30 novembre 2009

Franco Serantini come Stefano Cucchi

Sarebbe oggi vicino ai sessant'anni. Era nato a Cagliari il 16 luglio 1951, morì a Pisa il 7 maggio del 1972, dopo lunga agonia, ammazzato dai colpi di manganello, dai pugni, dai calci di alcuni agenti della Celere di Roma, dall'indifferenza di medici, carcerieri, magistrati... «Il posto dove fu colpito a morte è sul Lungarno Gambacorti di Pisa, tra via Toselli e la via Mazzini...». Così comincia il libro di Corrado Stajano, «Il sovversivo», dove si racconta «vita e morte dell'anarchico Serantini». Riletto quasi trentacinque anni dopo la pubblicazione e trentasette dopo quei fatti di Pisa dà la sensazione tremenda di una cronaca d'oggi o solo di pochi mesi fa: sembra d'essere a Genova nei giorni del G8, Franco Serantini pare Federico Aldrovandi o assomiglia, ancora più vicino a noi, a Stefano Cucchi.

«Una morte questa di Stefano - dice ora Corrado Stajano - che sarebbe passata nel silenzio, se non ci fosse stata una sorella combattiva, se non ci fosse stata quella famiglia che ha avuto il coraggio di opporsi. Contro la verità, mi pare d'assistere a storie, che ho già vissuto, di deviazioni e di bugie». La morte di Serantini non passò sotto silenzio. Ai suoi funerali (e sono tra le pagine più belle e commoventi del libro), il 9 maggio, un fiume di gente. I detenuti del carcere Don Bosco, dove Serantini aveva trascorso le ultime ore, inviarono un mazzo di margherite. Franco Serantini era nato senza famiglia, abbandonato in un brefotrofio. Fu dato in affidamento a una famiglia siciliana, visse in istituto a Cagliari. Quando arrivò ai diciassette anni, un'esistenza di solitudine, decisero che si rendeva utile il ricovero in riformatorio. Serantini era soltanto chiuso di carattere, soffriva l'autorità (o l'autoritarismo), ma non aveva mai commesso un reato: tuttavia fu così destinato... Serantini giunse a Firenze (all'Istituto di osservazione per i minori scoprirono che il suo quoziente di intelligenza era 1,02, quando la media è di 0,70), venne dirottato al centro di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa, in semilibertà: di giorno poteva uscire. Il riformatorio è la via della maledizione: Serantini si salvò.

Era il Sessantotto quando Serantini arrivò a Pisa. Si lasciò prendere dalla politica, cominciò a partecipare alle assemblee degli studenti, trovò persino un lavoro. Prese la licenza media e cominciò a frequentare un istituto professionale. Divenne anarchico. A Pisa giravano squadracce fasciste: le aggressioni si ripetevano, ma la polizia caricava gli antifascisti, quando protestavano. La politica nelle strade era anche questa. A Roma, al governo si era esaurita l'esperienza del centrosinistra, le elezioni furono indette per il maggio dell'anno successivo, il 1972. Il 5 maggio Giuseppe Niccolai, deputato missino, avrebbe parlato in Largo Ciro Menotti, nonostante le tensioni alle stelle di quei giorni. Per quella giornata arrivarono a Pisa rinforzi di polizia, anche ottocento agenti del I Raggruppamento celere da Roma. Più cinquecento carabinieri, più cento carabinieri paracadutisti, più i reparti della ps di stanza in città. Che fu una città sotto assedio, che mi ricorda Genova. «Mi immagino - racconta Corrado Stajano - Serantini solo in mezzo alla strada. Questo dicono tutte le testimonianze. Solo e inerme in Lungarno Gambarcorti. Sarebbe potuto fuggire come gli altri quando la polizia aveva sfondato la barricata.

Ma non si mosse, invece. Invece lo assalì un nugolo di agenti, che lo massacrarono di botte, con ferocia, con crudeltà. Un ragazzo che non aveva alzato neppure una mano...». A Pisa qualcuno tentò di intervenire. Il commissario Pironomonte cercò con l'arresto di sottrarre Serantini alla furia degli agenti e pochi giorni dopo si dimise. Fu un'eccezione. Ma gli altri. Gli altri... Non solo i poliziotti che picchiarono. Anche il medico che visitò Serantini all'ingresso in carcere e che non ordinò il ricovero di un ragazzo che non si reggeva in piedi con la testa sfondata, il magistrato che continuò a interrogarlo in quelle condizioni, i secondini che non intervennero malgrado i richiami del compagno di cella di Serantini. Sta di fatto che tutto si ingarbugliò tra reticenze, bugie, conflitti giudiziari, quando avocazioni e trasferimenti di magistrati intervennero pesantemente sull'inchiesta. «In questo senso credo che Serantini sia stato ucciso due volte: una dalla polizia, la seconda dalle istituzioni che non gli hanno reso giustizia. Con un bravo giudice istruttore, Paolo Funaioli, in conflitto con il procuratore generale di Firenze, Calamari, che io definisco un personaggio da vetrata medioevale. Sarebbe bastato leggere le perizie medico legali...». L'ex democristiano Giovanardi ha detto che Stefano Cucchi è morto perché era drogato e anoressico. «I periti scrissero che Franco era portatore di una voluminosa milza, da bambino aveva avuto la malaria, aveva le ossa della testa più sottili del normale e quindi aveva una minore resistenza ai colpi».


Oreste Pivetta
Fonte: L'Unità, 29 novembre 2009

Ponticelli. Colpevole di essere rom

Il Tribunale dei minorenni di Napoli ha respinto le richieste della difesa [modifica della misura cautelare e del collocamento in comunità] per la ragazza rom accusata del rapimento di una neonata. Agghiacciante la motivazione: «L’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom».
Ricordate la storia della ragazza rom di Ponticelli [Napoli] accusata di aver tentato di rapire una neonata? Il Tribunale per i Minorenni di Napoli, in sede di appello, ha rigettato le richieste della difesa e nei giorni scorsi ha reso nota la motivazione. Nel provvedimento, tra le altre cose, si legge: «Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva». La decisione afferma l’esistenza di un nesso di causalità tra l’appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati. «Questo assunto, sfacciatamente razzista, si traduce nella decisione di non concedere nemmeno misure alternative alla carcerazione», commenta l’avvocato della ragazza rom, Cristian Velle. Secondo il Tribunale «sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano, infatti, misure inadeguate anche in considerazione alla citata adesione agli schemi di vita rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole».
Il provvedimento di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare afferma a chiare lettere che il collocamento in comunità non è ammissibile in quanto la ragazza aderisce agli schemi di vita del popolo cui appartiene. Aggiunge Cristian Valle: «In modo sconcertante, si afferma l’opzione del carcere su base etnica, e, attraverso la definizione di ‘comune esperienza’, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica. In un paese che sanziona la clandestinità come reato, l’intera vicenda della ragazza rom è rappresentativa dell’accanimento giudiziario contro gli stranieri che gravemente annichilisce i diritti umani».
A.V., questo il nome della quindicenne rom accusata di aver rapito la neonata a Ponticelli nel maggio 2008, è stata accusata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che finora però ha fornito una versione dei fatti poco verosimile. Secondo il racconto della madre A. V. sarebbe riuscita a introdursi nella sua abitazione dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe riuscita a «rapire» la neonata e a uscire dall’appartamento, il tutto in pochi secondi, senza produrre il minimo rumore e senza provocare il pianto della bimba.
Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni ha condannato la minore rom a 3 anni e 8 mesi, fondando la decisione di colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse accaduto.
La difesa della ragazza rom ha sempre denunciato la violazione dei diritti fondamentali come, ad esempio, la mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputata, questione più volte sollevata ma sempre respinta, nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa, insomma, è stata sistematicamente respinta, perfino la richiesta della messa alla prova e l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere ingenti patrimoni nel suo paese d’origine. Non le è stato concesso alcun beneficio di legge benché la minore risulti incensurata e in stato di abbandono. I familiari di A.V., infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato in pieno quella di primo grado e si attende ora la decisione della Corte di Cassazione. Con il processo ancora in corso, la piccola rom si trova in custodia cautelare nel carcere di Nisida da un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate istanze di scarcerazione.


Gianluca Carmosino

Testimonianze: repressione ferroviaria a Brescia

Il 28 novembre è il giorno della manifestazione a Coccaglio (BS) contro il famigerato "White Christmas", la caccia al clandestino ordita dalla giunta leghista.
Secondo il programma, la manifestazione comincia alle 14.30 dalla stazione di Coccaglio.
Alle 14 c'è il treno che parte da Brescia (arrivo previsto a Coccaglio: 14.16).
Giù dal treno c'è qualche poliziotto ferroviario e un controllore che timbra i biglietti prima di far salire le persone. Che c'è tensione lo si capisce fin dall'arrivo ai binari.
Poco prima delle 14 arriva un folto gruppo di manifestanti per salire sul treno: i poliziotti, i controllori e altri ferrovieri chiudono le porte del treno e gli impediscono di salire.
I ragazzi giustamente protestano con vigore (uno addirittura salta dentro dal finestrino!), si prendono qualche botta (una signora mi ha raccontato di aver preso un colpo in faccia) ma alla fine riescono ad ottenere di salire sul treno.
Il problema, secondo i ferrovieri, era che i ragazzi non avevano i biglietti: in realtà, dato che avevano acquistato un biglietto comulativo, erano solo pochissimi di loro a non aver pagato!!
Inutile prendersi in giro o girarci attorno: si voleva che la manifestazione di Coccaglio fosse il meno "partecipata" possibile....così si cercava di bloccare una bella fetta di partecipanti a Brescia!
Una volta saliti tutti sul treno, però, i problemi non sono finiti. Il treno non parte, e non si capisce perchè. Poi i controllori cominciano a girare richiedendo un'altra volta i biglietti. Quando viene da me, faccio notare al controllore che è passata un'ora da quando mi ha timbrato il biglietto e che si poteva evitare un comportamento del genere con della gente che sta andando a manifestare per una giusta causa, e ricevo in risposta solo un "eeeeh" spazientito.
La gente scende dal treno e discute con i ferrovieri, arriva anche la polizia (quella normale, non ferroviaria) che prende in parte il responsabile del nostro ritardo (da quello che dicevano dovrebbe essere un dirigente o qualcosa del genere) il quale viene presto circondato dai manifestanti e ricoperto di urla ("vergogna! vergogna!").
I ferrovieri si giustificano dicendo che i manifestanti non hanno pagato i biglietti, allora i ragazzi pagano i biglietti mancanti, anzi a conti fatti pagano anche più del dovuto.
Sento un poliziotto parlare con la centrale e dire "sono quelli di Trenitalia che rompono i c******i". Persino i poliziotti avevano capito che non c'era motivo di non far partire quello stramaledetto treno!
Finalmente ci dicono di risalire, che il treno parte.
Ma questo non succede.
Il binomio di azioni sali-scendi dal treno si ripete un paio di volte, ogni volta sono discussioni tra i poliziotti, i rappresentanti dei manifestanti e i ferrovieri. E la tensione sale.
Io e altri filmiamo un po' quello che succede, non si sa mai che si mettano a bastonare i manifestanti.
Alla fine, verso le 15.30, il treno parte, con un'ora e mezza di ritardo, a un'ora dall'inizio della manifestazione.
Io però sono sceso, ormai era venuto troppo tardi per me. Vado a chiedere di rimborsarmi il biglietto, dato che hanno fatto partire il treno così tanto in ritardo e mi danno un modulone da compilare e da riportare in biglietteria, perchè il biglietto timbrato dal controllore non è rimborsabile direttamente. Esco dalla stazione mandando al diavolo loro, la loro burocrazia, ma soprattutto il loro asservimento al potere, tanto da fare qualunque cosa pur di non mandare dei ragazzi a manifestare contro il razzismo.
Ho giurato che non sarebbe finita lì, che non avrei lasciato che il loro comportamento passasse sotto silenzio. Per questo non dimenticherò tanto facilemente quel controllore basso, coi baffoni, a cui ben due volte ho dovuto mostrare il biglietto e per colpa del quale non me l'hanno rimborsato, nè quel dirigente che faceva di tutto per non farci andare alla manifestazione, nè quel piccolo ometto delle ferrovie dall'aspetto viscido che non faceva altro che parlare nel suo walkie-talkie. Chissà, magari riceveva gli ordini su come comportarsi con noi.


