30 giugno 2009

Genova G8: VOCI E TONI DI UNA POLIZIA CHE NON PIACE

PERCHÉ è importante ascoltare le intercettazioni telefoniche di questa inchiesta e non limitarsi alla lettura di trascrizioni già circolate in passato? Oggi sul sito http://www.ilsecoloxix.it/ e su Radio19, nella trasmissione “Due ore del Se­ colo” in onda dalle7 alle9, sarà pos­sibile sentire i momenti più impor­tanti dei dialoghi tra i poliziotti ac­cusati dalla procura di aver “tra­mato” per addomesticare le proprie versioni sul blitz alla scuola Diaz e, in ultima sostanza, per di­fendere l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. È importante ascoltarle perché unacosa è leggere la fredda e impersonale trascri­zione di un colloquio. Tutt’altra cosa è sentire i sospiri, le inflessioni, le incertezze, le interiezioni che ac­compagnano un dialogo. Un giornale non è un’aula di tri­bunale. È difficile (e nessuno lo vuole fare) capire se, sulla scorta di queste intercettazioni, sarà davvero possibile dimostrare che è stato compiuto un reato, se sia stato davvero realizzato “un complotto contro i magistrati”, se qualcuno sarà condannato. Il toto­sentenza non è un esercizio che interessa, in questo momento. Importante è, invece, ascoltare il tono di queste conversazioni per­ ché da questo si evince quale sia stato, in molti inquisiti delle vi­cende G8, l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei pm; la sicu­mera che sarebbe bastato offrire una qualsiasi versione di comodo per “addomesticare” gli inquirenti e cavarsi dagli impicci; la certezza che piccole camarille di bassissima lega avrebbero potuto salvare “il capo” e ottenere la sua gratitudine. Il tutto immerso in un contesto in cui emerge una verità inoppu­gnabile. La polizia dell’epoca G8 non era la Spectre. Era un’accolita scalcagnata e approssimativa. Il questore di Genova che nei giorni del G8 avrebbe dovuto essere, in città, la massima autorità di pub­blica sicurezza, farfuglia dimo­strando di non sapere nemmeno quel che è accaduto. I consigliori si affannano a complimentarsi a vi­cenda e a offrirsi reciproca solida­rietà. Funzionari che non hanno nemmeno un’autonoma rete di in­formazioni, ma passano la giornata al computer consultando le notizie di agenzie, aggiornano via via i col­leghi sugli sviluppi giudiziari e con­ cordano le contromosse. Comun­que la si pensi sui fatti del G8,anche chi ripone la sua fiducia nelle forze dell’ordine non può non convin­cersi. Questa è la polizia che nes­suno vuole. E che si spera, dopo otto anni, sia profondamente cambiata.


fonte: MARCO MENDUNI menduni@ilsecoloxix.it

Genova G8: telefonate che scottano

Un documento clamoroso: le registrazioni audio dei colloqui fra i più alti dirigenti della polizia italiana, che preparano e commentano le udienze del processo sull'irruzione alla scuola Diaz, durante il G8 di Genova. Parlano delle indiscrezioni di stampa e si complimentano reciprocamente dopo le varie deposizioni, convinti che finirà tutto in una bolla di sapone. Un documento imbarazzante, come potrebbe risultare il processo per falsa testimonianza, sempre per i fatti genovesi, contro l'ex numero uno della Polizia Gianni De Gennaro, oggi a capo dei servizi segreti. È accusato di aver indotto un altro super-funzionario a mentire per tenerlo fuori dai guai.

Nel giorno che potrebbe segnare definitivamente uno dei processi più imbarazzanti sul G8 di Genova - quello per falsa testimonianza all'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, oggi coordinatore dei servizi segreti, accusato di aver indotto un altro super-funzionario a mentire per tenerlo fuori dai guai - spunta un documento per certi aspetti clamoroso. Sono le registrazioni audio dei colloqui fra i più alti dirigenti della polizia italiana, che preparano e commentano le udienze del processo sull'irruzione alla scuola Diaz, le indiscrezioni della stampa, che si complimentano l'uno con l'altro dopo le varie deposizioni convinti che si chiuderà tutto in una bolla di sapone.


LE TELEFONATE erano già state trascritte e riportate dal nostro giornale, come da altri quotidiani. Tuttavia il loro ascolto integrale, in una parola «dal vivo», è uno dei dettagli su cui s'incardina l'ultimo atto d'accusa della Procura. Che nel chiedere, domani, la condanna di Gianni De Gennaro (insieme a lui è imputato sempre per falsa testimonianza l'ex dirigente Digos Spartaco Mortola, mentre il terzo protagonista della vicenda, l'ex questore di Genova Francesco Colucci, sarà giudicato successivamente) presenterà un dossier in cui ripercorre dettagliatamente il "senso" di quelle chiamate, insistendo appunto sulle voci. Secondo i pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, i massimi responsabili della pubblica sicurezza, dopo i pestaggi nella scuola, si misero in qualche modo d'accordo per ostacolare gli accertamenti della magistratura, in una sorta di "cartello" che avrebbe dovuto vanificare le indagini.

I documenti audio dei quali è in possesso Il Secolo XIX saranno proposti attraverso una piattaforma multimediale: accessibili attraverso il sito internet http://www.ilsecoloxix./it e ascoltabili sulle frequenze di Radio 19 (oggi dalle 8 alle 9), dove ne saranno trasmessi estratti ragionati e commentati (nell'articolo accanto è spiegato il perché si è deciso di divulgare il materiale). In tutto si tratta di 150 file, dalla lunghezza variabile, ottenuti dal controllo di quattro telefoni: due cellulari nella disponibilità di Colucci, un altro portatile usato da Mortola e il suo "fisso" in questura.Si sa che è stato proprio il telefono, a giocare un ruolo decisivo per smascherare i presunti depistaggi post G8. E per capirci qualcosa bisogna ripercorrere alcune tappe fondamentali. Il 3 maggio 2007 (il G8 è finito da sei anni) l'ex questore Colucci viene ascoltato in aula al processo Diaz. Tentenna spesso e a precisa domanda, risponde: «Non fu De Gennaro a dirmi di contattare l'addetto stampa della polizia dopo l'irruzione nella scuola». Il dettaglio escluderebbe definitivamente il "capo" da ogni coinvolgimento nella sciagurata operazione. Il problema numero uno è che Colucci, nelle settimane immediatamente successive al blitz, aveva sostenuto l'esatto contrario: «Fu De Gennaro a darmi l'ordine». Il problema numero due è che una settimana prima, al telefono con Spartaco Mortola, ribadiva: «Il 3 devo venire a Genova; il capo m'ha dato le sue dichiarazioni, m'ha fatto leggere (riferendosi in questo modo alla deposizione che De Gennaro aveva già reso, sempre sull'irruzione nell'istituto dove alloggiavano i noglobal) e dice "bisogna che tu aggiusti un po' il tiro sulla stampa"». La tesi dei pm è semplice: De Gennaro mostra i suoi verbali a Colucci (erano finiti entrambi ai servizi segreti) e gli chiede di cambiare le carte in tavola per rimanere fuori dal buco nero della Diaz. Colucci lo racconta a Mortola chiedendo ulteriori consigli, e finiscono tutti e tre nei guai per falsa testimonianza.De Gennaro e Mortola hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato (una procedura che snellisce decisamente i tempi e contempla, in caso di condanna, lo sconto d'un terzo), mentre Colucci seguirà il percorso "ordinario". Questa mattina in aula, davanti al giudice Silvia Carpanini, quasi sicuramente Gianni De Gennaro ci sarà, assistito dai suoi legali Franco Coppi e Carlo Biondi. Potrebbero essere riascoltate le telefonate e lui stesso (così come Mortola, avvocati Piergiovanni Iunca e Alessandro Gazzolo. che ribadiscono da sempre la «marginalità» del loro cliente nella vicenda) potrebbe chiedere di parlare.

E PERO' il colpo di teatro è rappresentato dalla visione «d'insieme» che la Procura cercherà di dare sull'intera vicenda. L'obiettivo è dimostrare - proprio attraverso l'ascolto degli audio - quello che era il "clima" a giudizio degli inquirenti «di omertà» e «reciproche coperture» in cui si è svolto il processo-chiave sui pestaggi alla Diaz, e nel quale sono poi maturate le «false testimonianze» oggi alla sbarra. Per il raid nella scuola, ricordiamo, ci sono state 16 assoluzioni e 13 condanne "minori" (35 anni e 7 mesi di reclusione complessivi) senza addebiti per i dirigenti di grado più alto. Ci sarà insomma battaglia, al palazzo di giustizia di Genova, fra oggi e domani. Perché un'eventuale condanna, e non è escluso che dopo le richieste dell'accusa il giudice emetta la sentenza già entro l'estate, allungherebbe un'ombra su tutta la gestione del processo Diaz da parte dei "big", che oggi ricoprono incarichi di prestigio per il ministero dell'Interno. Ma va ricordato, ancora, che l'impianto accusatorio su De Gennaro (e su questo ha sempre insistito) è fondato esclusivamente sulle dichiarazioni di un'altra persona, poiché non c'è nemmeno una telefonata in cui parla direttamente. È tutto un teorema, o qualcosa è stato manipolato davvero?


29 giugno 2009

Napoli: Agguato fascista in metropolitana.

Nel pomeriggio di ieri un attivista dei centri sociali napoletani e’ stato vittima di un vero e proprio agguato premeditato. Un gruppo di 9 persone, dopo aver pedinato il giovane attivista, lo hanno aggredito all’interno della Metropolitana nei pressi di Via Diocleziano. In nove contro uno, armati di bastoni e coltelli con cui hanno minacciato di ferire il giovane.I 9 sono riconducibili per il loro abbigliamento e per le espressioni usate nell’aggressione come appartenenti a gruppi neo fascisti di estrema destra.Un clima assolutamente intollerabile si sta consumando in questa citta’. Poco meno di una settimana fa infatti l’aggressione di 10 teste rasate contro una ragazza Piazza Bellini colpevole di aver difeso un amico gay, ora un vero e proprio agguato premeditato con la spirale di violenza che si innalza sempre di piu’.Non e’ possibile consentire ai fascisti di girare armati in citta’ per seminare violenza gratuita e bestialita’.Il giovane attivista e’ stato medicato all’Ospedale San Paolo dove gli sono stati refertati 5 giorni di prognosi, per i colpi di bastone ricevuti alla testa.Ci chiediamo oggi cosa hanno da dire le istituzioni di questa citta’, a cominciare dal sindaco Iervolino e dal Presidente della Regione Bassolino, davanti a quello che avviene da settimane. Aggressioni, raid, agguati sotto casa, e’ possibile oggi immaginare una citta’ dove questi individui possono sentirsi autorizzati ad esprimere le loro lugubri litanie fasciste in questo modo ? L’omofobia, il razzismo, il sessismo, la barbarie che questi individui seminano in citta’ non è piu’ tollerabile. Siamo curiosi di ascoltare poi le parole del neo presidente della Provincia di Napoli Cesaro, la cui voce risulta cosi’ difficile da ascoltare, date le sue rarissime uscite pubbliche. Cosa ha da dire Cesaro rispetto a quello che accade a Napoli con la violenza dei neofascisti che hanno anche sostenuto la sua candidatura visto l’appoggio de La Destra alla sua coalizione. In ogni caso non aspetteremo le voci di chi sembra essere distante dalla realta’ metropolitana che vede questa citta’ registrare la barbarie di questi piccoli gruppi, dai numeri esigui, non attenderemo ancora la sconcertante passivita’ di chi dovrebbe essere chiamato a gestire la convivenza civile in questa citta’. Pochi mesi fa la Questura di Napoli lanciava schiamazzi sul pericolo di un ritorno alla violenza tra estrema destra ed estrema sinistra, riferendosi ad episodi di antifascismo fatti alla luce del sole e pubblicamente, con cui i movimenti di questa città determinavano la cacciata dei fascisti dai contesti sociali degli studenti e del dibattito politico in citta’. A seguito di quelle urla per episodi che nulla hanno a che vedere con gli agguati premeditati e con lo squadrismo, diversi attivisti dei centri sociali e dell’Onda sono stati messi sotto processo con accuse gravi ed infamanti. Oggi invece dopo Piazza Bellini, dopo l’agguato fascista a Via Diocleziano, dopo l’incendio della auto di un attivista dei centri sociali solo qualche mese fa, nulla sembra preoccupare lor signori.Come detto non aspetteremo. Da oggi riteniamo indispensabile un meccanismo di autodifesa militante contro fascisti, razzisti, sessisti, e contro la loro barbarie. Autodifesa significa capacita’ di denuncia dell’attivita’ dei fascisti, significa costruire un indignazione popolare che ricacci nelle fogne questi balordi, significa espellere dai consessi sociali queste bestie. Nei nostri metodi non saremo mai infami fascisti. Non lo saremo perche’ mai e’ stato e mai sara’ che uno scontro possa andare sul livello di 9 contro 1. Loro sono le bestie, noi no.Nei nostri metodi non saremo mai infami fascisti. Non lo saremo perche’ non tendiamo agguati sotto casa di nessuno. Loro sono le bestie, noi no.Nei nostri metodi non saremo mai infami fascisti. Non lo saremo perche’ non incendiamo le macchine dei fascisti, non attacchiamo le loro case. Loro sono le bestie, noi no.Ma la nostra rabbia e la nostra autodifesa sara’ sempre di massa e sempre di carattere politico e pubblico, perche’ davanti alla barbarie, rivendichiamo di essere altro, ed e’ questa diversita’ che dovra’ schiacciarli.


