31 gennaio 2009

DDL sicurezza: abrogata la norma che proteggeva il cittadino dagli abusi di un pubblico ufficiale

Con l'approvazione del pacchetto sicurezza Ddl 733 B, la maggioranza che sostiene il Governo Berlusconi, ha volutamente cancellato una norma che garantiva al cittadino di tutelarsi nei casi di sopruso perpetrato da autorità pubbliche. E’ stato abrogato infatti l’art. 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944 che prevedeva che i cittadini sono esenti da sanzioni «quando il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio o pubblico impiegato» abbia causato la reazione dei cittadini «eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni». L’art. 4 del decreto legislativo luogotenenziale 14 settembre 1944, n. 288 disponeva, infatti, che non si applicano le disposizioni di cui all’articolo 337 e all’articolo 339, comma 2, codice penale quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio ovvero il pubblico impiegato abbia dato causa al reato preveduto nell’articolo 337 c.p. eccedendo con atti arbitrari i limiti delle proprie attribuzioni. Quindi se un cittadino si troverà a protestare perché lotta per il proprio posto di lavoro o per rivendicare diritti cancellati e le forze di polizia caricheranno a colpi di manganellate, l’eventuale reazione di un cittadino inerme che vorrà soltanto difendersi da un eventuale aggressione immotivata da parte delle forze dell’ordine, darà luogo inevitabilmente all’arresto e non potrà denunciare di essere stato vittima di un sopruso.
Insomma più manganellate per tutti! Nel codice penale, infatti, alcuni articoli puniscono la resistenza, violenza e minaccia a pubblico ufficiale con pene che possono arrivare fino a 5 anni di carcere. Grazie all’articolo 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944 il cittadino poteva denunciare l’eventuale sopruso che aveva subito. Una norma tutt’altro che desueta, e anzi applicata spessissimo come ad esempio dalla Corte di Cassazione nel 2005 per ritenere arbitrario il fermo per accertamenti e l’ammanettamento di una persona nfondatamente sospettata d’essersi sottratta alla sorveglianza speciale, poi l’ha di nuovo applicata nel 2006, quindi l’ha trattata nel 2008, senza contare che anche la Corte Costituzionale l’ha esaminata ancora nel 2007 nell’ordinanza numero 36.

Un “piccolo dettaglio” che i principali media si sono dimenticati di citare.


Firenze: Aggredito un ragazzo di quindici anni perché romeno

«Che cazzo guardate, stronzi? Siete romeni?». «Sì, perché?», ha risposto Cristian. Tanto è bastato perché i due italiani, due ragazzi di 17-18 anni, si scagliassero contro di lui e i suoi due amici, spingendoli verso la strada con il rischio di farli finire sotto una macchina. Cristian, 15 anni, ha rimediato un pugno in faccia. Un «uomo grande», un italiano, si è messo di mezzo, ha bloccato uno degli aggressori gridando: «Ma che fate? Non vedete che stanno arrivando le macchine?». Grazie a lui i tre ragazzini romeni sono riusciti a scappare e a seminare gli inseguitori. Però hanno avuto molta paura. Da due giorni Cristian sta male e non ha la forza di tornare a scuola perché teme di incontrare di nuovo quei due.L´aggressione è avvenuta mercoledì verso le 13,15 in piazza Dalmazia. Cristian e i suoi due amici erano usciti da scuola e stavano aspettando l´autobus. Chiacchieravano fra loro. «E non è vero che stavamo guardando quei due», precisa Cristian. Erano studenti? Avevano gli zaini? Cristian crede di no. «Non avevano niente, avevano i capelli ricci, da vagabondi», dice con tono di disapprovazione. Capelli arruffati, probabilmente. Cristian vive in condizioni difficilissime, ma cerca di essere ordinato. Dopo due anni passati in orfanotrofio a Bucarest, nell´estate 2007 ha finalmente potuto raggiungere in Italia la madre vedova, emigrata in cerca di lavoro. Ha vissuto per quasi un anno in una cabina Enel in via Panciatichi, poi nell´ex scuola Rosai (la sistemazione più dignitosa). Ma ora la ex Rosai è stata abbattuta e Cristian, sua madre e tanti altri si sono rifugiati nell´ex Meyer, dove hanno sofferto tanto freddo e ora si stanno un minimo organizzando.Nonostante la povertà, gli anni trascorsi lontano dalla mamma, le sistemazioni precarie, la difficoltà di impadronirsi di una lingua sconosciuta e improvvise febbri altissime che lo stremano e di cui i medici non riescono a stabilire le cause, Cristian studia, è in terza media e ha la ferma intenzione di frequentare una scuola superiore. Ha avuto la ventura di arrivare in Italia mentre cresceva l´ostilità contro gli immigrati romeni, specie dopo l´atroce omicidio di Giovanna Reggiani a Roma. Lui sostiene, però, che finora era andato tutto bene, che a scuola con i compagni non ci sono problemi e che i professori lo hanno sempre aiutato. Ma mercoledì, dopo lo stupro di gruppo di Guidonia che ha fatto salire di nuovo la tensione, ha visto l´odio negli occhi di quei due. E ha avuto molta paura. Tuttavia né lui né la madre hanno presentato denuncia. «La mamma che poteva fare? E´ impotente», scuote la testa il ragazzo. Due sgomberi e infiniti controlli da parte delle forze dell´ordine li hanno resi timorosi. «Cercano un modo per sbatterci fuori dal paese», si tormenta. Arrivato in Italia con tante speranze, ha capito di non essere gradito. Spesso sogna di tornare in Romania. Sua madre lo farebbe se là non li attendesse una povertà ancora più crudele. Dunque bisogna stringere i denti e sperare in un futuro migliore in Italia. Ma per un ragazzo di 15 anni è duro sentirsi un indesiderato. O, peggio ancora, un bersaglio da colpire.

fonte: La Repubblica

Gran Bretagna: Sporchi immigrati tornate a casa vostra

Le frasi rivolte ai lavoratori stranieri sono più o meno queste: “Sporchi immigrati. Tornate a casa vostra. Togliete lavoro a gente di qui che ne ha bisogno”. Quante volte si sentono ripetere espressioni simili, in Italia, da chi non sopporta la vista degli immigrati di un colore o di un altro. Be’, in questi giorni le stesse frasi sono state pronunciate qui in Inghilterra all’indirizzo di lavoratori italiani. Alla raffineria Lindsey Oil di Grimsby, gestita dall’azienda petrolifera francese Total, è stato assunto un gruppo di manovali italiani e portoghesi, scrive il quotidiano Daily Express di Londra, apparentemente perchè costano meno. Una legge europea lo permette. Sono ospitati da una speciale nave-albergo, con un contratto di lavoro a tempo. Ma agli operai inglesi la cosa, in piena recessione, non è andata giù: ieri hanno dichiarato sciopero e protestato piuttosto vigorosamente per la presenza degli italiani. Alcuni dei quali, o almeno presunti tali, sono ripresi in una fotografia del Daily Express mentre agitano il dito medio e fanno il gesto dell’ombrello davanti al naso degli operai inglesi. “Gli italiani lavorano male e non rispettano le norme di sicurezza”, dice un operaio inglese al quotidiano di Londra. “La nostra non è una protesta razzista, ma quei posti di lavoro spettavano a noi. E’ un’ingiustizia”. Chiunque abbia ragione, è la prova di come i ruoli possono cambiare in fretta: in Inghilterra possiamo essere visti come i vu’cumprà che tanti di noi non sopportano in patria. Che è stato poi, quello dei poveri immigrati guardati male dai nativi, il nostro ruolo per secoli. Sarebbe bene non dimenticarcelo.

Civitavecchia: Poliziotto spara ed uccide un immigrato senegalese

Con un fucile a pompa, regolarmente detenuto, ha sparato sul suo vicino di casa, un senegalese, in Italia da vent'anni. Chehari Behari Diouf, aveva 42 anni, cinque figli e un banco fisso al mercato di Piazza Regina Margherita, a Civitavecchia. Chi l'ha ucciso è un poliziotto di cinque anni più anziano. E' un ispettore. Il questore di Roma, Giuseppe Caruso, l'ha sospeso cautelativamente dal servizio dopo l'arresto per omicidio. Paolo Morra era vicedirigente dell'ufficio immigrazione del commissariato di Civitavecchia. Era in malattia da mesi e non erano un mistero irancori verso i suoi vicini. Ieri mattina verso le 8 si sono incontrati, nel quartiere di Campo dell'Oro. Lì sarebbe scoppiata l'ennesima lite. Il poliziotto è tornato in casa ha preso un fucile a pompa, ha raggiunto il senegalese e gli ha sparato da distanza ravvicinata un solo colpo. La vittima è stata colpita ad una coscia ed è rimasta lesa l'arteria femorale. Poi il suo trasporto in ospedale, dove l'uomo è morto subito dopo il ricovero. In un primo tempo sembra che l'ispettore abbia dichiarato di aver cercato di sedare una lite condominale. Chi conosceva Diouf ripete che era una brava persona, tra i primi senegalesi ad arrivare nella cittadina portuale a nord della Capitale. Si alzava all'alba e rientrava la sera tardi. «Era un padre di famiglia», dice Mustafà, uno dei tanti amici della vittima, piuttosto conosciuto nella piccola comunità. Viveva con due cugini. Ogni mese mandava i soldi in Africa.Nel pomeriggio, una piccola folla di senegalesi si raduna di fronte al commissariato per chiedere giustizia. Sono venuti anche da Cerveteri, Ladispoli e Tarquinia. Diouf era uno sempre pronto a dare consigli e aiuto ai nuovi arrivati. Lo stesso ricordo hanno i suoi colleghi italiani del mercato. Intanto, di fronte al posto di polizia, viene bloccata la strada. Due cassonetti vengono rovesciati. Con gli africani c'è una ventina di cittadini antirazzisti e una delegazione di bangladeshi. Arriva anche l'imam da Ladispoli. Si riconoscono due consiglieri comunali, uno dei verdi e una del Pd. Per Rifondazione comunista c'è il segretario di uno dei circoli, Antonio De Paolis e Simona Ricotti, ex segretaria di federazione. Gli amici di Diouf trattano per muoversi in corteo, vogliono essere visibili, spiegare alla città che non credono alla tesi dello sparo accidentale e della lite condominiale. «Diouf era uno dei nostri amici - dice Ricotti a Liberazione - lo avevamo seguito quando ha chiesto l'assegnazione di un posto fisso al mercato. Prima si doveva accontentare di colmare i buchi lasciati dalle assenze dei titolari». Questa la testimonianza di Dagne Mori a Liberazione : «Ho sentito due spari. Diouf, mio cugino, era fuori in giardino. Stava preparando le sue cose per andare a lavorare. Sono uscito al primo colpo e l'ho visto a terra e il poliziotto col fucile grigio imbracciato che sparava la seconda volta. Morra ci ha detto di rientrare in casa. Gridavamo, piangevamo. Ci siamo vestiti. Dopo dieci minuti è arrivata la polizia, chiamata dallo stesso ispettore. Hanno soccorso Diouf che era a terra sanguinante. Hanno tentato di bloccare l'emorragia con una cinta legata alla coscia, poi l'ambulanza lo ha portato via». E i coinquilini di Diouf sono stati portati prima in commissariato, poi in procura per essere interrogati. «Non abbiamo sentito alcun litigio - ha detto ancora Dagne - lui è entrato nel giardino e ha fatto fuoco. Abitiamo lì da quattro mesi ma per motivi di lavoro non siamo mai in casa. Non avevamo alcun rapporto con l'ispettore o con la sua famiglia. Ma da quando ci siamo trasferiti non voleva vederci in giardino. Ci diceva che non dovevamo stare lì». Una piccola delegazione accompagna il vice ambasciatore del Senegal dal dirigente del commissariato per capire l'esatta dinamica dei fatti. Aveva già sparato Morra, e non in servizio. La vicenda risale ai primi anni 90: l'ultima inquilina dell'appartamento del quartiere Aurelia dov'era andato ad abitare era stata una prostituta. All'utenza telefonica continuavano ad arrivare richieste di appuntamenti dei clienti. Stanco della situazione, aveva convinto la compagna a fissare un appuntamento. Quando si è presentata un'auto con a bordo due uomini, l'ispettore prima aveva sparato alcuni colpi in aria, poi contro la parte posteriore dell'auto in fuga. Una vicenda per la quale venne sospeso dal servizio e successivamente processato. Il poliziotto risulta proprietario di un allevamento di cani di grossa taglia in un terreno limitrofo alla villetta di via Sposito dov'è accaduto il fatto. Appassionato di boxe, è allenatore in una palestra i cui proprietari sono due fratelli sotto processo per usura. Sporadici gli atti di razzismo nella cittadina di 52mila anitanti. Pochi mesi, però, lo stesso Diouf fu aggredito in uno di questi episodi. La comunità senegalese pensa a una manifestazione, nei prossimi giorni.
fonte: Liberazione

