31 ottobre 2009

Omicidio Stefano Cucchi: Vergognosi tentativi di depistaggio.

Sull'assassinio di Cucchi assistiamo oggi a vergognosi tentativi di depistaggio e di scaricabarile da parte di alcune frange delle forze dell'ordine. Tutto questo è inaccettabile e chiediamo che l'inchiesta per appurare la verità venga fatta immediatamente. Ogni ora che passa allontana la possibilità di accertare la verità. Viste le preventive assoluzioni annunciate dal ministro La Russa, visti i vergognosi fatti di Genova e il caso di Federico Aldovrandi chiediamo al presidente della repubblica di farsi garante della celerità e della correttezza.

Paolo Ferrero - segretario Nazionale del PRC

Cucchi, indagine per un omicidio

Omicidio preterintenzionale. E' questa l'ipotesi su cui sta lavorando il pm della Procura di Roma Vincenzo Barba che indaga sulla morte del trentunenne Stefano Cucchi. Morto il 22 ottobre nella struttura penitenziaria dell'ospedale Sandro Pertini, dove è arrivato con tumefazioni al viso e due vertebre rotte. Il ragazzo era stato fermato dai carabinieri nella periferia est della città la notte tra il 15 e il 16 ottobre. Addosso aveva 20 grammi di marijuana. Era risultato negativo al narcotest. Nel registro degli indagati al momento non risulta iscritto alcun nome, ma Barba ha già iniziato gli interrogatori e sentito i carabinieri che hanno fermato il ragazzo. Passaggio obbligato visto che non c'è dubbio che si parta dal giorno del fermo. E da ieri è «guerra» tra le varie forze dell'ordine che hanno preso in consegna Stefano. In sostanza tra carabinieri e polizia penitenziaria. A difendere i carabinieri ci pensa senza remore il ministro della Difesa Ignazio La Russa, chiamato in causa giovedì durante una conferenza stampa a cui hanno partecipato diversi parlamentari di tutti gli schieramenti politici. Si chiedeva al ministro di avviare un'indagine interna all'Arma. Stefano è apparso con il viso gonfio e gli occhi pesti (tant'è che è stato sottoposto a visita medica in tribunale) quando è giunto in tribunale, cioè dopo aver passato una notte nella cella di sicurezza della stazione di Tor Sapienza. E in merito alla possibilità di un'indagine, La Russa, dopo aver chiarito di non avere alcuna competenza trattandosi di carabinieri in servizio di polizia, ha però aggiunto: «Non sono in grado di accertare cosa sia successo ma di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». Dichiarazione che è andata di traverso ai rappresentanti della polizia penitenziaria: ««Il ministro La Russa ha perso una buona occasione per tacere. Ha detto che non ha elementi per dire come andarono i fatti connessi all'arresto di Stefano Cucchi, però sostiene che l'intervento dei carabinieri è stato corretto. Su quale basi lo dice? Chi sarebbe stato scorretto, allora?», ha chiesto Donato Capece, il segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria. Ma sul ministro è caduta una selva di fischi: «parole disarmanti e sospette» (Della Seta, Pd), «eviti la fiducia a prescindere» (Palermi, Pdci), «parole inaccettabili» (Nieri, Sinistra e Libertà). Che i sospetti, almeno finora, si concentrino principalmente sui carabinieri è però cosa chiara. Tanto che ieri sera è intervenuto anche il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Vittorio Tommasone, ribadendo: «Non abbiamo nulla da nascondere». Ed è tornato sull'intervento richiesto al 118 la notte del fermo, per far intendere il ragazzo che non aveva alcuna ecchimosi: «Il giovane era provato e in un forte stato di debilitazione e tremava. Tremava ed aveva freddo. Ma ai medici del 118 disse di non volersi ricoverare».Intanto ieri pomeriggio davanti a Montecitorio i giovani del Pdci e di Rifondazione, i giovani dell'Idv e l'Uds hanno organizzato un sit-in per chiedere «verità e giustizia per Stefano» e hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano perché intervenga sul caso. La famiglia di Stefano ha diffuso un comunicato per ringraziare «tutti coloro che stanno esprimendo la propria partecipazione», invitando «alla calma e alla compostezza» e ad evitare «qualsiasi gesto sconsiderato, che non aiuterebbe nella ricerca della verità». Ieri il Guardasigilli Angelino Alfano ha chiamato il procuratore di Roma per esprimere «il sostegno alle indagini e celerità nell'accertamento della verità e delle indagini», ribadendo «la fiducia nell'operato della polizia penitenziaria».E ieri alla Procura generale presso la Corte d'appello di Roma è arrivato un esposto presento dall'unione delle camere penali italiane, con cui si invita ad effettuare tutti gli accertamenti in ordine ai ritardi che sembrano esservi stati nell'accertare i fatti: «Il corpo del cittadino nelle mani dello Stato è sacro, e non si può consentire che dubbi si addensino sulle istituzioni», ha detto il presidente Oreste Dominoni.


fonte: il manifesto

30 ottobre 2009

Chi ha ucciso Stefano Cucchi ?

Dopo Federico Aldrovandi (ucciso durante un fermo di Polizia a Ferrara, il 25 settembre 2005), Gabriele Sandri (ammazzato l'11 novembre 2007 ad un autogrill da un poliziotto), Aldo Bianzino ("trovato" morto la mattina del 14 ottobre del 2008 nel carcere di Capanne) e Stefano Frapporti (morto il 29 luglio di quest'anno nel carcere Rovereto), un'altra "anomala" morte in carcere.

Scrive Luigi Manconi (dal sito innocenti.evasioni.net, da cui traiamo anche le foto, pubblicate su autorizzazione della famiglia):
"È inconfutabile che Stefano Cucchi – come testimoniato dai genitori – è stato fermato dai carabinieri quando il suo stato di salute era assolutamente normale ma già dopo quattordici ore e mezza il medico dell’ambulatorio del palazzo di Giustizia e successivamente quello del carcere di Regina Coeli riscontravano lesioni ed ecchimosi nella regione palpebrale bilaterale; e, la visita presso il Fatebenefratelli di quello stesso tardo pomeriggio evidenziava la rottura di alcune vertebre indicando una prognosi di 25 giorni. È inconfutabile che, una volta giunto nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini, Stefano Cucchi non abbia ricevuto assistenza e cure adeguate e tantomeno quella sollecitudine che avrebbe imposto – anche solo sotto il profilo deontologico – di avvertire i familiari e di tenerli al corrente dello stato di salute del giovane: al punto che non è stato nemmeno possibile per i parenti incontrare i sanitari o ricevere informazioni da loro. È inconfutabile che l’esame autoptico abbia rivelato la presenza di sangue nello stomaco e nell’uretra. È inconfutabile, infine, che un cittadino, fermato per un reato di entità non grave, entrato con le proprie gambe in una caserma dei carabinieri e passato attraverso quattro diverse strutture statuali (la camera di sicurezza, il tribunale, il carcere, il reparto detentivo di un ospedale) ne sia uscito cadavere, senza che una sola delle moltissime circostanze oscure o controverse di questo percorso che lo ha portato alla morte sia stata ancora chiarita".


Chi era Stefano ? da: innocenti.evasioni.net dalle parole di mamma e papà:
Era un ragazzo come tanti, pieno di vita, di aspirazioni, di progetti, amico di tutti, cordiale, allegro, esuberante, apparentemente spavaldo, sempre con la battuta pronta; era influenzabile sì, ma perché molto sensibile e fondamentalmente altruista. Aveva studiato e conseguito il diploma di geometra; aveva effettuato il prescritto tirocinio e collaborava con lo studio di famiglia; sognava di iscriversi al Collegio dei Geometri e perciò aveva iniziato un proprio percorso professionale, del quale era entusiasta e in cui riponeva enormi speranze e aspettative.
Come tanta gioventù era incappato nel problema della droga, ma era entrato spontaneamente in comunità e ne era uscito dopo tre anni con successo, conscio comunque dei pericoli sempre incombenti per chi ha subito una simile esperienza. Aveva trovato giovamento nell’attività sportiva della corsa e in palestra.

Cosa chiedono la mamma e il papà? Dopo i fatti accaduti la famiglia ritiene di pretendere legittimamente dallo Stato di rendergli conto sulla scomparsa di Stefano.

1- Vogliamo sapere perché alla sua richiesta precisa non è stato chiamato dai militari, la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia;

2- Vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito delle percosse bestiali e le lesioni;

3- Vogliamo sapere chi gliele ha prodotte e quando;

4- Vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non ci è stato consentito il colloquio con i medici;

5- Vogliamo sapere dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie;

6- Vogliamo sapere dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita in sei giorni di ricobero una tale debilitazione fisica;

7- Vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza conforto morale e religioso;

8- Vogliamo sapere infine la natura e le circostanze precise della sua morte;

9- Vogliamo sapere altresì se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita.


Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di 31 anni abbia il diritto di URLARE CON TUTTE LE SUE FORZE per chiederne conto!







fonte: InfoAut

Catania: Polizia sgombera il centro sociale Experia

Questa mattina alle ore 5.30 polizia, guardia di finanza e carabinieri in tenuta anti-sommosa hanno sgomberato il Centro Popolare Experia di Catania. Centinaia tra militanti, occupanti, sostenitori e abitanti del quartiere per tutta la notte hanno effettuato un presidio contro lo sgombero attendendo la notifica dell’ingiunzione di sgombero emessa dal Tribunale di Catania dal dottor Serpotta e preceduta da una campagna denigratoria a mezzo stampa da parte di AN (Pogliese, Bellavia, Messina). Ancora adesso non ci è dato sapere le motivazioni di tale procedimento ed è stato impedito agli avvocati di assistere al sopraluogo della struttura.Centinaia di sostenitori sono stati caricati dalla polizia immediatamente e sono decine i contusi medicati dal 118 chiamata dagli stessi militanti.Questo è uno sgombero politico che ha l’obiettivo di far tacere e cancellare un’esperienza sociale e politica che lotta da 17 anni e che ha ridato al quartiere popolare come l’Antico Corso uno spazio di aggregazione che per decenni era abbandonato. Doposcuola popolare, una palestra popolare, la ciclofficina etnea, il laboratorio di giocoleria e decine di altre attività di aggregazione sociale cancellati a colpi di manganelli.A quanto pare lo sgombero è stato richiesto dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Catania nella persona di Gesualdo Campo lo stesso che nel 1999 avvallò i lavori da parte della Facoltà di Giurisprudenza nell’area della Purità (nella parte esterna del Centro Popolare) ben sapendo che l’area conteneva reperti archeologici importantissimi per la storia della nostra città. Solo una lunga lotta del Centro Popolare e del Comitato Antico Corso sono riusciti a bloccare questi lavori speculativi rilanciando proposte concrete per l’utilizzo dell’area: riapertura di via bambino, la realizzazione di una bambinopoli nello spazio esterno del Centro Popolare espropriato da Giurisprudenza, la creazione di un Parco Archeologico per valorizzare i ritrovamenti. Forse lo sgombero di questa mattina è anche una ritorsione del dottor Campo? Visto che questa mattina assisteva compiaciuto alle cariche e allo sgombero del Centro Popolare Experia?Supposizioni visto che nessuno si è assunto la responsabilità politica di comunicarci le reali motivazioni. L’unica risposta che abbiamo ricevuto è stata la violenza della polizia.Le nostre proposte pratiche si scontrano con quello che l’Amministrazione Comunale a Catania ha espresso in questi ultimi 12 anni: degrado economico e conseguente ricaduta sul sociale.Questa è una città in emergenza e in pieno dissesto finanziario, questa è una città in ginocchio e, nonostante ciò, quello di cui si preoccupa la politica è di chiudere, far tacere ogni pratica di autorganizzazione dal basso che risponde allo stato di crisi generale con le sue proposte, le sue attività e anche il suo dissenso a questa chiara volontà politica dell’amministrazione di desertificare il territorio della città.Ma non è questa la Catania che vogliamo! Quello che la nostra occupazione ha espresso è ben altro che torpore, mercificazione e degrado!Presidio permanente davanti al Centro Popolare e assemblea pubblica alle ore 14.00. Il concerto antirazzista previsto per questa si terrà ugualmente nelle scalinate di via bambino adiacente l’ingresso del Centro Popolare.

