31 dicembre 2009

Lodi la polizia carica selvaggiamente gli operai in sciopero

Ieri sera i lavoratori di una coperativa in sciopero sono stati duramente caricati dalla polizia mentre picchettavano l'ingresso dell'azienda in protesta contro il piano di licenziamenti.
 Almeno due partecipanti al picchetto sono in ospedale, altri due sono trattenuti in questura; uno dei trattenuti in caserma è un sindacalista dello slai cobas, l'altro un operaio di 31. Tra i feriti, pare, anche un dirigente della Digos.
Le cariche si sono verificati nel corso di un picchettaggio teso a impedire l'uscita dei mezzi dalla ditta per protestare, contro la variazione dei contratti che la societa' avrebbe stipulato con delle cooperative.
Il presidio si è poi spostato davanti alla "Rsz New Projects società cooperativa", presso Fiege Borruso S.P.A., Località Garibaldino - Brembio (LO), quindi sotto la questura di Lodi per ottenere il rilascio dei compagni fermati.
La ristrutturazione in atto prevede che il subentro della nuova coperativa assumerà la metà dei lavoratori con contratti particolari e con salario da fame, e l'altra metà potrebbe essere spostata alle stesse condizioni in siti a 50Km dall'attuale sito.

Oggi presidio dalle ore 6.00 davanti alla "Rsz New Projects società cooperativa".
fonte: InfoAut

Internato all’OPG di Aversa muore “soffocato da un rigurgito”: aveva 45 anni

Con Pierpaolo Prandato salgono a 175 i detenuti morti da inizio anno, di cui 72 suicidi. Il decesso risale al 21 dicembre scorso, ma solo oggi se ne è avuta notizia, anche in questo caso per volontà della famiglia. Per accertare le cause del decesso, il magistrato ha disposto l’autopsia.
Esame di cui si attendono gli esiti perché, per ora, il referto del medico legale sulle cause della morte parla di soffocamento da rigurgito di cibo, un’eventualità diffusa soprattutto tra i neonati e non tra gli adulti. Ci sono 60 giorni di tempo per depositare la perizia sull’autopsia, che è attesa anche dai parenti di Prandato. I familiari, infatti, non si rassegnano ad una perdita così inaspettata. La sorella minore Maria Bertilla è l’unica che riesce a parlare. “Lo sentivo per telefono ogni settimana”, racconta, “avevamo deciso di andarlo a trovare a Natale, non avremmo mai immaginato una simile tragedia, anche perché sembrava aver recuperato, sia fisicamente che moralmente, se stesso”.
Pierpaolo Prandato da piccolo aveva avuto due crisi cardiache piuttosto gravi che l’avevano privato per alcuni secondi di ossigeno al cervello, minando in parte la sua salute mentale. Era caduto nell’alcool e nella droga, una discesa negli abissi che ha avuto l’apice il 7 maggio 2008 quando, in un solo giorno, a San Bonifacio è riuscito a commettere 12 tra reati e illeciti amministrativi, fra i quali molestie sessuali a una donna. Al processo era stato giudicato non imputabile perché incapace di intendere e volere al momento dei fatti, e condannato a scontare 4 anni in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario.
Da evidenziare che, dopo il caso di Stefano Cucchi - che ha sollevato l’indignazione dell’intero Paese - i parenti dei detenuti hanno preso coraggio e “denunciano” sistematicamente le morti dei loro congiunti.
Questo ci ha consentito di documentare un numero di casi molto maggiore rispetto al passato, ma temiamo che una parte delle morti rimanga comunque “oscura”: ne è prova anche la recente ispezione dell’Associazione Antigone nel carcere di Sollicciano (FI), nel corso della quale una fonte interna all’Istituto ha riferito di ben 5 suicidi avvenuti dall’inizio dell’anno (mentre noi ne avevamo “censito” 3).
I 175 decessi (72 per suicidio) dei quali abbiamo una segnalazione, con ogni probabilità non sono la totalità dei “morti di carcere”: anche perché in nessuno di questi 175 casi la notizia è arrivata “spontaneamente” da parte dell’Amministrazione Penitenziaria (che invece - correttamente - dà conferma, o smentisce, una volta interpellata al riguardo).



fonte: Ristretti Orizzonti

Gorizia: Immigrato pestato da una guardia nel Cie

"Ci è stato segnalato quest'oggi un gravissimo episodio di violenza e tortura, verificatosi all'interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) nella notte fra il 28 e il 29 dicembre 2009". Lo denunciano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell'organizzazione per i diritti umani Gruppo EveryOne, che si sta occupando della vicenda.
"La vittima dell'ennesimo pestaggio si chiama Said Stati," riferiscono gli attivisti, "è di nazionalità marocchina e vive a Gavardo, in provincia di Brescia. Abita in Italia da oltre 19 anni, ha sempre lavorato e pagato le tasse. Tutti i suoi parenti" continuano i rappresentanti di EveryOne, "vivono nel nostro Paese: la madre e sei fratelli che sono tutti sposati, con figli. Durante il terremoto che ha colpito Salò nel 2005, Said ha perso la casa. Sempre in seguito al sisma," raccontano ancora Malini, Pegoraro e Picciau, "la fabbrica dove era occupato ha chiuso e il ragazzo, con moglie e due figli piccoli, pur avendo bussato a ogni porta, non ha trovato in tempo un'occupazione alternativa. Quando il suo permesso di soggiorno è scaduto è divenuto 'clandestino', in base alla legge 94/2009 (il 'pacchetto sicurezza') già pesantemente criticata per il suo contenuto xenofobo dalla Commissione europea, dal Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, dalle autorità ecclesiastiche e dalle principali organizzazioni per i Diritti Umani. L'11 novembre scorso, Said è stato arrestato e condotto al Cie di Gradisca, dove è stato identificato e ha ricevuto un decreto di espulsione. Nonostante soffra di una depressione e il medico curante gli abbia prescritto un antidepressivo, le autorità gli hanno negato, poche ore prima dell'abuso nei suoi confronti, di assumere il farmaco. Said ci ha raccontato al telefono che nella notte fra lunedì e martedì scorso, tre guardie lo hanno prelevato dalla sua cella, conducendolo in un'altra, dove gli è stato intimato di togliersi gli occhiali perché l'avrebbero sottoposto a un pestaggio. Ci ha inoltre confessato che per dare un esempio agli altri carcerati, è stato consentito ad alcuni detenuti di assistere alla violenza. Anche operatori in servizio preso il centro hanno presenziato alla violazione dei suoi diritti umani. Said è stato picchiato con inaudita brutalità al capo, al tronco e in diverse altre parti del corpo, con pugni e colpi di manganello. Solo dopo averlo lasciato a terra, pesto e sanguinante, le guardie hanno consentito agli operatori di portarlo al pronto soccorso, dove è stato medicato".
Il Cie di Gradisca di Isonzo è stato teatro di ripetute violenze e abusi sugli internati, e già un detenuto aveva videoripreso, il 21 settembre scorso, con un telefonino, le conseguenze di un pestaggio di massa da parte delle forze dell'ordine. In quell'occasione, l'episodio venne denunciato presso le sedi competenti in Italia e all'estero dal Gruppo EveryOne e da altre organizzazioni per i diritti umani e i principali quotidiani lo riportarono, assieme alle stigmatizzazioni di autorità politiche e dalla società civile. "Nulla è tuttavia cambiato nel Centro," sottolineano con preoccupazione i rappresentanti del Gruppo, "e anzi trattamenti inumani e degradanti continuano a essere perpetrati dallle autorità senza che la Procura di Gorizia e lo stesso Ministero dell'Interno prendano provvedimenti. Abbiamo informato della vicenda di Said il Comitato contro la Tortura del Consiglio d'Europa, affinché venga inviata al Cie quanto prima una commissione ispettiva d'inchiesta; abbiamo inoltre depositato un esposto presso la Procura di Gorizia e una memoria all'Alto Commissario per i Diritti Umani e all'Alto Commissario per i Rifugiati, presso gli uffici di Ginevra delle Nazioni Unite". Contemporaneamente, EveryOne ha chiesto in una lettera al Presidente della Camera, onorevole Gianfranco Fini, di prendersi a cuore il caso di Said: "Il giovane marocchino attende, distrutto nel corpo e nello spirito, di essere deportato in Marocco, dove non ha parenti né conoscenze. Said è un cittadino esemplare e non ha mai avuto problemi con la giustizia. La sua famiglia e la sua vita non hanno senso lontano dall'Italia e solo una serie di eventi drammatici gli ha impedito di avere i requisiti per rinnovare, con le attuali disposizioni, il permesso di soggiorno. I suoi figli, un bambino che frequenta la terza elementare e una bimba di tre anni, sono disperati e non si danno pace per la mancanza dell'amato papà, che è stato loro strappato senza che avesse alcuna colpa. Ci auguriamo," scrivono Malini, Pegoraro e Picciau a conclusione della lettera a Fini, "che, grazie a un Suo provvidenziale intervento, si eviti che al dolore e alle ingiustizie patite dal detenuto si aggiunga un nuovo dramma irreparabile, che annienterebbe un'intera famiglia vulnerabile e innocente".

Milano: Legato e picchiato in caserma. Imbavagliato col nastro adesivo e preso a manganellate. Ha subito lesioni permanenti.

Le mani legate dietro la schiena. La bocca incerottata con il nastro da pacco. Costretto a inginocchiarsi a terra. Poi giù botte. Pugni, manganellate. Il pestaggio prosegue anche quando l'uomo sta quasi per soffocare, perché il sangue che perde dalla bocca non può uscire. È il 12 agosto 2009.
In una stanza della caserma di via Montebello, sede del comando del nucleo radiomobile dei carabinieri, è notte fonda. L'uomo inginocchiato si chiama Luciano Ferrelli, 36 anni, originario di Foggia. Qualche precedente per droga, è stato l'autista-factotum di Giuseppe Aronna, il dentista dei vip con studio in via Montenapoleone arrestato nel 2007 - in manette anche Ferrelli - per una storia di carte di credito rubate e riutilizzate (venivano strisciate sul "pos" del professionista e trasformate in moneta sonante). Bene inserito nella Milano dei locali notturni, poi il declino personale, segnato soprattutto dall'abuso di sostanze stupefacenti.
La droga c'entra anche nella notte del 12 agosto.
Ferrelli è con altre due persone, un italiano e un nordafricano. Trattano l'acquisto di dosi di eroina in una delle piazze milanesi in mano ai pusher del Corno d'Africa: ma litigano per la qualità della "roba". Gli spacciatori, forse minacciati, forse preoccupati per il possibile arrivo della polizia, si allontanano a piedi.
Restano due auto. Ferrelli e i suoi amici ne prendono una, ma non fanno molta strada: vengono fermati da una pattuglia del Radiomobile dei carabinieri. Li portano nella caserma di via Montebello. Qui - stando a un'inchiesta avviata dalla Procura: si ipotizza il reato di lesioni gravi e gravissime per un appuntato che avrebbe agito in concorso con altri militari - Ferrelli è vittima di una violenta aggressione. Il pm Antonio Sangermano apre un fascicolo. Notifica un avviso di garanzia a un carabiniere in servizio al nucleo radiomobile: l'ipotesi di reato è l'articolo 583, 1° e 2° comma (lesioni gravi e gravissime). È lui che avrebbe preso di mira l'uomo. Forse, secondo le indagini affidate alla sezione di polizia giudiziaria della Procura - e ancora in corso - non da solo. Nell'avviso di garanzia (con invito a comparire davanti al magistrato) il pm Sangermano scrive che l'appuntato avrebbe agito "in concorso con altri pubblici ufficiali". Non sono escluse, nei prossimi giorni, altre iniziative.
Ma che è successo realmente nella pancia del comando del nucleo radiomobile dell'Arma? Per come li ha ricostruiti la Procura - e da come si può leggere nelle carte - i fatti hanno come triste epilogo l'immagine di un uomo - Luciano Ferrelli - "steso a terra, privo di forze e con numerose lesioni sul corpo". Le botte subite - è scritto nel rapporto dell'Istituto di medicina legale di Milano, allegato agli atti - gli hanno procurato "l'incapacità ad attendere alle mansioni originarie", con una "prognosi superiore a 40 giorni". Motivata con un "indebolimento permanente dell'organo della masticazione e della prensione", con una "deformazione dello spettro facciale mediante avulsione dell'incisivo anteriore con caratteristiche proprie dello sfregio permanente". Una volta ammanettato dietro la schiena e con la bocca tappata dal nastro da pacco, Ferrelli sarebbe stato costretto a inginocchiarsi e poi colpito con pugni al volto (gli è caduto un dente) e con una raffica di manganellate sulle spalle, sulle mani e sui piedi. Al pestaggio in caserma assistono anche gli altri due uomini fermati.
Negli interrogatori, uno, l'italiano, conferma tutto; l'altro, il nordafricano, è reticente. Alle prime luci dell'alba Ferrelli viene trasferito nel carcere di San Vittore con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Condannato per direttissima, è tuttora dietro le sbarre. In merito al presunto pestaggio Repubblica ieri ha contattato il comando del reparto operativo dei carabinieri, che ha ritenuto di non rilasciare dichiarazioni.