30 gennaio 2009

Noi non abbiamo paura. No al pacchetto sicurezza, il 31 gennaio tutte e tutti in piazza.

Il 31 gennaio saremo in piazza per dire "No" al Pacchetto sicurezza, in discussione in Parlamento, ed esprimere il nostro dissenso al modello autoritario, repressivo e razzista che, anche attraverso questo strumento normativo, ci stanno imponendo. Le norme contenute nel Pacchetto prevedono una politica fondata su misure segregazioniste e razziste per le persone migranti, le prime ad essere additate come figure pericolose, e nuove e ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto o non rientri dentro le strette maglie del controllo e della disciplina.
Saremo in piazza, come abbiamo già fatto il 19 gennaio scorso con un sit-in sotto al Senato, per rifiutare tutto questo. Attraverseremo Roma con un corteo di rumoroso dissenso, che toccherà il cuore pulsante della città, travolgendo anche le ultime frontiere della metropoli, quelle stesse frontiere che il sindaco di Roma vorrebbe imporre impedendo i cortei in centro.
Romperemo il muro dell'indifferenza e della paura, attraversando i luoghi dove troppo spesso "riqualificazione" ha significato esclusione, emarginazione, abusi di potere e sottrazione di spazi: Porta Maggiore, Piazza Vittorio, Termini, Esquilino. Punti vitali della città, snodo di flussi, di merci, capitali e comunicazione, ma anche di persone e idee. Occuperemo temporaneamente la città con musica e performance da tutto il mondo, riqualificheremo i nostri muri con graffiti e stencil. Grideremo la nostra rabbia in tutte le lingue, consapevoli del fatto che questo delirio securitario esplode proprio mentre i governi varano "piani anti-crisi" dove si decide di sostenere le aziende e le banche in difficoltà e si stanziano fondi per la costruzione di nuove carceri, invece di pensare a nuove politiche sociali di sostegno alla cittadinanza.
La difesa dell'esistente è una lotta che non ci interessa. La piattaforma che proponiamo si spinge oltre il terreno del conflitto, verso una sfida più radicale: respingiamo il Pacchetto sicurezza al mittente, insieme all'intero di modello di società che rappresenta, quella dei recinti e delle Zone Rosse; contro il controllo e la repressione delle nostre vite, contro la militarizzazione dei territori e delle città. Vogliamo l'abolizione immediata della legge Bossi-Fini, perché è una legge razzista e perchè perdere il lavoro a causa della crisi rappresenta per le persone migranti una condanna alla clandestinità. Vogliamo la regolarizzazione di tutte e tutti e la rottura legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, dispositivo di controllo che imprigiona le persone migranti. Rifiutiamo la criminalizzazione di chi fugge da guerre e persecuzioni, le classi separate per i bambini e le bambine straniere. In questo rinnovato clima di caccia allo straniero stupratore ribadiamo, insieme a femministe e lesbiche, che "L'assassino ha le chiavi di casa", che la violenza avviene in famiglia, per mano di compagni, mariti, padri e amici. Il DdL Carfagna e le ordinanze dei sindaci sceriffo rientrano in questo schema, che vorrebbe dividere in base alla condotta, in un sistema che esclude e punisce chi non si adegua ai parametri del "decoro urbano".
Tante le iniziative organizzate contro il "Pacchetto" in altre città: da Firenze a Brescia, da Torino a Catania. Un coro di voci per dire no alla società dei recinti, alla "Fortezza Europa" ed alle Isole Lager.
Tante le tematiche che porteremo in piazza a Roma, come tante sono le realtà che hanno attraversato il percorso di costruzione della mobilitazione. Dalle partecipate assemblee, alle numerose iniziative organizzate in varie parti della città, in occupazioni, centri sociali e università, fino ai volantinaggi nei mercati, l'ambizione è stata quella di parlare alla metropoli, ognuno con i propri linguaggi. Quello del 31 gennaio sarà un corteo di migranti, occupanti, precari, studenti, attivisti, writer, di femministe e lesbiche, di centri sociali e associazioni, ma speriamo soprattutto un momento di riconoscimento per tutti e tutte quelli che, giorno dopo giorno, costruiscono a partire dalla propria esistenza un'"altra città". Un corteo di chiunque pensi che la libertà sia un bene prezioso da difendere e che quello che è in gioco sia il futuro delle persone. "I diritti non si chiedono, si strappano", dice un proverbio egiziano: mentre a Lampedusa ci si conquista il diritto di fuga, pure noi proviamo a fare la nostra parte.


Rete contro il Pacchetto Sicurezza

29 gennaio 2009

Trieste: Processo Rasman, condannati tre poliziotti

L’omicidio Rasman non comparirà nei titoli dei telegiornali e non sarà discusso nei salotti televisivi dedicati alla Franzoni e allo stupro di Guidonia. Nessuno informerà che, per la prima volta nella storia della Repubblica, degli agenti della Polizia di Stato sono stati condannati per omicidio colposo. Nella Polizia ci sono uomini e donne che ogni giorno rischiano la vita per i cittadini. Nel calendario dei Santi Laici ci sono centinaia di poliziotti uccisi dalla mafia e dal terrorismo. Ed è per questo che episodi come quello di Trieste vanno resi pubblici, per evitare che succedano ancora. Perché gli italiani si possano rivolgere con fiducia alla Polizia, che deve proteggerli, solo proteggerli.
Per tutto questo la sentenza di condanna a sei mesi di reclusione tre dei quattro poliziotti di Trieste imputati per la morte di Riccardo Rasman, avvenuta il 26 ottobre 2006 durante un tentativo di arresto è una sentenza importante. La sentenza e’ stata emessa oggi dal Gup Enzo Truncellito, al termine della camera di consiglio svoltasi oggi. La condanna e’ stata inflitta per il reato di omicidio colposo nei confronti degli agenti Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi. Prosciolta invece l’agente Francesca Biasi. L’accusa aveva chiesto condanne da nove a quattro mesi di reclusione per tutti gli imputati. Alla famiglia di Rasman, costituitasi parte civile nel processo, il Gup ha disposto una liquidazione provvisionale del danno morale per 20 mila euro.

Roma: gay aggredito da security di un locale ·

V., funzionario pubblico, ha riferito l'accaduto a Gay Help Line è stato percosso e insultato durante una serata in un noto club della capitaleGay aggredito da security di un localeIl Comune: "Individuare i responsabili"Dopo il pestaggio è stato portato fuori e lasciato sul marciapiede sotto la pioggiaL'uomo ha subito fratture e contusioni giudicate guaribili in 30 giorni

Ha denunciato a Gay Help Line, un numero verde per le persone lesbiche, gay e trans, di essere stato selvaggiamente picchiato senza motivo a Roma, dalla security di un noto locale nei pressi della Piramide. V., funzionario pubblico, ha raccontato di essere stato aggredito nella notte tra il 24 ed il 25 gennaio mentre trascorreva la serata con il suo ragazzo e altri amici durante la serata gay "Gorgeous", organizzata nel locale Alpheus. Lo ha reso noto l'Arcigay di Roma sottolineando che l'uomo ha subito fratture e contusioni giudicate guaribili in 30 giorni. Gli aggressori, secondo la denuncia, sarebbero alcuni componenti della security del locale che, stando al suo racconto, dopo averlo pesantemente insultato, urlandogli frasi come "Frocio di merda, ti facciamo vedere noi, ti pentirai di essere entrato", lo hanno colpito con un oggetto contundente e portato in una parte riservata del locale dove lo hanno percosso con calci e pugni, procurandogli la frattura di un braccio, la rottura di un dente, la contusione di alcune costole e tagli sulla testa e sul labbro. La vittima sarebbe stata poi trasportata e lasciata sul marciapiede sotto la pioggia e solo l'intervento dei suoi amici ha permesso di chiamare un'ambulanza e la polizia. Arcigay ha reso noto di aver sporto denuncia e ha proposto che la legge Mancino sia estesa ai "reati di odio", contro gay e lesbiche. "Questa aggressione è solo l'ennesimo episodio di violenza - ha detto il responsabile di Gay Help Line 800 713 713 e presidente Arcigay Roma Fabrizio Marrazzo - che registriamo al nostro numero verde. Ogni mese il nostro servizio riceve migliaia di contatti, di cui il trentuno per cento per violenze e abusi". "Facciamo appello alle autorità competenti - ha detto ancora Marrazzo - affinché si attivino ad individuare al più presto gli autori di tale reato, per tutelare cittadini come V., che da anni vive con il proprio compagno e sabato voleva solo trascorrere una serata tranquilla con lui e gli amici. A V. abbiamo offerto il nostro supporto legale gratuito ed oggi, tramite il nostro legale, ha sporto denuncia. Contatteremo al più presto i gestori del locale per garantire che vengano presi immediati provvedimenti". "Faremo chiarezza su quanto avvenuto. Domani incontreremo i responsabili della società che si occupa della security, ma chiederò anche di incontrare la persona che ha denunciato l'aggressione", ha detto Mauro Basso, portavoce della serata gay "Gorgeous". "E' da quattro anni che siamo all'Alpheus e non ci sono mai stati problemi - ha spiegato Basso - Stamattina ci siamo sentiti con il presidente di Arci Gay Roma e anche noi siamo stati stupiti. La security, che è gestita da una società, per conto dell'Alpheus, non ci aveva informati di nulla". "Per questo - ha continuato - ci sentiamo anche noi danneggiati. E' nostro interesse fare chiarezza. Ovviamente alla vittima va la massima solidarietà". "E' un gravissimo atto di intolleranza ed inciviltà", ha sottolineato l'assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma, Sveva Belviso. "Mi associo all'appello fatto dall'Arcigay di Roma - ha detto l'assessore - affinché al più presto venga fatta luce su questo grave episodio e che i responsabili del pestaggio siano al più presto assicurati alla giustizia. All'uomo aggredito - ha concluso la Belviso - va la mia più sincera solidarietà".


fonte: La Repubblica

Genova G8: resta a Genova il processo a De Gennaro

Proseguira’ davanti al Tribunale di Genova il processo per falsa testimonianza sulle violenze alla caserma Diaz durante il G8 del 2001. Sono imputati l’ex capo della polizia Gianni de Gennaro, l’ ex questore di Genova Francesco Colucci, e l’ ex capo della Digos Spartaco Mortola. Lo ha deciso la Cassazione che ha respinto l’istanza di remissione presentata da Colucci.