QUI SIAMO E QUI RESTIAMO!

Centro Popolare Occupato Experiavia plebiscito 782 – Catania




29 ottobre 2009

Federico, Marcello, Aldo, Stefano

La notte del 25 settembre 2005, dopo una chiamata al 113 di una signora che segnalava un ragazzo «che sbatteva dappertutto» dalle parti dell’ippodromo di Ferrara, una pattuglia della polizia fermava Federico Aldrovandi, 18 anni. Secondo il rapporto della questura, all’arrivo della volante Alfa 3, ci fu una colluttazione tra il ragazzo e gli agenti. Dopo l’arrivo di una seconda volante, Alfa 2, alle 6.04 la prima pattuglia richiedeva l’invio di un’ambulanza, per «sopraggiunto malore». Il personale del 118 trovava il paziente «riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena, incosciente». L’intervento si concluse, dopo numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare, con la constatazione della morte del giovane, per «arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale».Marcello Lonzi muore in una galera livornese nel 2003 per «arresto cardiocircolatorio»: il suo corpo era sfigurato e sua madre cerca ancora la verità. Aldo Bianzino, falegname, arrestato il 12 ottobre 2007 e condotto nel carcere Capanne di Perugia, viene trovato morto in cella il 14. A due anni di distanza, ieri c’è stata l’udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio nel procedimento nei confronti di un agente della polizia penitenziaria addetto alla sorveglianza nella sezione 2 B. Pochi mesi fa Roberta, la sua compagna, se ne è andata per sempre senza riuscire a conoscere la verità. Stefano Cucchi aveva 31 anni e faceva il geometra nello studio che divideva con il padre e la sorella. È morto nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini di Roma il 22 ottobre scorso con il viso pestato e due vertebre rotte. Era stato arrestato il 16. Crimini «di pace» che «normalmente» si consumano nelle carceri italiane e nei tanti luoghi in cui la legalità è sospesa.



Roma: Morte di Stefano Cucchi in carcere, aperta un'inchiesta

«Ho avuto modo di vedere le foto della salma di Stefano Cucchi, è difficile trovare le parole per dire lo strazio di quel corpo, che rivela una agonia sofferta e tormentata». E’ intenzionato ad andare fino in fondo Luigi Manconi, presidente dell’associazione A Buon Diritto, che insieme ai familiari di Stefano, ha parlato oggi in conferenza stampa per chiedere di fare luce sulla morte del 31enne romano, fermato giovedì 16 ottobre nel parco degli Acquedotti perché in possesso di venti grammi di sostanze stupefacenti, e morto nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini giovedì 22. Otto interminabili giorni durante i quali la famiglia ha tentato invano di vedere il ragazzo e di parlare con i medici che lo avevano in cura. Per sollecitare l’opinione pubblica, il padre e la sorella Ilaria hanno distribuito le foto del corpo di Stefano scattate dall’agenzia funebre dopo l’autopsia. Si vede così un corpo estremamente esile [dai 43 chili del fermo è passato ai 37], con il volto devastato, l’occhio destro rientrato nell’orbita, l’arcata sopraccigliare sinistra gonfia e la mascella destra con un solco verticale, segno di una frattura. Al momento è stata aperta un’inchiesta d’ufficio. Il legale della famiglia, Fabio Anselmo, spiega che «l’atto di morte è stato acquisito dal Pm, per cui non abbiamo in mano nulla se non queste foto e un appunto del nostro medico legale. Aspettiamo comunque gli esiti dell’esame istologico». L’avvocato tiene a precisare che «noi non accusiamo nessuno, ma una cosa è certa: Stefano è uscito di casa in perfette condizioni di salute e non è più tornato. Chiediamo che non ci sia un valzer di spiegazioni frettolose e spesso in contraddizione tra loro e di risparmiare alla famiglia un processo». Il prossimo passo sarà la costituzione di un pool di medici esperti in grado di «vagliare criticamente il poco materiale a disposizione». La Procura della Repubblica ha infatti disposto una consulenza per accertare le cause del decesso di Stefano: gli esperti, nominati dagli uffici di piazzale Clodio, dovranno capire cosa abbia provocato le ecchimosi riscontrate in sede di esame autoptico sul corpo del giovane. Per far luce il magistrato ha disposto anche l’acquisizione delle cartelle cliniche, la trascrizione del verbale d’udienza di convalida, nonché la registrazione della stessa udienza. Secondo le ricostruzioni Stefano fu arrestato nella notte del 16 ottobre dai carabinieri nel parco Appio Claudio in quanto trovato in possesso di sostanza stupefacente, per lo più marijuana. Fu poi visitato da un medico del 118 chiamato dai militari perché il giovane diceva di sentirsi male. Stando al referto il dottore non notò anomalie, né ecchimosi, riscontrate invece dopo l’arresto. Poi l’udienza per direttissima, dopo la notte nella camera di sicurezza di una caserma dell’Arma, durante la quale Stefano fu visitato dal medico del presidio del tribunale che non riscontrò nulla che potesse mettere in pericolo la sua vita. Il ragazzo fu quindi consegnato alla polizia penitenziaria e portato a Regina Coeli, poi il trasferimento all’ospedale Pertini e la morte il 22 ottobre. La procura ha quindi deciso di aprire un fascicolo, un «modello 45» ossia senza indagati e senza ipotesi di reato, per fare luce su una situazione che sembrava poco chiara, benché non fosse stata presentata nessuna denuncia. Anche il mondo della politica farà la sua parte, almeno così hanno promesso Emma Bonino, Flavia Perina, Renato Farina e Marco Perduca, presenti oggi alla conferenza stampa. Marco Perduca, Senatore Radicale, ha annunciato che «come commissione parlamentare sui diritti umani prenderemo in considerazione una missione ispettiva al reparto detentivo del Pertini». Farina, che ha visitato il nosocomio, ha riferito di «una struttura peggio del carcere», mentre l’assessore regionale al Bilancio Luigi Nieri, ha annunciato l’avvio di un’inchiesta amministrativa per verificare eventuali responsabilità dei medici del reparto detentivo dell’ospedale Pertini «poiché la sanità penitenziaria è ora competenza della Regione». Dal canto suo il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, dopo aver ascoltato la riposta del ministro della giustizia Angelino Alfano all’interrogazione presentata dai parlamentari Bernardini e Giachetti, presenterà un esposto alla Procura della Repubblica di Roma. Dalle verifiche condotte dall’Ufficio del Garante presso le autorità sanitarie e quelle penitenziarie risulterebbero, in particolare, due punti definiti «importanti»: il pomeriggio precedente alla morte, i medici dell’ospedale Pertini avrebbero avvisato il magistrato, con una relazione allegata alla cartella clinica, delle difficoltà a gestire le condizioni del paziente, che avrebbe tenuto un atteggiamento di rifiuto verso i trattamenti terapeutici. Inoltre, il personale sanitario non sarebbe mai venuto a conoscenza, se non dopo la morte, della richiesta di colloquio dei familiari, per altro ritenuto dai medici fondamentale in ogni caso. «Ora – ha concluso Marroni – attendiamo l’esito degli esami autoptici per comprendere cosa è esattamente successo a questo ragazzo. Al di là tutto, io credo che aver impedito ai genitori di vedere il figlio per giorni è un fatto di una gravità estrema, così come è grave, se vera, la circostanza riferita dai parlamentari secondo cui al perito della famiglia sarebbe stato impedito di assistere all’autopsia». «E’ inconfutabile – ha detto Manconi – che il corpo di Stefano Cucchi, gracile e minuto, abbia subito numerose e gravi offese e abbia riportato lesioni e traumi a partire dalla notte tra il 15 e 16 ottobre. E’ inconfutabile che Stefano Cucchi, come testimoniato dai genitori, è stato fermato dai carabinieri quando il suo stato di salute era assolutamente normale ma già dopo quattordici ore e mezza il medico dell’ambulatorio del palazzo di Giustizia e successivamente quello del carcere di Regina Coeli, riscontravano lesioni ed ecchimosi intorno alle palpebre: quando, poco dopo, è stato visitato al Fatebenefratelli, gli è stata riscontrata la rottura di alcune vertebre con una prognosi di 25 giorni. Una volta giunto nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini – ha detto ancora Manconi – Stefano non ha ricevuto assistenza e cure adeguate né tantomeno sono stati avvertiti i familiari ai quali non è stato nemmeno possibile incontrare i sanitari o ricevere informazioni. E’ inconfutabile che l’esame autoptico abbia rivelato la presenza di sangue nello stomaco e nell’uretra, ed è inconfutabile, infine, che un cittadino, fermato per un reato non grave, entrato con le proprie gambe in una caserma dei carabinieri e passato attraverso quattro diverse strutture statuali [la camera di sicurezza, il tribunale, il carcere, il reparto detentivo di un ospedale] ne sia uscito cadavere, senza che una sola delle moltissime circostanze oscure o controverse di questo percorso che lo ha portato alla morte sia stata ancora chiarita».

I FASCISTI NON DOVRANNO PARLARE A NOVARA

Sabato pomeriggio 24 ottobre un nutrito gruppo di antifascisti novaresi - mentre si recava a rendere omaggio ai caduti partigiani in Piazza Cavour - si è imbattuto in un gazebo dei neonazisti dell’associazione “Iperborea” che venivano allontanati dal fermo atteggiamento dei militanti novaresi.Anche per sabato 31 ottobre dei fascisti in trasferta appartenenti a Forza Nuova e guidati da un rottame della RSI (Repubblica Sociale Italiana) intendono
presentarsi alla sala della Barriera Albertina per una conferenza contro il cacciabombardiere F35 ma in un’ottica militarista e guerrafondaia. Ribadiamo il nostro deciso rifiuto alla presenza a Novara di chiunque faccia aperta apologia del fascismo. Stiamo lanciando una mobilitazione per impedire che si tenga questa riunione. Ci diamo appuntamento in piazza Martiri presso la lapide dei caduti alle ore 20,30 di sabato 31 ottobre.
Difendiamo i valori nati dalla resistenza rimandando i fascisti nelle fogne da dove sono venuti.

Prime Adesioni:

Assemblea Permanente NO F35, Comitato No F35 di Castano, Antifascisti Novaresi, Mattone Rosso di Vercelli, Centro sociale Lacandona di Valenza, Punto Rosso di Magenta, Collettivo Studentesco ANTASTU, Collettivo Novara ANTIFA, Circolo Banditi di Isarno.


