22 febbraio 2010

Ferrara: Sahid ucciso dall'indifferenza e dai pacchetti sicurezza

Non esiste San Valentino per chi è clandestino. Sahid Belamel è morto nel giorno degli innnamorati, domenica scorsa, a Ferrara, dopo aver agonizzato mezzo nudo e ferito ai bordi di una strada. Il freddo del primo mattino lo ha stroncato. O forse sarebbe meglio dire che l'ha ammazzato l'indifferenza. Perché Sahid l'hanno visto in tanti. Aveva venticinque anni. Era bello ed elegante, dicono i suoi amici. La squadra mobile estense indaga per capire se ci siano state eventuali omissioni di soccorso nelle tre ore fatali.
Zona piccola e media industria: così si chiama il quartiere a nord, oltre le mura storiche. Sahid dormiva in centro, in Via Boiardo 90, con due marocchini come lui. Lavorava come garzone in un fornaio. Si doveva sposare presto al suo paese.Sabato 13, probabilmente, vive quella che da queste parti chiamano la "seratona". L'ultima. Cena e dopocena con amici in due locali e dopo, forse, è stato cacciato dall'ultimo posto, una balera. Dal suo cellulare è stato chiamato un taxi. L'autista ha detto che Sahid aveva bisogno di un'ambulanza e se n'è andato. Nessuno, però, ha chiamato il 118. Erano le quattro e mezza della notte. Alle cinque lo vedono barcollare. La scena è impressa nei nastri delle telecamere di sorveglianza di una delle aziende della zona. Si vedono le macchine che passano, rallentano. Ma non si fermano. La "seratona" ha preso la piega peggiore. L'autopsia dirà che Sahid poteva essere salvato. Se qualcuno lo avesse aiutato nelle tre ore di agonia sarebbe ancora vivo.
Perché è morto assiderato, Sahid.
Nel filmato è ancora vestito e si incammina in direzione del canale. Potrebbe essere scivolato ed essersi bagnato i vestiti che poi si leverà. In un secondo frame, che gli investigatori giudicano drammatico, è mezzo nudo e chiede aiuto. Inciampa, batte la testa. Si trascina su gomiti e ginocchia. Un'auto rallenta, poi riparte. E Sahid sbatte la testa sull'asfalto. Alle 8 e mezza lo trova una guardia giurata, rannicchiato, che sbatteva la fronte sull'asfalto con le ultime forze. Nei calzoni, ritrovati i pomeriggio di lunedì, c'era un contratto di lavoro che l'avrebbe messo a posto con la Bossi-Fini.
La reazione della città: «In redazione ci stanno arrivando molti commenti sulla vicenda shoccante - dice Marco Zavagli, giovane direttore di Estense.com , primo quotidiano telematico in città - c'è chi pensa che in fondo se la sia cercata e chi è sconvolto e per fortuna riesce ancora a scandalizzarsi. Come per Federico Aldrovandi. Il partito più folto, però, è quello che dice che non si può restare indifferenti».
Anche il giornale cittadino, La Nuova Ferrara , s'è voluto far carico del carico di angoscia per la fine di Sahid e ieri ha pubblicato un necrologio a tutta pagina -"Morto nell'indifferenza generale" - voluto dal direttore Paolo Boldrini.«Se l'intolleranza nei confronti degli immigrati - scrive una lettrice - è salita a livelli inconcepibili, è perché sono state alimentate ad arte le paure inconsce della popolazione». Don Domenico Bedin, prete di frontiera, dalle stesse colonne, lancia un confronto con un'altra vicenda, quella di Federico Aldrovandi. «Il far finta di non vedere per non compromettersi, è stata la costante anche della vicenda di Federico, rotta solo da una camerunense (la supertestimone Annemarie Tsaguie, ndr) che in qualche modo ci ha redenti. Ma non abbiamo imparato la lezione». Ancora su quel giornale, interviene Patrizia Moretti, la mamma di Federico: «Mi viene da dire che molto più di noi, gli immigrati hanno mantenuto intatto quel senso di solidarietà e fratellanza che da noi è andato perduto. Siamo diventati più chiusi e individualisti, abbiamo perso la capacità di empatia nei confronti del prossimo. Qualità che invece le popolazioni più povere hanno conservato, come i bambini. Mi fa pensare ai racconti di mio nonno, quando mi parlava della guerra e dei pericoli e delle privazioni che la gente allora doveva affrontare. Ma che proprio per quei pericoli e quelle privazioni era più portata a tendere la mano verso gli altri, a sostenersi l'un l'altro. Ecco, questo credo sia il grande insegnamento che gli immigrati possono riuscire a darci».
«E' la nebbiosità di questa che uccide, lo abbiamo toccato con mano quando abbiamo dato una mano al comitato Aldrovandi - dice a Liberazione, Elisa Corridoni, della segreteria provinciale di Rifondazione - a maggior ragione si conferma l'urgenza dello sciopero migrante del primo marzo. Anche qui ci sarà una manifestazione quel giorno».

Checchino Antonini

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