31 luglio 2009

Roma: cariche della polizia sui manifestanti per il diritto alla casa

«Alcuni manifestanti dei movimenti per l'emergenza abitativa sono stati caricati dalla polizia e dai carabinieri nel cortile del Consiglio regionale del Lazio. Ci sono diversi feriti, alcuni portati via con le ambulanze, altri medicati nell'ambulatorio della Pisana». È quanto riporta il portavoce del gruppo federato Prc-Pdci-Socialismo 2000 Ivano Peduzzi. «Circa 500 persone tra cui donne, anche incinte, e bambini - racconta - stavano manifestando davanti all'ingresso per chiedere che nel Piano casa venissero inserite misure favorevoli non solo ai costruttori ma anche a chi soffre l'emergenza abitativa. Una delegazione autorizzata era infatti entrata nell'edificio per partecipare alla seduta della commissione Urbanistica. Dall'interno però abbiamo sentito poco dopo il rumore e le grida delle cariche». Ora, spiega ancora Peduzzi, nella sala della commissione sono riuniti i rappresentanti dei movimenti, che stanno discutendo con il presidente del Consiglio Guido Milana e gli assessori alla Casa Mario Di Carlo, al Lavoro Alessandra Tibaldi, al Bilancio Luigi Nieri e all'Ambiente Filiberto Zaratti, oltre che con i consiglieri del gruppo federato delle sinistre. «Stiamo chiedendo la riapertura di una discussione in merito alla legge. Ma dobbiamo constatare - conclude Peduzzi - come la giunta abbia svoltato a destra con l'apertura all'Udc, sia per il piano casa, sia ieri con la sostituzione di un Prc ai vertici Cotral, chiudendo la porta ai movimenti»


fonte: Ansa

Omicidio Aldrovandi: conclusa l’inchiesta bis sulle presunte coperture

“Si tratta di una seconda fase del processo principale che per noi è un completamento dell’intera vicenda. Abbiamo sempre chiesto giustizia per Federico e credo che senza certe stranezze le indagini sarebbero state molto più rapide. E forse non avremmo dovuto attendere quattro anni prima di ottenere una sentenza”. Commenta così Patrizia Moretti la notizia della chiusura delle indagini sulla cosiddetta inchiesta “Aldrovandi bis”, volta ad accertare presunte irregolarità avvenute durante lo svolgimento delle indagini sulla morte del 18enne Federico, avvenuta il 25 settembre 2005 e per la quale sono già stati condannati in primo grado 4 poliziotti per omicidio colposo. Il pm Nicola Proto ha depositato l’avviso di chiusura indagini e in queste ore stanno arrivando le notifiche ex art. 415 bis del codice penale ad altri quattro poliziotti indagati per quanto successe, o non successe, dopo il 25 settembre. “Penso che qualcuno abbia un debito verso l’intera città – continua la madre di Federico -. Oltre a noi come famiglia, è stata ingannata tutta Ferrara”. L’inizio delle vicenda risale al maggio 2007, quando vennero segnalate dalla squadra mobile presunte manomissioni nei brogliacci della questura attinenti agli interventi delle volanti la notte del 25 settembre. Il foglio originale relativo all’intervento in via Ippodromo, con numero di serie 686, riportava come orario le 5.45. Dopo una correzione a penna le 5.45 sono diventate le 5.50 (la prima chiamata al 113 risale proprio alle 5.45). Il foglio successivo in ordine temporale però, il 687, riporta un altro intervento effettuato dalla polizia quella notte, dove l’orario indica le 5.45. Due interventi inconciliabili dal punto di vista cronologico. A questo punto il 686 viene cancellato con segni trasversali, sempre a penna. Il registro riporta quindi al 688 l’intervento di via Ippodromo, questa volta con l’orario “ufficiale” delle 5.50. Solo il foglio 688 sarebbe stato trasmesso alla polizia giudiziaria. Da quelle incongruenze partì la seconda inchiesta, che vide indagati tre poliziotti: Paolo Marino, all’epoca dei fatti dirigente dell’ufficio Volanti, Marco Pirani, ispettore della polizia incaricato il 16 gennaio 2006 dal procuratore capo Severino Messina di affiancare il pm Guerra nelle indagini, Marcello Bulgarelli, che il giorno della tragedia era responsabile della centrale operativa 113. A loro, nel marzo 2009, si aggiunge Luca Casoni, quella notte capoturno delle volanti. I reati ipotizzati dalla procura estense sarebbero di natura dolosa. Ora si dovranno attendere i 20 giorni di rito (che, con la pausa estiva, fanno slittare i termini a inizio ottobre) per presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa ad investigazioni del difensore, chiedere al pubblico ministero il compimento di atti di indagine, nonché di presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio. Dopodiché verrà fissata l’udienza preliminare davanti al gip che deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio accogliendola o decretando l’archiviazione.



30 luglio 2009

Pordenone: ordinanza del Sindaco, Vietato fermarsi in due in strada

Chissà come faranno i cittadini di Pordenone a commentare l'ordinanza del loro sindaco. Forse si passeranno di nascosto dei «pizzini». Oppure si sussurreranno frasi veloci incrociandosi per strada, senza fermarsi. Perché altrimenti rischierebbero proprio loro di diventare le prime vittime del provvedimento.Il «bravo» primo cittadino pordenonese, il «democratico» Sergio Bolzonello, ieri ha firmato un'ordinanza che vieta, in alcune vie della città, lo «stazionamento e l'assembramento di persone». E per «assembramento» non intende «folle oceaniche», sia chiaro. No: basteranno due persone a far scattare il divieto, nel caso in cui «per l'elevato tono di voce o per il modo di fruire gli spazi pubblici tale da non consentire analoga fruizione da parte degli altri cittadini» risultino, udite udite, «non consoni al decoro dell'ambiente e alla pubblica decenza». Ecco alcuni esempi di atteggiamenti «indecorosi», specificati nel testo: sedere sul selciato, imbrattare i muri, oppure «ostentare oziosità» o «essere petulanti» (adesso è vietato non fare nulla o «spettegolare» con le amiche?). Chi verrà sorpreso dai vigili in tali atteggiamenti dovrà pagare una multa da 25 a 500 euro. Se i trasgressori continueranno nel loro atteggiamento «delittuoso» allora potrebbe scattare l'arresto, fino a tre mesi. Lui si è difeso dicendo che lo ha fatto per un caso particolare, per i «punkabbestia». Nel dubbio, se qualcuno dovesse andare a Pordenone, parli piano.

Rovereto: chi ha ucciso Stefano Frapporti? Tanto il carcere quanto il proibizionismo!

E' in fondo poco importante discernere se la responsabilità ultima sia dei Carabinieri - che molto probabilmente l'hanno pestato - spingendo l'uomo al suicidio, piuttosto che la paura di una perdita di onorabilità e continuazione di una vita normale. Quello che conta, è che una persona di 48 anni possa morire (in carcere!) per il semplice possesso di un po' di fumo. Stefano Frapporti, muratore con una mano persa dopo un brutto incidente sul lavoro. Pare che sia stato fermato dai carabinieri mentre andava in bicicletta. Lo avrebbero perquisito, gli avrebbero trovato dell’hashish. A questo punto l’uomo è stato arrestato, dapprima condotto in caserma e poi al carcere di Rovereto dove gli è stata anche negata la possibilità di telefonare alla sorella che avrebbe potuto tranquillizzarlo. Circa due ore dopo si è tolto la vita con il cordoncino della tuta da ginnastica che indossava. In risposta della morte di Stefano una trentina di solidali e amici ha bloccato oggi per ore alcune vie della città. Su uno striscione la scritta: "Stefano è stato ucciso. Carabinieri e carcere assassini". Dopo le strade, per circa venti minuti sono stati bloccati due treni in stazione e poi di nuovo un corteo spontaneo ha chiuso corso Rosmini (il viale principale di Rovereto) con materiale vario recuperato nei cantieri a fianco. Polizia e carabinieri, in assetto anti-sommossa - sono rimasti in disparte senza intervenire.
fonte: InfoAut
"Documenti, foto, testimonianze, approfondimenti su GIORNALE SENTIRE
a questa pagina:http://www.giornalesentire.it/2009/agosto/1231/ilcasofrapporti.html

Carceri: Diritti e reiserimento, la Costituzione negata

Izet Sulejmanovic per alcuni mesi è stato costretto a vivere nel carcere romano di Rebibbia in soli 2,7 metri quadri. In uno spazio così piccolo una persona non può muoversi, non può respirare. Per questo motivo la Corte Europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia ad un risarcimento danni in favore del malcapitato, ritenendo un trattamento inumano e degradante costringere una persona a vivere in meno di tre metri quadri. Nella stessa situazione di Izet Sulejmanovic vi sono molti altri detenuti nelle carceri di Palermo, Brescia, Sassari e tante altre. Per queste ragioni l'Associazione Antigone si è messa a disposizione di quei detenuti che vogliano citare in giudizio lo stato italiano (difensorecivico@associazioneantigone.it) e a partire da oggi anche il nostro partito mette a disposizione i propri avvocati per quanti vogliano ricorrere alla Corte (per info e segnalazioni: giustizia@rifondazione.it - osservatorio@rifondazione.it). Così come aderiremo, con i nostri consiglieri regionali e militanti, alla campagna di visite in carcere promossa dai Radicali per il 14, 15 e 16 agosto. Perché il carcere è la cartina di tornasole dello stato di salute di una democrazia e promuovere i diritti di chi è in carcere significa, in ultima istanza, contribuire ad arginare la deriva democratica (e culturale) che dilaga nella nostra società. Perché invocare il rispetto della Costituzione significa invocare il rispetto dei diritti in essa sanciti per tutte le persone, libere o detenute che siano. Perché l'art. 27 della Costituzione sancisce che la pena non può essere contraria al senso di umanità e deve tendere al reinserimento del condannato. La prima finalità della pena è quindi quella di non stridere con il rispetto dei diritti fondamentali della persona e, in seconda battuta, quella di tendere al reinserimento sociale del reo. La prima formulazione della norma prevedeva che la funzione primaria della pena fosse quella della risocializzazione e, in secondo luogo, il rispetto dei diritti minimi della persona. Durante i lavori preparatori della Costituzione fu l'on. Aldo Moro a mettere in guardia i colleghi da una siffatta formulazione, che avrebbe legittimato, diremmo oggi, "cure Ludovico" da Arancia Meccanica, ovvero, la tortura di stato per reintegrare i condannati nella società. Grazie all'accoglimento dell'emendamento Moro, dunque, oggi per la nostra Costituzione la finalità della pena è il pieno rispetto dei diritti fondamentali e il reinserimento sociale può esservi soltanto a patto che la dignità della persona non venga soppressa. Mai come oggi l'insegnamento di Aldo Moro è importante. Le carceri scoppiano e l'attuale maggioranza continua ad emanare leggi riempi carcere piuttosto che pensare a provvedimenti di clemenza e di depenalizzazione di condotte non lesive dei diritti altrui per ricondurre le carceri al rispetto dei diritti minimi della persona. Ma a ben vedere, anche la finalità rieducativa della pena è rimasta inevasa se, stando ai dati del ministero della Giustizia, reitera il reato il 68% degli ex detenuti, mentre cade nella recidiva il 19% di coloro che hanno usufruito di una misura alternativa. Anche in questo caso la maggioranza, piuttosto di pensare ad inserire ulteriori limitazioni all'accesso delle misure alternative al carcere, bene farebbe a prevedere un maggiore ricorso alle stesse in quanto più efficaci sia per il reinserimento del reo che per la sicurezza dei cittadini. Partendo dal dettato costituzionale Aldo Moro, così come Togliatti, Ingrao e Dossetti, proposero, in tempi diversi, l'abolizione del fine pena:mai, perché tale pena contrasta con il principio "personalista" della nostra carta costituzionale, secondo il quale la persona è il fine ultimo del nostro ordinamento e la dignità umana non può essere calpestata: mai.Oggi, in tempi in cui centro-destra e centro-sinistra si rincorrono sul chi è più bravo a fabbricare paure e ricette contro l'insicurezza crediamo che il tema delle pene disumane, della maggiore efficacia delle misure alternative rispetto alla pena carceraria debbano essere ripresi con vigore.Perché la drammatica lettera del detenuto Mario Trudu dimostra che in Italia, aldilà delle menzogne della politica e dei media, vi sono detenuti che scontano l'ergastolo per l'intera vita (almeno la metà degli ergastolani ha le stesse preclusioni di Mario Trudu nell'accedere ai benefici penitenziari). Perché la storia di Carmelo Musumeci, al quale, stando alla lettera pubblicata anch'essa qui accanto, indebitamente viene trattenuta la posta per impedirgli di continuare la sua battaglia per l'abolizione dell'ergastolo, tanto ricorda prassi da regime totalitario che, dentro e fuori dal carcere, tenta di mettere il bavaglio a chi non fila dritto.