Per adesioni: info@nof35.org


Scrivi un email di contrarietà alla prefettura di Novara;

prefettura.novara@interno.it

prefettura.prefno@pec.interno.it


26 ottobre 2009

Treviso: Gentilini condannato per razzismo, niente comizi per tre anni

Almeno, per tre anni ci saranno risparmiati i comizi razzisti del grande vecchio leghista Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso. E’ stato condannato dal Tribunale di Venezia per aver usato «parole troppo forti» contro gli immigrati e contro la possibilità di aprire moschee in Italia. Gentilini aveva detto la sua dal palco del raduno della Lega di Venezia nel 2008.Dovrà pagare 4 mila euro di multa e per tre anni gli è vietato di tenere pubblici comizi. L’accusatore era il procuratore Vittorio Borraccetti, che aveva chiesto 6 mila euro di multa pari a 1 anno e 5 mesi di reclusione. Il difensore di Gentilini, avvocato Luca Ravagnan, ha già annunciato ricorso in appello sostenendo che «non c’era alcuna maliziosità contro le razze ma il sostegno ad idee ben note nel mio assistito finalizzate all’integrazione tra etnie diverse».

Ferrara: Minacce di morte all'autrice del libro su Federico Aldrovandi

A poco più di un mese dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza sull'omicidio di Federico Aldrovandi. Oggi è apparsa una notizia sconvolgente su Estense.com, giornale ferrarese. L'articolo parla della minaccia di morte che l'autrice del libro "Aldro" ha ricevuto via telefono."Ricordati che devi morire". È la telefonata anonima che si è vista recapitare Francesca Boari, insegnante di Storia e Filosofia al liceo Ariosto di Ferrara. La chiamata è stata effettuata alle 20.17 di martedì tredici ottobre. In quel momento la professoressa era al telefono con Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi. È scattata così la segreteria e solo dopo aver attaccato la conversazione la docente ha potuto ascoltare quanto registrato. Le due donne stavano parlando dell'appuntamento si sabato prossimo, quando alle 17.30, a Palazzo Bonacossi, Boari presenterà il suo ultimo libro, edito dalla Corbo Editore, che si intitola "Aldro" (con la prefazione di Gaetano Sateriale) e parte dal fatto di cronaca avvenuto all'alba del 25 settembre 2005 per parlare dei temi legati all'adolescenza. Ci risulta quasi superfluo parlare di un avvenimento gravissimo. Purtroppo soltanto l'ultimo di una lunga serie che si sono susseguiti subito dopo la morte di Federico. E se, come dichiara il padre Lino sul blog "è arrivata un poco di giustizia, di rispetto e di dignità", questo è soltanto grazie a due genitori che hanno trovato la forza di non credere, e di pretendere giustizia.


fonte: InfoAut

Milano: volantino minaccia gli immigrati. "Non costringeteci a usare i bastoni"

Non ne possono più dei quindici senza tetto africani che «dormono, urinano, si ubriacano e fanno sesso» in galleria Buenos Aires, sotto le loro case. A Milano scenderanno in piazza i residenti di via Masera, assieme ai commercianti di corso Buenos Aires, per chiedere «l’intervento del sindaco e del prefetto», prima che qualcuno «decida di risolvere il problema con quattro bastoni», come è scritto nel volantino shock che annuncia la manifestazione. Si protesta anche per la presenza sul corso di venditori abusivi, «mai numerosi come oggi», come dice Luigi Ferrario, presidente della associazione dei negozianti Buenos Aires Futura. Al “presidio per la sicurezza” di mercoledì prossimo, alle 11 in corso Buenos Aires 36, ci saranno anche esponenti politici e dei partiti: dalla Lega al Pdl, fino alla lista Ferrante, all’opposizione a Palazzo Marino. Esasperati dalla presenza degli africani, che in più occasioni hanno aggredito chi chiedeva loro di spostarsi, i residenti mercoledì scorso hanno anche organizzato una sorta di ronda: sono scesi in strada alle 23, ora a cui si presentano i quindici uomini, e si sono messi a chiacchierare in capannello, occupando lo spazio dove ogni notte vengono gettati i cartoni e i sacchi a pelo. «Non siamo razzisti e con i clochard che dormono qui da anni non abbiamo mai avuto problemi — dice la portavoce del comitato di via Masera — ma di questi non ne possiamo più. Il Comune deve trovare loro una sistemazione dignitosa e liberarci così dagli schiamazzi e dalla vista di escrementi sui marciapiedi e sesso consumato in strada». I controlli di polizia hanno riscontrato che gli africani, accampati in viale Vittorio Veneto fino al luglio scorso e poi cacciati dai vigili, hanno tutti documenti regolari e permessi di soggiorno “per ragioni umanitarie”.
I volantini che convocano il presidio, appesi sui muri e sulle serrande dei negozi, hanno toni duri. Si chiede alle istituzioni di intervenire contro «un vero schifo» precisando che «è loro preciso dovere». E denuncia «l’arroganza e la prepotenza dei venditori abusivi, non importa se gialli, neri, rossi o bianchi». La manifestazione, proclamata venerdì scorso, ha rapidamente raccolto l’adesione dei comitati dei quartiere di ogni colore politico. E sono arrivate le promesse di presenza da parte degli esponenti partiti, soprattutto di quelli di centrodestra, che sostengono quella giunta comunale a cui i residenti chiedono soluzioni. Mercoledì ci saranno Mario Borghezio e Max Bastoni con le loro “ camicie verdi padane” e l’assessore regionale leghista Davide Boni. Ci sarà una delegazione dei consiglieri comunali del Pdl, come annuncia Carlo Fidanza, e anche Carlo Montalbetti, consigliere di opposizione eletto a Palazzo Marino con la lista Ferrante. Uno schieramento di rappresentanti eletti che non piace al vicesindaco Riccardo De Corato: «I problemi non si risolvono con la piazza — dice — la presenza dei senzatetto molesti si impedisce solo chiudendo la galleria Buenos Aires di notte. Siamo disposti autorizzare i lavori per installare una cancellata a scomparsa anche subito». A pagare i lavori, però, dovranno essere i condòmini, visto che la galleria è privata. A contestare l’utilità del presidio è anche Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in consiglio comunale: «Il Comune dovrebbe trovare il modo di fare stare queste persone in dormitorio, senza tanti clamori», dice.


fonte: La Repubblica

Ostia: Aggressione fascista

'Frocio comunista'. E poi il pestaggio. Violento. Vigliacco. In tre lo hanno assalito alle spalle e lo hanno scaraventato per terra. Calci in faccia, sulla schiena fino a spaccargli il setto nasale e una costola. A salvargli la vita la vicinanza al commissariato di Ostia, la sua corsa disperata verso il posto di polizia. Là Fausto (il nome è di fantasia per proteggerne l'identità), con il volto trasformato in una maschera di sangue, ha denunciato tutto prima di essere portato all'ospedale per essere sottoposto alle radiografie e alle cure dei medici". E' quanto scrive su Il Messaggero, Davide Desario."E' la storia dell'ennesima aggressione a sfondo omofobo a Roma - continua il quotidiano - Anche se la vittima questa volta non è omosessuale. A tradirlo, forse, il suo look non omologato alle mode del momento. Fausto, trent'anni, vive sul litorale romano a Ostia e scrive come freelance per la rivista musicale 'Rumore'. E spesso con le critiche ci va giù forte. Venerdå aveva trascorso una bella serata. Era stato a Roma, al Circolo degli Artisti in via Casilina Vecchia per seguire il concerto del gruppo pop londinese 'Micachu and the shapes'.Alla fine del concerto, con la sua borsa con appunti, penne e riviste, il ritorno verso Lido con i mezzi pubblici. Ed è là che inizia il suo incubo. Sono circa le 4 quando Fausto, jeans attillati, giacchetta british doppiopetto e ai piedi le 'frankenstein' scende dall'autobus notturno in via dei Romagnoli. Attraversa il cavalcavia pedonale e si ritrova davanti alla stazione Lido Nord.Là, appoggiati ad un muretto tre ragazzi capelli corti, jeans e felpe". "Quando mi hanno visto - racconta Fausto con la voce bassa e impastata e il volto tumefatto per le percosse - mi hanno fatto il saluto romano. Io ho fatto finta di niente e ho proseguito a camminare per la mia strada. Ma li ho sentiti che dicevano qualcosa ma non ho capito cosa". "Per tornare a casa - si legge ancora - Fausto deve percorrere via dei Promontori uno stradone lunghissimo. E lui lo fa a passo veloce. Poi però si volta indietro e vede che quei tre lo stanno seguendo dall'altra parte del marciapiede. Prosegue. Passa un incrocio, ne passa un altro. Si volta ancora indietro e vede che uno dei tre ß passato dal suo lato della strada. Si preoccupa.Si volta ancora senza mai fermarsi e vede che anche un altro ß dietro di lui. A quel punto ha paura, e anche se si trova all'altezza di una chiesa e non è lontano da casa, prende dalla tasca della giacca il telefonino per chiamare qualcuno. Ma non fa in tempo a utilizzarlo. I tre gli sono già addosso". "Sono arrivati alle spalle - racconta ancora sotto choc - mi hanno urlato 'frocio comunista' e poi mi hanno massacrato di botte". Una carica di calci in testa e alla schiena."Pensavo che mi avrebbero ammazzato" dice ancora Fausto. "Poi però - prosegue l'articolo - la vittima riesce a divincolarsi, si alza e corre. Il commissariato di Ostia è là, a poche decine di metri, in via Genovese Zerbi. Fausto arriva con il fiatone che gli toglie la voce, i jeans strappati, il volto coperto di sangue. E racconta tutto alla polizia. Con gli agenti torna sul luogo dell'aggressione e lå recupera le chiavi di casa, il telefonino cellulare e gli occhiali. Poi viene subito trasportato in ospedale Giovan Battista Grassi dove i medici gli diagnosticano la frattura del setto nasale, una costola rotta, traumi allo zigomo. Sulla violenta aggressione - conclude - stanno indagando gli agenti del commissariato di Ostia".


