31 agosto 2009

Palermo: sgomberato l'ExKarcere

Alle otto di stamattina un centinaio tra carabinieri e poliziotti, con la digos al gran completo, hanno assediato e sgomberato il csoa ExKarcere militarizzando l'intero quartier dell'Arbergheria. A sgombero avvenuto tutte le entrate del centro sociale sono state ora murate.
Al momento dell'irruzione delle forze "dell'ordine" erano presenti all'interno della struttura due compagni, dopo l'identificazone sono stati brutalmente portati in questura e trattenuti per accertamenti per più di quattro ore.Lo sgombero, avvenuto su mandato dell'Opera Pia Reclusori Femminili (legata a doppio filo con le più bieche strutture ecclesiastiche) che in combutta con l'amministrazione regionale sta perpetrando l'ennesima speculazione nel tessuto edilizio della città. Questa e' l'ennesima tappa della svendita del residuo patrimonio pubblico nel centro storico Palermitano, ed e' l'ennesimo atto repressivo nei confronti delle istanze sociali portato avanti da chi "amministra" la città, sempre pronto a reprimere ed emarginare come avviene per i senza casa che vivono da anni nei container di via messina montagne.I compagni e le compagne dell'ExKarcere hanno annunciato iniziative di lotta già nelle prossime ore.

fonte www.infoaut.org

Torino, svastiche e minacce al campo rom: «Via o vi bruciamo»

Non sarebbe un gruppo di balordi ma una vera e propria gang organizzata di naziskin quella che nella tarda serata di mercoledì ha affisso in strada dell’Aeroporto un lenzuolo-striscione di minacce xenofobe. “Adesso basta. Un’altra spaccata e vi bruciamo il campo”, una scritta condita da una serie inequivocabile di simboli: svastiche naziste. Ora, sulla vicenda sta indagando la Digos che, a quanto trapela, non sottovaluterebbe l’azione dimostrativa. Verosimilmente, si pensa che lo striscione se da un lato rappresenta un violento avvertimento, dall’altro è l’inequivocabile segno di una presenza eversiva che già in passato aveva dato i primi segni di preoccupante vivacità.Dunque, sembra da escludere che l’azione dimostrativa sia opera di residenti o commercianti della zona esasperati dalla presenza ingombrante degli zingari. Ma l’opera, piuttosto, un piccolo gruppo di fanatici che cerca in ogni modo di cavalcare la protesta per ottenere consenso e magari arruolare qualche nuovo adepto. Difficile dire chi siano i naziskin, se la gang sia radicata nel quartiere o meno. Certo è che la loro presenza e le loro azioni minacciose altro non fanno che rendere ancor più incandescente la situazione.«Se la sono andata a cercare, ma noi non c’entriamo niente» dicono oggi i commercianti di Barriera di Milano, in attesa di riunirsi per decidere quali iniziative attivare per proteggere bar e negozi dalle spaccate. Qualcuno, commentando l’ultima settimana di razzie, aveva timidamente citato un precedente abbastanza noto. Quello dell’assalto e del rogo al campo Rom di Ponticelli, Napoli, del maggio 2008: i residenti del quartiere sospettavano che dietro il rapimento di un bambino ci fosse una giovane nomade dell’accampamento, incendiato poche notti dopo.«Potrebbe succedere tranquillamente anche qui - dicevano pochi giorni fa i commercianti di Barriera di Milano -. Prima o poi, se non faranno qualcosa le forze dell’ordine, ci penseranno i cittadini».Che la rivolta di Ponticelli possa avere ispirato qualche testa calda non è solo un’ipotesi. «C’è chi non ha usato mezzi termini per rabbia o per esasperazione - dicono ancora dalle parti di via Mercadante -, non è una cosa da poco essere continuamente presi di mira per poche centinaia o migliaia di euro ogni volta. Siamo tutti a rischio chiusura, se continuano questi furti. Tra assicurazioni, danni che dobbiamo riparare in proprio e risarcimenti ci stanno mettendo sul lastrico».

30 agosto 2009

ENNESIMO EPISODIO DI RAZZISMO NEI CONFRONTI DEI MIGRANTI

Il giorno 25 Agosto si è consumato l'ennesimo caso di razzismo e discriminazione nei confronti dei migranti che popolano le campagne di Venosa, in Basilicata, per la raccolta dei pomodori. I migranti, tutti provvisti di regolare permesso di soggiorno, circa un centinaio e tutti provenienti dal Burkina Fasu, alloggiano in casolari abbandonati privi di qualsiasi bene primario e in condizioni igieniche e sanitarie disastrose. Ed è prorprio per allontanarli da uno di questi casolari che pochi giorni fa il proprietario dell'agriturismo Carpe Diem, adiacente a questi casolari, ha minacciato i migranti con un fucile. Alcuni colpi d'arma da fuoco sono stati sparati in aria per intimorire i migranti e ad alcuni di loro è stata rivolta direttamente l'arma. I migranti dopo aver effettuato loro personalmente una denuncia alle forze dell'ordine hanno avuto come risposta la chiusura di questi casolari, ai quali non possono più accedere. L'episodio è passato inosservato sia ai media che alle amministrazioni. Nessuno sembra voglia occuparsi di loro. Solo il Tg3 basilicata ha dedicato un servizio all'accaduto. Attualmente sono costretti a vivere ammassati nel resto dei casolari disponibili dai quali vengono continuam,ente mandati via dai proprietari. Continua intanto l'azione del Comitato per la Difesa dei Migranti che sta facendo pressione sulle amministrazioni locali e non richiedendo un intervento immediato a chi di competenza per dare una degna accoglienza a questi lavoratori. Per il momento la protezione civile sta fornendo l'acqua potabile e siamo in attesa di tensostrutture da parte della Croce Rossa. Noi del comitato ribadiamo che i migranti hanno il diritto assoluto ad una vita degna e che è compito di tutti noi intervenire. E' inconcepibile che nel 2009, sul territorio italiano esistono persone che dovrebbero avere dei diritti basilari come un alloggio e una condizione di dignità sociale che invece non hanno.Per questo chiediamo a tutte/i di farsi carico del problema e di muoversi in tutti gli ambiti e luoghi per denunciare queste situazioni.

COMITATO PER LA DIFESA DEI MIGRANTI

26 agosto 2009

Giustizia non è fatta


La decisione della Corte Europea sulla morte di Carlo Giuliani è una sentenza pilatesca, un capolavoro di equilibrismo tra la necessità di difendere i principi che dovrebbero stare alla base della concezione del diritto nell'Unione europea, secondo i quali ognuno ha diritto ad un equo e celere processo; e dall'altra parte la ragione di Stato, o meglio, in questo caso gli interessi politici del governo italiano. Governo, non dimentichiamolo, che per la gestione del G8 genovese è stato già condannato sul piano politico dalle istituzioni di Strasburgo fin dalla relazione sui diritti umani votata dal parlamento europeo nel 2002. Governo che ha nominato capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro, l’uomo che a Genova era responsabile dell'ordine pubblico e che oggi è sotto processo per istigazione alla falsa testimonianaza di un suo subalterno. Un governo che non poteva quindi assolutamente rischiare su un tema così sensibile, un nuovo pubblico processo su richiesta in particolare della corte europea.
Si dovrebbe dare per scontato che a prevalere debba sempre essere la ricerca della verità: ma non siamo ingenui e sappiamo bene che non sempre è così. Lo scontro tra i giudici deve essere stato duro se, come pare, il verdetto finale ha prevalso per 4 voti contro 3.
La sentenza vuole essere salomonica e invece non ha semplicemente il coraggio di affermare, fino in fondo, la verità; infatti la Corte ha stabilito che Placanica ha agito per legittima difesa, ma che avrebbe dovuto svolgersi un'inchiesta giudiziaria per valutare la gestione dell'ordine pubblico in quel contesto e le eventuali responsabilità.
La verità è un'altra.
La morte di Carlo come ormai chiarito anche dai processi genovesi, in particolare quello contro i 25 manifestanti in cui sono stati ricostruiti i fatti di quel maledetto 20 luglio, è stata la conseguenza di una gestione folle dell'ordine pubblico, delle due separate centrali di comando di polizia e carabinieri, del contrasto tra le due forze dell'ordine e dell'iniziativa «spontanea» di un capitano dei carabinieri che decise di attaccare il corteo del Carlini anche di fronte a diverse indicazioni provenienti dalla questura.
Ma l'assassinio di Carlo è stata innanzitutto la conseguenza della gestione politica dell'ordine pubblico, dell'autorizzazione «di fatto» data a tutte le forze dell'ordine di usare la forza oltre qualunque ragione e in contrasto con ogni regolamento, ogni legge e con la stessa Costituzione. I responsabili di tutto questo, non possiamo dimenticarlo, sono stati il governo Berlusconi di allora, i vertici di polizia,carabinieri e servizi e, in prima fila alcuni parlamentari di An «in visita» alla centrale dei carabinieri, primo fra tutti l'attuale presidente della Camera Gianfranco Fini, ora quasi un'icona per l'opposizione parlamentare.
La Corte Europea non ignora questi fatti e condanna l'Italia per non avere indagato la gestione e l'organizzazione dell'ordine pubblico, pur non richiedendo la celebrazione di un processo. Resta comunque un duro schiaffo per l'attuale governo, fotocopia di quello di allora.
Di fronte a questo quadro le dichiarazioni di Maurizio Gasparri appaiono l'ennesimo tentativo di manipolare la realtà. Il governo italiano è condannato e con lui anche la parte della magistratura troppo sensibile al potere politico, e che per autocensura evitò di compiere autonomamente il suo dovere come, per ora è ancora così, avrebbe dovuto fare.
La Corte invece giustifica Placanica riconoscendogli la legittima difesa: ho sempre sollevato, e non da solo, molti dubbi che a sparare sia effettivamente stato il carabiniere ventenne; più di un fatto fa ritenere possibile che a sparare sia stato, o sia anche stato, qualcuno di ben più in alto in grado e probabilmente con un'arma non di ordinanza.
Un sospetto molto forte che se riconosciuto degno di indagine avrebbe potuto coinvolgere personaggi molto altolocati e con importanti relazioni.
Un processo avrebbe potuto chiarire tutto questo e forse cancellare definitivamente lo scudo della legittima difesa dietro al quale si è nascosto, fin dai primi minuti dopo la morte di Carlo,il governo italiano.
La Corte Europea rinuncia a sollevare questo velo, evitando così di chiedere la celebrazione di un processo,unico strumento per la ricerca della verità.
I quarantamila euro riconosciuti alla famiglia Giuliani sono l'ultimo insulto ad una vita che continua a non essere lasciata riposare in pace nemmeno dopo la morte; la vita di un giovane prima ammazzato e poi, dopo la morte, ancora violato nel suo corpo con una pietra, come emerso dalla ricostruzione dei fatti.
No, Genova non è una pagina del passato, nessuna riconciliazione è possibile, la memoria di Carlo e di quelle giornate continuerà a vivere nella nostra memoria e nei nostri ideali. Continueremo a chiedere verità e giustizia.

Vittorio Agnoletto - ex portavoce del Gsf Genova 2001


G8, la sentenza della Corte Europea " Carlo Giuliani ucciso per legittima difesa"

La Corte Europea dei diritti dell'uomo ha comunicato oggi per scritto il giudizio della camera nel caso Giuliani e Gaggio c. l'Italia (richiesta n. 23458/02). La Corte ha concluso:- all'unanimità, per la non-violazione dell'articolo 2 (diritto alla vita) della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, per quanto riguarda l'uso eccessivo della forza;- con cinque voti contro due, per la non-violazione dell'articolo 2, per quanto riguarda gli obblighi dello Stato di proteggere la vita;- con quattro voti contro tre, per la violazione dell'articolo 2 riguardanti gli obblighi procedurali conseguenti a questo articolo;- all'unanimità, per la non-violazione dell'articolo 38 (contraddittorio).