Fonte: La Repubblica

30 dicembre 2009

Torino: Migrante prima pestato e poi espulso

Ci sono storie di cronaca nera che raccontano, oltre all'aspetto criminale, gli spaccati di una città che cambia, gli effetti perversi dell'applicazione di leggi e leggine, i timori che si intravedono dietro alcuni reati, l'essere vittima due volte per chi è senza documenti e senza diritti. Un ragazzo gabonese clandestino - status che gli è costatato una denuncia e una nuova espulsione sulla carta, cinque giorni per tornare a casa, pena l'arresto obbligatorio - è stato aggredito da tre ragazzi torinesi. Gli amici italiani, dai 18 ai 25 anni, lo hanno agganciato alle due di notte all'angolo tra via Vibò e via Chiesa della Salute. Forse pensavano che fosse uno spacciatore, con le tasche piene di quattrini. Forse, è più di un sospetto, se la sono presa con lui perché di colore.
«Fermo, polizia», gli hanno gridato. E quando lui ha provato a dire che non aveva soldi, i fasulli agenti lo hanno picchiato duro. Se ne sono andati solo dopo avergli rapinato due telefoni cellulari. Lui, colpito e derubato, ha cercato di fermarli aggrappandosi allo specchietto della macchina sulla quale sono saliti per fuggire via. Lo ha rotto. E la reazione gli è costata una ulteriore dose di violenza e botte. I ragazzi sono tornati indietro e lo hanno "punito". In zona era in corso un servizio straordinario di controllo del territorio, pattuglie miste di agenti veri del commissariato di zona e di militari dell'esercito. I picchiatori-rapinatori sono stati arrestati. Cristian Morello ha solo 18 anni. Daniele Ficarra ne ha 20. Il più "grande" del terzetto è Nicola Pirro di 21 anni.
Il ragazzo aggredito è stato portato in ospedale. Venticinque giorni di prognosi. Poi si è posto il problema sul da farsi, con lui. Senza permesso di soggiorno, già controllato più volte in passato e anche arrestato perché non aveva obbedito a un vecchio provvedimento formale di espulsione, in un primo tempo sembrava avviato sulla strada del Cie, il centro di identificazione di corso Brunelleschi. Poi la questura ha deciso di notificargli una espulsione bis, consegnandogli il decreto che lo invita a lasciare l'Italia in meno di una settimana. Essendo parte lesa, vittima di un reato e grave, potrebbe sperare di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo per motivi di giustizia. La denuncia per clandestinità non gliel'ha tolta nessuno. Ma diversamente da quanto è accaduto per il fiorista del Bangladesh rapinato ad agosto - a fuor di popolo ammesso a un programma di protezione, perché diventato uno spinoso caso nazionale - lui ha un passato considerato «non limpido» dalla polizia. «Le chance - traduzione - vengono date agli incensurati, per gli altri si deve valutare caso per caso, in raccordo con la procura».
Quanto agli aggressori, avvisato il pm di turno del fattaccio e delle manette, gli atti dell'arresto sono stati inviati anche alla Digos e alla squadra Mobile. Si vuole capire se il raid possa avere una qualche connotazione razzista. E si ragiona sull'ipotesi concreta che possano esserci stati raid analoghi, taciuti dagli stranieri nel mirino per paura di schedature, denunce, internamento al Cie.


fonte: La Repubblica

29 dicembre 2009

Bologna: Corteo contro la direttiva Maroni, tre denunciati

Il 21 marzo 2009 il duemila persone violarono il divieto di manifestare in centro nel fine settimana, in un appuntamento di piazza convocato anche in opposizione alle limitazioni del diritto di sciopero. La misura prefettizia, recentemente reiterata, applica in maniera estremamente restrittiva la direttiva Maroni emanata in seguito alle preghiere celebrate in piazza al termine di cortei, a forte partecipazione migrante, tenuti a Bologna e Milano contro l’operazione Piombo Fuso delle forze armate israeliane, che un anno fa insanguinò la striscia di Gaza.
Attivisti dei centri sociali, dei sindacati di base, dell’associazionismo e semplici cittadini sfilarono da piazza Maggiore a piazza Verdi in un centro storico assolutamente militarizzato da poliziotti e carabinieri.
A nove mesi di distanza arrivano tre denunce per altrettanti attivisti del laboratorio Crash per i fatti di quella giornata. Il capo d’accusa riportato negli avvisi di fine indagine è quello di “resistenza a pubblico ufficiale” e non si riferiscono quindi alla violazione del divieto.
fonte: zic.it

28 dicembre 2009

Milano, suicido di una trans fermata e deportata con altri viados nel Cie di via Corelli

«Dai suoi capelli sfilo le dita/quando le macchine puntano i fari/sul palcoscenico della mia vita/dove tra ingorghi di desideri/alle mie natiche un maschio s'appende/nella mia carne tra le mie labbra/un uomo scivola l'altro si arrende». Scorreva così, «sotto le ciglia degli alberi», nel chiaroscuro dei viali milanesi, la vita di Carlos S., transessuale brasiliana di 34 anni.
Fino a domenica 20 dicembre, quando è rimasta impigliata in una retata della polizia, un tempo si sarebbe detto della "buon costume". Carlos, non conosciamo il nome che si era scelta, era sprovvista dei documenti necessari per la sua permanenza in Italia. Per questo è stata fermata e poi deportata insieme con altri viados nel Cie di via Corelli. Di umiliazioni, dolore e discriminazioni, lei, come le altre, ne aveva conosciute e sopportate tante. Non l'ultima però. Non la degradazione e l'abisso dei "campi di concentramento" di cui sono disseminate le democrazie occidentali. Non questi luoghi dove vige lo stato d'eccezione, dove si è sottoposti a "detenzione amministrativa", una coercizione dei corpi che l'ipocrisia di Stato non ha saputo nemmeno designare con un nome. Altrove sono stati coniati singolari neologismi. I francesi meno restii nel riconoscere esplicitamente il ricorso all'eccezione, parlano di rétention per distinguerla dalla detenzione. Campi di permanenza temporanea dove una persona straniera in situazione amministrativa irregolare è trattenuta a forza in attesa di "identificazione ed espulsione", come recita l'ultima dizione legislativa. Luoghi vuoti di diritto, buchi neri che hanno ridotto a un colabrodo le nostre democrazie tanto decantate. In uno di questi recinti Carlos ha smesso di mescolare «i sogni con gli ormoni». L'ultima fermata è arrivata il giorno di Natale. L'hanno trovata appesa ad un lenzuolo, intorno alle 15.30, quando il resto del Paese era seduto attorno a tavole imbandite di cibo, panettoni e spumante. Carlos se n'andava per fuggire all'orrore di una prigionia senza reato, di una punizione senza colpa, se non quella di esistere, di voler essere donna. Se n'è andata liberandosi anche di quel corpo che l'aveva imprigionata ad una identità sessuale che non era sua.
«Il 33% delle persone transessuali sono a rischio di suicidio a causa della discriminazione che subiscono», hanno spiegato in un comunicato Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, responsabili di EveryOne, associazione per i diritti umani. Nonostante ciò, prosegue sempre il testo del comunicato, «i transessuali vengono rinchiusi nei Cie, che sono vere e proprie carceri. L'Italia è il primo Paese europeo per discriminazioni, morti e violenze transfobiche: un terribile primato che rende le persone transessuali e transgender cittadini vulnerabili ed esclusi».
«L'Italia sta violando i diritti umani senza porsi il problema del rimedio», sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone che annuncia come già mille detenuti, da agosto ad oggi, abbiano chiesto il sostegno dell'associazione nella procedura di ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro le condizioni di vita che sono costretti a subire negli istituti di pena italiani. «Mille richieste di indennizzo, dunque, contro lo Stato italiano - spiega Gonnella - per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che vieta le torture e le pene inumane o degradanti».
Proprio a partire da quest'ultima vicenda, "l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere" ha ritenuto opportuna la creazione di un'apposita "Sezione" per il monitoraggio delle morti che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale al di fuori del sistema penitenziario. Nella società odierna si può essere privati della propria libertà senza per questo ritrovarsi in carcere. Il carcere diffuso rappresenta ormai una tendenza sempre più affermata. Fuori dalle mura di cinta delle prigioni, ci sono i Cie, le camere di sicurezza delle questure e delle stazioni dei carabinieri; esiste poi un'area penale esterna che avviluppa in una sorta di "blindato sociale" la vita di centinaia di migliaia di persone sottoposte a misure alternative e di prevenzione; ci sono inoltre le case lavoro e gli Opg e infine i Tso, i trattamenti sanitari obbligatori. Ogni morte, violenza o discriminazione subita da persone private della libertà all'esterno del carcere sfugge alle statistiche. Il rischio è che quanto avviene in queste zone dove vige uno stato di diritto attenuato, per non dire inesistente, resti confinato in un cono d'ombra, al riparo dalla percezione pubblica. «Nei centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt), come pure nelle "camere di sicurezza" delle questure e delle caserme - afferma il comunicato stampa diffuso ieri dall'Osservatorio - le persone non sono "detenute", quindi paradossalmente possono risultare meno tutelate rispetto a chi entra nel circuito penitenziario (regolato da un apparato normativo che prevede anche una serie di "strumenti di garanzia" per i detenuti)».
Nelle tabelle rese note il suicidio di Carlos è il secondo che avviene in un Cie dall'inizio dell'anno, oltre ad un decesso per "causa da accertare" nel Cie di Roma. Nel 2008 nei Cie si sono registrati due morti per malattia, mentre nel 2007 altri 3 suicidi (di cui 2, nel Cie di Modena, a distanza di un solo giorno l'uno dall'altro). Per quanto riguarda le persone "fermate" e poi morte nelle Questure, "l'Osservatorio" ha raccolto informazioni su tre decessi avvenuti tra il 2007 e il 2008 nella questura di Milano e altri due avvenuti nella questura di Roma nel 2002.