Roma: Morte sospetta di un detenuto in ospedale

Aldo Bianzino, morto due anni fa in una prigione di Perugia per cause ancora da chiarire. Marcello Lonzi, ammazzato in una galera livornese nel 2003 da un arresto cardiocircolatorio ma il suo corpo sfigurato, a sua madre che cerca ancora verità, dice tutt'altro. Fino a l'altroieri, Ilaria non conosceva i loro nomi, forse nemmeno sapeva quanto fosse lungo il catalogo dei morti di galera. Poi i carabinieri di Torpignattara hanno bussato a casa loro per dire che semplicemente «Stefano era morto», in ospedale. Più precisamente nel reparto penitenziario del Pertini. Ora la famiglia chiede di poter vedere la salma prima che sia ricomposta. Vuole accedere al più presto alle foto dell'autopsia. Perché, finora, le due cose sono state negate. Stefano aveva 31 anni, faceva il geometra in uno studio comune con il padre e la sorella. La notte tra il 15 e il 16 ottobre lo pescano con 20 grammi di sostanze nel vicino quartiere Appio Claudio. Le modalità dell'arresto e del sequestro non sono ancora note alla famiglia. All'una e mezza di notte di notte, il citofono di casa Cucchi segnala l'arrivo di Stefano. Non è solo. Con lui ci sono i militari che lo hanno arrestato. Perquisiranno solo la sua cameretta, senza perlatro trovare nulla. Uscendo, uno di loro cerca di rassicurare la madre: «Signora non si preoccupi. Per così poco è capace che domani sia a casa ai domiciliari».Dettaglio importante: Stefano «era pulito», racconta Ilaria nella sala d'aspetto dell'obitorio di Piazzale del Verano. Ossia «camminava sulle sue gambe, non aveva segni sul viso». E ricorda quanto fosse esile suo fratello. Basso e magrissimo. Il mattino appresso suo padre va a Piazzale Clodio all'udienza per direttissima. Stefano aveva il viso livido e gli occhi gonfi. L'udienza è rinviata al 13 novembre. Si torna a Regina Coeli. Il sabato sera, l'indomani, i carabinieri arrivano a casa Cucchi per comunicare il ricovero al Pronto soccorso dell'Isola Tiberina. Si scoprirà, invece, che era stato portato al Pertini. Motivo ufficiale: dolori alla schiena dovuti a una caduta precedente all'arresto di cui in casa nessuno sa nulla. Ma una lastra dirà che aveva due vertebre rotte, una sacrale e una lombare, due vertebre basse. Si può camminare per tre giorni con due vertebre rotte, andare a casa, poi in carcere, quindi al processo e di nuovo in galera? Bisognerebbe sapere quanto siano profonde quelle lesioni. Ma sicuramente il dolore sarebbe stato evidente. E per capire quando si siano verificate ci sarebbe da osservare l'emorragia attorno alle vertebre. Quella sera i genitori di Stefano sono scappati in ospedale ma fu spiegato loro - era la prima volta che si trovavano in quelle condizioni - che era un carcere a tutti gli effetti. Non era possibile vederlo, né avere notizie senza una carta del pm. La stessa cosa si sarebbero sentito dire la domenica mattina. Lunedì la carta non è ancora arrivata. «Ma perché è qui?», riescono a domandare a una poliziotta. «Non vi preoccupate, vostro figlio è tranquillo». Mercoledì arriva l'autorizzazione ma vale per il giorno successivo. Ma Stefano muore all'alba. All'ora di pranzo - un bel po' di ore dopo - arrivano i carabinieri a portare il dispostivo per la nomina di un consulente di parte per gli "accertamenti urgenti non ripetibili", l'autopsia. C'è qualcosa che non quadra. Ilaria ha sempre più domande in testa e nessuna risposta. La sera prima una volontaria le aveva telefonato per riferire un messaggio di Stefano. Voleva parlare con suo cognato, il marito di Ilaria, appunto. Il ragazzo cercava aiuto per affidare a qualcuno la sua cagnetta. «Ma quando esco la rivoglio», aveva precisato. Poi aveva chiesto un bibbia. «Noi siamo molto religiosi», conferma Ilaria. La volontaria non ha saputo dire granché delle condizioni fisiche di Stefano. Dice che era sempre sotto il lenzuolo. Dopo un'inutile corsa sotto la pioggia a Piazzale Clodio - «credevamo fosse lì l'autopsia» - Ilaria e i suoi arrivano al Pertini. Una dottoressa conferma la versione della volontaria: pare che Stefano stesse per ore sotto le lenzuola. «Non si voleva nutrire - ha detto - gli portavamo la carne ma lui la lasciava». E avrebbe rifiutato le cure. Suonano beffarde le parole della dottoressa ai genitori che nemmeno hanno potuto assistere un figlio moribondo: «Perché non vi siete rivolti a noi?». Dopo un braccio di ferro col posto di polizia, finalmente il pm autorizza i familiari a vedere la salma. Dietro il vetro divisorio, Stefano rivela il viso deformato, nero, «come bruciato». Un'occhio pesto, l'altro fuori dalle orbite, le ossa della mascella spostate. «Per forza non mangiava!», esclama la sorella. Il corpo era nascosto da un lenzuolo. L'autopsia è durata più di cinque ore e stavolta il pm ha negato ai consulenti di parte di effettuare foto. Ci saranno solo quelle del perito del pm. All'uscita dall'obitorio il medico di parte avrà poche parole. Conferma la natura traumatica degli ematomi sul viso ma nega emorragie interne. Insomma, quelle botte non spiegherebbero la morte. Sarebbe evidente una «sofferenza polmonare» ma per capire meglio si dovranno aspettare gli esami istologici, le cartelle cliniche, i rilievi tossicologici. Le domande di Ilaria sono troppe, e sempre più inquietanti.


Checchino Antonini da Liberazione

22 ottobre 2009

Testimonianze: Croce Rossa.......sembra tutto normale? Storia di Ordinaria Ingiustizia.....

Nella Croce Rossa Abruzzese avvengono delle irregolarità amministrativo-contabili. A denunciarle è il maresciallo Vincenzo Lo Zito, dipendente CRI, a compierle è la Presidente Maria Teresa Letta la quale ha anche provveduto al 2° Trasferimento per incompatibilità ambientale dello stesso. I fatti contestati dal maresciallo, toccano diverse sfere, dell’agire nella pubblica amministrazione ma attengono sempre alla stessa persona che vuole tutto sotto il suo controllo e la sua direzione.
Il M.llo capo Vincenzo Lo Zito, è un dipendente della Croce Rossa Italiana Corpo Militare, in servizio presso il Comitato Regionale Abruzzo dell’Aquila con incarico di Funzionario Amministrativo qualifica C2. fino al secondo TRASFERIMENTO D'AUTORITA' , con un esoso danno all’erario, per aver svolto solo il proprio lavoro e aver presentato dopo che i vertici della Croce Rossa Informati dei fatti tacevano.... regolari esposti alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti di competenza per presunte irregolarità amministrativo-contabile, rilevate all’interno del Comitato Locale di Carsoli (AQ) prima e del Comitato Regionale Abruzzo in L’Aquila in ultimo, da parte dei rispettivi Presidenti.Nello specifico e ultimo fatto in essere, il Presidente del Comitato Regionale Abruzzo della Croce Rossa Italiana, Maria Teresa Letta sorella di Gianni Letta, con carica esclusivamente di Presidente Regionale e quindi, né di Direttore né di Funzionario amministrativo, firmava mandati di pagamento e quant’altro avendo anche la firma depositata in Banca presso Avezzano (AQ), sua città di residenza e non a l’Aquila unica sede della struttura CRI, contrariamente a tutti i regolamenti di amministrazione che prevedono che tali compiti spettino solo ed esclusivamente al Direttore Regionale.Anche lo stesso Direttore, aveva lamentato l'anomalia gestionale e le irregolarità alla Banca dove era depositato il C/C del Comitato Regionale Abruzzo, ma la stessa Presidentessa ha continuato a firmare unitamente a un’altra dipendente, che non aveva nessuna qualifica per la firma ed assunta a tempo determinato.I Mandati di pagamento e le reversali d'incasso li firmavano entrambi, una come Presidente, (figura non deputata a tale compito), l'altra come Responsabile Amministrativo, violando due principi essenziali, uno che il Direttore era presente in sede, la seconda, non avendo il requisito essendo precaria.La cosa grave è che oltre a questi evidenti abusi, nei confronti del Maresciallo Lo Zito, è stata attuata una vera e propria “guerra”: per aver più volte denunciato i fatti e aver tentato di garantire una corretta amministrazione dei soldi pubblici. Vengo trasferito due volte su indicazione della stessa Presidentessa Regionale CRI, Maria Teresa Letta, la quale addirittura come motivazione, adduce al fatto, che il Maresciallo Lo Zito le impedisce di svolgere il suo lavoro (illegale) e pertanto richiede il trasferimento immediato per “INCOMPATIBILITA’ AMBIENTALE” cosi si legge sull’ennesimo provvedimento del 11 Agosto 2008 e questa volta addirittura fuori Regione e precisamente all' Ufficio Arruolamento e Addestramento di ASSISI (PG), della regione Umbria.Tutto questo oltre al notevole disagio creatomi per gli spostamenti, anche in seguito al recente e delicato intervento cardiaco cui sono stato sottoposto e ancora convalescente, ha comportato un esoso esborso di denaro pubblico....... come riportato anche nel verbale dell’Ispezione del Ministero Economia e Finanza. Si precisa che l’apertura dei Centri di Mobilitazione con Ordinanza Presidenziale 223/06 contestata anche dall’ispezione, “non comportava impiego di fondi”…… cosa che non è stata, come dalla tabella riportata nell’ispezione stessa.Inoltre per l’apertura dei Centri è stato trasferito d’Autorità del personale che ha percepito regolare indennità di trasferimento, nonostante fossero inutili come evidenziato anche dall’indagine svolta dal “Corriere della Sera" Nel Centro di Assisi (Perugia) per costutuirlo appositamente vengono trasferiti da Roma i militari Ten. Col. Reali Antonello e Mar. Muto Silvio che risultano rispettivamente in ordine, il primo già con incarico ad Interim anche del Centro di Roma per farlo rientrare e Comandante, dopo aver percepito l’indennità di trasferimento e il secondo in attesa, mentre il sottoscritto Maresciallo Capo Vincenzo Lo Zito viene trasferito con tanto di oneri in una sede che risulta inutile… e tra l'altro, nonostante ci sia una copiosa certificazione sanitaria, che mi vieta nel modo più assoluto di allontanarmi dalla mia residenza e raggiungere una destinazione così lontana, che comporterà la sospensione del trattamento riabilitativo e il degenerare della mia patologia cardiaca sottoponendomi a notevole stress psico-fisico e non potendo rispettare le norme prescritte di alimentazione e riposo..Il Soggiorno avverrà in Auto e l'alimentazione alla meglio.. dato che non è previsto un alloggio di servizio e non posso permettermi il carico di un ulteriore affitto dato che ho già una casa da pagare e il mantenimento di due figli di cui uno all'università.... e tutto questo: PER PROTEGGERE una persona che meriterebbe Lei l'allontanamento o la radiazione dalla Croce Rossa italiana.. Ma tutto questo non è possibile perchè è la SORELLA di Gianni Letta....

Maroni chiede all’Arci 50 mila euro di risarcimento

Dopo le denunce ai giornali d’opposizione, ora il governo se la prende con l’Arci, citata in giudizio dal ministro Maroni, la cui immagine e reputazione sarebbe stata danneggiata da una dichiarazione stampa del responsabile immigrazione Filippo Miraglia, rilasciata nel luglio del 2008. Era il periodo delle polemiche sulla schedatura nei campi rom, con la raccolta di impronte digitali ad adulti e bambini. L’Arci, che già si era opposta a questa misura discriminatoria e incivile, in particolare se praticata nei confronti di minorenni, denunciò nel comunicato cui si fa riferimento l’ulteriore schedatura che si imponeva nelle scuole, obbligando i dirigenti scolastici a inviare ai prefetti (cioè ai rappresentanti del ministro degli interni sul territorio) l’elenco degli alunni stranieri, specificando se rom o sinti.