DI SEGUITO LA TRADUZIONE DEGLI ARTICOLI PRINCIPALI DELLA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA (dal n. 247 al n. 254) CHE RIGUARDANO LA VIOLAZIONE DELL'ART.2 DELLA CONVENZIONE EUROPEA SOTTO L'ASPETTO PROCEDURALE:247. La Corte rileva in primo luogo che è stata effettuata un'autopsia il giorno successivo al decesso di Carlo Giuliani da parte di due medici nominati dalla procura. Questi hanno constatato che la vittima era stata colpita da un solo proiettile che ne aveva causato la morte. Benché lo "scanner total body" effettuato sul cadavere avesse rilevato la presenza di un frammento metallico conficcato nella testa, i due periti non l'hanno menzionato nella loro relazione tecnica e non hanno estratto il frammento in questione. Nella sua deposizione nel corso del "processo ai 25", Salvi ha dichiarato di aver tentato di estrarre il frammento di cui si tratta. Inoltre, i proiettili sparati da M.P. non sono stati ritrovati e, peraltro, non c'è alcuna prova che siano stati svolti dei tentativi per ritrovarli. L'analisi di questo frammento metallico sarebbe dunque stato importante per una valutazione balistica e per la ricostruzione dei fatti. Quanto alla traiettoria seguita dal proiettile di cui si tratta, i medici hanno indicato che andava dall'alto verso il basso, da davanti a dietro e da destra a sinistra, e che la distanza dello sparo era stata superiore a 50 cm. Tuttavia, non è stato espressamente precisato se il tiro era stato diretto.248. Condividendo i dubbi della procura relativi al carattere superficiale delle informazioni raccolte durante l'esame, la Corte reputa deplorevole che il termine di sole tre ore lasciato ai ricorrenti tra la notificazione dell'avviso di autopsia e l'autopsia stessa abbia impedito loro di nominare un perito di parte.249. Non si può sostenere che l'autopsia svolta o le constatazioni contenute nella relazione medica fossero tali da costituire un punto di partenza per un'indagine efficace o che fossero tali da soddisfare le esigenze minime di un'indagine su un caso di omicidio manifesto, e ciò in quanto hanno lasciato troppe questioni cruciali senza risposta. Queste lacune appaiono ancora più gravi se si considera che il cadavere è stato in seguito consegnato ai ricorrenti e che è stata data autorizzazione per la sua cremazione, ciò che ha impedito qualsiasi ulteriore indagine, in particolare per quanto concerne il frammento metallico che si trovava nel corpo.250. La Corte reputa increscioso che la procura abbia autorizzato la cremazione del cadavere il 23 luglio 2001, ben prima di conoscere i risultati dell'autopsia, e mentre la vigilia aveva concesso ai consulenti tecnici termine di 60 giorni per consegnare la loro relazione, tanto più che la stessa procura ha giudicato "superficiale" il rapporto d'autopsia. Che la mancata conservazione del corpo sia stato un ostacolo enorme per le indagini è peraltro confermato dai quattro consulenti tecnici d'ufficio, che non hanno potuto ricostruire i fatti e, conseguentemente, la traiettoria precisa dello sparo mortale non ha potuto essere determinata.251. Tenuto conto delle lacune dell'esame medico-legale e della mancata conservazione del corpo, non è sorprendente che il procedimento penale si sia concluso con l'archiviazione. La Corte conclude che le autorità non hanno condotto un'adeguata indagine sulle circostanze del decesso di Carlo Giuliani.252. In secondo luogo, la Corte osserva che le indagini a livello nazionale si sono limitate all'esame della responsabilità di F.C. e M.P. Per la Corte tale approccio non può essere considerato conforme alle esigenze dell'articolo 2 della Convenzione poiché le indagini dovevano essere approfondite, imparziali e rigorose e dovevano concernere tutte le circostanze che avevano accompagnato la morte.In alcun momento è stata posta la questione di esaminare il contesto generale e verificare se le autorità avevano pianificato e gestito le operazioni di mantenimento dell'ordine pubblico in modo da evitare il tipo di incidente che ha causato il decesso di Carlo Giuliani. In particolare, le indagini non hanno avuto di mira la determinazione delle ragioni per le quali M.P. - che era stato giudicato incapace dai suoi superiori di continuare il suo servizio in ragione delle sue condizioni fisiche e psichiche- non fosse stato immediatamente condotto all'ospedale, fosse stato lasciato in possesso di una pistola carica e fosse stato messo a bordo di una jeep priva delle protezioni e ritrovatasi isolata rispetto al plotone che aveva seguito.253. La Corte reputa che le indagini avrebbero dovuto concernere almeno questi aspetti dell'organizzazione e della gestione delle operazioni di mantenimento dell'ordine pubblico, poiché la Corte vede uno stretto legame tra lo sparo mortale e la situazione nella quale M.P. e F.C. si sono ritrovati. In altre parole, le indagini non sono state adeguate nella misura in cui non hanno ricercato quali fossero le persone responsabili di detta situazione.254. Per quanto sopra detto, vi è stata violazione dell'art. 2 della Convenzione sotto l'aspetto procedurale.

Per leggere il comunicato della Corte vai al sito http://www.echr.coe.int/echr/

COMUNICATO DELLA FAMIGLIA GIULIANI
La Quarta sezione della Corte europea dei diritti umani ha reso nota oggi la sua decisione sul ricorso presentato dalla famiglia Giuliani, assistita dall'avvocato Nicolò Paoletti, in relazione all'omicidio di Carlo.La Corte ha rilevato che "l'inchiesta non ha esplorato le ragioni per cui Mario Placanica - ritenuto dai suoi superiori incapace di proseguire il suo servizio in ragione del suo stato fisico e psichico - non sia stato immediatamente condotto all'ospedale, sia stato lasciato in possesso di una pistola carica e collocato in una jeep priva di protezione che si è trovata isolata dal plotone che aveva seguito". La Corte considera che l'inchiesta avrebbe dovuto valutare aspetti dell'organizzazione e della gestione dell'ordine pubblico, "poiché c'è un legame tra il colpo mortale e la situazione nella quale si sono ritrovati Filippo Cavataio e Mario Placanica. In altri termini l'inchiesta non è stata adeguata nella misura in cui non ha ricercato quali siano state le persone responsabili di questa situazione".Sono proprio due delle questioni principali sulle quali abbiamo insistito da sempre: individuare le responsabilità politiche e della catena di comando, quelle che hanno portato alle violenze di Genova e all'omicidio di Carlo.La Quarta sezione ha infine deciso un risarcimento nei confronti dei genitori e della sorella, risarcimento che verrà devoluto al Comitato Piazza Carlo Giuliani per lo svolgimento delle sue iniziative di documentazione e di verità sugli avvenimenti genovesi.I genitori e la sorella di Carlo


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25 agosto 2009

Brescia: GRAVE EPISODIO DI VIOLENZA RAZZISTA DELLA POLIZIA LOCALE... MA GIUSTIZIA NON E' FATTA.

Un cittadino di origine algerina che stava recandosi alla moschea di via Corsica a Brescia per il primo giorno di ramadan è stato vittima di un feroce pestaggio venerdi' 21 agosto, verso le ore 12,30 da parte della polizia locale. Abdallah, questo il suo nome, lavora come socio di una impresa che si occupa di ristrutturazioni edilizie, tinteggiatura e rivestimenti ed ha un regolare permesso di soggiorno; ha 38 anni. Arrivato in macchina con un amico nei pressi della rotonda di via Dalmazia, dove c'è l'accesso alla moschea Abdallah si è fermato per chiedere agli agenti di polizia locale che bloccavano l'accesso alla strada dove avrebbe potuto parcheggiare; mentre un vigile gli rispondeva, un altro si avvicinava al suo finestrino iniziando ad insultarlo ed a dirgli bruscamente di levarsi di torno. Lui pacatamente protestava per quel trattamento e l'agente cominciava a picchiarlo con pugni e schiaffi attraverso il finestrino, urlando di andarsene immediatamente. Abdallah a quel punto diceva all'agente che lo avrebbe denunciato ai carabinieri e avvertiva la propria socia di cio' che stava accadendo. La signora gli diceva di restare li' in attesa del suo arrivo e provvedeva a richiedere l'intervento dei carabinieri. Nel frattempo, di fronte a molti testimoni, arrivavano altri agenti di polizia locale che si univano al pestaggio di Abdallah, che veniva tenuto per il collo mentre un agente gli stringeva con forza i testicoli. La socia di Abdallah arrivava in tempo per assistere a questa scena dell' aggressione. Poi il giovane ammanettato veniva portato nella cella di sicurezza della polizia locale, dove proseguivano le minacce e gli insulti di stampo razzista; Abdallah dopo ore senza alcuna assistenza, si sentiva male verso le ore 18 e veniva ricoverato al pronto soccorso per essere visitato. I medici riscontravano policontusioni da percosse e un trauma cranico, prescrivendogli l'uso di un collare ortopedico. Il mattino successivo veniva tradotto in tribunale per l'udienza che veniva rinviata a oggi. Ma Giustizia non è fatta. Il processo per l'aggressione razzista dei vigili urbani a danni di Abdallah, si è concluso con un patteggiamento. Abdallah è stato condannato a 4 mesi. Questa decisione dell'avvocato di Abdallah è il frutto del clima persecutorio nei confronti dei migranti creato in città dalla giunta Paroli-Rolfi.Per una vecchia condanna subita 10 anni fa, per resistenza a pubblico ufficiale mentre vendeva accessori contraffatti, Abdallah è stato costretto ad accettare questa soluzione, senza però ritrattare quanto dichiarato relativanmente all'aggressione subita. Lo stesso hanno sostenuto i testimoni che non hanno potuto deporre, per il rito processsuale scelto, ma lo hanno ribadito anche alla stampa.Abdallah è stato vittima di un'aggresssione razzista, questi sono i fatti in questione; non ci interessa se in passato il giovane e' stato accusato e/o condannato per altri reati, noi siamo interessati a chiarire quanto accaduto venerdi' 21 agosto 2009 nei pressi della moschea. E lo affermiamo per il comportamento che hanno tenuto i vigili urbani: minacce, insulti razzisti, botte. Non è un grande giorno per la giustizia di questa città. Un cittadino algerino è stato insultato, pestato, arrestato ed è stato condannato. Da parte nostra ribadiamo che non lasceremo passare sotto silenzio qualsiasi episodio razzista di questa giunta e dei vigili urbani, ormai divenuti un corpo che agisce nella completa impunità soprattutto nei confronti dei migranti.
COORDINAMENTO IMMIGRATI DI BRESCIA (Coordinamento delle associazioni di immigrati e antirazziste di Brescia)


fonte: Radio Onda d'Urto

24 agosto 2009

Testimonianze: Due episodi inquietanti di razzismo

A Castiglione della Pescaia (Grosseto) un calciatore brasiliano 16enne, in prova con la squadra locale della Castiglionese, è stato pestato venerdì sera da tra coetanei italiani nel centro della cittadina maremmana. I tre l'hanno fermato al termine dell'allenamento e hanno cominciato a infierire su di lui gridandogli: "Tornatene al tuo paese, torna in Brasile". Medicato al pronto soccorso, il ragazzo ha chiesto di tornare a casa, in Brasile.
Sempre venerdì, nel pomeriggio, nei pressi di piazza San Babila, nel centro di Milano, un ragazzo marocchino di 14 anni è stato insultato e picchiato da un gruppo di giovani italiani poco più grandi di lui, che oltre a una serie di insulti razzisti, gli hanno detto in tono minaccioso: "Facciamo parte di una ronda padana e non vogliamo clandestini a Milano".
Dopo la raccapricciante performance del figlio di Umberto Bossi, "creatore" del gioco razzista "Rimbalza il clandestino", ecco nuove spregevoli azioni della generazione che tanti cattivi maestri stanno allevando per trasmettere la loro eredità di razzismo e vigliaccheria all'Italia e all'Europa di domani, sempre più "padane", sempre meno umane.