Torino: Cariche della polizia contro i rifugiati davanti alla Prefettura.

"Casa, lavoro e residenza", queste sono le richieste con cui ieri i rifugiati occupanti di corso Peschiera (ex clinica San Paolo occupata nell’ottobre 2008) e via Bologna (occupata da due anni) e il Comitato di solidarietà con rifugiati e migranti hanno dato vita ad un presidio sotto la sede del Comune di Torino durante l’incontro tra gli assessori Borgogno e Borgione ed una delegazione di rifugiati. Al centro dell’incontro, la situazione dei rifugiati che vivono in Corso Peschiera che a breve dovrebbero essere sgomberati dallo stabile. La proposta avanzata dagli Assessori alla delegazione che ha partecipato all’incontro è inaccettabile: una soluzione temporanea, per tre mesi, e solo per 80 delle 250 persone che vivono, senza riscaldamento, né acqua calda ed in condizioni igienico-sanitarie pessime, nell’ex clinica San Paolo.La soluzione prevede il solo ricovero notturno in una struttura della Croce Rossa, mentre la mattina i rifugiati sarebbero stati smistati in diversi circoli ARCI della città per partecipare a dei corsi di formazione.All’uscita dal Comune della delegazione, cresce dunque la rabbia tra i manifestanti, il presidio si trasforma prima in blocco stradale e poi in corteo spontaneo tra le vie della città.Arrivati alla Prefettura, attraverso gli agenti della Digos, i manifestanti chiedono di essere ricevuti per ottenere dal Prefetto l’impegno a non sgomberare lo stabile. Passa circa mezz’ora, il Prefetto non c’è e gli agenti chiedono altri 10 minuti per capire con chi altro si possa parlare.Intanto arrivano altri reparti in assetto anti-sommossa ed il cordone delle forze dell’ordine si infoltisce. Senza nessun motivo, a freddo, parte una prima carica che spinge fuori dai portici della Prefettura i manifestanti che per difendersi lanciano pezzi di neve ghiacciata.“Quello che è successo dopo è stato qualcosa che a Torino non si vedeva da tempo”, sottolinea Dario del Comitato di solidarietà . “La polizia è avanzata, in una P.zza Castello deserta, battendo i manganelli sugli scudi. Si sentivano limpidamente le grida “Negri di merda vieni qua!”, "Zecca!", “Dove scappate conigli”.Le cariche sono continuate a più riprese con una violenza inaudita, e le forze dell’ordine hanno messo in atto una vera e propria caccia all’uomo fino a disperdere il gruppo con il lancio di lacrimogeni. Il centinaio di manifestanti cerca di difendersi con quello che riesce a trovare sulla strada. "Un ragazzo è stato accerchiato, buttato a terra, preso a calci e picchiato da una decina di agenti", denuncia il Comitato di solidarietà. Ma quello di Torino non sembra essere un episodio da leggersi come fatto isolato. Quello che sta avvenendo ormai da giorni a Lampedusa, la protesta degli scorsi giorni dei richiedenti asilo presenti a Marina di Massa, le non lontane rivolte dei richiedenti asilo trattenuti a Gradisca d’Isonzo o nel centro di Elmas disegnano un quadro sicuramente più complesso in cui quella di Torino appare come un segnale forte ricercato e voluto dal Ministero dell’Interno per imporre il silenzio su una situazione generale esplosiva. Le attese per domande d’asilo hanno raggiunto tempi ormai insopportabili, mentre per chi raggiunge l’ambito status di rifugiato la strada è comunque ancora tortuosa. Per sabato, a Torino ed in altre parti d’Italia è prevista una nuova mobilitazione, contro le violenze subite e più in generale per contrastare l’imminente approvazione del pacchetto sicurezza.

Firenze: Minaccie e intimidazioni su video inchiesta sull'estrema destra.

Abbiamo appreso in questi giorni delle minacce e delle azioni intimidatorie ai danni di Saverio Tommasi e Ornella De Zordo, rispettivamente attore e consigliere comunale di Firenze per il gruppo “Un’altra città”, in seguito alla diffusione su YouTube della loro video inchiesta di denuncia “Razzisteria: destra fascista in Italia e nella ‘rossa’ Toscana” (http://it.youtube.com/watch?v=NNLkCPvoRn8). Nel video, girato nelle scorse settimane, viene rappresentata una Toscana inedita, con slogan fascisti, svastiche, ingiurie xenofobe e omofobe e cimeli, come il cappellino “Boia chi molla” o spille che richiamano ladoppia esse nazista. Nel circondario fiorentino e senese, territori di competenza del nostro Comitato Provinciale Arcigay, si susseguono feste e manifestazioni de “La Destra”, di “Azione Giovani” e di “Forza Nuova” in cui siinneggia alla purezza, alla caccia agli immigrati e agli‘zingari’, all’annientamento delle persone omosessuali. Nelle scorse notti, l'ingresso della Cabina Teatraledi Saverio Tommasi è stato sigillato da ignoti. Attraverso YouTube sonopoi arrivate agli autori del video inquietanti minacce: “Telo do io un bel video, ma sullefunzioni che ha il CTO” (il Centro Traumatologico Ortopedicodi Firenze) o “Perché non vieni con la tua telecamerina di merda dame”. Da tempo, Arcigay va ripetendo che occorre che la politica, a partire dalle sueistituzioni locali, si assuma la responsabilità delle sueazioni sciogliendo i gruppi neofascisti e neonazisti presenti in Italia, in linea con i principi sanciti dalla nostra Costituzione. Non solo manifestiamo la piena solidarietà agli amici Saverio e Ornella, ma sottolineiamola piena condivisione da parte nostra della loro denuncia. Arcigay Firenze “Il Giglio Rosa”, secondo il suo attocostitutivo, si identifica infatti nella storia della Resistenza e dell’antifascismo europeo, per la formazionedi una società laica e democratica e in cui i dirittifondamentali di ogni cittadino siano riconosciuti. Questo dilagare inquietante di ideologie razziste, omofobe e di chiarissima impronta nazi-fascistanel territorio fiorentino, senese e toscano produce estrema insicurezza anche per noi omosessuali, che ci sentiamo ugualmente colpiti dalla brutalità e assurdità degli episodi intimidatori nei confronti di Saverio e Ornella.Sollecitiamo pertanto le istituzioni toscane, e dunque l’Amministrazione Regionale, a prendere immediatamente unaposizione di stigmatizzazione in merito a quanto avvenuto, nonché a farsi portavoce presso il Governo della chiara volontà di rendere illegittimi gruppi che tramandano ideologie contrarie al quieto vivere e alla democrazia.


Guidonia. Attentato contro la macelleria gestita da un rumeno

Ieri notte un bomba carta è stata lanciata contro la macelleria gestita da un uomo di origini rumene a Villalba di Guidonia. Si tratta di una frazione della città dove quattro uomini di origini rumene sono stati arrestati per la violenza ai danni di una ragazza, avvenuta qualche giorno fa. Dal giorno della violenza Forza Nuova ha organizzato una violenta campagna xenofoba, che è culminata venerdì con il linciaggio condotto con mazze e bastoni di cinque uomini di origini albanesi. Oggi poemerigio il Comune di Roma dedicherà una seduta speciale alla violenza contro le donne. Davanti al Campidoglio femministe e lesbiche manifesteranno contro la strumentalizzazione di questo tema.

28 gennaio 2009

Carceri: nel 2008 morti suicidi 48 detenuti

Nelle carceri italiane nel 2008 sono morti "almeno" 121 detenuti, dei quali "almeno" 48 per suicidio (alcuni casi sono dubbi e si attende l'esito delle indagini). Dal 1990 ad oggi si sono tolti la vita 957 detenuti e prevedibilmente nel 2009 verrà raggiunta la quota di 1.000 suicidi in carcere, nell'arco di 20 anni. È l'amaro commento dall'ufficio studi di Ristretti orizzonti che ha pubblicato il dossier "Morire di carcere".
Nel 2007 i suicidi tra i detenuti erano stati 45: quest'anno si sono verificati 3 casi in più, anche se per effetto della crescita della popolazione detenuta (da una media - nel 2007 - di 44.233 siamo passati a 51.167 come media del 2008) il tasso di suicidi su 10.000 detenuti è diminuito da 10,37 a 9,38. Il tasso di suicidio nella popolazione italiana è dello 0,51 ogni 10.000 abitanti, quindi in carcere i suicidi avvengono con una frequenza circa 21 volte superiore. Particolarmente "a rischio" risulta essere la condizione di isolamento e nel 2008 un terzo dei suicidi sono stati messi in atto da detenuti che si trovavano soli in cella, o per disposizione dell'autorità giudiziaria, o per altri motivi: 16 delle vittime erano "isolati" e 3 di loro assegnati al regime di "41-bis".
"Il numero dei detenuti che durante l'anno sono soggetti alle diverse forme di isolamento non vengono diffusi dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, - spiega il Dossier - mentre sono noti quelli dei sottoposti al regime di "41-bis", il cosiddetto "carcere duro": nel quinquennio 2004-2008 il loro numero medio è stato di 562 e i suicidi sono stati 14. Quindi il tasso di suicidio nel "carcere duro" è di 4,45 volte, rispetto al normale regime detentivo, e 93,45 volte superiore rispetto a quello riscontrato nella popolazione italiana". La "maglia nera" va Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa (3 casi), al pari della Casa Circondariale di Viterbo. I "casi" raccolti dal Dossier non rappresentano la totalità delle morti che avvengono all'interno dei penitenziari, ma solo quelli che è possibile ricostruire, in base alle notizie dei giornali, delle agenzie di stampa, dei siti internet, delle lettere che ci scrivono i volontari o i parenti dei detenuti morti. "Tra le 48 segnalazioni di suicidi in carcere che ci sono arrivate nel 2008 - spiegano gli osservatori - siamo riusciti a ricostruire soltanto le "storie" di 37 persone: 21 erano in attesa di giudizio e 16 stavano scontando una pena definitiva; 31 erano italiani e 6 stranieri, 33 uomini e 4 donne. La frequenza maggiore si è registrata tra le persone in attesa di giudizio - per quanto riguarda la posizione giuridica; tra gli italiani - per quanto riguarda la nazionalità - ; tra le donne - per quanto riguarda il genere. Dei suicidi 11 avevano un'età compresa tra i 20 e i 30 anni, 12 un'età compresa tra i 30 e i 40 anni, 9 un'età compresa tra i 40 e i 50 anni e 5 un'età compresa tra i 50 e i 60 anni. La frequenza maggiore si è verificata tra i 20-30enni, che rappresentano il 26% dei detenuti ma hanno messo in atto il 29,7% dei suicidi. Il Dossier Morire di carcere 2008 nel complesso ha "registrato" 90 decessi, di cui 37 per suicidio, 32 per cause ancora da accertare, 20 per malattia e 1 per le complicazioni derivanti da uno sciopero della fame.