Lettera firmata

66 suicidi, 160 morti di carcere nel 2009: quanti di loro erano innocenti?

Il suicidio di Massimiliano Menardo, 36 anni, avvenuto l’altro venerdi scorso nel carcere di Sondrio porta a 66 il numero dei detenuti suicidi dall’inizio dell’anno, avvicinando sempre più al “record” storico di 69 casi registrati nel 2001, mentre il totale dei morti “di carcere” sale a 160.
La combinazione data dal sovrannumero di carcerati e dalla scarsità di personale penitenziario sta determinando una situazione insostenibile, dove oramai le morti di detenuti hanno cadenza quasi quotidiana.
Mai come in questo momento appare necessaria e inderogabile una riflessione sulle cause che determinano il maggiore sovraffollamento delle carceri italiane nella storia della Repubblica, non certamente dovuto ad un aumento della criminalità (il Viminale riferisce un calo generalizzato dei reati), quanto piuttosto all’utilizzo della custodia cautelare come vera e propria “anticipazione della pena” (dovrebbe essere una misura eccezionale, invece i detenuti in attesa di processo sono oltre 31.000 - dati al 30 settembre), ma anche ad una minore concessione di misure alternative alla detenzione (fino al 2006 il numero di detenuti e quello degli ammessi a misure alternative era pressoché uguale, oggi abbiamo oltre 65.000 detenuti e 13.000 persone in misura alternativa - vedi allegati).
In altre parole, le carceri sono strapiene anche perché vi si trovano troppi imputati - il 40% dei quali è destinato ad essere assolto - (dal 2002 al 2007 lo Stato ha speso 212mln di euro come riparazione per le ingiuste detenzioni - vedi allegato) e troppi condannati con condanne minime (quasi 10mila hanno meno di 1 anno di pena residua) che potrebbero scontare in misura alternativa.
Premettendo che ogni decesso dietro le sbarre rappresenta di per sé un fatto inaccettabile per la civiltà del paese e per le nostre coscienze, viene da chiedersi quanti dei detenuti che muoiono ogni anno avrebbero potuto essere fuori dal carcere e, probabilmente, essere ancora vivi.
Le morti sono più frequenti tra i carcerati in attesa di giudizio, rispetto ai condannati, in rapporto di circa 60/40: mediamente, ogni anno in carcere muoiono 90 persone ancora da giudicare con sentenza definitiva e le statistiche degli ultimi 20 anni ci dicono che 4 su 10 sarebbero stati destinati ad una assoluzione, se fossero sopravvissuti. In definitiva, ogni anno 30 - 35 dei morti in carcere erano probabilmente innocenti.
A questi vanno naturalmente aggiunti i condannati che avrebbero potuto essere in misura alternativa, ma qui il calcolo diventa piuttosto difficile. Non potendo dare un quadro esaustivo abbiamo raccolto alcune vicende significative riguardanti suicidi di detenuti che sono morti proclamandosi innocenti, facendo con il proprio corpo, con la propria vita, un estremo tentativo di discolpa.
Ma anche vicende di detenuti che in carcere non dovevano essere: malati terminali, paraplegici, accusati del furto di una bicicletta, di resistenza a pubblico ufficiale, immigrati “catturati” in Questura dove erano andati a chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno, tossicodipendenti in preda alla disperazione.
Sono 36 storie, vale la pena di leggerle per avere uno “spaccato” del carcere oggi in Italia.



Osservatorio Permanente sulle morti in carcere

Casoria: intimidazione razzista al museo

Un bambolotto di colore, alto circa un metro, senza abiti, infilzato come un crocifisso sulle sbarre del cancello del Cam, il Contemporary Art Museum di Casoria. E' questo lo spettacolo inquietante che si sono trovati di fronte stasera il direttore del museo Antonio Manfredi e i suoi collaboratori, arrivati per gli ultimi ritocchi all'allestimento della grande mostra "AfriCam" dedicata all'arte contemporanea africana, che apre il 5 dicembre. Con loro c'erano anche due artisti arrivati per l'occasione per esporre i loro lavori, il ganese Narku Thompson Nii e l'egiziano Mohamed Alaa, che sono rimati impressionati.
"E' stato un chiaro gesto intimidatorio ma certo noi non ci scoraggiamo e andiamo avanti - dice Manfredi, che è andato subito dai carabinieri - Non a caso oggi è uscito l'annuncio della mostra sul giornale locale di Casoria. E' stato un gesto di razzismo vero e proprio. E' stato comunque uno shock, perché è vero che noi siamo abituati come museo a Casoria a stare sempre in lotta per sopravvivere, ma nell'arte non ci aspetteremmo mai azioni di questo tipo che testimoniano una volontà razzista. Nell'arte non pensiamo mai alle ghettizzazioni, noi vogliamo stare al di sopra di queste diversità. L'obiettivo della mostra infatti è di mostrare che anche in situazioni di difficoltà la cultura vince, permane e dà la forza per andare avanti. Tutte le opere in mostra vogliono raccontare che l'Africa non è solo fatta di immigrati disperati, ma ci sono anche artisti e intellettuali. Che magari fanno sculture con la carta riciclata dalla spazzatura, o che lavorano in atelier-baracche. Ma portano colori straordinari in posti fatti di nulla e cenere. L'arte dell'Africa aiuta l'immagine dell'Africa".
Dalla periferia del mondo alla periferia di Napoli. A dar fastidio, forse, la mobilitazione di associazioni e comunità di immigrati e rifugiati africani che il Cam ha attivato. Dall'associazione dei Rifugiati di Napoli, a Ltm Laici Terzo Mondo O.N.G. di cooperazione internazionale, l'Ufficio Diocesano Migrantes, la Comunità di S. Egidio, Medici senza Frontiere, l'Uffico Immigrati della Cgil, il Centro Sociale Autogestito "EX-Canapificio", l'associazione Terra Buona Onlus (con la quale gli artisti Narku Thompson Nii e Mohamed Alaa parteciperanno domani mattina a un laboratorio di pittura creativa e una tavola rotonda con gli studenti delle scuole del territorio dell'area a Nord di Napoli).
"Tutte queste associazioni - sottolinea Manfredi - hanno portato il nostro messaggio agli africani con cui hanno contatto. Noi vogliamo che nella nostra mostra gli africani immigrati vedano l'arte del loro paese, che sentano l'appartenenza ad uno stesso continente attraverso le opere in mostra. Vorremmo che il Cam diventasse con la mostra un punto di contatto per una consapevolezza della loro identità. E per l'inaugurazione saranno presenti tutte le associazioni e tutti gli immigrati africani, dagli ambulanti ai responsabili degli uffici di rifugiati, dalle persone ai limite della società a quelle più inserite. Tutti devono venire e capire che appartengono ad una stessa identità e attraverso la cultura questo è possibile".
Una mostra "impegnata", quella del Cam, costruita da Manfredi con un anno di viaggi in Africa tra Kenya, Ghana, Nigeria, Egitto, Burkina Faso, a tessere una rete di contatti con gli artisti più interessanti direttamente sul posto, anche i più remoti, dove non esistono intermediazioni di gallerie o collezionisti, per scoprire l'espressione più libera dell'arte africana svincolata da interventi economici di privati e da influenze occidentali che spesso condizionano l'originalità delle produzioni artistiche. Le difficoltà sono state enormi. In Kenya Manfredi è stato anche arrestato perché aveva fotografato un commissariato. "La paura degli attentati è fortissima lì - racconta - alle nove di sera scatta il coprifuoco, non si può più girare".

Notizie utili - "AfriCam", dal 5 dicembre al 28 febbraio, CAM_Casoria Contemporary Art Museum, Via Duca D'Aosta 63/A Caloria (Napoli), Tel/Fax: +39 0817576167, martedì- mercoledì- giovedì- domenica 10.00/13.00; sabato 17.00/20.00.

Informazioni:

Stefano Cucchi disse: tutta la notte m'hanno pestato i carabinieri»

«Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri. Tutta la notte ho preso botte». «Perché?». «Per un pezzo di fumo». «Ti hanno fatto questo?», «Sì». La lettera da cui è tratto questo dialogo, consegnata al senatore dell'Idv, Pedica, attivissimo sul caso Cucchi, è uno spaccato commovente di solidarietà tra ultimi. E forse è una prova dirimente sulla mancanza di pietà e sulla negazione dei diritti toccate a un ragazzo di 31 anni arrestato dai carabinieri, forse interrogato "a morte" (come titolò questo giornale), giudicato inadatto ai domiciliari da una giustizia che non s'accorse del suo viso gonfio di botte, seppellito nel buco nero della medicina penitenziaria, dietro a un muro di gomma presidiato dalla polizia carceraria che ha impedito contatti tra lui e la famiglia, tra lui e l'avvocato di fiducia. Stefano è morto paralizzato dentro un letto di ospedale con la schiena spaccata dalle botte, aveva indosso gli stessi vestiti di quando era stato arrestato, sei giorni prima. Di seguito la lettera appena depurata dai principali errori di lingua.
«Sono ... detenuto nel centro clinico di Regina Coeli, medicina 2 stanza 6. Nella tarda notte, non ricordo il giorno esatto, nella stanza 6, arriva un ragazzo sulla barella. Vedevo che faticava a camminare. Mi sono alzato e mi sono immediatamente a sua disposizione... Prima l'ho fatto sedere sulla sedia, nel frattempo preparavo il suo letto, prendevo dalle sue mani le lenzuola, mi ha chiesto una coperta, sentiva molto freddo. Ho preso la mia coperta dal mio letto. Poi ho incominciato a fare il suo letto (...) Mi chiedeva se ci fossero biscotti. Ho preso un piatto di carta... ne ha mangiati due o tre. Poi mi ha chiesto una sigaretta. L'ho presa a un mio amico e ha fumato. Poi gli domando "Chi t'ha picchiato?" (...) Lo vedevo rosso viola sul suo viso... Mentre fumava vedevo che non stava bene, e finita la sigaretta mi guarda, dice buona notte e si addormenta. Durante la notte nella nostra cella si sentivano urli forte. Mi sono rialzato, nel frattempo si alzava un altro mio amico. Ci siamo avvicinati, lui disse io sto male ma non chiamate nessuno. Vedevo che era molto impaurito e aveva un tono di voce affaticato. E riprende a dormire. (...) La mattina si è alzato, io mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto "ti serve qualcosa?". Lui poverino mi risponde con stanchezza... L'ho portato vicino al tavolo, si è seduto e ha fatto colazione con caffé e latte con biscotti. Dopo aver finito mi chiedeva una sigaretta e un caffé. Io rispondo "certo amico". Lui si presenta con il nome di Stefano. Io rispondo molto piacere. Ritornando al suo letto, mettendosi sotto le coperte, io gli ridomando; "Chi ti ha picchiato?" Lui mi risponde per due volte: "I carabinieri". Io vedevo che stava di nuovo male, abbiamo chiamato il dottore della sezione... Il dottore è arrivato dicendo portatelo nella infermeria. Io ho risposto non può camminare. Il dottore è entrato nella nostra cella, l'ha visto, lo ha toccato, è uscito subito e ha chiamato il suo superiore medico che lo tocca ai fianchi e Stefano fece un urlo, "Hai". Il dottore dice che deve andare immediatamente all'ospedale. Stefano ha sentito la parola ospedale. Era molto impaurito ma il dottore insiste che dave andare urgente. Il medico esce dalla cella... Nel frattempo Stefano mi chiama: "Non voglio andare in ospedale!". Gli dicevo per favore devi andare come dice il dottore ma lui mi rispondeva "No! No! No!".... Nel frattempo Stefano mi richiama mi disse "dammi il numero di telefono dei tuoi familiari se hai bisogno di qualche cosa". Io rispondo "pensa prima a curarti, non preoccuparti di me". Poi prima di andare via gli ho dato una busta di biscotti e due mele. Quando l'hanno portato via, io e il mio amico ci siamo parlati in arabo dicendo che non si può fare questo così su una persona umana, dio non vuole così (...) Pace amico mio».
Ieri pomeriggio, in quattro sezioni di Regina Coeli i detenuti hanno battuto le sbarre per Stefano e perché non passi sotto silenzio la morte di Simone La Penna, deceduto la mattina prima in medicheria.
Checchino Antonini

