31 marzo 2009

INFORMAZIONE, RINVIO A GIUDIZIO MANIACI DI TELEJATOPER ESERCIZIO ABUSIVO PROFESSIONE E' ATTO GROTTESCO.

Rinviare a giudizio per "esercizio abusivo della professionegiornalistica" Pino Maniaci, animatore della tv locale Telejato di Partinico, è un atto sbagliato e grottesco. Negli anni Telejato si è distinta per le sue denunce della mafia locale, che hanno provocato a Maniaci minacce, auto incendiate e pestaggi. Il suo lavoro d'inchiestaè stato un solido punto di riferimento per dossier e documentari digran parte dell'informazione nazionale.L'idea che un giornalista coraggioso e indipendente, impegnato così afondo e così tanto sottoposto a rischi nell'attività di denuncia dellacriminalità organizzata possa esserlo solo se in possesso di untesserino dell'Ordine dei giornalisti, è semplicemente frutto di unamentalità figlia della peggiore burocrazia e di un legalismo che nonha nulla a che spartire con il diritto, la legalità e la democrazia. Siamo dalle parte di Pino Maniaci e delle sue denunce, pronti asostenerlo in ogni modo.
Giovanni Russo Spena responsabile nazionale Giustizia PRC/SE

Nichelino (To): Carabinieri e Guardia di finanza contro i GAP

I già 6000 kg di pane distribuiti a iniziano a far paura.Neanche un mese fa l'antitrust multava i produttori di pasta perchè c'era un intesa sugli aumenti. Giustamente i consumatori, i singoli cittadini si domandavano: "se il prezzo del grano scende, perchè la pasta aumenta?". Discorso analogo per il pane. Due giorni fa i militanti del Partito della Rifondazione Comunista di Torino hanno occupato l'ispettorato del lavoro e hanno fatto una lunga conversazione con il capo degli ispettori (trovate i video del presidio e del colloquio in questo stesso blog, qualche articolo fa), il quale ci ha detto che il sabato e la domenica nei posti di lavoro non ci sono i controlli da parte degli ispettori. Domenica 29 marzo verso le 11 stavamo terminando i nostri soliti 300 kg di pane. Come molti di voi sapranno da novembre a Nichelino (To) tutti i sabati al mercato di Piazza Dalla Chiesta ci sono i GAP (gruppo di acquisto popolare), un'iniziativa contro il carovita promossa e gestita dal Partito della Rifondazione Comunista, dove si distribuisce al prezzo calmierato il pane (ad 1 euro al kg) ed altri beni di prima necessita. Alle 11 i carabinieri sono venuti ad ostacolare la nostra iniziativa affermando che non possiamo vendere il pane (infatti noi non lo vendiamo, lo distribuiamo al prezzo calmierato di 1 euro al kg, ossia lo distribuiamo, per gli iscritti al gap, al medesimo prezzo che lo fa pagare il forno per far notare le enormi speculazioni che ci sono anche sui beni di prima necessità), che non ci sono le norme sanitarie (il pane è confezionato, viene distribuito coi guanti) ed altre accuse infondate. A quel punto hanno iniziato a chiedere i documenti agli iscritti al gap che stavano prendendo il pane, probabilmente per intimidire la gente. Le risposte dalla gente bastano come risposta. Un primo signore dice "io non lavoro, sono in mobilità, anche per questo prendo il pane ad 1 euro al Kg", un altro signore sulla quarantina dice "sono in cassaintegrazione, tra mutuo e bollette non riesco ad arrivare alla fine del mese, ora vogliono arrestarmi perchè prendo il pane ad 1 euro al kg?". Una compagna poco dopo si avvicina e ci dice: "con tutto quelle che hanno da fare, vengono al mercato ad ostacolare le campagne contro il carovita, vanno a colpire i più deboli come noi che non riescono più a comprarsi neanche più un pezzo di pane". Un po' spiazzati dalla situazione i carabinieri vanno via, non prima di fare qualche telefonata. Mezz'ora dopo a farci visita è la Guardia di Finanza, ma alle 11:30 tutto il pane è già terminato e il banchetto smontato. Fanno una piccola chiacchierata e vanno via. Personalmente crediamo che le forze dell'ordine debbano andare ad indirizzare le loro attività dove si muore e non dove si fa solidarietà e si denduncia la speculazione. Incominciamo a capire che dopo 5 mesi di gap, 6000 kg di pane distribuiti iniziamo a dar fastidio, sia ad alcuni partiti perchè siamo gli unici a rispondere concretamente al carovita, sia al sistema economico, perchè facciamo notare le speculazioni che ci sono oggi più di allora su tutti beni, anche sui beni di prima necessità .

Non un GAP indietro. Ci vediamo sabato prossimo.


GAP Nichelino (TO)

30 marzo 2009

Roma: raid razzista, pakistano in fin di vita

Chi siete? Ma che volete?». Mohammad Basharat, 35 anni, un negoziante pakistano, non capiva. Cinque giovani italiani mai visti e conosciuti capelli corti, orecchini, berrettini da baseball lo stavano tirando fuori a forza da un furgone fermo a un semaforo a Tor Bella Monaca e di sicuro non era un film. Un pugno devastante al volto gli ha spiegato in una frazione di secondo che c’era una caccia in corso e che c’era anche una preda: volevano lui, gli sconosciuti, e se non proprio lui la carnagione scura, i capelli dardeggianti come gli occhi, la faccia inconfondibile da straniero. È crollato a terra svenuto, Mohammad, e poi si è ripreso. Un’illusione: l’immigrato, colpito da «una vasta emorragia cerebrale», è crollato dopo poche ore: è stato operato al cervello e ora lotta per la vita nel Reparto Rianimazione del Policlinico “Casilino”.L’aggressione è avvenuta lunedì scorso nel primo pomeriggio. Ma fino a ieri era stata taciuta. La polizia ritiene «molto plausibile» l’ipotesi di un raid «a sfondo xenofobo» anche se «alla vittima non sono state rivolte espressioni esplicitamente razziste». Il commissariato “Casilino Nuovo”, che segue le indagini, ha trasmesso gli atti alla Squadra Mobile. I teppisti, tutti giovani intorno a vent’anni, non sono stati rintracciati. I carabinieri, sempre ieri, hanno arrestato a Tor Bella Monaca alcuni ragazzi con l’accusa di aver pestato «senza motivo» un bengalese. Le modalità sembrano simili all’assalto contro il pakistano. Si sta cercando di capire se i gruppuscoli fossero collegati. Mesi fa quattro adolescenti, sempre nella zona, assalirono un cinese alla fermata del bus, dopodiché toccò a un altro bengalese.C’è anche una tragedia nella tragedia. La moglie del pakistano, Karunasekera, del Bangladesh, era incinta di tre mesi. Era. Lo stress le è stato fatale. Venerdì la donna ha perso il bambino. «Mohammad è peggiorato nelle ultime ore racconta Faruk Tabassum, 42 anni, interprete, un connazionale amico di famiglia della vittima La Tac non va bene. Siamo pronti al peggio. È stata una cosa incredibile e non è bello che finora nessuno ne abbia parlato. Lunedì tra le tre e le quattro Mohammad era fermo alla guida del suo Fiat “Ducato” con un amico al fianco. Erano stati a fare la spesa al supermercato “Pewex” di Tor Bella Monaca e stavano lì vicino. Quelli sono arrivati all’improvviso e l’hanno tirato fuori. Lui non capiva. Poi c’è stato il pugno».Il pakistano, in Italia da dieci anni, ha un negozio di alimentari a Torre Angela. L’amico che era con lui nel furgone si chiama Naziq ed è coetaneo. È stato uno degli automobilisti italiani che seguivano il “Ducato” a dare l’allarme chiamando il “113”. «Hanno visto tutto continua Faruk Tabassum Mohammad, quando è arrivata la polizia, era a terra. Lì per lì, per paura di ritorsioni, ha detto di essersi sentito male. Ma in ospedale, prima di perdere conoscenza, ha raccontato tutto: gli agenti ormai avevano sentito i testimoni». Basharat era stato trattenuto in Osservazione al “Policlinico Casilino”. «Martedì mattina aggiunge l’amico i medici si sono resi conto che si stava “paralizzando”. Non rispondeva più. Hanno chiamato di corsa la moglie per farsi autorizzare a operarlo. Il pugno gli ha provocato un’emorragia cerebrale: una cosa incredibile». A Tor Bella Monaca, periferia est, storie che si ripetono, qualcosa che sta accadendo


fonte: il messaggero

Sentenza Diaz: vanno tutti in Appello, Accusa, Procura generale e parti civili chiedono di condannare anche i vertici della polizia

I giochi sono chiusi. Per le richieste di Appello alla sentenza pronunciata dal presidente Gabrio Barone il 13 novembre 2008 sui fatti avvenuti la notte del 20 luglio 2001 nella scuola Diaz al termine del G8 di Genova, i termini sono scaduti ieri. E tutte le parti hanno giocato le loro carte. Da una parte i due pubblici ministeri Francesco Albini Cardona ed Enrico Zucca, titolari dell'accusa, hanno chiesto la riforma della sentenza di primo grado e la condanna anche dei vertici della polizia (tutti assolti) scesi nell'agone al fianco dei loro "soldati" e parimenti responsabili «del blitz preordinato» all'interno della sede del Genoa Social Forum.A sostenere le accuse, a sorpresa, anche la Procura generale, con la sua richiesta di Appello. Un fatto "politico", che dimostra la compattezza dei più alti vertici inquirenti del palazzo di giustizia genovese nell'affrontare un processo storico, concluso in primo grado con un sostanziale colpo di spugna su tutte le accuse più scottanti rivolte ai massimi dirigenti della polizia italiana, e la condanna dei soli Vincenzo Canterini e dei capisquadra del Reparto mobile, giudicati responsabili dell'esito sanguinario dell'irruzione. L'avvocato Silvio Romanelli, per questi ultimi, ha a sorpresa chiesto «la nullità» della sentenza per «mancanza di correlazione con l'imputazione» e la «ripetizione del dibattimento con un nuovo esame in aula degli imputati». Sullo sfondo la richiesta di assoluzione. Le premesse sono queste: «Non è provata né l'esistenza di un "complotto" in danno degli occupanti della Diaz né la caratteristica di "spedizione punitiva" dell'operazione», scrive l'avvocato Romanelli.Il blitz si tradusse in una «esplosione spontanea di violenza determinata dal contesto ambientale, ovvero: i poliziotti provenivano da giorni di gravi disordini di piazza e violenti scontri che non erano riusciti ad arginare, provavano, dunque, un senso di frustrazione ed umiliazione, oltre che di stanchezza».Con 56 pagine chiedono di riformulare il giudizio anche le parti civili: chi firmò il verbale dell'irruzione «sapeva» che si trattava d'un falso. E soprattutto i super-dirigenti, essendo presenti nella scuola a pochi minuti dal blitz, hanno «coperto» i pestaggi, almeno secondo i legali dei noglobal. Particolare il passaggio su Francesco Gratteri, allora come oggi super-funzionario della polizia: fu lui - dicono - a insistere con Canterini perché scrivese di una forte resistenza degli antagonisti (mai confermata) e per questo deve rispondere di falso.



fonte: Il secolo XIX

26 marzo 2009

Napoli, scontri tra studenti. La polizia spara in aria.