Paolo Persichetti

24 dicembre 2009

Omicidio Cucchi: gli strani errori nel verbale dei carabinieri

Dubbi e ancora dubbi. Più si scovano carte e voci più i dubbi sulla versione ufficiale della vicenda di Stefano Cucchi si fanno importanti. L’ultima notizia è relativa alle pressioni sul medico che lo visitò a Regina Coeli non appena arrivò dal tribunale. Questo dottore constatò che il trentunenne romano, arrestato solo tredici-quattordici ore prima, era in fin di vita e protestò per il ritardo con cui venne trasferito al Fatebenefratelli. Ci vollero tre ore per oltrepassare il ponte che separa il lungotevere dall’isola Tiberina, un paio di chilometri. E dire che, a causa dell’urgenza del ricovero, la direzione di Regina Coeli disse che non era stato possibile sottoporre Cucchi a una visita psicologica. Ora, grazie alle risultanze della commissione parlamentare che indaga sul servizio sanitario nazionale, pare che il medico sia stato oggetto di pressioni per autosospendersi. Ancora più inquietante il dettaglio fornito da Ignazio Marino, capo di quella commissione: quando venne convocato al Senato da Regina Coeli avrebbero risposto che era irreperibile, fuori dal Paese, forse in viaggio di nozze. Il camice bianco in questione è stato sentito già dai pm che si occupano della vicenda ma, all’uscita dal tribunale non ha rilasciato dichiarazioni. Dunque il dubbio è legittimo.
Secondo: una serie di siti, da Antigone a Ristretti.it fino alle pagine web dei radicali, hanno messo in rete le 348 pagine della relazione finale dell’indagine interna del Dap, il dibattimento dell’amministrazione penitenziaria. Spulciando meglio le carte dell’inchiesta amministrativa saltano agli occhi gli errori clamorosi contenuti nel verbale di arresto. Il primo sbaglio è relativo alla data di nascita e al luogo: si legge che Cucchi sia nato in Albania il 24 ottobre del 75, ossia sei anni prima di quanto sia nella realtà. Ed è nato a Roma. Poi si scopre che sarebbe «sfd», senza fissa dimora come l’indomani avrebbe scritto anche la giudice che gli ha negato i domiciliari senza accorgersi dei segni delle percosse sul viso. A dire il vero non se ne rese conto il legale d’ufficio. Solo al padre fu evidente che il figlio - quando poté abbracciarlo per l’ultima volta nell’aula di Piazzale Clodio - era stato gonfiato di botte. E se ne accorsero anche i suoi compagni di viaggio di quella mattina, dalle rispettive camere di sicurezza in caserme dell’Arma fino alle celle dei sotterranei della Città giudiziaria. Hanno testimoniato che Cucchi soffriva come un cane per il trattamento riservatogli dai carabinieri. Il verbale prosegue. E dice che Cucchi fu identificato a mezzo di rilievi fotosegnaletici e accertamenti dattiloscopici. Davvero esiste una foto segnaletica di Cucchi? Quando fu presa? E perché il verbale lo scheda come pregiudicato quando la sua famiglia lo nega decisamente?
Solo il nome corrisponde: si chiamava Cucchi Stefano. L’ora segnata dai carabinieri, le 15.20, neanche quella corrisponde. E perché il ragazzo che fu fermato con lui ricorda cinque uomini, tre in divisa e due in borghese, ma nel verbale ci sono solo quattro firme a dare atto di aver proceduto all’arresto?
Poi il verbale sembra prendere una piega più corrispondente al vero: «In data odierna, alle 23.35, mentre espletavamo servizio di pattuglia automontata per le vie della giurisdizione per prevenire e reprimere reati di spaccio di stupefacenti, nei pressi della chiesa di S.Policarpo, adiacenze via Lemonia, notavamo un giovane intento a cedere involucri di cellophane trasparenti in maniera furtiva ricevendo in cambio una banconota». Un racconto che, pare, non sarebbe stato confermato da chi fu fermato assieme a Cucchi. I due sarebbero stati fermati mentre erano sulle rispettive auto, affiancate. Ma è un dettaglio decisamente meno interessante di un altro. Dopo l’arresto, infatti, si scrive che «il detenuto interpellato» dichiarava «di non voler nominare difensore di fiducia».
Bugia: il teste ha sentito almeno tre volte pronunciare da Stefano il nome del legale di fiducia. Quaranta minuti dopo l’arresto, Cucchi fu accompagnato a casa per la perquisizione. Sua madre chiese se dovesse attivarsi per avvisare un legale. «Stia tranquilla - le rispose uno dei militari - è tutto a posto». Mica tanto perché il verbale recita che «pertanto questo comando nominava un avvocato d’ufficio» e segue un nome ma non è quello che Cucchi trovò al mattino in tribunale. Altra curiosità del verbale d’arresto: «Il pervenuto dichiarava di non dare notizia del proprio arresto ai propri familiari». Una frase che suona strana dal momento che pochi minuti Stefano e i carabinieri tornarono a casa Cucchi per la perquisizione che non avvenne in tutti i locali, come assicura il verbale, ma solo nella cameretta di Stefano e senza alcun risultato.
Però, a un certo punto, spunta finalmente il nome del legale che avrebbe voluto Stefano, che si lasciò morire al Pertini perché gli si impediva di avere contatti con l’esterno. Il nome dell’avvocato compare solo nel verbale di consegna del detenuto alle guardie penitenziarie dopo udienza di convalida. Sono le 13.30 del 16 ottobre. Si domanda Ilaria, sua sorella: «Se è vero che Stefano non l’aveva nominato che ne sapevano i carabinieri?». Ma anche in questo passaggio c’è un errore: quel nome viene segnato come avvocato d’ufficio. Invece Stefano aveva nominato in aula il legale che gli avevano fatto trovare e che non sarebbe mai andato a trovarlo in ospedale. Morirà il 22 ottobre, solo, disidratato e immobilizzato. Per la sua morte, finora, sono indagati tre agenti penitenziari e sei medici. Finora.

Checchino Antonini

21 dicembre 2009

Livorno: arrestato ultrà amaranto per i cori di domenica contro Berlusconi

Un tifoso di 33 anni è stato arrestato per gli episodi di ieri allo stadio Picchi di Livorno. Allo scadere del primo tempo erao stati lanciati due petardi e la partita era stata sospesa. La curva aveva inoltre intonato cori come: "Tartaglia uno di noi" e "Spinelli compraci Tartaglia", inneggiando a Massimo Tartaglia, autore dell'aggressione del presidente del Consiglio a Milano.
L'arresto è chiaramente una rappresaglia per dare un segnale a tutta Livorno, al suo spirito beffardo e ribelle e al fatto di essere la bestia nera per il centro destra. Mentre i fascisti di tutte le curve possono cantare cori indegni si prende come capo espiatorio un tifoso 33enne del Livorno. Maroni ha guidato la mano della questura labronica e il Tirreno (che guarda caso ha l'esclusiva della notizia) ha fatto da risonanza mediatica.
Ormai il regime, che ha fatto dello stadio il suo banco di prova, è completo, alla faccia di tutte quelle anime belle (poche ma rumorose) che domenica in tribuna inveivano contro la Nord. Un'altra dimostrazione di dove stiamo andando, un altra dimostrazione di come il Tirreno e il governo siano i veri portatori di odio politico, guidato ed indirizzato contro ogni critica o contestazione.


fonte: SenzaSoste

Testimonianze: Manifestazione No Ponte, centinaia di poliziotti in tenuta antisomossa, nessuna ambulanza

Villa S.Giovanni 19 dicembre 2009, manifestazione per dire no alla costruzione del Ponte sullo Stretto ed alla apertura dei cantieri.
Una giornata di lotta pacifica finita nel peggiore dei modi a causa della morte del compagno Franco Nisticò.
Arrivati a Villa, appena scesi dal pullman, che da Soverato ci ha portato sulla sponda calabrese dello Stretto, intuiamo subito che la città è stata blindata dalla Questura. Poliziotti in tenuta anti-sommossa ed in “borghese” su tutti i tetti delle abitazioni che erano interessate dal percorso del corteo.
Infatti, i compagni ci riferiscono che nel corso della settimana che ha preceduto la manifestazione c’è stata una strategia pianificata della tensione, della paura e della falsità.
Si raccontava che alla manifestazione avrebbero partecipato orde di barbari, con l’unico intento di sfasciare vetrine, negozi e tutto ciò che gli capitava a tiro. Addirittura i black bloc di Copenhagen. In sostanza, avevano tentato di far passare l’idea che avremmo messo la città a ferro ed a fuoco.
Infatti, ci siamo trovati di fronte alle scuole, di ogni ordine e grado, chiuse.
Le avvisaglie premonitrici di questa situazione c’erano già state. Infatti, ci era stato chiesto dalla Questura di Catanzaro di comunicare il numero di targa del pullman che da Soverato ci avrebbe portato a Villa S.Giovanni. Identica richiesta, nel vano tentativo di impedire la sua partenza, era stata avanzata per il camioncino sul quale avevamo collocato il sound system.
Queste le nuove modalità di gestire le manifestazioni da parte di chi è addetto a garantire il cosiddetto “ordine pubblico”. Realizzare un preventivo clima di terrore e di tensione, scoraggiare la partecipazione, impedire qualsiasi possibilità di contatto con la popolazione residente, isolare i manifestanti. Tutto ciò quando il tutto si svolge “regolarmente”. Quando va storta qualche cosa capita ciò che è capitato agli studenti ed agli operai in questi ultimi mesi.
In questo contesto repressivo, che mette fortemente in discussione le libertà democratiche garantite dalla Costituzione, la salute del manifestante non conta nulla. Allora succede ciò che è successo a Villa San Giovanni, una manifestazione pacifica, non violenta, allegra e colorata, caratterizzata dalla presenza di tante/i giovani, accolta con tanti applausi da quella popolazione dalla quale bisognava impedire qualsiasi contatto, alla quale non è stata garantita nemmeno la presenza di una ambulanza.
Franco dopo l’intervento ha avvertito un malore e si è accasciato sul palco, rimanendoci per otre 20 minuti. Immediatamente è stato soccorso, in attesa dell’arrivo dell’ambulanza del 118, da alcuni medici che erano sul posto. Quella maledetta ambulanza, che probabilmente poteva salvargli la vita, non c’era ed è arrivata 15 minuti dopo la partenza di Franco per gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, dove è poi deceduto.
In ospedale è stato trasportato, non certamente con la tempestività (elemento determinante per salvare la vita) che necessita per questo tipo di patologie, con l’ambulanza della polizia che è più una medicheria, utile solamente per i contusi, non attrezzata con tutte quelle dotazioni fisse e mobili che consentono di intervenire per il mantenimento delle funzioni vitali del paziente negli interventi di carattere medico-cardiologico e traumatologico.
Inizia adesso una nuova battaglia per l’accertamento delle responsabilità.

21.12.2009

Pino Commodari

Teramo: muore in cella il detenuto testimone del pestaggio

"Abbiamo rischiato una volta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra i n sezione, si massacra sotto...". Queste le parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia del carcere di Castrogno a Teramo. Parole che raccontano di un pestaggio ai danni di un detenuto e dei timori che qualcuno avesse visto e potesse parlare. Un audio, pubblicato da Repubblica.it, che all'inizio di novembre fece scoppiare un caso e portò alla sospensione del comandante delle guardie penitenziarie.
Adesso, una notizia riporta quel carcere all'attenzione delle cronache. La morte, cioè, di Uzoma Emeka, 32 anni, di nazionalità nigeriana, deceduto nel carcere di Teramo due giorni fa. Per molti, "il negro" citato nella registrazione, anche se davanti ai magistrati che lo hanno ascoltato, finora ha sempre risposto con dei "non ricordo".
Non sono ancora chiare le cause del decesso dell'uomo. I primi riscontri fanno pensare a cause naturali. Si attendono i risultati dell'autopsia disposta dall'autorità giudiziaria. Sulla morte di Emeka è stato aperto un fascicolo dalla Procura di Teramo.
Da verificare, soprattutto, che non vi siano stati ritardi nei soccorsi prestati all'uomo. Emeka avrebbe accusato un malore intorno alle 8.30 di venerdì scorso, all'interno della sua cella (dove stava scontando due anni per droga), e le guardie carcerarie lo avrebbero condotto in infermeria. Sottoposto alle prime cure, si sarebbe aggravato nelle ore successive. Vista la gravità delle sue condizioni, le guardie avrebbero chiamato il 118. Ma era già troppo tardi.
Finora sono sei le persone indagate per il presunto pestaggio del quale parlerebbe la registrazione, e che sarebbe stato compiuto lo scorso 22 settembre. Si tratta dell'ex comandante Giuseppe Luzi - sospeso dal suo incarico - di quattro agenti di polizia penitenziaria e del detenuto vittima del pestaggio, un italiano, iscritto nel registro degli indagati perché, secondo gli agenti, sarebbe lui l'aggressore. Abuso e lesioni le ipotesi contestate.