Giovanni Russo Spena

Più carcere per tutti

Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Lazio, Marche, Puglia, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle D'Aosta, Sicilia, Veneto. Sono ben dodici le regioni "fuorilegge" che ospitano nelle patrie galere un numero di persone ben superiore al limite dell'umano. In Emilia Romagna, ad esempio, si è raggiunto il record del 202% della capienza regolamentare mentre in Trentino Alto Adige siamo intorno al 130%. Per quanto riguarda le singole case circondariali al primo posto nella triste classifica delle strutture più affollate c'è il carcere di Caltagirone (Catania) con 259 detenuti (345% oltre il massimo consentito per legge) a fronte di una capienza di 75 e di un limite di tollerabilità che può salire fino a 150. Un sistema, quello carcerario, ormai prossimo all'implosione se consideriamo che sta per entrare in vigore il cosiddetto Pacchetto Sicurezza: "più carcere per tutti", insomma.E allora, per fronteggiare questa emergenza, ecco che dalla scrivania del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, viene partorito un piano di «interventi necessari per conseguire la realizzazione di nuove infrastrutture penitenziarie e l'aumento di capienza di quelle esistenti»: in tutto il paese verranno realizzati complessivamente 17mila 129 nuovi posti per la faraonica cifra di un miliardo 590 milioni 730mila euro. Oltre un miliardo e mezzo, per la gioia di costruttori edili che si preparano a essere messi all'ingrasso dal governo che, fra Piani Casa e Piani Carceri, ha stanziato, in pochi giorni, quanto messo in campo per fronteggiare l'Emergenza Abruzzo. Il tutto per non risolvere né il problema del sovraffollamento delle carceri, né quello delle migliaia di persone sotto sfratto o senza casa.Un congestionamento, quello degli istituti penitenziari, che, come spiegato nella relazione illustrata del Programma Carceri, riguarda soprattutto le strutture del nord Italia e i grandi agglomerati metropolitani di Roma, Milano, Napoli e Catania. Un intervento di ampliamento che lo stesso Ministero considera necessario «data la protratta incapacità amministrativa di far fronte alla progressiva implementazione della popolazione detenuta». Come dire: vista la stretta legalitaria in atto nel nostro paese, possiamo già prevedere che aumenteranno gli arresti. E allora via a nuove carceri, ovviamente, come denunciato da tutti i sindacati di categoria che hanno manifestato a Napoli lo scorso 22 luglio, fermo restando il già insufficiente numero di agenti di Polizia penitenziaria all'interno delle strutture. Un problema, questo, di cui si è accorto anche il ministro Alfano che, nella relazione, ammette non solo l'uso improprio di agenti «su fronti diversi dal contesto penitenziario», facendo riferimento a compiti di sicurezza, vigilanza e servizio di polizia stradale come voluto dal Ministro degli Interni Maroni, ma la necessità di «riflettere sulla previsione di un piano straordinario di assunzioni».Intanto, però, il governo si dichiara pronto per «la realizzazione in tempi ragionevolmente brevi di 46 nuovi padiglioni in ampliamento a strutture già esistenti» che andranno ad aggiungersi a nuovi istituti penitenziari al posto di quelli attuali e di carceri che sorgeranno ex novo: Pinerolo (Torino), con 400 nuovi posti; Milano per una capienza di mille persone; Genova con 400; Roma che ospiterà mille detenuti; Nola (Napoli) con mille; Reggio Calabria con 250 e Catania con 600. Le regioni che registreranno il maggior aumento di posti in carcere saranno la Lombardia con un incremento di 3587 posti, il Lazio con 2909, la Campania con 2254 e la Sicilia con 1908. Numeri che delineano una sorta di cartina geografica dell'attuale emergenza di sovraffollamento. A Cagliari e Sassari, invece, due nuovi padiglioni detentivi, per un totale di 180 posti, saranno destinati a ospitare i detenuti sottoposti al regime dell'articolo 41 bis.«Invece di contrastare il sovraffollamento con la costruzione di nuove carceri» afferma Angiolo Marroni, Garante dei detenuti del Lazio, «governo e Parlamento dovrebbero puntare a una riforma del codice penale che preveda la reclusione per i casi veramente gravi e un sistema di misure alternative negli altri casi». Basti pensare a Silvio, un italiano senza fissa dimora arrestato mentre era ricoverato all'Ospedale Santo Spirito di Roma, condannato a quasi tre mesi di carcere e a un'ammenda di 4 centesimi per il furto, commesso tre anni fa, di un filone di pane e un altro genere alimentare in un supermercato e che ora si trova nell'infermeria del braccio G14 di Rebibbia con un fine pena fissato al prossimo 3 settembre. Oppure alla vicenda di un detenuto affetto da poliomielite che ha raccontato al Garante dei diritti dei detenuti di aver scontato un residuo di pena di dieci giorni: sempre sdraiato su un letto, costretto, ogni volta che doveva spostarsi per mangiare o andare al bagno, a far superare alla sua sedia a rotelle ripetuti controlli di sicurezza.Storie emblematiche dell'attuale confusione che regna nel sistema della sicurezza italiano che punisce ogni tipo di condotta difforme dalla legge con la reclusione, «con conseguenze drammatiche in termini di sovraffollamento, e che», commenta Marroni, «ha ormai praticamente abbandonato la funzione del recupero sociale dei reclusi garantita dalla Costituzione».

Milano: Fanno domande a Pecorella, avvocato di Berlusconi, perquisiti e denunciati

Perquisiti e denunciati per violazione della privacy per aver rivolto domande imbarazzanti armati di una videocamera all´avvocato e deputato Pdl Gaetano Pecorella. È capitato a due giovani dell´associazione Qui Milano Libera che avevano partecipato a una trasmissione della tv locale Telelombardia. Durante la trasmissione c´era stato uno scontro verbale dopo che Pecorella, in una pausa pubblicitaria, aveva definito uno dei preti uccisi dalla camorra come custode delle armi delle cosche.
fonte: La Repubblica

Testmonianze: Chiedo di essere condannato a morte

Io sottoscritto Trudu Mario, nato ad Arzana (Nu) l'11 marzo 1950 ristretto presso il carcere di Spoleto, con pena definitiva ergastolo, chiedoche questo Tribunale si pronunci sulla mia richiesta affinché mi venga tramutata in pena di morte, l'ergastolo inflittomi dalla Corte di Assise d'Appello di Firenze.Vengo spinto a questa decisione dalla mia consapevolezza che sia io, come moltissimi altri detenuti non potremo mai uscire di galera, questo perché il decreto legge (Scotti-Martelli) del 1992 legge fatta con la roncola, ignorando la costituzione, così facendo diventare alcuni reati ostativi e coloro che sono stati condannati per tali reati all'ergastolo non potranno mai usufruire di nessun tipo di benefici, e tanto meno potranno arrivare a un fine pena.In parte capisco che lo stato si è impegnato a farci morire un poco alla volta, ma io dopo trent'anni di tortura ho deciso che voglio morire subito con il metodo più sbrigativo. Le motivazioni che danno forza alla mia richiesta sono le stesse che vi ho sempre elencato negli ultimi decenni in cui ho invocato invano i benefici premiali (come il permesso premio... e altro) - vi allego un elenco con le motivazioni che infinite volte vi ho presentato nelle richieste per i benefici - Ma nei miei confronti ho visto da parte della giustizia soltanto accanimento e vendetta, bene! Oggi vi offro l'occasione giusta per una vendetta completa. Fino a oggi mi hanno sempre respinto le centinaia di istanze da me presentate, mi auguro che questa sia la volta buona e finalmente qualcosa viene accettata pure a me, io ormai ho una certa età e ho fatto 30 anni di carcere e potrei farmene altrettanti, non sono un tipo che s'impressiona, niente mi spaventa, se oggi inoltro questa mia richiesta (e mi rammarico per avere aspettato tanto), è soltanto per alleviare i miei familiari dell'enorme sacrificio che impongo loro da trent'anni, loro come me, hanno girato 16 carceri in cui ho soggiornato, per venire a trovarmi, pellegrinaggio iniziato il 12 maggio 1979 data del mio arresto. Avrei dovuto rifiutare molto tempo fa il tanto amore che mi hanno dimostrato e continuano a dimostrarmi venendo tuttora a trovarmi, ma non ho avuto mai né la debolezza e né la forza per suicidarmi, ora pretendo che lo Stato metta fine al loro eterno pellegrinare.Per questo oggi chiedo che sia lo Stato a sbrigare questa faccenda, non sarà difficile fra loro trovare un boia, ne hanno ammazzata tanta di gente uno in più uno in meno, non fa differenza.L'unica cosa che chiedo per essere soppresso è che si usi il metodo - fucilazione - possibilmente in un luogo pubblico, sarebbe per me una grande soddisfazione se avvenisse nella piazza del Duomo di Spoleto (il mio paese di residenza), possibilmente informando la popolazione, se all'evento partecipassero tutti i miei concittadini sarebbe una enorme gioia per me, così in un solo colpo potrete togliervi dalle scatole quel Mario Trudu che con insistenza per decenni ha continuato a chiedere ciò che per legge gli spetta, ma ignorante come è, non è riuscito a capire che non glieli avrebbero mai concessi, che stupido che è! Attendo con fiducia (anche se avere fiducia in voi è come se un agnello avesse fiducia in un lupo) un esito positivo della questione, vi ringrazio.
Mario Trudu

28 luglio 2009

Roma: sigilli al centro sociale Rialto

Questa mattina è stato sigillato anche lo spazio teatrale del Rialto Occupato a Roma. La sala teatro infatti era sfuggita al blitz che il 20 marzo scorso ha “sigillato” il Rialto.
Ci sembra questo l’ennesimo preoccupante atto “di sicurezza” che nei fatti tenta di mettere la parola fine ad un esperimento culturale che da oltre dieci anni in questa città promuove cultura e autorganizzazione.
Nella città di Alemanno con la polizia si impediscono le attività teatrali.
Questo accade all’indomani della mobilitazione in merito ai tagli definitivi al FUS, una mobilitazione che vede impegnato tra gli altri appunto i compagn@ del Rialto.
Riteniamo l’attacco al Rialto l’ennesimo atto repressivo che in questa città e in questo paese tenta di aggredire tutte le culture critiche. Noi continueremo a occupare e difendere spazi in cui la politica è appunto uno spazio pubblico per esigere diritti e liberare creatività. Continueremo a batterci contro i tagli alla cultura che sono l’ennesima manifestazione della idea ristretta e securitaria che il governo berlusconi ha della democrazia.