Centri sociali napoletani.

'G8' L'Aquila. "Isteria di divieti: limitata anche la 'circolazione' delle pecore..."

Dal 5 all’11 luglio da nord-ovest sarà quasi impossibile arrivare all’Aquila. Per entrare bisognerà essere autorizzati. Limitazioni anche alla 'circolazione' delle pecore...

Se volete avere una idea di come saranno le giornate del G8 nel circondario dell'Aquila dovete andare a Pizzoli. Davanti al cimitero è stata montata una enorme tendopoli che ospita centinaia di uomini dell'esercito. Un presidio che dovrebbe essere smantellato il 15 luglio quando i capi di Stato saranno già ben lontani dall'Aquila. Ma, naturalmente, il problema per chi abita nella zona nord ovest del capoluogo non è certo la presenza dei militari che, oggi, sono arrivati a tutela del summit del G8 ma subito dopo il sei aprile hanno avuto un ruolo importante nell'aiuto alle popolazioni colpite dal sisma. I disagi saranno soprattutto quelli relativi alla impossibilità di spostarsi. Per farla breve e semplificando: chi abita nella zona di Pizzoli e Preturo e dintorni dalle ore 7 del 5 luglio alle 12 dell'11 luglio non potrà praticamente arrivare all'Aquila se non attraverso tutta una serie di procedure autorizzative. E comunque è escluso in maniera tassativa l'utilizzo delle auto. Il prefetto dell'Aquila Franco Gabrielli ha firmato una ordinanza molto dettagliata con la indicazione di tutte le strade nelle quali «per motivi di ordine e sicurezza pubblica» sarà sospesa in via temporanea la circolazione. Tutti gli snodi stradali, in particolare quelli della statale 80 (che di fatto sarà intransitabile), saranno presidiati dalle forze dell'ordine.«Sarà consentita» scrive il prefetto nell'ordinanza «la circolazione pedonale solo a coloro che avranno l'apposito "badge" (una sorta di pass ndr) rilasciato dalla struttura Missione G8 nonché ai residenti preventivamente censiti muniti anche del "badge". Detta circolazione avverrà lungo appositi corridoi di transito».Potranno passare gli addetti ai servizi di pubblica utilità che avranno un passi identificativo. Per evitare il blocco dei lavori del progetto Case (un grosso cantiere è aperto da diversi giorni a Cese di Preturo) i conducenti delle betoniere per il trasporto di cemento avranno un passi speciale ma, avverte il prefetto, ci saranno controlli mirati per evitare possibili infiltrazioni da parte di maleintenzionati. Il divieto non risparmia gli animali, e in particolare le pecore Infatti, sempre secondo l'ordinanza «la provinciale 33, via del Laringo, via Preturo, viale Fiamme Gialle e strade ad essa adducenti» sarà interdetta «alla circolazione di greggi». Per una settimana dunque i pastori dovranno cambiare pascoli. Intanto qualche azienda prende già le misure contro eventuali azioni violente. Ci sono stati casi di indicazioni stradali coperte. Come dire: è meglio prevenire

27 giugno 2009

Divieto di stadio. Con la «tessera del tifoso» una forte limitazione dei diritti civili

«È l'anticamera della carta sui diritti civili, un provvedimento da Ventennio». Lorenzo Contucci, avvocato di molti ultras ed esperto del pacchetto antiviolenza negli stadi, osteggia l'introduzione dal prossimo campionato della tessera del tifoso. Voluta dal ministro Amato (subito dopo la morte a Catania del commissario Raciti) e messa in pratica adesso da Maroni, si presenta come uno strumento di fidelizzazione adottato dalla società di calcio. Per contrastare gli episodi di violenza.

Dov'è il problema avvocato?

Non sono contrario di per sé alla tessera perché è corretto che una proprietà adotti una fidelizzazione coi propri supporter e cerchi di invogliare il proprio cliente con un rapporto di natura premiale. Se sono un sostenitore che va sempre allo stadio in casa, è giusto che in trasferta guadagni dei punti che mi consentono delle agevolazioni rispetto a quelli di solito guardano la partita in televisione.

E allora?

Questa non è la tessera del tifoso ma quella del Viminale, nel senso che da un lato la società si regola con i clienti-tifosi, dall'altro ci vuole il nullaosta della questura come per il porto d'armi. Si configura uno stato di polizia.

Quindi contesta il controllo delle questure?

Il problema sono i criteri con cui viene distribuita la tessera. Vieta l'emissione o la vendita per qualsiasi persona sottoposta a daspo o che è stata condannata, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive. Quindi se uno, sbagliando, fa una bravata da giovane poi per tutta la sua vita non potrà più entrare negli stadi.

In realtà Lega Calcio e Viminale dicono che non possono usufruirne solo chi ha una diffida in corso o chi ha avuto una condanna negli ultimi 5 anni.

Non è vero. Mentono sapendo di mentire. L'articolo 9 della legge 401 del '89 è chiarissimo: non devi esser stato condannato, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione o causa di manifestazioni sportive. E non c'è scritto negli ultimi 5 anni. Stesso discorso per il daspo. In base all'articolo tutti i soggetti che hanno ricevuto una diffida, in qualunque anno, per qualsiasi ragione e qualsiasi sia stato l'esito del procedimento penale, non potranno avere la tessera. Poi forse le questure faranno una circolare per ammorbidire il provvedimento. Ma la legge rimane quella.

Quindi anche se alla fine uno viene prosciolto non può più accedere negli impianti?

Certo, la legge non prevede questo caso. C'è un vulnus giuridico, siamo allo azzeramento dei diritti civili di una persona. E malgrado quanto dica il ministero degli Interni a Milano ci sono già alcuni precedenti.

La tessera del tifoso infatti prende come modello la carta milanista Cuore Rossonero.

Un caso?Forse c'è un piccolo conflitto d'interessi (ride, ndr). Comunque la società ha distribuito all'inizio del campionato migliaia di tessere e successivamente il Viminale ne ha bloccate tantissime facendo un grande screening. Alcune sono state invalidate e inserite in un'apposita black list. Da qui il grido d'allarme delle tifoserie del Paese.

Nel resto d'Europa però esistono le tessere del tifoso e il modello non crea malumori.

Ma non sono gestite dallo Stato. A differenza dell'Italia le società sono padrone degli stadi quindi decidono loro chi volere: il nullaosta non viene dato dalla questura. Ad esempio, in Inghilterra le membership card sono gestite dalla proprietà, sono a pagamento e hanno sostituito il pubblico da popolare a ceto benestante. Non tutti possono permettersi la gold card. E' un meccanismo turbocapitalista, non mi piace ma è così e gli ultras lo accettano.

La scritta «No alla tessera del tifoso» campeggia sui muri di molte città italiane da Roma a Firenze, Napoli e Milano. Sta rinascendo un movimento ultras?

Stanno localizzando la protesta attraverso campagne di sensibilizzazione, ma non escludo che facciano anche una manifestazione nazionale. Non sono contrari, ribadisco, alla tessera in generale ma ai suoi criteri di assegnazione. Chiedono di modificare due articoli della legge, per il resto sono anche favorevoli a vietare la tessera per chi ha un daspo in corso o ha commesso, negli ultimi 5 anni, reati in occasione o a causa di manifestazioni sportive. Con un pizzico di buon senso Maroni potrebbe risolvere facilmente la questione, c'è di mezzo la democrazia. Altrimenti faccia come vuole e si troverà proteste ovunque e stadi vuoti.

A livello legale sta preparando un'offensiva?

Sono pronto insieme a un pool di avvocati a fare ricorsi di ogni tipo e in qualsiasi sede. Compresa
la corte di giustizia europea. La partita è appena iniziata.



fonte: Giacomo Russo Spena da il manifesto

26 giugno 2009

Testimonianze: Bruna è pazza? Violenza sulle donne e abusi di potere dei Carabinieri