Sardegna. Classe operaia sotto processo

Inizia oggi il processo a carico di 33 tra operai e sindacalisti che dal 20 al 24 febbraio 2006 occuparono l'inceneritore dei rifiuti di Tossilo per protestare contro la chiusura della Legler. In totale gli operai occupanti furono oltre 800, ma "solo" 33 saranno quelli che finiranno alla sbarra, tra cui i leader sindacali Franco Mussoni della Cgil, Ignazio Ganga e Tomaso Canu della Cisl, Bobo Arbau della Uil e Franceschino Spanu dell'Ugl. Secondo l'accusa avrebbero impedito per tre giorni l'ingresso dei camion nel recinto dell'inceneritore di Tossilo, carichi di rifiuti provenienti da decine di paesi della provincia e di altre aree della Sardegna centrale. Ma perché solo 33 persone?E' evidente che se fossero finito tutti sotto processo, questo si sarebeb caratterizzato come un vero e proprio processo classista. La giustizia ha in questa maniera inteso evitare quella che comune é un'evidenzia, prendendo 33 capri espiatori e portando comunque avanti un processo di classe. Giusto sarebbe stato autodenunciarsi in massa e far sì che davvero il processo fosse manifestatamente, e non accultamente, classista a antiproletario. Purtroppo i sindacalisti e gli opera non denunciati hanno mostrato nessuna solidarietà e voglia di fare veramente qualcosa per la prorpia causa, lasciando di fatto sili i loro compagni. C'è da essere veramente pessimisti...
fonte: Indymedia

Testimonianze: RIFLESSIONI E PROPOSTE SULLA QUESTIONE DI CASAPOND DI NAPOLI

La questione di CasaPound (C.P.) pone alcune riflessioni.
La prima riguarda l’opera di distorsione e di occultamento dei veri termini del problema, messa in campo dai mass-media. Due sono gli aspetti: C.P. non è un’organizzazione di destra, ma un’associazione fascista, come loro stessi dichiarano.
La seconda riguarda l’appoggio che l’insieme del centro-destra esprime verso C.P. (vedi le dichiarazioni degli esponenti del PdL nel Consiglio Comunale di Napoli).
Di conseguenza dovremmo riuscire, nelle prossime iniziative, a porre l’accento sulla differenza tra il dichiararsi di destra e definirsi fascista. Allo stesso tempo, tentare di creare contraddizioni nel PdL chiedendo, anche a questo partito una presa di distanza da C.P.. Sappiamo che questa questione ha solo un aspetto tattico, in quanto il Popolo delle Libertà sostiene e finanzia C.P. (vedi l’iniziativa del Comune di Roma che ha incluso C.P. tra quelle associazioni che usufruiscono finanziamenti per “Attività culturali, sportive, folcoristiche”, come Liberazione del 14 ottobre u.s. riporta).
Inoltre, è da rigettare ogni comparazione tra l’occupazione da parte dei fascisti dello stabile di Materdei con quella di altri edifici da parte di compagni dei Centri Sociali. Questo parallelo serve da alimentare “il giochetto” degli opposti estremismi, che ben conosciamo. In questo senso, non basta mai ribadire a tutti ed in tutte le occasioni che la nostra Costituzione è dichiaratamente antifascista e in nessun suo dettame risulta essere antisinistra o anticomunista.
Sappiamo bene, che chi ha alimentato il clima politico di confusione intorno alla questione C.P. non tiene conto della Costituzione, ma questo argomento ci servirebbe per rompere “il giochetto” degli opposti estremismi.
La stampa e le televisioni hanno, anch’esse, alimentato la teoria delle “opposte fazioni” ed addolcito le notizie definendo quasi sempre (se non sempre) C.P. di destra e non fascista.
Nemmeno il Consiglio Comunale di Napoli ha svolto un ruolo positivo sulla vicenda, anzi si è caratterizzato per una sua assenza. Consideriamo gravi le dichiarazione del Sindaco di Napoli rilasciate alla stampa, in merito alla questione di C.P. il 14-10-2009. che sostenevano “Sono a favore dell’associazionismo, però bisogna rispettare due condizioni. Che le persone si aggregano lo facciano per scopi socialmente utili e che non si facciano occupazioni abusive….”, queste affermazioni dimostrano come il Sindaco non intenda assumere nessuna posizione chiara sulla vicenda.
Le stesse forze democratiche, unitamente al PRC, hanno avuto sulla vicenda CasaPound un agire inefficace, insufficiente ed attendista.
Cosa dovremmo fare nel prossimo futuro?
La nostra azione dovrà essere caratterizzata sempre più nel segno dell’unità di tutte le forze che si battono per cacciare i fascisti da Materdei e quindi tentare di mettere insieme soggetti quali: la Rete antirazzista, il Comitato Antifascista di Materdei, il Comitato Abitanti Materdei, le forze politiche democratiche (dal PD, all’Anpi a tutte le forze disponibili su questo terreno).
Per cacciare C.P. da Materdei servirà una campagna duratura nel tempo, a partire dall’ iniziativa politica e sociale (esempio: sportelli di assistenza su problemi della casa e del lavoro); un impegno costante sulle questione del territorio; un campagna di sensibilizzazione sulle politiche della nuova destra neofascista verso i giovani/studenti (si pensi al Vico) e verso i ceti popolari.
Occorrerebbe agire per creare contraddizioni nel campo del Centro – destra, con la richiesta di prese di posizione esplicite contro il fascismo e contro C.P. ma anche in tema di sicurezza (il quartiere Materdei risulta essere più sicuro o meno sicuro dopo l’occupazione da parte di C.P.?).
Prevedere di sviluppare un’iniziativa nei confronti dei rappresentanti dei partiti democratici e del PRC, chiedendo un incontro (senza delegare a questa iniziativa le sorti di tutta la lotta contro la permanenza di C.P. a Materdei).
Organizzare e promuovere come PRC (aperto a tutte le forze che si battono contro C.P.) un grande convegno, da tenersi a Materdei, sulla nuova destra neofascista italiana, coinvolgendo esperti, esponenti politici e associazioni.
Le proposte si tengono tra di loro e solo in questo modo potremmo sviluppare, dal mio punto di vista, un’azione efficace ed ottenere un risultato positivo per la nostra azione politica.

Fraterni saluti.
Napoli, 22 ottobre 2009
Lettera firmata di un iscritto Prc

Bologna: Pugno a fermato, polizia intimidisce testimone

Nei pressi dell’entrata dei giardini Fava di via Milazzo, intorno alle 22.30 di lunedì, agenti delle forze avrebbero agito brutalmente nell’arresto di un ragazzo migrante. A raccontarlo è una testimone, che ha denunciato il fatto lunedì notte in un messaggio sulla mailing list dell’Onda universitaria, e che preferisce rimanere anonima. Siamo riusciti a contattare la ragazza. «Appena arrivata mi hanno messa in mezzo», ci ha raccontato riferendosi agli agenti, alcuni in divisa e altri in borghese, che al suo tentativo di chiedere in inglese al giovane il proprio nome l’avrebbero subito apostrofata: «Chi sei? Un avvocato? Una giornalista? Se vuoi denunciarmi accompagnaci in Questura!». Davanti a lei il ragazzo, ammanettato, sarebbe stato spinto in macchina, colpito prima con un pugno e poi spinto violentemente contro lo schienale. Successivamente, un agente avrebbe avuto toni più concilianti, rifiutando di fornire il nome dell’arrestato e spiegandole: «E’ una persona pericolosa, uno spacciatore di eroina, noi siamo qui per salvaguardare la sicurezza di tutti». Dopo l’identificazione della testimone, le volanti si sarebbero allontanate con il presunto pusher.
fonte: zic.it

Scuola DI REPRESSIONE. UN PROCESSO «MINORE» PER LE PROVE DI GENOVA.

È alle battute finali il giudizio per le violenze della polizia all'interno della caserma Raniero di Napoli, dove il 17 marzo del 2001 furono portati i manifestanti fermati al Global forum. Proprio mentre a Genova comincia l'appello per le torture a Bolzaneto, quattro mesi più tardi. I pm hanno chiesto 21 condanne, 10 per sequestro di persona«Appena siamo entrati un uomo in borghese, elegante, ci ha detto "Bravi, bravi, siamo noi quelli cattivi che vi abbiamo picchiato...adesso vedrete quello che vi succede!". Gli agenti ci hanno insultato, a me hanno detto: "Ti squaglio viva, puttana!". Poi hanno preso il mio amico e dopo aver insultato anche lui l'hanno portato in bagno per perquisirlo. Si sentivano senza interruzione le sue urla, ed è uscito dal bagno senza maglia, con le lacrime agli occhi, un occhio viola, pestato a sangue in faccia, poi mi ha detto a bassa voce: "Mi hanno picchiato e sfondato la macchina fotografica e il telefonino"» - D., testimonianza numero 51.«Si è avvicinato un secondo agente che mi ha sferrato un pugno in bocca gridando: "Comunista di merda!".... "Frocio, bastardo, me la scopo io la tua donna! Anzi no, sicuramente ha le malattie" e mi ha dato un pugno nell'occhio sinistro. Mi hanno ordinato di spogliarmi, mi hanno fatto mettere a pecora per vedere se nel culo avevo qualcosa. Uno ha preso tutti i miei vestiti e li ha buttati nell'orinatoio» - P.G., testimonianza numero 50«Mi sento stritolare i coglioni e poi la faccia che mi viene schiacciata dentro un lavandino pieno di piscio. "Bevi bastardo, oppure affoga". E poi giù calci e pugni, finché non mi trovo per terra ad urlare. "Cosa fai, zitto!". Una mano sulla bocca ed altri sei/sette calci non me gli toglie nessuno» - N.S., testimonianza 45.Sono passati otto anni e mezzo da quel 17 marzo 2001, quando il corteo contro il Global forum venne chiuso in piazza Municipio e caricato. Gruppi di studenti, uomini anziani, giornalisti, insegnanti, uomini e donne, vennero picchiati senza una ragione da gruppi di poliziotti, che si accanivano anche in 10 contro uno. Ma il peggio doveva ancora venire, in 83 che si recarono al pronto soccorso per farsi medicare vennero prelevati e portati nella caserma Raniero. Qui successe l'impensabile: violentati, picchiati, costretti a restare in ginocchio per ore, i giovani rimasero senza contatti con l'esterno per oltre 8 ore, né alcun giudice fu informato di quanto stava avvenendo. E si può usare la parola "impensabile" solo perché le violenze alla Bolzaneto di Genova sarebbero arrivate 4 mesi più tardi. «Questo fu l'anticipo di quello che sarebbe avvenuto», dicono i protagonisti e le vittime di quella giornata. Ma i presunti colpevoli dopo tanto tempo restano ingiudicati. Venerdì scorso il pm Marco Del Gaudio, coadiuvato da Francesco De Cristofaro, ha definito quei fatti un «vero e proprio momento di follia» e dopo una lunga requisitoria ha chiesto 21 condanne, 10 per sequestro di persona. L'accusa è andata diritto come un treno dunque, nonostante la corte di cassazione nel gennaio del 2002 avesse scartato questa ipotesi di reato ritenendo che il trasferimento non aveva uno scopo di per sé illecito, né punitivo né d'altro genere. All'epoca si trattava di una sentenza per la custodia cautelare ora siamo al primo grado. Del Gaudio così ha messo alle strette i due vicequestori Carlo Solimene e Fabio Ciccimarra, chiedendone la condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione senza continuazione. Stessa richiesta, ma con la continuazione, per Raffaele Manna e Damiano Tedesco. Quindi pene leggermente inferiori, 2 anni e 6 mesi, per Pietro Bandiera, Michele Pellegrino, Francesco Incalza, Damiano Avallone, Paolo Chianese, Espedito Avellino. Gli altri devono difendersi per reati meno gravi. Il nocciolo della sua arringa è stato il fatto che «da questa sentenza i cittadini attendono di sapere se è lecito, per il nostro ordinamento, essere prelevati senza titolo dagli ospedali, trasportati in una caserma e rimanere trattenuti lì per ore, inginocchiati, picchiati, insultati». Per l'accusa chiaramente si tratta di un abuso e se i giudici della V sezione collegio C, presieduta dalla dottoressa Donzelli, affermeranno il contrario «succederà un'altra volta, prima o poi». Ma al di là del piatto ben cucinato da un pubblico ministero esperto, la verità è che i reati potrebbero finire prescritti se non ora, in appello. A spiegarlo è l'avvocato Tommaso Pelliccia che difende la signora Maria Fortunato, oggi una signora di mezza età, la cui unica colpa era stata accompagnare una giovanissima nipote alla manifestazione. La donna era stata quindi prelevata e portata alla Raniero. «Noi avvocati dobbiamo ancora concludere - spiega Pelliccia - anche se ci limiteremo a depositare conclusioni scritte poi la parola passerà alla difesa». I tempi sono dunque dilatati, basti pensare che nel gennaio di quest'anno sono andati già in prescrizione reati quali violenza privata, lesioni, e abuso d'ufficio: «Molti ragazzi non riconobbero le firme poste in calice ai verbali di fermo come propri», ricorda l'avvocato Mario D'Alessandro.«Il pericolo di prescrizione esiste - continua Pelliccia - ma la colpa è della procura che ha istruito male questo processo, che ha messo in piedi un carrozzone gigantesco citando centinaia di testimoni di cui molti inutili». Il problema è proprio questo, perché se l'accusa ha chiamato al banco anche chi non era direttamente vittima di violenze la difesa dei poliziotti ha fatto altrettanto. «A Genova, senza entrare nel merito di giudizio sulle pene inferte dai magistrati - conclude Pelliccie - il processo è durato la metà del tempo. Ricordo solo che se l'Appello annulla la sentenza di primo grado si ricomincia punto e a capo». La prossima udienza è fissata il 30 ottobre.