Italo Di Sabato responsabile Osservatorio sulla Repressione del Prc

26 luglio 2009

A Massa le ronde si chiamano SSS.... ma arrestano i compagni

Tensione e scontri la scorsa notte a Massa, dove un gruppo di giovani di estrema sinistra si è scontrato prima con alcuni esponenti di destra e poi con le forze dell'ordine. Tutto è accaduto nella serata di ieri, alla Partaccia, una località vicina a Marina di Massa popolata di camping. A generare il tafferuglio il faccia a faccia tra una cosidetta "ronda proletaria antifascista" (promossa dall' Associazione solidarietà proletaria e dalla Federazione toscana del partito dei Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo, in risposta alle ronde organizzate dalla destra locale) e alcuni simpatizzanti di destra della zona. Dalle prime ricostruzioni la miccia si sarebbe accesa quando tra il gruppo dei Carc e il proprietario di un chiosco sono volate parole grosse. Provocazioni, saluti romani, l'inno d'Italia a tutto volume e alcune sedie che volano. Poco dopo, mentre i manifestanti di sinistra stavano tornando verso la loro festa, alcuni ragazzi in motorino li avrebbero provocati facendo il saluto romano. A questo punto sono scoppiati gli scontri più gravi, tra i giovani e le forze dell'ordine intervenute per sedare i tafferugli. Il bilancio finale parla di 5 poliziotti feri e due estremisti di sinistra, Samuele Bertoneri e Alessandro Della Malva, segretario regionale dei Carc, accusati di oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Altri due erano manifestanti stati fermati, ma sono stati rilasciati. Per protestare contro i fermi, questa mattina esponenti dell'Asp e dei Carc hanno bloccato la stazione ferroviaria di Massa. L'occupazione si è protratta per oltre un'ora e mezzo, provocando ritardi e disagi. E sempre in mattinata, davanti alla Questura, si sono radunati alcuni esponenti dei Carc per chiedere informazioni sui due fermati: "Il nostro segretario regionale è sparito dalla scorsa notte, chiediamo spiegazioni". Pare infatti che Della Malva sia rimasto feriti negli scontri. Per adesso dalla Questura nessuna comunicazione ufficiale.


fonte: La Repubblica

Benevento: notte di ordinaria repressione

Era quasi finita “la serata stamattina”, erano all’incirca le due e finalmente dopo una settimana di lavori, di taglio di erba, di pulizie, di sistemazione del palco all’esterno della struttura, con tutti i fratelli e le sorelle ci godevamo la serata: un po’ di frescura e relax, il meritato riposo. All’improvviso vengo accecato da una luce abbagliante, un faro e al seguito cinquanta tra agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza che mi chiedono i documenti per un regolare e semplice controllo.Un semplice controllo in cinquanta agenti di pubblica sicurezza che avevano scambiato il centro sociale per il rifugio di sandokan!<> , <<>> con queste frasi di rito ormai in tutti i fine settimana, guarda caso dall’approvazione del piano sicurezza in prefettura vengono a trovarci all’interno della struttura e con fare provocatorio non fanno che alimentare la tensione.Preparo il documento e chiedo ad un agente di Polizia che non ha avuto nemmeno il buon gusto di presentarsi di allontanarci all’esterno della struttura per evitare inutili tensioni e per effettuare l’identificazione. Mi viene risposto <<>>La tensione cresce e per una seconda volta chiedo di evitare inutili polemiche e di allontanarci all’esterno della struttura poiché la musica era stata staccata e quindi non c’era alcun motivo di restare all’interno del centro.A quel punto la tensione esplode e l’agente di polizia, quello che non ama identificarsi, mi prende per le braccia e mi dice che mi portano in questura: <>.Spiego che non c’era alcun motivo di andare in questura poiché non mi stavo rifiutando di consegnare le mie generalità ma chiedevo semplicemente di uscire fuori per procedere all’identificazione.A quel punto gli agenti diventano due e cominciano ad accompagnarmi al cancello mentre un altro agente, anche lui venuto per effettuare un semplice e regolare controllo, mi toglie con veemenza il documento dalle mani.Ci dobbiamo abituare mi dicono e soprattutto che <<>> e adesso <>.Siamo in tanti vicino al cancello,attendiamo l’identificazione.L’agente che evita di presentarsi mi consegna il documento e mi dice che è stato un piacere.Disturbo della quiete pubblica, un disturbo “provocato” in seguito all’irruzione in salsa cilena all’interno del centro sociale.Salutiamo gli agenti, i tutori della legge, della legalità e mi chiedo la legalità di chi? Ci rivedremmo presto mi dicono e io rispondo sicuramente, con una differenza loro a guardia di un decreto che limita la libertà di movimento noi sempre in movimento…Chiudiamo i cancelli, i fratelli e le sorelle, i commenti increduli per quello che è accaduto: una notte di “ordinaria” repressione, è il pacchetto sicurezza.

Csa Depistaggio Benevento

Ammanettato in ospedale e tradotto in carcere per il furto di un filone di pane"

E' stato arrestato (con tanto di manette ai polsi davanti al personale sanitario e agli altri ricoverati) i primi giorni di Giugno dentro l'Ospedale "SantoSpirito" di Roma perché aveva un carico penale di poco meno di tre mesi di carcere per il furto (commesso 3 anni fa...) di un filone di pane e di una scatolina di tonno in un supermercato di Monte Mario a Roma, perchè povero e colto da una crisi di fame. Ora l'uomo - un italiano senza fissa dimora condannato anche ad una ammenda pecuniaria di 4 centesimi (!)- si trova nell'infermeria del 'braccioG 14' del carcere di Rebibbia, con un 'fine pena' fissato per il 3 Settembre prossimo...
La vicenda è stata denunciata oggi dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni secondo cui "la storia di Silvio è l'emblema dell'attuale confusione che regna nel sistema della sicurezza italiano, che pensa di punire ogni tipo di condotta difforme dalla legge con la reclusione, con conseguenze drammatiche in termini di sovraffollamento e di recupero sociale dei reclusi. Una funzione, quella del recupero, garantita dalla Costituzione ma ormai praticamente abbandonata nelle carceri, perennemente alle prese con l'emergenza sovraffollamento". Di vicende come questa i collaboratori del Garante ne hanno gestite diverse nelle carceri di tutto il Lazio: ad esempio, sempre a Rebibbia, un detenuto affetto da poliomielite ha scontato un 'residuo pena' di 10 giorni immobile sul letto della cella ed ogni volta che doveva spostarsi per le necessità elementari, la sua sedia a rotelle doveva superare i severi controlli di sicurezza. Secondo il Garante tutto ciò dovrebbe far riflettere sul fatto che, invece di contrastare il sovraffollamento con la costruzione di nuove carceri,governo e Parlamento dovrebbero puntare ad una riforma del codice penale che preveda la reclusione per i casi veramente gravi, e un sistema di misure alternative negli altri casi.

Candannati all'inferno

Ci sono le prove. Foto e testimonianze che dimostrano come l'Italia il 30 giugno scorso abbia negato l'asilo a rifugiati eritrei, stremati dalla fame e dalla sete. Tutti respinti. Pur sapendo che si trattava di profughi con il diritto di entrare. E invece no. Gli 82 disperati, fra cui donne e bambini, sono stati rispediti in Libia, in aperta violazione della Convenzione di Ginevra: nessuna identificazione, maltrattamenti, confisca dei beni, consegnati poi alle autorità libiche. Soldi e documenti di cui non si sa più nulla. Ora sono tutti rinchiusi nelle carceri attorno a Tripoli, a pane e acqua, dove la polizia di Gheddafi picchia e tortura. E un'ombra inquietante si allunga sul governo Berlusconi, dopo l'ennesimo respingimento di un barcone al largo di Lampedusa.Le organizzazioni internazionali, dall'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati, al Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati sotto il patrocinio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite, hanno denunciato la linea dura del Viminale e mosso accuse per i diritti negati. Ma i ministri Ignazio La Russa e Andrea Ronchi hanno risposto con veemenza, stigmatizzandole come "avventate, false, demagogiche, offensive e ripugnanti". E pretendendo scuse.Quegli addebiti trovano, invece, conferma. Sia nelle immagini scattate ai profughi sbarcati in Libia, sia nelle testimonianze dirette raccolte da 'L'espresso' anche fra i prigionieri trasferiti nei centri di detenzione, da Tripoli a Bengasi. Dove stupri, sevizie e botte sono la quotidianità.Sulla prassi non rispettata restano pochi dubbi: "Non risulta che le autorità italiane abbiano cercato di stabilire la nazionalità", ripete l'Unhcr. Come invece deve essere fatto, stando alle convenzioni internazionali sull'obbligo di 'non respingimento'. E c'è di più. L'Italia non avrebbe avuto nemmeno bisogno di effettuare quei controlli. I nostri militari sapevano da prima dello sbarco chi c'era a bordo della carretta del mare. "Profughi in fuga dalla dittatura eritrea, con donne e bambini, alcuni dei quali sono morti durante il viaggio e qualcuno ha gettato in mare", riferisce la parente di uno di quei disperati. Bene, è stata proprio lei, cittadina eritrea in Italia da 20 anni, a contattare la Capitaneria di porto, quello stesso pomeriggio verso le 15.30, pochi minuti dopo avere ricevuto un Sos dal barcone. "Hanno rischiato di affondare e morire tutti. L'ho detto subito ai militari", racconta. "Dopo la mia chiamata sono seguite 5 o 6 telefonate fra me e un capitano della Marina, molto gentile, al quale ho fornito tutti i dettagli. E ho specificato che a bordo c'erano dei rifugiati. Ho fornito addirittura il numero di cellulare del mio parente, per ogni verifica".Esistono poi le fotografie, in mano al Cir, dello sbarco dei rifugiati in Libia. Sono le prime immagini che provano i respingimenti di profughi con diritto d'asilo da parte dell'Italia. Sono parecchie. Sfuocate. Ma volti e dettagli appaiono sufficientemente chiari. Una mostra un giovane ferito alla testa. Ha una vistosa benda bianca. È uno dei sei eritrei che hanno denunciato l'uso della forza da parte della nostra Marina e hanno avuto bisogno di cure mediche. Un'accusa pesante, "l'utilizzo di bastoni elettrici", conferma il Cir, durante il trasbordo sulla motovedetta. Eccolo ritratto. Certo anche il respingimento di donne e i bambini, assieme al gruppo. E ritratti in un'altra foto dopo l'arrivo in Libia.Ai profughi sono stati confiscati soldi ed effetti personali: 600 dollari a uno, 400 a un altro e così via. L'elenco è lungo. Cellulari, agende telefoniche, carte d'identità. A un ragazzo è stata sottratta la tessera della Croce rossa. La numero 037871. E ancora le foto dei familiari. Via anche la Bibbia, a chi l'aveva con sé. Cancellati tutti i legami, quel rimasuglio di vita che resisteva. La risposta del governo è che questi soldi e questi oggetti sono stati imbustati e consegnati ai libici. Ma nei centri di detenzione non ce n'è traccia. "Riteniamo il racconto di queste persone credibile", afferma Cristopher Hein, direttore del Cir. "E il loro non è nemmeno l'ultimo barcone rifiutato. Ce n'è stato un altro il 4 luglio e i centri sono sovraffollati". Dal 7 maggio, quando sono cominciati i respingimenti italiani, circa 350 eritrei sono stati rifiutati senza controlli. Eppure il governo non ha avviato verifiche su tutto questo, limitandosi a una "dettagliata informativa sul respingimento", spiegano alla Difesa. Nemmeno alle due lettere dell'Unhcr che chiedeva accertamenti, datate 2 e 7 luglio, è seguita risposta.