Vorrei raccontarvi una storia, e tramite voi avere l'opportunità di diffonderla ovunque. E' una storia che fa tristezza e rabbia: parla di violenza sulle donne, di abuso di potere, di poco rispetto per una minore, di un uomo che si nasconde dietro avvocati e carabinieri pur di far del male. Insomma una delle storie peggiori che si possano immaginare oggi, soprattutto se si pensa che tutto si svolge in un piccolo paese tra Lodi e Milano: San Colombano al Lambro.Tutto comincia nel 1994 quando Bruna da alla luce la piccola S, concepita assieme al convivente Roberto. Lui però non se la sente e più volte abbandona il suo ruolo di padre andando a vivere altrove o tradendo la compagna. Quando poi decide di fare il padre è ancora peggio: usa le mani, si impone severamente sulla bambina.Così un giorno Bruna, stufa di tutte queste angherie che lei e la figlia devono subire, chiede le chiavi di casa a Roberto per non farlo più tornare. Comincia così una lunga trafila di udienze al tribunale dei minori, dove la bambina viene affidata alla mamma prima con l'affido esclusivo, poi con il congiunto visto che purtroppo l'esclusivo oggigiorno deve essere applicato solo in casi estremi. Ma il significato di congiunto deve essere sfuggito a Roberto che si dimentica di pagare il mantenimento, si dimentica delle ricorrenze e del compleanno della piccola, e quando la incontra per strada non la saluta. Eppure avanza pretese su pretese, va a piangere dai maestri e dai professori dicendo che Bruna gli impedisce di vedere S, e ricompare a sorpresa nella vita delle due minando continuamente la loro serenità.Roberto inventa accuse che mettono la madre di S in condizione di dover dimostrare ripetutamente di non essere alcolizzata, di non drogarsi, di essere una buona mamma.Quando però lei piomba nell'agenzia immobiliare di lui per chiedere l'ennesima volta il mantenimento della figlia che era stato legalmente deciso dal giudice, lui si giustifica dicendo di essere nullatenente – possiede agenzie immobiliari e case, che sia un evasore fiscale? - e la denuncia per disturbo della quiete pubblica.Un giorno d'estate del 2006 poi, un malvivente a volto coperto entra dal balcone di casa e riempie di botte Bruna e sua mamma. 5 e 14 giorni di prognosi. Carabinieri e Scientifica non trovano nulla.Bruna pensa che gli occhi dell'aggressore siano quelli del vicino, con cui condivide il cortile e a cui sa di non essere simpatica. Quegli occhi le sono rimasti impressi. Poi un giorno Roberto le dice “la prossima volta non ti andrà così bene”. Sono solo frasi e sospetti. Non ci sono prove. E lei on può fare altro che tacere.Gli anni passano, Roberto continua a ignorare S, e Bruna rimane l'unica fonte di sostentamento della figlia assieme a sua mamma. La precarietà lavorativa e la mancanza di aiuto economico le impedisce di cambiare casa. Ma inizia a pensarci negli ultimi tempi, ora che sta per ottenere un posto fisso.A quel punto arrivo io, il suo nuovo compagno, e lei mi racconta tutto. Conosco S, una ragazzina di quasi 15 anni sveglia e intelligente, cresciuta con amore dalla madre, sola contro il mondo.Si vive però con una paura, nonostante tutto lentamente si stia aggiustando. Quella prossima volta, annunciata da quel poco raccomandabile personaggio che è Roberto, arriverà?Arriva. Una settimana prima di Pasqua, il 4 aprile 2009.Bruna è sola in casa: S è in centro a Milano con le amiche, io a casa mia con genitori e zii.Verso le 14.30 lei si accorge che la pentola in cui aveva messo l'acqua a bollire per la pasta era sporca e così apre la porta e butta il contenuto della pentola nel tombino del cortile. In quel momento passa il suo vicino di casa, Mario Luigi, da lei sospettato essere l'aggressore di tre anni prima. Luigi viene colpito probabilmente da qualche schizzo alla base del pantalone, e lui, persona ordinatissima e maniacale che mal sopporta la troppa libertà di vita della vicina, decide bene di entrarle in casa, approfittando che l'unica via di accesso, la porta, non era ancora stata chiusa col lucchetto. Le finestre dal 2006 hanno le inferriate, la porta ha un chiavistello, un lucchetto e un allarme. Ma quel sabato pomeriggio la porta non era stata ancora chiusa.Così Luigi entra in casa e riempie di botte Bruna.Lei tenta di difendersi e finalmente riesce a respingerlo fuori di casa. E chiude.Mi avvisa e io mi precipito da lei, nonostante le 2 ore di viaggio necessarie a raggiungerla. Nel frattempo lei è nel panico più totale: Luigi è rimasto di fronte alla sua porta, la aspetta al varco.Allora lei prende un coltello, esce, e si piazza sulla porta. Non fa altro. Rimane lì in posizione di difesa, pronta a colpire se minacciata ancora.Luigi da bravo vigliacco indietreggia e chiama i Carabinieri. Sì, sembra assurdo, ma di cose assurde di qui in poi ne succederanno.All'arrivo dei Carabinieri di San Colombano al Lambro, Bruna dice di essere stata aggredita. Luigi invece dice “no, è lei che mi ha aggredito”.Lei allora dice “guardate i miei segni, guardate cosa mi ha fatto”.I Carabinieri le si fanno incontro. Non la degnano di uno sguardo. La invitano a seguirli.Lì Bruna capisce: qualcosa non va. Vogliono portarla via, qualsiasi cosa sia successa. Così si rifugia in casa.Da dietro la finestra tenta di mediare, di far vedere ai Carabinieri e ai paramedici del 118, accorsi anche loro sul posto, gli ematomi. Sono anche io al telefono con lei in quei momenti e nessuno degna i suoi segni di uno sguardo. Continuano a ripeterle che si deve far controllare e che deve seguirli. Riesco a parlare con un Carabiniere e a strappargli la promessa di aspettare fino a che io, persona lucida, non fossi arrivato lì.Bruna si tranquillizza, esce di casa, si fa misurare la pressione. Al primo segno di debolezza 6 Carabinieri la prendono, la stendono sulla lettiga e la legano. Lei si oppone, ripete “la casa, il cane...”. Uno di loro allora le mette una mano sulla bocca, dicendole “ e chiudi sta bocca di merda”.Quando io arrivo nei pressi di San Colombano, oltre a non trovare i Carabinieri che avrebbero dovuto attendermi, lei mi fa sapere che l'hanno trasportata all'ospedale di Codogno. Le è stato ordinato un TSO. Un trattamento sanitario obbligatorio. Per 7 giorni dovrà rimanere chiusa contro la sua volontà nel reparto i psichiatria. In poche parole, Bruna viene creduta pazza!Contemporaneamente, con una velocità strabiliante, Roberto si presenta a casa della nonna di S con i Carabinieri per far valere il suo diritto - senza doveri - di padre, visto che la madre è stata ricoverata. Egli ha una carta del giudice che sancisce l'affido congiunto e che quindi decreta che la figlia vada con lui essendo l'unico genitore non impossibilitato a svolgere tale mansione. Certo non si capisce come faccia un nullatenente a garantire una vita serena alla figlia.E' molto strano inoltre che Roberto sapesse del ricovero di Bruna, non essendo un suo familiare ed essendo il TSO un atto privato.Il TSO viene ordinato dai medici del 118, dal sindaco, da un giudice e in seguito confermato da due medici all'interno dell'Ospedale di destinazione. Senza contare i Carabinieri che erano lì.Apparte queste persone, i medici e i familiari della paziente, nessuno potrebbe sapere di questo ricovero.Ha forse amici all'interno delle istituzioni?E in secondo luogo, di sabato pomeriggio sono riusciti a fare questa cosa nel giro di un'ora?S non ne vuol sapere minimamente di andare dal padre, piuttosto è disposta ad entrare in una casa famiglia. I Carabinieri insistono, dicono che se non viene lei POSSONO PORTARLA VIA CON LA FORZA. E intanto la nonna cerca di convincerli: che male c'è a lasciare la ragazzina a casa sua, che la conosce e la accudisce dalla sua nascita? S rimane lì e qualche sera va a dormire dai suoi amici. Come una ragazzina della sua età fa ogni fine settimana.In risposta a questo rifiuto i Carabinieri dichiarano S “SCOMPARSA”.Io arrivo in ospedale dove mi trovo di fronte ad una scena che non auguro a nessuno di vedere: la donna che ami è stesa su un letto a cui era stata legata, totalmente assente, con la faccia di chi ha perso tutte le speranze. La faccia di chi è stato picchiato, insultato da chi dovrebbe difenderci, legato e considerato pazzo.Il dottore che viene a parlarci quella sera alle 22.00 è la PRIMA PERSONA che referta i lividi. 24 ore dopo i medici sciolgono il TSO, rendendosi conto che non è un provvedimento adatto. Bruna rimane nel reparto psichiatrico da volontaria per dimostrare ulteriormente la sua buona fede.Esce mercoledì 8 aprile 2009, appena in tempo per le vacanze di Pasqua.Riabbraccia la figlia, i familiari, e la sua quotidianità, che però è lungi dall'essere tranquilla.Scopriamo infatti che il cane è stato accalappiato irregolarmente. I Carabinieri lo hanno preso e sbattuto in canile senza riferire il nome del proprietario, e ovviamente senza informare il proprietario del luogo in cui l'animale è stato portato. Loro dicono di averlo fatto per salvaguardarlo, visto che la signora era stata ricoverata. Non si spiega come non abbiano salvaguardato anche i 2 gatti però, di cui una cieca, che hanno fatto la fame chiusi in casa.La verità è che ai vicini di casa il cane non è mai piaciuto. Lui lo ha sempre allontanato in malo modo. E quando se lo sono tolto di mezzo hanno tirato a lucido il cortile. Come nuovo. Senza più quel cagnaccio. Siamo andati a riprenderlo al canile dopo che la nonna di S si è attaccata al telefono per scoprire dove fosse stato portato. 140 euro l'inutile spesa del canile, visto che il cane poteva essere preso in custodia da un conoscente, se informati come si deve dei fatti.Roberto intanto non si da pace. Chiama a scuola di S e dice che Bruna è pazza.I Carabinieri hanno coinvolto il tribunale dei minori, perchè anche secondo loro BRUNA E' PAZZA. Sul verbale di quel giorno infatti, le forze dell'ordine dicono di non aver trovato alcun segno sul corpo della donna. E non si capisce COME MAI LA SIGNORA SI SIA CHIUSA IN CASA DOPO L'AGGRESSIONE.Peccato che però i segni siano stati refertati all'ospedale dal medico e fotografati.Noi stiamo cercando un avvocato con gratuito patrocinio per portare avanti la faccenda. Anche per fare tutte le denunce del caso: quella ai Carabinieri, a chi ha ordinato il TSO, a Roberto che sapeva del TSO senza averne alcun diritto e si è presentato a ritirare S come se fosse un pacco postale in compagnia dei suoi amici tossicodipendenti.Se qualcuno volesse darci una mano gliene saremo grati.Io intanto ho faxato ai Carabinieri la mia versione dei fatti in quanto testimone telefonico dell'aggressione e del disservizio attuato dal 118. E' passata una settimana e nessuno mi ha contattato.Anche il solo diffondere questa storia al di fuori dai confini di San Colombano sarà utile per noi, per non sentirci soli contro un'ingiustizia che arriva da chi la giustizia dovrebbe farla rispettare.Io penso che le cose qui in Italia, quando c'è del marcio, si risolvono in due modi.Il primo è morire. Bruna sarebbe dovuta morire e allora sarebbe successo come ad Erba, con tanto di Vespa che si domanda come è potuto succedere.Ma siccome non ci tengo a perdere la donna che amo, scelgo il secondo: sputtanare. Quando la gente sa e parla è già una piccola vittoria per non far cadere la verità in un silenzio che sa di mafia.Amo Bruna. Voglio un bene dell'anima a S.E ciò che sta capitando è ignobile.Voglio giustizia, e che tutti sappiano come lavorano i Carabinieri del loro paese, o che il loro vicino di casa che magari ritrovano a messa picchia le donne sole in casa, o ancora che l'agente immobiliare che gli ha venduto la casa è un tossicodipendente che non mantiene la figlia e molto probabilmente evade il fisco.

Grazie.Stefano



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Processo Aldrovandi: Le parti civili smontano le menzogne della difesa dei poliziotti

Trentesima udienza. Le arringhe degli avvocati di parte civile, Anselmo e Venturi, decostruiscono le tesi della difesa, tramite un'analisi accurata delle perizie, delle telefonate e delle testimonianze acquisite in quasi quattro anni di dibattito. Caduta definitivamente l'ipotesi di morte per overdose, in aula l'avvocato Anselmo ripropone la scioccante testimonianza della signora Annemarie Tsagueu, che afferma di aver visto gli agenti accaniti su Federico menare i manganelli. Si riapre anche il caso della testimonianza Silvestri, date le particolari contingenze della ritrattazione della stessa. L'avv. Venturi nella sua arringa accusa la procura, irragionevolmente di parte, che con la complicità di certa stampa in cerca di notizie facili e con “piccoli e blandi depistaggi” avrebbe tentato di insabbiare le indagini nella fase iniziale del processo.25 giugno 2009

PERIZIE - MALCOSTUME ED OMISSIONI
Comincia con la contestazione delle perizie prodotte durante il processo l'arringa dell'avvocato Fabio Anselmo,l'ultima delle udienze del processo Aldrovandi dedicata alle arringhe di parte civile. L'obiettivo dell'avvocato Anselmo è smontare l'impianto difensivo costruito dalla parte processuale avversa. Pare ormai incontestabile il dato tossicologico: le quantità di chetamina presenti nel corpo di Aldro non avrebbero potuto causarne la morte, sembra anzi che dosi basse di chetamina vengano utilizzate in pazienti in difficoltà respiratorie, per gli effetti vasodilatori ed ausiliari del processo respiratorio della sostanza stessa.Crolla uno dei castelli costruiti della difesa, che in questi anni ha cercato di disegnare il giovane Aldrovandi come un tossicodipendente, un 'tipo da centri sociali': un attacco al suo stile vitache non regge di fronte alle smentite scientifiche.A riprova del mancato nesso causale tra l'assunzione di droghe e la morte sono state citate, tra le altri, le ricerche del prof. Schifani, che avrebbero rilevato un bassissimo tasso di mortalità legato all'uso della chetamina - già le precedenti indagini tossicologiche.avevano negato questo specifico nesso, nonostante l'assunzione di droghe restasse uno dei cavalli di battaglia della difesa.La sera del 25 settembre, inoltre, Federico sarebbe stato in preda alla Excited Delirium Syndrome, -una situazione psicotica la cui definizione sembra decisamente vaga - foriera di forza straordinaria, completa indisponibilità del proprio corpo e della propria volontà. Durante il dibattimento tale ipotesi era stata scartata considerando la capacità di Federico di fornire le proprie generalità (nella fattispecie il proprio nome a domanda di uno degli agenti); oggi in aula sono state mostrate le foto della macchina sulla quale il ragazzo, in preda alla Delirium Syndrome, si sarebbe avventato come un animale: la carrozzeria, ha fatto notare Anselmo, pare fresca di autolavaggio.
Contestato dall'arringa non solo il merito delle perizie, ma anche e soprattutto il metodo con cui sono state portate avanti le stesse: omissioni (mancherebbe una foto dei tessuti del cuore cruciale per determinare le cause della morte di Federico), mancanze e intempestività allarmanti (indagini che avrebbero richiesto due mesi ne hanno richiesto il doppio o il triplo), un vero e proprio "malcostume" nella produzione delle stesse.