Un colpo in aria è un po' che non lo si vedeva. Invece, oggi, 26 marzo 2009, a Napoli è successo. Agenti della Digos per disperdere gli studenti che manifestavano contro l'avanzata dell'estrema destra nelle Università hanno scelto l'estrema ratio. Hanno sparato.È successo a piazza Garibaldi, nei pressi della stazione centrale. Tutto era cominciato nei giorni scorsi. Precisamente, il 18 marzo, quando il Blocco Studentesco – organizzazione legata a Casa Pound – si era messo davanti alla facoltà di Giurisprudenza per volantinare l'iniziativa in programma per oggi: un video, questo il succo dell'incontro, sui fatti di piazza Navona del 29 ottobre scorso. Già quel giorno la tensione si era fatta alta, anche perché, secondo il racconto degli studenti dell'Onda, «i fascisti sono passati subito alla provocazione attiva brandendo coltelli e bastoni con in punta una lama innestata» (guarda le foto) Poi, il 26 marzo è arrivato: la proiezione del video è stata rimandata, ma i fascisti a Napoli ci sono andati lo stesso. Secondo la ricostruzione della Digos, «universitari di estrema sinistra, circa un centinaio si erano preparati a sbarrare l'accesso all'università a quelli di estrema destra, una quarantina. I due gruppi si sono fronteggiati a distanza, separati dalla polizia, poi i membri del Blocco Studentesco si sono allontanati. Un'auto della Digos ha seguito gli studenti di destra che, nel percorso fino alla stazione, si erano assottigliati, rimanendo in 7-8. In Piazza Garibaldi, però, hanno trovato un gruppo di circa 40 universitari di estrema sinistra ed è scattata la caccia all'uomo. Gli agenti della Digos hanno fatto entrare il piccolo gruppo nel box della Polfer che è stato danneggiato dal lancio di pietre e mazze. Poi l'auto della polizia è stata circondata e l'agente ha sparato in aria riuscendo a disperdere gli studenti. I poliziotti erano anche riusciti a bloccare uno studente che è poi scappato visto il soverchiante numero di universitari rispetto agli agenti».In realtà, secondo alcuni testimoni, la tensione a Piazza Garibaldi era già scesa. Per questo si chiedono i responsabili provinciale e regionale del Movimento per La Sinistra, Andrea Di Martino e Peppe De Cristofaro perché la polizia ha sparato? «Solo per un caso - scrivono i due - non si è avuto un nuovo caso-Sandri: da una volante della polizia giunta sul posto, a manifestazione conclusa ed in una situazione ormai di calma rispetto alle tensioni precedenti, le testimonianze degli studenti e dei cittadini presenti sul posto riferiscono che un agente di polizia avrebbe esploso un colpo di pistola ad altezza d'uomo, come sembrerebbe dimostrare il foro del proiettile ritrovato nel muro». La Digos, dal canto suo, dice: l'avevamo detto. Nella relazione consegnata al Parlamento il 10 marzo scorso, spiegano, era stato lanciato un allarme a proposito della crescente conflittualità politica tra estremisti dovuta al «maggior protagonismo politico acquisito dalla destra radicale su tematiche movimentiste, tradizionale monopolio della sinistra».


fonte: L'Unità

Roma, aggressione fascista a Ponte Milvio al grido "Siamo la razza ariana, siamo nazionalsocialisti"

Aggressione a Ponte Milvio, uno dei luoghi più noti della capitale. Due italiani di 25 e 27 anni sono stati arrestati per lesioni gravi: durante una rissa scoppiata la scorsa notte hanno colpito un francese di 45 anni, procurandogli la frattura di tibia e perone. Mentre lo picchiavano, secondo testimoni, hanno urlato frasi come "siamo nazionalsocialisti", "siamo noi la razza ariana". La violenta lite è scoppiata davanti a un pub poco dopo le due notte. L'uomo è stato ricoverato al Policlinico Gemelli, e giudicato guaribile in 40 giorni. Secondo quanto riferisce la moglie, si chiama Michael Barrett, è risiede a Roma da alcuni anni. Sulla vicenda indaga la polizia.

Auto-censimento anti-razzista

«Ho visto cose che voi umani non potete immaginare». Chi non ricorda questa frase? A dirla è l’androide morente in una delle ultime scene di «Blade runner». A ripeterla, ora, potrebbero essere le innumerevoli associazioni, cooperative, coordinamenti di migranti, o di amici dei migranti, che scavano ogni giorno piccole trincee negli angoli più disparati del nostro paese. Forse non dovranno in futuro raccontare di «navi di combattimento in fiamme davanti ai bastione di Orione», come l’androide del libro di Philip Dick, ma di più modeste roulottes di rom in fiamme davanti ai bastioni di Ponticelli, o di micro-aggressioni, di disprezzo diffuso, di esclusione e rancore, insomma di tutto quel che il razzismo istituzionale – intessuto di leggi vessatorie e ordinanze comunali idiote – ha riversato sulla testa di tutti noi. E le teste, molto spesso, non sono abbastanza impermeabili. Ho l’impressione che chi guarda alla situazione con gli occhiali dei media, o anche solo della politica e dell’associazionismo «nazionali», fa una gran fatica a percepire quanto grave sia la situazione. Nel nostro mensile del nordest [anzi dell’«estnord», come lo chiamiamo con imprudente ottimismo], da domani in edicola, in regalo, con Carta, si dice per esempio che in Veneto un disoccupato ogni quattro è straniero, ossia è un migrante di quelli che fino allo scorso anno gli imprenditori della regione reclamavano a gran voce. Ora c’è la recessione, come tutti sanno, ma per un immigrato perdere il lavoro significa perdere tutto, visto che la legge Bossi-Fini vincola strettamente la concessione del permesso di soggiorno ad un contratto di lavoro. Niente contratto, niente permesso. «Al punto che – racconta ai nostri compagni del nordest Davide Dal Pra, che si occupa di immigrati per la Cgil di Vicenza – spesso, per conservare lo status garantito dal permesso di soggiorno, devono assumersi fra amici, come domestici». La sola scappatoia sarebbe chiedere il «permesso per attesa occupazione» [così si chiama], che però dura sei mesi solamente. Altrimenti, si diventa «clandestini», con tutto quel che ne consegue. A cominciare dall’ostilità degli italiani che, anch’essi in numero sempre maggiore, stanno perdendo il posto [il mensile dell’estnord è appunto dedicato all’analisi di un distretto industriale, quello del «mobile in stile» nel padovano, precipitato in una crisi mai vista]. «Le tensioni – dice al nostro mensile nordestino Devi Sacchetto, studioso del mercato del lavoro e della delocalizzazione di imprese – sono già piuttosto diffuse nei confronti sia dei migranti sia di quanti non emigrando hanno la ‘colpa’ di lavorare a più bassi salari in aziende magari delocalizzate in Polonia o in Romania. Questo – aggiunge Sacchetto – è alimentato dalle campagne razziste sostenute anche da chi pensa a forme di differenziazione democratica tra presunti locali e stranieri». Un sintomo molto preoccupante è quel che ha proposto perfino un funzionario locale della Cgil, il segretario di Treviso Paolo Barbieri: una «moratoria» all’ingresso di stranieri, quote zero. «Solo un ipocrita – commenta Sacchetto – fa finta che le quote servano a chiamare gli immigrati di cui il sistema produttivo necessita. Chi passa attraverso le quote è già in Italia… Far pagare la crisi innanzitutto agli ultimi arrivati è un’idea più diffusa di quanto possiamo pensare». Insomma, la «mostrificazione» del «pugile» e del «biondino», i romeni accusati di due stupri e poi riconosciuti innocenti, ma che hanno rimbalzato per settimane da un giornale a un «Porta a porta», e che prossimamente potremmo vedere al «Grande fratello», non so quanto consapevolmente è servita a indicare negli stranieri, per quanto bianchi e comunitari siano, la presenza sgradevole, nociva e pericolosa su cui scaricare le scosse sismiche profonde che la crisi economica sta provocando nella società italiana. Però appunto dall’altra parte ci sono miriadi di anticorpi, in giro per il paese. Che perfino noi di Carta, che pure dell’esplorazione sociale facciamo la nostra ragione sociale, fatichiamo a elencare. Perciò stiamo proponendo un «auto-censimento», che finirà nelle pagine di un «Almanacco Clandestino» di Carta che uscirà il venerdì prima di Pasqua e vi resterà per due settimane: lì vorremmo pubblicare le «pagine gialle» dell’antirazzismo e delle organizzazioni dei migranti.
Chi vuole «auto-censirsi» scriva a carta@carta.org. Sul sito, http://www.carta.org/, tutti i dettagli.


Partecipate all’autocensimento http://www.carta.org/campagne/migranti/16965


Chi volesse inviare indirizzi può scrivere a carta@carta.org entro il 30 marzo.
Le informazioni che stiamo raccogliendo, in sintesi, sono:

nome del soggetto sociale
indirizzo civico e città
riferimento telefonico e web [sito e email]
principale settore di intervento [sintetizzabile in pochissime singole parole, ad esempio, “assistenza legale”, “scuola di italiano”…]
eventuali segnalazioni [brevissime] particolari.



Pierluigi Sullo http://www.carta.org/

Trapani. Rivolta al Cie Vulpitta

All’interno del Cie “Serraino Vulpitta” di Trapani un immigrato si è tagliato con una lametta per protestare contro la sua insensata detenzione. Ne è nata una rivolta, repressa dalle forze dell’ordine. Questo episodio si aggiunge ad altri fatti simili accaduti nei giorni scorsi in altri centri italiani: da Torino, a Bari, a Milano. Con l’aumento della detenzione da due a sei mesi, il governo italiano innalza a dismisura il livello di disumanità di queste strutture. Privare della libertà per ben sei mesi una persona che non ha commesso reati significa annientarla fino a conseguenze estreme. Sono luoghi infami che vanno chiusi immediatamente. Lo gridano gli immigrati, lo ribadiamo noi.


Coordinamento per la Pace – Trapani

Bologna: sgomberato campo rom

Anche negli ultimi due mesi del mandato Cofferati, non si ferma la pratica degli sgomberi contro i senza casa. Questa mattina, molto presto, agenti della Polizia di Stato e della Polizia Municipale, hanno compiuto un’operazione di “ controllo straordinario con contestuale sgombero” nell'ex area militare dei Prati di Caprara dove si era insediato un accampamento di cittadini rom.