fonte Ristretti Orizzonti

Così hanno ucciso Giuseppe Casu

"Non escludo che casi simili siano accaduti prima che venissero chiusi gli ospedali psichiatrici, ma in tutta la mia carriera non mai visto una contenzione fisica così prolungata nel tempo, abbinata poi ad un'assunzione di farmaci così massiccia". Scandisce bene le parole per farsi capire Enrico Smeraldi, professore ordinario e primario della Divisione di Psichiatria del San Raffaele di Milano, quando il pubblico ministero Gian Giacomo Pilia gli chiede un'ultima sintesi della sua relazione. In precedenza, il farmacologo e tossicologo Alfio Bertolini (docente dell'Università di Modena e secondo consulente della Procura) aveva illustrato al giudice Simone Nespoli quelli che, secondo lui, sarebbero stati gli effetti dei vari medicinali somministrati a Giuseppe Casu, l'ambulante cagliaritano di 60 anni stroncato da una trombo-embolia nel giugno del 2006, dopo essere rimasto per una settimana legato mani e piedi al letto del Servizio psichiatrico diagnosi e cura dell'ospedale Santissima Trinità. Per la sua morte, accusati per omicidio colposo, sono alla sbarra l'ex primario del reparto Gian Paolo Turri e la psichiatra Maria Rosaria Cantone, ieri in aula assistiti dagli avvocati Gianfranco Macciotta, Giudo Manca Bitti e Massimiliano Ledda. Un udienza fiume con il dibattimento iniziato al mattino e proseguito anche nel pomeriggio: all'esame c'era la lunga lista dei testimoni dell'accusa, parenti compresi, con in chiusura l'intervento di due consulenti chiamati a valutare la correttezza delle diagnosi e delle terapie assegnate all'ambulante nella settimana della degenza prima del decesso. Il 15 giugno Giuseppe Casu era stato ricoverato con un trattamento sanitario obbligatorio: non voleva lasciare la sua bancarella vicino al Municipio di Quartu Sant'Elena, in piazza IV Novembre, e quando i vigili urbani si sono presentati per farlo allontanare, il pensionato sarebbe andato in escandescenza. All'arrivo dei medici del centro di salute mentale-è stato poi ricostruito ieri in aula-la situazione era ormai tesa. L'epilogo al passaggio di una pattuglia di carabinieri: l'ambulante avrebbe tirato delle uova contro il parabrezza ed i militari sarebbero scesi, ammanettato e caricato in ambulanza, il pensionato è stato trasportato all'ospedale Santissima Trinità per il ricovero coatto. "Era fortemente alterato - ha raccontato al giudice Tommaso Brundu, il medico che l'ha accompagnato - ma in ambulanza non è stata necessaria la contenzione fisica: parlava e lo stavamo tranquillizzando. E' sceso con le sue gambe e lo abbiamo accompagnato in reparto". Quanto accaduto nei sette giorni successivi può essere ricostruito solo con la cartella clinica, il registro di passaggio di consegne degli infermieri e le "cartelle di contenzione". E proprio in queste ultime, come ha poi fatto notare l'ex direttore sanitario della Asl di Cagliari, Giorgio Sorrentino, rispondendo ad una domanda del giudice Nespoli, il riquadro che avrebbe dovuto indicare i "tentativi di scontenzione" erano sempre in bianco. " Si desume - tagliato corto Sorrentino - che il paziente, salvo qualche parziale scontenzione, sia rimasto in quella condizione per sette giorni". Impossibile anche per i due consulenti della Procura stabilire con certezza una relazione tra il prolungato periodo di immobilità, associato all'uso di ben sei farmaci in contemporanea ( il pensionato soffriva anche di epilessia), e l'embolia che poi ha ucciso. "Dall'analisi delle cartelle - ha poi detto il farmacologo Alfio Bertolini - si evince che sono stati utilizzati vari medicinali, anche in dosi estremamente elevate. Ciascuno se viene preso singolarmente non crea alcun problema, ma associato ad un trattamento con barbiturici si può avere una grave depressione dei centri della respirazione. Mi sembra di poter dire che il trattamento sia stato corretto al momento del ricovero, ma che in seguito la terapia ha registrato dosi veramente troppo elevate": A supportare la tesi del consulente della procura ci sarebbe anche un riscontro: un arresto respiratorio che ha colpito Giuseppe Casu durante il suo ricovero, salvato poi dai medici utilizzando una "sostanza-antidoto". Straziante il racconto della figlia Natascia (28 anni) che ha ricordato, con le lacrime agli occhi, i giorni di degenza e poi la notizia del decesso. "Era legato mani e piedi e la mano destra era gonfia e violacea - ha ripetuto più volte - poi l'hanno fasciata ed è rimasta così. L'ho sempre trovato legato alle volte quando parlava non si riusciva a capire. L'ultimo giorno che l'ho visto in vita aveva una sostanza collosa nella bocca. Ha chiesto di tornare a casa, diceva che lo tenevano ricoverato contro la sua volontà e di chiamare i carabinieri. Non lo abbiamo fatto e alle 6.25 del giorno dopo ci hanno telefonato dicendo che stava male. Era morto".Iscritto nella lista dei testi della difesa c'era anche Antonio Maccioni, il primario di Anatomia patologica del Santissima Trinità di Cagliari che, assieme all'anatomopatologo Daniela Onnis, hanno effettuato l'autopsia sul corpo del commerciante. Il giudice Nespoli ha sciolto la riserva stabilendo che verrà sentito accompagnato dal suo avvocato (Luigi Concas e Antonio De Toni) perché indagato per reato connesso. E' accusato di aver fatto sparire i reperti prelevati durante l'autopsia, sostituendoli con altri. Per la procura, che nel maggio ne ha chiesto la custodia cautelare, il dirigente di Anatomia patologica avrebbe scambiato quei campioni per favorire i due colleghi accusati della morte dell'ambulante. L'incredibile scoperta è avvenuta nel gennaio 2007: quando la polizia giudiziaria ha sequestrato il contenitore con i resti di Giuseppe Casu, ha scoperto che dentro c'erano quelli di un altro paziente morto sempre per trombo embolia, ma provocata da un tumore. Due inchieste per un unico giallo dai contorni ancora poco chiari.Il processo contro l'ex primario Gian Paolo Turri e la psichiatra Maria Rosaria Cantone proseguirà giovedì prossimo con i testi e i consulenti di parte civile ( la famiglia si è costituita parte civile con l'avvocato Mario Canessa, supportata dal comitato "Verità e Giustizia"), mentre il 27 febbraio è fissata la prima udienza del filone-bis che vede imputato Antonio Maccioni accusato di soppressione di parti di cadavere, favoreggiamento, frode processuale, falso materiale e ideologico.
fonte il manifesto

Genova G8: lo Stato non risarcisce, giudici sul piede di guerra.

Indignati, senza parole. Sconcerto e rabbia. È ampia la gamma di sensazioni che ha scatenato, tra i principali protagonisti del processo contro le torture e le violenze commesse durante il G8 nella caserma di Bolzaneto, la notizia dell´appello dell´Avvocatura di Stato e la decisione di non pagare le provvisionali alle parti civili. Il pm Patrizia Petruzziello, che ha seguito tutto il procedimento insieme al collega Vittorio Ranieri Miniati, alza le braccia. «Sono meravigliata. La dichiarazione di rifiutarsi di pagare le provvisionali è un fatto grave. Si tratta di un discorso molto contraddittorio - spiega - perché in tribunale, durante l´arringa finale, lo Stato aveva chiesto scusa per quanto successo e poi invece adesso sostiene di non volere pagare. Ci sono state delle condanne e sono stati accertati i danni subiti dalle parti civili. Danni che potranno essere risarciti anche in caso di assoluzione in secondo grado. E poi anche il tribunale aveva tracciato delle distinzioni sulla responsabilità di ciascun imputato. Davvero, non capisco».Il magistrato non è l´unica a essere indignata.. Anche tra i legali delle parti civili non sono mancate le reazioni. E tutte verso un´unica direzione: opporsi all´impugnazione dell´Avvocatura e alla possibile sospensione dei pagamenti. «L´Avvocatura - spiega l´avvocato Antonio Lerici - rispecchia l´atteggiamento di uno Stato che non ha a cuore i diritti della gente, ma vuole solo mantenere e conservare il proprio potere a qualunque prezzo. Noi, appena fisseranno l´udienza per la sospensione della provvisionale, ci opporremo, anche perché quello presentato è un appello pretestuoso». A lasciare perplessi i difensori delle 252 persone passate da Bolzaneto, sono i motivi della richiesta di sospensione. Se la sentenza di primo grado dovesse essere ribaltata, hanno scritto gli avvocati Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi, il recupero delle somme versate dallo Stato potrebbe non andare a buon fine: per la mancanza di garanzie reali e per l´elevato numero di parti civili, molte delle quali residenti in Stati stranieri. «Da un punto di vista processuale - osserva Riccardo Passeggi, altro legale di parte civile - è una procedura pienamente legittima. Da un punto di vista politico è una scelta che si commenta da sé. Non c´è davvero nient´altro da aggiungere a questa notizia». Anche l´avvocato Laura Tartarini non riesce a capire la scelta dell´appello. «Rispetto al processo Diaz - sostiene - durante le udienze per le violenze a Bolzaneto lo Stato ha avuto un atteggiamento diverso: ha chiesto scusa. E adesso invece dicono di non volere pagare la provvisionale. Il lato più scandaloso di questa vicenda è la motivazione del rifiuto: quello del recupero dei soldi è un problema che dovrebbero porsi sempre. L´Avvocatura di Stato si prefigura uno scenario impossibile: faccio fatica a pensare che saranno tutti assolti». Durissimo anche Vittorio Agnoletto: «Il comportamento del governo, lo stesso governo che era in carica nel luglio del 2001 e che ha gestito il G8, è vergognoso. Quello stesso esecutivo che coprì i massacri e che durante il processo per le violenze alla scuola Diaz sostenne che gli imputati erano innocenti: vergogna!».


fonte: La Repubblica

27 gennaio 2009

DA LAMPEDUSA A CASTEL VOLTURNO:BASTA REPRESSIONE!