Gruppo EveryOne

23 agosto 2009

Soprusi sul maestro "legato" e lasciato morire nel letto

E' un quadro inquietante quello che sta emergendo dalle testimonianze che ci giungono sul caso Mastrogiovanni, il maestro elementare di Castelnuovo Cilento morto lo scorso 4 agosto legato ad un letto nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Vallo della Lucania dove era ricoverato per essere sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio.Il racconto di parenti, personale dell'ospedale e quanti erano presenti il 31 luglio, giorno dell'arresto di Mastrogiovanni, al campeggio Club Costa di San Mauro Cilento ha portato i deputati radicali Rita Bernardini, Farina Coscioni, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti a presentare un'interrogazione parlamentare urgente ai ministri degli Interni, Roberto Maroni, e del Lavoro, Salute e Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, per chiedere un'ispezione all'ospedale di Vallo «per il trattamento inumano subito da Francesco» spiegano «e perché sia avviata un'indagine interna alle forze dell'ordine per quanto riguarda l'ingente, eccessivo spiegamento di forze dell'ordine per la sua cattura». Perché di vera e propria cattura si è trattata, quella mattina: decine di carabinieri e di agenti della polizia municipale hanno letteralmente circondato il bungalow dove alloggiava Mastrogiovanni che, in preda al panico, è scappato dalla finestra correndo verso il mare. Un testimone oculare, il figlio della proprietaria del campeggio dove era ospite il maestro, racconta che tra Francesco e le forze dell'ordine, dopo la fuga di quello che sembrava essere a tutti i residenti del camping un boss della camorra visto l'ingente spiegamento di forze dell'ordine messo in campo per catturarlo, non c'è stata alcuna colluttazione. «Anzi. Gli è stato permesso di fare la doccia, ha bevuto un caffè e fumato una sigaretta. Soltanto in un primo momento ha tentato di fuggire gettandosi in mare, ma la sua fuga non poteva sortire alcun effetto perché era guardato a vista da mare, dalla Guardia Costiera, e da terra da diversi agenti e vigili urbani di Pollica». Segno che Francesco era assolutamente nel pieno delle sue facoltà, come dimostra l'agghiacciante frase pronunciata salendo in ambulanza: «se mi portano all'ospedale di Vallo, non ne esco vivo».Anche sulle motivazioni che hanno portato il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, a richiedere il Trattamento Sanitario Obbligatorio per Mastrogiovanni ci sono molti dubbi: in un primo momento Vassallo ha spiegato che il TSO è stato necessario dopo che, la sera del 30 luglio, il maestro avrebbe tamponato quattro automobili guidando a zig zag per le strade di Pollica; quindi il sindaco ha motivato la decisione affermando che Mastrogiovanni avrebbe attraversato, suonando il clacson all'impazzata, l'isola pedonale del paese. I familiari non ci stanno: Vincenzo Serra, cognato del maestro, spiega che «riguardo la prima motivazione, nessun auto risulta tamponata e la macchina di Francesco è tutt'ora parcheggiata sotto la sua abitazione senza nemmeno un graffio. In relazione alla seconda, ci chiediamo sulla base di quale certificato medico il sindaco di Pollica abbia emesso l'ordinanza di TSO e se Francesco sia stato visitato da qualche dottore la sera stessa in cui avrebbe attraversato l'isola pedonale». Per il maestro cilentano, come ci racconta Vincenzo, «non era il primo trattamento»: nell'autunno del 1999 Francesco, condannato a tre anni di reclusione dal tribunale di Vallo della Lucania per resistenza a pubblico ufficiale ma assolto in appello a Salerno, «ha subito tre trattamenti, l'ultimo tre o quattro anni fa. In quelle occasioni a Francesco è sempre stato permesso di comunicare telefonicamente con la famiglia». Non stavolta, però. «In quattro giorni ha fatto solo una telefonata alla mamma ottantenne, la mattina del suo ingresso in ospedale, poi il silenzio. Perché?» si domanda Vincenzo. Non era da lui che era solito chiamare la madre, quando era lontano da casa, tutti i giorni più volte al giorno, «e la stessa cosa era accaduta durante i TSO precedenti».La mattina del 3 agosto, ventiquattro ore prima di morire, Francesco riceve in ospedale la visita di sua nipote: la ragazza, come emerge dal suo racconto, si è intrattenuta con lo psichiatra di turno che ha definito il maestro "un tipo atipico", sconsigliando la visita dei parenti al degente. Anche qui i familiari si chiedono il motivo della decisione. «Forse perché legato»?Alle 7,20 del 4 agosto Francesco verrà trovato senza vita da un'infermiera. «Morte improvvisa» dicono dalla direzione sanitaria. Il primario, Michele Di Genio, ha spiegato alla famiglia Mastrogiovanni che il paziente, dieci minuti prima, stava bene tanto da aver tranquillamente parlato con un infermiere. «Ma come?» si chiedono i parenti di Francesco «stava bene e avrebbe addirittura parlato con un operatore sanitario mentre era legato al letto, con le ferite ai polsi e alle caviglie, e ipersedato»? Dall'autopsia risulta che il maestro è morto per asfissia provocata da edema polmonare. «Morire con un edema non può definirsi "morte improvvisa"» si sfoga Vincenzo. «E' possibile che né i medici del reparto né gli infermieri si siano accorti che Francesco non respirava più da tempo? E perché nella cartella clinica non viene fatto alcun riferimento al regime di contenzione al quale è stato sottoposto per quattro giorni»? Come non bastasse, il medico legale della famiglia che ha assistito all'autopsia afferma la presenza, sul corpo di Francesco, di evidenti segni di colluttazione, oltre alle ferite ai polsi e alle caviglie. «Quelle ho purtroppo avuto modo di vederle personalmente» racconta Vincenzo, «e soprattutto la ferita al polso sinistro era molto profonda. Decisamente non un graffio come raccontano dall'ospedale».Per rendere giustizia a Francesco e «perché la psichiatria di Vallo della Lucania diventi umana» parenti e amici del maestro di Castelnuovo Cilento hanno deciso di creare un Comitato: «anche stavolta lotteremo insieme» racconta Vincenzo «come quella volta a Salerno per i fatti del '99 quando il Presidente della Corte d'Appello, che poi assolse pienamente mio cognato, arrivò addirittura a mettersi le mani nei capelli ascoltando la relazione introduttiva di uno dei giudici del collegio in cui si denunciava il comportamento delle forze dell'ordine nei confronti di Francesco»: un vero e proprio accanimento, «con botte, calci, manganellate e prove create ad arte per incastrarlo» che porterà questo sfortunato maestro elementare a convivere con un forte disagio psichico. Fino alla morte.
fonte: Liberazione

Bossi jr. su Facebook gioca a «Rimbalzaclandestino»

Si chiama «rimbalzaclandestino» ed è un giochetto on-line comparso sulla pagina ufficiale di Facebook della Lega Nord. Da qui può essere condivisa e pubblicizzata su ogni profilo. Il meccanismo è semplice: c'è una mappa dell'Italia e tutt'intorno arrivano barconi di clandestini. Il giocatore deve cliccarci sopra da uno a cinque volte per respingerli, ottenendo un punteggio a seconda del tipo di imbarcazione. Allo scadere del tempo, a seconda dei punti ottenuti si passa al livello successivo. Altrimenti, compare il più classico dei «game over», accompagnato dalla scritta: «Hai perso. Prova ancora, vedrai che la prossima volta riuscirai a dimostrare di essere un vero leghista». Ad amministrare la pagina del Carroccio è il figlio di Umberto Bossi, Renzo, classe 1988, affiancato nell'opera da Fabio Betti, un altro leghista doc. Altro gioco che si inserisce nella campagna leghista dell'estate per coinvolgere i giovani internauti nelle sue iniziative virtuali è «Converti il comunista»: lo scopo è quello di trasformare il «triste e logoro comunista in un felice leghista».

Dallo stato sociale allo stato penale

C'erano circa 26mila detenuti nelle carceri italiane nel 1990, 35mila l'anno successivo, 47.316 nel 1992. La «Jervolino-Vassalli» sulle droghe e la legge «Martelli» sull'immigrazione erano alla base di quella crescita rapidissima del numero dei detenuti. Come sempre, il carcere rispecchia subito i cambiamenti che si verificano nella società e nella politica. Anche allora, le celle e i cortili dell'aria che si riempivano di detenuti non segnalavano un aumento dei tassi di criminalità, parlavano dell'inizio di una più profonda trasformazione della società e della politica italiana.E poi ci fu Tangentopoli. Ebbe una scarsa rilevanza nella storia delle carceri italiane: nella maggior parte dei casi gli imputati di «Mani pulite» scontarono negli istituti penitenziari solo una parte della carcerazione preventiva, per superare poi la fase del giudizio in detenzione domiciliare e beneficiare delle misure alternative a partire dal momento della eventuale condanna. Ma furono gli esiti della transizione politica che con Tangentopoli si aprì a segnare il destino del carcere. Lo sfaldamento dei partiti di massa determinò una diserzione di gran parte del mondo politico istituzionale dai tradizionali ambiti del pensiero legato al movimento operaio, della dottrina sociale cristiana e socialdemocratica. Nel tempo della globalizzazione, i maggiori partiti della «seconda Repubblica» mostrarono una tendenziale convergenza verso politiche neoliberiste sia in campo economico che sul piano dell'accesso ai diritti sociali e civili. Uno dei principali ambiti di quella convergenza fu rappresentato dal concetto di «sicurezza».Dallo stato sociale allo stato penale: così definirono quel passaggio storico criminologi e politologi. Nella «microcriminalità» si scorgeva ora la forma più pericolosa di devianza anziché quella più legata a situazioni di esclusione sociale, di disgregazione familiare o di disagio psicologico; nei gruppi sociali più emarginati si individuavano le nuove «classi pericolose»; nelle case occupate e nelle baraccopoli sorte ai margini delle città si vedevano «covi di criminalità».Dall'intreccio tra rappresentazione mediatica, strumentalizzazione politica e insicurezza sociale emersero ciclicamente norme e istituzioni «speciali» corrispondenti alla logica dell'emergenza. Ai pacchetti sicurezza e alle ordinanze dei sindaci contro lavavetri e mendicanti si aggiunsero la legge Bossi-Fini sull'immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe, la ex-Cirielli sulla recidiva. Il flusso in carcere divenne continuo e ad esso corrispondeva una difficoltà crescente nell'accesso alle misure alternative: esclusi per legge gli autori di reati associativi e di fatto la quasi totalità dei migranti, anche gli altri detenuti facevano i conti con le restrizioni imposte dai magistrati di sorveglianza e con il problema di trovare una casa e un lavoro, che dell'accesso alle misure alternative erano la condizione.Scesi a 39.176 all'indomani dell'indulto del luglio 2006, i detenuti erano già 42mila un anno più tardi, 56mila nel settembre 2008, 64mila nel luglio 2009. Mentre l'opinione pubblica immaginava le carceri come hotel a cinque stelle e i guardasigilli ipotizzavano «piani carceri» utili solo agli speculatori, i letti a castello passavano da due a tre piani, settanta bambini stavano dietro le sbarre, i carrelli con gli psicofarmaci avanzavano nelle sezioni e in quarantacinque si suicidavano nei primi sette mesi del 2009. Nei «celloni» di Sollicciano in dieci sopravvivono in spazi concepiti per tre persone, altrove le direzioni furono costrette a inventare «soluzioni» sempre più surreali: a San Vittore e a Le Vallette i detenuti affollarono anche la palestra; in quello di Trieste è stato istituito un «registro per la rotazione dei materassi a terra», un librone in cui si annotava ogni giorno chi rimaneva senza letto per consentire a tutti di coricarsi su una branda almeno per un paio di notti a settimana. E' inevitabile che i detenuti trovassero la forza di far sentire la propria voce. Come dimostra la storia di questi giorni.
Christian De Vito
Autore di «Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia», Laterza 2009.