25 marzo 2009

Parma: Un torneo di calcio per i vigili razzisti

La singolare iniziativa di un comitato nato in difesa degli indagati per il caso Bonsu Una partita di calcetto in solidarietà con gli agenti arrestati per il pestaggio di Emmanuele E dopo i calci il calcetto. Ci mancava pure la partitella solidale, a Parma. A organizzarla il sedicente comitato Senzanullaincambio, nato in difesa dei vigili urbani indagati per il pestaggio di Emmanuel Bonsu, il 22enne ghanese scambiato per uno spacciatore e picchiato a sangue dalla polizia municipale. Tra i promotori figuravano le zie e le nonne e gli amici tutti degli agenti emiliani. Perché, lamentano con piglio i fan degli inquisiti, sulla vicenda del giovane di colore «l'intero corpo della municipale è stato sottoposto ad attacchi mediatici ingiustificati e senza precedenti». Ecco dunque la loro prova di forza: un paio di braghettoni da calcetto e una tshirt con la foto di Alberto Sordi nel film "Il vigile". Alè. Palla a centro e via andare.Il fischio d'inizio nella palestra di via Testi, a pochi metri dal parco Falcone e Borsellino dove - secondo la pm Roberta Licci - nel tardo pomeriggio del 29 settembre 2008 Emmanuel venne aggredito da quattro vigili in borghese. Erano convinti di aver acciuffato un pusher, gli agenti. Quel giorno i poliziotti della municipale - sempre stando alle carte della procura di Parma - s'erano appostati, avevano concordato cenni d'intesa. E quando, finalmente, avevano messo le mani addosso al sospetto non avevano badato al capello: giù con calci e pugni e sberle alla cieca. Insulti, urla. Poi subito le manette, il trasporto al comando di via Del Taglio, le umiliazioni e le foto ricordo con «la scimmia», secondo l'epiteto usato nei confronti del ragazzo. Erano su di giri, gli ex addetti al traffico. Quella sera anche l'assessore alla Sicurezza Costantino Monteverdi, silurato dal recente rimpasto del sindaco Pietro Vignali, s'era congratulato per «la splendida operazione di polizia». Va a sapere, invece, che l'arrestato era solo uno studente del Da Vinci, l'istituto tecnico a due passi dal parco. Un incensurato insomma, e però con la pelle scura. Per rimettere un po' d'ordine nella vicenda ci sono voluti allora cinque mesi di indagini, un ordine di arresto domiciliare per quattro dei 10 vigili presenti all'operazione, la sospensione dal servizio degli altri sei e la conferma dell'impianto accusatorio da parte del Tribunale del riesame di Bologna (lesioni aggravate, calunnia, sequestro di persona e falso sono le imputazioni formulate dal pm Licci con l'aggravante, per alcuni, dell'odio razziale). In settimana, poi, agli agenti è arrivata la notifica della fine delle indagini, in concomitanza con l'archiviazione dell'accusa fatta a Bonsu di resistenza a pubblico ufficiale. Fra meno di 15 giorni, salvo contromosse degli avvocati, il rinvio a giudizio. Il comitato Senzanullaincambio non s'è scomposto e anzi ha rilanciato: una partita di calcetto per esprimere solidarietà ai vigili e per raccogliere fondi da destinare ai loro familiari. «Dimentichiamo infatti che i dieci agenti finiti nell'occhio del ciclone hanno dei figli da mantenere», lamentava a bordo campo la nonna di Andrea Sinisi, uno dei sei sospesi dal servizio. Già alle 14 di sabato scorso, quindi, sgambettavano di buona lena colleghi e simpatizzanti del corpo: agenti da una parte del campo, amici e parenti dall'altra. In mezzo, un pallone pesante come il piombo e addirittura un arbitro ufficiale della Fgci (che fischierà la fine dell'incontro sul punteggio di 7 a 3 per i vigili). Per tutti, magliette d'ordinanza con l'immagine dell'Albertone nazionale che dirige il traffico (appunto). Sugli spalti della palestra, tra i circa 60 ultras della solidarietà stava invece Mario Assirelli, segretario vicario nazionale del Sulpm, il sindacato dei vigili urbani. È stato lui a portare alla combriccola i saluti di Maurizio Saia, senatore di An. Neppure l'ombra, invece, dei politici locali e di Giovanni Maria Jacobazzi, il nuovo comandante della polizia municipale di Parma, di cui qualcuno s'era azzardato ad annunciare la presenza: «Non sapevo nulla della partita - ha ribattuto seccamente l'interessato - penso che questo sedicente comitato abbia usato il mio nome solo per farsi pubblicità». Punto e stop. De resto non serviva un grande fiuto per smarcarsi dai supporter degli inquisiti. Già nelle scorse settimane erano partite dai loro ranghi bordate e attacchi assai disinvolti nei confronti di stampa e magistrati, rei di presunti comportamenti diffamatori nei riguardi di vigili urbani. All'ultimo, a finire in fuorigioco sono stati quelli del comitato.
fonte: il manifesto

24 marzo 2009

Roma, il IV municipio vieta le fontanelle ai rom

"Chiudere le fontanelle pubbliche, per favore, altrimenti ci vanno i rom. Sono tanti, si accalcano per riempire le taniche e danno fastidio ai residenti del quartiere e ai commercianti. E' sconveniente, soprattutto vicino al mercato rionale". Per questo motivo il presidente di An del IV municipio di Roma, a ottobre, aveva chiuso alcune fontanelle pubbliche nei quartieri Talenti e Prati Fiscali: Roma Nord-est, quartieri di lavoratori dipendenti a un passo dal centro. Una di queste, in via Prati Fiscali vecchia, è ancora chiusa. Una decina di cittadini di sinistra del IV municipio, pensionati, liberi professionisti, docenti ha letto la denuncia de l'Unità e lanciato un appello e una raccolta di firme per la riapertura delle fontanelle. "L'acqua è vita, è un bene di tutti. Non si può togliere a chi vive in strada, a quei rom che non hanno neanche un posto nei campi nomadi della città" - scrivono i dieci.E spiegano: "La motivazione del nostro incontro viene dall'osservazione quotidiana della disgregazione del tessuto sociale dei nostri quartieri, dal venir meno di segni di accoglienza e di solidarietà, il tutto nella progressiva scomparsa di luoghi di incontro e confronto. Ciò viene accentuato dalle attuali difficoltà economiche. In questo quadro, sempre di più, vengono strumentalmente indicate e fatte percepire come un pericolo le persone provenienti da altri paesi che qui vivono e lavorano. Il nostro obiettivo è costruire un luogo di aggregazione e di riflessione e di intessere al nostro territorio, una rete di relazioni tra i cittadini italiani e quelli di provenienze diverse".

Il loro appello si può sottoscrivere qui o all'indirizzo ilmondoiniv@gmail.com.



fonte: l'Unità

Taranto: entra nel vivo il processo contro i movimenti.

Si intensificano le udienze del processo di Taranto che vede coinvolti 19 imputati per Associazione Sovversiva. I fatti si ascrivono al periodo immediatamente successivo al G8 di Genova del Luglio 2001. L’udienza sarà in corte d'assise e si svolgerà in data 25/03/2009. Genova è stato un luogo di tentata analisi collettiva, ed è proprio in questa analisi che deve andare a ricollocarsi lo scenario per riposizionare oggi quella che è l'imbastitura del processo di accusa ai protagonisti di quelle lotte.
Le aule dei tribunali servono ovviamente ai governi per “educare” chi ha osato scagliarsi contro lo status quo e per formalizzare in termini di condanna penale ciò che era stato messo in pratica nel pre e nell’immediato post Genova da parte di tutte le componenti del movimento. Il dopo, purtroppo per Noi, è stato abbastanza disastroso dappertutto e oggi ne paghiamo le conseguenze in termini di riappropriazione dell'esistente. Nonostante ciò, resta il fatto che la repressione non si è fermata, e ha portato a centinaia di processi effettuati e condanne. Persino processi che si pensavano terminati (vedi Cosenza) sono tornati a celebrarsi in corte d'appello, nonostante l'assoluzione in I° grado. Il processo di Taranto oggi sta per entrare nel vivo del dibattimento. Nell'inchiesta tarantina vengono contestate iniziative pubbliche svolte nella città sui temi affrontati all'epoca dal movimento come il diritto a un lavoro degno, alla salute per tutt*, il rifiuto della guerra, l’opposizione alle logiche del mercato globalizzato, etc. Provando ad analizzare brevemente i reati contestati, che sull'inchiesta lasciano intendere scenari apocalittici ma che ascritti al loro merito lasciano pochi fraintendimenti, le imputazioni riguardano una ipotetica violenza privata, sequestro di persona( altro non sono che manifestazioni di protesta verso la presenza di esponenti neo fascisti di Forza Nuova), imbrattamento, la rimozione di una celtica che diventa rapina,oltraggio a corpo politico, violenza, resistenza e minaccia a Pubblico Ufficiale. Diciamo solo che dato l’atteggiamento che le forze di “sicurezza” assumono in piazza, diviene difficile “non resistere”. Secondo la “loro” logica, una scritta dai contenuti sociali vergata sui muri diviene deturpamento ed imbrattamento, un murales, tanto migliore delle oscene opere che le amministrazioni ci propinano, diventa danneggiamento della cosa pubblica, il recupero di posti abbandonati dalle istituzioni stesse e da privati diventa occupazione di edifici e terreni. Queste sono le assurde accuse contro i diciannove imputati di questo processo. Alla luce di tutto ciò, affermiamo che parte delle misure contenute nel pacchetto sicurezza sono solo la mutazione in legge delle accuse ascritte agli imputati nel 2002. Infatti il pacchetto non contiene solo norme contro i migranti ma anche disposizioni miranti a reprimere il dissenso, il conflitto sociale, la libertà d’espressione, l'obbligo di dimostrare “l'idoneità alloggiativi” per ottenere l'iscrizione anagrafica, le norme anti-graffito, l’inasprimento delle norme per il reato di danneggiamento. Inoltre, il pacchetto sicurezza arriva a conferire al ministro dell'Interno la facoltà di sciogliere gruppi «eversivi» e di oscurare siti telematici che invitino «a opporsi alle leggi». Oggi, come allora, si mette a tacere il dissenso e il conflitto sociale attraverso la repressione. Oggi più di allora si additano capri espiatori, con l’aiuto dei media, per distogliere l’attenzione pubblica dei ceti più colpiti dalla crisi. La crisi economica attanaglia questa città da molti anni. Taranto, grazie al disastro ambientale perpetrato dalle grandi industrie è primatista europea per diossine, tumori e leucemie, ha un tasso di morti bianche elevatissimo. Oltre a ciò si ha il 25% della popolazione disoccupata e una ben conosciuta collusione della politica con la mafia. A questo si aggiunge la mala-gestione della cosa pubblica e il fallimento del comune. Il dissesto che colpì la città sullo Jonio 3 anni fa non è stato mai sanato, e adesso, grazie alla “crisi”, la situazione che era abbastanza grave per la stragrande maggioranza della popolazione è ulteriormente peggiorata. In questo contesto, il processo di Taranto, come quello di Genova, Cosenza e tantissimi altri negli ultimi otto anni, è momento esemplare dell’attacco da parte dello Stato Italiano a tutte le forme di conflitto sociale. Il nostro appello è rivolto a tutt*, singoli e realtà collettive, perché aderiscano alle iniziative che si proporranno. Costruiamo ovunque momenti d’informazione e solidarietà attiva con gli imputati per rivendicare tutti i percorsi di ribellione: del resto che le masse scese nelle piazze di Napoli e Genova fossero storicamente nel giusto è dimostrato dalla realtà devastata che è sotto gli occhi di tutt* nonché dalle squallide disavventure di un ceto politico dirigenziale, di qualsiasi colore o sfumatura, che chiede l’impunità per sé stesso decretando anni di galera a chi si ribella.


