi distintamente le scintille prodotte da colpi di arma da fuoco. Già questo fatto costituiva una “prima volta”, un innalzamento del livello di scontro.
Poi non ricordo perché, procedendo verso gli sbocchi successivi, si decise di non risalire via Centotrecento.
Ci trovammo infine in un piccolo gruppo – cinque, sei persone – a procedere per via Mascarella.
Qui, per una ragione che non so spiegare neppure ora (forse per rendermi più utile, forse per l’inesperienza a situazioni del genere essendo sempre stato “esonerato” dalla partecipazione a scontri con la Polizia in ragione del fatto che mi trovavo in regime di buona condotta per due sentenze definitive, forse per una strana forma di coraggio o…. di paura) decisi di fare corsa solitaria e parallela sotto il portico di sinistra.
Correndo, vedevo gli altri procedere verso via Irnerio. Uno di loro, portatosi in mezzo alla strada, tirò un sasso verso un gruppetto di carabinieri ma sbagliò clamorosamente la mira scheggiando il palazzo d’angolo.
Una sciocchezza, se non fosse che, dopo, quel segno diventò la “prova” che qualcuno aveva sparato anche da via Mascarella e alimentò l’assurda insinuazione che Francesco poteva essersi trovato al centro di un tiro incrociato e dunque poteva essere stato colpito dai suoi stessi compagni. Giunto a poco più di dieci metri dallo sbocco su via Irnerio vidi, in prossimità dell’incrocio un camion, del tipo di quelli dell’esercito, ed alcuni carabinieri: tutto sommato pochi, come pochi si era dalla parte di qua.
Poi non vidi più, per effetto di una prospettiva troppo obliqua, ma sentii i rimbombi secchi di otto – nove colpi almeno di arma da fuoco, in rapida successione.
Feci retromarcia immediatamente, così come facevano gli altri, parallelamente a me. Solo che loro portavano, ognuno per un arto, il peso di un corpo senza energia. Ci ricongiungemmo e ci fermammo davanti all’uscita posteriore di un cinema.
Francesco morì lì, tra sguardi sbigottiti, mentre gli rivolgevo parole vane.
Fermammo una macchina per tentare di raggiungere l’ospedale più vicino. Nel frattempo giunse un’ambulanza e caricò il corpo di Francesco, ma le facce degli infermieri non lasciavano speranze.
Andai comunque al S. Orsola per sentirmi dire quello che ormai era già tragicamente palese.
Seppi subito dopo che contro i carabinieri era stata lanciata una molotov, che Francesco aveva avuto il tempo di dire “mi hanno beccato” e di fare con le sue gambe circa dieci metri, fino al punto in cui cadde, dove poi fu posta la lapide.
Seppi anche che ad originare tutto era stato un diverbio e una scaramuccia tra qualche decina di compagni ed esponenti di Comunione e Liberazione riuniti in assemblea. Roba che in altri tempi si sarebbe risolta con due parolacce, qualche spintone e poco più.
Da quel momento fu chiaro ad ognuno che tutto sarebbe stato diverso.
Già nel primo pomeriggio, Piazza Verdi era piena di gente, ma il tono delle voci era sommesso. Si fece una rapida assemblea tra l’odore pungente della benzina: si decise di dirigere il corteo verso la sede della Democrazia Cristiana, l’Ufficio di rappresentanza del Resto del Carlino e la Stazione. Nessuno parlò di vetrine, nessuno fece niente per impedire che andassero distrutte. Certo, era inquietante il rumore dei tonfi dei vetri che andavano in frantumi ai lati del corteo: cascate di ghiaccio attorno a noi, che portavano nell’animo un gelo ben più grande.
Personalmente trovai offensivo che il servizio d’ordine del PCI presidiasse il Sacrario dei Caduti della Resistenza e trovai di gusto discutibile il saccheggio conclusivo del Ristorante “Al Cantunzein”. Ma erano pensieri silenziosi: io non avevo fame.
Il giorno dopo, dal primo pomeriggio cominciarono gli scontri all’università. In mattinata venne rifiutata la parola ad un esponente del Movimento alla manifestazione sindacale: il cerchio di ferro si chiudeva. Per otto ore si resistette: sulle barricate verso sera suonava un pianoforte. Poi qualcuno decise e praticò l’esproprio dell’armeria Grandi: in tutta risposta arrivò una raffica di mitra ad altezza d’uomo. Per me la misura era colma.
Il giorno dopo ci svegliammo coi blindati in città e i tiratori speciali sui tetti. Cominciarono gli arresti di chiunque per strada formasse gruppi superiori a cinque persone e rifiutasse di disperdersi: così finirono dentro decine di tifosi del Bologna, venuti in centro in modo organizzato e circa 260 compagni. La detenzione di limoni era considerata sufficiente a dimostrare una volontà di resistenza. Radio Alice era chiusa.