fonte: il manifesto

ROVERETO - Fermato per un rosso e arrestato per hashish, Stefano Frapporti morì in cella tre mesi fa.

Fermato per un'infrazione stradale. Potrebbe essere questo il motivo che il 21 luglio scorso ha portato all'arresto di Stefano Frapporti, detto Cabana. Una storia incredibile, la sua. Il fermo, poi l'arresto per detenzione di stupefacenti, e infine la morte per suicidio in carcere. Ma è andata davvero così? Sono molte le incongruenze, le stranezze e i lati oscuri che avvolgono la morte dei quest'uomo, che avrebbe compiuto cinquant'anni pochi giorni dopo il suo decesso. A Rovereto, dove si sono svolti i fatti, ormai da mesi è in piedi un comitato per chiedere verità e giustizia. E proprio in queste ultime settimane sono emersi nuovi particolari su quel 21 luglio, che potrebbero portare a una svolta nelle indagini condotte dal pm Fabrizio De Angelis. Ci sarebbero infatti tre testimoni. Tre persone che alle 18 del 21 luglio sostavano davanti bar Bibendum, dove è stato fermato Cabana. Secondo la loro testimonianza, a differenza di quanto riferito nel verbale dai carabinieri che hanno operato il fermo non ci sarebbe stato alcun inseguimento e nessuno avrebbe mai intimato l'alt. La scena che si è parata di fronte ai tre testimoni oculari, infatti, sarebbe ben diversa. Hanno visto una macchina civile fermarsi davanti al bar, scendere un uomo non in divisa (ma era un carabiniere) e fermare una persona che sopraggiungeva in bicicletta sul marciapiede in direzione opposta. Quella persona era Stefano, che probabilmente andava a comprare maschera e occhialini per la vacanza che lo aspettava con alcuni amici di lì a pochi giorni. Il militare in borghese lo ferma e gli rimprovera qualcosa: di essere passato con il rosso, o addirittura di avergli tagliato la strada. Auto e bicicletta, insomma, secondo quanto ascoltato dai testimoni si erano probabilmente incontrate pochi minuti prima. Ed era accaduto qualcosa. Un'infrazione stradale. Questa, dunque, sarebbe l'origine del fermo. I due carabinieri, invece, nel verbale offrono tutta un'altra versione. Si trovavano nei pressi del bar Bibendum - a poca distanza dalla caserma - in servizio di «osservazione, controllo, pedinamento» (o.c.p.) nell'ambito di un'operazione per la repressione di reati sugli stupefacenti. Vedono avvicinarsi questa persona in bicicletta e ritengono che potrebbe essere uno del giro dello spaccio. Decidono quindi di intimare l'alt ma lui continua dritto. I carabinieri allora lo inseguono per 50 metri e lo bloccano davanti al bar. Eseguono quindi un controllo (cioè una perquisizione personale) senza trovare nulla. Ma a quel punto - ancora secondo la versione dei carabinieri - è Stefano, molto confuso, che confessa di avere un po' di fumo a casa. Scatta quindi la perquisizione domiciliare. E lì, oltre ai 30 grammi consegnati dallo stesso Stefano, dopo un'accurata perquisizione, viene trovato altro hashish. Scatta l'arresto: Stefano entra nella casa circondariale alle 22,30. Alle 23,15 viene chiuso cella. Alle 24 i secondini lo trovano impiccato con il laccio della tuta che indossava. I tre fratelli verranno avvertiti soltanto alle 10 di mattina. E ora, insieme al comitato, si fanno molte domande. Dove si trovava esattamente la macchina dei carabinieri al momento del fermo? Perché, se la perquisizione a casa è stata minuziosa, i parenti hanno trovato la casa in perfetto ordine? Le nuove testimonianze, poi, aprirebbero tutto un altro scenario. Ammesso che Stefano abbia confessato di avere dell'hashish, si può venire fermati, perquisiti, interrogati per essere passati con il rosso in bicicletta? Le indagini sono ancora in fase preliminare.
fonte: il manifesto

Genova: Abusi su una detenuta, sospeso il direttore del carcere

Lei ricorda la casa stanza per stanza ed è in grado di descriverla nei particolari. Lui dice che è entrata solo una volta per fare delle pulizie. Lei racconta nei dettagli le minacce sottili ricevute e il fatto che alla fine ricattata ha preferito sottostare ai suoi desideri. Lui nega e dice che lei si è inventata tutto, travisando magari qualche galanteria. In Procura la definiscono «un'indagine delicata». Perché lei è una carcerata del carcere femminile di Pontedecimo ora trasferita in quello di Monza. Lui è il direttore dello stesso carcere genovese Giuseppe Comparone ed è accusato di violenza sessuale e concussione. Oltre a essere chiamata a decidere su questi reati la gip Adriana Petri dovrà vagliare nei prossimi giorni anche la richiesta di interdizione dagli incarichi formulata dai pm Alessandro Bogliolo e Vittorio Ranieri Miniati che hanno condotto le indagini e se i reati saranno confermati dalla gip intendono chiedere un faccia a faccia tra i due con incidente probatorio. I fatti risalgono al 2008 quando il direttore avrebbe convinto in tre o quattro occasioni la donna ad avere rapporti sessuali minacciandola di non poter più usufruire dei permessi di lavoro esterno. La tesi sarebbe suffragata, secondo la Procura, da diversi aspetti: primo, la donna non si è mai contraddetta. Lo ha detto la prima volta che ha sputato il rospo con gli agenti penitenziari che le chiedevano conto del fatto che non si trovava sul posto di lavoro e ripetuto poi in tre deposizioni verbalizzate dalla polizia del tribunale di Genova, quando è stata sentita come teste. La sua versione non ha mai vacillato e ha sempre sostenuto di aver acconsentito a rapporti sessuali col direttore sotto minaccia. Tra gli aspetti che confermerebbero la sua versione c'è il fatto che la donna aveva nel telefonino il numero di cellulare del direttore e anche di alcune guardie penitenziarie. Ma soprattutto la donna ricorda una gran quantità di particolari della casa in cui si sarebbero consumati i rapporti: quella del direttore che all'epoca dei fatti viveva all'interno del carcere della Valpolcevera. Particolari troppo dettagliati secondo la Procura, e non attribuibili a una visita rapida che secondo l'imputato la donna avrebbe fatto. La versione di Comparone è infatti che la donna per un certo periodo si sarebbe occupata delle pulizie all'interno del carcere e che una sola volta sarebbe entrata per pochi minuti nella casa del direttore per dare una mano a fare qualche lavoro. Così i pm ritengono che il quadro probatorio sia piuttosto forte anche perché la versione della donna di nazionalità marocchina è stata confermata dalle compagne di cella e altre persone che lavorano nel carcere. Diversi hanno detto che il direttore mostrava di avere un debole nei suoi confronti. Da qui i pm sono arrivati a formulare contro il solo direttore i reati di violenza sessuale e concussione. Ieri il gip ha deciso la sospensione per due mesi del direttore del carcere.
fonte: il manifesto

21 ottobre 2009

Genova G8: Iniziato processo d'appello per le violenze alla caserma Bolzaneto

Escono di scena due imputati del processo per i soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8. Si tratta dei sottufficiali della polizia Giuseppe Fornasiere e Massimo Salamone, assolti in primo grado e nei confronti dei quali nessuno - non la pubblica accusa, tantomeno le parti civili - ha presentato appello. La sentenza di assoluzione passa quindi definitivamente in giudicato. Gli imputati nel secondo grado del procedimento, la cui prima udienza si è tenuta ieri, scendono quindi a 42: sono funzionari di polizia, agenti, generali e uomini della penitenziaria, ufficiali e militari dell´Arma, medici che nei giorni del vertice internazionale prestarono servizio nel "centro di temporanea detenzione".I pubblici ministeri Patrizia Petruziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno rinunciato ad appellare la assoluzione di altri tre imputati, il generale Oronzo D´Oria, Egidio Nurchis e Francesco Tolomeo, ma in questo causo l´appello è arrivato dalle parti civili: saranno processati come tutti gli altri.Ieri mattina sono state risolte alcune eccezioni presentate dai legali, ed è quindi cominciata la relazione riassuntiva di Roberto Settembre, uno dei tre giudici della seconda sezione. La relazione proseguirà domani. Martedì e giovedì prossimi, 27 e 29 ottobre, parleranno i due pubblici ministeri titolari dell´inchiesta, Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Poi toccherà alle parti civili e infine alle difese degli imputati. Il presidente del collegio, Maria Rosaria D´Angelo, ha fissato orientativamente come ultima udienza quella del 14 gennaio 2010. E´ lecito attendersi la sentenza entro la fine dello stesso mese.La sera del 14 luglio 2008, Renato Delucchi aveva letto la sentenza di condanna nei confronti di 15 dei 45 imputati: ventitré anni e nove mesi complessivi di reclusione, meno di un terzo rispetto a quei 76 anni, 4 mesi e 20 giorni chiesti simbolicamente dalla pubblica accusa. Il tribunale aveva riconosciuto la responsabilità per «tortura» - reato non disciplinato dal nostro codice - di un imputato, l´ispettore della polizia Biagio Gugliotta, condannato a 5 anni di reclusione. Alessandro Perugini, che nel 2001 era il numero 2 della Digos genovese, era stato condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione: nei giorni del G8 era il funzionario più alto in grado tra quelli in servizio a Bolzaneto.