Comitati di Quartiere Taranto
Confederazione Cobas Taranto

Processo Omicidio Giuseppe Casu

La deposizione del perito Icro Maremmani, che doveva esprimersi sulla correttezza della diagnosi fatta nel reparto di psichiatria, chiude i testi di parte civile. Il professore ha sostenuto che seppure Casu sia stato portato in ospedale in condizioni di "emergenza", la diagnosi di ebbrezza alcolica fosse scorretta e che quella di disturbo maniacale (fatta a posteriori, dopo il decesso) non fosse condivisibile e che di conseguenza non fosse condivisibile la successiva condotta terapeutica (giudicata "estremamente potente sul piano sedativo").Successivamente è stata interrogata la dottoressa Cantone (psichiatra che ha disposto la terapia) imputata di omicidio colposo con previsione dell'evento.Momenti di tensione, interrogatorio lungo, con particolari inquietanti e sconcertanti. In un'aula di tribunale è molto difficile trovare la verità e di conseguenza giustizia. Gli avvocati non possono conoscere a fondo le questioni tecnico sanitarie oggetto del dibattimento e tra regole processuali e il fatto che la scienza medica si applica a esseri umani...tutto diventa possibile. Leggere i giornali poi conferma questo disagio. I giornalisti presenti in aula riportano le loro impressioni da profani e il fatto che la dottoressa Cantone abbia retto l'interrogatorio diventa elemento dominante: non vengono riportate le accuse, le contestazioni del perito Maremmani, le domande e le osservazioni del PM, ma un fiume di parole dalle quali emerge che la dottoressa ha agito "applicando le direttive" e "secondo coscienza"... non so se ricorda qualcosa...Come non viene nemmeno riportato quello che la dottoressa stessa sottolinea e rende plateale: il perito di parte civile non riesce a rimanere impassibile e tirando in ballo risponde con un: Sto zitto perché devo!"Sostiene che il signor Casu è stato trattato con grosso riguardo da tutto il personale, che lei ha visto al momento del ricovero Giuseppe dare più volte pugni al muro, ma è la figlia che lo vede solo il giorno dopo del ricovero che si accorge e segnala la mano destra gonfia e violacea...Sono "comparsi" episodi di aggressività verbali e fisici non riportati in cartella né documentati altrove che giustificherebbero il protrarsi della contenzione fisica. La Cantone ha affermato che LEGARE ERA UNA PRASSI in quel reparto, che non esiste un "regolamento" riguardo alla contenzione e alla sedazione farmacologica, per cui ogni psichiatra farebbe a sua discrezione. Ha affermato che nell'intero ospedale ss trinità non è possibile effettuare un esame ALCOLEMICO per capire se una persona ha bevuto, per cui lei ha stabilito di somministrare a Casu ALCOVER perché gli aveva sentito odore di alcol in bocca; nonostante il medico di famiglia (che conosceva Casu da dodici anni) avesse escluso che fosse alcolista, ha preferito comunque somministrargli il farmaco per scongiurare una crisi da astinenza. La cosa rilevante è che questo farmaco è dannoso per un paziente epilettico e che peraltro era trattato con un farmaco a base di benzodiazepine che già lo "proteggeva" da un eventuale crisi d'astinenza alcolica. La dichiarazione più assurda e grave è stata che aveva ritenuto OPPORTUNO DARGLIELO ANCHE SE FOSSE STATO SOLO UN' ASSUNZIONE EPISODICA (come a dire che dopo un'ubriacatura dovremmo prendere tutti un po' di alcover).I lacci con cui Casu era legato diventavano nel racconto LUNGHI per consentirgli di alzare il tronco e poi CORTI per evitare che si facesse male, poi di nuovo LUNGHI quando si è strappato il catetere (posizionato in un uomo vigoroso e in salute, entrato sulle sue gambe nel reparto, che avrebbe potuto mangiare e urinare liberamente).Alla fine non si è capito chiaramente se era agitato, aggressivo, o talmente sedato da non poterci né parlare né risvegliare scuotendogli una spalla; fatto sta che neanche da sedato e legato gli hanno fatto una radiografia...perché era troppo agitato (in una clinica veterinaria riescono a fare le radiografie alle tigri). Le dosi dei farmaci superavano (a volte in misura doppia) le dosi prescritte dai bugiardini. Prima di somministrare alcuni farmaci sarebbe stato necessario praticare un elettrocardiogramma, ma la dottoressa ha sostenuto che è diventato obbligatorio solo dal 2007. Infine il parere dei periti farmacologi (assolutamente contrario alla terapia e alle dosi) è ininfluente perché solo gli psichiatri lavorano sul campo e solo loro si trovano a dover trattare pazienti che hanno contemporaneamente diverse malattie (purtroppo è affidata a loro la sperimentazione sull'interazione tra farmaci!). Prossima udienza il 26.03.09 pomeridiana dalle 14:30 alle 17 verrà sentito l'ex primario Turri e si inizia con i loro testimoni, ricordiamo che l'udienza è pubblica per chi volesse partecipare.


Comitato Verità e Giustizia per Giuseppe Casu

23 marzo 2009

Roma: Dall'estrema destra slogan choc contro i disabili.

Appena lo vede e capisce quello che c´è scritto sopra Davide si mette a piangere. Si guarda intorno: tra i suoi amici facce smarrite, espressioni incredule. E laggiù, sotto quello striscione su cui è scritto "Travestiti da disabili, ma con le pance piene, siete sempre e solo iene", indifferenza e tracotanza. Piange. E tra le lacrime dice: «Io non sono travestito da disabile. Io sono Down».
È successo sabato, alla Festa della Primavera organizzata nella sua sede di via della Farnesina, nel XX municipio, dalla cooperativa Effetto Natura. Una festa per le famiglie dei ragazzi disabili e non che in questi mesi hanno lavorato insieme: erano più di 300 con le loro famiglie e i loro amici. Stavano tutti percorrendo il Sentiero delle Stelle o il Giardino delle Farfalle, i due progetti realizzati insieme, quand´ecco che sono arrivati: 20 persone di Casa Pound e del Blocco Studentesco. Hanno innalzato il loro striscione mentre noi scout, racconta Virgilio, «ci siamo messi intorno all´ingresso. Alcuni di quei ragazzi, infatti, sono noti nel quartiere: teste calde, pronti a menare le mani». «Usare questo atteggiamento demagogico e presentarsi in quel modo davanti a ragazzi con sofferenze vere è una vergogna» ha detto Ileana Argentin. «Un atteggiamento che esprime solo arretratezza culturale e assoluta mancanza di solidarietà». Flavia Caruso, ideatrice della cooperativa (e madre di un ragazzo Down di 15 anni), nonché naturalista e responsabile dei progetti di educazione e formazione ambientale dell´ufficio scolastico regionale del Lazio, ha poi spiegato che «quando individuammo questo terreno era in completo stato di abbandono. C´era un capannone ricoperto di eternit (amianto) e per il resto l´area era un vero immondezzaio. Era il 2005. Alla fine siamo entrati nell´ottobre dello scorso anno, pochi mesi fa. Non abbiamo finanziamenti, si regge tutto sul volontariato. Tra i soci» continua la Caruso, «ci sono anche disabili. Il nostro obiettivo è l´integrazione: far lavorare insieme disabili e non. Come è successo con il Sentiero delle Stelle, realizzato da scout e Down».


fonte: La Repubblica

21 marzo 2009

Sgombero Rialto: C’è bisogno di dare una risposta politica forte e chiara alla follia securitaria, all’intolleranza, al razzismo, al fascismo

Questa notte a Roma intorno alle 23, centinaia di poliziotti in assetto antisommossa, vigili urbani e carabinieri hanno “sigillato” il Rialto occupato.
Il sindaco Alemanno e il Ministro Maroni si assumono la responsabilità politica di dichiarare guerra alla città intera, agli spazi sociali, a chi lotta per la casa, alle reti contro la precarietà, a chi si batte quotidianamente per diritti e dignità. E’ evidente che l’obiettivo del governo e del sindaco Alemanno è quello di portare l’ attacco a tutte le esperienze di autorganizzazione sociale attraverso la criminalizzazione della pratica dell'occupazione. Esperienze che in questi anni con la appropriazione di spazi sociale hanno contribuito a creare quella socialità che si oppone alla desertificazione sociale e culturale a cui questa città sembra destinata, da quando è diventata teatro di sperimentazione delle politiche securitarie.
C’è bisogno di dare una risposta politica forte e chiara alla follia securitaria, all’intolleranza, al razzismo, al fascismo.
Valorizzare le esperienze dei centri sociali per potenziare una fitta rete di relazioni, di progetti, di campi di intervento: dalla casa alla formazione, dalla produzione culturale indipendente all’antiproibizionismo. Valorizzare per mettere al centro questa ricchezza, una parte di città che nessuna istituzione può ridurre al silenzio. Le esperienze di autogestione e di occupazione non staranno nell’angolo, non aspetteranno di subire colpi, non arretreranno di un passo.
Nell’esprimere solidarietà alle compagne e compagni del Rialto occupato rilanciamo la nostra comune, volontà e determinazione a difenderci dagli attacchi che mirano a negare la legittimità e ruolo sociale, pronti a tornare ad animare le strade e le piazze della città contro chi, al legittimo dissenso, contrappone politiche repressive e autoritarie.

Italo Di Sabatoresp. Naz.le Osservatorio sulla Repressione Prc/se

Roma: Poliziotti in tenuta antisomossa sgomberano nella notte il centro sociale Rialto

Venerdì 20 marzo 2009 alle 23:00, poche ore prima dell’incontro (sabato 21 alle 10:00 Cinema Farnese) che vede le realtà della cultura contemporanea indipendente confrontarsi con gli assessori alla cultura di Comune, Provincia e Regione, al Rialto si presentano DECINE di componenti delle forze dell’ordine, gran parte in borghese. Accertiamo nel corso dei fatti la presenza di: polizia, polizia scientifica, carabinieri, vigili urbani e ASL. Preventivamente, tutte le vie di accesso all’isolato sono state anche chiuse da cordoni di agenti in tenuta antisommossa, unità cinofile, cellulari, che impedivano il passaggio e perquisivano i passanti come poi alcuni di loro ci hanno testimoniato. Una azione di polizia ben architettata, spacciata per normale controllo amministrativo. I fatti sinteticamente come si sono svolti:
Si presentano in strada conducendo in questura i presenti all’ingresso, 5 compagni della struttura, dove vengono trattenuti per più di tre ore, fotografati, interrogati separatamente, vessati (“zecche di m…a”) e minacciati (“ti vengo a prendere a casa”).
Al primo piano i membri rimasti vengono identificati, la polizia scientifica documenta con tre telecamere gli spazi dell’associazione, non trascurando di ispezionare anche gli spazi dove si trovano effetti personali dei presenti, al di fuori della vista di questi!
Gli spazi si presentano silenziosi e popolati da una quarantina di compagni, invece sui sigilli è scritto ATTIVITA’ DANZANTE e SOMMINISTRAZIONE. Ma la serata non c’è mai stata, peccato. Allo spazio vengono apposti i sigilli per la seconda volta, dopo il tentativo di chiusura degli spazi avvenuto nel febbraio 2008, quello su ordinanza del Questore poi revocato per ordine del Prefetto. L’anno scorso l’ordinanza di chiusura aveva per oggetto presunti “gravi disordini”, che avrebbero giustificato la chiusura immediata. Oggi la polizia municipale si presenta senza un’ordinanza, e applica un provvedimento amministrativo che ha per oggetto la mancanza di licenze dello spazio. Tutto ciò accade mentre, anche con la nuova giunta Alemanno, è in corso l’attuazione del protocollo d'intesa che dal 2004 lega il RIALTO all'AUTOPARCO DEI VIGILI URBANI di Porta Portese. Inciso: recentemente c’è stata l’ennesima riunione con la segreteria del Sindaco, Antonio Lucarelli, e gli uffici del III dipartimento IV unità operativa, Ingegner Lorìa, dove LORO continuato a dire che si procede tranquilli, mentre l’unica procedura che va avanti è quella PENALE, a carico NOSTRO. Dopo 5 anni questi i termini FINORA CONDIVISI dell'accordo: apertura del cantiere, messa a norma degli spazi, trasferimento del Rialto a lavori ultimati. Tutto ciò dimostra - se ce ne fosse ancora bisogno - la totale incapacità dell’amministrazione comunale di affrontare il rapporto con le realtà indipendenti, e contestualmente la riproposizione dell’utilizzo della forza pubblica come risoluzione delle problematiche sociali. Il Rialto continuerà il suo percorso politico culturale sapendo bene che si è aperta una fase complessa e pericolosa per la tenuta democratica in questa città.
Quando alle responsabilità politiche si sostituiscono le forze dell’ordine corrono brutti tempi.