LE TELEFONATE E GLI AGENTI SUPEREROI
L'esame delle telefonate inercorse tra agenti di polizia, agenti e centrale, carabinieri e centrale di polizia la notte del 25 settembre congiuntamente alle analisi dei tabulati telefonici, mostrerebbero la falsità delle dichiarazioni degli imputati circa lo svolgimento dei fatti.Secondo tali ricostruzioni, infatti, la colluttazione tra agenti ed Aldro si sarebbe svolta nell'arco di circa venti secondi durante i quali sarebbe giunta la volante alfa 2, e gli agenti avrebbero avuto il tempo di fermare Aldro.Le volanti alfa3, prima, ed alfa2 poi, sarebbero state presenti da molto prima in via Ippodromo, zona che è abitualmente sottoposta a sorveglianza di polizia perchè ritenuta 'sensibile'.L'ipotesi della parte civile sembrerebbe confermata dalle registrazioni delle conversazioni. Una tra le tante quella avvenuta alle 6.12 in cui una dei quattro imputati affermava di aver riempito il ragazzo di botte, e che la 'lotta' era durata una mezz'ora, affermazione incompatibile con quanto sostiene la difesa che colloca l'arrivo in via Ippodromo della volante alf2 non prima delle 6.Per Anselmo quanto sostiene la difesa è falso, poiché l'esatta ricostruzione delle telefonate (riproposte in aula una per una) mostra con esattezza che la volante alfa2 era presente in via Ippodromo ben prima delle sei.La tesi della difesa, secondo l'avvocato, regge solo se ammettiamo che i quattro agenti siano dotati di superpoteri così da poter arrivare, avere la colluttazione, e immobilizzare Aldro -intanto affetto dalla delirium sindrome- in venti secondi.Ed anche in questo caso ci sarebbero stati problemi, poiché contrario a quanto dispone l'art. 385 del codice di procedura penale sull'arresto di persone con evidenti problemi mentali, venendo meno al loro dovere di tutela della salute del soggetto.

I TESTIMONI
Le parole di Annemarie Tsagueu risuonano in aula come pietre."Tutti come le formiche che sono già la con i bastoni...", la signora Tsagueu descrive un pestaggio in piena regola: gli agenti sono seduti su di lui, in posizione prona, e lo picchiano con i manganelli e con i piedi. La donna inizialmente era restìa a parlare, poiché in scadenza di permesso di soggiorno, ma il suo confessore l'avrebbe convinta ad andare in aula. La parte civile ha trasmesso in aula l'audio della confessione. Nervosismo tra il banco degli imputati, che si riservano la facoltà di riascoltare l'audio anche durante le loro arringhe.Quasi contro ogni previsione l'avvocato Anselmo chiama in causa anche la testimonianza di Silvestri, che in una puntata della trasmissione 'Chi l'ha visto?' aveva reso la sua testimonianza oculare, per poi ritrattare tutto una volta chiamato in causa. Ritrattazione che parrebbe giustificata dalle ragioni per cui il signor Silvestri era presente in via Ippodromo, la cui natura preferisce non divulgare.I testimoni sono stati costretti a muoversi in un clima ostile, perchè a sostegno della tesi della parte avvera a quella da cui erano convocati.In questa parte dell'arringà l'avvocato Anselmo ha tenuto a sottolineare il clima in cui si sono dovute svolgere le indagini prima, e le testimonianze poi, scaldato dalle prese di posizione della polizia ferrarese e del suo sindacato, in un atteggiamento corporativo e pericoloso.L'argomento è stato il perno della seconda arringa di parte civile dell'avv. Riccardo Venturi.

L'AVV. VENTURI: "PICCOLI E BLANDI DEPISTAGGI
"Comincia con una rassegna stampa la seconda arringa di parte civile dell'avv. Riccardo Venturi, una rassegna stampa di tutte le prime pagine del processo Aldrovandi. Un processo di cui lui stesso era venuto a sapere dalle 'chiacchiere dei bar' , le stesse 'chiacchiere dei bar' che trovavano assurdo sentire il procuratore generale Severino Messina annunciare l'assenza di qualsiasi nesso tra la morte di Aldro e il fermo di polizia. Un dichiarare, secondo Venturi, la chiusura delle indagini prima di andare realmente a svolgerle, un dichiararsi innocenti per uno spirito di corpo che getta parecchi dubbi sull'attuale stato della polizia in Italia, pari in nessun paese 'normale'.Ricostruisce le indagini difensive, l'avvocato Venturi, e nota come a dicembre nessuno fosse stato ancora interrogato quando le indagini svolte col dott. Anselmo prendevano il via. Di come il dignitoso silenzio dei genitori di Aldro sia stato loro ritorto contro, per soffocarli in un silenzio coperto dagli schiamazzi della cronoca locale, completamente appiattita sulle dichiarazioni di Messina. Venturi nota come Il Resto del Carlino spesso anticipasse notizie sulle indagini quando ancora le stesse erano ad uno stato molto meno avanzato, come il blog della madre di Federico, Patrizia Moretti, sia servito a smuovere della acque che parevano destinate a rimanere spaventosamente chete. Articoli che cercavano a tutti i costi di definire Federico come un drogato o uno 'con problemi a scuola (?)', e dichiarazioni concludenti sul nesso delle indagini quando le stesse erano ad uno stadio del tutto embrionale, orientando ed ingannando l'opinione pubblica. Dall'ultima giornata di arringhe della parte civile emerge una chiara voglia di giustizia, un richiamo alle fondamentali regole dello stato di diritto nel riconoscere la responsabilità personale dei quattro imputati che, in forza della divisa che portavano addosso, hanno usato una violenza spropositata su un ragazzo di diciott'anni che tornava a casa da solo.E ,ancora più grave, che non hanno mai ammesso le loro colpe portando avanti ed a testa alta un sentimento di appartenenza, spirito di corpo e cameratismo dei più bassi. Un'ostinazione basata su una serie di mezogne e bassezze, dalla scomparsa di elementi probatori alle dichiarazioni di solidarietà che lasciano la parte civile 'indignata'.




Roma: CIE Ponte Galeria. Violenze contro i detenuti

Una telefonata che finisce in diretta su Onda Rossa, la radio degli antagonisti romani. «E' arrivata la polizia con bastoni e mascherine, ci sono feriti». A chiamare è un uomo di origine maghrebina detenuto al centro identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, denuncia il rimpatrio ingiusto di quattro nigeriani che avevano fatto domanda di asilo e ancora non avevano ricevuto risposta. Racconta per lunghi minuti: «La gente grida, alcuni sono caduti e hanno sbattuto la testa per terra, c'è del sangue». Le sue parole arrivano concitate.Le violenze hanno origine nel mattino, quando il personale della Croce Rossa avvisa quattro migranti della Nigeria che presto verranno portati a Fiumicino per tornare a casa. I quattro protestano con forza, ripetono di essere dei richiedenti asilo e di avere il diritto di rimanere in Italia per conoscere l'esito della richiesta. A quel punto entra un manipolo di agenti, alcuni in borghese, incaricati di sedare la rivolta. L'uomo al telefono dice che i poliziotti hanno picchiato i nigeriani, sbattendoli a terra. Ma non può fornire dettagli, visto che si trova rinchiuso in una sezione senza la possibilità di uscire. «Qui siamo in guerra», avverte. «E non capiamo se comanda il giudice o comanda la polizia».Il prefetto Mario Morcone, titolare del dipartimento Libertà sicurezza e diritti civili del Viminale, si mette in contatto con i gestori del Cie romano e riceve una rassicurazione: nessun episodio di violenza, la situazione è tranquilla. Morcone spiega che era stato effettivamente dato l'ordine di rimpatriare 34 persone da Ponte Galeria, 28 donne e sei uomini. Tutti nigeriani «rintracciati nei giorni scorsi nella provincia di Caserta in posizione irregolare», secondo quanto scritto nella scarna nota del ministero dell'Interno. Tre dei sei uomini avevano fatto domanda di asilo, ma era stata rigettata per due volte. Il quarto nigeriano aveva ricevuto un diniego lo scorso 11 maggio, ma secondo il Viminale non aveva fatto ancora ricorso. I trentaquattro espulsi si trovavano a Fiumicino già nel pomeriggio, diretti a Lagos.Il testimone però non ha smesso di fornire particolari sulla detenzione, denunciando una scarsa attenzione del personale medico nei confronti dei migranti malati («mettono lo zucchero nelle ferite»), e in generale della pessima condizione di vita all'interno del centro. Parla di un algerino che la scorsa settimana è stato picchiato a sangue perché protestava contro il rimpatrio: «Una volta all'aeroporto, il pilota si è rifiutato di accoglierlo a bordo perché sanguinava. Lo hanno riportato a Ponte Galeria, lo hanno medicato, gli hanno fatto ingoiare un sonnifero e così è tornato in Algeria dormendo». Secondo l'uomo, alcuni detenuti destinati al rimpatrio sono in possesso di regolare permesso di soggiorno. Particolari difficili da verificare. Due giorni orsono il presidente del Lazio, Piero Marrazzo, aveva fatto visita a Ponte Galeria riscontrando una precaria situazione igienica, cumuli di rifiuti ovunque, e diversi migranti che lamentavano poca o nulla assistenza medica. L'assessore Luigi Nieri aveva denunciato la presenza di un uomo anziano, infermo, che doveva essere alzato di peso da quattro persone per potere andare in bagno. In questo centro sono morte due persone dall'inizio dell'anno: il primo, un algerino di ventiquattro anni, fu trovato senza vita la mattina del 19 marzo. Il giorno prima aveva chiesto aiuto in infermeria, diceva di sentirsi male ma secondo le testimonianze dei reclusi non aveva ricevuto soccorso e, anzi, era stato picchiato dai poliziotti. Il 7 maggio, invece, si è impiccata una donna tunisina in Italia da quasi vent'anni, non voleva rimpatriare per non dovere affrontare la vergogna di una vita fallita.Nelle scorse settimane la consigliera regionale Anna Pizzo aveva denunciato che un funzionario di polizia del Cie l'aveva allontanata in malomodo dai cancelli, strappando penne e blocchetti dalle mani dei consiglieri in visita e dagli assistenti, trattando con strafottenza i detenuti che accorrevano per raccontare le loro miserie.Nel frattempo sono quasi completati i lavori di ricostruzione del centro di prima accoglienza di Lampedusa, ora vuoto, andato in fiamme lo scorso febbraio dopo una rivolta deimigranti tunisini. La nuova parte potrà ospitare 396 persone. Secondo il governo, la ricostruzione è stata «rapida» - un mese soltanto di lavori - ma non è chiaro il destino del cpa che nei mesi scorsi era stato trasformato in Cie dal ministro Roberto Maroni. Pochi giorni fa un assessore lampedusano aveva avvertito che ormai il governo preferisce oscurare l'arrivo dei migranti. Gli sbarchi, insomma, sono certamente diminuiti ma non certo azzerati: i migranti soccorsi vengono portati a Porto Empedocle.

