30 gennaio 2010

Brescia: 500 euro di "bonus"e un biglietto di solo andata dal comune per gli immigrati che vanno via

Cinquecento euro, per l'esattezza 496, sono quelli che il Comune di Brescia mette a disposizione per i residenti migranti disposti a restituire il permesso di soggiorno, dichiarare ufficialmente che non tenteranno di rientrare in Italia nei prossimi 5 anni e tornarsene al paese di provenienza. E siccome le istituzioni si dimostrano in questo caso anche "generose", alla cifra il Comune aggiunge il biglietto di sola andata per il rientro.
Tradotto in sintesi: c'è la crisi, manca il lavoro, non rompete le scatole con la richiesta di ammortizzatori sociali. Non servite più, quindi via, a casa.
L'idea è mutuata dal progetto Nirva (Network italiano per i rimpatri volontari assistiti), solo che questo, cofinanziato dalla Comunità Europea e dal Ministero dell'interno, si occupa esclusivamente di rifugiati, richiedenti asilo, vittime di tratta, possessori di permessi temporanei o umanitari. In quello che è ormai uno degli avamposti leghisti, il Comune ha deciso di destinare 60 mila euro per garantire il rimpatrio anche a chi non vuole più restare in Italia, affidando il compito di far conoscere il servizio al Centro migranti della Cooperativa Scalabrini - Bonomelli.
Per la cooperativa, legata alla diocesi locale, si tratta soprattutto di aiutare persone realmente in difficoltà - finora si parla di 3 o 4 persone - rimaste da sole, senza famiglia e prospettive di inserimento socio lavorativo, che effettivamente desiderano rinunciare alla speranza di un futuro in Italia. Da "Radio onda d'urto" l'emittente radiofonica bresciana che da sempre è sensibile a queste tematiche hanno provato ieri in più occasioni ad intervistare i responsabili della cooperativa che però hanno rimandato ogni commento. L'unica dichiarazione è quella rilasciata dall'ex presidente della cooperativa, Giovanni Boccacci: «Spesso ci troviamo di fronte ad un progetto di immigrazione fallito e quando non abbiamo più alternative da proporre, siamo noi i primi a suggerire il ritorno a casa in questi termini». Il progetto Nirva è sostenuto in Italia soprattutto da realtà del mondo cattolico, che spesso operano per risolvere con tali fondi, casi di estrema gravità, ma individuali e mirati. Probabilmente il Centro migranti di Brescia ha pensato bene di considerare il Comune, che ha fatto proprio il progetto e lo ha integrato come partner naturale. Ma dietro la cortina delle buone intenzioni si cela certamente l'archetipo fondativo della cultura leghista, che a Brescia è dominante: "aiutiamoli a casa loro". «Altro che aiuto, si tratta poco più che di una mancia - commenta Manlio Vicini, avvocato di "Diritti per tutti" - Una elemosina. I progetti di rimpatrio volontario, al di là del giudizio che gli si vuole dare, prevedono che chi li accetta possa ottenere sostegni per realizzare una microimpresa o comunque per riprogettarsi un futuro. Qui non c'è nulla di tutto ciò come non c'è la volontà di intervenire per sostenere i soggetti colpiti dalla crisi».
In effetti il senso dell'intervento del comune è più chiaro se si ascoltano le dichiarazioni di Fabio Rolfi, vice sindaco con delega alla sicurezza, per alcuni l'ideatore della delibera che ha esteso ad altre fasce il Nirva. Secondo il vicesindaco con 500 euro si regala a chi accetta questa proposta la possibilità di ricostruirsi un progetto migliore di quello sperimentato qui. Ancora più chiara la posizione dell'assessore alla famiglia Maione, secondo cui nella maggior parte dei dormitori comunali ci sono immigrati e nel 2009 i contributi straordinari concessi ai cittadini stranieri sono stati di 2.200 mila euro, mezzo milione in più dell'anno precedente, una situazione evidentemente ritenuta troppo onerosa. Con 60 mila euro, insomma, il Comune pensa di disfarsi della manodopera in eccesso, utilizzata nei momenti d'oro dell'economia e ora inutile ingombro in tempi di magra.
La notizia del progetto, riportata ieri sui giornali locali, ha dato vita a commenti che danno il senso della crisi sociale e culturale che attraversa non solo la città lombarda. Plausi, perché così si mandavano via i delinquenti(?), fastidio, per i soldi regalati dalla collettività e la comune richiesta che le spese per i rimpatri venissero messe a carico dei "politici" che gli immigrati li hanno fatti entrare, poche, infine, le parole di indignazione. Nella vicina Bergamo, già l'assessore alle politiche sociali si è espresso manifestando interesse per l'iniziativa, insomma il rimpatrio a basso costo fa scuola. Fiorenzo Bertocchi, segretario provinciale del Prc di Brescia ci va giù duro:«Ancora una volta prevalgono le politiche razziste e xenofobe della Lega. Invece di affrontare le difficoltà causate dalla crisi si chiudono rispetto alla possibilità di realizzare inclusione sociale. Parte della campagna elettorale forse, ma anche la dimostrazione del vuoto delle politiche sociali. Utilizzano la carità di cui forse usufruirà qualche disperato ma non sono capaci di uscire dall'assistenzialismo, non riescono a programmare un piano di intervento che non riguardi solo i migranti ma l'intera cittadinanza. Da questa scelta emerge, come la punta di un iceberg, una città già carica di carenze sociali in cui la crisi sta agendo in modo carsico».
La Brescia democratica e civile si prepara a rispondere a quest'ultimo insulto e alle tante altre ordinanze emanate anche nei comuni della provincia. Sabato 6 febbraio si terrà una manifestazione antirazzista a cui stanno aderendo tutte le forze della sinistra, sono previste nel corso del mese iniziative per dare vigore alla giornata del primo marzo che porta il titolo "una giornata senza di noi". E loro, i soggetti destinatari del provvedimento, cosa ne pensano? «Io ancora lavoro e per ora non ho problemi - dichiara Mustapha - ma se resto disoccupato, cosa me ne faccio di 500 euro? Perché invece non pensano ad allungarci il permesso di soggiorno per attesa occupazione che oggi è di 6 mesi? In 6 mesi il lavoro non lo trovo. Finisce che trovo solo al nero e che me ne devo andare da Brescia. Mia figlia è a scuola qui e non voglio rovinarle la vita. Io non me ne andrei ma se decidessi di farlo non accetterei la loro elemosina, dopo gli anni di lavoro che ho sudato…».
Stefano Galieni

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