fonte: L'Espresso

24 luglio 2009

Antifascismo: quindici perquisizioni in tutta Italia

Durante il corteo, convocato a seguito dell'omicidio per mano fascista di Nicola Tommasoli, si ebbero brevi momenti di tensione. Oltre un anno dopo, la Digos veronese irrompe in casa di attivisti antifascisti a Trento, Padova, Genova, Venezia, Bergamo, Treviso, Torino e Brescia, sotto indagine per travisamento, danneggiamento, porto di oggetti atti a offendere, e per l'esplosione di una (1) bomba carta.

Pubblichiamo il comunicato diffuso dall'assemblea cittadina che organizzò la manifestazione, nonché la successiva nell'anniversario dell'assassinio, lo scorso primo maggio


Comunicato stampa sulle perquisizioni avvenute a seguito della manifestazione NICOLA È OGNUNO DI NOI del 17 maggio 2008


Abbiamo appreso stamattina delle perquisizioni a carico di alcuni partecipanti al corteo antifascista svoltosi a Verona il 17 maggio dello scorso anno, pochi giorni dopo l’aggressione mortale a Nicola Tommasoli.I cinque giovani responsabili dell’aggressione a Nicola, legati alla tifoseria dell’Hellas (e almeno tre di loro anche a formazioni della destra radicale), sono oggi agli arresti domiciliari. Il processo, che si tiene alla Corte d’Assise di Verona, va per lunghe. Gli imputati, accusati di omicidio preterintenzionale in concorso e rapina, sono difesi da un imponente collegio di avvocati, i quali hanno assoldato fior fiore di consulenti e periti. La tesi che la difesa cerca di accreditare è che Nicola Tommasoli non sia morto per le percosse subite, ma per una causa patologica, un aneurisma o un difetto congenito di un’arteria del cervello. La Corte si è affidata a due periti super-partes, di cui il luminare è il professor Carlo Torre, autore della famosa “trovata” del sasso che avrebbe deviato la pallottola che uccise Carlo Giuliani al G8 di Genova.Nel frattempo si assiste ad una campagna di banalizzazione dei fatti di violenza accaduti a Verona negli ultimi anni, come sta succedendo per l’aggressione di piazza Viviani, anche quella opera di tifosi violenti e razzisti. Il sindaco stesso, noto per le sue ordinanze castigatutti e per la virulenza delle sue opinioni in fatto di “sicurezza”, prima invoca “condanne esemplari”, adesso parla di eventuali condanne a “lavori socialmente utili”, in una riscoperta del valore delle cosiddette “misure alternative” che forse per altri tipi di imputati/detenuti non verrebbero ritenute opportune.Noi non abbiamo mai pensato che la galera sia positiva. Ma pensiamo comunque che giustizia, che significa anche senso delle proporzioni, deve essere fatta. Riconoscendo però che “l’humus”, in cui le violenze ultras e/o neofasciste a Verona trovano nutrimento per crescere e coinvolgere tanti giovani e meno giovani, ha una precisa valenza culturale e politica. Quella di una città ripiegata su se stessa, governata da un sindaco e un assessore condannati per propaganda razzista, in cui il consiglio comunale è popolato di losche figure di fascisti e razzisti doc. Con la compiacenza di una classe politica che ha perso completamente di vista obiettivi e natura della politica, cioè il bene di tutti i cittadini, nessuno escluso.In questo quadro si inseriscono oggi le perquisizioni per i danneggiamenti verificatisi durante il corteo del 17 maggio 2008. Danneggiamenti di lievissima entità indipendenti dalla volontà degli organizzatori ma che, già nei giorni successivi (pensiamo alle dichiarazioni del sindaco sulle scritte), sono apparsi - in modo incredibile - quasi più gravi degli stessi fatti che hanno originato il corteo di protesta di diecimila persone: il pestaggio a morte di Nicola Tommasoli.Vogliamo sperare che questo tipo di azione giudiziaria non sia l’ennesimo “controbilanciamento” volto a distogliere dalle vere responsabilità per la morte di Nicola l’attenzione di una città che (dalle pagine dei giornali, ai rappresentanti delle istituzioni, fino al “senso comune” di una parte dei suoi cittadini) sembra aver già in gran parte assolto i cinque aggressori neofascisti, riaccogliendoli nel suo seno come “ragazzi che hanno sbagliato” e derubricando tutto ad una tragica casualità dovuta ad un’arteria difettosa.


Assemblea 17 Maggio (organizzatori della manifestazione del 17 maggio 2008)



23 luglio 2009

Vicenza: No a presidi del Sud

No a dirigenti scolastici del Sud in provincia di Vicenza. La mozione votata martedì dal consiglio provinciale della città veneta farà discutere. Anche perché approvata da maggioranza e opposizione: 26 consiglieri su 27. A proporla l'assessore alla Scuola, Morena Martini del Pdl. Razzismo? "Macché. Non si vuole puntare il dito contro le professionalità provenienti da altre regioni - dichiara - ma ripristinare una situazione di diritto che alcune regioni, diciamo non virtuose, hanno disatteso". Per comprendere la questione occorre fare un passo indietro. Nel 2004, dopo quasi un decennio, venne bandito il concorso per dirigente scolastico, gestito a livello locale. Il bando assegnava ad ogni regione un certo numero di posti disponibili e alla fine della complessa procedura gli idonei potevano superare il numero dei posti messi a concorso al massimo del 10 per cento. Ma in alcune regioni le cose andarono diversamente. "In Campania, per esempio, gli idonei furono parecchi di più di quello che prevedeva il bando", continua la Martini. Stesso discorso in Sicilia e in altre regioni meridionali, dove si scatenò una guerra di carte bollate. E quando il governo Prodi consentì agli idonei la cosiddetta mobilità interregionale, in 6 regioni settentrionali (Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto ed Emilia Romagna) su 118 poltrone disponibili vennero nominati ben 108 neodirigenti provenienti dal Sud. Rischiano ora di andare ad altrettanti presidi meridionali anche i 647 posti autorizzati qualche giorno fa dal ministero dell'Economia per il 2009/2010. Perché le uniche regioni italiane in cui sono ancora presenti idonei nelle graduatorie dei concorsi per dirigente scolastico - per un totale di circa 660 candidati - sono Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Nelle restanti regioni le liste sono esaurite da tempo. E a settembre quasi tutti i posti lasciati liberi da coloro che sono andati in pensione andranno a dirigenti scolastici del Sud. Negli ultimi anni, coloro che dal profondo Sud hanno fatto le valigie e oggi insegnano al Nord sono tantissimi. In Veneto 17 insegnanti su 100 provengono dalle regioni meridionali, in Lombardia si tocca quota 31 per cento. "Nel Veneto - spiega l'assessore Martini - ci sono circa 70 posti liberi da coprire, ma nessuna graduatoria regionale da cui attingere. Ci sono invece tanti dirigenti in lista di altre regioni d'Italia, non perché altrove siano più disponibili e bravi che da noi, ma perché noi siamo stati ligi alla normativa mentre altri - continua - hanno creato liste di disponibilità pari, talvolta, anche al doppio dei posti da occupare". E la probabilità che le 70 poltrone libere del Veneto vengano occupate da meridionali è altissima. Eventualità che non va proprio giù ai vicentini. "Il Consiglio provinciale ha voluto denunciare il mancato rispetto della norma da parte di alcune regioni ed evidenziare la conseguente situazione di svantaggio in cui si trova la regione Veneto rispetto ad altre realtà nazionali. Tanti insegnanti in servizio nel Veneto aspirano da anni a diventare dirigenti attraverso un concorso".


fonte: La Repubblica

Roma: la protesta dei disabili finisce con le multe per intralcio al traffico. Linea dura della polizia contro i manifestanti in carrozzina.

Oltre al danno, pure la beffa: hanno chiesto loro i documenti, li hanno filmati e li hanno tutti multati per intralcio al traffico e blocco stradale. Mattinata calda per le persone con disabilità alla manifestazione di protesta davanti ai cancelli della sede della regione Lazio a Roma. A ricevere a casa un verbale di contestazione infatti non saranno le automobili parcheggiate momentaneamente in seconda fila per consentire ai disabili di risalire su pulmini e vetture attrezzate, ma proprio le persone disabili in carrozzina che durante la manifestazione hanno stazionato sul manto stradale di via Rosa Raimondi Garibaldi, la via – laterale rispetto alla grande arteria stradale della Cristoforo Colombo – in cui si è assiepato il gruppo di circa duecento persone composto da disabili, loro familiari e operatori dei centri di riabilitazione.A quanto pare, l’autorizzazione arrivata dalla questura prevedeva che i manifestanti potessero sostare solamente sul marciapiede: il grande numero di persone ha però “sconfinato” sul manto stradale e la strada è stata chiusa al traffico. Fra la sorpresa e l’incredulità generale, il responsabile dell’ordine pubblico, Roberto Vitanzo, ha detto a manifestanti e giornalisti che “un gruppo di persone hanno impedito il flusso del traffico: ad ognuno di loro verrà recapitato un verbale”. Vitanzo ha affermato che “abbiamo dovuto chiudere la strada perché non potevamo caricarli in quanto disabili, però li abbiamo filmati e procederemo alla loro identificazione per blocco stradale”. Lungo l’intero arco della manifestazione, la zona era stata presidiata la polizia e carabinieri in tenuta antisommossa, con vetture di servizio e camionette, per una presenza complessiva stimabile fra i trenta e i quaranta operatori delle forze dell’ordine.
fonte: redattore sociale