24 giugno 2009

G8 a L'Aquila: sospeso il trattato di Schengen. Riprenderanno controlli documenti a frontiere e aeroporti

In occasione del vertice G8 all'Aquila dall'8 al 10 luglio, sara' sospeso il Trattato di Schengen dal 28 giugno al 15 luglio. Sara' quindi ripristinato provvisoriamente il controllo dei documenti di identita' alle frontiere. Lo rende noto l'Ente nazionale aviazione civile (Enac) aggiungendo che i passeggeri del trasporto aereo saranno soggetti al controllo dei documenti negli aeroporti nazionali.


fonte: Ansa

Termoli (CB): Detenzione di armi clandestine, arrestato un maresciallo dei Carabinieri

Il sottufficiale, Salvatore Giannino, presta servizio a Termoli. Nella sua abitazione i suoi colleghi hanno trovato due fucili, tra cui una carabina ad aria compressa, che erano stati sequestrati un paio di anni fa ad alcuni rapinatori e che dovevano essere distrutti. Sembra che dai documenti ufficiali le armi risultavano già distrutte. Ma poi sono rispuntate nell'abitazione del maresciallo Giannino. Al quale i magistrati hanno concesso gli arresti domiciliari nella sua casa. I fucili, secondo una versione contestata dai difensori dell'uomo, sarebbero stati ritrovati tra i cespugli nel giardino. Il legale invece ha precisato che le armi sono state consegnate dal maresciallo ai carabinieri. Fucili che dovevano essere già stati distrutti e che invece sarebbero stati prima chiusi in un armadietto della caserma di Termoli e poi portati nell'abitazione di Giannino. Il quale avrebbe giustificato il possesso delle armi con i ritardi registrati per la loro distruzione. Una inadempienza dell'ufficio preposto alla quale - secondo la versione fornita dal suo difensore - Giannino proprio ieri aveva deciso di ovviare portando a casa i due fucili proprio per distruggerli. Una versione che però non convince gli inquirenti. Sembra che a tutti era noto che quelle armi fossero custodite in un armadio della caserma e proprio quando qualche carabiniere si è accorto che erano scomparse è partita l'operazione per individuare chi se ne fosse appropriato. E' stata così predisposta una perquisizione nell'abitazione del maresciallo che ha portato al rinventimento dei due fucili. Il sottufficiale è accusato di detenzione di armi clandestine. Ma per i difensori si tratterebbe di un equivoco. Gli investigatori invece vogliono vederci chiaro. In particolare vogliono capire perché dai documenti le armi risulterebbero già distrutte e invece erano ancora in circolazione. Il maresciallo Salvatore Giannino aveva già avuto problemi giudiziari. Infatti è indagato nell’’inchiesta Black Hole. La Procura per lui ha chiesto il rinvio a giudizio per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. Avrebbe passato delle notizie riservate ad un imprenditore coinvolto nelle indagini della Procura di Larino, imprenditore di cui era dipendente la moglie del sottufficiale, e ad una cronista locale.





fonte: @ltromolise

Bologna: L'Onda non si sanziona! Presidio di Bartleby davanti al Rettorato contro i provvedimenti disciplinari.

Alcuni giorni fa quattro studenti di Bartleby, spazio occupato in via Capo di Lucca 30, hanno ricevuto una lettera da parte del Rettore dell'Università, con avviso di provvedimenti disciplinari che prevedono la sospensione fino ad un anno dalle attività universitarie. E' l'ennesimo tentativo di giustificare, attraverso misure tecnico-amministrative, un ricatto verso gli studenti e le studentesse di Bartleby, evitando di rispondere a questioni esclusivamente politiche. Questa mattina un presidio davanti alle porte del Rettorato ha espresso lo sdegno verso chi tenta di disciplinare il dissenso. L'onda non si sanzionaI provvedimenti disciplinari emanati dal Rettore dell'Università Pier Ugo Calzolari, con la complice regia della prorettrice agli studenti Paola Monari, nei confronti di quattro studenti di Bartleby aprono uno spiraglio preoccupante per tutto il movimento dell'Onda.Se queste misure disciplinari, comminate da un tribunale medievale in cui l'Università figura al contempo come accusa, parte lesa e giudice, andassero in porto (con la sospensione fino ad un anno dagli studi) si aprirebbe un precedente gravissimo per il nostro Paese e un attacco senza precedenti al movimento.I quattro studenti dell'esperienza di Bartleby devono rispondere di occupazione di uno stabile dell'Università di Bologna. Uno spazio liberato dopo otto anni di abbandono. Uno spazio bellissimo, nel cuore della città universitaria, in cui gli studenti e le studentesse di Bartleby hanno messo in campo quelle tensioni costituenti nate nei lunghi mesi di lotte dell'Onda Anomala. Uno spazio che parla di produzione di sapere libero e di creazione artistica indipendente. Un luogo dove si incrociano e vengono alla luce i fermenti creativi metropolitani. Un progetto in grado di connettere i bisogni e i desideri di studenti, artisti cittadini e precari. Le migliaia di persone che hanno attraversato lo spazio di Bartleby hanno colto da subito il linguaggio del nostro progetto. Lo dimostrano i tanti docenti e artisti che si sono schierati al nostro fianco alla prima occupazione e ci sono vicini anche in questi giorni. Lo dimostrano le centinaia di libri portati in dono alla "Bartleby common Library" la biblioteca costruita dal basso e inaugurata da appena due settimane. Soprattutto lo dimostrano gli studenti e le studentesse che vivono quotidianamente lo spazio.Bartleby è solo una delle tante pieghe dell'Onda che ha invaso da ottobre ad oggi le città italiane ed europee e che non smette di crescere. Quest'autunno l'Onda tornerà a bloccare le città e a ribadire che noi la crisi non la paghiamo.Dovremo aspettarci migliaia di provvedimenti disciplinari?Credono di fermare con provvedimenti ad personam il portato di un'esperienza collettiva che coinvolge centinaia di migliaia di studenti e precari?Sospendeteci tutti. Siamo noi la vostra crisi.Non faremo un passo indietro!



fonte: GlobalProject

23 giugno 2009

Napoli: Naziskin aggrediscono studentessa

Picchiata da un gruppo di dieci persone. La sua colpa? «Sono intervenuta per difendere un mio amico gay. Hanno cominciato a prenderlo in giro per la salopette e per una borsa che portava. Lo hanno spinto, insultato e preso a schiaffi. Io non sopporto le ingiustizie. Sono intervenuta. Volevo parlare con loro e mi hanno picchiata». Maria (il nome è di fantasia), 26 anni, parla dall´ospedale Pellegrini, dove è ricoverata. Rischia di perdere l´occhio sinistro. Ma il destro è spalancato, azzurro, arrabbiato. «È stata un´aggressione omofoba», dice senza paura. E l´ha scritto anche sulla denuncia. Ai carabinieri M. rivela: «Una volta in ospedale ho saputo che in piazza Dante una persona sulla cinquantina e stata accoltellata verosimilmente dagli stessi ragazzi». Una notte di violenza incontrollata? «Uno portava un giubbotto nero, l´altro una maglia arancione - continua la ragazza - Uno si è avvicinato e dal bidone della spazzatura ha preso una bottiglia di birra». E poi spinte, insulti. Tutto alle due di notte. «Mi sono raggomitolata, con la testa sulla pancia, ma hanno continuato a prendermi a calci. Quando hanno visto la maglia piena di sangue sono fuggiti in scooter». Maria è elettrica ed è dura: «Non so se perdo l´occhio, ma ho la testa che funziona. Li potrei riconoscere e spero che la polizia li arresti. Non é la prima volta che in piazza Bellini se la prendono con i più deboli e i gay. La settimana scorsa passarono in moto e coprirono tutti con la schiuma degli estintori, a sfregio, senza motivo». Maria non pensa a sé, è arrabbiata: «Perché c´è chi si sente padrone della piazza e perché mentre mi aggredivano nessuno è intervenuto per aiutarmi».All´indomani in piazza Bellini, il quartiere parla di una guerra in atto tra i Mastiffs e un gruppo del quartiere Sanità: si contendono il dominio della zona e cercano di cacciare i gay dalla piazza. Ma nessuno ha visto nulla. «Non so cosa sia successo. Avevamo appena chiuso», ricorda Vincenzo Fiorillo, del bar omonimo. Insorgono e sono solidali con la ragazza aggredita Carlo Cremona di I-Ken, Salvatore Simioli di Argigay e Giordana Curati di Arcilesbica: «Basta con la violenza. Non è la prima volta. Chiediamo un intervento urgente del Comune e un tavolo per la sicurezza. Non possiamo aspettare una nuova aggressione».

fonte: La repubblica

22 giugno 2009

Val Susa: Archiviate le violenze delle forze dell'ordine contro i partecipanti al presidio No Tav

Anche l'ultimo degli esposti fatto in merito alle violenze delle forze dell'ordine è stato archiviato dalla magistratura. Nessun responsabile individuato. E' questa la motivazione cardine della sentenza emessa dal giudice per le indagini preliminari Dante Cibinel che scrive: non è stato possibile individuare «i singoli» poliziotti o carabinieri che la notte del 6 dicembre di quattro anni fa agirono con violenza nello sgombero de1 presidio di Venaus provocando 19 feriti ricoverati o medicati all'ospedale di Susa. Il Gip in sostanza ha accolto in tutto e per tutto le motivazioni che ha sostanziato la procura di Torino escludendo che le «condotte dei singoli» fossero da ricondurre a un disegno preordinato; vi fosse stato un «omesso controllo» da parte di funzionari e ufficiali responsabili dell'operazione, ascrivibile a rilievi penali. In sostanza, lo sgombero fu violento ma siccome non è stato possibile gli agenti che hanno lo eseguito perché coperti da caschi, passamontagna o foulard, non è stato nessuno. Le responsabilità poi non possono essere ascritte a chi dirigeva l'operazione, quindi cade tutto nel nulla; violenza sì, ma senza responsabile e quindi, secondo la magistratura, non è successo nulla.La notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005 furono impiegati in cinquecento fra poliziotti e carabinieri, oltrechè due ruspe che dopo aver sfondato una barricata, al comando del dirigente di allora, Sanna, eseguirono il resto dell'operazione di sgombero, mettendo in atto un vero e proprio rastrellamento nei terreni occupati dai resistenti, un centinaio, aggredendo chi dormiva nelle tende, manganellando chi tentò di resistere, e altri fatti che sono ben documentati dalle foto e dalle testimonianze di questi anni.Quella notte a Venaus avvenne un' aggressione ai danni del movimento no tav, con il tentativo esplicito di spazzare via il popolo no tav, riunito in battaglia per difendere la propria terra. L'allora governo Berlusconi, con ministro dell'interno Pisanu e ai lavori pubblici Lunardi, decise di forzare la mano per avere la meglio. L'operazione cadde in un nulla di fatto perché da quella sera avvenne quello che il potere non si aspettava, giungendo alla riconquista dei terreni di Venaus, facendo battere in ritirata le forze dell'ordine che li avevano occupati. Nelle sentenze del tribunale ancora una volta non vi è la verità, il potere si assolve attraverso le sue strutture, ma cosa e come avvenne lo sgombero è chiaro a tutti. Probabilmente non serve neanche dare un nome a chi vi partecipò, perché chiunque, in divisa quella notte, avrebbe fatto lo stesso.Sono significativi i commenti sulla sentenza, che sostengono che in fondo non è successo più di tanto e che 19 feriti sono poi una cifra di poco conto. Cosa che può essere vera se ormai il metro di paragone della magistratura e dei mass media è Genova nel 2001, ma la storia parla chiaro.