(Gabriele G.)

Carrarmato in via Zamboni, 13 marzo '77
DOMENICA 13 MARZO: ARRIVANO I CARRARMATI
Domenica, all’alba, circa 3.000 fra carabinieri e poliziotti, con mezzi blindati, diedero inizio all’occupazione della zona universitaria, dove non trovarono assolutamente nessuno; sfondarono, fra l’altro, la porta della sede centrale e devastarono il CPS (Collettivo Politico Studentesco) dove, all’apertura dell’università, erano state trovate scritte fasciste.

Verso le 10, la situazione era apparentemente tranquilla e in Piazza Maggiore c’erano parecchie decine di persone tra studenti e cittadini. A questo punto, la polizia, uscita con tre camions dalla questura, si fermò all’angolo tra Via Rizzoli e Piazza Re Enzo, e cominciò a sparare lacrimogeni e caricare la gente che fuggiva senza capire. Queste cariche continuarono per tutta la mattina senza che fosse accaduto nulla, tranne alcuni slogans gridati dai compagni che si tenevano a distanza.
Poi la polizia si ritirò verso la Questura, mentre tra gli studenti si sparse la voce di un concentramento nel pomeriggio in S. Donato per tenere un’assemblea. Sempre in mattinata ripresero le trasmissioni a Radio Alice, sotto il nome di «Collettivo 12 marzo», ma vennero disturbate da qualcuno che trasmetteva un fischio sulla stessa frequenza.
Nel pomeriggio si tenne la prevista assemblea dove si decide di mandare una delegazione in Comune e alla Camera del Lavoro per chiedere le dimissioni del rettore e la smilitarizzazione della città.
In serata la polizia continuò a mantenere il clima di tensione sparando lacrimogeni contro chiunque si riunisse, anche in gruppi di 5 o 6 persone, nella zona del centro.
Nel pomeriggio intanto era stata chiusa Radio «Collettivo 12 marzo»; veniva tolta la luce a mezzo quartiere, poi, quando la radio riprese a trasmettere con delle batterie su una frequenza leggermente allontanata dal fischio, ci fu l’arrivo della polizia, che trovò la porta sbarrata. I compagni, questa volta, avevano fatto in tempo di fuggire.

LUNEDÌ 14 MARZO: I FUNERALI ALLA CILENA
I funerali del compagno Francesco Lorusso furono stabiliti alle ore 10. L’ordinanza del prefetto che vietava ogni tipo di manifestazione nel centro storico impedì l’allestimento di una camera ardente nel centro della città; il funerale si tenne alla periferia della città, in Piazza della Pace. Per quanto riguarda i partiti: il PCI aderì ufficialmente, il PSI mandò una delegazione. Il sindacato indisse un’ora di sciopero con assemblee in fabbrica, proprio in coincidenza con l’orario del funerale… Gli studenti inviarono delegazioni nelle più grosse fabbriche, per spiegare l’accaduto e richiedere un prolungamento dello sciopero. Nonostante tutto vi fu una forte partecipazione da parte di operai, cittadini e studenti.

DOPO MARZO…
Seguì lo stato d’assedio e il divieto assoluto di manifestazione. Seguì la teoria del “complotto” imbastita dal PCI per estirpare dalla sua città-simbolo il corpo estraneo di un movimento che aveva il difetto di essere nato in contemporanea con la strategia del “compromesso storico” e di risultare indecifrabile e ingombrante per i criteri statici della loro lettura politica.
Nelle assemblee che seguirono si prese atto che quel processo straordinariamente innovativo che permetteva di tenere insieme differenze, devianze, soggetti diversi, in una convivenza certo non sempre idilliaca ma sostanzialmente tollerante, doveva omologarsi all’emergenza, far quadrato per difendere la propria identità senza degenerare.
Solo allora si diedero le condizioni perché qualcuno potesse definirsi con qualche approssimazione leader rappresentativo dell’intero Movimento, ma non si ricorda nessuno a fare gomitate per questo.


fonte: Zic.it

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