Giovedì 22 gennaio tra le 6 e le 7 del mattino a Castel Volturno è stata svolta una nuova operazione di repressione contro i migranti e rifugiati. Almeno 70 gli uomini impiegati tra esercito, polizia, vigili del fuoco e vigili urbani, che hanno perquisito tutti gli appartamenti in Via Messina, Via Palermo, Via Siracusa ed anche tutte le persone che si trovavano alla fermata degli autobus per andare al lavoro! L’operazione era giustificata dal fatto che “fonti confidenziali” avrebbero indicato quei luoghi come strategici per la detenzione e lo spaccio di droga. Sono state fermate tra le 70 e le 100 persone “Stanno caricando le persone che sono in attesa alla fermata degli autobus su dei minibus dell’esercito” ci dice Rudolf chiamandoci agitato ieri mattina. Al termine della grandiosa operazione le forze dell’ordine, come avvenne nell’operazione dell’American Palace”, non trovano neanche un grammo di droga, di armi e latitanti neanche a parlarne! I migranti ed i rifugiati titolari di un permesso di soggiorno sono stati denunciati in quanto ospitavano in casa amici, fidanzati, mariti, mogli, sorelle e fratelli “colpevoli” di non avere un permesso di soggiorno. 11 donne sono state trasferite al C.I.E (centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria (Roma) e 6 sono detenuti al C.I.E. di Bari. Altri migranti e rifugiati sono stati rilasciati. Alcuni ci hanno riferito che nel Commissariato di Polizia di Castel Volturno durante i controlli ai migranti venivano più volte ripetute frasi razziste ed intimidatorie come “da qui i neri è meglio che se vanno!”. Insomma a distanza di 60 giorni, quando ci fu l’operazione all’American Palace, un nuovo “buco nell’acqua”, un’altra dimostrazione di repressione contro migranti e rifugiati che nulla hanno a che fare con la malavita. Ma dove sono i 69 migranti presi all’alba del 20 novembre 2008 all’American Palace arrestati, espulsi e trasferiti nei C.I.E per essere rimpatriati? 3 sono stati rimpatriati e tutti gli altri sono tornati a Castel Volturno con un nuovo “foglio di via” perché di fatto sono in espellibili.. Per diversi di loro procederemo ad un’azione di risarcimento danni per ingiusta detenzione nei C.I.E. in quanto la Prefettura e la Questura hanno inviato illegittimamente nei Centri anche richiedenti asilo. Ci chiediamo quale sia l’opportunità e l’utilità di queste operazioni che non hanno nessuna efficacia né nella lotta all’immigrazione clandestina, né alla risoluzione del problema del traffico della droga.

BASTA REPRESSIONE! BASTA DEMAGOGIA SULLA PELLE DEI MIGRANTI!
Ciò che è avvenuto a Castel Volturno è strettamente connesso a ciò che sta avvenendo a Lampedusa. In questo momento ci sentiamo vicini ai migranti che a Lampedusa chiusi nel Centro gridano”Libertà, aiutateci”perché il governo vorrebbe respingerli in Libia. Nessuno può fermare uomini e donne in fuga dalla guerra, dalla fame, o per un futuro migliore! Sarebbe ora di affrontare la presenza dei migranti sul territorio partendo da una politica di canali regolari per entrare in Italia e prevedere la possibilità di regolarizzare la propria posizione per quanti , a causa di una normativa razzista, sono obbligati a vivere nella clandestinità. La complessa realtà umana e sociale di Castel Volturno non può essere affrontata con la repressione ma con un piano di intervento sociale che coinvolga le comunità dei migranti e dei rifugiati.
Continueremo a rivendicare il diritto alla regolarizzazione dei migranti e dei rifugiati e a denunciare l’operato delle Istituzioni che demagogicamente mostrano i muscoli con i più deboli!

RETE ANTIRAZZISTA DI CASERTA-MOVIMENTO DEI MIGRANTI E DEI RIFUGIATI

Genova G8: Lo Stato rifiuta i risarcimenti, ricorso contro la condanna degli agenti del G8

Dopo aver chiesto ufficialmente scusa per i soprusi e le violenze commesse dai propri uomini nella caserma di Bolzaneto, lo Stato italiano si rifiuta di risarcire le vittime. Attraverso la propria Avvocatura ha infatti appellato la sentenza del luglio scorso, che condannava funzionari di polizia, agenti e guardie carcerarie a pene minime e ad un risarcimento - in solido con i Ministeri di appartenenza - di circa due milioni di euro. Non è un'istanza scontata, quella presentata nei giorni scorsi alla Corte d'Appello di Genova: c'è la concreta possibilità di ribaltare il verdetto - è scritto nelle 15 pagine depositate - e allora perché mettere mano al portafogli col rischio di non vedersi più restituire il denaro? Una tesi clamorosa che ha provocato sconcerto e polemica tra i legali delle parti civili. A quasi otto anni dalle "torture" - parola ribadita dai giudici motivando la loro decisione - le centinaia di persone passate per il carcere del G8 attendevano almeno un anticipo sulla somma loro dovuta. Quella che tecnicamente viene definita provvisionale. Ma lo Stato, pur riconoscendo che i no-global nel luglio 2001 subirono "vergognose vessazioni", non ci sta. Penalmente sa bene che la prescrizione tra qualche giorno cancellerà tutto. Sul piano civile, confida in un verdetto ancora migliore di quello dell'estate passata: "Il favorevole esito dell'impugnativa proposta - scrivono gli Avvocati dello Stato, Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi - imporrebbe quindi un recupero di quanto indebitamente versato che, in mancanza di garanzie reali, e vista la molteplicità dei destinatari - molti dei quali, oltretutto, residenti in differenti Stati - rischierebbe di non andare a buon fine". Vale la pena di ricordare che la provvisionale, suddivisa tra 142 aventi diritto, ammonta a circa un milione di euro. Nell'appello vengono denunciate anche la "contraddittorietà intrinseca del dispositivo" e la "assenza di correlazione tra dispositivo e motivazione".
Sei mesi fa Renato Delucchi, presidente della terza sezione del tribunale, aveva condannato 15 dei 45 imputati a 23 anni e 9 mesi di reclusione, meno di un terzo rispetto a quanto simbolicamente chiesto dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. I giudici avevano di fatto riconosciuto l'esistenza a Bolzaneto di un "campo", ammettendo la sconfitta della giustizia italiana: costretti ad applicare le leggi a disposizione, che non disciplinano il reato di tortura, avevano escluso il dolo e l'aggravante dei "futili motivi". Alla vigilia della sentenza l'Avvocatura si era rivolta alle 252 persone passate per la "prigione temporanea": "Sentiamo il dovere di esprimere le doverose scuse, che provengono direttamente dallo Stato italiano - avevano ribadito in aula Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi -. Nei giorni del G8 sono state poste le premesse perché in un luogo carcerario si esasperasse una concezione totalitaria del rapporto tra individui". Addirittura era stato negato il "nesso organico" tra gli imputati e la pubblica amministrazione: poliziotti, carabinieri e guardie non potevano più essere considerati "servitori dello Stato". E lo Stato non si sentiva dunque più responsabile per gli atti da loro commessi. Una tesi che però il tribunale non aveva accolto, condannando anche i ministeri al pagamento dei danni.

Albano laziale. Attentato contro una libreria antifascista

Nella notte tra sabato 24 e domenica 25, ad albano laziale, la libreria «Le Baruffe», punto di informazione e presenza anfifascista, anirazzista e antisessista, gestita da due storici militanti del centro sociale Ipò di Marino, ha subito un attentato. La vetrina è stata spaccata con un sampietrino di quattro chili e all’interno è stata fatta esplodere una bomba carta. Ad alcuni metri dalla libreria, sui muri, sono state trovate svastiche e croci celtiche. Il che lascia indovinare una matrice neo-fascista alla bese dell’attentato. Non e’ la prima volta che nell’area dei castelli romani -ha detto Zaratti, assessore regionale all’ambiente – si verificano atti di recrudescenza della violenza politica, per lo piu’ legata ai movimenti neonazisti e fascisti»

Milano: Agombero Cox18 continua la protesta. Il Comune chiede i danni per il corteo si sabato scorso.

Un banchetto in Comune della libreria Calusca e un ricorso in tribunale per il "reintegro del possesso" dello stabile in via Conchetta 18. Così, ieri, hanno continuato la loro pressione sulle istituzioni, militanti e amici del Cox 18, dopo una domenica di solidarietà dal quartiere Ticinese e un sabato in giro per la città con 10mila "sostenitori". Una manifestazione che non è piaciuta in Comune visto che l'assessore all'arredo urbano, Maurizio Cadeo, ha ipotizzato di chiedere "danni" per 130mila euro a organizzatori e partecipanti (in specifico ai partiti che hanno aderito) per quella che media bugiardi chiamano "guerriglia urbana": alcuni cassonetti dei rifiuti danneggiati, scritte sui muri e un esproprio in un negozio (per cui ieri i carabinieri hanno denunciato 5 persone per devastazione e saccheggio). L'assessore si spinge anche a ipotizzare l'obbligo di una fideiussione bancaria per chi volesse organizzare altre manifestazione di piazza. Qualcosa che non ha precedenti in nessuna democrazia. Tanto ormai si può dire tutto. E i media riportano. E poi si fa un bel dibattito. Tutto normale. E alla fine suona strana anche Letizia Moratti che per evitare l'accusa di sequestrare libri e uccidere un pezzo della storia di Milano ha invitato il suo assessore col dolcevita (quello alla cultura) a prendersi cura dell'archivio Primo Moroni.


fonte: Liberazione

26 gennaio 2009

Lucca: Stop ai ristoranti etnici

Lucca dice basta ai ristoranti etnici. Il nuovo regolamento comunale per bar locali e ristoranti, licenziato in consiglio comunale giovedì scorso, infatti prevede che, nel centro storico del capoluogo toscano - guidato da una giunta di centrodestra - "al fine di salvaguardare la tradizione culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo non è ammessa l'attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività svolta sia riconducibile ad etnie diverse". E la norma vale anche in caso di subentro. Tra le prime 'vittime' ovviamente i venditori di kebab, ma di fatto, la regola si può applicare anche ad altre cucine, come quella messicana, indiana o francese. A Lucca, quindi, si può mangiare solo italiano, anzi, preferibilmente 'lucchese'. In un altro punto, infatti, è previsto che nei menù deve essere presente almeno un piatto tipico lucchese, preparato esclusivamente con prodotti comunemente riconosciuti tipici della provincia di Lucca. E il Comune, nel varare il nuovo regolamento, ha pensato anche agli arredi che devono essere 'confacenti al centro storico stesso', e ha specificato che i locali devono fornire: 'sedie in legno, arredamento elegante e signorile anche nei dettagli', al personale che deve essere 'fornito di elegante uniforme adatta agli ambienti nei quali si svolge il servizio e dovrà 'essere a conoscenza della lingua inglese'. A Lucca, come in moltissime città i locali hanno assunto il ruolo di luogo di ritrovo per i giovani, che spesso si fermano a chiacchierare fuori: il Comune ha voluto porre un freno anche a questo, prevedendo che sia il titolare a dover sorvegliare che gli avventori non consumino in strada 'creando, con questo comportamento, raduni di persone che ostacolino il normale scorrimento veicolare e/o pedonale, impediscano il riposo dei cittadini nelle ore notturne, diano origine a risse e incidenti o ostruiscano il normale accesso alle abitazioni'.
Sempre il titolare, poi, dovrà aver cura che i giovani non vadano a sedersi sui gradini di monumenti, in luoghi destinati al culto nei pressi del locale o in luoghi di interesse storico, artistico o aree pubbliche. Un provvedimento che i giovani lucchesi non hanno accettato bene, tanto che già si sono sollevate le prime voci di protesta.