Allarme Terrorismo: Quel vizio del "il Giornale" di imbastire false notizie

Scoperto l'autore del volantino firmato Brigate rosse, giunto alla redazione genovese del Giornale , negli stessi giorni in cui un enorme clamore mediatico aveva accompagnato la notizia dell'arrivo nelle sedi di altri giornali e tv (Bologna, Milano e altri centri del nord), di un volantino di 4 pagine siglato Nat, Nuclei di azione territoriale. Si tratta di Francesco Guzzardi, un nome che da solo dice poco. Molto più interessante è invece la sua professione. Non è un operaio, non è un precario, non è uno studente. Non frequenta i centri sociali, al contrario lavora proprio nella redazione del quotidiano fatto oggetto di minacce. Si tratta, infatti, di un giornalista del Giornale . Denunciato dalla digos per procurato allarme, Guzzardi ha spiegato agli agenti di aver scritto quel testo minatorio per far uscire allo scoperto una storia di minacce gravi rivolte nei suoi confronti, da parte di non meglio precisati «malavitosi e nomadi della periferia genovese», a causa di una serie di inchieste giornalistiche sulla Valbisagno. Il testo, un grossolano falso scritto a mano e con una stella a cinque punte, un logo talmente inflazionato che ormai non si nega più a nessuno, era stato messo da Guzzardi davanti alla porta della redazione. All'interno il giornalista proferiva contro se stesso frasi del tipo: «Non abbiamo ancora deciso se spaccare il culo al vostro servo Guzzardi». Senza percepire il benché minimo senso del ridicolo, il capo della redazione genovese del Giornale , Lussana, nel dichiarare il proprio stupore per quanto emerso dall'indagine, ha tuttavia voluto ringraziare, «lettori ed istituzioni per la solidarietà e la vicinanza espresse in questi giorni al Giornale». La vicenda suscita ovvia ilarità. Ma il semplice sghignazzo non basta. Oltre ad osservare che il narcisismo vittimistico è ormai una delle posture più ambite nello spazio pubblico, al punto da rasentare vertigini autopersecutorie, forse vale la pena trarre qualche considerazione in più. Dopo l'arrivo del volantino dei Nat, vi è stata una rincorsa generale ad accreditare l'allarme terrorismo. Una fretta fin troppo sospetta, quasi una voglia malcelata. Intervistato, il magistrato Ferdinando Pomarici parlava di «imitatori delle Br». Gli faceva eco l'ex pm Libero Mancuso, «Non è un delirio, ma un'analisi lucida». Quando il fenomeno armato esisteva e aveva radici, il suo linguaggio veniva definito «delirante», ora che è fantasmatico diventa «lucido».
Il Giornale si è subito lanciato in una campagna parlando di «Milano incubatrice del nuovo terrorismo». Tensioni, sgomberi e arresti e «Nei cortei rischio infiltrazioni Br». Il quotidiano di Feltri si riferiva all'arresto di alcuni militanti di un centro sociale, tra cui il figlio di Mario Ferrandi, detto «coniglio», un importante collaboratore di giustizia passato per Prima linea e altri gruppi armati milanesi degli anni 70. Di «clima avvelenato» e «soffio degli anni violenti», ha scritto anche «l'agente Betulla», al secolo Renato Farina, vice direttore del Giornale, quando si scoprì la sua collaborazione con il Sismi, ed oggi firma di Libero . La sua proposta? «Lavoro repressivo, condito con analisi sulle fucine di questi pensieri». Farina si riferiva a Guzzardi?


Paolo Persichetti

Omicidio Aldrovandi: il pm chiede un processo per chi depistò le indagini

I brogliacci truccati, i reperti imboscati, le telefonate troncate, le stranezze della scientifica di quel 25 settembre 2005, appesantiscono le responsabilità di chi non ha chiamato subito il 118 e ha omesso il soccorso a un ragazzo che soffriva. Si chiamava Federico Aldrovandi. Ci sarà un processo, e inizierà il 22 gennaio a Ferrara, per chi depistò le indagini e cercò di coprire i quattro agenti condannati per l'omicidio colposo del diciottenne in Via Ippodromo.
Omissione di atti d'ufficio, falsa testimonianza, favoreggiamento personale saranno i capi d'accusa del processo-bis, chiusa cinque mesi dopo la sentenza di primo grado per l'omicidio colposo di Aldrovandi (3 anni e 6 mesi a ciascuno dei quattro componenti degli equipaggi delle due volanti). Udienza preliminare il 22 gennaio prossimo.
Quello che, all'epoca dei fatti, era il capo delle volanti dovrà rispondere di aver omesso di informare dettagliatamente la pm di turno tacendole la violenta colluttazione tra Federico e gli agenti, «limitandosi a informarla che il decesso sarebbe stato riconducibile a overdose e che il caso non presentava particolari difficoltà». E inducendola a non recarsi sul posto, secondo il pm Nicola Proto, lo stesso che ereditò da questa la prima inchiesta. Per questo la magistrata non andò sul luogo del delitto, in Via Ippodromo. Il centralinista di quella maledetta domenica, capo turno al 113, avrebbe detto il falso, «negando di aver interrotto la comunicazione telefonica con il capoturno delle volanti che si trovava in via Ippodromo alle 6.32» ma una registrazione lo inchioda. E compromette il collega dall'altra parte del filo che non rivelerà cosa si siano detti a microfono spento. Entrambi sono accusati anche di aver aiutato i quattro delle volanti, proprio con quella telefonata troncata, «ad eludere le possibili investigazioni nei loro confronti». Sotto accusa anche l'ufficiale di polizia giudiziaria che non trasmise la copia del registro delle chiamate tra polizia e carabinieri.
Da Ferrara a Roma, dall'omicidio di Federico Aldrovandi a quello di Stefano Cucchi. Fissato per il 9 dicembre prossimo l'incidente probatorio per dar forza di prova alle dichiarazioni di un albanese che la mattina del 16 ottobre scorso era in cella con Stefano Cucchi e che lo avrebbe udito mentre diceva di essere stato picchiato. L'incidente probatorio si svolgerà davanti al giudice dell'indagine preliminare Luigi Fiasconaro. Intanto il pubblico ministero Vincenzo Barba ha interrogato ieri l'agente della polizia penitenziaria che aveva ritrovato la memoria a un mese dalla morte di Cucchi e davanti alle telecamere di Matrix. Qui, ripreso di nuca come un pentito di mafia aveva riferito una conversazione tra Cucchi e altri detenuti in attesa di comparire davanti al giudice la mattina del 16 ottobre scorso. L'agente, di fronte al pm, avrebbe riperso la memoria. Ha smentito di aver udito Cucchi dire «la scorsa notte ho avuto un incontro di pugilato». Il testimone ha invece confermato quanto già dichiarato il 10 novembre scorso durante un interrogatorio e cioè che durante il tragitto del cellulare per trasportare Cucchi dal Palazzo di Giustizia al carcere di Regina Coeli chiese al geometra che cosa gli fosse successo e questi gli rispose, «sono caduto dalle scale». E un altro detenuto che commentò: «Ha fatto la parte del sacco in un incontro di pugilato».
Ilaria, sorella del detenuto ucciso dalle botte e dall'incuria, secondo le ipotesi di indagine, non ce la fa più con le «insinuazioni sullo stato di Stefano rispetto alla tossicodipendenza o ai rapporti con la sua famiglia, che invece erano ottimi. Vorrei ricordare che non è stato un suicidio e che di certo non l'abbiamo ucciso noi. Il suo corpo parla da solo». «C'è stata una colpevolizzazione della vittima - ha detto anche Luigi Manconi - come se il suo passato con la droga fosse un'attenuante per le violenze o le manchevolezze». Anche Aldrovandi e la sua famiglia hanno subito lo stesso linciaggio strisciante.