22 luglio 2009

Campeggio No Tav: provocazione dei carabinieri a Condove

Quando oramai il campeggio No Tav di Venaus è entrato nel vivo del suo programma, una provocazione dei carabinieri ha caratterizzato la mattinata. A Condove, mentre era in corso il rifacimento della scritta no tav sotto il tunnel, i carabinieri hanno fermato e portato via per identificarli 12 compagni e compagne del movimento.Immediata la risposta No Tav al fermo di polizia con un presidio di una cinquantina di persone sotto il comune del paesino della Val Susa contro la provocazione poliziesca. Il rilascio di tutti e tutte è avvenuto di li a poco.Ciò non ha ovviamente fermato il lavoro bloccato dalla prepotenza dei carabinieri, infatti subito dopo i No Tav hanno provveduto a ritinteggiare alla luce del sole, pubblicamente, sotto l'occhio impotente di una volante dei carabinieri, tutte le storiche scritte contro l'alta velocità del movimento, adoperandosi nella realizzazione di un'altra scritta, "No al traforo del Frejus".


fonte: InfoAut

21 luglio 2009

Storie di ordinario razzismo a Treviso e Napoli

Una donna napoletana, madre di un 12enne, ha deciso di trasferire il figlio in un'altra scuolamedia stanca delle offese e dei comportamenti razzisti che il ragazzino subiva dai compagni. E' accaduto a Treviso. La donna, che ha raccontato la vicenda all'emittente televisiva Antenna Tre Nordest, ha sostenuto che suo figlio veniva preso di mira perché "meridionale". La signora, che non ha presentato però alcuna denuncia, ha spiegato che gli altri alunni lo sbeffeggiavano, intonando canzoni contro i napoletani, dicevano avevano paura di lui, "perchè figlio di un camorrista", e lo emarginavano durante le attività scolastiche e ricreative. Tra i gesti più odiosi riferiti dalla donna, anche l'abitudine di alcuni compagni del figlio di disinfettare le penne dopo che lui aveva toccate "perché puzzavano". La signora ha provato a far presente la situazione alle insegnanti della scuola - un istituto del centro di Treviso - ma si sarebbe sentita rispondere che era il suo ragazzo ad essere problematico.

Episodio di razzismo a Napoli, al quartiere Forcella. Un giovane di colore è stato aggredito a calci e pugni, vicino alla scuola "Annalisa Durante", per aver chiesto a un uomo di 30 anni, che lo stava per travolgere, di andare più piano con l'auto. Il conducente, riferiscono alcuni membri della Rete sanità e comitato Parco San Gennaro, è sceso dall'auto e, aiutato da altri due ragazzi, ha malmenato il giovane immigrato utilizzando urlando frasi del tipo "vai via nero, te lo meriti". Il giovane è riuscito a scappare. Poco dopo, è arrivata sul posto una volante della polizia in cerca degli aggressori. Qualche giorno prima, il parco San Gennaro aveva organizzato una manifestazione antirazzista dal titolo "Diamo un calcio al razzismo". Non è, questo, il primo episodio del genere, quest'anno a Napoli. Qualche mese fa un giovane italo-etiope di 22 anni è stato aggredito da due ragazzi con la testa rasata al grido di "sporco negro
fonte: La Repubblica

Nel nome di Carlo Giuliani

«Se cercate Carlo guardate il mare» ha detto Haidi Giuliani ieri in occasione della manifestazione che ogni anno si tiene a piazza Alimonda per ricordare quel 20 luglio 2001 quando alle 17,25 e non a e 27, come ha sottolineato il padre Giuliano Giuliani, venne sparato il primo colpo che uccise Carlo dal defender durante il G8 genovese. È stato Gogo, un compagno di scuola di Carlo a leggere un componimento che Carlo scrisse anni fa alla famiglia in cui c’è la sentenza a morte di un uomo con tanto di lettera alla moglie, condanna in latino e motivazioni delle colpe in francese. «Carlo aveva una grande facilità di scrittura e scriveva queste cose a noi, chiuso in una stanza per pochi minuti. Purtroppo quello che sembrava uno scherzo è stata una tragica profezia. Quale corpo fu più esposto del suo?», commenta Haidi. La condanna in latino prevede infatti che il corpo sia esposto appunto al pubblico ludibrio. Il Comitato ha scelto di concentrarsi nuovamente in piazza Alimonda dove d’altra parte il 20 di ogni mese c’è un appuntamento fisso. Accanto alla cancellata della piazza c’erano ieri fogli stesi come panni con i perché di un’inchiesta affossata e archiviata. Ad esempio «perché il nome di Raffone che dicono essere l’altro occupante della jeep compare solo sabato mattina alle 12,30?» oppure «perché dei vari occupanti della jeep interrogano solo l’autista Cavataio e Placanica?» o ancora «perché il generale Desideri e Truglio decidono di parlare di un politraumatizzato mentre il 118 arrivato già da un quarto d’ora ha già dato conto del foto di un proiettile sotto l’occhio sinistro?».Tra la folla ci sono i portavoce del Genoa social forum di allora, Vittorio Agnoletto e Alfio Nicotra e anche il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero: «Sono tornato come quasi tutti gli anni perché penso che c’è un valore della memoria. Non ricordare è uccidere due volte – dice Ferrero - È un dovere morale e politico. Se lo stato protegge pezzi dei suoi, è bene che si continui a chiedere giustizia». Sulle responsabilità degli alti vertici al potere torna anche Vittorio Agnoletto: «Sono le verità che fanno paura a questo stato. Hanno paura della Diaz e di Bolzaneto anche se è stata acquisita la verità in sede giudiziaria. Su Carlo non si vuole cercare la verità. L’unica speranza è che dalla Corte europea arrivi l’ingiunzione a riaprire il processo. Placanica probabilmente non è il responsabile. Il vero responsabile è coperto».Tra la folla centinaia di persone arrivate dal Veneto, dalla Toscana, dal Piemonte e dalla Lombardia. Antonella, milanese, insegnante commenta che «era un manifestante che manifestava in modo pacifico» e che «ricordare è prendere coscienza dei fatti avvenuti per capirne l’importanza. Spiegare il proprio punto di vista senza temere ritorsioni». Giuliano Giuliani gira con una maglietta dei carcerati di Rebibbia «beato chi crede nella giustizia perché verrà giustiziato»: «A questo punto speriamo che sia favorevole la sentenza della Corte europea, che ci restituisca la giustizia che in Italia ci è stata negata», commenta.Il giornalista Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime del pestaggio alla Diaz (oggi modera un dibattito nel circolo Arci di San Fruttuoso prima della fiaccolata alla scuola) torna a ribadire che «quello che abbiamo visto 20 e 21 luglio sono incompatibili con una democrazia», poi guardando la folla «siamo consapevoli che siamo una minoranza. Non credo che debbano esserci decine di migliaia di persone. La gente che è qui ha molto da dire. Che siano tanti o pochi è irrilevante».Ad ascoltare e guardare ci sono anche dei ragazzi che sicuramente al G8 2001 non c’erano. «Avevo 12 anni – ammette Chiara - mia mamma mi ha portato un dvd a casa. Ho capito che ci sono stati dei soprusi e che alla fine non hanno dato la colpa al carabiniere e poi sono qui per solidarietà». Dalla Toscana arriva anche uno cuoco bergamasco, Danilo, 18 anni: «Mi dà fastidio che sia passata la storia che stava attaccando i carabinieri. Hanno manipolatole le notizie. Stava resistendo a un’ingiustizia». In piazza anche due nigeriane portate da Francesca, genovese: «Erano davanti alla tv ho spiegato che cosa andavo a fare e hanno sentito la necessità di venire, anche se otto anni fa non erano neppure in Italia. Chissà perché non fanno altrettanto i genovesi». Tommaso un toscano adottato da Genova ricorda il panico, la paura e i lacrimogeni di sabato 21 luglio 2001 in corso Italia «fu traumatico erano luoghi che conoscevo. Genova era già la città del cuore. Rimane una ferita aperta». Sotto a tante parole le note di Renato Franchi & l’Orchestrina del Suonatore Jones, Alessio Lega con «Cantacronache di ieri e di oggi», Marika, Pier e Fabio con «Bricchi, Gotti e Lambicchi» e Marco Rovelli col suo gruppo «libertAria».


20 luglio 2009

Il 20 luglio dell'ordine pubblico

Il venti luglio 2001 a Genova in Piazza Alimonda veniva ucciso Carlo Giuliani. Per quell'omicidio, agli atti, c'è solo una archiviazione. Il carabiniere che sparò agì, secondo i giudici, per legittima difesa. Il colpo, secondo gli esperti balistici della Procura di Genova, si avventurò in una traiettoria deviata da un calcinaccio in volo e quindi 'attinse' la vittima. L'omicido di Carlo Giuliani fu il momento più alto della repressione indiscriminata che porta nomi ormai noti di quei giorni: la Diaz, i manganelli e i lacrimogeni da guerra nei cortei, la caccia all'uomo, le botte, i cori fascisti di alcuni agenti. Vi fu, secondo qualificati osservatori, una sospensione dei diritti costituzionali e la ferita aperta, mai rimarginata, si stempera nel tempo che passa, nella quotidianità che scorre, nelle cronache incalzanti che saturano la percezione e la riflessione.Pochi giorni fa un tribunale di Ferrara ha condannato in primo grado quattro agenti di polizia per l'omicidio di Federico Aldrovandi, percosso e picchiato alle prime luci dell'alba mentre stava rincasando dopo una serata con amici.A Parma, un ragazzo di colore nei mesi scorsi veniva picchiato e fotografato con insulti razzisti nella caserma dei vigili municipali.L'ordine pubblico è questione delicata nella storia d'Italia (utilissimo il sito http://www.reti-invisibili.net/), dagli anni più caldi della contestazione, a quelli bui della lotta armata, fino ad arrivare ai nostri giorni passando da Napoli – un anno prima di Genova – e ai fatti che riguardano il comportamento degli agenti impegnati corpo a corpo con le tifoserie da stadio. Quest'ultimo accostamento ci ricorda come siano cambiati i terreni di scontro e come sia mutato anche l'atteggiamento di chi è chiamato al servizio 'anti-sommossa'.Torniamo a Genova: otto anni dopo vale la pena ricordare anche cose piccole, ma significative. La catena di comando del macello della Diaz, con falsi ideologici e depistaggi che arrivano fino all'allora Capo della polizia Gianni De Gennaro, ha portato solo a promozioni o incarichi ancor più prestigiosi per i responsabili delle forze di polizia . Le battaglie di quella sinistra che oggi è scomparsa dal Parlamento per avere la piena identificabilità degli agenti, per esempio con un numerino identificativo sul casco, sono rimaste lettera morta. Le fotografie consegnate ai pm di Genova per il riconoscimento delle 'mele marce' nelle fila dei tutori dell'ordine erano fototessere sbiadite e in formato talmente piccolo da rendere impossibile qualsiasi tentativo di riconoscibilità. A Milano, un murales dipinto in memoria di Carlo Giuliani, è stato cancellato conme se fosse una semplice tag da rimovere dai muri imbrattati. Lo avevano rifatto, lo hanno ricancellato. La scritta recitava: no justice, no peace.Nelle manifestazioni dell'Onda della scorsa primavera alcuni studenti spiazzavano gli agenti con manifestazioni improvvisate che paralizzavano il traffico. Paura degli agenti? Nessuna, sono della polizia, alcuni dicevano. Ai tempi di Genova quei ragazzi avevano 12 anni. Certo, dicevano, ce lo ricordiamo. Ma non facciamo nulla di male. Proprio come migliaia di persone picchiate brutalmente allora. L'ex parlamentare Gigi Malabarba ancora oggi che non siede più nel Palazzo non si stanca di raccontare come siano cambiate le regole per entrare in polizia: il riferimento è a una legge del 2004 che favorisce fino al 2020 i militari, spesso quelli che hanno un concetto di 'ordine pubblico' legato alle 'missioni di pace', rispetto agli aspiranti poliziotti civili che non sono in servizio nei corpi armati. Una norma che prospetta dei riflessi inquietanti, basti pensare ai militari del Tuscania per le strade di Genova nel 2001. Manca una riflessione sulla gestion edella piazza, l'addestramento, in un normale contesto urbano italiano. Lo conferma la decisione, annunciata con vanto dal governo Berlusconi, di affiancare agli agenti per le strade delle città militari in mimetica, o la militarizzazione dei luoghi 'sensibili' come i siti prescelti per discarioche o termovalizzatori. Torniamo, ancora una volta a Genova: nessuna commissione di inchiesta, una verità processuale falsata, archiviazione per calcinacci devianti, prescrizione incombente, nessun ripensamento sulle reponsabilità all'interno delle forze di polizia. L'ultimo caso, quello dei quattro poliziotti di Ferrara condannati, è più che lampante. Uno di loro, alla lettura della sentenza che lo riteneva resposabile dell'omicidio di un ragazzo, non c'era. Era in missione al G8 dell'Aquila. Mansione: ordine pubblico.