Milano: "Disordini" di via Corelli a processo Imputati e pubblico si ribellano.

Si è tenuto venerdi mattina al Tribunale di Milano la prima udienza del processo per direttissima ai 14 stranieri (4 donne nigeriane, una del Gambia, quattro marocchini, 3 algerini, un cittadino della Costa d'Avorio e un portoghese) protagonisti di "disordini" nel Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano il 13 agosto scorso.La scintilla era stata la notifica della proroga della permanenza nel Cie scaturita per effetto del "pacchetto sicurezza" recentemente approvato; la protesta era iniziata nel settore maschile con materassi bruciati, termosifoni divelti e lancio di oggetti e successivamente si era estesa anche al settore femminile. Le accuse sono, a vario titolo, di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e incendio doloso.A presenziare, in un Tribunale deserto per le ferie estive e con lavori di manutenzione in corso, qualche giornalista, e una cinquantina di persone richiamate dall'appello del Comitato antirazzista milanese - in gran parte giovani, alcuni venuti anche da Torino. Le richieste iniziali dell'avvocato della difesa Mauro Straini, a cui si sono associati anche gli altri, sono state soprattutto rivolte a ricostruire il contesto in cui i fatti sono avvenuti. Quella di via Corelli è stata infatti una delle prime applicazioni della legge approvata il 15 luglio scorso ed è essenziale conoscere le modalità ed i criteri con cui si è proceduto, anche alla luce di altre proteste già state attuate mediante scioperi della fame e della sete. I legali hanno anche fatto cenno al caso della cittadina svizzera Marusca Schenk, uscita da San Vittore e rinchiusa nel Cie in quanto extra-comunitaria. Quindi hanno chiesto di ascoltare come testi, tra gli altri, anche il ministro dell'Interno Maroni ed il Prefetto di Milano. Queste ultime due richieste, in particolare, sono state respinte dalla giudice - dopo una sospensione di circa un'ora - in quanto «irrilevanti», altre in quanto non attinenti ai fatti in esame. Ammessi, in definitiva, tredici testi tra agenti di sorveglianza e funzionari o personale del Centro. La giudice si accingeva ad ascoltare il primo, già seduto al suo posto, quando la vista degli agenti repressori dei "disordini" (uno aveva appena fatto presente di essere in convalescenza) ha innescato un certo nervosismo e mormorii nella gabbia degli imputati, dal pubblico - fino ad un attimo prima tranquillo - si è alzata qualche parola a mezza voce, qualcuno ha gridato all'indirizzo di un poderoso agente: «Hai picchiato anche le donne!», in breve tutto il pubblico ha iniziato a gridare "Libertà, libertà" e a mostrare un lungo volantino azzurrino, intitolato "Hai capito?" e firmato «a nome di tutti i detenuti, o meglio di ogni sequestrato del Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli, Milano».Per il pubblico l'udienza è finita lì, giusto con la soddisfazione di essere rimasti una decina di minuti in aula a manifestare a gran voce (nonché quella di aver consentito a due agenti in borghese di riprendere tutti con altrettante videocamere). All'uscita erano già schierati oltre trenta carabinieri, scudo di plastica ai piedi.La prossima udienza sarà martedì 25 agosto.E' importante ci sia altrettanta presenza di pubblico, e auspicabile maggiore attenzione da parte della stampa e dell'opinione pubblica su quello che potrebbe costituire un caso-pilota sull'applicazione del "pacchetto sicurezza". Non a caso ieri pomeriggio il vice-sindaco di Milano De Corato si è spinto perfino a chiedere solidarietà dal centro-sinistra contro chi si ribella: «Dove c'è protesta e disordine», ha detto, «in prima fila troviamo il solito centinaio di esponenti dei centri sociali a soffiare sul fuoco e ad alimentare tensioni».

21 agosto 2009

Denunciamo Libia e Italia al Comitato Onu antitortura

Dopo giorni di notizie frammentarie provenienti da alcuni siti somali, e dopo la smentita ufficiale del governo libico, sembra confermata da fonti indipendenti la notizia - pubblicata il 13 agosto in prima pagina da Liberazione - della uccisione di un numero imprecisato di migranti somali detenuti nel carcere di Bengasi, alcuni, forse cinque, durante un tentativo di fuga, altri, sembrerebbe quindici, che nella fase successiva alla fuga sarebbero stati percossi a morte. Nelle proteste scaturite dalla repressione violenta del tentativo di fuga, culminato con la strage, altre decine di somali (sembrerebbe 50) detenuti all'interno della stessa struttura detentiva di Bengasi, sarebbero stati gravemente feriti con manganelli elettrici, bastoni e coltelli, utilizzati da parte della polizia libica che si scagliava contro tutti coloro che si riteneva avessero partecipato alla sommossa. Una vicenda tragica sulla quale occorre indagare. Quanto è successo a Bengasi lega direttamente Italia e Libia nelle responsabilità per gli abusi commessi ai danni di migranti dopo i recenti accordi di collaborazione. I migranti somali uccisi a Bengasi erano probabilmente detenuti da mesi ma potrebbero anche essere gli stessi somali consegnati in queste settimane dalle autorità italiane alle forze di polizia libiche impegnate nel pattugliamento congiunto nel canale di Sicilia. In ogni caso, come tutti i somali in fuga da un paese dilaniato dalla guerra civile e senza una autorità statale centrale, avrebbero comunque diritto al riconoscimento di una forma di protezione internazionale. Non si tratta certamente di "questioni interne" sulle quali la Libia è libera di decidere come crede. La Commissione Europea, così propensa ad avvalersi della Libia nelle pratiche di contrasto dell'immigrazione irregolare, dovrebbe nominare al più presto una Commissione di inchiesta al fine di verificare il rispetto dei diritti umani in quel paese, precondizione per la stipula di qualunque accordo tra l'Unione Europea ed i paesi terzi.L'Italia dovrebbe inviare al più presto una propria commissione parlamentare, così come stabilito in un ordine del giorno approvato all'unanimità dal Parlamento nel febbraio del 2009, in occasione della ratifica del Trattato di amicizia italo-libico. Ma si può dubitare che Berlusconi, in occasione della prossima visita a Tripoli per il primo anniversario della firma del Trattato di amicizia voglia (o possa) aprire la questione del rispetto dei diritti umani dei migranti in quel paese. Diritti umani dei migranti che anche in Italia, dopo l'approvazione degli ultimi provvedimenti sulla sicurezza, sono sempre più sottomessi alla discrezionalità delle forze di polizia.Il governo italiano, come altri governi europei, è sempre più convinto che "esternalizzando" le pratiche dei controlli di frontiera e ricorrendo a prassi informali, senza alcuna documentazione delle attività di respingimento sommario e collettivo poste in essere, qualunque abuso commesso ai danni dei migranti potrà restare impunito. La Libia, del resto, non fa parte del Consiglio d'Europa o della Unione Europea, e dunque le regole comunitarie o la giurisdizione della Corte Europea dei diritti dell'uomo non sono applicabili nei confronti di quello stato, a meno che le stesse unità militari europee non abbiano fatto ingresso nel territorio libico per riconsegnare migranti soccorsi in acque internazionali (come avvenuto peraltro il 7 e 8 maggio di quest'anno, quando la Marina Militare italiana ha sbarcato sul molo del porto di Tripoli decine di migranti, inclusi donne e minori ).Una volta respinti in Libia, o quando sono stati rastrellati in quel paese, a seguito degli accordi conclusi con l'Italia nel dicembre del 2007 (Protocolli operativi) e nell'agosto 2008 (Trattato di amicizia italo-libico), per i migranti rinchiusi nelle carceri e nei centri di detenzione libici sembra non esserci più scampo, soprattutto se provengono dall'africa sub-sahariana, come dalla Somalia o dall'Eritrea, o se sono di fede cristiana. Per loro mesi, talvolta anche anni di detenzione senza alcun controllo giudiziario, violenze ed abusi di ogni genere, con la prospettiva, talvolta il miraggio altre volte la minaccia, di un rimpatrio che in molti casi non avverrà mai. Tuttavia, anche se i governanti di Libia ed Italia si sentono al sicuro, coperti da una opinione pubblica disinformata e sempre più xenofoba, certi che le loro malefatte non verranno mai scoperte o sanzionate dagli organismi della giustizia internazionale, entrambi questi paesi hanno aderito a varie Convenzioni internazionali sui diritti umani e tra queste, oltre al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, al quale la Libia ha aderito dal 1970, alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, e potrebbero essere dunque sanzionati dal Comitato per i diritti dell'Uomo e dal Comitato per la prevenzione della tortura (Cat) delle Nazioni Unite per le violazioni del Patto e di questa Convenzione. Da testimonianze raccolte da fonti diverse (tra tutti, Human Rights Watch ed Amnesty International) si ricava infatti che nelle carceri libiche la tortura ed i trattamenti inumani o degradanti, come gli abusi ai danni di minori e giovani donne, sono eventi diffusi e generalizzati, soprattutto con riferimento ai migranti di fede religiosa cristiana o provenienti dai paesi dell'Africa sub-sahariana.Si può dunque ritenere che la pratica dei "trattamenti inumani o degradanti", che può assimilarsi alla tortura, nei confronti dei migranti rinchiusi nelle carceri o nei centri di detenzione libici, e che nei casi più gravi, come a Bengasi, è giunta fino alla uccisione dei detenuti, sia un fatto quotidiano, malgrado da anni siano avviate attività di collaborazione e di formazione congiunta tra la polizia libica e quella italiana, presente in quel paese con missioni tecniche e ufficiali di collegamento. Per questa ragione sia l'Italia (che respinge in Libia i migranti bloccati nel Canale di Sicilia), che la stessa Libia (che li respinge nei paesi di provenienza o li detiene in condizioni inumane) andrebbero deferite davanti agli organi delle Nazioni Unite che vigilano sull'applicazione delle Convenzioni a difesa dei diritti dell'uomo, tra queste una delle più importanti, la Convenzione contro la tortura.Non sembra che in questo momento sia possibile presentare ricorsi dalle carceri libiche, viste anche le difficoltà incontrate nella presentazione di un ricorso individuale alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo, da parte degli avvocati dei richiedenti asilo respinti a maggio dall'Italia in Libia e tuttora detenuti a Tripoli. I "ricorsi individuali" al Cat possono essere esaminati solo se lo Stato accetta l'indagine del Comitato. In diversi casi ricorsi individuali presentati al Comitato contro la Tortura sono stati respinti perché i ricorrenti non erano riusciti a fornire le prove necessarie. La via dei ricorsi individuali è dunque assolutamente impervia e potrebbe anche esporre i ricorrenti a gravissime ritorsioni da parte di quegli stessi paesi nei quali si trovano (e verso i quali fanno ricorso). E' tuttavia possibile che lo stesso Comitato nomini un relatore speciale per svolgere una indagine approfondita, che potrebbe portare all'apertura di un procedimento, e poi eventualmente alla condanna degli stati responsabili delle violazioni.Per questa ragione chiediamo a tutte le organizzazioni internazionali umanitarie, ed alle associazioni di migranti, di inviare al Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite atti e materiali di denuncia per le violenze e gli abusi commessi ai danni dei migranti non solo nel carcere di Bengasi, dove sarebbero avvenuti gli ultimi più tragici eventi, ma in tutta la Libia, come nelle acque internazionali del Canale di Sicilia, in modo da sollecitare l'apertura di indagini da parte del Comitato e giungere finalmente ad un accertamento ufficiale, se non ad una sanzione, delle violazioni del diritto internazionale da parte di questo paese, e di tutti quei paesi che collaborano nella cd. "guerra all'immigrazione illegale". Una "guerra" che non potrà mai avere vincitori, ma che vedrà soltanto aumentare sempre più il numero delle vittime, perché è una "guerra" contro i migranti in fuga, e non contro le organizzazioni criminali che li sfruttano.