Checchino Antonini

26 novembre 2009

A Rovato è caccia al migrante. Botte e spedizioni punitive

Dopo giorni di benzina sul fuoco, in Franciacorta la situazione dei migranti vira pericolosamente verso l'allarme rosso. Martedì sera alcune decine di persone, incappucciate e col volto coperto da sciarpe, hanno infatti deciso di dare corpo al terribile fantasma che da giorni aleggia sull'ovest bresciano: la caccia al migrante.
Sfruttando la marcia silenziosa, apolitica e composta organizzata a Rovato dagli amici della giovane coppia brutalmente aggredita nel fine settimana da un 24enne cittadino di origine marocchina (almeno duemila le persone in corteo), il gruppo ha deciso di passare direttamente alla violenza indiscriminata e squadrista. Almeno tre gli episodi registrati: il primo al bar "Mandarino" di corso Bonomelli, di proprietà di alcuni cittadini cinesi e punto di ritrovo di diverse comunità migranti. Dal fondo del corteo un petardo è esploso a pochi passi dalla porta del bar: in pochi istanti sui visi di una ventina di persone - praticamente tutte di fuori paese, dicono a Rovato - sono comparse sciarpe, cinghie, aste di bandiera e cappucci. La barista - italiana, per quel che vale - del bar è stata picchiata con un'asta al braccio. La donna. R.B., con l'aiuto degli avventori è comunque riuscita a chiudere la porta. «Sono stata un anno e mezzo senza lavoro - ha affermatola la barista - Un cittadino cinese me l'ha dato, mentre dagli italiani che manifestavano contro la violenza ho ricevuto botte».
Stesso copione per un operatore di una tv locale, buttato contro un furgone in sosta perché "sorpreso" a filmare il tentato assalto razzista. Organizzatori e gente comune in corteo hanno subito stigmatizzato l'accaduto, mentre qualcuno ha abbandonato addirittura la sfilata. La marcia comunque è poi ripartita, ma a pochi passi dalla conclusione in piazza Cavour, una nuova aggressione, stavolta ancora più grave: la stessa ventina si è staccata dal corteo e si è lanciata in una vera e propria caccia al migrante nei vicoli del vecchio Castello, un'area popolata da numerosi migranti di diverse nazionalità. Ad avere la peggio due fratelli di 35 e 36 anni, operai kosovari appena rientrati dal lavoro, aggrediti a calci e pugni mentre parcheggiavano la loro autovettura in vicolo Rose. Un petardo ha mandato i vetri dell'auto in frantumi, mentre i due sono stati costretti a ricorrere alle cure del pronto soccorso dell'ospedale di Chiari. In tarda serata, infine, un'altra esplosione: una bomba carta non lontano dal centro sociale "28 Maggio 1974" di Rovato.
Completamente sorprese le forze dell'ordine: lontano da qualunque solleticazione poliziesca, va comunque registrato che qualche carabiniere di paese, una manciata di vigili e alcuni poliziotti in borghese non sono certamente lo schieramento che si è soliti vedere per un corteo di duemila persone e con una tensione così palpabile nell'aria. SuI fatti di Rovato sarebbero comunque in corso indagini della Digos e dei carabinieri, volte a individuare gli autori delle aggressioni squadristiche ed ad impedire azioni analoghe nel resto di una settimana che si preannuncia estremamente calda.
Sempre martedì sera decine di antirazzisti e migranti hanno presidiato il comune di Coccaglio, teatro della tristemente nota ordinanza xenofoba "White Christmas". All'interno del consiglio comunale, presieduto dal sindaco leghista Franco Claretti, gli attivisti del Comitato Antirazzista dell'Ovest Bresciano hanno esposto uno striscione ironico: "Baldassare, Melchiorre e Gesù Bambino: anche il presepe è clandestino". «Dopo i fatti di Rovato - hanno detto gli attivisti del Comitato durante la diretta di Radio Onda d'Urto - il clima è ancora più teso in tutto l'ovest bresciano: la destra soffia strumentalmente sulle paure della gente, fingendo di non vedere che la vera emergenza del territorio si chiama occupazione. I tanti migranti che i razzisti vari continuano a definire "ciondolanti per le strade dei nostri Comuni senza fare niente" si trovano in questa condizione perché le loro aziende li hanno licenziati, così come sta succedendo a tanti autoctoni».
Per spezzare questo cortocircuito mediatico ed istituzionale, sabato, a Coccaglio, saranno decine le realtà politiche, sociali e sindacali che si ritroveranno per la manifestazione contro razzismo e sessimo "United colours of Christmas". Il ritrovo è fissato per le ore 14.30 di fronte alla stazione ferroviaria della linea Brescia-Bergamo. L'appello della manifestazione, presente sul sito del c.s. "28 Maggio" (www.28maggio.org ), raccoglie giorno dopo giorno sempre più adesioni.


PZ, redattore Radio Onda D'urto

Roma, anoressico muore in carcere.

Ancora un morto nelle carceri italiane. Un uomo di 32 anni è spirato, apparentemente per cause naturali, nel centro clinico di Regina Coeli, a Roma. Lo rende noto il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. L'associazione 'Ristretti orizzonti' fa sapere che nel solo mese di novembre sono morti 12 detenuti. E la comunità di Sant'Egidio denuncia che negli istituti di pena italiani "ci sono più di 65 mila, un record dal dopoguerra".
Le ultime vittime. Simone La Penna, questo il nome dell'uomo, era in carcere per reati legati alla droga ed è stato trovato morto questa mattina nel suo letto. Soffriva di anoressia nervosa e, stando alle analisi del sangue, aveva una carenza di potassio. A Regina Coeli era arrivato dal reparto medico per detenuti dell'ospedale "Belcolle" di Viterbo.
L'altro ieri sera Alessio Scarano, 24 anni, è stato ritrovato agonizzante nella sua cella nel carcere di Cuneo. La famiglia solleva pesanti dubbi sull'accaduto: "Ci hanno detto che è morto per cause naturali ma lui stava bene, non aveva alcun problema fisico".
Si tratta degli ultimi episodi di un fenomeno che sta assumendo dimensioni allarmanti: i detenuti morti in carcere sono 12 dall'inizio del mese di novembre, 159 nel corso del 2009.
Il Garante. "Si allunga l'elenco dei morti in carcere" ha commentato il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, che riferendosi in particolare a Simone La Penna, ha auspicato che la magistratura faccia chiarezza "anche se sembra una morte naturale"."In generale - ha aggiunto - io credo che siano maturi i tempi per una riflessione complessiva: il carcere non è certamente il luogo più adatto per i malati gravi".
La denuncia delle associazioni. Di carcere, spiega l'associazione 'Ristretti orizzonti' si muore con frequenza allarmante e spesso a morire sono persone giovani e giovanissime: degli 11 detenuti deceduti a novembre prima di La Penna, soltanto tre avevano più di 50 anni, gli altri nove sono stati stroncati da quello che possiamo chiamare il "mal di carcere", che si traduce in suicidi, in overdosi, ma a volte anche in decessi per motivi apparentemente inspiegabili. Sono 1.543 i detenuti morti dal 2000 ad oggi: un terzo aveva meno di 30 anni e un altro terzo tra i 30 e i 45 anni; il 60 per cento in attesa di giudizio, quindi, "tecnicamente", in dieci anni più di 1.000 persone "innocenti" sono morte in carcere. In molti casi questa "non colpevolezza" era reale, non soltanto formale, dato che il 40% delle persone incarcerate viene poi assolta a processo.
L'associazione ha messo a confronto la popolazione detenuta in Italia e quella degli Stati Uniti. Ne emerge un quadro insospettabile: ogni anno nelle carceri italiane muore per "cause violente" un detenuto ogni 1.000, mentre nelle carceri Usa ne muore uno ogni 4.000 circa. Negli anni '80 la frequenza delle morti violente nelle carceri americane era superiore a quella italiana, ma dopo una serie di interventi, tra i quali la costituzione di uno staff composto da 500 operatori che si è fatto carico della formazione permanente del personale penitenziario sulla prevenzione del suicidio e degli atti violenti, il tasso di suicidi e omicidi si è ridotto di quasi il 70 per cento. Dalla metà degli anni '90 ad oggi questo livello è rimasto pressoché costante, malgrado l'aumento considerevole della popolazione detenuta. In Italia il tasso di mortalità dei detenuti per "cause violente" negli ultimi 30 anni si è mantenuto su valori costanti, con "picchi" di suicidi in corrispondenza delle situazioni di massimo affollamento degli istituti di pena.
Lancia l'allarme anche la comunità di Sant'Egidio: "In Italia i detenuti sono più di 65 mila. E' un record dal dopoguerra", ha detto Mario Marazziti, portavoce della comunità, durante la conferenza di presentazione a Roma della guida "Dove mangiare, dormire e lavarsi" dedicata ai senzatetto. "La spesa pro-capite per detenuto nel 2007 era di 13.170 euro l'anno - ha aggiunto Marazziti - esclusi gli stipendi per gli operatori penitenziari. In due anni si è dimezzata, arrivando a 6.393 euro. Inoltre vorrei sottolineare che due su tre ritornano in carcere, quindi forse c'è qualcosa che non va nel sistema: la recidiva di coloro che espiano interamente la pena è del 68% mentre quella di coloro che sono usciti con l'indulto è del 27%. Bisogna fermarsi a riflettere su questo".


fonte: La Repubblica

Roma: La polizia manganella gli operai dell'Acoa

Oggi a Roma, oltre duemila fra lavoratori e amministratori dell'Acoa arrivati dalla Sardegna hanno sfilato in corteo da piazza Repubblica fino a piazza Barberini, davanti al ministero dello sviluppo economico. Sotto al ministero sono confluiti anche i lavoratori arrivati dall’Acoa di Marghera. E non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine, che hanno usato i manganelli e mandato all’ospedale un delegato sindacale di Portovesme colpito alla tempia, come hanno raccontato sindacalisti e lavoratori. E’ successo quando alcuni operai hanno tentato solo di avvicinarsi alla sede dell’ambasciata americana (video) per protestare contro le scelte della multinazionale statunitense. La polizia aveva caricato gli operai dell’Acoa già il 18 novembre, in occasione di un’altra manifestazione a Roma, documentata da un video. «Non bisogna toccare gli operai, sono persone arrivate a manifestare in modo pacifico per difendere i posti di lavoro», ha detto il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani.