Rialtoccupato

19 marzo 2009

Roma: Un morto nel Cie di Ponte Galeria

Una telefonata, è arrivata ai giornalisti di Peacereporter dall’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma. Uno dei ragazzi rinchiusi ha detto che un algerino è morto. Stava male, ieri sera, ed è stato portato nell’infermeria del centro. Non si sa cosa avesse, ma in infermeria hanno pensato che fingesse. La persona che ha telefonato ha detto che i poliziotti lo hanno picchiato e che gli è stato detto di «andarsi a prendere le medicine al suo paese». «Lo abbiamo trovato morto stamattina. Abbiamo chiamato i poliziotti, che si sono avvicinati e hanno cominciato a muoverlo, con i piedi. Poi lo hanno portato fuori». Il ragazzo morto era dentro il Cie da due giorni e secondo chi ha telefonato aveva ventiquattro anni. "La magistratura intervenga a fare piena luce sul caso del cittadino di nazionalità algerina morto questa mattina nel Cie di Ponte Galeria a Roma" - dichiara Stegano Galieni responsabile immigrazione del Prc - " Avendo già accertato la crescente militarizzazione delle condizioni di vita nel centro, la cui ispezione è ormai resa sempre più difficoltosa, e in cui è oggettivamente diminuita la trasparenza in merito al rispetto dei diritti e delle condizioni dei trattenuti, Rifondazione comunista chiede che la magistratura faccia piena luce attorno a questa ennesima morte invisibile, rilevando eventuali responsabilità penali dell'ente gestore del Cie e dei funzionari preposti alla sorveglianza”.

Agenzia Onu: "L'Italia viola i diritti umani"

"È evidente e crescente l'incidenza della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani fondamentali nei confronti degli immigrati in Italia. Nel paese persistono razzismo e xenofobia anche verso richiedenti asilo e rifugiati, compresi i Rom. Chiediamo al governo di intervenire efficacemente per contrastare il clima di intolleranza e per garantire la tutela ai migranti, a prescindere dal loro status". Sono insolitamente dure e nette le parole che il Comitato di esperti dell'Ilo, l'Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia Onu, usa per descrivere il trattamento degli immigrati in Italia e la violazione di alcune norme internazionali. Che ogni anno, a marzo, esce il rapporto dell'Ilo sull'applicazione degli standard internazionali del lavoro e quest'anno la pagina che riguarda l'Italia denuncia un comportamento senza precedenti per un paese europeo democratico, perché contravviene alla convenzione 143, quella sulla "promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti", ratificata dal nostro paese nel 1981.Tranne il Portogallo e la Slovenia, infatti, gli altri paesi saliti all'attenzione dell'agenzia Onu per lo stesso motivo sono il Benin, il Burkina Faso, il Camerun e l'Uganda.Il Comitato dell'Ilo, formato da venti giuslavoristi provenienti da tutto il mondo, verifica costantemente l'osservazione delle norme da parte dei governi e in questo caso richiama l'esecutivo italiano all'applicazione dei primi articoli della convenzione 143, cioè al "rispetto dei diritti umani di tutti gli immigrati, senza alcuna distinzione di status".Inoltre, il governo ha l'obbligo di assicurare anche ai migranti occupati illegalmente il diritto a condizioni eque di lavoro e di salario, oltre che la tutela contro ogni forma di discriminazione. Le critiche e le richieste dell'Ilo si basano su quanto riportato dal Comitato consultivo della convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali in Europa (Acfc) , che aveva già denunciato le dure condizioni di detenzione per gli immigrati irregolari, in attesa di rimpatrio.Ma si basano anche sulle osservazioni di un altro organismo dell'Onu per l'eliminazione della discriminazione razziale (Cerd) , che ha rilevato "gravi violazioni dei diritti umani verso i lavoratori migranti dell'Africa, dell'Est Europa e dell'Asia, con maltrattamenti, salari bassi e dati in ritardo, orari eccessivi e situazioni di lavoro schiavistico in cui parte della paga è trattenuta dall'impresa per un posto in dormitori affollati senza acqua né elettricità". I rapporti Onu mettono in evidenza anche i "continui dibattiti razzisti e xenofobi essenzialmente contro immigrati non europei, discorsi ispirati dall'odio contro gli stranieri e maltrattamenti delle forze di polizia verso i Rom, specialmente quelli di origine romena, durante i raid per lo sgombero dei campi".Insomma, una lunga lista di accuse che vanno dalla questione delle impronte digitali alla "retorica discriminatoria di alcuni leader politici che associano i Rom alla criminalità, creando nella pubblica opinione un clima diffuso di ostilità, antagonismo sociale e stigmatizzazione". Pertanto, il Comitato di esperti dell'Ilo non può che esprimere "profonda preoccupazione" e invita il governo italiano a prendere "le dovute misure affinché ci sia parità di trattamento, nelle condizioni di lavoro, per tutti i migranti", oltre che misure per "migliorare, nella pubblica opinione, la conoscenza e la consapevolezza della discriminazione, facendo accettare i migranti e le loro famiglie come membri della società a tutti gli effetti". Il documento si conclude con la richiesta al governo di rispondere punto per punto alle osservazioni fatte entro la fine del 2009.


Fonte: La Repubblica

18 marzo 2009

Napoli: Squadrismo fascista all'università

Un gruppo di neofascisti armati di lame, mazze a punta e caschi ha atteso sotto la facoltà di giurisprudenza una parte degli studenti dell'Onda che tornava dalla manifestazione/sciopero dell'Università!! Lo spezzone di studenti, dopo il corteo, e un'iniziativa di occupazione simbolica degli uffici di Unico Campania per rivendicare il diritto alla mobilità per studenti e precari, si stava recando all'Università per tenere assemblea in vista delle prossime mobilitazioni e in particolare quelle del 28 marzo a Roma per il diritto al Welfare. Abbiamo trovato la facoltà di giurisprudenza barricata con delle transenne e dietro di esse una serie di individui con i caschi in testa e con bastoni in mano mentre uno esibiva una lama (nella foto che è stata scattata da una studentessa presente, si può vedere la disposizione della squadraccia che abbiamo trovato all'arrivo all'Università. Che cosa ci facevano questi individui in quella conformazione all'ingresso dell'Università!? Perchè nessuno ha detto niente!?). Al tentativo di entrare all'università è partita l'aggressione da cui ci siamo difesi. L'Università è la casa del movimento studentesco, di un movimento democratico che in questi mesi ha invaso le piazze per rivendicare nuovi diritti e difendere la scuola pubblica. E' inaccettabile che vengano tollerati gli agguati di gruppi neofascisti, la cui esistenza sarebbe vietata dalla Costituzione italiana!!E' tanto più intollerabile che le autorità accademiche permettano la permanenza di una squadraccia armata neofascista nell'Università, quando pochi giorni fà, ad esempio, il Senato Accademico dell'Università Orientale ha giustamente prodotto un documento contro la Xenofobia per l'aggressione allo studente Marco Beyene nel centro storico di Napoli. Ebbene questi sono i neofascisti,questi sono gli xenofobi, questi sono quelli che incitano all'odio razziale!Quello di oggi è stato un vero e proprio blitz, guarda caso nello stesso giorno in cui con un gravissimo atto autoritario a migliaia di studenti è stato addirittura impedito di uscire dalla Sapienza con le cariche della celere! Chi ha paura della ripresa dell'Onda!? Chi usa la celere e i neofascisti!?In questo momento abbiamo occupato il Rettorato dell'Università della Federico II, chiedendo al Rettore di prendere posizione e invitiamo i giornalisti a venire.



Studenti dell'Onda napoletana

Roma: Squadrismo e Polizia contro gli studenti democratici: ecco il nuovo corso berlusconiano

Quanto è avvenuto oggi (18 marzo) all’Università di Roma “La Sapienza” è un fatto gravissimo. Agli studenti dell’Onda riuniti in centinaia presso il piazzale della Minerva dentro la Città Universitaria è stato impedito con la forza di raggiungere in un corteo spontaneo e pacifico i lavoratori della conoscenza riuniti a Piazza SS Apostoli in occasione dello sciopero sacrosanto indetto dalla FLC-CGIL. Gli studenti sono stati caricati con violenza e a più riprese costringendoli all’interno della città universitaria trasformata per l’occasione in una sorta di carcere a cielo aperto. Questo fatto gravissimo non può essere scisso dalle recenti aggressioni squadriste portate avanti da gruppi neofascisti legati all’organizzazione giovanile di Alleanza Nazionale e al Blocco Studentesco presso l’Università di Tor Vergata e a Roma 3. Inutile negare che a legare questi eventi sia un unico filo nero. Rifondazione Comunista denuncia con forza la ormai evidente continuità culturale che si realizza nella chiusura manu militari degli spazi di espressione democratica all’interno delle Università Italiane. Da un lato, la criminalizzazione e la repressione violenta del dissenso pacifico; dall’altro, le aggressioni squadriste agli studenti dei collettivi da parte di gruppi organizzati protetti dalla destra istituzionale. Rifondazione Comunista sostiene la lotta democratica degli studenti in Onda e lancia una campagna nazionale per rivendicare la specificità antifascista della scuola e dell’Università della Costituzione contro ogni tentativo governativo di reprimere il libero dissenso democratico degli studenti e dei lavoratori.
Fabio de Nardis responsabile Nazionale Università e Ricerca PRC-SE

Roma: Cariche della polizia all'Università

Momenti di tensione all'Università di Roma La Sapienza quando gli studenti che avevano dato vita al corteo interno hanno tentato di uscire fuori dalla città universitaria cercando di forzare il cordone di poliziotti e carabinieri. Le forze dell'ordine li hanno caricati respingendoli all'interno dell'Ateneo, i ragazzi hanno risposto lanciando alcune scarpe ("Ce le eravamo portate per lanciarle davanti al ministero dell'Economia come hanno fatto in Francia"). Più tardi, circa 200 studenti hanno cercato di violare il blocco attraverso le uscite che danno su viale Regina Elena: alcuni ragazzi hanno lanciato sassi contro le forze dell'ordine, ma sono stati subito bloccati. In via De Lollis gli agenti della Guardia di finanza hanno effettuato una nuova carica di alleggerimento. I contusi fra gli studenti sarebbero decine. Difficile fare un bilancio, come spiegano i ragazzi, "perché se ne trovano ad ogni angolo della città universitaria". Ferrero: "Cariche inaccettabili". Protesta il segratario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. Che in una nota definisce le cariche "inaccettabili e ingiuste", "primo frutto avvelenato del protocollo sui cortei voluto dal sindaco di Roma", e conclude: "Non è in questo modo illiberale e repressivo che si può gestire l'ordine pubblico nella capitale d'Italia".