ASCOLTA L'AUDIO

fonte: La Repubblica

Nuovo suicidio in carcere: eguagliato il “record” nella storia della Repubblica

Marco Toriello, 45 anni, tossicodipendente, gravemente ammalato, venerdì scorso si è ucciso impiccandosi nella sua cella del carcere di Salerno. Si tratta del sessantanovesimo recluso che si toglie la vita dall’inizio dell’anno. Viene così eguagliato il triste “record” del 2001: il numero più alto di detenuti suicidi nella storia della Repubblica. Il totale dei detenuti morti nel 2009 sale così a 171.
Anche per Marco, come in altri casi recenti, i famigliari non credono al suicidio e vogliono che la magistratura intervenga, disponendo un’indagine. E se è vero che ogni nuova morte in carcere si presta ad alimentare sospetti e polemiche (e i parenti hanno il sacrosanto diritto di chiedere e ottenere una verità certa), l’attenzione alla singola vicenda non deve far dimenticare che le “morti di carcere” rappresentano sempre e comunque una sconfitta per la società civile.
Negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morte 1.560 persone, di queste 558 si sono suicidate. Per la maggior parte si trattava di persone giovani, spesso con problemi di salute fisica e psichica, spesso tossicodipendenti.
Ma è davvero scontato ed inevitabile che i detenuti muoiano, seppur giovani, con questa agghiacciante frequenza di 1 ogni 2 giorni? No, assolutamente no!
I morti sarebbero molti meno se nel carcere non fossero rinchiuse decine di migliaia di persone che, ben lontane dall’essere “criminali professionali”, provengono piuttosto da realtà di emarginazione sociale, da storie decennali di tossicodipendenza, spesso affette da malattie mentali e fisiche gravi, spesso poverissime.
Oggi il carcere è pieno zeppo di queste persone e il numero elevatissimo di morti ne è conseguenza diretta: negli anni 60, come dimostra la ricerca allegata, i suicidi in carcere erano 3 volte meno frequenti di oggi, i tentativi di suicidio addirittura 15 volte meno frequenti… e non certamente perché a quell’epoca i detenuti vivessero meglio.
Oggi il 30% dei detenuti è tossicodipendente, il 10% ha una malattia mentale, il 5% è sieropositivo hiv, il 60% una qualche forma di epatite, in carcere ci sono paraplegici e mutilati, a Parma c’è una sezione detentiva per “minorati fisici”… e si potrebbe continuare.
Le misure alternative alla detenzione vengono concesse con il contagocce: prima dell’indulto del 2006 c’erano 60.000 detenuti e 50.000 condannati in misura alternativa; oggi ci sono 66.000 detenuti e soltanto 12.000 persone in misura alternativa.
Più della metà dei detenuti sono in attesa di giudizio, mentre 30.500 stanno scontando una condanna (vedi allegato): di questi quasi 10.000 hanno un residuo pena inferiore a 1 anno e altri 10.000 compreso tra 1 e 3 anni.
Molti di loro potrebbero essere affidati ai Servizi Sociali, anziché stare in cella: ne gioverebbero le sovraffollate galere e, forse, anche la conta dei “morti di carcere” registrerebbe una pausa.


fonte: OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE MORTI IN CARCERE

20 dicembre 2009

Omicidio Cucchi:Nuovi testimoni accusano i carabinieri

Lo hanno visto scendere dalla macchina nel piazzale del Tribunale, la mattina del 16 ottobre intorno alle 8,30, e non si reggeva in piedi. Poi sono stati messi nella stessa cella di sicurezza, in attesa della convalida. «Che ti è successo?», gli hanno chiesto. «Mi hanno picchiato i carabinieri questa notte», «E perché non lo dici?», «Perché sennò mi fanno le carte per dieci anni». Cioè: se lo dico si inventano qualcosa per tenermi in carcere a lungo. A svelare questi nuovi particolari sul caso di Stefano Cucchi - il ragazzo morto il 22 ottobre scorso nel reparto carcerario del Pertini - sono due cittadini albanesi, fermati anch'essi dalla compagnia Casilina la sera del 15 ottobre. E compagni di cella di Stefano in tribunale. Ieri mattina i due albanesi, assistiti dall'avvocato Simonetta Galantucci, sono stati sentiti dai procuratori Vincenzo Barba e Francesca Loi. Una deposizione circostanziata, che tira in ballo le responsabilità dei carabinieri, già raccolta nelle scorse settimane dagli avvocati di parte civile Dario Piccioni e Fabio Anselmo. Ora il loro racconto è agli atti della Procura, che dovrà valutarlo alla luce di quanto finora emerso.La sera del 15 ottobre i due cittadini albanesi vengono fermati con l'accusa di tentato furto. Stefano, invece, viene fermato con l'accusa di spaccio perché ha in tasca 20 grammi di marijuana. Tutti e tre vengono portati nella caserma di via del Calice, ma non si incontrano. La stazione Appia è una delle sei di competenza della compagnia Casilina. Una caserma piccola, che in genere chiude alle dieci di sera e che solitamente non viene usata per ospitare le persone arrestate. Qui si svolge l'interrogatorio di Stefano e quello dei due albanesi. Poi le strade si dividono: i due vengono portati in un'altra caserma per passare la notte, Cucchi viene prima portato a casa dei genitori per una perquisizione. E' l'una di notte, sua madre lo vede e sta bene, tanto da venire tranquillizzata sia da Stefano che dai militari: «domani sarà a casa». Quindi il ragazzo ripassa a via del Calice, e poi viene trasferito nelle celle di sicurezza della stazione di Tor Sapienza. Di ciò che accade in questa stazione si sa pochissimo, se non che intorno alle 5 Stefano accusa un malore e per questo viene chiamata un'ambulanza. E iniziano le prime stranezze. A partire da quanto viene annotato nella scheda del 118 («schizofrenia», forse solo un errore materiale) fino al fatto che i due infermieri non riescono a visitare Stefano: il ragazzo è a letto, avvolto nelle coperte. Notano soltanto degli arrossamenti sotto le palpebre. Ma vista la scarsa collaborazione del ragazzo se ne vanno dopo mezz'ora. Stefano era stato picchiato? E' quanto sostengono i due testimoni albanesi, che incontrano il ragazzo la mattina dopo, giorno della convalida in tribunale. Tutti e tre sono scortati da carabinieri della compagnia Casilina, ma sono su due macchine diverse: Stefano viaggia su quella dietro la loro. Quando arrivano nel piazzale del tribunale, vedono Stefano scendere dalla macchina e notano che «non si regge in piedi». E' dolorante e fa fatica a camminare. Ne rimangono impressionati, fumano insieme una sigaretta ma non si parlano: davanti a loro ci sono i carabinieri. Poco dopo vengono messi nella stessa cella. Stefano sta talmente male, raccontano i due testi, che devono aiutarlo a sedersi. Finalmente gli chiedono che cosa è accaduto: «Mi hanno picchiato i carabinieri, ma non questi qua», dice il ragazzo riferendosi alla sua scorta. La convalida dei due albanesi si svolge prima di quella di Stefano. A loro va bene: non viene convalidato il fermo. Per Stefano, invece, l'incubo prosegue. Non solo gli vengono negati gli arresti domiciliari (e agli atti viene scritto che è un «senza fissa dimora»), ma secondo quanto riferito da due testimoni ascoltati in incidente probatorio Stefano subisce un pestaggio anche nei sotterranei del tribunale. Per questo sono stati indagati tre agenti della polizia penitenziaria con l'accusa di omicidio preterintenzionale. Stefano, di certo, esce dal Tribunale con delle lesioni. Per questo finirà nel reparto penitenziario dell'ospedale Pertini, sulla cui negligenza la Procura sembra non avere dubbi visto che nel registro degli indagati sono finiti altri tre medici (oltre ai tre già indagati insieme agli agenti penitenziari) con l'accusa di omicidio colposo. Finora nessuna ombra è emersa sul comportamento dei carabinieri. Ma la testimonianza di ieri cambia le carte in tavola.


fonte: Il manifesto

19 dicembre 2009

Natale di Solidarietà. Catania città aperta all’accoglienza

senza le confische, le perquisizioni, gli arresti perpetrati ai danni dei migranti, extracomunitari e non, che svolgono attività di lavoratori ambulanti.

Da qualche tempo Catania è ancora più violenta. Stavolta non parliamo della violenza odiosa dell’assenza dei servizi, spazi e democrazia, e di quella sfacciata e brutale praticata dalle bande criminali che imperversano nella nostra città. Parliamo degli atti di maltrattamento che i migranti subiscono quasi quotidianamente ad opera della forza pubblica mentre, nel disperato tentativo quotidiano di sopravvivere, cercano di vendere le loro mercanzie, specie nell’area di Corso Sicilia.

E’ grottesco che tutto ciò avvenga proprio a Catania, dove mafia, clientelismo e malaffare allungano i propri tentacoli su importanti settori della vita sociale, politica, economica ed anche religiosa; in una città dove gli amministratori , che smantellano i servizi pubblici comunali e con oltre un miliardo di euro di deficit, con 6 nuove ordinanze, in vigore dall’agosto scorso, vorrebbero garantire la nostra sicurezza privando della libertà i migranti, restringendo quella di noi tutti/e, militarizzando la città.

Il diritto a vivere e a lavorare deve essere garantito a tutti gli esseri umani

anche a Catania:ai tanti disoccupati , giovani, precari,ai cittadini migranti che hanno cercato rifugio nella nostra città, fuggendo dalla fame e da guerre.

Ribadiamo il nostro NO al razzismo

alle disumane leggi che criminalizzano i migranti, alla violenza delle galere etniche, alle ronde, agli sgomberi dei campi rom, al pacchetto sicurezza e alla “morte sociale” a cui sono condannati i non regolari, ai respingimenti che sempre più provocano stragi di uomini, donne e bambini nel Mediterraneo.

La paura genera il razzismo. Il razzismo genera guerre fra poveri.

La Solidarietà unisce i popoli! Mai più clandestini, ma cittadini!



Invitiamo a partecipare

22dicembre CORTEO concentramento ore 17.30 in Corso Sicilia– incrocio Via Puccini-

Iniziamo una fase di sensibilizzazione antirazzista, di lotta e di confronto con le strutture istituzionali

dalle 20,30 Incontro antirazzista con assemblea, cena sociale e musica presso ARCI, piazza Carlo Alberto 47

promuovono:Anpi, Arci,Centro Popolare Experia, CittàInsieme, Cobas, Collettivo Rotta Indipendente (Fac. Lettere e Filosofia), Collettivo Scienze Politiche, Comunisti Italiani, Coordinamento Precari Scuola, Gapa, Gas Tapallara, Giovani Comunisti, Movimento Studentesco Catanese, Officina Rebelde Catania, Open Mind Gblt, Rete Antirazzista Catanese, Riccardo Orioles, Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà

Libertà è di tutti: Manifestazione contro il pacchetto sicurezza a Reggio Emilia

Il Comitato Provinciale Nopacchettosicurezza continua la propria campagna d'opposizione alle politiche razziste e autoritarie definite dalla Legge Maroni, che toccano pesantemente tutta la popolazione italiana, immigrati e non solo.

LIBERTA' E' DI TUTTI, recita il manifesto per la mobilitazione. Dopo 9 mesi di attività il Comitato, che raccoglie oggi più di 40 realtà reggiane fra partiti, associazioni, gruppi culturali, cooperative, sindacati, comunità d'immigrati e singoli cittadini, scende in piazza con un grande corteo di tanti colori e persone di ogni estrazione e provenienza uniti contro il razzismo e la xenofobia, per riaffermare una città libera, accogliente e solidale, senza paura, dove tutte e
tutti possano muoversi, incontrarsi ed esprimersi liberamente.

La mobilitazione – come tutte le attività del Comitato – però è rivolta anche a livello locale. Infatti:
- chiediamo il ritiro del Decreto prefettizio che limita fortemente la libertà di manifestare nei fine settimana nel centro storico di Reggio Emilia. Ad ora tale decreto è stato solo sospeso fino ad aprile 2010, dopo numerose mobilitazioni cittadine;
- chiediamo che il Comitato possa presentare in Consiglio Comunale la mozione d'iniziativa popolare sottoscritta da 700 cittadini e rifiutata dal Consiglio stesso con una motivazione cavillosa, sottraendosi così al confronto aperto sulle questioni legate alla sicurezza, integrazione, diritti e libertà fondamentali delle persone;
- vogliamo una politica dell'accoglienza che sappia valorizzare come una ricchezza le differenze e non affronti il tema “sicurezza” solo come questione d'ordine pubblico. Come comitato Nopacchettosicurezza vogliamo essere occasione di incontro e confronto politico per tutte le forze sociali impegnate in questa battaglia di libertà.

Tutti in piazza, insieme.