fonte: InfoAut

20 giugno 2009

Ferrara: Processo Aldrovandi. Il pm chiede 3 anni e 8 mesi di condanna per i 4 poliziotti

Tre anni e otto mesi, ha chiesto ieri il pm ferrarese Nicola Proto, per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Quando Patrizia Moretti, la madre del diciottenne ucciso in via Ippodromo, ha udito la richiesta di condanna per i quattro autori del violentissimo controllo di polizia del 25 settembre 2005, non ha potuto fare a meno di ripensare al notiziario ascoltato mentre usciva di casa per venire in tribunale. La radio parlava di una maestra condannata a tre anni per uno schiaffo a un suo alunno. Pene a parte - per l'eccesso colposo, il massimo del codice penale è di 5 anni - la requisitoria del pm, che ereditò il caso nella primavera del 2006, ha voluto restituire a Federico Aldrovandi la dignità di un diciottenne, con pregi e limiti. «Senza quell'incontro sarebbe ancora vivo», ha detto il magistrato dopo cinque ore di requisitoria. Sarebbe bastato girarlo su un fianco, farlo respirare anziché tenerlo prono, faccia a terra, venendo meno all'«obbligo di protezione» generato dal «contatto sociale» tra le volanti e un ragazzo. Le ultime parole di Federico sono «pesanti come un macigno», quella mattina chiedeva di smetterla: «Aiutatemi… Basta!».
I testimoni lo hanno ricordato più volte durante le ventisei udienze di un processo che si trascina da quasi due anni ed è stato possibile solo grazie all'ostinazione di una madre e un padre che hanno aperto un blog dopo cento e più giorni di silenzio e hanno avviato una controindagine.
IL RITORNO DA BOLOGNA
Tra le 3.30 e le 4 del mattino Federico e quattro amici tornano dal Link, il locale di Bologna dove avevano trascorso il sabato sera. Prende le mosse da lì la ricostruzione del pubblico ministero che smonterà l'alibi dei quattro imputati. Interrogati immediatamente dopo i fatti, interrogati uno ad uno con metodi a dir poco bruschi, tutti gli amici dell'Aldro sono concordi nel riferire le buone condizioni di Federico. Gli piaceva farsi due passi prima di rientrare, «non era agitato, era normale che tornasse a casa a piedi». Durante il viaggio aveva sonnecchiato. Nessuno di loro nega che fosse «interessato al mondo delle sostanze». Era, a detta di Proto, «un assuntore assolutamente occasionale». E quella notte, a Bologna, aveva preso due "francobolli" di Lsd, due dosi. Di quegli acidi non si troverà traccia alcuna nel sangue del ragazzo. Forse erano un "pacco". Ma su quei francobolli si reggeranno la versione ufficiale, più volte rettificata, e la difesa dei quattro agenti. Federico è al parchetto dell'Ippodromo subito dopo le 5. Dalle 5.18, per 5 minuti, partiranno una decina di chiamate dal suo cellulare. Tutte a vuoto, tutte verso suoi amici. Forse voleva essere accompagnato a casa, suggerisce Proto, invitando a non avventurarsi nel campo di altre illazioni.
GLI ORARI
Alle 5.48 la prima telefonata al 112, che dirotterà ai colleghi della questura la segnalazione, su un «soggetto che sbatte dappertutto». Quattro minuti dopo la prima volante è sul posto, due minuti dopo la richiesta di ausilio. Alle 5.58 un altro cittadino avverte il 113 di alcune urla (tra cui «polizia di merda») e dirà di aver udito sgommate. Un altro residente testimonierà di aver sentito, prima delle 6, quelle stesse urla. Vedrà arrivare la seconda volante. Ricorderà la stessa frase - «Apri il baule, presto!» - riferita dalla superteste, Annemarie, la donna camerunense che ha deposto due anni fa in sede di incidente probatorio. Alle 6 e un minuto la questura chiede l'intervento dei carabinieri. Sette minuti dopo, quando arrivano i militari, verrà sollecitato l'arrivo dell'ambulanza. Proto divide in tre fasi il misterioso controllo di polizia e scova alcuni «elementi» che lascerebbero pensare a una ricostruzione degli orari, da parte della polizia, tesa a restringere i tempi dell'intervento. I tempi, secondo il pubblico ministero, non tornano. La prima fase (dalle 5.53 alle 5.59) è quella in cui i testi sentono i colpi sulla carrozzeria. Gli agenti diranno che Federico era saltato addosso alla vettura ma Proto ha un dubbio: il cofano della volante è intonso. L'atterramento e l'azione dei manganelli (tra le 5.59 e le 6.03) è stato reso indelebile dalla testimonianza della donna camerunense, che parlerà solo dopo un lungo periodo di riflessione, terrorizzata dalla sua condizione di migrante precaria. Dalle 6.03, l'ultima fase: il ragazzo è a terra, in posizione prona, chiede aiuto. Sei minuti dopo, prima i carabinieri, poi i sanitari, lo troveranno ammanettato, faccia a terra, senza vita. Forse, ipotizza la pubblica accusa, la macchina della polizia si sarebbe potuta trovare già lì prima della chiamata del 113. Diverse testimonianze usano il plurale per indicare i protagonisti delle urla in via Ippodromo, sentono sgommate e vedono lampeggianti. Anche l'unica donna imputata, alle 5.54, dirà al telefono che «erano fermi lì» senza convincere il pm che non si riferisse alla vettura dei suoi colleghi. E spicca nel racconto di Proto, l'inattendibilità delle deposizioni del responsabile delle volanti, lo stesso che farà interrompere la registrazione delle telefonate del centralino. Perché?
LA SUPERTESTE
Annemarie vide Federico passare in mezzo alle due vetture. Lo vide accennare una sforbiciata senza colpire nessuno. In un attimo sono tutti sopra di lui «come le formiche», «con i bastoni». Proto continua a ricordare. Gli occhi di Patrizia e Lino tornano a riempirsi di lacrime. Aldro si dimenava, ma era a terra. Chiedeva aiuto. Prese manganellate e calci ovunque, poi si sedettero su di lui. Si spezzano due manganelli. Si domanda il pm se fossero vecchi o se siano stati usati in modo improprio. E, «dopo un po' Federico non si muove più». L'azione fu «violenta e rapida», dice Proto rileggendo le frasi ricordate dalla superteste: uno degli agenti si accorse del sangue, la poliziotta rispose che «non siamo stati mica noi, è la roba». Un altro si rese conto delle luci che si accendevano nelle casette di via Ippodromo. Sempre la donna-poliziotto esortò i colleghi a «moderare». Il pm è sicuro: «Fu un'azione smisurata». Incrocia le testimonianze. Quello dei poliziotti «è un altro film», che descrive un ragazzo inferocito che se la prende con l'agente. «Qualcuno - dice Proto - non dice la verità». E le ferite sul corpo della vittima sono compatibili con l'uso degli sfollagente e con la compressione, compatibili con le testimonianze e i riscontri oggettivi di foto e rilievi.
LE PRIME INDAGINI
Alle 6.12 uno degli imputati disse al telefono che l'avevano «bastonato di brutto». Il pm dà conto delle preoccupazioni degli agenti - riscontrate in alcune chiamate - di giustificare le botte in testa al ragazzo. Quelle botte sono l'eccesso colposo. «Il ragazzo era sfigurato. E, se picchi in testa per molto tempo, eccedi, esageri», continua il pm. E prende nota di come le prime indagini, pochi minuti dopo la morte, sembrano tese a capire cosa avessero visto i testimoni per aggiustare il tiro della versione ufficiale. Alla pm di turno fu fornito «un omesso avviso, un imperfetto avviso» così da non farla passare sul luogo del delitto, e fu tenuta all'oscuro delle testimonianze raccolte. La prima versione fu quella della morte per droga. Chi fu interpellato dai poliziotti, quella mattina, disse che gli agenti «volevano pararsi il culo».
LE PERIZIE
Ma che le droghe non ebbero alcun rilievo fu chiaro già pochi giorni dopo la morte. Il sangue di Federico restituì lievi tracce e ininfluenti. Lo stato di eccitazione psicomotoria non avrebbe nulla a che vedere col bad trip ipotizzato nelle perizie della procura e delle difese. Il pm s'è mostrato perplesso dai metodi di queste perizie che hanno evitato di cogliere il nesso tra l'agitazione del ragazzo e la colluttazione, tra la costrizione e la morte. Per enfatizzare il ruolo delle sostanze sarebbero stati minimizzati i segni di asfissia e ignorate le testimonianze sulla prolungata fase di costrizione. Più precise le consulenze delle parti civili che collegheranno l'agitazione psicomotoria, il debito di ossigeno anche ai violenti sforzi di Federico e alla pressione subita una volta a terra. Nella fase finale del processo, inoltre, spunterà la foto del cuore spezzato del ragazzo rimasta fuori dalle documentazioni fornite alle parti. Il suo cuore, diranno gli esperti, fu compresso come un sandwich. All'asfissia posturale si somma l'asfissia meccanica sottolineata dai rantoli e dalle suppliche del ragazzo che moriva. «Questa azione è stata esagerata - dirà il pm puntando l'indice su - un intervento che doveva essere diverso». Federico stava male: andava fermato o aveva bisogno di aiuto? Era necessario picchiarlo con i manganelli quattro contro uno? Uno degli imputati fa sì con la testa. Proto insiste: Era necessario picchiarlo in testa, e quando era a terra? E poi perché tenerlo in quella posizione? Sul corpo del ragazzo ci sono segni di difesa mentre sarebbe evidente la «predisposizione all'offesa» dei quattro imputati che agirono «fuori dai limiti dell'adempimento di un dovere». Per questo e per l'omissione di soccorso chiede per tutti pene uguali, 3 anni e 8 mesi, al termine di una requisitoria che Fabio Anselmo, uno dei legali degli Aldrovandi, definisce «ineccepibile e precisa» e uno degli imputati bolla come scandalosa. Le difese annunciano una ricostruzione alternativa per il 23 e 24 giugno. La sentenza è attesa per il 6 luglio dopo le repliche delle parti civili. Intanto, per i genitori di Aldrovandi, quello che già è emerso è che «il pm ha fatto il suo dovere. Non tutti possono dire lo stesso».
Checchino Antonini

19 giugno 2009

Nuovo respingimento: 76 persone rispedite in Libia senza rumore

76 persone, tra cui pare ci fossero donne e bambini, sono state rispedite oggi a Tripoli con il supporto della guardia di finanza e costiera italiana.Dopo avere ricevuto notizia di una avvistamento di un barcone al largo delle acque di Lampedusa, ieri la capitaneria di porto dell'isola ha scorato lo stesso sino a tripoli trovandosi (così dicono le fonti ufficiali) in acque maltesi. Un sorridente Schifani, presente oggi sull'isola, dà compiaciuto la notizia rassicurando (su quali basi non si sa) che non vi fossero richiedenti asilo sull'ennesima barca della speranza.Sconcertante rilevare il carattere di normalità che i respingimenti stanno assumendo, senza più risultare notizia da prima pagina. La notizia si è appresa oggi (19/06) nel primo pomeriggio su fonte ansa ma non vede riscontro sulle edizioni on-line dei principali quotidiani.