Angelo Miotto - PeaceReporter

17 luglio 2009

Afragola (Na): Giovane immigrato ferito alle gambe, Difendeva i diritti dei lavoratori africani

Era considerato un leader dai ragazzi nordafricani che lavorano nei campi attorno ad Afragola, a nord di Napoli, che cercava di proteggere tutelando i diritti. Potrebbe essere questo, secondo gli inquirenti, il motivo dell’agguato nel quale un giovane africano di 21 anni è rimasto ferito alle gambe.
LA DINAMICA - L’uomo, originario del Burkina Faso, stava tornando ieri sera con un suo connazionale lungo via Sacro Cuore dalla mensa Caritas dove erano andati a mangiare quando due uomini a bordo di uno scooter gli si sono avvicinati e gli hanno sparato due colpi di pistola ferendolo alle gambe.
DUE FERMATI - Gli aggressori sono Raffaele Rosmarino, 59 anni, detto «o Corcione», e Salvatore Caccavale, 39 anni, meglio conosciuto come «Salvatore ò Criminale», entrambi pregiudicati. I due, rintracciati grazie a testimonianze recuperate sul posto, sono stati fermati dagli agenti del commissariato di Afragola per il reato di tentato omicidio, porto e detenzione di armi e spari in luogo pubblico. Il giovane africano è stato ricoverato presso il reparto ortopedia dell’ospedale San Giovanni di Dio a Frattamaggiore con una prognosi di 30 giorni.
fonte: corriere del mezzogiorno

Chiari (Bs): Uno stendardo che dà fastidio, multata la bandiera della pace

Multata la Pace. Proprio così. Centocinquantacinque euro (più 5,60 per le spese di notifica) di ammenda per la grande e colorata bandiera simbolo universale della Pace. Uno stendardo portato in corteo da famiglie con bambini al seguito nel corso della "Marcia della Pace" che si è svolta a fine marzo promossa dalla "Tavola della pace" di Franciacorta - Monte Orfano. Il fatto è accaduto a Chiari, comune bresciano governato dal senatore leghista Sandro Mazzatorta protagonista, tra l'altro, anche di una vicenda di "residenza negata" ad una famiglia Sinti con 5 bambini portata anche all'attenzione della Camera dei Deputati lo scorso 28 ottobre dall'onorevole Furio Colombo.Ma tornando alla vicenda dell'ammenda al simbolo della Pace sventolato nel corteo lungo le strade della località bresciana è bene spiegare che i manifestanti avevano, tra l'altro, ricevuto dalla Questura di Brescia l'autorizzazione a passare e sostare nella piazza centrale del paese. Almeno per due ore. Come previsto dal programma regolarmente presentato. Nonostante questo, però, un agente della polizia locale ha pensato bene di redigere un verbale per «occupazione di suolo pubblico con un veicolo allestito con casse, bandiere e cartelloni, e una bandiera di notevoli dimensioni». Da segnalare peraltro che l'agente ha evitato di notificare la multa ai diretti interessati durante la manifestazione. L'associazione promotrice dell'iniziativa pacifista, che al momento ha scelto di non pagare la multa, nelle scorse settimane, si è rivolta anche alla Prefettura di Brescia. In un comunicato, inoltre, l'associazione fa sapere che «La Marcia della Pace ha ottenuto tutti i necessari permessi proprio dalla questura di Brescia che oltretutto è dovuta intervenire nei confronti dell'amministrazione comunale che inizialmente aveva negato l'autorizzazione alla manifestazione senza dare alcuna motivazione». Giuseppe Matteotti a nome della "Tavola della pace" Franciacorta parla di «multa discriminatoria nei confronti di realtà associative e iniziative il cui pensiero non segue la stessa direzione dell'attuale governo nazionale e locale. Per noi è importante conoscere la posizione del prefetto di Brescia, al quale abbiamo scritto, in qualità di rappresentante dello Stato». Per i pacifisti dunque è fondamentale ristabilire il diritto a manifestare. In attesa di una risposta gli esponenti del gruppo franciacortino pensano di scrivere anche al Presidente della Repubblica che proprio nelle scorse settimane aveva elogiato il lavoro compiuto dalla Tavola della pace nazionale.

Candannati a 15 anni e 4 mesi gli assassini di Abba

Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio, sono stati condannati a 15 anni e 4 mesi di reclusione per essere i colpevoli dell'assassinio di Abdul Salam Guiebre, conosciuto come Abba, giovane italiano originario del Burkino Faso, ucciso a sprangate la notte del 14 settembre scorso a Milano.Il pubblico ministero aveva chiesto per i due assassini una pena detentiva pari a 16 anni e 8 mesi.Secondo la ricostruzione degli avvenimenti fatta dai due condannati Abba avrebbe rubato un pacchetto di biscotti dal bancone del bar che Fausto e Daniele Cristofoli gestivano e per questo sarebbe stato inseguito e massacrato di botte.La famiglia Cristofoli ha offerto ai genitori di Abba centomila euro a titolo di risarcimento ma gli avvocati difensori della famiglia Guiebre ne chiedono 900.Immediate le reazioni dei familiari del giovane. "Sono troppo addolorata par parlare - ha fatto sapere la mamma del ragazzo ucciso - Abba era un ragazzo a cui tutti volevano bene e che non si può dimenticare". Anche una delle sorelle di Abba ha voluto parlare davanti alle telecamere. "Fino a oggi credevo nella giustizia ma la giustizia oggi mi ha fatto crollare a terra. Sono troppo pochi gli anni a cui sono stati condannati". Un'altra delle sorelle del giovane ucciso, presente durante la lettura della sentenza ha tenuto a precisare: " Mio fratello è stato ucciso per razzismo. Io ho guardato in faccia gli assassini e e ho capito che non si sono pentiti. Bisognava condannarli fino alla fine dei loro vita e buttare la chiave".L'amarezza per la condanna "troppo mite" esce dalle parole di tutti i parenti di Abba. Uno dei suoi cugini sperava in una condanna all'ergastolo. " E' una faccenda che si risolta troppo velocemente. Forse organizzeremo una manifestazione per far capire alla gente che non è stata una sentenza giusta. Volevamo l'ergastolo".




fonte: PeaceReporter

16 luglio 2009

Carceri: una ricerca dimostra che l'indulto ha funzionato

Sono stati presentati martedi 14 luglio presso la sala stampa della Camera dei Deputati i risultati di uno studio portato avanti da un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino coordinato da Giovanni Torrente relativo agli effetti del provvedimento d’indulto varato dal Parlamento nel luglio del 2006. “A tre anni dal provvedimento di clemenza. Indulto: la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità” era l’eloquente titolo della presentazione odierna. Luigi Manconi, che ha commissionato la ricerca quale seguito di quella da lui promossa all’indomani del voto quando era sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, ha aperto l’incontro auspicando, tramite la ricerca torinese, di “rendere l’onore perduto al provvedimento di clemenza, che più di ogni altro ha subito un processo di deformazione del suo significato e di travisamento dei suoi esiti”. I dati oggi presentati costituiscono la quarta tappa di uno studio di monitoraggio che ha visto altre elaborazioni a 6, 17 e 26 mesi dal provvedimento. Manconi ha raccontato di aver dovuto pagare di tasca propria quest’ultima fase della ricerca perché, con l’arrivo del nuovo governo, “i pochi fondi necessari per portare a termine un lavoro così importante, che costituisce un piccolo elemento di verità contro un’alterazione tanto profonda dell’indulto, erano stati tagliati”.La ricerca, illustrata da Torrente, ha mostrato come, contrariamente a tutte le rappresentazioni mediatiche fornite in questi mesi, il tasso di recidiva tra coloro che hanno beneficiato dell’indulto provenendo dalla carcerazione sia oggi del 30,31%, contro il 68% circa del tasso ordinario di recidiva. Tra chi al momento del provvedimento era sottoposto a una misura alternativa alla detenzione si scende addirittura al 21,78%. Questi dati, ha spiegato Torrente, si possono considerare sostanzialmente definitivi, poiché i rientri in carcere si sono avuti principalmente nei primissimi mesi dopo il voto parlamentare.Il tasso di recidiva è dunque di circa dieci punti inferiore tra chi aveva usufruito di una misura alternativa prima di beneficiare del provvedimento di indulto. L’indulto va a confermare un dato che tutte le ricerche su questi temi ci hanno ormai insegnato. Il carcere fa male. Se guardiamo alla variazione del tasso di recidiva tra chi aveva più o meno carcerazioni alle spalle, vediamo come esso vada a crescere fortemente in relazione alla vita penitenziaria passata. Per chi era in carcere al momento del provvedimento di clemenza, dal 18,38% di chi era alla prima carcerazione al 52,52% di chi ne aveva alle spalle cinque o più. Lo stesso accade per coloro che hanno avuto l’indulto dalla misura alternativa, ma con una minore progressione. Oltre sei persone su dieci, tra chi aveva cinque e più carcerazioni alle spalle e stava usufruendo di una misura alternativa, non sono rientrati in carcere dopo aver beneficiato dell’indulto. “Le misure alternative”, ha detto Torrente, “aprono uno spazio. Ma invece di imparare dai dati, le politiche odierne si muovono in direzione opposta, limitando l’utilizzo delle alternative alla detenzione”.Se guardiamo poi alla nazionalità delle persone rientrate in carcere dopo aver usufruito del provvedimento, vediamo come, a dispetto di tutte le campagne mediatiche che ci raccontavano di una “tipica faccia da indultato” (La Stampa, La Nuova Sardegna) che avrebbe ovviamente avuto la carnagione nera od olivastra, tra gli italiani la recidiva sia stata pari al 31,99% dei rimessi in libertà mentre tra gli stranieri si sia fermata al 21,36%. La parlamentare radicale Rita Bernardini, dati alla mano, ha fornito la misura delle devastanti campagne televisive sulla sicurezza, affatto scollate da ogni attinenza alla realtà. Campagne che sono la causa dell’opinione diffusa che vede nell’indulto un episodio dannoso della recente storia italiana. A seguito di un’analisi condotta su circa 5.100 edizioni di telegiornali annue per oltre cinque anni, ha mostrato come il tempo dedicato a notizie di cronaca nera, cronaca giudiziaria e criminalità organizzata sia più che raddoppiato dal 2003 al 2007, passando dal 10,4% al 23,7%. È a partire dal 2006 che si è prodotta l’accelerata, nonostante i dati raccontino di una diminuzione generale dei reati più gravi.Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella ha chiuso ridicolizzando il piano di edilizia penitenziaria portato avanti dal ministro Angelino Alfano e dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta. “Noi siamo contrari all’edilizia penitenziaria per ragioni di principio”, ha detto. “Ma qualcuno dovrebbe smascherare il ministro e dire ad alta voce che il suo piano è irrealizzabile. Franco Ionta è commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, e già quando c’è un commissario c’è un fallimento. Ci dice di voler creare 17 mila posti letto entro il 2012. Primo, con questi tassi di crescita della popolazione detenuta questi numeri sono inutili. Secondo, è impossibile dal punto di vista edilizio essere così veloci. Terzo, perfino dopo aver rubato dalla Cassa delle Ammende, a tutt’altro destinata, il ministro sa bene che mancano i due terzi dei fondi necessari”.
fonte: Linkontro