25 novembre 2009

Omicidio Bianzino: Rinviato a giudizio agente polizia penitenziaria

Ci sarà un processo sulla norte di Aldo Bianzino. Certo, il capo di imputazione è «monco, manca l'accusa di omicidio colposo o, almeno, l'omissione di soccorso aggravata dall'evento morte», spiega a Liberazione Paola Giovanna Lai, legale del comitato per verità e giustizia per Aldo, ammesso tra le parti civili. Tutto ciò è accaduto ieri mattina a Perugia, a 25 mesi dalla morte, ufficialmente per aneurisma, del falegname piemontese che s'era trasferito da tempo in un casale sull'appennino. Viveva con suo figlio Rudra, 14 anni, e la seconda moglie Roberta. A Perugia vivono altri due figli nati da un precedente matrimonio. Aldo lavorava, suonava il flauto rituale - seguiva una spiritualità appresa in India - e coltivava la canapa che si fumava. Questo e non altro il crimine che lo ha portato in galera, il 12 ottobre 2007, assieme a Roberta. Lei sola uscirà viva dal carcere poche ore dopo. Morirà anche Roberta, nessuno potrà dimostrare che questa storia non le ha accorciato la vita. Il processo, che inizierà il 28 giugno prossimo, riguarderà quindi la condotta omissiva di un secondino teramano, unico imputato di omissione di soccorso, omissione di atti di ufficio e falso perchè fu truccato il registro di accesso alla sezione: i controlli non erano stati svolti dalla guardia penitenziaria indicata ma da un terzo agente. Secondo il gup l'imputato, in servizio la notte tra il 13 e il 14 ottobre, avrebbe omesso di informare il medico di guardia dei lamenti di Aldo. In questi mesi, alcuni incidenti probatori (parentesi di processo nell'ambito delle indagini preliminari) hanno consentito di acquisire sia le testimonianze di detenuti che sentirono Bianzino suonare il campanello sia di altre voci, su cui si appiglia la difesa, su un presunto diverbio tra l'agente sotto accusa gli stessi detenuti testimoni a carico. Nel corso dell'udienza di oggi, l'avvocato di alcuni familiari, Massimo Zaganelli, ha chiesto invano al pm di contestare l'aggravante della morte come conseguenza dell'omissione di soccorso. Ciò non toglie che quel capo d'accusa potrebbe essere integrato qualora, nel corso del processo, ne siano rinvenuti gli estremi. E anche che il procedimento possa essere accorpato con l'eventuale processo per omicidio. Il pm ha già chiesto l'archiviazione per una denuncia a carico di ignoti. L'istanza di opposizione sarà discussa a Perugia l'11 dicembre prossimo.
«È una strada dura ma oggi è stato fatto il primo passo», è stato il commento di Donatella Donati, un altro dei legali a rappresentare i familiari di Bianzino. Alcuni appartenenti al Comitato, inoltre, hanno manifestato fuori dal palazzo di giustizia.
Molti osservatori, all'indomani del caso Cucchi, non hanno potuto fare a meno di notare le analogie sospette tra l due morti. Entrambi consumatori di sostanze, come pure Federico Aldrovandi e la stragrande parte dei reclusi in Italia. Sui corpi di entrambi lacerazioni, fratture, ecchimosi. Aldo aveva il fegato come strappato e le costole rotte. Difficile credere che le avessero ridotte così i tentativi di rianimazione. La tenacia dei familiari e del comitato è riuscita a sventare i tentativi di archiviazione. Altre madri - di Nicky Aprile Gatti, Marcello Lonzi, Manuel Eliantonio, Giuseppe Saladino, la lista non sembra aver fine - sperano che l'effetto Cucchi, ossia un'attenzione mediatica non intermittente o distratta, possa riaprire le loro speranze di verità e giustizia.
Un mese dopo la morte di Stefano Cucchi, invece, un agente di custodia ha avuto un sussulto di memoria, è andato l'altroieri a Matrix e s'è fatto intervistare offrendo la nuca alla telecamera, come per un pentito di mafia. Alla rete ammiraglia Mediaset ha detto che, riaccompagnando Cucchi dal tribunale a Regina Coeli lo avrebbe sentito dire che aveva avuto «la scorsa notte un incontro di boxe». Cucchi avrebbe paralto coi suoi compagni di viaggio stupiti dalla faccia gonfia di botte. Anche l'agente è sicuro: «Si vedeva che era stato pestato». Una testimonianza catodica che sembra spostare indietro le lancette dell'orologio dell'inchiesta. Che sembra chiamare in causa i carabinieri che lo hanno arrestato e lo hanno "ospitato" in una camera di sicurezza nella caserma di Tor Sapienza. Ma che non scagionerebbe le guardie carcerarie. In sopralluogo a sorpresa - poco prima di Matrix - il testimone gambiese avrebbe riconosciuto i sotterranei di piazzale Clodio dove vide la polizia penitenziaria trascinare Cucchi pesto in cella. Forse a causa di una traduzione inadeguata sembrava che l'uomo non avesse riconosciuto quel posto nel sopralluogo del 21 novembre di cui la trasmissione avrebbe mostrato il verbale. Ora è possibile che i due siano messi a confronto, anche perché l'agente di Matrix era stato già sentito il 10 novembre dai pm aveva verbalizzato che Cucchi gli avrebbe detto di essere caduto dalle scale e uno dei detenuti commentò con la storia del sacco da pugilato. Pestaggi e depistaggi e scaricabarile. Il quadro sembra intorbidirsi ma non muta la sostanza: «Stefano non è morto da solo», ribadisce Fabio Anselmo, l'avvocato della famiglia. Nelle prossime ore attesi altri incidenti probatori con detenuti che erano in quel sotterraneo.


Checchino Antonini

Collaboratore de "Il Giornale" si autoinvia un falso messaggio delle BR

Simulazione di reato e procurato allarme. Questi i reati per cui è stato denunciato alla procura dalla Digos il giornalista collaboratore della redazione genovese de Il Giornale, Francesco Guzzardi, accusato di essersi auto inviato un messaggio minatorio corredato da stella a cinque punte. Questo il testo del mesaggio: "Non abbiamo ancora deciso se spaccare prima il culo al vostro servo Gizzardi l'infame della Valbisagno e degli sbirri o passare prima da voi molto presto lo scoprirete". Il messaggio, scritto a mano, era stato messo sotto la porta della redazione de Il Giornale di viale Brigate Partigiane la scorsa settimana e conteneva anche minacce nei confronti del capo della redazione, Massimiliano Lussana. C'era stata un'immediata denuncia alla polizia. La stella a cinque punte aveva spinto gli agenti della Digos ad farsi carico del caso. Il giornalista era stato convocato in questura. Una semplice prova calligrafica aveva fatto emergere la verità. Guzzardi ha ammesso di avere vergato il mesaggio dicendo di essere stato oggetto di minacce insieme ad altri membri della sua famiglia da parte di malavitosi e di nomadi della periferia genovese in seguito alla propria attività di giornalista nel quartiere della Valbisagno e di avere scelto questo "singolare" modo per sollevare il caso e fare partire un'indagine.

fonte: senzasoste

Venezia: La polizia carica presidio antirazzista

Una donna incinta, un bambino e un padre, il più alto misura un metro e venti. Una famiglia di carta pesta è stato il motivo dell'attacco della polizia di Venezia sui corpi di 50 manifestanti di "Venezia respinge il razzismo" che stamattina hanno preso parte ad una manifestazione autorizzata al Ponte dell'Accademia. E tutto era autorizzato fino a ieri sera alle sette. a quell'ora, infatti, chi aveva chiesto l'autorizzazione è stato riconvocato d'urgenza in questura per sentirsi dire che le cose erano cambiate, che il Ministro degli Interni, in modo perentorio, diretto e insindacabile, aveva vietato la parte acquea della manifestazione. Ok, niente barca, niente bacino, ma il presidio sì, con le concordate forme pacifiche e creative.
Questi gli accordi presi fino alla sera prima.
Ma stamattina all'Accademia la polizia era di altro avviso: "se tirate fuori i manichini dobbiamo intervenire" dice subito il dirigente Digos, mentre degli "inviati" romani, mandati direttamente dal Ministero, restano ai margini a controllare, a valutare anzi, la condotta dei loro colleghi della Questura di Venezia, visibilmente imbarazzati di fronte ad ordini così ingiustificabili: caricare una manifestazioni autorizzata perché a Maroni danno fastidio tre manichini di cartapesta e tutto quello che possono evocare e rappresentare.
I manifestanti, società civile di tutte le età, a volto completamente scoperto, signore e studenti, con le mani alzate, si ritrovano nella grottesca, incredibile situazione di dovere difendere coi loro corpi dei manichini di carta.
La polizia si avvicina, schiaccia i manifestanti dopo averli circondati da tutti i lati. Si cerca di impedire che le telecamere della Rai e i giornalisti locali possano filmare o fotografare i tre manichini. Tanto fastidio danno questi simboli di dissenso e solidarietà, di "pietas" e di denuncia.
La polizia si avvicina, hanno l'ordine chiaro di caricare. Alzano i manganelli, si mettono i caschi, schiacciano i corpi dei manifestanti con i loro scudi. parte qualche colpo, viene strappato il microfono a chi stava denunciando questo ingiustificabile attacco alla democrazia, alla libertà di pensiero e parola.
Ma la parte coraggiosa e civile di una Venezia che difende i suoi veri valori riesce a mostrare cosa significa veramente disobbedire a delle imposizioni ingiustificabili. Troppi giornalisti esterrefatti, troppa gente che si ferma in solidarietà vedendo quella violenza scagliarsi addosso a una manifestazione del genere.
La polizia deve allontanarsi, il microfono torna in mano a chi sta conducendo questa battaglia di civiltà. I manichini vengono salvati e fotografati. Solo uno, il papà, è stato "arrestato", forse per reato di immigrazione clandestina commesso da un cadavere di carta pesta.
Alla fine sono i manifestanti stessi a consegnare alla polizia i manichini: li volevate tanto? Noi adesso, decidiamo di consegnarveli. Questo è un bambino morto di fame, freddo e disidratazione il 10 agosto del 2009, su una barca, sotto gli occhi del Ministro che voi oggi avete difeso anche a costo di mettervi contro le più elementari norme di democrazia di questo paese alla deriva.
Venezia ha vinto, e il leone di San marco di una città liberata ha sventolato a lungo dal Ponte dell'Accademia. Quel che è accaduto, però, resta un precedente inaccettabile e pericoloso, che deve richiamare la coscienza di tutti. è in ballo davvero la nostra sicurezza, la sicurezza e la libertà di cittadini che vogliono vivere in una città solidale e democratica.

Maroni non venga più, da Roma, a imporre il suo razzismo e la sua repressione.

Venezia Respinge il Razzismo
fonte: Global Project

24 novembre 2009

Omicidio Cucchi: Emergono altri elementi dopo la riesumazione della salma. "Lesioni a mandibola e cranio"

Sua sorella Ilaria se n'era accorta non appena lo aveva visto al di là del vetro divisorio dell'obitorio. Stefano Cucchi aveva anche una mandibola spostata. Ma la prima autopsia non sembrava essersene accorta. Un mese dopo la morte straziante, il suo corpo è tornato su quei tavoli.
E, stavolta, la lesione alla mandibola è venuta fuori. Sul corpo di Stefano Cucchi, il geometra di 31 anni arrestato per droga e morto il 22 ottobre nel reparto detentivo nell'ospedale Sandro Pertini di Roma «ci sono ancora moltissime e vistose lesioni da traumi recentissimi, al cranio e in altre parti del corpo. C'è inoltre una lesione alla mandibola, non rilevata prima. Sono state inoltre confermate le fratture alla colonna vertebrale», spiega l'avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, in merito agli accertamenti medico-legali disposti dalla procura di Roma dopo la riesumazione della salma. Presto sarà anche sciolto l'enigma sulle sospette scottature da sigaretta sulle dita del ragazzo che morì in ospedale dopo quattro giorni di agonia: rifiutava cibo e cure perché gli era impedito un incontro con un legale di fiducia che nemmeno i carabinieri, la notte dell'arresto, vollero chiamare. Stefano è morto, cateterizzato, con indosso la stessa maglia e lo stesso cambio di quella notte.
Intanto, dopo l'incidente probatorio di sabato scorso, il teste gambiano, che vide alcuni agenti di custodia trascinare in cella Cucchi dopo un rapido e violento pestaggio, sarà protagonista con i pm titolari dell'inchiesta di un sopralluogo nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma dove, il 16 ottobre scorso, si sarebbe verificato il pestaggio di Stefano Cucchi. I pm Vincenzo Barba e Francesca Loy vogliono verificare sul posto le circostanze da lui descritte.
Un'altra consulenza tecnica disposta dalla procura riguarda le macchie di sangue trovate sul jeans che Cucchi indossava quando entrò in ospedale: gli inquirenti vogliono essere certi che appartengano al geometra. Questa settimana, infine, si terrà un secondo incidente probatorio: riguarderà un detenuto albanese che, come S.Y., si trovava in una cella di sicurezza dell'edificio B del tribunale. L'uomo ha dichiarato di aver sentito un arrestato che si lamentava e poi piangeva, e di aver commentato con il compagno di cella che la causa del pianto potesse essere il fatto che era stato picchiato.