Fulvio Vassallo Paleologo - Università di Palermo


Il testo integrale dell'appello e le notizie sulla strage su fortresseurope.blogspot.com

Mobilitazione nelle carceri, fuochi e tumulti: «amnistia»

Per far sentire oltre le mura il respiro affannato di chi è rinchiuso, l'impasto di sudore e afa, le brande infuocate, l'aria densa e immobile che affoga gli spazzi stracolmi delle celle, i detenuti avevano deciso la protesta del rumore, una delle più classiche e antiche manifestazioni che danno voce al mondo dei rinchiusi. Una battitura ritmica delle inferiate realizzata con pentole, coperchi, bombolette del gas vuote, sgabelli e quant'altro si può percuotere contro le sbarre delle finestre o i blindati. Il tutto accompagnato da urla, fischi, slogan in favore dell'amnistia e dell'indulto. Presi dall'adrenalina altri, invece, hanno cominciato a dare fuoco a tutto quello che si poteva incendiare: giornali, lenzuola, stracci da mostrare alla città lontana. No, non c'era nessun piano, nessun complotto in una situazione dove spesso manca la stessa grammatica per organizzare una protesta. Solo disperazione, tanta rabbia che esplode e accende gli animi. Provate voi a stare accatastati in quel modo, in pochi metri quadrati anche solo per qualche giorno. 950 persone rinchiuse in una struttura che ha una capienza massima di 400. In quelle stanze non circola aria ma grisù. Basta un nulla che prende fuoco. Lo sanno gli agenti di custodia, e lo dicono ormai da diverso tempo. Lo sanno i direttori degli Istituti, lo sanno i dirigenti del Dap. Lo sa il ministro Alfano. Lo sanno tutti. E sanno anche qual'è l'unica soluzione. Ma fino ad oggi hanno deciso di fare finta di nulla accampando un piano carceri che, anche se solo riuscisse a decollare in parte dopo i tanti rinvii, non risolverebbe nulla se non gonfiare i portafogli di quegli imprenditori che avranno gli appalti. A Sollicciano lunedì sera la tensione è salita alle stelle. Le cronache raccontano l'attivazione di un immediato piano di sicurezza. La casa circondariale è stata subito circondata da gazzelle del nucleo radiomobile dei carabinieri e da agenti delle volanti. Altri rinforzi sono arrivati dal reparto mobile della polizia. Attorno al carcere è stato costituito un fitto cordone di sicurezza, neanche dovessero fare fronte a una guerra civile. Ma forse è un po' a questa idea che i governanti vogliono prepararci. Già ad ogni crocicchio e semaforo di strada si vedono mimetiche dell'esercito armate di tutto punto. Nell'immediato dopoguerra alcune rivolte esplose in diverse carceri sovraffollate come oggi vennero sedate a colpi di cannone. Ci fu un massacro. Stiamo attenti, dunque. Per fortuna l'altra sera la situazione si è placata nel giro di alcune ore, la polizia penitenziaria è entrata sezione dopo sezione per spegnere i focolai d'incendio. La protesta è di nuovo ripresa alle 10 e 30 del mattino successivo con una nuova battitura. Il garante per i detenuti Franco Corleone dopo un sopralluogo ha spiegato che le proteste nascono da una somma di carenze, diffuse un pò ovunque nei penitenziari della penisola, aggravate dall'affollamento: la riduzione dei colloqui con familiari e delle ore di passeggio causa ferie del personale di custodia, la mancanza di docce, l'impossibilità di avere visite mediche rapide, sommata alla mancanza di spazi, l'impossibilità di lavorare o svolgere attività, la sordità delle magistrature di sorveglianza che negano i benefici penitenziari. Non stupisce allora se anche a Como, una delle strutture penitenziarie più degradate d'Italia, la protesta è durata tre giorni. Dalla battitura iniziale e lo sciopero della fame intrapreso da alcuni, si è passati nei giorni successivi all'esplosione delle bombolette di gas in dotazione per i fornellini da cucina fino alla rottura dei neon delle celle col tentativo di provocare cortocircuiti, almeno secondo quanto riferito da un esponente della Uil penitenziaria. Angelo Urso, in una nota ha ricordato come nel carcere di Como «in questi anni non sono mai stati realizzati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Pertanto la fatiscenza e l'insalubrità dei locali non può che aggravare la condizioni detentive». Qualcosa di simile era già accaduto nella prigione di Lucca nei primi giorni di agosto. Anche lì, una protesta dimostrativa si era trasformata in un piccolo tumulto con il lancio di bombolette e focolai d'incendio nelle sezioni. Insomma si assiste ad una fisiologica tendenza all'inasprimento delle forme di lotta conseguenza dell'esasperazione suscitata dalle condizioni d'invivibilità. Nonostante questi ripetuti segnali e i continui appelli lanciati da tutti gli operatori del settore, dal cielo della politica non vengono risposte. Il governo è in vacanza, come i vertici del Dap e del ministero. Intervistato dal Gr della Rai, Ionta ha ribadito le virtù del suo piano straordinario d'edilizia carceraria, senza però indicare date precise sulla sua presentazione. Un'incertezza dietro la quale si nasconde l'assenza di copertura finanziaria e una sostanziale mancanza di credibilità. L'opposizione dovrebbe mobilitarsi con una grande iniziativa politica per impedire che nelle carceri avvengano tragedie. È ora di riaprire la vertenza sull'amnistia.

Paolo Persichetti- Liberazione

20 agosto 2009

Milano: Clandestino salva un uomo dal suicidio e scappa

È stato lì a guardare un po’ , mentre i medici soccorrevano l’ uomo che lui aveva appena salvato. Poi s’ è allontanato, uscendo dal cortile, perché sapeva che avrebbe rischiato una denuncia per l’ espulsione. Mohammed H., 23 anni, non ha il permesso di soggiorno. Nel tardo pomeriggio dello scorso 12 agosto ha visto un uomo che penzolava da un balcone del secondo piano in un palazzo di via Inama, alla periferia Est di Milano. Il ragazzo s’ è arrampicato e lo ha afferrato, ha tenuto su il corpo per allentare la stretta del cappio alla gola, fino a che un inquilino del palazzo è riuscito a salire anche lui e tagliare la corda. Mohammed ha rischiato di cadere, ha appoggiato il corpo sul balcone, è sceso e dopo un po’ nessuno l’ ha più visto. La sua storia in Italia è iniziata nel 2000, era un «minore non accompagnato» ed è entrato in comunità, ha studiato e lavorato, preso il diploma da elettricista e ottenuto un contratto, ha imparato l’ italiano e fatto il volontario in una fondazione religiosa di Milano. Ha fatto uno sbaglio «e lo sto ancora pagando», racconta. Lo sbaglio è stato un tentato furto d’ auto, in una «brutta serata del 2006». Venne arrestato e condannato, ma a causa di quella condanna, due anni dopo, non gli è stato rinnovato il permesso di soggiorno. Per questo oggi è un irregolare, e un irregolare deve nascondersi anche quando aiuta un uomo. Mohammed però è anche un «riabilitato», secondo una recente decisione del Tribunale di sorveglianza. Il giudice ha studiato una relazione della polizia che racconta nei particolari l’ esistenza di un ragazzo che lavora, frequenta amici e qualche familiare, paga ogni mese l’ affitto di una casa popolare, e quindi è «degno di riabilitazione». «So di aver sbagliato una volta - spiega Mohammed -, non lo nascondo, ma so anche i sacrifici che ho fatto per vivere in Italia». L’ uomo che ha tentato il suicidio ha 55 anni. È uscito dal coma venerdì scorso.
fonte: Corriere della Sera

Genova: Denunciati 10 anarchici per contestazione agli alpini-ronde

Contestazione degli anarchici nei confronti degli alpini inviati a Genova dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Teatro della scena, questa volta, la stazione dei carabinieri della Maddalena, in via Ponte Calvi. Dove la sera del 18 agosto, dieci persone sono state denunciate. Il tutto va in scena intorno alle 19.30. Quando una ventina di appartenenti al movimento antagonista di matrice anarchica, si raduna di fronte alla caserma dell'Arma. Ma prima che il gruppo riesca a srotolare lo striscione contro l'esercito a Genova, i carabinieri della stazione e quelli del battaglione, di pattuglia nei vicoli in quel momento, bloccano la piccola manifestazione. Inizia il fuggi fuggi, ma dieci persone vengono bloccate, identificate e denuciate. 10 denuncie che si aaggiungono alle due persone indagate in piazza Raibetta per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale all'alba di Ferragosto. Da quando il governo ha inviato gli alpini a Genova, si susseguono le iniziativa di protesta per contestare questa decisione.

19 agosto 2009

Poco spazio in cella, Strasburgo condanna l'Italia

Nelle querelle estive tra escort e dialetti, ci sono notizie che ci riportano alla cruda realtà che, proprio in questi mesi caldi, stanno subendo quelle migliaia di persone che non vedranno il colore del mare: i detenuti delle carceri italiane. Già durante questa primavera le loro voci si erano alzate qui a Bologna a superare le mura di cinta per denunciare le condizioni critiche in cui quasi tutti gli istituti penitenziari della penisola si trovano: sovraffollamento, mancanza di servizi, mancanza di personale (in particolare medici, psicologi e operatori sociali, coloro che dovrebbero fornire l'assistenza di base e offrire e seguire i detenuti nei percorsi di "re-inserimento") ; molti istituti inoltre si trovano in condizioni fatiscenti anche dal punto di vista strutturale e architettonico. Quest'inverno, poi, la campagna nazionale contro il "fine pena: mai", con scioperi della fame alternati fra le varie carceri italiane protrattisi dal 1 Dicembre 2008 al 16 Marzo 2009. Sotto queste condizioni già note da tempo, arriva una notizia di grande impatto che ovviamente è già smorzata dal fatto di essere stata resa pubblica il 4 di Agosto: lo Stato italiano ha perso un processo presso la Corte Europea per i Diritti Umani, in data 16 luglio; il detenuto Izet Sulejmanovic, di origini bosniache e in carcere per reati minori (9 mesi e 5 giorni la sua pena), aveva denunciato le pessime condizioni della sua permanenza nel carcere romano di Rebibbia: la condanna del 16 Luglio da parte della Corte Europea si riferisce in particolare all spazio disponibile per detenuto all'interno della cella, ritenuto insufficiente per poter garantire un soggiorno "umano". La pena pecuniaria si attesta a mille euro: sanzione simbolica (3,6 euro per ogni giorno di dentenzione), ma che sancisce alcuni principi importanti in questi tempi di "caccia alle streghe": che i detenuti sono persone e come tali hanno anche loro dei diritti e soprattutto hanno il diritto ad essere trattati dignitosamente; se ce ne fosse ancora bisogno, la sentenza rimarca che la situazione delle carceri italiane è critica.


fonte: zic.it

18 agosto 2009

Detenuti in rivolta. "Nelle carceri italiane situazione esplosiva"