fonte: infoaut

La crociata proibizionista di Giovanardi

Da martedì scorso a Monza è in vigore il divieto assoluto di vendere alcolici ai minori di 16 anni in tutti i locali, nei negozi e nei centri commerciali. Il divieto con ogni probabilità sarà esteso anche nei comuni che gravitano attorno a Monza. Alla proposta proibizionista dell’assessore alla sicurezza del comune milanese Massimiliano Romeo fa da eco la proposta sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla droga Carlo Giovanardi, che auspica test antidroga e alcol in discoteca e anticocaina per camionisti e piloti. Test simili a quelli che sono effettuati per strada attraverso l’esame delle urine, che hanno portato al ritiro di migliaia di patenti negli ultimi mesi considerando che il tempo di permanenza nelle urine delle sostanze stupefacenti varia dalle ventiquattro ore fino ad un mese per la marijuana, quindi chi risulta positivo al test spesso non è sotto effetto di alcuna sostanza. Senza considerare questo particolare Giovanardi continua con la sua campagna che punisce in primo luogo i consumatori occasionali: «Per i piloti di aerei, gli autisti di camion e pullman stiamo predisponendo un regolamento che imponga un test obbligatorio. A chi risulterà positivo verrà cambiata mansione anche se non si tratta di un tossicodipendente».
fonte: carta

Sardegna: Antigone; denuncia di soprusi, su detenuti stranieri

Ci sono voci, che cominciano a prendere piede, sull’aggravamento delle condizioni di vita e di detenzione nelle carceri sarde. Si dirà: perché altrove è meglio? Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha appena dichiarato il tutto esaurito, oltre ogni soglia di tollerabilità, e come volete che si stia, in carcere, di questi tempi? Eppure dalla Sardegna arrivano notizie un po’ più preoccupanti, che ricordano le terribili vicende di Sassari, nel 2000, quando un gruppo di detenuti in via di trasferimento fu sottoposto a gravissime violenze e maltrattamenti. In particolare i rumors di "radio carcere" riguardano Macomer, dove ci sarebbe un trattamento persecutorio nei confronti dei detenuti islamici, che, non appena scesi dal blindato, verrebbero aggrediti con provocazioni e pugni sul collo e alla testa. Nelle perquisizioni, poi, chi ha girato molti istituti avrebbe confessato di non aver mai subito un trattamento simile. Gli interessati dicono che "non viene rispettato il Corano", ma probabilmente neanche altri libri sacri potrebbero consentire il trattamento che viene loro riservato. I detenuti islamici sarebbero portati, dopo la perquisizione, in una sezione organizzata come quelle dei 41 bis: isolamento totale, porta blindata chiusa 24 ore su 24; non si incontra nessun altro detenuto, solo i poliziotti che portano loro il cibo. E ogni volta che si esce dalla cella sarebbero perquisiti con tatto, letteralmente "palpati" da due poliziotti! Niente giornali in lingua araba, libri e vestiti centellinati, la posta sarebbe consegnata con una media di 25 giorni di ritardo. Al passeggio gli arabi di religione islamica resterebbero sempre divisi dagli altri: possono andare all’aria solo con quelli della propria sezione, circa 25 detenuti provenienti da diversi paesi del Nord Africa. Tutto questo viene loro presentato come un regime prescritto dal Ministero, ma i detenuti sanno che non c’è nessun carcere in Italia in cui la porta blindata è chiusa 24 ore su 24 ore, a eccezione dei regimi speciali di massima sicurezza. A meno che non stiano sperimentando il regime post-Guantanamo che il Presidente del Consiglio intende riservare agli ex-nemici combattenti che si è impegnato a ospitare nelle carceri italiane. Da aprile pare siano iniziate forme di protesta: battiture, uno sciopero della fame, altro. Anche perché aumenterebbero le provocazioni, le minacce, i maltrattamenti, nel caso qualcuno osasse fare denunce. Sembra un film già visto. Speriamo che non sia così. Attendiamo smentite e rassicurazioni.

Bologna: Sciopero della fame al carcere della Dozza

Da mercoledì 17 giugno l'ottanta per cento dei detenuti di tutte le sezioni giudiziare sono in sciopero della fame pe protestare contro le condizioni di vita all'interno del carcere bolognese.

Uno sciopero della fame che continuerà per 7 giorni e a cui hanno già aderito l'ottanta per cento dei detenuti delle sezioni giudiziare del carcere bolognese della Dozza. Una situazione esplosiva e che fa pensare all'allargamento della protesta in altri settori della casa circondariale bolognese.
I detenuti denunciano le pensanti condizioni di vita, dovute al sovraffolamento: 1156 detenuti, contro il 700 posti di capienza massima con tre persone in celle da una. servizi inesistenti, con detenuti con posizione giuridica definitiva da diversi anni che non hanno mai interloquito con il proprio educatore e serivizi sanitari inesistenti. E ancora la questione della vivibilità: il problemi causati dal montaggio delle grate alle finestre e i cambi di lenzuola che vengono effettuati solo ogni 40 giorni. Con questo sciopero della fame di detenuti auspicano "un doveroso intervento delle persone e delle autorità sensibilizzate".
fonte: GlobalProject

18 giugno 2009

Roma: aggressione razzista a bar di un cittadino bengalese

Ieri sera intorno alle 23 un gruppo di persone armate di bastoni ha fatto irruzione in un bar gestito da un cittadino bengalese in via Casilina, all'altezza di via Zenodossio, alla periferia sud della capitale. Dopo essere entrati hanno cominciato a sfasciare sedie e tavoli del bar mandando in frantumi anche la vetrina. Subito dopo sono scappati facendo perdere le loro tracce. Il proprietario dell'esercizio commerciale ha riferito ai carabinieri della stazione Tor Pignattara che durante il raid gli assalitori non hanno urlato frasi di stampo razzista. L'uomo ha inoltre affermato di non avere mai ricevuto minacce di alcun tipo. Nel marzo scorso era già stato vittima di un'aggressione il cittadino bengalese proprietario di un bar in via Casilina, nella zona di Torpignattara, oggetto nella serata di ieri di un raid vandalico effettuato da un gruppo di persone armate di mazza. Tre mesi fa il proprietario del bar fu malmenato da alcuni avventori che non volevano pagare quanto consumato. I carabinieri della compagnia Casilino, guidati dal maggiore Paolo Unali, hanno ascoltato lungamente l'uomo ricostruendo con lui quanto avvenuto ieri intorno alle 23. Secondo il racconto fornito, gli aggressori non avrebbero minacciato o gridato slogan di tipo razzista ma si sarebbero "limitati" a chiedergli di restare fuori dal bar mentre loro mettevano in atto il raid. Gli uomini dell'Arma non escludono che quanto avvenuto possa essere legato all'attività commerciale del bengalese anche se non viene tralasciata alcuna pista investigativa.


fonte: Ansa

Napoli: esplode la rabbia dei disoccupati. 4 arresti e 25 denunciati.

La notizia giunta da Roma ieri mattina che era saltato il tavolo di confronto Regione Campania-Governo per rifinanziare il progetto di formazione per i disoccupati «Isola» è stata come benzina sul fuoco. I senza lavoro, nel pomeriggio, hanno invaso i binari della stazione centrale di Napoli. C'è stato uno scontro con la polizia, oggetto di una fitta sassaiola alla quale gli agenti hanno risposto con i lacrimogeni. Quattro gli arrestati, 25 i denunciati. La Digos sta valutando le responsabilità in merito all'occupazione dei binari e a quella del lancio delle pietre all'indirizzo dei poliziotti. I disoccupati sono comunque riusciti a provocare pesanti ripercussioni sul traffico ferroviario sia per il Nord che per il Sud. Un primo blocco stradale, con cassonetti stradali posti al centro della carreggiata, era stato attuato invece in mattinata in piazza Cavour, sempre a Napoli, con la paralisi del traffico veicolare.Mobilitazione immediata anche ad Acerra, dove i disoccupati hanno dapprima occupato la stazione ferroviaria, poi hanno bloccato il traffico veicolare e, in seguito, il Duomo, fino a quando non hanno avuto un colloquio con il vescovo Giovanni Rinaldi, al quale hanno illustrato le ragioni della protesta: «Non possiamo fare a meno di quel sussidio, soprattutto in questo periodo di crisi».«Sono davvero preoccupato per l'atteggiamento del Governo. Non si ha alcuna considerazione per 4000 persone, lavoratori del progetto Isola (rivolto alla formazione dei disoccupati) che a fine mese non riceveranno più il sussidio di 500 euro che avevano avuto per due anni», ha detto in serata l'assessore alla Lavoro della Regione Campania, Corrado Gabriele. Replica il sottosegretario Pasquale Viespoli: «Nessuna assenza, la riunione convocata a Roma ha fatto emergere la necessità di un approfondimento. Il Governo non è mai venuto meno al dovere di collaborazione e coesione istituzionale. Alcune prese di posizione o sono frutto di disinformazione o sono espressione di una pericolosa irresponsabilità istituzionale». Due settimane fa i senzalavoro avevano inscenato un'altra protesta, bloccando l’Aeroporto di Capodichino, un'azione che aveva portato a una carica della polizia contro i manifestanti. Molto netta la presa di posizione della federazione Campana delle RdB Cub: “Lo scandaloso voltafaccia del governo Berlusconi e del Sottosegretario al Lavoro, Pasquale Viespoli, i quali hanno – al momento – negato la possibilità che le migliaia di precari del Progetto ISOLA di proseguire lungo il percorso di una vera stabilità occupazionale – dichiara il comunicato del sindacato - è un segnale preoccupante contro cui occorre mobilitarsi. La stessa repressione statale di queste ultime ore, contro i movimenti di lotta, è esemplificativa di come l’esecutivo governativo intende affrontare e risolvere le questioni sociali nell’area metropolitana napoletana”.“I disoccupati e i precari del Progetto ISOLA, tutti coloro i quali sono colpiti dagli effetti della crisi (dai lavoratori di Pomigliano a quelli di Capodichino, dagli operai dell’Ixfin di Casalnuovo ai tanti che in questi mesi stanno perdendo il lavoro o sono in cassa integrazione) non devono essere lasciati soli – prosegue il comunicato - . Del resto analoga situazione si sta palesando per le popolazioni terremotate dell’Abruzzo le quali, in queste settimane, stanno verificando sulla propria pelle le bugie la demagogia di Berlusconi mentre la promessa ricostruzione immediata è ancora ferma”.
E questa mattina nuova protesta dei disoccupati di Acerra contro il mancato rinnovo dei corsi di formazione regionali. I disoccupati hanno di nuovo occupato la ferrovia e poi lo svincolo davanti a un centro commerciale di Afragola. Infine hanno liberato binari e strada, e si sono diretti in corteo nella loro sede, scortati dalle forze dell'ordine, giunte sul posto in assetto antisommossa.