Checchino Antonini

Italia, 30 casi di morti sospette in carcere

Dal 2000 ad oggi sono morti in carcere 1.537 carcerati, di questi ben 547 si sarebbero tolti la vita. Secondo gli ultimi dati nel 2009 sono venuti a mancare 154 prigionieri, di cui 63 per suicidio. Questo significa che il tasso di suicidi ogni dieci mila detenuti è di 12,20. A fornire i dati è il dossier “Morire di carcere”, redatto da Ristretti Orizzonti, il giornale dalla Casa di Reclusione di Padova e dall'Istituto di Pena Femminile della Giudecca che dal 1998 cerca di dare voce ai detenuti e ai loro problemi.
Non tutti i suicidi, però, sono stati catalogati come tali. Sempre secondo Ristretti Orizzonti, che ha raccolto le denunce e le testimonianze di molti familiari, dal 2002 fino ad oggi ci sono almeno trenta casi di morti sospette sulle quali sarebbe necessario indagare in maniera più approfondita. Si tratta, ad esempio, di Stefano Guidotti, 32 anni, che si sarebbe ucciso nel carcere di Rebibbia, a Roma, il primo marzo del 2002. Detenuto per associazione mafiosa ed estorsione, Guidotti è stato trovato impiccato alle sbarre del bagno, ma le escoriazioni presenti sul viso, le macchie di sangue rinvenute sul pavimento e il materiale utilizzato per realizzare il cappio hanno insospettito i familiari e i carabinieri che si sono occupati delle indagini. Sempre nel 2002 nel carcere di Bari ad “uccidersi” è Gianluca Frani, 31 anni, paraplegico. “Come può una persona su una carrozzina - si chiedono i parenti – riuscire ad impiccarsi al tubo dello scarico del water senza che nessuno si accorga di nulla?”. Domanda alla quale ancora oggi non è stata data alcuna risposta.
Così come alla morte di Marcello Lonzi avvenuta il primo ottobre del 2003 nel penitenziario di Livorno. Il giovane, di soli 29 anni, sarebbe deceduto a causa di un infarto, dopo aver battuto la testa. Ricostruzione che non convince in alcun modo la famiglia di Lonzi che da subito ha parlato di omicidio, visto che il corpo del ragazzo era coperto di lividi. Ma in carcere c'è anche chi si lascia andare, perché incapace di resistere e sopportare la violenza che quotidianamente si respira nei penitenziari. E' il caso dell'albanese Sotaj Satoj, 40 anni, morto nel reparto di Rianimazione dell'Ospedale di Lecce. Gli agenti hanno piantonato il cadavere per ore, senza nemmeno accorgersi della morte dell'uomo, pensavano si trattasse di un estremo escamotage per fuggire. Satoj era arrivato in Italia su un gommone al bordo del quale era stata trovata della droga. Accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, l'albanese aveva sempre dichiarato la propria innocenza e aveva scelto di mettere in atto lo sciopero della fame come estrema prova di non colpevolezza. Dopo tre mesi di mancata alimentazione, Satoj è morto senza che sul suo caso sia stata fatta chiarezza. E nel 2007 nel carcere di Monza a perdere la vita è stato Gianluca Concetti, 40 anni. In preda ad una crisi psicotica, il detenuto ha allegato la sua cella ed è scivolato sbattendo la testa. Secondo i medici, a causa della sua fragilità psichica, Concetti non poteva neppure essere rinchiuso in una prigione.
E anche sul versante femminile la situazione non sembra migliore. Almeno quattro donne, Maria Laurence Savy, Francesca Caponetto, Emanuela Fozzi e Katiuscia Favero, sono morte per cause da accertare. Ennesime vittime di un'organizzazione che necessita quanto prima di una riforma che ripensi il sistema carcerario nel suo insieme.


Benedetta Guerriero
fonte: Peacereporter

23 novembre 2009

Intimitazioni e aggressioni fasciste a Piacenza e Barcellona Pozzo di Gotto

A Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nella notte tra venerdì e sabato scorso, ignoti, hanno cercato di forzare la porta d'ingresso del circolo 'Ottobre Rossò del Prc e, non riuscendoci, hanno poi lanciato uova contro la stessa sede. Il giorno prima alcuni attivisti erano stati oggetto di gesti di intolleranza mentre si trovavano in piazza Alfano.

A Piacenza, un militante di destra Manuel Foletti di 21 anni ha accoltellato due giovani militanti di Rifondazione. . Foletti, arrestato nella notte è accusato di tentato omicidio per l'accoltellamento al collo e di lesioni con sfregio permanente per la coltellata al volto ai danni dell'altro militante di rifondazione. Il Pm Ornella Chicca ha chiesto un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per l'accusato. Su tale richiesta si pronuncerà il Gip. Il fatto era avvenuto intorno alla mezzanotte fra sabato e domenica alla cooperativa dell'Infrangibile, storico ritrovo della sinistra piacentina. Foletti, considerato vicino alla destra radicale, con altri due giovani sarebbe entrato nel locale cantando bandiera rossa e sfoderando una bandiera con la svastica. Da qui il parapiglia proseguito in mezzo alla strada. Due giovani di Rifondazione erano stati accoltellati, appunto uno al volto e l'altro al collo. Un paio d'ore più tardi Foletti era stato arrestato dagli uomini della Digos con l'accusa di lesioni gravi

22 novembre 2009

L'osceno giubilo sul caso Battisti

Non mi unisco al tripudio di giubilo che ha accompagnato sui quotidiani nazionali la notizia della decisione della Corte suprema brasiliana di rimuovere lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti e aprire così la via alla sua estradizione in Italia. Così come non mi ero unito allo sdegno urlato quando nel gennaio scorso quella protezione era stata pronunciata. Al contrario, trovo un po' osceno che si mettano sulle prime pagine dei giornali grida di gioia perché un uomo viene portato in carcere, a vita, dopo trent'anni dai fatti gravissimi per cui è stato condannato e dopo che proprio questo svolgere del tempo ha dimostrato la normalità della sua esistenza, pubblica; evidente rappresentazione di come sia difficile trovare una finalità al volerlo escludere, per sempre, dal consesso sociale.Trovo che sia un segno di arretramento del senso della giustizia. Penso, infatti, che sia estremamente importante che un fatto grave sia sanzionato, nel senso che le responsabilità siano stabilite, che le vittime vedano riconosciuto il torto subito, vedano cioè attorno a sé la consapevolezza della collettività della sofferenza che è stata loro inflitta e la capacità della società stessa di individuarne le responsabilità. Ma, trovo altresì che sia sbagliato accompagnare tutto ciò con un residuo di retributivismo che individua nella sofferenza simmetrica da affliggere al colpevole un risanamento del male subito. So bene che questa posizione non è oggi molto condivisa; eppure non è distante dal pensiero che ha accompagnato il diritto penale e il suo esercizio, nello stato liberale, prima, in quello democratico, poi. E penso vada applicato sempre quando il tempo che separa dagli eventi è molto ampio e si pensa di portare in carcere una persona per educarla verso un reinserimento sociale, quando questa è già da tempo positivamente reinserita. Vedo annidarsi in questi casi il rischio del diritto vendicativo, non ristorativo.Nella vicenda poi delle sentenze emesse in virtù di leggi e prassi d'emergenza queste considerazioni hanno un sapore ancora più delineato per vari motivi: perché gli stessi reati hanno una dimensione fortemente contestualizzata che non ne diminuisce la gravità, ma certamente porta a escludere la volontà soggettiva di reiterarli; perché l'estensione della responsabilità morale per azioni materialmente non commesse è stata pratica diffusa in quei processi e il fatto stesso che nel suo caso si parli oggi con scioltezza di quattro omicidi, di cui «almeno di due direttamente responsabile» (leggo da un quotidiano) conferma questo dato; perché l'automatismo nell'applicazione delle aggravanti praticato in quei processi ha portato a pene sempre allineate sui massimi edittali, senza alcuna considerazione di circostanze soggettive o incidentali. Ha portato a un numero incredibile di ergastoli.E qui si annida l'ulteriore elemento di forte perplessità su questa decisione e di mia totale dissonanza con coloro che plaudono a essa. L'ergastolo è una pena di connotazione giuridica, sociale e personale diversa da quella delle pene detentive, quantunque lunghissime. È un residuo di «pena capitale», nel senso che priva il condannato di una qualunque soggettività e presenza nella società civile; lo sottrae per sempre a essa. Tant'è che l'ergastolo non ha riduzioni possibili, deve essere «commutato» in una pena temporanea, proprio perché ha una connotazione che è altra da essa. Già la sua persistenza nel nostro codice penale - al contrario di quello di altri paesi - dovrebbe trovare maggiore riflessione e, in passato, la sinistra o, meglio, lo schieramento progressista, si era fatto carico di presentare proposte per la sua abolizione. Nel 1992 addirittura il Parlamento approvò una mozione in tal senso. In Brasile tale pena non esiste: è stata abolita.È giusto che un paese che ha ritenuto di abolire una pena perché contraria ai valori di civiltà giuridica e di umanità in cui esso si riconosce autorizzi l'estradizione di una persona per scontare proprio tale pena in un altro paese, l'Italia, dove essa ancora esiste? Quale senso di giustizia può guidare le autorità brasiliane in tale direzione? Mi auguro che una presidenza come quella di Lula non voglia farsi guidare su temi così attinenti all'etica dell'agire politico da ragioni di mera opportunità diplomatica o commerciale.

Mauro Palma



San Martino dall'Argine (MN): Sindaco invita i suoi concittadini a denunciare i clandestini

Arrivi da Marcaria ed ecco i portici gonzagheschi e la chiesa del Castello. A sinistra, le affissioni: i defunti, «firma per il lavoro» del Pdci e il manifesto del Comune di San Martino dall'Argine, nel Mantovano, sui clandestini.
Una frase è maiuscola, in neretto, carattere più grande: «...chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all'ufficio di polizia municipale o all'ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti».

Il testo fa un po' impressione nella patria del pedagogista Ferrante Aporti. Ma leggiamo anche la parte alta del manifesto: riporta il decreto Maroni dove punisce «da 6 mesi a 3 anni» chi per «trarre ingiusto profitto» affitta o rinnova la locazione a persone senza permesso di soggiorno e impone la verifica delle condizioni igieniche degli alloggi in caso di iscrizione o variazione anagrafica.

Ricordare ai cittadini una nuova legge è utile. Ma perchè quella frase che, non fossimo in un paese di nemmeno duemila anime, così tranquillo, farebbe gridare allo scandalo, all'istigazione contro i più deboli, alla caccia all'uomo?

«Clandestini? Non credo, c'è qualche albanese, un po' di indiani» ci rispondono nei negozi. Dal fotografo, alla pasticceria e all'edicola nessuno ha visto o sentito parlare del manifesto. Qualcuno segnala spacciatori di droga («gente di qui, però»), altri periodici furti. Una signora cita un nullafacente straniero con moglie che lavora. Una commerciante ha sentito di stranieri che ospitano un connazionale a 250 euro al mese: «Sono furbi, non creda. Però penso abbia il permesso».