Lenzuola incendiate, inferriate battute, slogan di protesta. Negli ultimi giorni si stanno moltiplicando le proteste dei detenuti rinchiusi nelle carceri italiane: lamentano il sovraffollamento che, con l'ondata di afa, sta assumendo i contorni di un'emergenza. A Como i detenuti del "Bassone" per tre giorni hanno battuto le sbarre con i loro oggetti personali. Chiedono più spazio, essendo in 600 all'interno di celle che ne dovrebbero contenere circa la metà. Stessi motivi all'origine della protesta di Ferragosto ad Arezzo. Ieri notte e questa mattina la scena si è ripetuta a Sollicciano, a Firenze: i detenuti (950 in una struttura che ne dovrebbe contenere 400) hanno gridato slogan per l'indulto e contro il sovraffollamento lanciando nei corridoi lenzuola incendiate. "Convocheremo per domani la commissione detenuti e parleremo con loro - ha annunciato il direttore Oreste Cacurri - Al momento comunque la situazione è tollerabile. Non sono stati fatti danni importanti, né qualcuno si è sentito male o si è ferito". All'esterno del carcere sono state schierate pattuglie di polizia e carabinieri, pronte a dare supporto agli agenti di polizia penitenziaria, ma finora non c'è stato bisogno del loro intervento. Il garante dei detenuti Franco Corleoni ha spiegato che, all'origine della rivolta, vi sarebbe anche la distribuzione nei giorni scorsi di pane ammuffito: "Da tempo raccolgo lamentele sulla qualità del vitto e anche sulla quantità. D'altra parte osservo che in Toscana il cibo distribuito nelle carceri ha un costo medio per detenuto di 1,53 euro a pasto, una cifra che deve far riflettere". A Perugia l'allarme è scattato per un incendio all'interno di una cella, provocato da un detenuto che ha tentato di dare fuoco al suo materasso. Gli altri carcerati sono stati trasferiti nei passeggi, gli spazi utilizzati per l'ora d'aria, e dopo poco hanno fatto ritorno nelle loro celle. Anche in questo caso la situazione è critica: la popolazione è passata dai 243 detenuti del 2008 ai 485 di oggi.
Situazione analoga a quella di altri istituti italiani dove non sono state inscenate eclatanti proteste, anche se la situazione resta drammatica. Nel carcere di Poggioreale, ad esempio, si fronteggia il caldo facendo i turni per bagnare le lenzuola e appenderle al soffitto. Secondo il segretario generale della Uil Pa penitenziari, Eugenio Sarno, le rivolte sarebbero fomentate da detenuti romeni e albanesi. "La deriva violenta delle proteste è motivo di profonda preoccupazione", anche perché "non può favorire il confronto". Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), punta l'indice contro l'Amministrazione penitenziaria che resta "in colpevole silenzio". Torna, quindi, a sollecitare il premier Berlusconi e il guardasigilli Alfano a "porre l'emergenza penitenziaria tra le priorità di intervento dell'esecutivo". Capece chiede "provvedimenti deflattivi che potenzino il ricorso alle misure alternative alla detenzione con contestuale impiego nei lavori socialmente utili dei detenuti con pene brevi", oltre ad "assunzioni per un corpo di polizia carente di ben 5mila unità". Il dibattito, inevitabilmente, coinvolge la politica. C'è chi, come il senatore del Pdl Achille Totaro, chiede che gli extracomunitari siano trasferiti nelle prigioni dei loro paesi. O chi come la senatrice del Pd Donatella Poretti, dopo aver visitato il carcere di Arezzo, denuncia la situazione insostenibile di celle che dovrebbero ospitare quattro persone e che ne contengono il doppio.

fonte: La Repubblica

Tessera del tifoso: un pericolo che va ben oltre il calcio

Più di dieci anni fa, all’indomani della morte di quattro tifosi salernitani a causa dell’incendio di un vagone di un treno speciale, l’allora presidente della Lega calcio Nizzola disse “in futuro le trasferte in occasione di una partita saranno seguite solo in televisione”. Da allora molte ristrutturazioni sono seguite, nei dispositivi di ordine pubblico istituite per controllare il calcio, e molte se ne annunciano per gli anni a venire. Diventa quindi importante comprendere quale logica le sostenga a partire dagli ultimi annunci ufficiali, con tanto di direttive già firmate dal ministro degli interni, sull’obbligatorietà della tessera del tifoso per le trasferte dal 1 gennaio 2010. Al momento la polemica maggiore sulla tessera tra tifoserie e autorità competenti è legata al problema della negazione o meno della card per quei tifosi che non abbiano Daspo, i provvedimenti amministrativi di allontanamento dallo stadio per un periodo definito dalle autorità competenti, ma che invece li abbiano avuti in passato. Giova ricordare, per chi è lontano dai temi della normativa sull’ordine pubblico in materia di sport, che il Daspo non è una condanna penale ma un provvedimento amministrativo. Vieni insomma allontanato per un periodo di tempo da una manifestazione pubblica da un provvedimento amministrativo, immediatamente efficace, perché potenzialmente pericoloso non perché hai subito condanne che pregiudicano la tua presenza in pubblico. A sinistra le implicazioni in materia di diritti civili di queste pratiche di polizia non sono mai state capite, specie nell’ottica del potenziale allargamento di questo dispositivo giuridico alle manifestazioni politiche. Ma se la sinistra avesse capito quale tipo di tattiche di polizia, con legislatura a supporto, stavano evolvendo a partire dagli stadi lungo tutti gli anni ‘90 avrebbe preventivamente evitato il bagno di sangue di Genova 2001 senza bisogno di inventarsi il capro espiatorio dei black bloc come causa degli incidenti.
Al momento il ministero degli interni ha emesso una circolare che chiarisce le linee guida per il rilascio della tessera: verrà concessa a chi non ha mai avuto Daspo e a chi lo ha avuto in passato ma lo ha già scontato. In questi dettagli ci sta però il diavolo pensato da Maroni: la tessera non verrà concessa a chi ha processi in corso, legati a fatti di “violenza da stadio”, la cui sentenza di primo grado deve essere emessa. Nel caso di sentenza di primo grado negativa per l’imputato, e in attesa della sentenza di secondo grado e del giudizio in cassazione, la tessera non verrà concessa. Si tratta già qui di un serio rovesciamento della presunzione d’innocenza per i comportamenti da stadio rispetto a quanto previsto dall’ordinamento giuridico per il resto dei reati. Normalmente l’imputato si presume innocente fino alla sentenza della cassazione, c’è infatti chi al momento fa il presidente della regione Campania con questo genere di presunzione, mentre per i reati da stadio sei presunto colpevole e sospetto di reiterazione del reato praticamente non appena scatta la denuncia. Si tratta quindi della radicalizzazione di una sorta di legislazione speciale sul calcio che ha mosso i primi passi nel lontano ‘89 con il primo corpo di leggi che istituiva i Daspo. E’ poi nel dispositivo di legge Amato del 2007, votato senza critiche allora dalla cosiddetta sinistra radicale, che sono contenuti gli spunti applicativi delle norme che regolano la cosiddetta tessera del tifoso. Perché se Maroni, e il suo governo fascistoide, tenta di applicare la tessera del tifoso questa è stata istituita dalla legge Amato del 2007 dal governo di tutte le sinistre a parole amante della pace, della marce arcobaleno mano nella mano e dei diritti civili. E se, nell’interpretazione dei dispositivi di legge per la concessione della tessera del tifoso, passasse l’interpretazione letterale formulata nell’articolo 9 della legge Amato (legge 41, 2007) i criteri di rilascio della card sarebbero anche più restrittivi anche rispetto a quanto previsto ufficialmente da Maroni. Sarebbero esclusi dalla tessera e quindi dalle trasferte chi ha patteggiato una pena per reati da stadio (che spesso non significa riconoscersi colpevoli ma ridurre il danno di una sentenza), chi è stato condannato il primo grado ma assolto nei successivi (restando così “socialmente pericoloso”, sulla base di un sospetto permanente, anche se innocente), chi ha avuto il Daspo ma poi è stato assolto in sede di procedimento penale (assoluzione che a regola dovrebbe significare l’assenza di pericolosità sociale dell’imputato assolto), chi è stato diffidato ma ha vinto il ricorso al Tar o al consiglio di stato (che risulta quindi potenzialmente pericoloso semplicemente perché è stato fatto il suo nome), chi ha avuto un Daspo di tre mesi tra un campionato e l’altro e non ha fatto ricorso solo per poter riprendere ad andare allo stadio la stagione successiva. L’ultimo dispositivo di applicazione della legge presente nell’articolo 9 è ovviamente il più pericoloso: prevede infatti che la tessera del tifoso non sia rilasciata anche in assenza di Daspo semplicemente su quelli che le autorità competenti chiamano “dati oggettivi” (es. semplice frequentazione di un gruppo ultras, frequentazione contemporanea di un gruppo politico e ultras assieme, frequentazione di un settore della curva ritenuto non pacifico etc.). Insomma, se le autorità competenti decidono secondo le leggi Amato che una tifoseria in trasferta non ci deve andare non occorrono prove, processi o tribunali basta un provvedimento immediato e poi tra le pieghe della normativa l’impianto di giustificazione giuridica della proibizione lo si trova. E’ quindi imminente una stagione di scontri e di mediazioni tra società sportive ed istituzioni, e manifestazioni e di ricorsi al Tar e alla corte di Cassazione da parte delle associazioni di tifosi, sulle norme che debbano essere applicate o meno nella realizzazione della tessera del tifoso. Se una integrale applicazione della logica della legge Amato (grazie sinistra per l’eredità lasciataci, poi lamentati se sei all’opposizione o fuori dal parlamento) se una sua parziale revisione con le direttive Maroni (che al momento escludono dalla negazione della card i possessori di Daspo già scontato) oppure se l’intero provvedimento finirà in un binario morto a causa delle resistenze delle società di calcio e dei tifosi.
Comunque, al di là del dibattito sullo specifico dell’applicazione della tessera del tifoso, che incontra numerosi e trasversali elementi di resistenza, è importante capire quali logiche securitarie siano sottostanti a questo provvedimento. La prima cerchiamo di farla capire ai soggetti più ostici alla comprensione del mondo reale: ci riferiamo al mondo della sinistra. La tessera del tifoso apre un profondo squilibrio nel rapporto tra singolo e poteri istituiti prevedendo leggi coercitive della libertà della persona sulla base del semplice sospetto in materia di manifestazioni pubbliche. E qui ci spingiamo a pensare che anche chi ha votato PD, quindi un grado bassissimo di distinzione tra realtà e allucinazione in politica, può arrivare a capire che una maggioranza di governo che detiene il potere dei media se istituisce poteri così ampi nei confronti del singolo, sulla base del solo sospetto, di fatto ha strumenti tipici da dittatura sostanziale. Che possono essere usati anche per temi e manifestazioni di pubblico interesse più strettamente legati alla politica. La seconda e più generale riguarda l’impatto culturale, e quindi radicato nei comportamenti di tutti, riguardante questo genere di provvedimenti. Un primo aspetto di questi provvedimenti è infatti l’animalizzazione del tifoso: questo viene privato di diritti perché ritenuto così imprevedibile e pericoloso, come una animale impazzito, da dover essere “fermato” comunque anche in assenza di prove. In questo senso il tifoso va a fare compagna alle categorie di extracomunitario, “giovane bullo”, “guidatore del sabato sera” ovvero a quei soggetti che, una volta individuati come da normare, vengono privati dei diritti e rappresentati come animali che mettono in pericolo l’ordine sociale (mettendo così a rischio l‘intera società che viene trattata da animale un soggetto alla volta, nessuno escluso). Una regressione ottocentesca del vivere collettivo che viene oltretutto fatta passare con l’ideologia “post-novecentesca” della “sicurezza che non è né di destra né di sinistra”. Un secondo aspetto di questi provvedimenti riguarda invece il significato culturale (eh si..) che si vuol dare al calcio. Infatti i provvedimenti Amato e Maroni si accompagnano ad una logica di ristrutturazione degli stadi che non lascia spazio alle tifoserie organizzate ma solo al tifoso-consumatore che ha nell’acquisto del biglietto della partita solo l’aspetto terminale di una lunga catena di consumi (dopo la sciarpa ufficiale, l’acquisto all’outlet dei tifosi autorizzato, poi al centro commerciale dentro il nuovo stadio, infine la pay-per-view e i canali dedicati). Sconfiggere la cultura da stadio, per affermare un consumismo estremo nel calcio (“valorizzando” radicalmente il prodotto) passa strategicamente dal controllo e dalla selezione dei tifosi, tramite apposite card per la trasferta fatte per regolare i comportamenti individuali non conformi. Lasciamo pensare a chi non si è mai occupato di calcio, ed è pure convinto di saperla lunga su come funziona la società, che il calcio sia sempre stato business e i tifosi degli eterni poveri illusi. Difendiamo piuttosto la cultura da stadio, in una battaglia contro la tessera del tifoso che vale dei diritti che vanno ben oltre la visione della partita.