Brindisi: cittadino marocchino "suicida" nella cella di sicurezza della caserma dei Carabinieri

Un cittadino marocchino privo di documenti si è ucciso impiccandosi ad una grata della cella di sicurezza della stazione dei carabinieri di San Michele Salentino, un piccolo centro dell'entroterra di Brindisi. L'uomo era stato fermato - a quanto si è saputo - per aver interrotto un funerale, rubato una bicicletta e per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Secondo una ricostruzione fatta dagli investigatori, l'uomo ha ricavato delle strisce strappando la fodera del materasso che si trovava nella cella di sicurezza e le ha utilizzate per impiccarsi. Quando i carabinieri si sono accorti dell'accaduto l'uomo era già morto. Il sostituto procuratore del tribunale di Brindisi, Silvia Nastasia, ha disposto l'autopsia sul corpo del cittadino marocchino.
fonte: Ansa

Testimonianze: Contro la repressione e la criminalizzazione del dissenso politico

C'era da scommeterci ! Puntuale, alla vigilia del G8 a L'Aquila è scattatala provocazione, la minaccia da far gravare sull'insieme del movimento noglobal , che si appresta ad esercitare il diritto-dovere di protestare proprio in Abruzzo , dove Berlusconi , prendendo in ostaggio i terremotati , tenta diimpedirlo. Da qualche giorno la magistratura romana, in concorso con Digos e Ucigos, ha imbastito l'ennesima fasulla e mediatica bufala antiterrorismo , con la grancassa di 6 arresti e 15 perquisizioni (Roma,Milano,Genova e in Sardegna)così da ingigantire la " scoperta " di inverosimili cellule ricostituenti le br!! Memore Genova/luglio 2001 - il gotha della repressione dell' epoca , da De Gennaro a Manganelli in giù, nonostante inchieste e condanne (Bolzaneto e Diaz) è stato promosso e si mantiene al comando - lo staff della provocazione aveva predisposto lo scoop internazionale della " scoperta dell'attentato contro ilG8 a La Maddalena, attivato con giocattoli di aeromodellismo" ( sic!). Lo spostamento a L'Aquila del G8, facendo saltare lo scoop, non ha fatto demordere la smania di protagonismo degli inquirenti , che hanno profuso ai media - con tanto di encomi solenni delle istituzioni una minestra riscaldata, un altro ridicolo ed insignificante teorema. I malcapitati di turno devono rispondere dell'abusata "associazione sovversiva + banda armata" . Un reato di una mostrosità unica ( non a caso inventato sotto il ventennio fascista) , che permette agli inquisitori di distruggerti la vita, sequestrandoti per anni in galera, facendoti perdere salute/lavoro/affetti/amici : salvo poi andare assolti "innocenti" dalle Corti Giudicanti, come è accaduto sempre finora a Roma e in Italia, per procedimenti analoghi. Non permetteremo che si moltiplichino le vittime da sacrificare sugli altari di queste decadenti istituzioni : siamo impegnati nel contribuire a smascherare subito le trame di questo ennesimo teorema politico-giudiziario e nel rivendicare la pronta liberazione degli ostaggi ingiustamente arrestati. Così come siamo impegnati a non recedere di un passo dal diritto di manifestare in Abruzzo durante il G8 ; facendo fallire di fatto questa messinscena miseramente orchestrata per impedire l'atto di accusa nei confronti delle politiche economiche,energetiche,alimentari , razziste e guerrafondaie del capitalismo globale.

Liberi tutti dal G8 e dalla repressione, arrivederci a L'Aquila !

Vincenzo Miliucci - Confederazione Cobas


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Il Prc di Cagliari esprime ferma solidarietà a Bruno Bellomonte. Il Prc della Federazione di Cagliari esprime ferma solidarietà a Bruno Bellomonte, alla sua famiglia, ai compagni e le compagne di “A Manca“ per l’arresto avvenuto nell'ambito dell'indagine antiterrorismo della Procura di Roma. L’accusa di legami con organizzazioni eversive e armate si rivelò funzionale alla repressione del dissenso, già nella precedente “Operazione Arcadia”. Le motivazioni che hanno portato alle indagini, nate per la prevenzione di fantomatici attacchi mirati durante i lavori del G8 da parte dell’area della sinistra radicale, richiama una storia inquietante, quella della criminalizzazione dell’antagonismo sociale, che abbiamo già vissuto a Genova nei giorni del G8 del 2001, e che è costata la vita a Carlo Giuliani.Le motivazioni della “lotta al terrorismo” sono le stesse che ci hanno propinato per giustificare mediaticamente la sospensione violenta della democrazia avvenuta a Genova in quei giorni, e per la quale da sempre rivendichiamo verità e giustizia attraverso la costituzione di una commissione parlamentare. Bruno Bellomonte è un comunista, militante dell'organizzazione “A Manca”, che insieme ad altri movimenti, stava lavorando nel comitato “A Fora su G8” per organizzare un convegno delle nazioni senza stato e ad altre diverse iniziative culturali e politiche da realizzare in occasione del G8 a La Maddalena, portando il suo impegno alla promozione di manifestazioni, assemblee, iniziative pubbliche, feste popolari, nelle piazze, nelle strade, e nei quartieri dei paesi. Tutto alla luce del sole.Bruno Bellomonte ha sempre manifestato l'assoluta contrarietà ad iniziative che dessero l'occasione di criminalizzare il movimento, condividendo il documento contro il G8 assieme alla moltitudine di organizzazioni politiche e culturali che in Sardegna immaginano un mondo senza disuguaglianze, compresa Rifondazione Comunista. Bruno lavorava per costruire una forte mobilitazione contro il G8 e questo ne ha fatto un pericoloso sovversivo. Siamo certi che questa provocazione fallirà, come sono cadute tutte le accuse formulate contro Bruno nel 2006 con l’operazione Arcadia, che ha portato in carcere ingiustamente dieci compagni.Non vorremmo invece che questo fosse l'ennesimo tentativo volto ad intimidire e a criminalizzare i movimenti di lotta, e a distogliere, con la complicità dei mass-media asserviti, l'attenzione dai drammi quotidiani che la lotta contro tutti i G8 porta con se. Lotta contro la guerra e per la pace, lotta contro la disoccupazione, la precarietà, per un lavoro che permetta una vita degna di essere vissuta, lotta per una società giusta. Rispondiamo convinti all’appello di “A Manca”, certi che Bruno sarà con noi molto presto, assieme alla sua organizzazione, a costruire conflitto sociale e a lottare insieme agli sfruttati della nostra terra. Perche noi lo sappiamo bene: Un altro mondo è possibile.


Giuseppe Stocchino Segretario Federale Prc di Cagliari

Roma:Carabinieri contro i suonatori ambulanti

Da ieri una task force dei carabinieri pattuglia le strade e le piazze del centro di Roma per liberarle dai suonatori ambulanti. L’iniziativa è del comando provinciale, a tutela di residenti, ristoratori e clienti disturbati dalla musica anche a notevole distanza. Come nelle migliori guerre all’ultimo degli ultimi, siamo passati dalle proteste dei residenti contro ristoratori e avventori, alle forze dell’ordine che, intanto, allontanano gli ambulanti.

Omicidio Aldrovandi: il 30 giugno la sentenza

Federico aveva solo diciotto anni. Ciao mamma, vado al concerto. Ma poi è morto. Forse, morto ammazzato. Forse, morto ammazzato da quattro poliziotti. Ed è nelle aule di tribunale che devono cadere i "forse".

Domani, dopo quattro anni di inchieste e due di dibattimento, ventisei udienze e quattro imputati (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto), otto avvocati e quindici periti, riprenderà la requisitoria del pm Nicola Proto. Il 30 giugno la sentenza. E quel giorno, forse (l'ultimo forse della serie?) sapremo perché lo studente Federico Aldrovandi, incensurato, non tornò mai a casa quella domenica di settembre del 2005, e gli si spezzarono invece il respiro e il cuore mentre a terra, raggomitolato, ammanettato, manganellato gridava "no, no!". Era l'alba.

Troppo silenzio aveva avvolto questa tremenda storia finché la mamma di Federico, Patrizia Moretti, impiegata comunale, non aprì un blog per raccontarla (federicoaldrovandi.blog.kataweb.it): le pagine elettroniche sono diventate tra le più viste d'Italia. Così quella morte ha cominciato a essere una questione aperta, come non accadeva dai tempi dell'anarchico Pinelli. Si è mossa anche Amnesty International. Le domande sono tutte in fila e sono parole ferite. Come si può morire a diciotto anni senza avere fatto niente? Cosa accadde davvero, quando arrivarono i poliziotti chiamati da alcuni cittadini di via Ippodromo perché un ragazzo si stava dimenando, e gridava?

Sono le 5 e 47 del mattino di domenica 25 settembre 2005: l'ora della prima telefonata alla sala operativa. Pare ci sia un ragazzo che per strada batte la testa contro un palo della luce, gridando frasi incomprensibili e imprecazioni. La gente è svegliata di colpo. Arriva la prima auto della polizia, gli agenti scendono riparandosi dietro le portiere, Federico dà un calcio al paraurti, poi sale sul cofano, scivola, rompe un vetro con un calcio. Arriva una seconda pattuglia: in tutto, tre uomini e una donna. Provano a bloccare Federico, studente all'istituto tecnico Copernico-Carpeggiani, classe IV E, indirizzo elettrotecnico. Mai nessun guaio con la giustizia, non è conosciuto come tossicodipendente né come violento. Non è un bullo, non è un ragazzo del branco, è solo un diciottenne un po' introverso che vive come tanti. Ascolta musica, esce con gli amici, qualche pizza, qualche birra. Forse, qualche pasticca. Ma si può morire ammazzati per questo?

C'è ancora tanta ombra attorno a quell'alba. La scena di Federico ammanettato e picchiato ci galleggia dentro, in cerca di contorni definiti. Il decesso viene dichiarato dal medico dell'ambulanza alle 6.35, dopo lunghi e inutili tentativi di rianimazione. Dalle testimonianze risulta che i poliziotti gli misero le manette, lo presero a manganellate e infine riuscirono a immobilizzarlo tenendolo a terra. Ed è così che probabilmente Federico è morto: per asfissia.

"Appena arrivati per i soccorsi, e visto il corpo con la faccia a terra, ammanettato sulla schiena, abbiamo chiesto ai poliziotti di togliergli le manette, altrimenti non riuscivamo a girarlo per capire se ancora respirasse. Aveva un rivolo di sangue alla bocca e in testa". Questa la deposizione dei due addetti all'ambulanza, Stefano Rossi e Thomas Mastellari. "Ma noi siamo intervenuti solo per impedirgli di farsi più male" ribattono gli imputati.

"Vedo mio figlio nella cassa, prima del funerale, e quasi non riesco a riconoscerlo: ha un livido enorme in faccia e quei segni maledetti sui polsi, chissà quanto hanno tirato per fargli tanto male" disse la madre. "Troppo silenzio, inaccettabile, neanche fosse morto un gatto. Nei primi giorni un muro di gomma, poi le cose sono cambiate": queste sono invece sono le parole di Lino Aldrovandi, ispettore dei vigili urbani, il padre. Un padre e una madre vedono uscire il figlio che andrà a un concerto a Bologna, e potranno incontrarlo di nuovo solo all'obitorio, il giorno dopo. "Suonano alla porta e ti dicono che è morto".

Però dall'autopsia emergono altre ombre. E' anche una battaglia tra periti. Quelli della famiglia sono certi dell'asfissia mentre il consulente della Procura, Stefano Malaguti, parla di problemi cardiaci: "Insufficienza miocardica contrattile acuta in condizioni di stress psicofisico". Ma il cuore gli scoppiò per le botte o per altro? "La causa dell'indebolimento - scrive il perito - è la droga, e precisamente eroina, ketamina e alcol". In quantità comunque troppo bassa per uccidere. Nel blog, la signora Patrizia ha messo anche le fotografie del suo ragazzo morto sul tavolo dell'obitorio. "Lo scroto schiacciato? E' stata rilevata solo una piccolissima ecchimosi" ha detto il procuratore capo, Severino Messina. "Quel ragazzo non è deceduto per le percosse ricevute".

Troppe domande cercano una strada e un senso. Perché Federico aveva i vestiti sporchi di sangue, ma a terra il sangue non c'era? Forse perché lo picchiarono quando ancora era in piedi? Ma si picchia un ragazzo per calmarlo, massacrandolo di botte? Perché i soccorsi vennero chiamati in ritardo? I quattro poliziotti devono rispondere di omicidio colposo, come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio: "Ingaggiarono una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento e mantennero il ragazzo ormai agonizzante in posizione prona, ammanettato, rendendone difficoltosa la respirazione. Un eccesso colposo che ha cagionato, o comunque concorso a cagionare il decesso".

E' questa la scena del pestaggio a sangue di un ragazzo che non aveva fatto niente di male, era solo agitato, aveva solo paura, aveva solo chiesto aiuto ed è morto. Senza motivo. Ma c'è un motivo per morire così?


fonte: la Repubblica

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