Massa: i migranti occupano la piazza, la polizia carica.

Dopo i fatti di Lampedusa, che resta un fronte caldo per le proteste dei migranti richiedenti libertà e diritti, questa mattina vi è stata un'altra iniziativa costruita da oltre 50 profughi eritrei e somali a Marina di Massa. Migranti sbarcati quest'estate a Lampedusa e poi trasferiti nel centro della Croce Rossa Italiana a Massa, che richiedono il riconoscimento del loro status di rifugiati politici allo Stato italiano, il quale invece non è stato ancora capace di dar risposta e trovare una soluzione dignitosa ai richiedenti asilo (tra i quali vi sono molte donne), relegandoli nel centro della Cri.I migranti questa mattina hanno quindi deciso di porre il problema politico alle autorità scendendo in strada, manifestando senza autorizzazione, bloccando il traffico cittadino, occupando piazza della Liberazione. Sono quindi intervenute le forze dell'ordine che hanno caricato il gruppo, cercando di far disperdere la protesta. I migranti hanno opposto resistenza, chi sedendosi per terra chi cercando di tenere la carica. Alcuni manifestanti sono rimasti feriti, altri sono stati portati via su una camionetta della polizia, il resto è stato fatto rientrare nel centro.Gli immigrati hanno chiesto di poter parlare con un delegato Onu per i profughi, annunciando poi l'inizio di uno sciopero della fame per protesta ai silenzi delle autorità del nostro paese.

25 gennaio 2009

Guidonia: aggressione razzista

Due ragazzi sono stati arrestati e una ventina identificati dal commissariato di Tivoli per un'aggressione razzista avvenuta ieri sera ai danni di cinque albanesi in un bar a Guidonia, il paese alle porte di Roma dove nella notte tra giovedì e venerdì una ragazza è stata violentata e il fidanzato picchiato con ogni probabilità da stranieri dell'est Europa. I due giovani Fabio P., di 21 anni, e Vincenzo P., di 24 anni, entrambi residente a Collefiorito di Guidonia (Roma), sono stati arrestati per tentata rapina, lesioni personali, minaccia, danneggiamento con l'aggravante di aver agito per fini razziali. Oltre a questa, ci sono state altre due aggressioni a sfondo razzista: le vittime negli altri due casi sono stati quattro romeni. I tre episodi sono collegati alla manifestazione di Forza Nuova che si è tenuta ieri a Guidonia, hanno spiegato gli investigatori. Una ventina di manifestanti si sono allontanati dal corteo di Forza Nuova, esortando gli altri a seguirli in quanto aveva saputo che erano stati presi i cinque stranieri che avevano violentato la ragazza a Guidonia e che quindi 'bisognava fare qualcosa'. La polizia ha tentato di fermarli, ma i venti giovani sono riusciti a scappare nelle strade vicine a quella principale percorsa dal corteo. Secondo la polizia, successivamente sono state compiute "azioni aggressive e violente in danno di cittadini stranieri, perpetrate presumibilmente da alcuni manifestanti che in modo scientifico si allontanavano dal corteo". Nel primo caso tre romeni venivano aggrediti e picchiati da giovani italiani, mentre questi si trovavano all'interno del bar "Stefanelli" in via Maremmana Inferiore a Villanova di Guidonia. Il secondo caso riguarda un romeno, aggredito e picchiato da giovani italiani, mentre questi stava attraversando la strada di viale Roma a Guidonia. Il terzo è avvenuto all'interno del bar 'Centrale', in piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, dove si erano rifugiati cinque albanesi per scampare all'aggressione. Le aggressioni sono avvenute a colpi di mazze da baseball, bastoni, aste di bandiere, manici di scopa, ma anche sedie prese dal bar, al grido di "andatevene via, tornate al vostro Paese, vi ammazziamo". Una decina di mazze sono state sequestrate. Quando la polizia è arrivata, molti erano scappati, mentre una ventina sono stati fermati fuori il locale. Gli agenti entrando nel bar Centrale hanno trovato il locale devastato e dentro uno stanzino, con tanto di porta blindata che aveva resistito agli attacchi degli aggressori, i 5 albanesi e la proprietaria del bar.
fonte: La Repubblica

Milano: Tantissimi al corteo contro lo sgombero di cox18

Chi sgombera non legge libri", firmato Archivio Primo Moroni. Un corteo come Milano non vedeva da anni. Denso. Ordinato. Arrabbiato. I primi cordoni, con qualche chilo e capello in meno, sembravano quelli della stagione dei centri sociali degli anni '80. Gente che arriva e si mette a ridere: «Ma ci sei anche tu?», «Dove ci dobbiamo mettere?», «Venite qui tra i vecchi amici di Conchetta». Gente che c'era anche nel 1989. L'ultimo sgombero per lo storico luogo della cultura e della politica underground milanese. In mezzo un mare di giovani. E qualche solidarietà non scontata: Gabriele Salvatores, ad esempio. Ma anche altri intellettuali, scrittori, musicisti. Doveva essere un presidio, ma non poteva che finire in corteo. Voglia di andare. Di prendersi la città. Davanti le donne, quelle del Cox, mischiate a tante compagne di varie realtà, rivendicazione femminista diretta ed esplicita con accuse alla sindaca: "Letizia Moratti non hai capito niente, Conchetta 18 non si vende". Il più bersagliato dai manifestanti, neanche a dirlo, è però il vicesindaco De Corato, il mandante dello sgombero. In fondo al corteo le bandiere di Prc e Sinistra Critica. Oltre diecimila persone. Due chilometri di serpentone che si attiene alle consegne urlate dal camion di Cox18: non accettate provocazioni, state in cordoni, non è una passeggiata... Il programma recita: ci riprenderemo Conchetta. Gli slogan convinti: "La terra trema, il cielo si oscura, Conchetta 18 non ha paura".D'altronde dallo sgombero vigliacco di giovedì mattina (con una causa civile in corso sull'area, dopo 32 anni di occupazione di cui 20 "concessi" da una delibera comunale del 1989), con la paura che l'archivio del movimento, i libri di Primo Moroni, la Calusca, finissero in mano al vicesindaco, il "federale" che vieterebbe i cortei perché disturbano lo shopping, ieri impegnato con La Russa in una conferenza stampa contro il Brasile che non estrada Battisti. Ma da giovedì molto è cambiato. Tanta solidarietà, dal quartiere Ticinese e da un sacco di luoghi. In primis i centri sociali. Anche quelli che non ci sono più. Il miracolo del giorno è proprio questo. Tutte le realtà antagoniste di Milano (ma anche di Brescia, Cremona, Bergamo, dal Piemonte...) non sfilavano insieme da anni. Si sono riuniti. Davanti Conchetta a decidere il percorso contrattato metro per metro con la Questura. Da Piazza XXIV maggio al Duomo e ritorno. Con un vero giallo già dalla partenza. La polizia, infatti, ferma un ragazzo e una ragazza con uno zainetto con petardi e fumogeni. Li portano in Questura. E i due diventano in qualche modo, "ostaggi" in cambio del tranquillo svolgimento degli eventi. Intanto il corteo va. Passando nello struscio del sabato. Prendendosi la parola contro la città della moda e dell'Expo che non sa più cosa sono i bisogni della gente e gli spazi sociali. La parola più pronunciata dal camion? "Cultura". Intanto, quandi si affaccia Piazza Duomo arriva la notizia: i deu soino stati rilasciati.Qualche piccolo inconveniente in via Torino, con un "esproprio" di una trentina di giovani alla Standa, una vetrina rotta, qualche cestino incendiato. Molti manifestanti litigano con il gruppetto di giovanissimi che alzano la tensione. Volano parole grosse e spintoni. Ma il momento più delicato è quello del ritorno al quartiere Ticinese, per riprendersi Conchetta. La polizia è davvero tanta. Chiude tutte le vie con molti mezzi. Si prende petardi, insulti, qualche uova. Ma finisce tutto lì. «Decidiamo noi quando ci riprenderemo Conchetta, come e quando», dicono dal camion gli organizzatori. Il dibattito, però, c'è stato. Così tanta gente. Così tanti che hanno marciato e resistito al freddo per cinque ore. Perché non provarci ora? Perché ci sarebbero stati scontri. E lo slogan di uno degli striscioni d'apertura diceva: "Più cultura, meno paura uguale Cox 18". La promessa andava mantenuta. Sapendo che questa città non regalerà nulla. Che qualsiasi cosa, anche quello che è nostro, sarà da conquistare.


fonte: Liberazione

24 gennaio 2009

Un anno di condanna ai No Tav!

Si è concluso il processo a carico di Luca e Giorgio per i fatti avvenuti immediatamente dopo lo sgombero del presidio di Venaus del 5 dicembre 2005. Il giudice, nonostante nelle altre udienze i testimoni/poliziotti si erano contraddetti a dismisura nelle loro testimonianze, ha accolto appieno le richieste del Pm. Un anno di condanna a entrambi, accusati di resistenza, danneggiamento e furto. La sentenza è stata accolta da una contestazione interna all'aula dai no tav presenti nel pubblico e fuori dal presidio organizzato dal movimento che non è mancato ad ogni udienza. E' chiaro come ci sia la volontà d'intimidire il movimento, colpendo qua e la per fatti marginali rispetto ai giorni di battaglia del prima e dopo la liberazione di Venaus. Condannare un movimento popolare significa schierarsi apertamente contro coloro i quali, lottano per un futuro diverso, tanto più quando è lo stato ad essere il vero imputato per lo sgombero violento del presidio di Venaus, lo stesso che poi ha dovuto fare retromarcia rispetto alla determinazione popolare l'8 dicembre 2005. Se la strada è questa, coadiuvata da Osservatori, poteri straordinari, voltagabbana, vescovi, liste si tav bipartisan...non basta, a sarà dura! Per noi ma sicuramente più per loro!


fonte: infoaut

Fuga di massa dal CPA di Lampedusa. Oltre 1300 in corteo. Scontri di fronte al Cpa!