Seregno – Gli amici degli amici e i camerati della pagnotta

Sabato 26 Luglio 2009 il sindaco di Seregno Giacinto Mariani e l'assessore alla protezione civile Gianfranco Ciafrone consegnano una tenda pneumatica modulare di 180 mq nel campo Alenia dell'Aquila, interamente gestito dall'associazione Nuova Acropoli. L'operazione è ben pubblicizzata: alla quasi totale copertura della stampa locale si aggiungono decine e decine di foto pubblicate sul sito del Comune di Seregno che ritraggono la cerimonia di consegna. Si conclude così un'operazione che ha il via con le delibere comunali n°75/2009 del 07/04/09 e n°92/2009 del 29/04/09 con le quali vengono stanziati 15.000 euro a favore del progetto “Villaggio Nuova Acropoli”. Il costo della tenda è di 22.000 euro e si conta di raccogliere il rimanente mediante i contributi dei cittadini Seregnesi. Si parte bene, anche per merito della “Compagnia teatrale delle mamme della scuola Sant'Ambrogio” che raccolgono ben 1.500 euro con uno spettacolo, il cui incasso viene devoluto a favore dell'iniziativa. Ma con delibera n°180/2009 del 07/07/09 l'amministrazione prende atto che a luglio mancano parte dei soldi previsti e deve reintegrare con altri 3.400 euro per raggiungere la cifra stabilita. . Ma chi sono quelli dell'Associazione Nuova Acropoli?Se ne occupa nel numero del 20/11/1991 Famiglia Cristiana con un articolo dal titolo abbastanza eloquente: “Una truffa un po' nazista” a firma di Luciano Scalettari. Nel dicembre '94 sarà la volta di Cuore di occuparsene con un articolo a firma Valerio Marchi: “Mein Kampino”, all'interno di un dossier dedicato all'estrema destra. Ne farà una sintesi, aggiungendo nuovo materiale Ugo Maria Tassinari, nel suo libro uscito con Castelvecchi nel 2000 e rieditato per Sperling & Kupfer nel 2008: “Fascisteria. Storie, mitografia e personaggi della destra radicale in Italia”. Le accuse sono pesanti. Leggiamole:
“Più inquietante è la vicenda di Nuova Acropoli, gruppo fondato in Argentina nel 1957 da Jorge Angel Livraga Rizzi. [...] NA si è poi diffusa in altri paesi sudamericani e nella Spagna franchista. Da lì è approdata in altre nazioni europee, principalmente meridionali [...]Uno dei leader italiani, Miguel Martinez, rompe dopo quindici anni di militanza e denuncia l’esistenza di un doppio livello, con una struttura iniziatica per adepti neonazisti. La prima denuncia è del 1990 - con un’intervista a “Famiglia Cristiana” - seguita anni dopo da un memoriale, Nuova Acropoli. Dentro una setta neonazista.Martinez svela i segreti di “un’organizzazione totalizzante che, livello dopo livello, inculca nei giovani adepti - inizialmente inconsapevoli - una dottrina [elaborata in Austria e Germania agli inizi del secolo] in cui si combinano elementi di nazionalismo, di tradizionalismo e di naturalismo “völkisch” con le teorie occulte mutuate dalla teosofia ottocentesca di madame Blavatsky, tesa a prevedere e motivare il predominio mondiale di una ‘razza superiore’: quella ariana. Scopo ultimo dell’organizzazione è infatti, oltre alla propria espansione, la creazione di un “Uomo nuovo” che dovrà preparare l’avvento di questa “razza purissima”.” La struttura piramidale occulta di NA è ignota ai militanti di base i quali si ritengono membri di un’organizzazione culturale e umanistica [...]Al vertice dell’organizzazione c’è il comandante mondiale (che è stato il fondatore fino alla morte) che governa per decreti e ha contatti diretti solo con il corpo d’élite degli Asciati. I militanti sono divisi in tre strutture: il “Corpo di sicurezza”, le “Brigate maschili” e le “Brigate femminili”. Il Corpo di sicurezza, divise nere da SS e simbolo della folgore, ha compiti di vigilanza e di pronto intervento. In Italia, dopo la svolta ecologista dei primi anni Ottanta, ha cambiato il nome in Dipartimento di protezione civile. Niente di grave, rispetto alle modifiche apportate al settimo comandamento: “Non ucciderai, se non è strettamente necessario.” Per educare i ragazzi, i responsabili pensano di farli allenare con pestaggi di drogati e omosessuali, che Livraga desiderava internare in campi di concentramento.Un lungo elenco di addebiti, per episodi di violenza e di terrorismo, attività di criminalità comune, contiguità con gruppi e diffusione di idee razziste e xenofobe, è riportato da Herman de Tollenaere, in un articolo critico pubblicato dopo il convegno sulle sette di Amsterdam, per la decisione del CENSUR di affidare a una dirigente di NA, Maria Dolores Fernandez-Figares, la relazione sullo stesso gruppo. Livraga Rizzi negli anni ‘70 rivendica apertamente rapporti inquietanti in America Latina (con i golpisti argentini e uruguagi, i cileni di Patria y Libertad) mentre in Europa organizza un addestramento mirato dei militanti con armi da fuoco. In Francia, il movimento anti-sette denuncia l’esistenza di un doppio livello e i rapporti con l’ultradestra già nella prima fase di proselitismo. Nel 1987 NA ha organizzato un convegno a Lione assieme ai leader del Fronte Nazionale mentre suoi membri hanno messo una bomba nella moschea nella moschea di Romans. In Spagna il rapporto con la Falange fa crescere il movimento, che si contraddistingue per gli scontri di piazza con gli antifascisti ma anche per il traffico illegale di quadri. Il 30 aprile 1993 la polizia fa irruzione nel quartier generale di Madrid e vi sequestra molte opere d’arte rubate. In Belgio negli anni ‘80 sono forti i legami con i terroristi neonazisti di Westland New Post (stesso indirizzo, praticamente stessi nomi) mentre l’adepto Marcel Barbier è arrestato per duplice omicidio a Anderlecht. Gli arsenali della setta sarebbero ben forniti: mitra a Buenos Aires, fucili nel castello spagnolo di Santiuste, armi corte a Madrid e in casa del responsabile ateniese, condannato a un anno di carcere. Un incidente succede anche in Italia. Durante un campo a Montefiascone, nel settembre 1989, nella perquisizione di una cascina acquistata anni prima sono trovati gagliardetti, labari, coltelli, radio ricetrasmittenti senza licenza e numerosi bossoli. I carabinieri arrestano un miliziano del corpo di sicurezza.La divisione sessista dei compiti delle Brigate rende manifesta la concezione razzista: NA è severamente preclusa a omosessuali, prostitute, tossicodipendenti e disabili. Le Brigate maschili, simbolo la croce celtica, ricalcano gli schemi del Fronte del lavoro hitleriano mentre alle donne è riservata l’assistenza a bambini e anziani. Molti giovani che partecipano alle attività di volontariato ignorano l’esistenza di un livello occulto, con il suo armamentario di riti del Solstizio e saluti romani. Particolare attenzione è dedicata ai figli degli adepti: all’asilo nido, “la Catenina d’Oro”, insegnano ai bambini a vedere gli gnomi, gli elfi e le fate. A 7 anni scatta la divisione per sesso, tra “Cavalieri della Tavola Rotonda” e “Tavola d’Iside”, escludendo subnormali e bambini con problemi: l’umanità si divide in razze inferiori e superiori, la selezione naturale è esaltata in nome di una malsana etica dell’uomo forte, che è inculcata insieme al disprezzo per i più deboli.Oggi in Italia NA si presenta come organizzazione ambientalista e apolitica ma ai primordi - fondata a Roma nel 1975, aprì 15 sedi in 4 anni - potè contare sull’appoggio di Serafino Di Luia, uno dei leader della disciolta Lotta di Popolo. In altri Stati, come la Spagna e l’Argentina, le simpatie neonaziste sono dichiarate. In Messico si giunge a organizzare convegni storici revisionisti: Hitler: colpevole o innocente. “.

Alla luce di quanto letto diventa inquietante e paradossale il video prodotto dalla Nuova Acropoli, per presentare la nuova tenda, visionabile su you tube . In cui si dice, riferito ai giovani: “C'è un grande rischio che in questi lunghi periodi di abbandono facciano strane amicizie e decidano di impiegare il tempo in modo sbagliato”. Forse è meglio che i giovani aquilani stiano lontani da quella tenda proprio per non fare strane amicizie. Tenda che ricordiamo è stata donata dall'amministrazione di Seregno.


Estrema destra e giunta Mariani

E' evidente che l'amministrazione di Seregno scegliendo, nel lodevole tentativo di aiutare le popolazioni colpite dal terremoto, di affidare il denaro all'associazione Nuova Acropoli abbia preso una cantonata. Ma è solo una cantonata?Sorge il dubbio conoscendo le posizioni di “simpatia” per idee di estrema destra che aleggiano all'interno della giunta Mariani.Prendiamo ad esempio Gianfranco Ciafrone, assessore alla Protezione Civile e capofila nella decisione di consegnare il denaro pro terremotati all'associazione Nuova Acropoli.Siamo andati a consultare il suo profilo su Facebook da cui risulta iscritto fra gli altri a questi due gruppi:

Mussolini. Alba e tramonto della più grande Italia di sempreIO NON DIMENTICO I CAMERATI UCCISI!!!!!