MANIFESTAZIONE PROVINCIALE, SABATO 19 DICEMBRE a Reggio Emilia
Concentramento ore 14.30 alla Gabella in fondo a Via Roma - Porta S.Croce

Comitato NOpacchettosicurezza
info - contatti - adesioni Segreteria del Comitato
nopacchettosicurezza.re@gmail.com
Emiliano: limonaie@mclink.it - 3491967628
Simone: simoneruini@libero.it - 3290660868

aderiscono: Amnesty International - sezione di Reggio Emilia; ANPI; ARCI; Assemblea Permanentemente Temporanea; Associazione Araba di Cultura e Solidarietà; Associazione Culturale Passaparola; Associazione Culturale Nuova Officina Incanto; Associazione 14 Luglio;
Associazione Generazione Articolo 3; Associazione Quinto Colle - Quattro Castella; CGIL; Circolo Arci FUORI ORARIO - Taneto di Gattatico; Circolo Arci Indiosmundo - San Polo; CO.LO.RE -
Coordinamento Locride Reggio Emilia; Comitato Provinciale Acqua Bene Comune; Emergency; FAI - Federazione Anarchica Reggiana; Federazione Giovani Comunisti Italiani; Federazione Rom e Sinti Insieme - Thèm Romanò Onlus; FIAP; FIOM; Gente di Reggio; Giustizia e Libertà;
GrilliReggiani per la libertà di manifestare in piazza; Iniziativa Laica; Lista CavriagoComune; Lista Lavorare per S.Ilario; MirniMost (Un Ponte per la Pace) - Guastalla; Partigiani Urbani; Pane Pace Lavoro; Partito Comunista dei Lavoratori; Partito dei Comunisti Italiani; Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea; Pax Christi; Pollicino Gnus; Rete Lilliput; Save The Children; Sinistra e Ambiente per Correggio; Sinistra e Libertà; Tavolo Coordinamento
Antirazzista della Bassa

18 dicembre 2009

Omicidio Cucchi, altri tre medici del Pertini sotto inchiesta per omicidio colposo

Ci sono altri tre medici dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, dove Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre scorso, sotto inchiesta da parte della procura di Roma per l'ipotesi di reato di omicidio colposo. I loro nominativi, secondo quanto si è appreso, stanno per essere iscritti nel registro degli indagati su iniziativa dei pubblici ministeri Vincenzo Barba e FrancescA Loy, titolari dell'inchiesta giudiziaria. A questi sanitari gli inquirenti sono arrivati dopo un ulteriore esame della cartella clinica di Cucchi. Da quella documentazione è emerso che i tre hanno avuto a che fare con il detenuto nel reparto penitenziario del Sandro Pertini. I loro nomi vanno ad aggiungersi a tre colleghi dello stesso ospedale, a loro volta iscritti per omicidio colposo, e a tre agenti della polizia penitenziaria in servizio nel tribunale di Roma sotto inchiesta per omicidio preterintenzionale.La famiglia - "Noi lo abbiamo detto fino dal primo momento. Senza le botte Stefano al Pertini non sarebbe arrivato, ma la colpa dei medici è gravissima, soprattutto da un punto di vista deontologico". Così Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano ha commenta la notizia a CNRmedia. "Noi stiamo portando avanti la nostra battaglia con enorme sofferenza; ogni elemento nuovo che si aggiunge va a formare il quadro e a farci rendere conto ulteriormente di quanto è stata drammatica questa situazione".Le indagini - Il giorno dopo il reintegro dei tre medici del Pertini, la Tac eseguite sul cadavere riesumato di Stefano Cucchi ha confermato le lesioni rilevate tramite l'autopsia: una frattura vertebrale e una lesione al coccige, escludendo, invece, la frattura della mandibola.
fonte: La Repubblica

17 dicembre 2009

Il governo prepara la schedatura di massa

La libertà della rete non si tocca. Perché chi istiga a delinquere, fa apologia di reato o istiga all'odio razziale è già perseguibile dalla magistratura.Dunque netta opposizione alla voglia di censura che attraversa gli animi del centrodestra. Questo il pensiero, e questa la battaglia, di Agorà Digitale, associazione dei radicali che si occupa dei diritti del web. Ne abbiamo parlato con il segretario Luca Nicotra. Maroni annuncia un giro di vite sui social network come Facebook, volto a censurare e punire chi istiga alla violenza. Davvero il web ha bisogno di regole?Lo sconcerto che prova Maroni o chiunque nel leggere commenti che inneggiano alla violenza contro Berlusconi è assolutamente condivisibile. Anzi, lo sconcerto è maggiore se pensiamo che queste persone lo fanno usando nome, cognome e foto. Chiaramente non percepiscono il rischio che corrono, dal punto di vista penale. Quello che leggiamo questi giorni su Facebook è per certi versi paragonabile a Radio Parolaccia, l'esperimento che facemmo negli anni '80 e '90 aprendo i microfoni di Radio radicale: un diluvio di insulti inauditi. La gente vomitava i suoi sentimenti peggiori, è una parte del Paese terribile e odiosa che bisogna ascoltare e non censurare. Con un limite: punire chi commette reati. E forse bisogna ripetere che i reati previsti dal codice penale come apologia di reato e istigazione a delinquere, valgono in rete come nella realtà. Tanto è vero che i magistrati hanno aperto un fascicolo sui gruppi di Facebook che auspicavano la morte del premier.Cosa rischiamo con la nuova stretta securitaria 2.0.?Probabilmente il governo rispolvererà il cosiddetto emendamento d'Alia ovvero una misura che consente a palazzo Chigi di oscurare siti, blog, pagine web senza la mediazione della magistratura. In questo modo chi decide che cosa è reato? Un ministro? Per esempio l'apologia di reato è una questione complessa, e lo stesso codice distingue il luogo, la circostanza, la funzione dell'oratore. Non è la stessa cosa se auspico la morte di Berlusconi al bar con gli amici o lo grido alla folla dal palco di un comizio politico. E queste distinzioni devono spettare unicamente al giudice. Temiamo poi che con questo episodio di Piazza Duomo il Parlamento prorogherà ulteriormente il decreto Pisanu, concepito dopo l'11 settembre, che, unico caso nel mondo occidentale e liberale, obbliga l'identificazione di coloro che vogliono accedere al web nei luoghi pubblici. Nel Pdl cresce la voglia di abolire persino l'anonimato in rete. Con quali conseguenze?L'anonimato non esiste su Facebook, eppure è una garanzia importantissima dentro e fuori la rete. Infatti ci permette di non mostrare documenti quando andiamo in posta a fare un bollettino, per esempio. Non a caso è il primo diritto soppresso nelle dittature. Abolire l'anonimato, potrebbe dire il governo, servirà a colpire i criminali.I criminali sul web sono già perseguibili anche se anonimi, dalla polizia postale che risale alla loro identità. Bisogna capire che la mancanza di anonimato ci espone alla catalogazione e alla schedatura. Non solo di opinioni che sconfinano nel reato, ma anche di normali opinioni politiche che dissentono dal governo e che, un giorno, potrebbero venirci rinfacciate. Arriveremmo allo stato di polizia. L'unica deroga alla privacy e all'anonimato è concessa alla magistratura quando deve perseguire un presunto colpevole. Deve rimanere uno stato di eccezione, nel bene della collettività. E fuori dalle mani della politica. Ecco perché speriamo che sulla questione il Pd assuma una posizione netta e, specialmente, chiediamo al governo di non utilizzare un decreto d'urgenza per una tematica che tocca i diritti fondamentali delle persone come la libertà di espressione. Il Parlamento pochi mesi fa bocciò una norma che ora, probabilmente, il consiglio dei ministri vuole reintrodurre scavalcando le prerogative dell'Aula.
fonte: liberazione

Roma: Vietato il corteo per Sher Khan

Siddique Nure Alam, più conosciuto come Bachu non è solo il presidente dell'associazione Dhuncathu ma da tanti anni è noto a Roma, con il Comitato immigrati di cui è fra i fondatori, uno dei leader che più spesso ha scelto la piazza per far sentire la propria voce. «Abbiamo da sempre manifestato per chiedere i nostri diritti. In maniera pacifica e democratica, perché pensiamo di vivere in un paese democratico. Nel mio paese, il Bangladesh per indire una manifestazione non bisogna chiedere autorizzazioni, solo comunicare orario, percorso, partecipazione alle autorità e verificare che non vi siano incompatibilità. È chiaro che se andiamo a chiedere una manifestazione nello stesso posto in cui si vedono quelli che non vogliono che gli immigrati abbiano diritti, le due cose sono incompatibili e allora ci si regola. Ma non di più».Dopo quanto accaduto al presidente del consiglio, vogliano rendere più restrittive le norme per le manifestazioni...«Io credo che i problemi non li creano mai i manifestanti e che quello che è successo a Milano non è un motivo per mettere dei divieti. Spesso i problemi arrivano più dalle dichiarazioni dei vostri leader politici che da chi scende in piazza».Ma voi di problemi ne avete avuti spesso in questo sensoIntanto noi immigrati, secondo le istituzioni di Roma non possiamo chiedere la piazza o un corteo. Ci deve essere un italiano che lo faccia per noi. Dicono che manifestare è un diritto dei cittadini e intendono solo dei cittadini italiani, ma non sta scritto da nessuna parte. Poi la situazione è peggiorata. Un esempio, poche settimane fa per la comunità islamica ricorreva l'Aid al kabir (la festa del sacrificio), un momento di preghiera per noi importantissimo. Abbiamo chiesto l'autorizzazione a celebrarla in Piazza Vittorio, da tre mesi e la sera prima, alle 18, dal Comune ci è arrivato un fax con cui ci veniva negata la piazza. Una preghiera, neanche un corteo. Per fortuna il questore ha avuto buon senso, ha capito che non potevamo annullare l'appuntamento e ci ha lasciato svolgere la nostra mattinata. Prefetto e sindaco erano contrari o non si esponevano.Poi ci sono state le restrizioni dei protocolliNoi vogliamo rispettare le vostre usanze. Quindi se ci chiedono di non manifestare in centro durante le feste natalizie comprendiamo. Ma se questo significa non poter manifestare per nulla, no.Avete indetto per domani una manifestazione per ricordare la morte di Sher KhanLa delegazione che è andata in questura per comunicare la volontà di fare un piccolo corteo intorno a P.zza Vittorio mi ha appena comunicato che la manifestazione non sarà autorizzata. Dicono che si viola il protocollo. Ci permetteranno di fare solo un presidio. E pensare che se non c'erano le vostre feste avremmo chiesto di poter arrivare a Piazza Navona. Cosa faranno ora, vieteranno anche le manifestazioni del Pdl o del Pd? A noi immigrati non ci permettono neanche di manifestare un lutto. Decideremo giovedì pomeriggio alle 5 cosa fare insieme a tutti i cittadini e le cittadine italiani che vorranno stare con noi. Saluteremo insieme Sher Khan che non è morto per il freddo ma perché dava fastidio in quanto lottava da oltre venti anni per i diritti di tutti.
fonte: Liberazione

16 dicembre 2009

Per il gip Massimo Ricciarelli Aldo Bianzino è morto per cause naturali.

Il gip Massimo Ricciarelli archivia il fascicolo per omicidio:
"Cause naturali in seguito ad aneurisma" E' stata archiviata dal gip del tribunale di Perugia l'inchiesta per omicidio a carico di ignoti per la morte nel carcere del capoluogo umbro, nell'ottobre di due anni fa, di Aldo Bianzino, il falegname che era stato arrestato pochi giorni prima per la coltivazione di alcune piante di canapa indiana.
Secondo il giudice, il decesso avvenne per cause naturali in seguito ad un aneurisma cerebrale.
Il giudice ha accolto la seconda richiesta di archiviazione del fascicolo avanzata dal pm Giuseppe Petrazzini. Ad entrambe le istanze si erano invece opposti i familiari di Bianzino.
In base agli accertamenti svolti dai consulenti della procura, il giudice ha però ritenuto che la lesione riscontrata al fegato del falegname sia legata alle manovre di rianimazione dopo l'aneurisma. Ha quindi disposto l'archiviazione del fascicolo.
"Aldo Bianzino, è stato trovato morto nella cella di un carcere di Perugia. E' stato ucciso senza lasciar tracce esterne sul corpo. La decisione del gip Massimo Ricciarelli, di archiviare il fascicolo per omicidio mette una pietra tombale alla verita. Oggi Aldo Bianzino è stato ucciso una seconda volta." E' questo il commento a caldo di Italo Di Sabato dell'Osservatorio sulla Repressione.
"Nonostante siano state riscontrate lesioni sul suo corpo con quattro commozioni cerebrali, lesioni al fegato e due costole rotte dopo il decesso, che dimostrano chiaramente la compatibilità con l'omicidio, e nonostante il medico legale abbia escluso la morte per infarto, la decisione del Gip Ricciarelli ci lascia esterefatti e dimostra come in Italia ci sia ormai una assoluta immunità verso coloro che compiono violelenze e purtroppo anche omicidi all'interno di careceri e caserme, cosi come è capitato ad Aldo Bianzino e ultimamente a Stefano Cucchi." - continua Di Sabato - "Questi "omicidi" comincino a diventare normalità in un paese che fra giri di vite e pacchetti sicurezza sta lentamente scivolando verso una forma di autoritarismo di cui non si conosce la fine. Sembra quasi che stia (ri)nascendo una zona d'ombra nella nostra democrazia, generata dall'intreccio tra retoriche securitarie e piano simbolico, tra guerra al povero e disprezzo per la diversità. Ormai, sembra che la nostra società non sia più in grado di metabolizzare i fenomeni che l'attraversano, e che stia delegando all'apparato repressivo la risoluzione di tutte le sue contraddizioni; perchè questo avvenga è sicuramente il frutto di dinamiche complesse e multifattoriali, sulle quali occorre riflettere seriamente. Quello che è certo è che questa deriva va contrastata a fondo, senza cedimenti, e dopo archiviazione del caso Bianzino da parte del dott. Ricciarelli è difficile credere ancora nella giustizia. Per questo rivolgo - conclude Di Sabato - un'appello per organizzare al più presto, in una modalità tale da permettere la massima convergenza di tutte le forze che ritengono utile impegnarsi in questo senso, un grande appuntamento nazionale contro le leggi emergenzialiste e per un nuovo garantismo sociale, perché un paese intollerante è tutto tranne che un paese sicuro.