Finalmente, dal giornalaio, un giovane ci risponde che il manifesto lo conosce bene. «Sono un consigliere comunale, Novellini. E' per le case, ci sono stati casi di immigrati ammucchiati che pagavano anche tanto». In tabaccheria qualcuno ha commentato: «Se non c'è lavoro, è meglio che tornino a casa».
In realtà San Martino dall'Argine è uno dei Comuni mantovani con la più bassa percentuale di stranieri. Lo ammette lo stesso vicesindaco Alessio Renoldi. E in paese non ci sono clandestini, lo sostiene l'assessore alle politiche sociali, Cedrik Pasetti: «C'erano problemi coi cinesi, un laboratorio tessile che fu chiuso. Ma adesso hanno riaperto, sono in 4 regolari».
E allora? Il sindaco Alessandro Bozzoli: «Niente di speciale, abbiamo fatto conoscere la legge, si è deciso all'unanimità». Poi ci indirizza al vicesindaco. Renoldi e Pasetti sono della Lega Nord. Forse è stato il partito a suggerire il manifesto?
«Nessun imput, anche se nel direttivo provinciale si parla di queste cose, in generale». Avete letto prima il testo al segretario provinciale Bottari? «No!» risponde Pasetti, fresco responsabile leghista per la zona 'doc' Viadana, Bozzolo, Sabbioneta... E' un avvocato e non vuole passare per testa calda, spiega che la sicurezza sta a cuore, anche quella degli stranieri, spesso vittime di padroni di casa che si fanno dare molto per sistemazioni indecorose.Il manifesto è affisso da lunedì e nessuno si è visto. Ma se qualcuno venisse? «Lo faremmo parlare con la polizia municipale, che sa cosa fare». Cioè? «Noi siamo amministratori, per far rispettare la legge ci sono vigili e carabinieri». Ma se finisse nella rete una badante? «Sono tutte in regola, l'anagrafe è aggiornata. A San Martino c'è la casa di riposo, l'assistente sociale, il centro anziani, i volontari. Troveremo una badante in regola».

Per l'Osservatorio sulle discriminazioni Il manifesto di San Martino dall'Argine è «un precedente pericolosissimo» per Articolo 3, osservatorio sulle discriminazioni, che cita pure Ceresara.«L'obbligo di comunicare la notizia di reato non spetta al cittadino - dice Articolo 3 - ma alle autorità di pubblica sicurezza. La legge 94/2009 (dl Maroni, ndr) non prevede l'obbligo di denuncia di una notizia di reato. Se non si trae un vantaggio iniquo dalla presenza di una persona non in regola con i documenti di soggiorno non c'è alcun obbligo di riferire della stessa. Riteniamo questo (il manifesto, ndr) un invito alla delazione. Il cittadino... deve rispondere solo alla propria coscienza... non gli si può chiedere di segnalare la semplice presenza nel territorio comunale di esseri umani». Articolo 3 raccoglierà anche pareri legali.



Fonte: La Gazzetta di Mantova

21 novembre 2009

Omicidio Cucchi: il supertestimone conferma le accuse

Ha visto trascinare Stefano Cucchi nella cella. Ha visto la parte finale del pestaggio subìto dal giovane nel corridoio delle camere di sicurezza del tribunale di Roma. "E' durato non oltre un minuto, potrei riconoscere una guardia", ha ribadito al giudice il detenuto gambiano, supertestimone delle presunte violenze al giovane deceduto, durante l'incidente probatorio. Y.S., cittadino del Gambia di 31 anni, ha ribadito al gip Luigi Fiasconaro le dichiarazioni fatte ai pm. E' lui il primo testimone trovato dalla procura, che indaga sulla morte di Cucchi. Nel fascicolo sono indagati tre agenti della penitenziaria e tre medici dell'ospedale Sandro Pertini. La versione ribadita dall'immigrato ha solo "parzialmente confermato" il quadro che era stato ricostruito nell'interrogatorio reso ai pm. Il supertestimone ha spiegato di aver sentito il rumore di una persona che cade e di calci dati sulle porte di ferro, poi del vociare, di soggetti che parlano con tono basso. Poi ancora rumore di calci e di pianto in modo quasi sovrapposto. A quel punto, dopo "non oltre un minuto", vede Cucchi trascinato in cella. Lo rivedrà poi, dopo l'udienza di convalida dell'arresto, rannicchiato, vicino alla panca che è all'interno della camera di sicurezza, che si teneva una gamba per il dolore. "Non erano carabinieri - ha spiegato il detenuto gambiano -, avevano la divisa blu". Il difensore di uno degli agenti, l'avvocato Corrado Oliviero, passa al contrattacco: "L'atto compiuto oggi dalla procura si è rivelato un buco nell'acqua. L'attendibilità del teste è tutta da stabilire". Replica il pm Barba: "In buona sostanza il teste ha confermato la prima versione". Il gip Fiasconaro ha fatto registrare l'intera udienza. Si è utilizzato un interprete diverso rispetto a quello di cui avevano usufruito i pubblici ministeri.


fonte: la Repubblica

Continua la persecuzione per gli arrestati dell’ex scuola occupata 8 Marzo di Magliana:spietata la pena inflitta all’unica donna

Continua la persecuzione per gli arrestati dell’ex scuola occupata 8 Marzo di Magliana: spietata la pena inflitta all’unica donna. Francesca è stata arrestata il 14 settembre, insieme ad altri quattro giovani, nel blitz dei carabinieri contro l’occupazione dell’ex scuola 8 marzo e, dopo due mesi di misure cautelari nei suoi confronti, temiamo oggi che facciano difficoltà a darle il permesso di andare a lavorare. Lei, incensurata, ha scontato 17 giorni di carcere preventivo durante i quali è stata trasferita due volte, da Rebibbia a Civitavecchia e da Civitavechia a Perugia, senza contare i trasferimenti in tribunale per il riesame, sempre in gabbiotto chiuso posto dentro il cellulare (modello Hannibal del “Silenzio degli Innocenti”). Dal 30 ottobre è agli arresti domiciliari con un unico permesso di andare a trovare il nonno novantenne, nello stesso condominio, col divieto assoluto di incontrare chiunque, anche la badante. Ma di chi stiamo parlando, di una nuova Sig.ra “Gabetti” che a Milano “vendeva” gli alloggi popolari o di quale orrenda megera che potrebbe inquinare le indagini o perpetrare i crimini? E quali sono i crimini? Francesca è laureata in sociologia e lavora con le cooperative per le carceri. Fa parte del Centro Sociale “Macchia Rossa” che nel quartiere si batte da decenni contro gli sfratti ed in sostegno dei senza tetto. Nel giugno 2007, 40 famiglie hanno occupato uno stabile abbandonato da più di 20 anni, l’ex scuola 8 marzo, lo hanno reso abitabile rifacendo gli impianti e mettendo in sicurezza persino il tetto, hanno aperto il giardino e gli spazi al piano terra al quartiere. Quando c’è stato un grave episodio di violenza ad ottobre 2007 e Iwona – una senzatetto ospite nell’ ex scuola occupata - è stata accoltellata dal suo convivente, Francesca ha passato giorni e notti al suo capezzale all’ospedale Forlanini. Sempre disponibile per qualsiasi tipo di necessità, non si sottraeva neanche al lavoro manuale, persino quando si trattava di aggiustare il tetto. Mi sono chiesta più volte perché una brillante giovane donna dedicasse gran parte della sua vita a quella piccola comunità. Poi “l’inchiesta-teorema” dei carabinieri e le denuncie di alcuni stranieri allontanati dall’occupazione perché violenti, raccolte sempre dallo stesso maresciallo e perfettamente sovrapponibili l’una all’altra e contemporaneamente una campagna di stampa diffamatoria dei quotidiani Il Tempo ed il Messaggero (proprietà dei noti costruttori Bonifaci e Caltagirone), fino alla violenta irruzione di decine, se non centinaia di carabinieri per arrestare i cinque e perquisire lo stabile. Gran parte delle accuse sono subito cadute come l’associazione a delinquere, le bottiglie incendiarie (armi da guerra) non sono state trovate, il furto di rame dichiarato inesistente dalle perizie. Dell’impianto accusatorio rimane la presunta estorsione di 15 euro a persona al mese che l’assemblea degli occupanti gestisce per le spese comuni, le cui ricevute sono state presentate al GIP. Rimangono poi accuse di violenze senza un riscontro, un referto medico o del pronto soccorso, se non la denuncia di immigrati irregolari e senza tetto, strumentalizzati e ricattabili. Nonostante il castello accusatorio si vada sgretolando perchè privo di ogni ragionevole fondamento, continua la persecuzione giudiziaria contro di loro cui non è estraneo il sindaco e la sua amministrazione. Tra le accuse dei carabinieri, infatti, anche l’aver contrastato la propaganda elettorale di Alemanno. Il risultato è che tre degli arrestati sono ancora privati della loro libertà. Per fortuna a Gabriele, il compagno di Francesca, ricercatore di fisica, è stato almeno concesso di andare a lavorare, mentre Francesca non ha ancora ricevuto risposta alla sua istanza. Il terzo è Simone, il più giovane del gruppo, anche lui molto penalizzato, ha perso il lavoro e continua ad subire la forma più restrittiva di misura cautelare ai domiciliari, non potendo neanche ricevere visite o telefonate. Insieme a Francesca ci sembrano le vittime designate e chiediamo a tutti e in particolare alle donne di esprimere solidarietà e di far crescere la mobilitazione perché sia loro restituita la libertà.

Pisa: Polizia carica presidio antirazzista

Circa 200 persone in Logge di Banchi hanno gridato contro la presenza di Gasparri, in occasione del convegno "Immigrazione: accoglienza, integrazione, sicurezza". La Pisa antirazzista e la popolazione migrante colpita duramente dai recenti provvedimenti locali e nazionali era ben presente.
Le parole chiave andavano dall'opposizione al Pacchetto Sicurezza ai tagli alla spesa sociale, per una reale politica di accoglienza e integrazione. E' intervenuta l'Associazione Rom e Sinti Insieme, diversi ragazzi senegalesi e molte altre voci.
Verso le 17.30 il presidio si è spostato all'ingresso del Comune sul lungarno, chiedendo di entrare a fare un intervento. La Polizia si è schierata impedendo l'ingresso. Alle 18.30 i manifestanti hanno deciso di spostarsi dal lato opposto del Comune, all'ingresso su Via S.Martino. Lì è avvenuta una carica della Polizia, che ha aggredito i manifestanti alle spalle ed ha causato alcuni feriti.
Alle 19 la macchina grigia e scintillante con dentro comodamente seduto Gasparri è passata in Via S.Martino.
fonte: Associazione Aut Aut

20 novembre 2009

Omicidio Cucchi: Spunta un altro testimone.