Roma: spranghe e ciarpame nazista L'armadietto degli orrori dei giovani di An

Spranghe, catene, gambe sfilate da una scrivania, adesivi di un "centro sociale" vicino ad An (il Foro 753), manifesti inneggianti a guerra, duce, fuhrer e all'odio razziale contro i bambini rom, gagliardetti della decima mas, inni ad Haider e tanti poster del partito di Alemanno e Fini e delle sue sigle giovanili. L'armadietto nell'auletta gestita dagli studenti di destra era una sorta di magazzino degli orrori. Scienze politiche nel terzo ateneo romano è, da tempo, uno dei luoghi da cui partono o in cui si consumano alcune delle centinaia di aggressioni a sfondo razzista, omofobo o squadrista di cui Roma, la Lombardia e il Veneto sono epicentro. Un luogo in cui si consuma pure la connivenza tra destra estrema e destra di governo, quella che un noto quotidiano della Capitale ha scoperto solo ieri grazie a certe foto uscite su un libro recentissimo ("Bande nere" di Paolo Berizzi edito da Bompiani). Qui, quando Alemanno era ministro furono massacrati gli studenti antifascisti che non ritenevano opportuna una calata in massa nell'ateneo. E lunedì l'ultimo, per ora, episodio di violenza. «Erano le 10 e trenta quando un gruppo di 5-6 esponenti di Azione universitaria ha fatto irruzione nell'aula dei compagni - racconta a Liberazione , Luciano, uno dei testimoni diretti - dicendo che ci avrebbero ammazzato tutti se avessimo provato a rovinare la presentazione del loro libro». Si tratta di un volume dedicato alla vicenda di Gabriele Sandri, l'ultrà ucciso da un poliziotto in una piazzola autostradale. Un'ora dopo l'aggressione a colpi di caschi e cinghie a un altro gruppo di studenti di sinistra. La presentazione del libro, naturalmente, è saltata a data da destinarsi. E ieri mattina in una delle aule principali, quasi 300 studenti hanno preso parte alla conferenza stampa - con invitati di Prc, Sinistra critica, Anpi e Pdci, con le madri per Roma Città aperta - per denunciare l'ennesima aggressione. I picchiatori sarebbero stati riconosciuti, nomi e cognomi noti alla polizia ma anche all'ateneo visto che sarebbero tra gli eletti nelle liste del partito di Alemanno e Fini. La mamma di Renato Biagetti, ucciso all'uscita da una festa in spiaggia, ha ricordato l'orrore di quella mattina di tre anni fa. Da allora non smette di denunciare la violenza originata dalle sottoculture fascistoidi.«Bisogna rifiutare di scambiare un'aggressione, dieci contro uno, con una scazzottata tra ragazzi. E anche l'evocazione di opposti estremismi: ci sono solo aggressori e aggrediti. E i fascisti sono fuorilegge, la legge Scelba vale ancora, cerchiamo di intervenire prima che sia troppo tardi», ha spiegato Bianca Bracci Torsi, responsabile del dipartimento antifascismo del Prc. Prima della conferenza stampa la macabra scoperta nell'armadietto di Azione universitaria. Il preside, Francesco Guida, ha preso parte alla conferenza stampa: giura che se saranno accertate le responsabilità degli squadristi saranno espulsi e l'ateneo sarebbe pronto a costituirsi parte civile. Però la facoltà sapeva da tempo, e mai ha mosso un dito, delle attività eclatanti dei piccoli di An per guarnire di celtiche gli arredi e disturbare le iniziative degli antifascisti come quando hanno lanciato monetine ai relatori di un convegno sull'emarginazione dei rom. Alemanno è preoccupato, così dice, e spera che la magistratura faccia piena luce. I suoi si fanno agnelli e fanno sapere di essere convinti che quanto accaduto ieri sia parte della strategia politica dell'estrema sinistra. Ma un'ottantina di «gorilla», estranei perlopiù alle facoltà, e casco muniti e con mazze sono stati avvistati ieri a Tor Vergata. Apparterrebbero ad altri ceppi dell'estremismo di destra - Casapound e Blocco Studentesco stufi della «discriminazione antifascista» che non gli consentirebbe provocazioni - e hanno agito per ronde militarizzando la facoltà di Lettere e rivendicando le sprangate di Piazza Navona. La denuncia viene dai collettivi antifascisti e il rettore avrebbe di nuovo evitato di verificare di persona su chi si aggira nei suoi possedimenti.



Checchino Antonini

Genova G8: l'avvocato dello Stato chiede l'assoluzione per tutti

Vanno assolti tutti, generali e soldati semplici, picchiatori e calunniatori, chi ha abusato dei manganelli e chi ha fabbricato prove e verbali falsi. Per il ministro dell'Interno, rappresentato dall'avvocato dello Stato Domenico Salvemini, nessuno sbagliò quella notte del luglio 2001, al termine del G8 di Genova, quando la polizia in assetto anti sommossa fece irruzione nel quartiere generale del Genoa Social Forum, arrestando ingiustamente 93 noglobal molti dei quali feriti in modo gravissimo. Nessuno degli imputati sbagliò e nessuno dovrà pagare i danni alle vittime delle violenze.È la sostanza delle motivazioni con le quali lo Stato ha deciso di fare appello contro la sentenza sul caso Diaz, pronunciata dal giudice Gabrio Barone il 13 novembre 2008 e accolta dalle grida "vergogna! vergogna!" delle parti civili.Il processo simbolo del G8 si concluse con 16 assoluzioni "eccellenti", tra cui quelle di tutti i vertici della polizia scesi sul campo davanti alla scuola Diaz-Pascoli; e 13 condanne "minori" (35 anni e 7 mesi di reclusione complessivi) a Vincenzo Canterini, il più alto in grado tra i funzionari ritenuti responsabili, e ai suoi uomini del reparto mobile di Roma, e ai due poliziotti protagonisti della storia delle bottiglie molotov. Per le false prove, raccolte in un luogo lontano chilometri dalla sede del Gsf e portate alla Diaz a supporto dell'arresto dei presunti black bloc, furono condannati Pietro Troiani e Michele Burgio, rispettivamente a 3 anni e 2 anni e sei mesi. Anche per loro l'avvocato dello Stato - che per primo rispetto a tutte le parti coinvolte ha depositato ieri il suo ricorso - ha chiesto l'assoluzione. Le motivazioni: «I due imputati non erano consapevoli dell'utilizzo calunnioso delle due bottiglie nei confronti di persone innocenti». Riguardo ai pestaggi la linea difensiva del ministero dell'Interno è chiarissima: «Non vi è corrispondenza tra le accuse e la decisione del giudice... Il giudice stravolge il capo di imputazione... Agli imputati non possono essere addossate responsabilità sulle singole aggressioni solo perché non le hanno evitate». La responsabilitàè personale e, a detta dell'avvocato dello Stato, «non è stata provata». Sulla calunnia contestata a Canterini: «Il giudice ha ritenuto veritiero l'episodio dell'accoltellamento a Nucera e Panzieri (l'episodio controverso avvenuto durante l'irruzione nella scuola) quindi - scrive l'avvocato dello Stato - non si capisce come possa essere falsa e calunniosa una relazione incentrata proprio su quell'aggressione, che va considerata come un tentato omicidio e una resistenza a pubblico ufficiale».


fonte: il secolo XIX

17 marzo 2009

I Ministri neonazisti

C'è il ministro della difesa La Russa che posa con un "camerata" di una famiglia mafiosa siciliana, i Crisafulli, narcotraffico e spaccio di droga a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano. C'è il suo collega di partito e di governo, il ministro per le politiche europee Ronchi, con uno dei fondatori del circolo nazifascista Cuore nero: quelli del brindisi all'Olocausto. Lui si chiama Roberto Jonghi Lavarini (nella foto) e presiede il comitato Destra per Milano (confluito nel Partito della libertà). Sostiene le "destre germaniche", il partito boero sudafricano pro-apartheid - il simbolo è una svastica a tre braccia sormontata da un'aquila - e rivendica con orgoglio l'appartenenza alla fondazione Augusto Pinochet. In un'altra foto compare a fianco del sindaco di Milano, Letizia Moratti. Poi ci sono gli stretti rapporti del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, con l'ultra-destra violenta e xenofoba del Veneto Fronte Skinhead. Ruoli istituzionali, incarichi, poltrone distribuiti ai leader delle teste rasate venete, già arrestati per aggressioni e istigazione all'odio razziale. Fascisti del terzo millennio Almeno 150 mila giovani italiani sotto i 30 anni vivono nel culto del fascismo o del neofascismo. E non tutti, ma molti, nel mito di Hitler. Un'area geografica che attraversa tutta la penisola: dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dalla Lombardia al Lazio, da Milano a Roma passando per Verona e Vicenza, culle della destra estrema o, come amano definirla i militanti, radicale. Cinque partiti ufficiali (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, la Destra, Azione Sociale, Fronte Sociale Nazionale) - sei, se si considera anche il robusto retaggio di An ormai sciolta nel Pdl. I primi cinque raccolgono l'1,8 per cento di voti (tra i 450 e i 480 mila consensi). Ma a parte le formazioni politiche, l'onda "nera" - in fermento e in espansione - si allunga attraverso un paio di centinaia di circoli e associazioni, dilaga nelle scuole, trae linfa vitale negli stadi.
Sessantatre sigle di gruppi ultrà (su 85) sono di estrema destra: in pratica il 75 per cento delle tifoserie che, dietro il "culto" della passione calcistica, compiono aggressioni e altre azioni violente premeditate. La firma: croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del Terzo Reich, inni al Duce e a Hitler. Sono state 330 le aggressioni da parte di militanti neofascisti tra 2005 e 2008. Concentrate soprattutto in tre aree del paese: il Veneto (Verona, Vicenza, Padova), la Lombardia (Milano, Varese) e il Lazio (Roma, Viterbo). Sono i vecchi-nuovi "laboratori" dell'estremismo nero. Con Roma - anche qui - capitale. Dalle scuole ai centri sociali Dai centri sociali di destra alle occupazioni a scopo abitativo (Osa) e non conformi (Onc). Dalle aule dei licei a quelle delle università. Dai "campi d'azione" di Forza Nuova ai raid squadristi delle bande da stadio che si allenano al culto della violenza. La galassia del neofascismo si compone di più strati: e anche di distanze evidenti. L'esperimento più originale è quello di CasaPound a Roma, il primo centro sociale italiano di destra. Da lì nasce Blocco studentesco, il gruppo sceso in piazza contro la riforma della scuola. Una tartaruga come simbolo, i militanti si battono contro l'"affitto usura" e il caro vita. Il leader è Gianlcuca Iannone, anima del gruppo ZetaZeroAlfa: musica alternativa, concerti dove i militanti si divertono a prendersi a cinghiate. A Milano c'è Cuore Nero. Il circolo neofascista fondato da Roberto Jonghi Lavarini e dal capo ultrà interista Alessandro Todisco, già leader italiano degli Hammerskin, una setta violenta nata dal Ku Klux Klan che si batte in tutto il mondo per la supremazia della razza bianca. Dopo l'attentato incendiario subito l'11 aprile del 2007, i nazifascisti di Cuore nero ringraziano in un comunicato ufficiale tutti coloro che gli hanno espresso solidarietà e sostegno: tra gli altri, "in particolare", la "coraggiosa" onorevole Mariastella Gelmini, all'epoca coordinatrice lombarda di Forza Italia e attuale ministro dell'Istruzione. Saluti romani, pistole e 'ndrine La famiglia calabrese dei Di Giovine e quella siciliana dei Crisafulli, la destra in doppiopetto di An e quella estremista di Cuore nero. A Quarto Oggiaro, hinterland milanese, la ricerca del consenso politico incrocia sentieri scivolosi. A fare da cerniera tra le onorate famiglie - che gestiscono il mercato della droga -, le teste rasate e il Palazzo è sempre lui, il "Barone nero" Jonghi Lavarini. Quello fotografato con il ministro Ronchi e il sindaco Moratti. Quello che presenta a Ignazio La Russa Ciccio Crisafulli, erede del boss mafioso Biagio "Dentino" Crisafulli, in carcere dal '98 per traffico internazionale di droga. Camerata dichiarato, il rampollo Crisafulli frequenta Cuore nero così come il cugino James. A lui sarebbe stata dedicata la maglietta "Quarto Oggiaro stile di vita", prodotta dalla linea di abbigliamento da stadio "Calci&Pugni" di Alessandro Todisco. L'avvocato Adriano Bazzoni è braccio destro di La Russa. C'è anche lui in una foto con Lavarini e con Salvatore Di Giovine, detto "zio Salva", della cosca calabrese Di Giovine. Siamo sempre a Quarto Oggiaro, prima delle ultime elezioni politiche.
fonte: La Repubblica

