16 febbraio 2010

I famigliari dei detenuti morti chiedono allo Stato risposte “chiare e oneste”

Troppi morti nelle carceri italiane: 1.579 solo negli ultimi 10 anni. Oltre 500 suicidi, altrettanti casi sui quali la magistratura ha aperto un’inchiesta. Ma quando lo Stato sbaglia, quando non riesce a garantire la vita a persone detenute, dovrebbe almeno dare delle risposte chiare e oneste ai loro famigliari.
Le Associazioni ed alcuni Parlamentari denunciano da tempo il dramma delle troppe morti in carcere, ma adesso anche i famigliari dei detenuti hanno trovato il coraggio di darsi voce e oggi hanno tenuto una conferenza stampa in Sala Stampa del Senato.
Finora erano stati “esclusi”, erano gli “ultimi” anche loro, ma hanno cominciato a farsi sentire, anche grazie anche a una informazione giornalistica finalmente attenta, che ce li ha mostrati come sono, cioè “persone perbene”, persone “come noi”.
In tanti si sono fatti avanti per chiedere allo Stato risposte “chiare e oneste” sulla morte dei loro cari e saranno presenti alla conferenza stampa: Valentina Ascione, Rudra Bianzino, Clara Blanco, Adriano Boccaletti, David Boccaletti, Rita Calore, Maria Ciuffi, Mario Comuzzi, Ilaria Cucchi, Antonietta Di Sarro, Francesca Dragutinovic, Patrizia Favero, Rosa Federici, Ida Frapporti, Martina La Penna, Angela Lescai, Bruno Martini, Giorgio Naccari, Anna Petrillo, Roberto Poli, Daniele Sabiu, Cristiano Scardella, Ezio Sobrero, Claudia Sterzi, Fabio Tittarelli, Laura Traviotto.
I figli, fratelli, padri, di queste persone sono entrati in carcere, da vivi e sani, e ne sono usciti morti: cos’è successo mentre erano sotto la “custodia” dello Stato? hanno subito violenze? hanno avuto una malattia e non sono stati curati? Domande che loro da anni pongono, ma che non hanno avuto risposta o, più spesso, hanno avuto “risposte” che non hanno chiarito quasi nulla.
La garanzia del diritto alla vita per chi è privato della libertà passa anche attraverso le risposte che le istituzioni del nostro Paese vorranno dare a questi cittadini. Infatti, quella che noi poniamo è una questione di cittadinanza, di rispetto dei diritti civili, più ancora che un richiamo alla trasparenza delle carceri, e di quello che avviene al loro interno, che pure è importante, in un momento in cui le condizioni di vita delle persone detenute sono davvero sempre meno rispettose di un altro diritto, quello a non subire trattamenti disumani o degradanti.
Ma non solo, per i parenti dei detenuti morti in condizioni non chiarite è una questione “d’onore”, è la possibilità di dare una morte rispettabile ai propri cari. Per “morte rispettabile” intendiamo il poter rispondere in futuro in modo chiaro e univoco sulle cause e sulle modalità di quella morte.
È come se un parente chiedesse alle istituzioni “Cosa risponderò ai miei figli quando mi domanderanno come è morto quel nostro famigliare in carcere?” e non avesse mai una risposta, e fosse costretto a spiegare che una istituzione che non tutela il diritto alla vita e alla salute dei propri cittadini in carcere è un’istituzione che non tutela i diritti di tutti noi! Che non risponde perché non è capace di prendersi le proprie responsabilità, che non sa di avere una responsabilità.
Eppure le istituzioni della giustizia, proprio perché dovrebbero seguire le persone condannate in un loro percorso di assunzione di responsabilità rispetto al reato, e alle vittime di quel reato, dovrebbero anche, per prime e con coraggio, rispondere in modo responsabile a tutti i cittadini, e primi fra tutti a quei famigliari che hanno perso un loro caro, morto “di carcere”.
 
 
fonte: Senza Soste

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