Mattina: Tutti fuggiti i 1.300 migranti ospiti del Centro di prima accoglienza di Lampedusa. Hanno forzato i cancelli e aggirato i controlli delle forze dell'ordine. E si sono diretti in massa verso la piazza del Municipio di Lampedusa gridando "libertà, aiutateci." Il corteo è scortato dalla polizia che però non è intenzionata ad intervenire. Insieme a loro si sono uniti in solidarietà gli abitanti dell'isola che ieri avevano protestato contro la costruzione del Cie "Centro identificazione ed espulsione" nell'ex base navale Loran della guardia costiera.I migranti stanno chiedendo di non rientrare all'inerno del Cpa e di avere la possibilità di lasciare l'isola per riunirsi alle loro famiglie che vivono per la maggior parte in Francia, Germania e nord Italia. Attualmente è sceso in piazza l' ex sindaco dell'isola Martello a fare da mediatore "Siamo insieme a voi - dice - vogliamo che vi trasferiscano negli altri centri italiani, ci batteremo perchè possiate lasciare Lampedusa, ma ora dovete rientrare nel centro". I migranti, però, continuano a ribadire che non lasceranno la piazza e che la loro protesta sarà pacifica. Dentro il centro le condizioni di vita sono indignitose come deninciato varie volte in questi anni, sovraffollamento e condizioni sanitarie molto precarie hanno portato allo stremo i migranti detenuti all'interno, alcuni di loro che stanno attndendo la possibilità di lasciare l'isola da ormai più di un mese.Questa protesta dimostra come siano assolutamente inadatte le proposte di questo governo sull'immigrazione. E dimostra come sia possibile riuscire a scardinare e mettere in crisi le politiche repressive, che non riescono perchè impossibile contenere lam volontà della migrazione.

Pomeriggio: Ancora tensione davanti al Centro di prima accoglienza di Lampedusa, dove stanno rientrando i migranti che questa mattina si erano allontanati in massa dal Centro. Un gruppo di manifestanti ha fracassato i vetri di un'ambulanza che non si era fermata di fronte al blocco organizzato davanti ai cancelli. Le forze dell'ordine, in assetto anti sommossa, hanno caricato i manifestanti . "Stavamo accompagnando gli immigrati all'interno del Centro - dice Vito Aloisio, uno dei manifestanti ad un certo punto - l'ambulanza che doveva entrare all'interno del Centro non si è fermata, travolgendo uno di noi. Abbiamo reagito e ci hanno caricato". Uno dei dati importanti di queste giornate di Lampedusa e' la saldatura fra la lotta dei migranti per la liberta' ed una vita dignitosa , con la lotta della popolazione locale per la chiusura dei centri di dentenzione per migranti chiamati CPA a Lampedusa. La popolazione locale da giorni ormai protesta contro il ministero dell'interno per il raddoppio dei centri di detenzione. Una protesta determinata e radicale che coincide con una forte perdita di consenso della Lega Nord ,fino a pochi giorni fa forte di un grosso consenso nell'isola , costruito tutto sull'odio verso i clandestini e su una esplicita xenofobia. In questi giorni la Lega paga il conto , con l'allontanamento dalla giunta comunale della vice sindaco ed esponente di punta della Lega nell'isola. Da sottolineare inoltre la decisione da parte di una grossa parte della popolazione locale di riconsegnare le schede elettorali in massa per lanciare un chiaro messaggio di disaffezione verso la politica che non ha mai dato risposte concrete alle richieste della popolazione locale.
fonte: infoaut

23 gennaio 2009

Milano: SgomberoConchetta, domani centri sociali in piazza.

Pronti a scendere di nuovo in piazza. L’appuntamento per protestare contro lo sgombero del centro sociale Cox 18 a Milano e’ per domani pomeriggio. La partenza e’ prevista, alle 15, in piazza XXIV Maggio, poi i manifestanti sono pronti a invadere pacificamente il centro della citta’. Un corteo per dire no allo sgombero del centro sociale in via Conchetta, ma anche “in difesa di tutti gli spazi sociali autogestiti. Gia’ questa sera si terra’ una iniziativa di presidio e di volantinaggio”, fanno sapere gli organizzatori. Ancora da mettere a punto tutti i particolari, ma sono in tanti ad assicurare che saranno in tanti a manifestare. Intanto, la raccolta firma ‘virtuale’ attraverso il sito http://www.petitiononline.com/cox18/petition.html ha superato quota mille.

Maroni, attacco alla libertà

Da quanto si è appreso, il Ministro Maroni sarebbe intenzionato a limitare profondamente la libertà di riunione e manifestazione. Secondo quanto ha dichiarato, si appresterebbe a introdurre una disciplina che definisce un generale divieto di manifestare davanti ai luoghi di culto, e addirittura davanti a supermercati e centri commerciali, monumenti e siti di interesse pubblico. «Ho preparato una direttiva che verrà inviata a tutti i Prefetti affinché fatti come quelli avvenuti davanti al Duomo di Milano non abbiano a ripetersi» ha dichiarato, aggiungendo che sarà possibile chiedere una cauzione agli organizzatori delle manifestazioni, che non verrebbe restituita in caso di danni commessi durante i cortei. Naturalmente, «non si tratta di regole ferree», ma si valuterà caso per caso.Conclude affermando che «non si vuole dare una risposta repressiva, ma bisogna dare piena attuazione sia al diritto di manifestare sia al diritto di chi non manifesta di vivere la propria città». Il ministro afferma che non si tratta di un provvedimento repressivo. In merito a tale affermazione lascio giudicare chi legge. Ciò che posso senz'altro affermare è che si tratterebbe di una rivoluzione culturale e giuridica in materia di libertà personali, e di un provvedimento illegittimo e incostituzionale. Ed aggiungo che un consulto del Ministro con i suoi esperti giuridici gliene darà conferma. La Costituzione Italiana all'art. 17 prevede che «I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica». Le manifestazioni sono riunioni in luogo pubblico. Quindi, in primo luogo le manifestazioni non hanno bisogno di essere autorizzate. Occorre solo una comunicazione (art.18 Tulps) e solo per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica, possono essere vietate. La Costituzione italiana, come noto, è un'attenta composizione di interessi, diritti, aspettative. I diritti, anche quelli fondamentali incontrano un solo limite, negli altri diritti degli altri cittadini. Ciò non significa che tutti i diritti siano sullo stesso piano. Parafrasando Orwell: alcuni diritti sono più fondamentali degli altri. Vista l'esperienza del ventennio precedente all'emenazione della Costituzione, al centro del tessuto di questa coperta a scacchi dei diritti, vi è un diritto: la libertà, che con il suo filo interseca e cuce tutti gli altri. Libertà, ed in particolare la libertà politica di opinione e manifestazione del pensiero. Mai più, pensò l'Assemblea costituente, il cittadino dovrà esserne privato, almeno finché dura questo testo. Per cui, con grande fermezza, scolpì negli articoli del Titolo I della Parte I, le libertà fondamentali. Dalla libertà di domicilio a quella di stampa, dalla libertà religiosa a quella di manifestare il pensiero. Il Costituente dovette inserire anche dei limiti, a queste libertà, perché l'esercizio privo di regole di una libertà può rappresentare una violazione di altre libertà. Per dirla con la Corte Costituzionale «in modo che l'attività di un individuo rivolta al perseguimento dei propri fini si concili con il perseguimento dei fini degli altri» (sent.1/56).Ma qui il costituente fu attento. Comprese che i limiti dovevano essere tassativi. Quelli e non altri. E soprattutto che al futuro governo bisognava lasciare, invece, il minimo margine di discrezionalità possibile, nella limitazione delle libertà.Quindi, il costituente ha deliberato di chiarire con estrema attenzione le ragioni per cui i diversi diritti potevano essere limitati, e soprattutto ha evitato di scrivere che i diritti fondamentali potevano essere limitati per "ragioni di ordine pubblico". E' chiaro: tutto può rientrare nel concetto di "ordine". Io posso ritenere ordinata una società in cui non vi siano pensieri diversi dal mio. Ci si faccia caso, il concetto di ordine non è mai posto, nella Costituzione, a limite e come contrapposto ad una libertà. Le libertà prevalgono sempre sul generico "ordine". Ed ecco, quindi, l'art.17 Cost: «Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica».La sicurezza e l'incolumità non devono essere messe in pericolo dalla libertà di manifestare. Quando c'è il rischio che qualcuno si faccia male, subentra il diritto della persona alla incolumità fisica. E' un diritto, l'unico diritto, considerato superiore, rispetto alla libertà politica di manifestare. E' solo in questo quadro che, negli anni scorsi, si è ritenuto legittimo che fosse impedito che le manifestazioni passassero davanti ai luoghi "istituzionali". Si temeva (nella gran parte dei casi a torto), che i manifestanti avrebbero potuto assalire questi luoghi. E quindi che qualcuno potesse farsi male. Non per una tutela "sacrale" del luogo istituzionale.Ed ecco la rivoluzione culturale del Ministro. Che cosa è accaduto davanti al Duomo di Milano? Vi sono stati rischi per l'incolumità di qualcuno? Non sembra.Può piacere la preghiera collettiva, può non piacere, ma non mi pare che abbia posto in pericolo l'incolumità di alcuno.Il ministro introduce un rovesciamento di prospettiva. Il diritto della cittadinanza da tutelare non è più l'incolumità: è il fastidio che si prova a vedere manifestata un'idea o una fede diversa dalla nostra. Il ministro non sostiene che vi sia un generale pericolo che i manifestanti diano l'assalto alle chiese. Il ministro ritiene che possa dare fastidio, a chi passa davanti ad una chiesa, trovarvi davanti qualcuno di una religione diversa che prega, o che manifesta contro gli aumenti della frutta. Non solo. Viene ritenuto prevalente il "diritto di chi non manifesta di vivere la propria città". Il diritto al parcheggio nello spazio pubblico, anteposto ad una libertà costituzionale. Siamo ad un punto di svolta: il fastidio per la diversità riceve riconoscimento e tutela giuridica. Ad oggi, con questa Costituzione, una simile norma è destinata a cadere in breve tempo.Aggiungo due elementi di illegittimità ulteriori. In primo luogo quello della cauzione, che consentirebbe di manifestare solo a chi ha le risorse economiche per versarla. La Costituzione è chiara: nessun limite se non c'è pericolo per la salute. Salute fisica, non salute morale, altrimenti dovrebbe essere vietato anche il rito dell'ampolla alle sorgenti del Po. Porre un elemento economico alla base di una manifestazione rappresenterebbe una evidente compressione della libertà costituzionale. E, si aggiunge, è proprio la motivazione posta a base della scelta dal ministro ad essere erronea (ovvero che in tal modo gli organizzatori sarebbero indotti a svolgere funzioni di ‘ordine pubblico' interno). Chi organizza le manifestazioni, attività meritoria e non certo facile, non ha certo questo compito, né ha i mezzi. E' compito delle forze dell'ordine tutelare i pacifici manifestanti da atti violenti, e fare in modo che chi li compie ne risponda, civilmente e penalmente, se ve ne sono gli estremi. La responsabilità penale e civile conseguente agli atti vandalici è personale.Gli organizzatori delle manifestazioni non sono società di calcio, con fini di lucro. Inoltre, come noto, è prassi comune che alle manifestazioni partecipino gruppi non invitati, spesso proprio con la funzione di provocatori, che a questo punto avrebbero ancor più interesse ad agire, sapendo che, oltre al danno politico, si aggiunge un danno economico.Rappresenta, infine, un ulteriore elemento di illegittimità la circostanza che «non si tratta di regole ferree» e che si valuterà caso per caso.L'inverso puro di quanto voleva il costituente: regole certe, valide per tutti, non "a disposizione" del governo in carica.