fonte: La Repubblica

Montecatini, muore dopo l'arresto. Gli era stato dato un sedativo

E' stata aperta un'inchiesta sulla morte di un giovane romeno di 24 anni, morto subito dopo essere stato arrestato dai carabinieri di Montecatini e sedato da un medico del 118, perchè "fuori si sè". Il fatto è riportato oggi dal quotidiano locale Il Tirreno. Il ragazzo era stato fermato lunedì sera verso le 21:30 con l'accusa di aver aggredito e rapinato l'ex fidanzata. Vedendo gli uomini delle forze dell'ordine, il giovane, vistosamente ubriaco, era andato su tutte le furie. Una volta giunto in caserma, ha continuato ad opporre resistenza con urla e atti di autolesionismo, colpendo più volte il pavimento e le pareti con la testa e altre parti del corpo. I militari, dopo aver cercato di farlo calmare, hanno richiesto l'intervento di un medico del 118, che gli ha somministrato un sedativo. Da allora, però, il ragazzo non si è più svegliato. Il detenuto continuava a rimanere immobile in uno stato di sonno profondo. Verso la mezzanotte, i carabinieri hanno iniziato a sospettare che qualcosa non fosse andato per il verso giusto. Il romeno, infatti, non dava cenni di vita, neanche dopo i tentativi del personale medico di rianimarlo. A quel punto è partita una seconda telefonata al 118, che ha mandato immediatamente un'ambulanza sul posto. Poi la corsa disperata all'ospedale di Pistoia, dove il giovane è arrivato già morto. Il caso è ora nelle mani della magistratura, che ha aperto un'inchiesta per far luce sulle cause del decesso. Dall'autopsia, fissata per mercoledì mattina, dovrebbero emergere particolari rilevanti sullo stato di salute del giovane e sul tipo di calmante che gli è stato somministrato.


fonte: La Repubblica

20 ottobre 2009

Genova G8: Le motivazioni dell´assoluzione di Di Gennaro. Oggi processo bis per Bolzaneto

Non ci sono abbastanza elementi per ritenere che il prefetto sia stato l´ispiratore del cambio di versione di Colucci su Sgalla. L´ex capo della Digos Spartaco Mortola è uscito pulito da tutti i processi ancora in corso. Il 20 novembre parte l´appello per la scuola Diaz

Un´Assoluzione con tante ombre. Ombre che la motivazione della sentenza non dissipa. Anzi. Secondo il tribunale, l´ex capo della polizia Gianni De Gennaro non istigò Francesco Colucci a mentire sul blitz alla Diaz. La prova è insufficiente, dice il gip. La formula usata per spiegare la sentenza non soddisfa chi chiede verità e giustizia sui fatti di Genova. Nemmeno il prefetto e attuale direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Perché la mancanza di elementi probatori non lascia mai tranquilli. Pure, è questo che il gip Silvia Carpanini scrive, motivando la decisione presa il 7 ottobre scorso: «L´imputato De Gennaro va assolto risultando insufficiente la prova che sia stato l´ispiratore del cambio di versione di Colucci su Sgalla o, quanto meno, che l´abbia fatto nella consapevolezza che il teste avrebbe reso dichiarazioni almeno soggettivamente false». Altro giudizio invece è quello adottato nei confronti di Spartaco Mortola, accusato di aver telefonato al questore il giorno prima della sua deposizione - lui, Mortola, che era tra gli imputati per la sanguinaria irruzione del G8 - ricordandogli come erano andate le cose quella notte. Per il funzionario, un tempo numero uno della Digos genovese e oggi vicario a Torino, «emerge dagli atti prova positiva della insussitenza da parte sua di qualsiasi condizionamento delle dichiarazioni testimoniali di Colucci». I pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini avevano chiesto due anni di reclusione per De Gennaro, un anno e 4 mesi per Mortola.Le 79 pagine sottoscritte da Silvia Carpanini raccontano dell´incontro tra De Gennaro e Colucci, prima della testimonianza che questi avrebbe dovuto rendere in aula. Confermano che l´ex questore prese il verbale delle precedenti dichiarazioni dell´altro, particolare che il prefetto aveva negato. Descrivono il fitto scambio di comunicazioni tra i due, che in qualche modo «aggiustano» i loro ricordi: con l´intenzione di meglio ricostruire quanto realmente accaduto, sostengono. Il gip prende atto delle telefonate intercettate tra Colucci e Mortola, telefonate che per la loro genuinità rappresentano «prove» a tutti gli effetti. L´ex questore che dall´altro capo del filo spiega di aver parlato con De Gennaro - «Mi ha detto che devo fare marcia indietro» -, che esprime il desiderio di dare una mano ai colleghi senza nemmeno capire perché mai dovrebbe dire una cosa diversa su di un particolare che quasi gli pare irrilevante. Colucci cambia effettivamente versione: giura che fu lui, di propria iniziativa, a chiamare il responsabile delle pubbliche relazioni (Roberto Sgalla) alla Diaz, e che il capo non c´entra nulla. Lasciata l´aula riceve le chiamate dei colleghi che si complimentano perché ha «sbaragliato» l´accusa.Le prove saranno pure insufficienti, come spiega il gip. Ma i dubbi, legittimamente, restano.



fonte: La Repubblica

19 ottobre 2009

PRATO, 4 GIOVANI SKINHEADS AGGREDISCONO BENGALESE

Un giovane di 30 anni, venditore di rose di origine bengalese, domiciliato a Prato, è stato ripetutamente colpito al volto e in altre parti del corpo con calci e pugni da 4 giovani italiani. Era sul portone di un ristorante a pochi metri dal Duomo, quando i quattro hanno cominciato a insultarlo, con frasi razziste. Due dei ragazzi sono poi passati alle vie di fatto, con calci e pugni, incitati dagli altri due e poi sono fuggiti a bordo di un’auto. I militari, una volta raccolte le testimonianze di passanti e clienti del locale, hanno identificato i quattro giovani e li hanno denunciati. Secondo quanto si è appreso si tratta di quattro giovanissimi “skinheads”: il capo della banda un ragazzo di 21 anni residente a Pistoia, un 21enne di Genova, un fiorentino di 18 anni e una ragazza di 22 anni di Pistoia. Gli aggressori erano tutti vestiti con stivaletti anfibi, giubbotti di pelle, teste rasate e tatuaggi. I reati di cui dovranno rispondere sono «concorso di persone in violenza privata, lesioni personali aggravate, per aver commesso il fatto con finalità di odio razziale». Il “capo” della banda, già conosciuto alle forze dell’ordine, dovrà rispondere anche del possesso del coltello. Carabinieri e magistratura procederanno d’ufficio, benchè la vittima abbia riportato lesioni guaribili in soli 7 giorni, visto che agli aggressori viene contestata l’aggravante della discriminazione razziale. A bordo dell’auto dei ragazzi, i militari hanno sequestrato cd musicali con emblemi nazifascisti e un coltello a serramanico.

Antifascismo: Contro gli arresti di Pistoia: 24 ottobre corteo antifascista

L'Antifascismo nella Costituzione non sta solo nella XII disposizione transitoria e finale, che vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista, ma anche nei fondamenti e nell'architettura dell'intero dettato costituzionale. I principi fondamentali sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo. Domenica 11 ottobre a Pistoia un'intera assemblea che discuteva della pericolosità antidemocratica delle ronde è stata prelevata e portata in questura.Tutto per un presunto coinvolgimento nell'attacco alla sede della vicina Casa Pound. Le perquisizioni avvenute in seguito all'azione non hanno avuto esito: niente è stato ritrovato nel circolo (perquisizione avvenuta tra l'altro senza mandato) dove si stava svolgendo l'assemblea e neppure uno spillo è stato ritrovato nella zona adiacente a dove sono avvenuti i fatti. Il risultato di quella giornata è noto, tre arresti tra i partecipanti dell'assemblea.Tre arresti che faticano a stare in piedi per la totale assenza di prove a loro carico. Siamo di fronte ad un atteggiamento di rappresaglia da parte della questura di Pistoia che non ha mai avuto nei confronti di ben due sedi fasciste che sono aperte nel giro di un paio d'anni in città: quella di Casa Pound e quella di Forza Nuova. Due gruppi di estrema destra che ormai scorrazzano liberamente anche in molte altre città della Toscana, tollerati e spesso coperti da amministrazioni e forze dell'ordine.L'idea di chi si è mobilitato in seguito ai noti fatti, era quella di organizzare una manifestazione nella città di Pistoia in comune accordo con le realtà locali e tutti coloro che ritengono importante contrastare il fascismo in tutte le sue espressioni per salvaguardare la tenuta democratica del tessuto sociale. Purtroppo anche da parte di chi formalmente si costituisce come antifascista, vedi Arci, Rifondazione Comunista di Pistoia e spazio liberato Ex Breda sono emerse delle riserve, se non addirittura un atteggiamento ostile all'ipotesi di una manifestazione aperta, partecipata e pacifica per le vie della città.Crediamo pertanto che manchino le condizione oggettive per raggiungere l'obiettivo di dare un segnale alla città rispetto all'incongruenza di solidarizzare con Casapound e allo stesso tempo stupirsi per gli atti di violenza che chi proviene da quegli ambienti scaglia contro omosessuali, donne, migranti e antifascisti/e. "I fascisti del terzo millennio" non sono che gli stessi dei "millenni" precedenti, sotto nuove vesti e con parole d'ordine più compiacenti per l'opinione pubblica.E' solo una facciata, ma purtroppo in molti stanno cadendo nella trappola. In ogni caso, non essendo nelle nostre pratiche agire in un contesto che non gradisce la nostra presenza e quindi non condivide con noi la preparazione di un evento da svolgere nella propria realtà, riteniamo di dover rivedere i nostri propositi, annullando la manifestazione a Pistoia e lanciando la mobilitazione Regionale a Livorno il giorno sabato 24 Ottobre con concentramento alle ore 15 da piazza Attias.