Un altro detenuto ha confermato davanti ai pubblici ministeri le percosse che la mattina del 16 ottobre scorso Stefano Cucchi avrebbe subito nelle celle di sicurezza del Palazzo di giustizia di piazzale Clodio. Il nuovo teste, di nazionalità italiana, ha riferito di aver sentito il pianto del giovane "pestato a sangue". La sua testimonianza suffraga quella del detenuto gambiano che domani sarà sentito dal gip in sede di incidente probatorio. Le dichiarazioni fatte dal detenuto italiano che si trovava in cella e che ha sentito soltanto i lamenti di Stefano Cucchi hanno indotto i pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy a chiedere un altro incidente probatorio. La richiesta per il momento è ancora all'esame del gip. In caso di accoglimento, ci sarà una nuova udienza per dare anche a questa testimonianza il valore di prova. I nuovi particolari sono emersi alla vigilia dell'incidente probatorio che domani si svolgerà in tribunale davanti al giudice delle indagini preliminari Luigi Fiasconaro. Domani il cittadino del Gambia S.Y., in carcere per detenzione di stupefacenti, dovrà confermare di aver visto il 16 ottobre scorso, nelle celle di sicurezza di piazzale Clodio, il pestaggio di Cucchi da parte di tre guardie carcerarie ora indagate per omicidio preterintenzionale. Il supertestimone sarà chiamato a confermare il racconto fatto ai pm, ormai diventato il principale atto di accusa nei confronti dei tre presunti aggressori. Il gambiano dice di aver notato dallo spioncino della sua cella di sicurezza alcuni agenti prendere a calci e pugni Cucchi, dopo averlo scaraventato in terra e trascinato nella cella, e di aver successivamente sentito lamenti e altri rumori del presunto pestaggio. La storia del supertestimone ha suscitato numerose polemiche nei giorni scorsi, soprattutto dopo la decisione di avviare nei suoi confronti il programma di protezione. Troppo a rischio la sua detenzione a Regina Coeli, troppo rischioso un suo trasferimento in un altro carcere. Quindi, è stato deciso di mandarlo ai domiciliari in una comunità per tossicodipendenti vicino Roma.
L'inchiesta giudiziaria sulla morte di Cucchi non è l'unico passaggio di questa storia: c'è in corso un'istruttoria della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficienza del servizio sanitario nazionale presieduta dal senatore Ignazio Marino, che nei giorni scorsi hanno effettuato sopralluoghi e sentito medici e infermieri. Nel frattempo i tre medici dell'ospedale romano Pertini indagati per omicidio colposo per aver omesso le dovute cure sanitarie a Cucchi sono stati spostati in un altro reparto.

fonte: La Repubblica

19 novembre 2009

Mario Placanica, il carabiniere che sparò Carlo Giuliani indagato per violenza sessuale su minore e maltrattamenti.

Mario Placanica, il carabinere che il 20 luglio 2001 uccise Carlo Giuliani, ma poi prosciolto, è indagato dalla procura di Catanzaro per violenza sessuale su minore e maltrattamenti. Secondo quanto trapelato, ieri la vittima degli abusi, che all'epoca dei fatti aveva 11 anni, è stata ascoltata dal gip della città calabrese Gabriella Reillo in sede di incidente probatorio, su richiesta del pubblico ministero. L'ascolto della ragazzina, avvenuto in una struttura protetta, si è reso necessario, si legge nell'ordinanza ammissiva di incidente probatorio depositata il 26 ottobre 2009, "per garantire il miglior ricordo dei fatti, verificatisi circa due anni fa, e verso i quali la stessa ha manifestato un atteggiamento di rifiuto e di tendenza alla rimozione, come desumibile dall'atteggiamento di non collaborazione" rilevato da una psicologa, e in generale "dal sentimento di vergogna, con conseguente reticenza".

Roma: Alemanno sgombera l'Horus. Poliziotto con la pistola

Non c’è pace a Roma, ogni giorno un’emergenza. Botta e risposta oggi tra Alemanno e il movimento delle occupazioni. Alle 9 di mattina sgomberato il centro sociale Horus, a piazza Sempione, porta d’ingresso di una grandissima zona che va dal Tufello a Valmelaina a Montesacro a Talenti, da sempre contesa tra il movimento di sinistra e la destra sociale e politica. Rispondono gli attivisti occupando due ore dopo il IV municipio, barricandosi dentro e salendo sui tetti. Tutto si svolge nel reticolo di strade di un municipio che ha tanti abitanti quanti la città di Bologna e non ha un teatro, né un cinema e in cui l’Horus rappresentava un faro di cultura. E’ il quarto sgombero deciso da Alemanno in dieci giorni. Dopo il doppio blitz subito dai Rom al Casilino Centocelle e lo sgombero della Villetta occupata sempre nel IV municipio. Anche molti ufficiali della polizia e dei carabinieri a lavoro sono gli stessi dello sgombero del campo nomadi e simile è lo stile di intervento: con i bulldozer. La proprietà Gemini entrata all’interno della struttura al seguito degli agenti con le ruspe, distruggendo tutto ciò che era all’interno e prefigurando le proprie intenzioni sul posto: un centro commerciale. Fuori intanto arrivano i compagni e le compagne da tutta Roma. Luca dell’Horus spiega: “Ce l’aspettavamo, ma non così immediato, lo sgombero e anche l’orario è stato deciso dopo la protesta di ieri in Campidoglio sul piano casa. E’ un’ennesima vergogna nella città dell’emergenza abitativa. Se la prendono con i più deboli. Risponderemo subito”. Le agenzie battono che all’interno sono stati trovati degli oggetti contundenti, sempre Luca risponde ironico: “Sono le zampe dei tavolini, quando c’è un pub ci sono anche i tavolini, noi facciamo riciclo e raccolta differenziata e quindi quando si rompono le mettiamo da parte. Se la questura le mette insieme alle bottiglie dell’altra volta, che avevano chiamato molotov, rimettono in piedi il pub dell’horus”. Mentre i blindati sorvegliano piazza Sempione a gruppi ci si muove verso la sede del IV municipio e qui si sposta il teatro delle azioni. Momenti drammatici al momento di saltare il muretto ed entrare all’interno. Due poliziotti scendono dalla volante messa a presidio del cancello, uno tira fuori la pistola, gli cade dalle mani, viene accerchiato e insultato per il suo inutile gesto carico di possibili conseguenze drammatiche. Certi passaggi sull’uso delle pistole evidentemente non sono ancora chiari nel corpo di polizia, malgrado Gabriele Sandri e tutti i morti uccisi da colpi partiti in modo accidentale. Il tutto è ripreso da un video che si può vedere su youtube inserendo le parole “Sgombero Horus-poliziotto con la pistola”. Il Municipio è occupato, con il presidente Bonelli all’interno. Arrivano i blindati che stavano davanti all’Horus e gli occupanti parlano al megafono: “Dal municipio non ce ne andiamo perché non ci sono più istituti democratici con cui parlare ma c’è solo polizia”. Dentro una stanza si apre un incontro tra gli occupanti e il presidente del municipio, il rappresentante della giunta provinciale, Peciola e della regione, Anna Pizzo. In ballo c’è l’assegnazione di una parte dell’Ex Gil e lo stanziamento di fondi per l’autorecupero. Il nuovo posto si chiamerà presumibilmente “Horus project”. Dopo un lungo braccio di ferro si ottiene che il tavolo inizialmente convocato per il 15 dicembre è spostato a domani (oggi per chi legge). Ultima assemblea alle 14.30 sul tetto del municipio: “ La minaccia di restare sui tetti a tempo indefinito ha fatto il miracolo. Abbiamo un risultato importante che assolve un pezzo della vertenza”. E’ stata un’altra mattinata dura. Ma tutto si trasforma, dalla distruzione è probabile che nasca il nuovo Horus. Qualcuno è più ombroso mentre scende dalle scale, gli chiedo “Che non ti fidi?”. “Non mi fido di sicuro”.


Fonte: Militant A da il manifesto
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“E così siamo al terzo sgombero, con uso ingente e spropositato di mezzi e uomini delle forze dell’ordine, in meno di una settimana. Sono sgomberi “preventivi” tesi cioè a criminalizzare l’opposizione sociale ad Alemanno e alla sua incapacità di dare soluzione ai problemi di Roma.” E’ quanto afferma, in merito allo sgombero del centro sociale Horus, Alfio Nicotra, responsabile politico della federazione romana del Partito della Rifondazione Comunista. “Il sindaco per questa strada – prosegue Nicotra – aumenta la tensione sociale e si illude di governare Roma con la polizia. E’ una strategia di corto respiro che più prima che poi si trasformerà in un boomerang.” Per l’esponente del Prc “ è giunto il momento per le forze democratiche e sociali che si oppongono al centrodestra, di una mobilitazione più forte e stringente intorno agli spazi democratici. All’irresponsabilità di Alemanno, che non vede la crisi economica che colpisce pesantemente il tessuto produttivo della nostra città, va contrapposta la mobilitazione democratica per salvare Roma da una deriva autoritaria ed antisociale.”

Omicidio Cucchi: Parla il supertestimone «Erano in tre a picchiare, ma non carabinieri».

«Erano in tre a picchiare, ma non carabinieri». E' il racconto che agli inquirenti della Procura di Roma, ha fatto il cittadino del Gambia S.Y., nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. L'uomo, che è detenuto in una struttura di assistenza per tossicodipendenti, è il supertestimone dell'accusa, colui cioè che ha dichiarato di aver visto il giovane geometra romano mentre veniva picchiato nei sotterranei del palazzo di giustizia della capitale. L'immigrato, che il 16 ottobre scorso condivise la cella con Cucchi, sarà ascoltato in incidente probatorio sabato prossimo: le sue dichiarazioni diventeranno così una prova del pestaggio che ha ucciso il ragazzo. «Era magro, la faccia carina, il cappuccio in testa», ricorda. E poi più avanti, spiega: «Lui dire me - traduce in modo letterale l'interprete - se ho droga, io dire "no, non ce l'ho", e lui dire "io ce l'ho dentro». Rispetto all'aggressione subita da Cucchi, S.Y., prima spiega: «L'hanno aggredito, gli hanno dato un calcio... carabinieri...». Poi, a domanda precisa del pubblico ministero Maria Francesca Loy, se siano stati i militari dell'Arma, risponde deciso: «No, gli accompagnatori... quindi sarà la penitenziaria». Il gambiano, più avanti nel verbale, che consta di 29 pagine, aggiunge che «dalla piccola finestra ho visto che lo stavano picchiando e lui è caduto per terra. L'hanno messo in cella, è venuto uno di quelli, era gentile, gli ha dato una sigaretta». La descrizione di chi ha picchiato è vaga. Il testimone dice prima che avevano tutti la divisa, anche se azzurra, poi blu infine blu chiaro. «Lo stavano portando dalla cella, circa 20 minuti prima di andare dal giudice, lui era andato in bagno». S.Y. spiega ancora: «Perdeva poco sangue dalla gamba, non ricordo se destra o sinistra, mi diceva sempre che si sentiva male. "Mi hanno menato questi stronzi" diceva». Cucchi, comunque, aveva «dolore fino alla punta del piede». Descrivendo la dinamica dei fatti, l'interprete si tocca la parte bassa della schiena all'altezza dell'osso sacro e lungo tutta la coscia e la gamba. Secondo il gambiano, Cucchi gli avrebbe detto che il pestaggio era avvenuto «quando l'hanno accompagnato, mentre lo accompagnavano le guardie, gli hanno menato...». I calci e i pugni ci sono stati nel corridoio delle celle di sicurezza. Dopo che i carabinieri avevano consegnato Cucchi agli agenti della polizia penitenziaria. I militari dell'Arma non entrano di norma nella sezione, che sta nei sotterranei della cittadella giudiziaria. Per l'accusa di omicidio preterintenzionale sono indagati tre agenti. Di omicidio colposo, invece, tre medici dell'ospedale Sandro Pertini.Nel frattempo, i tre medici dell'ospedale Pertini coinvolti nella vicenda Cucchi saranno trasferiti «provvisoriamente» in altre strutture dell'Asl RmB, secondo quanto disposto ieri dalla direzione aziendale e che avrà effetto immediato. Una scelta presa, secondo quanto si apprende, anche a tutela dei medici. I medici sono il primario Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario, e i medici Stefania Corbi e Rosita Caponetti. I tre avevano ricevuto un avviso di garanzia per omicidio colposo, perché accusati di aver omesso le dovute cure sanitarie a Stefano Cucchi.


fonte: Liberazione

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