Omicidio Aldrovandi: requisitoria vicina, Intanto è scontro fra medici

«Si vede quel che si sa»: la foto del cuore spezzato di Federico è stata di nuovo al centro del processo per la sua morte avvenuta durante un violentissimo e sempre meno misterioso controllo di polizia all'alba del 25 settembre 2005. Ieri, ventiseiesima udienza, lo scontro finale tra i medici consulenti delle parti. Un cardiologo bolognese è tornato a dire della sua ipotesi di «morte improvvisa da aritmie ipercinetiche nel corso di un excite delirium». La versione dei poliziotti, insomma, per cui la roba avrebbe sconvolto il diciottenne che tornava a casa dopo una notte con gli amici. Il debito d'ossigeno, proprio di chi avrebbe assunto sostanze, avrebbe staccato l'elettricità al cuore di Federico. «Una fotocopia di una ottantina di casi esaminati nella letteratura scientifica», ha insistito il professor Rapezzi richiamando il «contesto di eccitazione personale amplificato dalle droghe» ma anche lui ha dovuto ammettere «la contenzione delle forze dell'ordine». Ma c'è un ematoma, anzi due e uno si trova nella parte più vitale del cuore, in quella foto tenuta per anni lontano dal fascicolo processuale. Le difese dicono che sarebbe un deposito di emoglobina post-mortem. Le parti civili, per bocca dell'anatomopatologo Thiene, fanno notare che la macchia blu, quella dei globuli rossi senza più ossigeno, va in profondità e sta sopra le valvole, non sotto: «Non può che essere ematoma». E un ematoma si produce con una pressione. «Un ematoma può non essere traumatico», azzarda un medico legale ferrarese. Thiene sfodera la sua lunghissima esperienza di cinquecento consulenze per morti improvvise di giovani: quell'ematoma sarebbe frutto di ripetute pressioni. E manca la prova di una «tempesta catecoleminica», ossia della tempesta di adrenalina che potrebbe aver mandato in aritmia il cuore di un giovane forsennato contenuto a forza, secondo il quadro fornito dalle difese e dai quattro imputati, equipaggi delle due volanti che accorsero in via Ippodromo una dopo l'altra. L'unica evidenza, però, è quella di Federico che si sentiva soffocare e chiedeva aiuto a chi l'aveva ammanettato faccia a terra e dopo avergli spezzato due manganelli addosso. Rapezzi prova seguire la pista dell'excite delirium syndrome per cui Federico sarebbe potuto morire anche se nessuno gli avesse messo un dito addosso. Il cuore di Federico, ematomi a parte, sarebbe troppo «puro» per giustificare i danni di una esagerata pressione. Ma poi spiega che l'ipotesi formulata non gli deriva dalle evidenze istologiche ma da un mix dentro cui c'è anche il contesto come gli è stato raccontato. E a parlare sono solo i quattro usciti vivi da quell'alba. E i testimoni. Una delle quali ha detto di Federico che andò giù quasi all'istante, tirato per i capelli, oggetto di calci e manganellate mentre era a terra. Tutt'altro della descrizione del giovane toro ringhiante che doveva essere fermato, come dissero gli imputati l'unica volta in cui hanno parlato, l'11 aprile dello scorso anno. «Si vede quel che si sa», dice Thiene ai suoi interlocutori medici. Ma vale per tutti.Ma poi esiste questa excite delirium syndrome o è un'invenzione degli americani per giustificare centinaia di morti per contenzione nelle caserme e nelle strutture psichiatriche? E' quello che si domanda Thiene: «La più importante associazione medica statunitense - spiega al tribunale - nega che esista una causa di morte con quel nome». E nella letteratura scientifica citata dalle difese ci sono quasi solo morti per costrizione e c'è scontro anche sulla valutazione degli effetti della chetamina: la difesa ne enfatizza il ruolo ma l'autopsia ne ha rilevato solo lievi tracce e i consulenti della parte civile hanno negato che possa aver dato luogo a comportamenti aggressivi, tantomeno che possa portare all'arresto cardiaco spontaneo. Della necessità di educare i poliziotti a trattare con un disturbo non criminale parla anche l'editoriale di una prestigiosa rivista Usa, Perspectives of psichiatric care del luglio-settembre 2003. Alla necessità di tecniche operative adeguate «a non rendere difficoltosa la respirazione di un soggetto in posizione prona, di non applicargli un eccessivo carico sul dorso magari quando egli è già in debito d'ossigeno» fa riferimento anche una nota riservata di un'istruttore di polizia al suo superiore affermando l'esistenza dell'asfissia posturale di cui i consulenti delle difese sembrano negare l'esistenza ma di cui il Viminale si preoccupa di avvisare i propri allievi. Carte che arrivano dal processo Rasman di Trieste, un caso con molte somiglianze con quello di Aldro. E' su questo che si giocherà l'ultima battaglia prima della requisitoria del pm. Ieri, il giudice non l'ha ammessa ma ha disposto la citazione dei redattori della nota.

16 marzo 2009

Roma: Aggressione squadrista all'università Roma Tre

Una vera e propria azione squadrista è quella che questa mattina hanno subito gli studenti del collettivi universitari di Roma Tre, due dei quali hanno dovuto ricorrere alle cure presso il Cto della capitale.Secondo la ricostruzione un gruppo di 15 giovani di Azione Universitaria, legata ai gruppi dell'estrema destra romana, avrebbero fatto irruzione nell'aula autogestita dai collettivi per preannunciare la loro iniziativa di domani su Gabriele Sandri, il tifoso ucciso l'11 novembre scorso da un proiettile alla stazione di Badia al Pino. Sarebbe sorta una discussione durante la quale sono volate minacce e offese.Successivamente verso le 10,30 alcuni studenti dei collettivi di scienze politiche dell'ateneo romano sarebbero usciti all'esterno per chiedere ulteriori spiegazioni, ma ad attenderli hanno trovato 15 persone armati di casco e bastoni. La peggio l'hanno avuta due giovani dei collettivi autogestiti, trasportati in seguito al Cto, uno ferito alla testa da un colpo di spranga e l'altro con diverse contusioni al volto per i pugni ricevuti. L'episodio ha suscitato non poche polemiche da parte dei collettivi studenteschi, che continuano a denunciare la presenza di squadristi nelle strutture istituzionali e pubbliche.

14 marzo 2009

Le ronde “nere” dell’ex maresciallo

Così, nell’epoca della sicurezza “fai da te”, l’ex investigatore diventa comandante generale di un gruppo la cui missione è la “promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all’Impero Romano”.Se si scorrono storia e curriculum di Augusto Calzetta, maresciallo e poi capitano, maggiore, tenente colonnello dell’Arma dei Carabinieri, si va dalle indagini sul Mostro di Bargagli alla soluzione dell’omicidio di Roberto Trebino (Uscio, 1985), a quelle sugli attentati ai tralicci compiuti dagli anarchici negli anni Novanta, allo strano arresto di Ovidio Bompressi nel 2002, mentre l’ex terrorista del caso Calabresi stava già andando a costituirsi. Ora, arrivata l’età della pensione (anzi, della “riserva”), Calzetta ha un nuovo incarico. Nell’era delle ronde, dei cittadini organizzati che vogliono vigilare sulla sicurezza, è diventato generale. Anzi, “comandante generale della Guardia Nazionale Italiana”. Della quale, assicura un comunicato, ha assunto “il Comando operativo su tutto il territorio nazionale”La divisa della G.N.I.? “Camicia color kaki con effigie dell’aquila imperiale romana, giubbotto tre quarti in pelle nera, cinturone, cravatta e stivali neri”. E già che la Guardia Nazionale Italiana non vuol proprio farsi mancare nulla, il portavoce Maurizio Monti assicura che «abbiamo già anche un piccolo aereo, a Novara». E persino l’immancabile presenza su Facebook, con già 225 simpatizzanti tra cui spiccano sezioni di Forza Nuova, de La Destra, de La Gioventù Italiana, di Italia Nera, contornati da qualche busto mussoliniano e un numero cospicuo di fanciulle di gradevolissimo aspetto. Calzetta abita da tempo a Massa, dove prima ha aperto un’agenzia di investigazioni, poi è stato coinvolto (ed è finito anche in galera) per una brutta vicenda di vestiti e gioielli sottratti alle salme da cremare. Lui si difende: «Io non c’entravo nulla, spero che questa storia sia ormai finita, io ho solo fatto un piacere innocente a degli amici che evidentemente tanto amici non erano». A Massa il Secolo XIX l’ha raggiunto. Sul suo nuovo “incarico” non la vuole buttare in politica: «In realtà è l’idea di un gruppo di amici,sono venuti a trovarmi, mi hanno fatto questa proposta, io ho accettato». Il peso di un’organizzazione che annuncia di essere presente “su tutto il territorio nazionale”? «In realtà stiamo muovendo i primi passi, nei prossimi giorni partiremo con una conferenza stampa». Dove sarà anche presentata la divisa indossata dai volontari, che è già annunciata su Facebook. E che tra Aquile Imperiali, “ruota solare incandescente” e motto “Domine dirige nos” non sembra nemmeno voler mascherare l’ispirazione ideologica. Se in più ci si aggiunge che una delle ”missioni” è la “promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all’Impero Romano”, il quadro è completo.Di certo, l’armamentario dei “volontari” non sembra rispondere a quella iconografia tranquillizzante che ci si aspetterebbe da un pacioso gruppo di sorveglianti. Una formazione paramilitare? Macché, sostengono gli ideatori: solo una onlus. In piena adesione allo spirito della legge sulle ronde, che viene peraltro richiamata in testa allo statuto, “Concorso delle associazioni volontarie al presidio del territorio”. Disegno di legge, già approvato da un ramo del Parlamento, che sembra già dare la stura alle inquietudini: il metter cappello da parte di gruppi connotati politicamente e ideologicamente sulle ronde.«Vogliamo fare - insiste Maurizio Monti - tutto per bene, contattare gli enti locali, stringere accordi, comportarci secondo tutti i crismi». E “i mezzi stradali, navali e aerei, dotati dei sistemi di emergenza visivi e sonori” di cui si parla su internet? «In realtà serve tutto a garantire la sicurezza dei cittadini. L’aereo, ad esempio, potrà essere utile per l’avvistamento di incendi boschivi in zone difficili da raggiungere a piedi o in macchina». E Calzetta? Insiste: «Ho solo accettato la proposta di amici». Nel 2005 il suo nome finì anche nell’indagine sulla “polizia parallela” di Gaetano Saya, organizzazione neofascista dalle velleità paramilitari poi smantellata dalla procura di Genova. Ma Calzetta ne uscì pulito: «Volevano cooptarmi, darmi il comando di una delle divisioni del loro Dipartimento studi strategici antiterrorismo. Ma io quella volta rifiutai».