Verso l'applicazione del Dasp ai cortei

«Sono in corso approfondimenti di livello tecnico per verificare la possibilità di iniziative legislative per contrastare più efficacemente gli episodi di violenza in caso di manifestazioni pubbliche, sempre in un quadro di compatibilità con l’ordinamento vigente, sulla falsariga di quanto già avviene per combattere la violenza negli stadi». Così il ministro degli Interni, Roberto Maroni, nella sua informativa ieri alla Camera dei deputati.
Con quelle parole, Maroni ha aperto un nuovo capitolo, illuminante sulla strategia di restrizione delle libertà pubbliche e individuale in questo Paese. Un capitolo persino più grave di quello sull’«oscuramento dei siti web» che il ministro ha comunque toccato contestualmente e che in realtà si profila come la nemesi dell’emendamento D’Elia (Udc) scomparso per una pelo dal testo finale del “Pacchetto sicurezza”, laddove si prevedeva l’oscuramento medesimo per siti e blog «incitanti a disobbedire alle leggi o all’odio sociale» e una pena fino ai 4 anni per i responsabili.
E’ una minaccia anche più grave, quella riguardante le «manifestazioni politiche» perché, come spiega lo stesso Maroni poco dopo in Transaltantico, non si tratta nemmeno di limitare il diritto di critica in occasione di comizi istituzionali o elettorali, come pure aveva invocato tonante il collega ministro della Difesa, La Russa, fin da lunedì.Certo, si conferma l’indirizzo di “blindatura” delle iniziative elettorali, dal momento che Maroni si sofferma sulla necessità di «trovare un equilibrio tra la libertà di manifestazione del proprio pensiero in campagna elettorale e quella di manifestare la propria critica». Ma quando gli è stato chiesto un chiarimento sui «cambiamenti» da apportare a livello di «modello» generale di «ordine pubblico», il ministro leghista ha filosofeggiato: «L’ordine pubblico non è un modello statico definito cinquanta anni fa ma un modello dinamico sempre adeguato alle nuove esigenze e questo è quello che sta accadendo. Ci sono delle regole poi si tiene conto del contesto, se c’è un percorso o un sit-in eccetera, e mi sembra che finora questa linea abbia dimostrato di funzionare».
Per capire di cosa Maroni parli, basta ascoltare un’eco locale, peralto rilevante visto che si tratta della capitale della Repubblica, come quella prodotta ieri dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il quale a proposito della «tregua natalizia» con la quale d’accordo con questore e prefetto ha imposto il divieto di manifestare per le strade romane, «tregua» un tantino prolungata visto che è proclamata fino al 12 gennaio compreso, ha detto: «Non sarà rotta, ho l’impegno di prefetto e questore che se qualcuno proverà a farlo interverrà la polizia». Prefetto, che - pur essendosi espresso criticamente in precedenza sulle ipotesi di «protocollo» permanente coltivate apertis verbis dal sindaco - risponde al governo; e questore, che risponde direttamente al Viminale.
Ma il punto vero, più allarmante, è in quelle parole pronunciate da Maroni nell’Aula di Montecitorio: «Sulla falsariga di quanto già avviene per combattere la violenza negli stadi». Significa il “Daspo”. Significa la legge 41 del 2007 che ha appesantito il decreto 401 del 1989 e successive modifiche. Significa insomma che chi è anche solo denunciato per «violenze» alle manifestazioni non potrà andare, con un’estensione all’infinito del già famigerato “articolo 1”, un confino diffuso; e che, di più, non vi si potrà accendere neanche un fumogeno, che vi saranno sequestrati gli striscioni giudicati «ingiuriosi». Tutto ciò essendo «urgente», Maroni l’ha già detto ieri, ci piomberà addosso «per decreto». Ricorda qualcosa, forse, nella storia italiana?


Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione

15 dicembre 2009

Caccia alle streghe: Dirigente del Pdl chiede la chiusura del sito Senza Soste

Nella dimensione quotidiana da circo che ormai caratterizza questo paese, oggi un esponente del PdL livornese, il solito Emiliano Baggiani, ha chiesto la chiusura del sito di Senza Soste per un commento redazionale al ferimento di Berlusconi.

Ecco il comunicato della redazione di Senza Soste:

Leggiamo con divertimento le parole di Baggiani che chiede a gran voce la chiusura del sito di Senza Soste per un commento redazionale al ferimento di Berlusconi.
Questa presa di posizione, che a suo dire sarà seguita da un esposto alle forze dell'ordine, non rispecchia altro che l'atteggiamento di paura oltre che di intolleranza verso uno strumento come la rete che di giorno in giorno logora il potere televisivo che per anni ha permesso a Berlusconi di essere un monopolista dell'informazione. Mediaset infatti ha permesso a personaggi grotteschi di assumere ruoli chiave nelle istituzioni e mandare avanti in politica un codazzo di vassalli tanto improbabili quanto ridicoli. Livorno ne è un chiaro esempio.
Secondo la curiosa concezione che Baggiani ha della politica e della comunicazione mediatica, i continui titoli de La Padania (quotidiano del suo ex partito) contro gli extracomunitari e tutti coloro che non sono bianchi, nordici, ricchi e ipocriti, costituiscono un'incitazione alla violenza inferiore a quella che esprime la pura e semplice constatazione che Berlusconi è un comune mortale?
Internet in ogni caso è riuscito a rompere il rapporto gerarchico fra televisione e telespettatore e un sistema politico sempre più fragile non può che temerlo. A Baggiani vorremmo ricordare che se lui prendesse voti per quanti ingressi fa il nostro sito, a questo punto sarebbe sindaco. Ma per fortuna lui nella politica livornese è solo un altro dei tanti improbabili. Suggeriamo inoltre a Baggiani di ripassarsi Walt Disney: la definizione di "apprendista stregone" rivolta a Berlusconi sul nostro sito è tratta da "Fantasia", il celebre cartone animato. Invece di un incitamento alla violenza si tratta di un suggerimento alla visione di un classico dell'infanzia.
La redazione di Senza Soste

Link: Federazione della sinistra: "Inaccettabile attacco a Senza Soste"


Guarda il video di PeaceReporter sulle violenze avvenute nel corso del comizio milanese di Berlusconi



Alle Compagne e ai Compagni di Senza Soste la nostra più viva solidarietà!

Il governo apre una nuova stagione di caccia alle streghe

Il Governo è pronto ad usare l’aggressione a Silvio Berlusconi per aprire una nuova stagione di caccia alle streghe: i mandanti, gli istigatori, i cattivi maestri, i creatori del clima di odio e chi più ne ha più ne metta. Il gesto terribile di uno squilibrato viene preso a pretesto dal governo per cercare un po’ di tranquillità attraverso un giro di vite – in nome della sicurezza e del “raffreddiamo il clima politico” – contro chiunque osi criticarli, si tratti di centri sociali, partiti, giornali, esponenti politici, organizzazioni sociali o collettivi di lavoratori.
Già si parla di leggi speciali per le manifestazioni: divieti di orario, limitazioni di itinerari, pene più dure per chi “interrompe” e mostra “atteggiamenti di dissenso”. Alle manifestazioni e ai comizi come allo stadio: chi sgarra entra nella black list degli indesiderati. Dopo quello per i tifosi, anche un Daspo per la politica. E una volta blindate le piazze vere, il governo provvederà a blindare anche quelle virtuali con leggi speciali per chi usa il web. Dopo l’approvazione del “Pacchetto sicurezza”, di chiaro stampo razzista e xenofobo ora si agita l’ "allarme sociale", per stabilire ulteriormente la repressione politica. Le proposte avanzate dal Ministro degli Interni Maroni sono vecchie come il mondo e non potranno che fallire, facendo pagare a tutti un altissimo prezzo: la riduzione, di lungo periodo, di libertà e diritti. Le lotte sociali, i social network, non possono essere criminalizzati e repressi, ma al contrario queste rappresentano le forme più dirette di partecipazione e democrazia. Di fronte a questo scenario non si può restare in silenzio. Daremo battaglia contro questa nuova ondata emergenzialista e invitiamo tutta l’opposizione, i movimenti, il mondo dell’associazionismo a trovare una convergenza stabile e forme unitarie di azione politica per contrastare questo nuovo attacco alla libertà di pensiero e al dissenso.


Osservatorio sulla Repressione

Il conflitto stigmatizzato e lo stato d'eccezione

Per qualche ora qualcuno, l’altro ieri, ha fatto circolare come scontata la “notizia” che lo stralunato aggressore del presidente del Consiglio dei ministri a Milano, fosse «nell’orbita dei centri sociali». Con la velocità d’una sonda Voyager, la “notizia” è altrettanto naturalmente scomparsa. Ma tant’è: non è stato che l’inizio d’un disinvolto crescendo. Relegati «i centri sociali» alla momentanea classificazione negli omissis, la costruzione politica, ideologica e culturale d’un rapporto causale nei confronti della triste parodia del tirannicidio negli anni 2000 - quasi 2010, si è rivolta contro il conflitto tout court. Non conta il paradosso, l’evidenza dell’ossimoro: conta la produzione della (inversione della) realtà a mezzo d’ingiunzione mediatica.
E’ solo la riunione dei tanti specchi ingannatori prodotti giorno dopo giorno, con meticolosità, da molto prima che una solitudine depressa consentisse al corpo solitario e assediato del sovrano di trasfigurarsi nell’esibizione del martirio. I centri sociali, appunto: gli stessi che la ministra Maria Stella Gelmini e il collega Roberto Maroni di rincalzo (o, piuttosto, viceversa) hanno di recente evocato ogni qual volta il movimento degli studenti e dei precari della conoscenza s’è riversato in piazza a contestare i provvedimenti governativi di taglio a istruzione e ricerca pubbliche e di sostegno agli interessi privati. Erano «i centri sociali violenti» a venire sovrapposti ai manifestanti dell’Onda che in piazza della Repubblica a Roma e nel centro di Torino, venerdì scorso, tanto per ricordare l’ultimo episodio, prendevano a mani nude manganellate in dovizia per il solo fatto di voler «forzare» dei «protocolli»limitativi del diritto costituzionale alla pubblica manifestazione. Tanto maggiori saranno la dovizie repressive quando studenti e precari, tornati prima o poi in piazza, saranno ormai preventivamente classificati come «i violenti dei centri sociali».
Poi, i centri sociali propriamente detti: sgomberato due volte nel giro di pochi mesi il più giovane, l’Horus 2.0 a Roma, sgomberati due centri anarchici tre giorni fa a Torino, sgomberati laboratori autogestiti nella provincia profonda del Nord come del Sud, a ripetizione. Scontri? Sassaiole? Fuochi di molotov nelle notti metropolitane? Niente di tutto ciò, eppure: gli sgomberi sono sempre più «per motivi d’ordine pubblico» e le Questure lanciano comunicati su ritrovamenti nei luoghi sgomberati di «materiale atto ad offendere». Alla sinistra viene impedito di entrare in Piazza Fontana durante l’anniversario? Si ripetono confronti a mani nude con il muro di polizia preventivamente eretto? E’, implacabilmente, «violenza dei centri sociali». E «la sinistra» finisce a sua volta in sovrapposizione, con altrettanta ingiunzione a dissociarsi o perire nell’inagibilità legittimata.
In verità, non è che si costruiscano le condizioni della repressione, o peggio dello Stato di polizia. E’, invece, che repressione e vero e proprio Stato di polizia vengono prima. Sono mesi che è legge dello Stato il “Pacchetto sicurezza” di Maroni, nonostante gli allarmi e le critiche di giuristi come di agenzie delle Nazioni Unite. Quanto a limitazione delle libertà politiche, la sua efficacia ha agito senza bisogno di allarmi se non quelli più vasti e ancor più distorsivi che rigurardano il colore stesso della pelle. E senza che le maggiori “opposizioni” rappresentative obiettino gran che. L’«allarme sociale», per stabilire “anche" la repressione politica. “Protocolli” dei sindaci a discendere. Divieto di dissenso in occasione delle “grandi occasioni” come il G8 a contornare - prima ancora e a mo’ di modello per Grecia in fiamme e Danimarca alle prese con le bugie dei Grandi sul clima sotto egida Onu. Quindi, diffusione delle manganellature conseguenti: a 360 gradi, dai “centri sociali” disinvoltamente estesi all’Onda come alle lotte per la casa come alle proteste per l’atroce morte carceraria di Stefano Cucchi e tant’altri, fino agli operai di Eutelia per mano para-poliziesca o a quelli minerari e siderurgici per mano poliziesca ufficiale.
«Terrorismo», infine. Le organizzazioni «terroristiche» smantellate negli ultimi tempi sono tutte allo stato del «progetto», della confusione e della minorità totale: pur in questa situazione. Ma alla fine dei conti è il conflitto, per quanto disperso, che deve finire ora coi denti rotti. Ed è questa situazione, che ora si vuole peggiori. In alto eccepiranno ancor meno dei pochi fin qui. E in basso, a pagare, quelle e quelli che, francamente, sono molto meno interessati di certi grandi “giornali-partito” e di tanta piccola borghesia orfana di politica “forte”, alla contrapposizione ad personam con Berlusconi Silvio. Ma il corpo del sovrano, imbellettato o ferito, non è sempre stato l’estremo ricorso simbolico del potere, nei tempi di crisi e di “stato d’eccezione”?


Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione

13 dicembre 2009

Udine: 22 ANNI DI AUTOGESTIONE NON SI CANCELLANO CON UNO SGOMBERO!!

Giovedì 10 dicembre 2009 i carabinieri hanno apposto i sigilli al Centro Sociale Autogestito di Udine, con il pretesto di un “sequestro preventivo”dell'edificio che non si giustifica in nessun modo sul piano giuridico,dato che il processo per l'occupazione del Centro Sociale è ancora in corso e le Ferrovie non hanno mai richiesto alcun sequestro.È fin troppo chiara la volontà politica di chiudere la bocca ad uno spazioche da 22 anni lotta per una nuova cultura autogestita ed è sempre stato inprima fila nella difesa dei diritti delle donne, dei migranti, delterritorio e dell'ambiente (non ultima la battaglia NO TAV), che si èsempre battuto contro il militarismo ed ogni forma di oppressione. Carabinieri e Digos hanno agito approfittando della riunione del Movimento Studentesco e intimidendo pesantemente alcuni studenti che si trovavano neilocali (e che ora vengono riconvocati in caserma per accertamenti). Non è il primo tentativo di fermare la protesta studentesca: solo alcuni giornifa due studenti del Liceo Marinelli si erano visti recapitare un decretopenale di condanna per la pacifica occupazione della scuola nell'ambitodelle proteste contro il decreto Gelmini nel 2008. Nonostante l'occupazione non fosse stata ostacolata dal preside, schieratosi con gli studenti, èdiventata pretesto per una azione repressiva unica in Italia. Evidentemente Carabinieri e Magistratura di Udine vogliono apparire iprimi della classe nel clima di pesante repressione che si va sviluppando in tutta Italia fino a configurare una forma sempre più palese di fascismo.Sembra la messa in pratica del disegno cominciato con la "strategia della tensione" proprio 40 anni fa con la strage di Stato di piazza Fontana. E' necessario mobilitarsi più che mai in difesa della libertà diespressione e di organizzazione.
SABATO 19 DICEMBRE 2009
MANIFESTIAMO TUTT* A UDINE CONTRO SGOMBERI E REPRESSIONE
Ulteriori info presto in questi siti internet:
csascalonuovo.noblogs.org
zardinsmagnetics.noblogs.org
Centro Sociale Autogestito di Udine

Bologna: Corteo antifascista, arrestati 3 compagni

Alle 19 di sabato 12 dicembre un nutrito gruppo di antifascisti si è trovato in via Riva Reno nei pressi della sede di Forza Nuova per contrastare l’iniziativa di un concerto fascista organizzato nel centro di Bologna e per provocazione proprio il 12 dicembre, a 40 anni dalla Strage di Piazza Fontana e dall’uccisione di Pinelli nei locali della questura di Milano. La polizia e i carabinieri, in tenuta antisommossa e con un numero esagerato di camionette, schierati come se dovessero presidiare la zona rossa del G8 difendevano i fascisti che intanto facevano il saluto romano ben protetti e sicuri di non essere raggiunti. Quando è arrivata la notizia che il concerto non lo avrebbero più fatto, un gruppo si è spostato nelle vie del centro per dire alla città che non può essere accettata così senza fiatare la presenza di chi continua ad innegiare il fascismo. In via Marconi il corteo è stato attaccato dalla polizia che nel frattempo avevano ricevuto rinforzi. Tre compagni sono stati buttati a terra e ammanettati. Poi è iniziata una caccia all’uomo che è arrivata fino in via Indipendenza dove altri quattro sono stati fermati. Tutti e sette sono stati portati in questura dove i quattro modenesi, fermati in via Indipendenza, sono stati rilasciati dopo qualche ora, mentre Nicu, Robbi e Andrea sono stati arrestati con l’accusa di lesioni e resistenza. Un presidio solidale è stato improvvisato sotto i locali della questura. Lunedì ci sarà o l’udienza di convalida degli arresti o il processo per direttissima, si riservano di dirlo entro domenica sera (poverini si vede che devono pensarci stanotte con calma dopo le botte che hanno dato).

Solidarietà agli arrestati

12 dicembre 2009

Omicidio Bianzino: Richiesta di archiviazione, il gip rimanda la decisione.

Si è svolta ieri presso il tribunale di Perugia l'udienza sulla richiesta di archiviazione del fascicolo per omicidio a carico di ignoti avanzata dal pubblico ministero, Giuseppe Petrazzini, per la morte di Aldo Bianzino. Alla richiesta, la seconda dopo quella presentata nell'ottobre 2008 e respinta, si sono opposti i familiari di Bianzino. Il gip, Massimo Ricciarelli, fara conoscere la sua decisione nei prossimi giorni. Nel corso della seduta un centinaio di persone hanno manifestato all'esterno. Presenti il figlio di Bianzino, Rudra, 16 anni, e Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi, il giovane morto nel reparto penitenziario dell'ospedale Pertini di Roma a seguito del pestaggio subito dopo l'arresto, insieme al «Comitato Verità e Giustizia per Aldo». Bianzino, persona mite e abile artigiano, venne arrestato il 12 ottobre del 2007 perché coltivava alcune piante di canapa indiana. Morì nel carcere di Perugia due giorni dopo. Inizialmente il decesso venne attribuito a un malore naturale. L'autopsia certificò invece l'assenza di patologie pregresse e lesioni agli organi interni, presenza di sangue nell'addome e nelle pelvi, lacerazione epatica, lesioni all'encefalo. Una seconda autopsia riscontrò anche un distacco del fegato e ipotizzò la morte per aneurisma cerebrale. Evento probabilmente scatenato da un violento pestaggio subito dopo l'arresto, in circostanze mai accertate. In carcere Bianzino venne abbandonato a se stesso. Per questa assenza di cure, l'agente di polizia penitenziaria in servizio la notte della sua morte è stato rinviato a giudizio, lo scorso 28 giugno, per omissione di soccorso e falsificazione dei registri. La morte di Bianzino e quella di Cucchi sono il calco perfetto della violenza impunita delle istituzioni. In entrambi i casi solo l'apparato-cenerentola, la penitenziaria, è rimasto impigliato negli ingranaggi della giustizia.

11 dicembre 2009

Cariche della Polizia a Roma e Torino contro gli studenti

Il corteo degli studenti e dei precari di scuola e università ha lasciato piazzale Aldo Moro per raggiungere piazza della Repubblica dove, secondo il parziale divieto della Questura, dovrebbe limitarsi. Ma a piazza dei Cinquecento si sono verificati diversi scontri con le forze dell'ordine. La polizia ha bloccato, usando i manganelli, gli studenti dell'Onda che hanno cercato di forzare per due volte il cordone delle forze dell'ordine, fronteggiandolo a mani alzate. Nel corso delle cariche sono stati feriti due dirigenti di Rifondazione Comunista: il presidente del Collegio nazionale di Garanzia ed ex senatore Salvatore Bonadonna e il responsabile nazionale università Fabio De Nardis.
I manifestanti hanno raggiungento il ministero dell'Istruzione nonostante il divieto e a sorpresa, dopo essere arrivati in piazza della Repubblica, per evitare il blocco in via Nazionale, hanno cominciato a correre all'impazzata verso viale XX settembre, dove si trova il ministero dell'Economia, rincorsi dalla polizia. Dopo tafferugli e momenti di tensione alcune migliaia di studenti e precari sono riusciti ad arrivare davanti al ministero al grido: "Noi la crisi non la paghiamo".
Alla testa uno striscione che recita "Vogliono fare un deserto e chiamarlo futuro". Tra i vari striscioni, anche appesi su camioncini da cui altoparlanti mandano musica e i ragazzi recitano gli slogan, "Dieci anni + 3 riforme = Istruzione pubblica distrutta", firmato Atenei in rivolta. E ancora, "La scuola rende liberi il precariato no", e "Noi non moriremo precari".
Intanto gli studenti dei licei romani, partiti da Piramide, dopo una serie di contrattazioni con le forze dell'ordine, sono riusciti a raggiungere il ministero dell'Istruzione. Sono oltre 500 e urlano slogan contro il ministro Mariastella Gelmini. Davanti un grande striscione: "Ci vogliono ignoranti, ci avranno ribelli. Bloccare la riforma, riprenderci il futuro".
Momenti di tensione anche nel centro di Torino per il corteo organizzato dagli studenti contro la riforma del sistema scolastico del ministro Gelmini. Il corteo, partito in piazza Arbarello, avrebbe dovuto raggiungere Palazzo Nuovo, sede dell'università, in via Sant'Ottavio. Tuttavia, in via Micca angolo via Bertola, c'è stato un tentativo di deviazione da parte di un gruppo di manifestanti per dirigersi in piazza San Carlo. A quel punto gli studenti sono venuti a contatto con le forze dell'ordine, che hanno caricato il corteo.

Torino: sgomberate due case occupate

Doppio sgombero in due case occupate, a Torino. Dopo il blitz nell'ex sede di Economia e commercio in piazza Arbarello il 2 dicembre, ieri mattina alle 6 la polizia ha fatto irruzione nell'ex scuola di via Zandonai, angolo corso Taranto, presa dagli anarchici della Fai domenica e rinominata "Cà neira". Gli occupanti e i compagni accorsi in solidarietà vengono caricati una prima volta; ne fa le spese una signora del quartiere uscita per comperare le sigarette: per lei manganellate sulla schiena e alle gambe. Alle
19 nuova occupazione ca'neira che viene sgomberata prima delle 20.00 con ingenti forze, dopo una resistenza sul tetto da parte di alcuni ed incatenamenti a finestre di altri; vengono portati in via Grattoni(in quattro) e rilasciati intorno alle 23.
Intorno alle 20 le forze dell'Ordine, visto che l'autoscala non è ancora passata, decidono di sgomberare corso vercelli quindi caricano una seconda volta più decisi e con i lacrimogeni, i compagni un po' resistono, poi si disperdono, ma c'è un fermo. Un po' di disordini avvengono in giro. Dopo aver cacciato ogni sguardo indiscreto dalla zona, le forze dell'ordine iniziano una prima rappresaglia verso i mezzi dei compagni (tergicristalli strappati e perquisizione) e verso il materiale (impianto audio e minicucina allestita per l'occasione) portato via dall'Amiat, iniziano le operazioni di sgombero. Alle 21 la polizia arrivano sul tetto dell'ostile e portano via 3 dei 6 dell'ostile; poco dopo tireranno giù anche gli altri a forza.
Le cariche continuano in piazza crispi ancora più pesantemente con lacrimogeni ad altezza uomo e si susseguono con l'ausilio dei blindati, vengono ferite (un dito rotto per una e calci in faccia per l'altro) e fermate due persone. Approfittando della carica una camionetta fugge via dalla scena portando i ragazzi dell'ostile in caserma in via Tirreno.
Intando anche il tam tam per il corteo nazionale del 19 dicembre a Torino, indetto proprio per protestare contro la politica di sgomberi decisa da Comune, prefettura e forze dell'ordine dopo l'assalto al banchetto della Lega Nord in piazza Castello a ottobre