La Giustizia con la divisa

Altro che giustizia eguale per tutti! Tre anni di reclusione per aver rubato un pacco di biscotti (prezzo un euro e 29 centesimi); 2 anni e 8 mesi a un «ladro» di 74 anni per il furto di un etto di prosciutto. Tre anni e 6 mesi per i poliziotti che hanno ucciso, a colpi di manganellate, Federico Aldrovandi; sei anni per l'agente di polizia che ha spezzato la vita di Grabriele Sandri.In carcere chi viola la legge per fame; a piede libero chi tronca la vita con una violenza inaudita.Sentenze emesse «in nome del popolo italiano», mentre la maggioranza parlamentare approvava una legge che, tra le altre nefandezze giuridiche e sociali, punisce con 5 anni di carcere i migranti che non ottemperano all'ordine di espulsione; allunga fino a 6 mesi la detenzione amministrativa; modifica (creando nuovi reati e nuove aggravanti) intere parti del codice penale. Il carcere, ne siamo sempre più convinti, deve essere l'extrema ratio. Ma per tutti; non solo per i potenti o per chi indossa una divisa. E, invece, assistiamo, quotidianamente, a una progressiva, quasi inarrestabile, china discendente della nostra civiltà giuridica e della nostra cultura democratica.Come è possibile considerare colposo (cioè dovuto a imprudenza, negligenza o imperizia) un omicidio da parte di chi, agente di polizia, freddamente, impugna la pistola, la punta e spara mirando un ragazzo seduto in auto? E come si può parlare di eccesso colposo in legittima difesa in un caso, come quello di Federico Aldrovandi, in cui più poliziotti hanno infierito con violenza inaudita sul suo corpo? La regressione è intollerabile. La giustizia, giorno dopo giorno, ritorna ad essere forte con i deboli e debole con i forti.Anche altro ci deve far riflettere. Dopo la sentenza per la morte di Aldrovandi, i suoi amici e i suoi genitori si sono abbracciati; «volevo che a mio figlio fossero restituiti giustizia e dignità» ha detto il padre di Federico. Del tutto diversa la reazione degli amici di Gabriele Sandri. Insulti ai giudici; il Tribunale e le piazze trasformate in curve da stadio (violente e razziste, non quelle di una sana tifoseria). Eppure sia Federico che «Gabbo» sono vittime della stessa violenza e di una analoga ingiustizia. Ma ben diverse sono state le reazioni. Da un lato chi, come gli amici di Federico, crede in una giustizia che non deve mai trasformarsi in vendetta; dall'altro, chi, invece, pensa alla giustizia (e alla pena) come strumento di vendetta («gli ultras hanno voglia di vendetta», titolava ieri un autorevole quotidiano).Una ultima considerazione, a proposito di giustizia ed eguaglianza. Forti, e del tutto condivisibili, sono state le proteste, a sinistra e nel centrosinistra, per l'approvazione del pacchetto sicurezza. Ma molti sono stati i silenzi: basti pensare, ad esempio, ai voti favorevoli, anche nel centrosinistra, alla reintroduzione del reato di «oltraggio a Pubblico Ufficiale». Eppure bastava leggere le parole della Corte costituzionale per opporsi al ripristino di un reato che, ripetutamente, la stessa Corte aveva espressamente invitato ad eliminare dal nostro ordinamento penale, onde evitare censure in relazione a vari articoli della Costituzione, tra cui principalmente, ma non solo all'art. 3, che sancisce il principio per cui tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge. I giudici delle leggi, oltre vent'anni fa, aveva detto che tale reato era «espressione di una concezione autoritaria, non consona alla tradizione liberale italiana né a quella europea», e aveva evidenziato come «questo unicum, generato dal codice Rocco» era il prodotto della concezione dei rapporti tra pubblici ufficiali e cittadini tipica dell'ideologia fascista e quindi «estranea alla coscienza democratica instaurata dalla Costituzione repubblicana». La Corte non si era limitata, però, a chiedere espressamente al parlamento l'eliminazione di tale fattispecie penale dal nostro codice, ma - caso rarissimo - aveva autonomamente diminuito la pena allora prevista (massimo 2 anni di reclusione). Ebbene, con il recente pacchetto sicurezza, la pena è stata addirittura aumentata (fino a tre anni di reclusione). Ecco perché, di fonte a decisioni che contrastano con princìpi fondamentali di uno stato di diritto, chi crede nella giustizia non può tacere ma deve usare tutti gli strumenti della democrazia per opporsi a un abisso che ricorda un passato che speravamo definitivamente tramontato.


Giuliano Pisapia da il manifesto

Condanne miti per chi uccide in nome della legge. I precedenti

È dei giorni scorsi la condanna a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo ai quattro poliziotti che la notte del 25 settembre 2005 a Ferrara picchiarono, ammanettarono e immobilizzarono il 18enne Federico Aldrovandi, forse alterato dalle droghe, causandone la morte.Simile la vicenda di Riccardo Rasman, 34 anni, di Trieste; soffriva di schizofrenia, il 27 ottobre 2006 per "calmarlo" intervennero quattro poliziotti; fu picchiato, ammanettato, messo in posizione prona e morì soffocato. Tre dei poliziotti furono condannati a sei mesi per omicidio colposo.Nell'ottobre del 2001 a Genova Silvano Alfonso, 28 anni, ubriaco, viene immobilizzato dal buttafuori di un locale con una mossa di karate. L'intenzione è di farlo svenire, in realtà il giovane muore. Il buttafuori viene arruolato in polizia; in primo grado è condannato a 3 anni per omicidio preterintenzionale; l'appello deve ancora svolgersi, dopo quasi otto anni.Dieci mesi sono la condanna per omicidio colposo toccata a un carabiniere che durante un inseguimento urtò con l'auto il motorino di un 15enne che non si era fermato all'alt a Clusone (Bg) il 22 ottobre 2006. E ha avuto sei mesi per omicidio colposo il carabiniere che nel 1990 a Milano uccise un immigrato disarmato, Kamel Saidani, che fuggiva a piedi dopo avere forzato un posto di blocco.Per contro, ha avuto 5 anni per tentato omicidio il nigeriano Osahon Eghaghe che nel maggio 2008 sfondò un posto di blocco tentando di investire un carabiniere. E due anni e due mesi un marocchino di 51 anni che a Rimini, nel giugno scorso,cercò di rubare la bicicletta di un carabiniere.


fonte: il secolo XIX

15 luglio 2009

Italia il paese dei due pesi e due misure

"In questo paese esistono di fatto due pesi e due misure quando a commettere i reati sono le forze dell'ordine. Non è un caso chel'Italia è l'unico paese d'Europa dove le forze dell'Ordine non hanno i codici diriconoscimento sulle divise. Esiste un filo comune tra la legge reale, che ha visto più di 700 omicidi di stato senza colpevoli e la deriva securitaria della zero tolleranza che non a caso si è sperimentata sugli stadi da anni, sospendendo le garanzie costituzionali. Tutti quei parlamentari che ieri hanno espresso solidarietà sono gli stessi che hanno in questi anni approvato senza battere ciglio le leggi più repressive d'Europa in barba alle garanzie costituzionali, dando enorme potere alla discrezionalità delle forze dell'ordine e prefetti. Il paradosso della giustizia italiana è dato dal fatto che la pena per chi ruba un pacco di wafer, o si coltiva alcune piante di marijuana è paradossalmente simile o addirittura maggiore di chi spara ed uccide senza motivo com'è successo per il caso Sandri, o di chi ammazza di botte un ragazzo per strada com'è successo per Federico Aldrovandri."


Italo Di Sabato - resp. Osservatorio sulla Repressione del Prc/Se

14 luglio 2009

Omicidio Sandri: sei anni all'agente riconosciuto colpevole di omicidio colposo e non volontario. In aula urla contro i giudici.