Fonte: SecoloXIX

Testimonianze: Perchè mi hanno denunciato per un reato che non è reato.

Oggi ho ricevuto una notizia. La Questura di Bologna mi ha denunciato per violazione della direttiva sull’ordine pubblico che vieta le manifestazioni politiche il sabato e la domenica, oltre a vietarle sempre in luoghi definiti sensibili. La direttiva, emanata dal Ministro Maroni, i cui meriti intellettuali sono troppo noti perché io debba soffermarmi a lodarli, è stata prontamente ratificata e resa esecutiva dal Prefetto e dal Sindaco di Bologna, noto nel mondo per la sua liberalità.Insieme a me ha denunciato Valerio Monteventi, candidato sindaco per la lista Bologna città libera, Serafino D’Onofrio, consigliere comunale del gruppo Il Cantiere, Roberto Panzacchi, consigliere comunale del gruppo Verde, e Tiziano Loreti, fino a poche settimane fa segretario cittadino di Rifondazione comunista e ora candidato alla provincia per la lista Terre Libere.Cosa abbiamo fatto io e i miei quattro amici per essere denunciati col rischio di non so quanti mesi di detenzione e non so quanti euro di multa?Abbiamo violato una direttiva che a sua volta viola patentemente l’articolo 17 della Costituzione, secondo cui ogni cittadina e cittadino ha il diritto di manifestare pubblicamente il suo pensiero in qualsiasi luogo del territorio nazionale. Senza portare armi, aggiunge l’articolo 17. E noi non portavamo armi. Ma violavamo una direttiva che palesemente viola la Costituzione.Perché il Ministro Maroni ha deciso di compiere una scelta tanto grave come la violazione palese di un articolo della Costituzione Repubblicana?E soprattutto, che rapporto c’è tra la direttiva Maroni e quello che sta succedendo nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici di tutto il paese? Che rapporto c’è tra una direttiva chiaramente liberticida e la violenza di una recessione di cui i lavoratori non sono certamente responsabili, visto che da vent’anni sono costretti ad accettare continui aumenti della produttività, continue riduzioni del potere d’acquisto del loro salario, aumento sistematico dello sfruttamento, incidenti mortali quotidiani sul lavoro?Ieri ho partecipato a un’assemblea operaia che si teneva a Modena nella sede della CGIL. La sala era piena di lavoratori delle fabbriche Maserati, Ferrari, Terim, FIAT, Iris e altre. Modena era una città tranquilla e abbastanza ricca fino a pochi mesi fa. Da gennaio in poi il panorama è completamente mutato: migliaia di licenziamenti, cassa integrazione per mesi e mesi. Famiglie che non riescono a pagare il mutuo della casa. Orizzonte nero. Ha parlato il segretario della CGIL modenese, Pivonti, ha parlato Cremaschi, segretario della FIOM, e infine ho parlato io cercando di descrivere le linee di sviluppo della recessione e la necessità di un cambiamento profondo della cultura sociale di fronte alla decrescita ormai in atto – irreversibilmente – nel sistema economico mondiale.Dopo di noi ha preso la parola un operaio della Terim. Ha descritto in modo chiaro e drammatico la situazione che si vive nelle fabbriche, il dramma dei precari che perdono ogni possibilità di reddito, il dramma delle famiglie che fra poco non avranno più i soldi per comprare il necessario. Cosa dobbiamo fare? Ha chiesto il lavoratore.Anche a Bologna i cassintegrati sono diciassettemila. Cosa debbono fare?Coloro che da venti anni promettono che le misure liberiste porteranno benessere a tutti, coloro che hanno aumentato enormemente i loro profitti, coloro che ci hanno spinto a indebitarci illimitatamente per rincorrere modelli pubblicitari – costoro sono i responsabili di questa catastrofe. E ora cosa sanno fare? Sanno soltanto agitare le manette davanti ai nostri occhi. Sanno minacciarci e prometterci galera.Questo sanno fare coloro che hanno preparato la peggiore catastrofe che la nostra generazione abbia visto mai. Si preparano a colpire duro contro coloro che oggi alzano la testa e che domani scenderanno in strada a migliiaia a centinaia di migliaia.Preparano forse la guerra contro i lavoratori coloro che oggi ci vietano di manifestare?Minacciano leggi speciali contro gli sfruttati?Domani, sabato, io intendo manifestare contro la denuncia che mi ha colpito, e intendo parlare pubblicamente per spiegare ai cittadini che vorranno ascoltarmi che la minaccia è rivolta non contro di me, ma contro di loro, contro tutti i lavoratori, i precari, gli studenti.


Franco Berardi Bifo

Testimonianze: un grave episodio al Carcere Regina Coeli di Roma

Il 13 marzo 2009, sono stato testimone di un fatto gravissimo: la direzione del Carcere di Regina Coeli di Roma non mi ha permesso di visitare i due detenuti rumeni accusati e involontari protagonisti dello stupro al Parco della Caffarella. Chi ha autorizzato i funzionari del carcere a una così evidente violazione della legge? L'articolo 67 della legge 354/75 che regolamenta il regime carcerario consente a ogni rappresentante eletto di visitare i detenuti senza alcun preavviso; per questo motivo in mattinata insieme ad alcuni esponenti dell'associazione in difesa dei diritti umani “Everyone”, mi sono recato al Regina Coeli per visitare in veste di europarlamentare Karlo Racz e Alexandru Istoika.Nonostante la regolare esibizione di tutti i documenti, la direzione ha addotto per quasi due ore tutta una serie di pretesti formali e burocratici (avrebbe per esempio permesso il mio accesso, ma non quello del nostro interprete rumeno) che mi hanno proibito di esercitare le mie prerogative.Si tratta di una grave violazione delle regole democratiche, che fa parte di un'operazione politica organizzata: pur di sbattere un mostro in prima pagina, si mette alla gogna il primo malcapitato, sull'onda emotiva di un'opinione pubblica sempre più spaventata dai media.Il caso dei due rumeni peraltro dimostra che tali comportamenti isterici sono dannosi per lo svolgimento delle indagini, distorcendone il regolare funzionamento e impedendo l'individuazione dei reali colpevoli. In qualità di deputato europeo mi riservo di intraprendere tutte le azioni legali necessarie per accertare le responsabilità dell'episodio e di presentare una formale interrogazione in sede europea.


Giulietto Chiesa - Europarlamentare

Roma: una via per Almirante e stavolta l'idea è del Pd

È sempre stata la destra a cercare di tenerli insieme. Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante: ogni volta che Alleanza nazionale ha tentato di intitolare una strada di Roma al primo segretario e fondatore del Movimento sociale ha sempre puntato sull'equiparazione con il popolare leader del Pci. L'ultima sortita è stata quella del sindaco Alemanno, che un mese dopo essersi insediato in Campidoglio ha ripensato ad Almirante. Ma anche a Berlinguer. A bloccarlo più che la minoranza in consiglio comunale in quella occasione è stata la comunità ebraica romana. Ma adesso c'è una novità: a voler dedicare una strada ad Almirante è un consigliere del Pd. Il vicepresidente del consiglio comunale Mirko Coretti. Che nella proposta ha aggiunto Bettino Craxi e Amintore Fanfani, oltre naturalmente a Berlinguer.I due, il fascista ex repubblichino di Salò autore di un ordine di fucilazione per i partigiani, collaboratore della Difesa della Razza, e il comunista che guidò il Pci per dodici anni, non si stimavano affatto. Eppure la destra in queste occasioni ricorda sempre il gesto di Almirante che andò a rendere omaggio al feretro di Berlinguer a Botteghe Oscure. Storie che fino a ieri erano tornate di attualità per l'iniziativa della destra romana, molto legata ad Almirante, che fece da tutore a una generazione di giovanotti, alcuni dei quali finiti nell'eversione nera, ed è stato il maestro politico di Gianfranco Fini. Adesso però è il partito democratico a sentire l'esigenza della «riflessione storica». Anche se il capogruppo in consiglio comunale del Pd, Marroni, e un altro consigliere, Valeriani, hanno bocciato l'iniziativa di Coretti, che peraltro era annunciata da mesi. Marroni ha invitato Coretti - che è un ex di Forza Italia, transitato nel gruppo misto prima di arrivare al Pd - a ritirare la sua mozione. Valeriani ha spiegato che «Roma, medaglia d'oro per la Resistenza, non può intitolare una strada a chi sostenne le leggi antiebraiche e firmò con il suo nome la fucilazione di partigiani». Ma Coretti, che ha facilmente ottenuto la firma alla mozione del consigliere della lista civica pro Alemanno Gilberto Casciani, non è affatto convinto di voler fare un passo indietro.«La mozione è calendarizzata per giovedì prossimo e a questo punto non devo decidere io se dev'essere discussa oppure no». Ieri intanto è stata sospesa. E Coretti resta convinto delle sue ragioni: «Dobbiamo essere liberi di confrontarci in modo democratico sulle questioni storiche, in consiglio non possiamo starci solo per votare sulle fontanelle. Dopo tanti anni una discussione su Almirante e su tutti quelli che hanno dedicato la loro vita alle istituzioni si può fare tranquillamente. Il mio capogruppo mi ha consigliato di ripensarci e fino a giovedì avrò tempo per riflettere, ma anche a lui dico che bisogna guardare al futuro e non alle divisioni del passato».


fonte: il manifesto

Napoli: Archiviata l'inchiesta sull'assalto al treno dei tifosi del Napoli

La Procura di Napoli chiede l'archiviazione dell'inchiesta sui fatti del 31 agosto scorso, quando la Stazione Centrale di Napoli divenne il teatro di un presunto assalto al treno da parte dei tifosi del Napoli Calcio diretti a Roma per la prima partita di Campionato.La stampa parlò di devastazione e di violenze ai danni dei passeggeri del treno cacciati dai vagoni, mentre Trenitalia quantificava i danni in 500 mila Euro. Una tesi smentita da un'inchiesta di Rai News 24 dal significativo titolo di "La bufala campana", che sulla base di riscontri e testimonianze forniva una diversa ricostruzione dell'accaduto.Quella giornata costò ai tifosi napoletani l'accusa di "criminalità organizzata" da parte del Ministro dell'Interno Maroni, che vietò le trasferte per l'intero Campionato di Calcio a tutti i tifosi napoletani, indistintamente: bastava e basta essere residenti a Napoli per essere esclusi dalle trasferte. Divieto ancora in corso. Oggi il magistrato inquirente Antonello Ardituro ha posto il sigillo su quell'anticipazione di Rainews, chiedendo l'archiviazione per mancanza di presupposti, derubricando la "devastazione" a semplici danneggiamenti, quantificati in non più di 150 mila euro.Addirittura la polizia giudiziaria che ha potuto ispezionare 4 dei 15 vagoni del treno Napoli-Torino ha valutato i danni in appena 4.500 euro.Il Magistrato rileva "responsabilità organizzative" riconducibili a Trenitalia che ha rifiutato l'allestimento di un treno speciale, limitandosi ad indicare i normali treni in viaggio tra Napoli e Roma: "una condotta superficiale e deresponsabilizzante", scrive il PM Ardituro che parla anche di "miopia" da parte dell'Osservatorio sul calcio che ha autorizzato la trasferta, peraltro di una tifoseria tradizionalmente rivale di quella romana. Qui di seguito, oltre a riproporvi l'inchiesta filmata, ecco il documento che Enzo Cappucci ha ottenuto per Rai News 24 e che vale più di ogni altra spiegazione.




fonte: Rai News

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