Polizia carica gli operai della Tenaris Dalmine

Sembrava un tranquillo corteo di lavoratori, quello iniziato attorno alle 9,45 davanti ai cancelli Tenaris Dalmine e diretto verso l’ex Statale 525 e poi verso l’autostrada. Un corteo condiviso da Cgil, Cisl e Uil, con le rispettive federazioni metal meccaniche Fiom, Fim e Uilm, e con i segretari schierati in prima fila.
C’erano Ferdinando Piccinini, della Cisl, Luigi Bresciani, Cgil, Fernando Uliano, della Fim e Mirco Rota (Fiom). Bandiere e cori di protesta, contro il piano industriale Tenaris che prevede esuberi per 836 persone solo negli stabilimenti di Dalmine e Costa Volpino. Trecento persone in tutto, in mezzo al traffico.
Tutto ha rischiato di degenerare attorno alle 10,15, al rondò nei pressi del casello dell’A4. La polizia ha imposto un blocco, per impedire che la manifestazione si spostasse verso il casello. Dieci minuti di blocco, senza lasciarsi scappare alcuni lavoratori che hanno tentato comunque di passare oltre. Sono volate manganellate, un paio di operai sono finiti sulla piccola striscia d’erba tra la carreggiata e la recinzione della proprietà Lombardini, dove qualche manganellata è arrivata ancora.
La tensione è terminata nel giro di dieci minuti, quando il blocco della polizia si è sciolto e il corteo ha potuto proseguire verso il casello. Lo stop è stato poi imposto dalle forze dell’ordine proprio all’ingresso dell’autostrada. Lì le ripetute richieste di poter entrare sulle carreggiate dell’A4 (da parte della Fiom, della Fim e di rappresentanti di Rifondazione Comunista) non sono state accolte. Il corteo si è fermato.
Dalle 10 in poi la circolazione della zona è andata completamente in tilt: chiuso il casello di Dalmine in entrata e in uscita e, al ritorno del corteo, anche il rondò tra la Villa d’Almè-Dalmine e l’ex statale 525 è stato chiuso, con lunghe code sulle strade. Il corteo si è quindi spostato, solo attorno alle 11,30, davanti al Comune di Dalmine.
Sui fatti di Dalmine la questura di Bergamo ha voluto precisare che "non ci sono state nè cariche, nè l'uso di manganelli (ma nelle foto si vede qualcosa di diverso, ndr) o di lacrimogeni per contenere la protesta che, ottenuto l'accesso attraverso il cordone, ha raggiunto il casello autostradale".
Altre le versioni dei sindacalisti, ad esempio di Luigi Bresciani, segretario generale Cgil Bergamo: "Trovo incomprensibili certi atteggiamenti tenuti oggi dalle forze dell'ordine, in particolare nei momenti in cui hanno tentato di vietare agli operai di avvicinarsi al casello autostradale. Ero presente, ho visto due operai colpiti. Questo clima non aiuta, soprattutto perchè le forse dell'ordine devono rendersi conto che saremo di fronte nei prossimi mesi a sicure tensioni sociali. Le proteste è probabile che aumenteranno e per questo invitiamo tutti alla calma, consci dei disagi che certe forme di lotta possono creare".
"Non si risponde con le manganellate ai lavoratori della Tenaris Dalmine che manifestano per il loro posto di lavoro. L'atteggiamento tenuto questa mattina dalle forze dell'ordine, in ossequio agli ordini del ministro degli Interni Maroni, è semplicemente scandaloso" è quando dichiarano Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, e Ezio Locatelli, segretario provinciale del Prc-Se di Bergamo.

10 dicembre 2009

Genova: Studenti denunciati per slogan satirici contro la polizia

Per la digos, che ha già depositato la denuncia in Procura, si tratta di «vilipendio allo Stato». Questo avrebbe commesso il gruppo di studenti che mercoledì scorso, durante un corteo davanti alla Prefettura, ha rivolto una serie di cori ai poliziotti impegnati nel servizio di ordine pubblico, tirando in ballo l’inchiesta sugli agenti cocainomani che da settimane riempie le pagine dei giornali: «Offri un pippotto/al poliziotto», «Noi precari/voi cocainomani» erano gli slogan più gettonati. Il tutto accompagnato dal disegno di lunghe “piste”, realizzate svuotando decine di sacchi di farina con tanto di grosso cilindro metallico per “pippare” il finto stupefacente. Agli occhi di molti la provocazione è parsa tanto gratuita quanto innocua. Perché se è indubbio che il problema della droga in polizia, descritto nelle carte di un’inchiesta che portò persino all’arresto di due agenti genovesi accusati di spaccio, alza il sipario su spaccati inquietanti, il fenomeno è circoscritto a poche decine di uomini. E nessuno dei nomi tirati in ballo dalle informative che recentemente sono giunte al palazzo di giustizia o al ministero degli Interni, era presente in piazza l’altro giorno. Ma per le forze dell’ordine, generalizzare in modo così “eccessivo”, è comunque meritevole d’una segnalazione alla magistratura.


fonte: il secolo XIX

Lotta per la casa, crolla il teorema accusatorio

Il 14 settembre riaprivano le scuole; decine di scolaretti ansiosi sonnecchiavano ancora nei loro lettini. Presto sarebbero scesi in strada vestiti con i grembiulini voluti dalla Gelmini. Nella ex scuola 8 marzo, periferia ovest di Roma, un edificio da due anni occupato da una quarantina di famiglie in prevalenza immigrate, di bambini ce ne sono molti ma quel giorno non sarebbero andati a scuola come previsto. Qualcuno voleva cacciarli di casa, non voleva che studiassero. Aveva scelto quella data con particolare sadismo. All'improvviso il sole ancora basso sull'orizzonte era oscurato dall'ombra cupa di un elicottero che volteggiava rasente sui tetti del popolare quartiere della Magliana. I bambini si svegliano terrorizzati. Chi riesce ad affacciarsi dalle finestre vede convergere su via dell'Impruneta decine di blindati. Almeno 200 carabinieri fanno irruzione all'interno dell'edificio. Ma gli abitanti non si lasciano intimidire e salgono sul tetto. I militi sfondano porte, scaricano tutto il loro consueto odio sugli interni degli appartamenti, saccheggiando, devastando, violando giacigli, cassetti, oggetti, giocattoli. A controllare che la razzia fosse ben fatta arrivava poco dopo il loro capo, il comandante provinciale dell'Arma, generale Vittorio Tomasone, che passa in rassegna una truppa soddisfatta, ma solo a metà, dell'impresa. Lo sgombero, infatti, non era riuscito. Il prefetto, subito interpellato, cadeva dalle nuvole. In giro nemmeno una volante della questura. La Digos faceva sapere che l'operazione in corso era di esclusiva competenza dei carabinieri. Loro non c'entravano nulla perché nessun piano di sgombero era stato attivato. Ma allora che cosa stava succedendo? Perché quell'imponente dispiegamento di carabinieri? E perché solo carabinieri?
Indagine laboratorio
Il metodo impiegato nell'inchiesta contro l'occupazione dell'ex scuola 8 marzo mostra il tratto tipico dei grandi teoremi accusatori. Dietro al tentativo di sgombero si nasconde, in realtà, la più classica delle montature poliziesche: fare del movimento di lotta per la casa un'impresa criminale. Non più un'azione sociale frutto dell'emergenza abitativa iscritta nel dna delle periferie urbane e nemmeno una fattispecie di "delitto politico", ma un'associazione a delinquere finalizzata all'estorsione. Teorema architettato dalla nuova cupola che governa la città. Non a caso il sindaco Gianni Alemanno, con una tempistica più che sospetta, denunciava subito dopo l'irruzione dei carabinieri l'esistenza a Roma di «un racket delle occupazioni», del quale sarebbero vittime «persone costrette a pagare un affitto e a partecipare a manifestazioni» e altre addirittura «aggredite e malmenate perché non pagavano questi veri e propri pizzi». La presenza di un regolamento interno all'occupazione, affisso addirittura in bacheca, nel quale si prevede l'obbligo di partecipazione alle assemblee, o d'informarsi in caso d'impossibilità, oltre che l'impegno a garantire la propria presenza alle mobilitazioni in favore della lotta per la casa, è stato trasformato dagli accusatori nell'esercizio di una forma di pressione e violenza sugli occupanti e non in un libero patto di reciproco sostegno. Allo stesso modo, il versamento di un canone mensile di 15 euro per nucleo familiare (che i carabinieri nei loro rapporti mezogneri hanno fatto lievitare fno a 150 euro a testa, compresi i minori...), necessario a sostenere le spese collettive, la riqualificazione dell'immobile (trovato in condizioni disastrate dopo anni d'abbandono), l'arredo e l'apertura al quartiere di una sala teatrale, di una palestra popolare, la creazione di un asilo nido, il recupero e l'apertura del giardino antistante l'edificio, unico spazio verde a disposizione della popolazione, sono stati assimilati al pagamento di un pizzo. D'altronde se la sola presenza di una cassa comune dovesse comprovare il reato di estorsione, sarebbero a rischio tutti i condomini d'Italia e qualsiasi consiglio d'amministrazione.
Stigmatizzazione sociale
Fallito il tentativo di sgombero, è scattato l'arresto per cinque occupanti (un sesto era all'estero per motivi di lavoro), identificati come le persone che svolgevano un ruolo di responsabilità all'interno dell'occupazione. Due di loro sono anche militanti del centro sociale "Macchia rossa". L'accanimento con sovrappiù di linciaggio mediatico è stato particolarmente duro. Circostanza rivelatrice: il tentativo di sgombero era stato anticipato da una campagna diffamatoria lanciata dal Messaggero e dal Tempo , quotidiani della capitale controllati da Gaetano Caltagirone e Francesco Bonifaci, entrambi potenti imprenditori nel campo delle costruzioni. Proprio il giorno degli arresti, il comitato d'occupazione aveva indetto una conferenza stampa per rispondere alle accuse. Particolarmente odioso e denigratorio è stato il ritratto tratteggiato nei confronti di Francesca Cerreto, che in soli 17 giorni ha girato ben tre carceri (Rebibbia, Civitavecchia e Perugia). Dipinta dai cronisti dei due quotidiani come un'icona della doppiezza che avrebbe celato dietro la dolcezza apparente dei modi femminili una spietata determinazione criminale. Una stigmatizzazione personale ripresa anche dalla Gip, che l'ha ritenuta «non idonea a lavorare con le fasce più deboli». Tuttavia, alla fine della scorsa settimana, dopo ripetuti ricorsi il tribunale del riesame ha sbriciolato una parte rilevante del teorema accusatorio, revocando anche gli arresti domiciliari in cambio del semplice obbligo di firma per chi era ancora sottoposto a misure cautelari. Crollata l'accusa di associazione per delinquere, agli inquirenti resta ancora l'onere di provare la violenza privata e l'estorsione, partita dalla denuncia iniziale di un ex occupante, mosso da risentimento perché allontanato per i suoi ripetuti comportamenti aggressivi e violenti, in particolare contro le donne.
Il nuovo sacco di Roma
Il movimento di lotta per la casa appartiene alla costituzione materiale di una città come Roma. Non ha mai cessato di riprodursi attraversando epoche molto diverse tra loro, dagli anni 70 ad oggi. Cancellare l'anomalia delle occupazioni socio-abitative e delle esperienze più creative dei centri sociali, spazzare via gli ultimi fortini che fanno resistenza, spine nel fianco della speculazione immobiliare e della rendita è stato, fin dal suo insediamento, uno degli obiettivi designati dalla giunta Alemanno. Attuato con successo contro le 300 famiglie che occupavano, dal 2007, l'ex ospedale Regina Elena e poi contro il centro sociale Horus, il nuovo sacco della città passa da qui. Si spiega così il tentativo di criminalizzare una delle più riuscite esperienze di lotta per la casa invisa agli appetiti storici dei palazzinari romani, che sull'immobile occupato di via dell'Impruneta hanno gettato l'occhio da tempo, ed ai loro lacché, alcuni esponenti politici della destra locale saliti in orbita dopo l'elezione a sindaco di Alemanno. Tra questi, il presidente della commissione sicurezza del comune, Fabrizio Sartori, ex An, nemico dichiarato degli occupanti. Gaetano Caltagirone è da poco entrato a far parte dell'ex Sviluppo Italia, ente che ha raccolto l'eredità della Cassa per il mezzogiorno. Società che vanta un interesse speculativo di lunga data sull'ex scuola, inizialmente concessa dal comune per l'avvio di un incubatore d'impresa mai decollato. Sulla tavola imbandita della giunta comunale arrivano piani per nuove speculazioni urbanistiche. L'area riveste un rinnovato interesse poiché dovrebbe sorgervi un enorme parcheggio funzionale ad un progetto di funivia che dovrebbe collegare le due sponde del Tevere. Da qui la campagna diffamatoria a mezzo stampa contro gli occupanti, la montatura orchestrata dai carabinieri che vantano un filo diretto in giunta, gli arresti concessi da alcuni magistrati particolarmente servili. A Roma l'8 marzo è una trincea.


fonte: liberazione

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