Non fu volontario l'omicidio di Gabriele Sandri. Dopo nove ore di camera di consiglio, la Corte d'assise d'Arezzo ha condannato a sei anni l'agente della Polstrada Luigi Spaccarotella che l'11 novembre del 2007 uccise il tifoso della Lazio Gabriele Sandri nell'area di servizio Badia al Pino sulla A1. "Fu omicidio colposo aggravato dalla previsione dell'evento", ha detto la giuria. Come dire che Spaccarotella sparò contro Sandri senza la volontà di ucciderlo, ma "accettando il rischio che quell'evento potesse verificarsi". "Giudici, siete dei buffoni". Un distinguo giuridico che ha scatenato la violenta reazione dei tifosi e amici di Sandri presenti in aula. Alla lettura della sentenza hanno urlato contro i giudici "Infami, buffoni, vergogna". Il presidente della Corte è stato costretto ad allontanare il pubblico. Stretti in un abbraccio di dolore, i genitori di Gabriele hanno pianto in aula. "Mi vergogno di essere italiano - ha detto il padre - Non sono bastati cinque testimoni a dire cosa ha fatto Spaccarotella. Evidentemente la divisa paga. Non credo più nella giustizia, non credo più in niente. E' una vergogna per tutta l'Italia. Senz'altro faremo appello: io Spaccarotella non lo mollerò mai". Al termine della lettura della sentenza, la moglie si è sentita male: "Me l'hanno ammazzato una seconda volta. Ma i giudici, quando arriveranno a casa, come faranno a guardare i loro figli, con quale coscienza hanno fatto una cosa del genere?". Allontanati dall'aula. Gli amici di Gabriele, allontanati dall'aula, hanno proseguito la protesta fuori dal Palazzo di giustizia: ancora urla contro la corte e i difensori dell'agente. All'uscita dalla Corte d'Assise, Federico Gattini, uno dei legali di Spaccarotella, è stato accolto da una pioggia di insulti: "Verme, sei un verme". Un'amica di Gabriele, Cinzia, ha accusato un malore: è stata soccorsa dai sanitari ed è stata portata via in ambulanza.
L'appello del padre: "State calmi". Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, e suo padre, hanno invitato gli amici alla calma. Temono che si ripetano i disordini scoppiati poche ore dopo l'omicidio in autostrada: a Roma furono assaltate caserme della polizia e fu devastata la sede del Coni. "Facciamola finita", ha implorato il fratello di Gabbo. "Non uccidiamo Gabriele per la terza volta. La prima volta due anni fa; oggi i giudici. Non possiamo uccidere Gabbo per la terza volta. Basta". L'agente: "Ho pianto di gioia". Luigi Spaccarotella non era in aula. Ha atteso la sentenza "incrociando le dita e pregando", come ha confidato ai suoi legali. Una volta conosciuto l'esito del processo ha "pianto di gioia": "Ho fatto bene a credere nella giustizia". Una volta solo l'agente era entrato in Corte d'assise e solo per fare una breve dichiarazione concordata con gli avvocati: "Ho alzato istintivamente un braccio, forse tutti e due - aveva detto - ed è partito un colpo di pistola. Non era mia volontà uccidere". L'imputato non ha mai voluto rispondere alle domande dei giudici. Dopo le prime dichiarazioni rese ai colleghi all'indomani dell'incidente, ha preferito appellarsi al diritto di tacere. Aveva parlato un'altra volta, ma fuori dall'aula del processo, quando il giudice lo aveva chiamato per la prima udienza preliminare. Attraverso le agenzie di stampa Spaccarotella aveva chiesto perdono ai genitori di Gabriele: "Ho ucciso il loro figlio: dire che mi dispiace, che non volevo, non può essere sufficiente. Vorrei incontrarli". Gli striscioni: "Gabbo sempre con noi". Sul prato davanti al Palazzo di giustizia di Arezzo, restano abbandonati gli striscioni e le foto di Gabbo che gli amici hanno lasciato stamani. "E' ora che sia fatta giustizia per Gabriele" è scritto su un lenzuolo. E accanto la gigantografia del tifoso con scritto: "Gabriele sempre con noi". L'accusa aveva chiesto 14 anni. Contro l'agente della Polizia stradale, il pm aveva chiesto la condanna per omicidio volontario, 21 anni ridotti a 14 con la riduzione di un terzo della pena per la concessione delle attenuanti generiche: "In fondo - aveva detto il pm come atto di comprensione verso il poliziotto - l'agente ha distrutto una vita umana ma ha anche distrutto quella della sua famiglia". Due anni fa sull'autostrada. Quel mattino, nell'area di servizio Badia al Pino sulla A1, c'era stata una scaramuccia tra tifosi laziali e supporter juventini. L'agente era dall'altra parte dell'autostrada. Non poteva intervenire direttamente. Si affidò alla sirena dell'auto e a un colpo sparato in aria. Poi prese a correre lungo il bordo della carreggiata per mettersi di fronte ai tifosi. Ma Gabriele e i suoi amici erano già risaliti in macchina per raggiungere Milano dove li aspettava Inter-Lazio e dello scontro con gli juventini non parlavano più. Spaccarotella sparò allora. Il pm: "Azione folle quella dell'agente". In aula, il pm ha mimato il gesto stringendo anche lui le mani attorno al calcio di una pistola, riproduzione fedele dell'arma di ordinanza dell'agente. "Il fatto che il proiettile fu deviato dalla grata - ha detto il magistrato dell'accusa durante la requisitoria - non sposta di un millimetro le conclusioni. Solo un folle avrebbe potuto correre con la pistola in pugno, il cane armato e il dito sul grilletto". I testi: "Aveva le braccia tese". Luigi Spaccarotella lo ha fatto quel maledetto mezzogiorno di due anni fa. Cinque testimoni lo hanno detto sotto giuramento: "Vedemmo il poliziotto con le braccia tese che prendeva la mira". Il proiettile partì dalla Beretta calibro 9, attraversò tre corsie, fu deviato dalla grata che separa i due sensi di marcia, proseguì ancora verso il parcheggio a una trentina di metri di distanza dal poliziotto e si infilò nel collo di Gabriele, seduto sul sedile posteriore della Megane tra due amici.
fonte: La Repubblica

Gerenzano (VA): il diktat dell'assessore leghista "Non vendete o affittate a extracomunitari"

L'appello è senza mezzi termini: "Chi ama Gerenzano non vende e non affitta agli extracomunitari. Altrimenti avremo il paese invaso da stranieri e avremo sempre più paura a uscire di casa!". Con tanto di punto esclamativo alla fine, per rafforzare il concetto, e la firma di Cristiano Borghi, assessore alla Polizia locale e alla sicurezza pubblica del Comune di Gerenzano, in provincia di Varese, retto da una amministrazione monocolore leghista. La pagina è apparsa sul numero di maggio di Filo diretto con i cittadini, il bollettino ufficiale del Comune, ed è stata già segnalata all'Ufficio contro le discriminazioni razziali istituito presso il ministero delle Pari opportunità. L'appello è contenuto nell'ultima parte del testo che riportiamo in questa pagina così come appare nel bollettino. Ma anche l'incipit non è da meno: "Questa amministrazione che guida il Comune ormai da diversi anni non ha mai - e sottolineo mai - agevolato l'afflusso degli extracomunitari nel nostro paese". Vantandosi del fatto che la stessa amministrazione "non ha mai costruito con i soldi dei gerenzanesi case popolari, in quanto ai primi posti della graduatoria ci fossero sempre i soliti noti"; che "non abbiamo mai destinato terreni per la costruzione di moschee e destinato edifici come luoghi di culto agli extracomunitari di religione islamica"; che "i nomadi che arrivano e sostano all'interno del territorio comunale devono lasciare il paese entro 48 ore"; e che "non abbiamo mai favorito gli extracomunitari sotto il profilo dei contributi o dei sussidi economici".L'assessore minimizza i contenuti della sua sortita. "Non c'è nulla di razzista - replica - Non dico di non affittare agli extracomunitari, ma di controllare chi si mettono in casa". Nel bollettino, però, aveva parlato chiaro. E adesso si difende dicendo che fa riferimento agli appartamenti in paese da quattro o da cinque posti in cui vivono invece una decina di persone. "Il mio era un grido d'allarme e uno sfogo. Si parla di diritti: e i diritti calpestati dei geranzanesi? Sono tanti e talmente esasperati che ho paura succeda qualcosa".La polemica è scoppiata pochi giorni dopo che un altro esponente della Lega Nord, addirittura il neoeurodeputato Matteo Salvini, era finito in un video pubblicato da repubblica.it che lo ritraeva nell'ultimo raduno del partito di Umberto Bossi, a Pontida, mentre intonava cori razzisti contro i napoletani. Salvini, per inciso, è lo stesso che aveva invocato carrozze speciali della metropolitana riservate solo ai milanesi doc, per evitare commistioni con gli extracomunitari. E che intonava quel coro indossando una maglietta con la scritta "più rum meno rom".

fonte: La Repubblica

Testimonianze: Arresti e perquisizioni del 3 luglio

Il 3 luglio, a ridosso della tragedia targata Trenitalia di Viareggio, a pochi giorni dal g8 della crisi, la stessa P.M. del processo farsa Brushwood , Manuela Comodi , richiede 40 perquisizioni in tutta Italia e il mandato di cattura per Sergio e Alessandro, basandosi solamente su un fermo casuale dei due avvenuto nel marzo del 2008. I giornali, come sempre, ci mettono del loro: montano ad hoc le veline della questura, tanto da far credere che i due, al momento dell'arresto, stessero per realizzare, supportati da una nutrita schiera di "tifosi", un sabotaggio sulla linea ferroviaria Orte-Ancona. L'accusa è la stessa per tutti, perquisiti e arrestati: il famigerato articolo 270 bis, associazione terroristica a fini di sovversione dell'ordine democratico, un cavillo del codice Rocco, ancora perfettamente in grado di incutere terrore, isolare, azzittire chiunque si azzardi a discutere il potere. La P.M. Comodi, non contenta della figuraccia di Brushwood che proprio in questi giorni starivelando tutta la sua inconsistenza giudiziaria, si inventa un'associazione sovversiva costituita su basi di "affinità" tra persone che vivono in diverse regioni e che in alcuni casi nemmeno si conosco. Chi spaccia sicurezza, pratica terrore. Lo dimostrano i passamontagna, i mitra e la violenza psico-fisica che hanno accompagnato le perquisizioni.

Senigallia - Un'altro pestaggio in divisa. Corteo spontaneo nella notte e blocchi stradali

Ieri pomeriggio verso le sette, a Senigallia, davanti al Matt bar (rione Porto), Yousefh un migrante regolare che da tanti anni vive in città, è stato avvicinato da due agenti dei carabinieri per un controllo, uno dei quali era l’ agente Prota, noto per le sue ripetute vessazioni.
Dopo aver esibito i documenti e il permesso di soggiorno, mentre questi venivano accertati, dalla porta di ingresso il ragazzo si è spostato all’ interno per andare a comprare una bottiglietta d’acqua. Tornato è stato aggredito dalle forze dell’ordine, buttato a terra, picchiato e portato in caserma, il tutto di fronte a più testimoni che sono riusciti anche a scattare una fotografia del fermo. Alle 22.30 una sessantina di militanti, per lo più migranti, del Coordinamento migranti Terza Italia, l’Ambasciata dei diritti e il csoa Mezza Canaja, si sono diretti sotto la caserma dell’ Arma dei Carabinieri. Una delegazione è stata fatta entrare, tra lo stupore il dirigente responsabile ha confermato senza aggiungere e negare niente l’accaduto e che il migrante era in stato di arresto per resistenza a pubblico ufficiale. Alla notizia, è partito un corteo che ha bloccato il traffico fino a via Carducci, cuore del rione Porto, il quartiere a più alta densità dei migranti, dove è stato accolto dagli applausi della gente, italiani e migranti. L’accaduto è il secondo caso denunciato dai movimenti sociali e dai migranti dopo il pestaggio di cinque lavoratori senegalesi che aveva portato in piazza trecento persone in corteo. Quello che si evince è un clima di impunità di cui godono le forze dell’ordine e la tolleranza delle istituzioni di centro sinistra ancora più grave adesso che viene approvato il pacchetto sicurezza e il migrante è il capro espiatorio sul quale riversare le contraddizioni di una crisi economica che colpisce e impoverisce tutti.
Chiediamo che chi governa questa città prenda una posizione netta, senza titubanze contro chi abusa del proprio potere e non rispetta i diritti delle persone, per una città democratica, antirazzista e solidale.


fonte: GlobalProject

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