Movimeno Antagonista Livornese

Brescia: Cricket vietato è lo sport degli immigrati

E tre. Adesso si può ben parlare di un "caso Brescia". La Leonessa d'Italia si distingue ormai per episodi di razzismo istituzionale, dovuti all'applicazione del nuovo, sgrammaticato, discriminatorio regolamento di polizia urbana, in vigore da quattro mesi approvato con l'astensione del Pd, che si arrogava il merito di aver apportato delle modifiche migliorative in sede di commissione tecnica. «Altro che migliorie, tutti gli incisi non fanno che rendere il regolamento ancora più confuso e passibile di interpretazioni arbitrarie, uno strumento discrezionale in mano ai vigili urbani ben istruiti dal vicesindaco leghista Fabio Rolfi» sbotta Manlio Vicini, avvocato dell'Associazione Diritti per Tutti che si sta facendo carico delle denunce e delle azioni legali a nome delle vittime, migranti e operai, di queste norme. Ricordiamo brevemente i fatti, di cui anche Liberazione ha già dato notizia: in agosto un'anziana signora marocchina viene multata perché trovata seduta sui gradini di un monumento nella centrale piazza Loggia; il 10 settembre la sanzione è toccata a due operai che bevevano una birra fuori da un locale gestito da indiani, e tre giorni dopo dei ragazzi di origine asiatica hanno ricevuto 130 euro di multa perché giocavano a cricket in un parco cittadino. Proprio quest'ultimo episodio è stato portato all'attenzione dell'opinione pubblica dall'associazione antirazzista e dall'emittente antagonista locale Radio Onda D'Urto, che hanno raccolto e denunciato la storia come «il terzo atto della trilogia della discriminazione», secondo la definizione di Umberto Gobbi, redattore della radio. «Non avendo un posto dove allenarci, io e una quindicina di ragazzi tra i 18 e i 23 anni giocavamo in quel parco, per lo più di pomeriggio» spiega Fida Hussain, di origine pachistana, giocatore della nazionale italiana cricket e tra i multati, «ma un giorno degli assistenti civici ci hanno detto che non potevamo giocare a cricket. Allora abbiamo deciso di farlo la domenica mattina, quando al parco non c'è nessuno, di usare una pallina da tennis e non quella regolamentare di legno, proprio per non fare male». Precauzioni che non sono bastate: il 13 settembre due vigili urbani, matricole 203 e 239, si legge dal verbale della contravvenzione, le stesse matricole che hanno multato i due operai, si sono avvicinati ai ragazzi, li hanno sanzionati e «ci hanno detto che a Brescia non si può giocare a cricket, se vogliamo farlo dobbiamo tornarcene nel nostro paese». Non basta. «Il giorno dopo - racconta ancora Hussain - siamo andati al parco ma non per giocare. Ebbene, i vigili sono tornati e ci hanno detto che se avessimo giocato ancora ci avrebbero ritirato il permesso di soggiorno».Il verbale contesta la violazione dell'articolo 23 lettera H del regolamento di polizia urbana, che recita: «Nei parchi pubblici è vietato praticare il gioco del cricket, del pallone e ogni altro gioco potenzialmente pericoloso e lesivo degli altri utenti, tenuto conto delle condizioni di luogo e di tempo e, in ogni caso, della affluenza di altri utenti». La multa però è illegittima, secondo la tesi della difesa, perché in quel contesto non c'erano le condizioni di pericolo per altri utenti. L'avvocato Vicini si è fatto carico di avanzare delle deduzioni al sindaco, il quale può decidere se archiviare o confermare la multa: «In queste deduzioni diciamo chiaramente che questo regolamento è scritto da cani, è confuso, è pieno di incisi che lasciano spazio agli equivoci, per questo chiediamo che sia cestinato». Se invece il sindaco deciderà di procedere, ci sarà battaglia davanti al giudice di pace. Nel frattempo però Vicini torna a chiedere al Pd di prendere una posizione forte, vista ormai la dimostrazione concreta della natura razzista del regolamento. Brescia è un caso nazionale anche dal punto di vista sportivo: qui infatti il gioco del cricket è praticato da centinaia di ragazzini di origini asiatiche, come confermato anche da Shahid Sharif, giocatore del Lions Brescia, squadra di serie C che ha vinto la Coppa Italia, e da Simone Gambino, presidente della Federazione Nazionale Gioco Cricket che ha spiegato come «a Brescia solo la squadra Lions è affiliata alla federazione, lasciando senza sbocchi un potenziale elevatissimo, che avrebbe bisogno solo di spazi adeguati per allenarsi. Spazi del resto molto limitati, perché basterebbe un campo grande quanto uno da tennis". Insomma il problema è politico, sostengono gli antirazzisti, lo dimostra il fatto che tra le 42 discipline dei corsi di avviamento allo sport per adolescenti organizzati dal comune di Brescia l'unica che manca è il cricket: forse perché il vicesindaco individua in questo sport il simbolo degli immigrati?».


fonte: Liberazione

La condizione dei Rom in Italia è sempre più tragica. Un persecuzione che avviene nell'indifferenza e nel silenzio mediatico

A Milano, come in molte altre città di Italia, continuano le purghe etniche e la politica persecutoria contro Rom e Sinti. Nel capoluogo lombardo, un dipartimento di forza pubblica si dedica quotidianamente all'identificazione e all'evacuazione (senza alcuna alternativa sociale) di insediamenti abitati "abusivamente" da Rom e profughi. Quando si tratta di edifici abbandonati, dopo gli sgomberi e le denunce per occupazione abusiva, le autorità provvedono a murare le entrate per "mettere in sicurezza" tali edifici, evitando che altri persone senza casa possano ancora rifugiarvisi. Il governo italiano ha destinato a tali operazioni di persecuzione ed evacuazione circa 20 milioni di euro solo per il 2009 e il 2010. Il rigetto istituzionale delle famiglie che appartengono al popolo Rom è sempre più sostenuto e le sue dinamiche disumane si esprimono ormai nell'indifferenza generale. Basti pensare che se i Rom in Italia erano circa 160 mila nel 2006, oggi si può stimare la loro presenza in meno di 40 mila unità, compresi quelli di nazionalità italiana. 120 mila Rom sono stati espulsi dall'Italia, sia attraverso provvedimenti ufficiali, sia attraverso allontanamenti forzati o violenti condotti dalla struttura di forza pubblica. Gli sgomberi e gli allontanamenti sono stati effettuati con particolare accanimento nei confronti di Rom provenienti dalla Romania. A livello locale, non vi sono particolari differenze, in quanto ad efferatezza delle purghe etniche e degli allontanamenti - che costituiscono gravi violazioni della carta dei Diritti Fondamentali nell'Unione europea - fra comuni, province e regioni amministrati dalla destra o dalla sinistra. Non a caso, oltre ai sindaci della Lega Nord (partito razzista e xenofobo), si segnalano per la metodicità degli sgomberi e della repressione amministrazioni del Pd, da Bologna a Firenze, da Torino a Rimini, da Padova a Pesaro. Non è un caso che durante il corteo antirazzista di Roma (17 ottobre 2009) nessuno striscione sia stato dedicato alla condizione dei Rom in Italia e nessun rappresentante di insediamenti Rom sia stato invitato a partecipare. I dati del Sindacato di polizia penitenziaria, diffusi in data odierna, oggi, mettono in rilevo un dato altrettanto allarmante, per chi si occupa di tutela dei Diritti Umani: attualmente sono detenuti nelle carceri italiane circa 3 mila Rom romeni, mentre centinaia di minori Rom - sempre romeni - sono internati in strutture correttive o case accoglienza. Se si considera che sul territorio italiano vivono attualmente dai 3 ai 4 mila Rom provenienti dalla Romania, risulta che oltre il 50% della popolazione Rom romena sul suolo italiano si trova in carcere o è comunque privata della libertà. E' un dato che non ha uguali in alcuna parte del mondo e che può essere paragonato solo a quello che gli storici riferiscono al Terzo Reich, negli anni delle leggi razziali e dell'Olocausto. Il Gruppo EveryOne e la rete antirazzista hanno rilevato centinaia di casi di persecuzione poliziesca e di gravi errori giudiziari nei confronti dei Rom (oltre che di violenza istituzionale), evidenziando in studi, dossier e articoli come i cittadini Rom siano ormai il capro espiatorio delle politiche legate alla sicurezza. Di fronte alla legge, i Rom - di maggiore o minore età - sono soggetti a condanne senza avere alcuna reale possibilità di difesa e in molti casi senza neppure comprendere (non essendo praticamente mai presente un interprete) la natura del reato di cui sono accusati. Le persone di etnia Rom che affrontano vicende giudiziarie si considerano fortunate quando hanno la possibilità di patteggiare una pena per ritrovare la libertà. Il Gruppo EveryOne, che pubblicherà nei prossimi giorni un dettagliato rapporto sugli sgomberi di insediamenti Rom avvenuti negli ultimi due anni sul suolo italiano, sollecita ancora una volta le Istituzioni dell'Unione europea e l'Alto Commissario delle nazioni Unite per i Diritti Umani ad attuare misure efficaci nei confronti delle Istituzioni centrali e locali italiane, affinché abbia fine questa persecuzione, cha avviene nel silenzio mediatico (giornali e televisioni italiane sono purtroppo controllati dai partiti politici di destra e sinistra) ed è causa di sofferenze inaudite, divisione di famiglie, lutti e di una crisi spaventosa della democrazia e della civiltà in Italia.
Gruppo EveryOne

17 ottobre 2009

Roma, in quattro picchiano un egiziano e fuggono inneggiando al Duce

«In quattro sono scesi dalla macchina in pieno giorno, verso le 12, all'altezza di Valco San Paolo-Viale Marconi, hanno aggredito un ragazzo egiziano e se ne sono andati via, dopo "l'eroica vigliaccata", inneggiando a Mussolini».A denunciare la violenza Andrea Catarci, presidente del Municipio XI. Il ragazzo è stato ricoverato all'ospedale San Camillo «dove gli è stata riscontrata la rottura del setto nasale». «Al danno riportato - aggiunge Catarci - potrebbe aggiungersi una tragica beffa: se il giovane non avrà i documenti in regola rischia di essere anche espulso».

16 ottobre 2009

Napoli: Violenze alla caserma Raniero, i pm: condannate quegli agenti per sequestro

Il pm Marco Del Gaudio - che si è alternato nell'accusa con il pm Fabio De Cristofaro - ha chiesto la condanna dei due vicequestori e dei poliziotti coinvolti nella cosiddetta vicenda della «caserma Raniero Virgilio», la caserma di piazza Carlo III nella quale vennero portati - e seconda l'accusa maltrattati - 83 militanti no global che avevano partecipato il 17 marzo 2001 alle manifestazioni di protesta contro il Global Forum che si stava svolgendo a Napoli.
PENE RICHIESTE - I pm hanno chiesto 2 anni e otto mesi per i vicequestori Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene, pene minori per altri diciotto poliziotti coinvolti (otto di questi furono anche arrestati, ma scarcerati dal Riesame). Per tutti l'accusa principale è di sequestro di persona.

COSA SUCCESSE - La ricostruzione dei pm è meticolosa. Secondo l'accusa 83 giovani partecipanti alle manifestazioni furono prelevati dai drappelli dagli ospedali dove erano andati a farsi medicare e portati in caserma subendo due ore e mezzo di abusi e violenze. «Quelli che sono giunti alla Raniero Virgilio - scrissero i pm nell'ordine di arresto - tra le 12.30 e le 15 sono stati accolti all'ingresso da sputi, insulti e minacce. Scontri al Global Forum 2001 di Napoli Una volta entrati all'interno della cosiddetta sala benessere sono stati costretti a mettersi in ginocchio con la faccia rivolta contro il muro e le mani dietro la testa, ed in tale posizione è stato loro imposto di restare per ore. Ai fermati è stato ordinato di non comunicare tra loro e - ovviamente - con l'esterno. Sono stati ripetutamente colpiti da tergo con calci, pugni e manganellate. Sempre mentre si trovavano in ginocchio sono stati nuovamente ingiuriati e intimiditi, poi sono stati costretti all'interno di un bagno dove hanno subito umilianti ispezioni corporali e spesso violenti pestaggi».

POLIZIOTTI ARRESTATI E SCONTRO CON LA PROCURA - Dopo l'arresto di otto poliziotti coinvolti nei fatti della caserma Raniero, si scatena la rivolta Gli agenti per protesta formano una «catena umana» davanti alla Questura. Un fatto clamoroso e senza precedenti che determina uno strappo tra Questura e Procura.



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