Ancora più esplicito in questo senso è l'assessore alle Politiche Giovanili del comune di Seregno Nicola Viganò. Dal suo profilo su Facebook risulta amico dei seguenti utenti:

Benito Mussolini;
Brigata Fiamma Tricolore (il logo è quello di Gioventù Nazionale movimento giovanile di Fiamma Tricolore di Luca Romagnosi che non si vergogna di dichiarare pubblicamente: “Non ho elementi per dire che le camere a gas siano esistite o no”);
Camicia Nera;
Celtica Biancacento (la croce celtica era il simbolo dei volontari francesi della Divisione Charlemagne delle Waffen-SS. Per una storia della Croce Celtica vedi link);
Dux Camerata (in cui campeggia l'immagine di Mussolini);
Fascista Mussolini (l'immagine è quella del partito Fascismo e Libertà fondato da Giorgio Pisano);
La Testa di Ferro (Associazione Culturale sul cui sito sono in vendita cd, libri e oggettistica di chiara ispirazione neo fascista, fra cui t-shirt con su scritto “Fascist Love”, ecc..);
Presidio Milano (“sede di Forza Nuova in piazza Aspromonte, il cui capo indiscusso è Duilio Canu, ex-fondatore e leader di Azione skinhead, organizzazione sciolta d'autorità nel 1993 per istigazione all'odio razziale. Con lui anche don Luigi Tam, prete fascista ordinato a suo tempo dallo scismatico monsignor Lefebvre” Tratto da “Bande Nere” di Paolo Berizzi, Bompiani 2009. Padre Tam è sorto recentemente alle cronache per le sue posizioni negazioniste duramente stigmatizzate dal Cardinale Cafarra);
Aquila Italiana Partito Nazionale Italiano ( il P.N.I. anche lui è salito alla ribalta delle cronache ultimamente per le ronde nere, su cui la procura di Milano ha aperto un'inchiesta. Sulla figura di Gaetano Saya segretario del P.N.I , un profilo interessante tracciato dal Corriere della Sera);
Forza Nuova Predappio
infine Marco Pesapane, segretario provinciale di Forza Nuova per Monza e Brianza.Ricordiamo che Gabriele Adinolfi, ideologo insieme a Roberto Fiore (fondatore di Forza Nuova), di Terza Posizione, formazione di estrema destra messa fuori legge dalla magistratura italiana, condannato per reati associativi ed ideologici sia nell’ambito di Terza Posizione che in quello dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), rientrato in Italia nel 2000 essendo caduti in prescrizione le condanne, dopo ventanni di latitanza, “propose ai militanti di Terza Posizione di entrare all'interno di Nuova Acropoli”.E così il cerchio si chiude. Questa la faccia neanche troppo nascosta di alcuni amministratori di Seregno, amministratori che stanno varando, a seguito del pacchetto sicurezza le nuove ronde in città.



fonte: Infonodo

16 agosto 2009

Testimonianze: Carcere di Arezzo, situazione esplosiva giusta la protesta dei detenuti

“La protesta dei detenuti del carcere di Arezzo è sacrosanta perché inumana è la loro condizione di vita quotidiana. Il sovraffollamento da queste parti significa il raddoppio della presenza dei detenuti nelle celle rispetto al livello ‘ottimale’. Si tratta di un carcere vetusto che la buona volontà della direzione e il lavoro encomiabile del personale non riesce più a rendere umano. Le proteste di ferragosto , così diffuse e corali, dei detenuti nell’istituto aretino non possono cadere nel vuoto. E’ necessaria una iniziativa immediata di alleggerimento della pressione umana nelle celle, ma per farlo occorre porre fine alla politica forcaiola che ha contraddistinto questi due anni di governo di centrodestra. In particolar modo la legislazione sulle tossicodipendenze è quella che ha comportato l’ingrossamento della popolazione detenuta ed è necessario cambiare strada ed aprire alle pene accessorie e alternative.
Nel ringraziare i parlamentari e i consiglieri regionali che hanno voluto in questi giorni esercitare il potere ispettivo delle carceri conferitogli dalla legge, l’auspicio è che ci sia un rafforzamento dell’iniziativa anche delle istituzioni locali. Proponiamo un gesto simbolico in grado di tenere accesi i riflettori su questo dramma : convocare al più presto nel carcere di Arezzo, un consiglio comunale e provinciale congiunto straordinario al quale invitare anche il Ministro Alfano. “

Alfio Nicotra

14 agosto 2009

Milano. Migranti protestano all'interno del Cei, 14 arresti

A quindici migranti era stato notificato il prolungamento di detenzione nel Cei di Milano, conseguenza del pacchetto sicurezza entrato in vigore. Nel pomeriggio la protesta, prima pacifica, poi l'incendio di materassi. Nella notte l'intervento della polizia e carabinieri; 14 gli arrestati. Non solo Milano, da due giorni era in corso uno sciopero della fame tra la popolazione migrante rinchiusa a Torino nel Cei di corso Brunelleschi. Notte di insofferenza per la popolazione migrante rinchiusa nel Cei (Centro di identificazione ed espulsione) di Milano. Prima la protesta, durata l'intero pomeriggio di ieri, poi il danneggiamento degli arredi con l'incendio dei materassi e i danni a panche e termosifoni avvenuto a ora di cena. La tensione ha avuto seguito tutta la notte, si sono registrati solo feriti lievi contro il personale presente nella struttura detentiva, nonostante questo la Questura ha ritenuto opportuno arrestare nella mattinata 14 migranti. Le accuse contestate a quattro nigeriane, una cittadina del Gambia, quattro marocchini, tre algerini, un ivoriano e un tunisino, sono di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e incendio doloso. In mattinata la Questura ha tenuto a precisato che tra i poliziotti e i carabinieri intervenuti nella notte per sedare la protesta ci sono una ventina tra feriti leggeri e contusi. A quanto riferisce sempre la Questura la protesta sarebbe la conseguenza del disappunto generale tra gli immigrati dopo che, sempre ieri, era stato notificato a 15 extracomunitari trattenuti nel Cie un decreto di prolungamento della detenzione in base alle nuove norme sulla sicurezza. Verso mezzanotte all'esterno del centro sono giunti anche diversi esponenti dei centri sociali, che hanno urlato slogan contro le leggi sull'immigrazione e contro la Polizia, senza però dare vita ad incidenti.Insofferenza manifestata anche al Cei di Torino in corso Brunelleschi. Qui per due giorni, fino a ieri, i migranti hanno effettuato uno sciopero della fame. Dopo aver rifiutato il cibo a colazione e a pranzo, i migranti rinchiusi nella struttura hanno dato vita a cori dove chiedevano libertà. A quanto riferisce il network indymedia le proteste non sarebbero isolate e a se stanti.


fonte: ami

13 agosto 2009

Reato di clandestinità, primi giorniin tragedia. Anche le colf hanno paura

Per capire gli effetti reali del pacchetto sicurezza, ora legge 94, bisogna farsi una passeggiata la domenica o il giovedì pomeriggio, giorni in cui viene concessa solitamente la libera uscita a colf e "badanti". Tante donne, le stesse che in Italia suppliscono all'assenza di un sistema di welfare. Almeno fino a quando non sarà effettiva la regolarizzazione sono tutte passibili del reato di clandestinità. Prima che entrasse in vigore la legge avevano modo di incontrarsi nei giardini o negli spazi pubblici delle città in cui lavorano, per godere di un momento di socialità con le proprie conterranee, per mantenere il contatto con il proprio paese di provenienza. Ora sono quasi scomparse dalle piazze. Chi non è in regola ha paura, preferisce restare in casa o uscire solo per una mezz'oretta, evitando luoghi troppo affollati. Irina, ucraina, da sei anni in Italia, sa che difficilmente verrà messa in regola. I figli dell'anziana signora che accudisce non vogliono versare contributi e non vogliono grane, trovarsi un altro lavoro non è facile. E' uscita ieri, proprio perché si era balenata una possibilità. Un italiano la assumerebbe ma vuole tremila euro a scatola chiusa e Irina, che mantiene madre e due figli a casa, quei soldi non li ha proprio. Era triste domenica, le avevano tolto anche la possibilità di parlare la propria lingua con alcune amiche in una situazione simile alla sua. Non si sente rassicurata quando le dicono che non la cacceranno via, non si fida. Perché dovrebbe? Spulciando fra le notizie che in questi giorni accompagnano l'entrata in vigore delle nuove norme, si resta allibiti dalla loro pochezza, da quella che Anna Harendt - la citazione c'è tutta - chiamava "La banalità del male". A Verona uno degli ultrà delle leggi repressive, il sindaco Flavio Tosi, già processato per istigazione all'odio razziale, vanta subito due grandi risultati. Uno riguarda i cittadini immigrati. L'eroico difensore della città scaligera è riuscito ad impedire la celebrazione di ben quattro matrimoni fra stranieri in cui uno dei coniugi è irregolare. Con buona pace di Romeo e Giulietta. Inoltre sta applicando con zelo gli articoli che innalzano le multe per reati connessi al codice della strada, soldi in più che entreranno nelle casse comunali. Purtroppo per lui, nella gara in velocità a chi riesce ad affibbiare per primo il reato di clandestinità è stato battuto dall'amministrazione di Sanremo che, lo stesso giorno dell'entrata in vigore della legge, ha sanzionato due cittadini marocchini pronti ora per essere multati ed espulsi.Nella Torino di Chiamparino al danno si unisce la beffa: un ragazzo asiatico, l'altra notte mentre passeggiava, è stato aggredito con una bottiglia rotta da altri tre giovani che gli hanno sottratto il portafoglio. Sentendosi come un normale cittadino, seppur senza permesso di soggiorno, ha chiamato la polizia e ha fatto arrestare i tre malfattori. La gioia per il recupero dei suoi pochi euro è durata poco, è stato immediatamente denunciato per il reato di immigrazione clandestina e rischia ora l'espulsione e una multa di 10 mila euro.Torino è più sicura? Vengono dei dubbi se si pensa al fatto che nei giorni scorsi una squadraccia di ragazzi italiani in due occasioni ha aggredito, pestato, accoltellato e rapinato, in 20 minuti, prima un cittadino marocchino, poi uno del bangladesh, certi di godere di impunità. E finora non sono stati presi. Verranno assunti come volontari per le ronde? E a tal proposito è interessante il titolo di un editoriale de El Pais , che parla di "Somaten italiano", usando la parola somaten che descriveva i corpi armati cittadini catalani medievali ("som atents", cioè 'stiamo attentì), per l'autodifesa contro criminali e nemici, proseguite anche in età contemporanea nelle campagne e riorganizzate poi dalla dittatura franchista con il nome di "Somaten Armado" su tutto il territorio nazionale spagnolo. Il prestigioso quotidiano spagnolo parla di aggressione allo stato di diritto.Cercando altri esempi di applicazione della legge, si arriva a Lecce dove il proprietario di un circo è stato denunciato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, reato che può comportare pene detentive pesanti. Non è ancora dato sapere se i due ragazzi indiani che lavoravano irregolarmente per lui e che verranno espulsi, siano stati tenuti in condizioni di sfruttamento come spesso capita o semplicemente se, in base ad una vecchia espulsione, non potevano essere regolarizzati. Ma per capire bene quale clima sta alimentando la nuova legge va ripresa una vicenda pubblicata sul Mattino di Napoli: lei si chiama Evelyn, ha 19 anni e una figlia, proviene da Santo Domingo, ha lavorato presso una signoraalla quale si è presentata un mese dopo per riscuotere il pattuito, 500 euro. La gentile signora partenopea le ha dato la metà di quanto promesso e alle rimostranze ha cominciato a rivolgere alla ragazza epiteti razzisti facili da intuire e, aiutata da parenti, ha aggredito Evelyn con calci pugni e morsi. Le urla hanno indotto i vicini a far intervenire le forze dell'ordine. La signora in questione non ha trovato di meglio che dire: «Portatela via è una clandestina!». Ma Evelyn è a tutti gli effetti cittadina italiana, una fortunata che ha potuto quindi denunciare l'aggresssione, farsi accompagnare al pronto soccorso: forse potrà avere giustizia. Quante Evelyn non potranno mai fare come lei? Da ultimo, altri dati che dimostrano quanto le norme imposte dalla Lega e avallate dall'intera maggioranza si stiano rivelando catastrofiche negli effetti. I Cie scoppiano, in primis quello di Roma a Ponte Galeria, tanto che i "clandestini" fermati ormai vengono tradotti direttamente nel carcere di Regina Coeli, rivolte come quella esplosa nel Cie di Gradisca di Isonzo rischiano di estendersi con il perdurare di condizioni di vita più infami e periodi di trattenimento insopportabili. E anche dal "fronte meridionale" giungono notizie infauste. Se i 22 che sono sbarcati senza farsi intercettare a Lampedusa si trovano ora a Porto Empedocle in attesa di veder esaminata la propria posizione, risulta ormai impossibile sperare che il ragazzo marocchino che si era tuffato ad un miglio dalla costa di Pantelleria per non farsi identificare, possa essere recuperato vivo. Sapeva che sarebbe stato rispedito in Marocco, che per lui non c'erano speranze. Per lui il pacchetto sicurezza si è applicato nel cimitero Mediterraneo.


Stefano Galieni

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