Pietro Adami
Giuristi Democratici

Omicidio Sandri: sospeso dal servizio l'agente Spaccarotella.

A quasi una settimana dal suo rinvio a giudizio con l'accusa di omicidio volontario per la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri, il poliziotto Luigi Spaccarotella e' stato sospeso dal servizio. L'omicidio e' avvenuto piu' di un anno fa, l'11 novembre del 2007, nell'area di servizio di Badia al Pino, sull'A1, ad Arezzo. La notizia della sospensione dell'agente e' stata resa nota dal sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano. Il provvedimento risale a due giorni fa e sono in corso le procedure di notifica. "Non e' stato possibile tecnicamente farlo prima - ha spiegato Mantovano - in quanto, sulla base di una consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato, basta che sia iniziato un procedimento giudiziario perche' non sia possibile intervenire con un provvedimento disciplinare. Ora le indagini sono chiuse, e' stato disposto il rinvio a giudizio dell'agente per un reato grave e cio' ha permesso al dipartimento di pubblica sicurezza di disporre la sospensione dal servizio di Spaccarotella".
Dopo quell'11 novembre del 2007, l'agente ha passato un periodo in malattia. Poi, nell'aprile 2008, e' stato trasferito dalla polstrada di Battifolle (Arezzo) alla polfer di Firenze. A novembre, nuovo trasferimento - per "motivi di sicurezza", spiego' il ministero - all'ufficio interprovinciale tecnico logistico di Firenze. Dopo il rientro, l'agente ha sempre svolto mansioni d'ufficio. La famiglia del tifosoI famigliari di Gabriele Sandri hanno piu' volte chiesto l'arresto di Spaccarotella o, almeno, la sua sospensione. "Meglio tardi che mai - ha commentato oggi il fratello di Gabriele, Cristiano -. La mia famiglia non e' ne' contenta ne' felice di questo provvedimento che considera un atto dovuto. La sospensione dal servizio di un agente di polizia che utilizza un'arma in modo scellerato doveva essere immediata". I difensori del poliziottoPer i difensori dell'agente, Federico Bagattini e Francesco Molino, la sospensione e' ingiusta. "E' molto grave - hanno commentato - che una notizia di questa importanza venga appresa dall'interessato attraverso i media. Se la circostanza corrisponde al vero, senz'altro il provvedimento, che si considera ingiusto, verra' impugnato nelle sedi opportune". Lo sparo che uccise Gabriele Sandri venne esploso dal lato opposto dell'autostrada, dopo che il gruppo di tifosi laziali aveva avuto uno scontro con alcuni sostenitori della Juventus. "Rimettermi la divisa non e' stato facile - racconto' l'agente pochi giorni dopo il trasferimento a Firenze -. Non ho piu' voluto impugnare una pistola, ne' salire su un'auto della polizia".
fonte: www.rainews24.rai.it

22 gennaio 2009

Milano: Sgomberato il centro sociale «Cox 18»Tafferugli in strada con la polizia

Sono le sette di mattina quando in rete e sui telefonini parte il tam tam. Marco Philopat, lo scrittore milanese di "Lumi di punk", scrive secco: "stanno sgomberando Conchetta, accorrete". Maysa Moroni, figlia di Primo, manda una mail che finisce immediatamente nel circuito dei blog: "Inquesto momento stanno sgomberando Cox 18 con la Calusca e l'archivio immenso di mio padre di cui stanno tentando il sequestro. L'archivio è proprietà privata mia e di mia madre. Chiunque tu conosca a Milano che sappia chi era mio padre digli di andare lì, avvocati, giornalisti, semplici persone. Qualunque tipo di visibilità tu pensi di poter dare a questa storia sarà da me apprezzata infinitamente". Per chi non è pratico di cose milanesi, il Cox 18, meglio conosciuto come Conchetta, è uno storico spazio sociale milanese nella zona dei Navigli e ospita la libreria Calusca, dov'è custodito l'intero archivio di Primo Moroni, vera e propria memoria storica della sinistra milanese. Ha resistito per 33 anni, fino al blitz di questa mattina, quando il Comune ha deciso di riprenderselo con la forza. Del resto, la giunta Moratti, in particolare con il vicesindaco di An Riccardo De Corato, non ha mai fatto mistero di voler chiudere i centri sociali per normalizzare la città in vista dell'Expo del 2015. Cosa che era già avvenuta con alcuni "centri" minori. Nel panorama milanese Conchetta rappresentava tuttora uno dei luoghi più vivi e frequentati, fosse anche solo per bere una birra o ascoltare musica o andare a comprare qualcosa al mercatino biologico.

L'APPELLO DI PERGOLA TRIBE - In coincidenza con lo sgombero del Cox 18, arriva l'appello del centro sociale Pergola Tribe, che il 30 Gennaio 2009 perderà lo stabile di via Angelo della Pergola. Lo stabile, occupato da un gruppo di ragazze nel 1990, è di proprietà di un privato, che tentò di rientrarne in possesso subito dopo l'occupazione ma alla fine stipulò un contratto di affitto. Il contratto è scaduto nel dicembre del 2006; da quel momento il centro sociale ha intrapreso una battaglia legale per resistere il più a lungo possibile allo sfratto, e contemporaneamente cercare un finanziamento per acquisire lo stabile. «Abbiamo trovato un finanziatore privato, che era disponibile a fare questo grosso investimento, con la garanzia di mantenere la destinazione d'uso a centro di aggregazione e culturale per il quartiere», scrive Pergola Tribe in una nota. «Ma anche davanti a questa nuova offerta, la proprietà ci ha detto picche, forte anche della sentenza di appello del tribunale, che non solo ribadiva che dovevamo abbandonare l'immobile, ma ci imponeva anche di pagare tutti i canoni d'affitto, anche se il contratto era scaduto, per tutto il tempo in cui eravamo rimasti nello stabile, un debito di quasi 100 mila euro (...). Per questa ragione non abbiamo potuto fare altro che accettare la proposta della proprietà, che azzera i debiti e tutte le pendenze legali a carico dei garanti, in cambio del rilascio dell'immobile, che avverrà il prossimo 30 gennaio. Un'altra vittoria per chi ha da anni messo le mani sulla città». Pergola Tribe organizza un ultimo open party, in tutti gli spazi della casa, per salutare tutti i suoi sostenitori.

Processo Rasman: morì a causa della brutalità dell'arresto. Il pm: agenti da condannare

Chiesta a Trieste la condanna dei quattro poliziotti imputati dell'omicidio colposo di Riccardo Rasman. Nel processo con rito abbreviato, il pm Montrone ha chiesto nove mesi di reclusione per due degli agenti e quattro mesi per gli altri due. Per la famiglia di Rasman, parte civile, ha chiesto una liquidazione provvisionale del danno morale per 50mila euro. La difesa, invece, ha chiesto il proscioglimento. L'udienza è stata quindi rinviata al 29 gennaio per le repliche e la camera di consiglio per la sentenza. Era il 26 ottobre del 2006 quando la polizia venne chiamata da alcuni vicini di Rasman perchè stava lanciando petardi dal balcone. Il giovane, 34 anni, s'era ormai calmato quando arrivò la volante che, al corrente del disagio psichico di Rasman, anziché chiamare il centro che lo aveva in cura, sfondò la porta terrorizzandolo. Soffriva di sindrome schizofrenica paranoide da quando aveva impattato la ferocia del nonnismo sotto le armi. Quel giorno stava festeggiando, con la radiolina a tutto volume e un paio di petardi, la chiamata a fare il netturbino. Ballava svestito sul terrazzo. I suoi vicini preoccupati chiamarono il 113. Ma Rasman si spaventerà alla vista delle divise. Due vigili del fuoco buttarono giù la porta con un piede di porco. Il ragazzone (1,85 per 120 chili) tenta di difendersi, getta a terra l'unica donna tra i poliziotti accorsi. Finirà pestato con un manico di piccone e quel piede di porco che gli aveva scardinato l'uscio. Imbavagliato, legato alle caviglie col fil di ferro, ammanettato. Non basta: gli agenti gli saliranno sul dorso. Lui rantola e morirà soffocato. Scrive Valerio Vangelisti: «Le pareti attorno paiono quelle di una macelleria». Il percorso verso l'archiviazione, quasi certa, si interrompe quando i legali della famiglia chiedono un supplemento di perizia. Haidi Giuliani, allora senatrice Prc, fece un'interrogazione. Uno dei legali è lo stesso che ha seguito il caso Aldrovandi. Le analogie sono impressonanti nella dinamica e negli effetti dell'arresto. Rasman è morto, stando all'accusa, per un'asfissia posturale determinata da una prolungata pressione sulla schiena. I vicini lo hanno sentito rantolare a lungo prima di morire. Solo allora i quattro agenti lo voltarono. Nell'ottobre 2007 il pm aveva chiesto l'archiviazione - i quattro sarebbero intervenuti nell'adempimento di un dovere - ma l'opposizione all'archiviazione ha portato a questo processo che, grazie al rito abbreviato, comporterà, nel caso di condanna, lo sconto di un terzo della pena.

21 gennaio 2009

«Pacchetto sicurezza». Verso la manifestazione del 31 gennaio

Il 19 gennaio scorso, nell’indifferenza dei media ufficiali, il governo ha tramutato in legge il decreto sul «pacchetto sicurezza», un provvedimento che, in nome di un’«emergenza sicurezza» tutta da dimostrare, rischia di ridurre i diritti e le libertà dei cittadini. A partire, ovviamente, dai soggetti più deboli, come i migranti, a cui viene riservata una sorta di legislazione speciale che rischia di violare il principio costituzionale di uguaglianza. A Roma, nelle ultime settimane, diverse reti migranti, nate attorno al circuito dei corsi di lingua italiana dei centri sociali, hanno promosso una campagna contro il «pacchetto sicurezza» che per la prima volta vede un diretto protagonismo dei cittadini stranieri. Le prime assemblee si sono svolte nel centro sociale Ex Snia Viscosa, nel quartiere Prenestino, una zona con un’alta densità di popolazione migrante. Centinaia di persone hanno discusso di una «campagna di resistenza» ai provvedimenti del governo che ha fissato una prima scadenza per venerdì 31 gennaio, un corteo cittadino che attraverserà le zone centrali della città, a partire da piazza Vittorio, simbolo della città meticcia . «Le norme contenute nel Pacchetto – si legge nell’appello che promuove la manifestazione – prevedono una politica fondata esplicitamente su misure segregazioniste e razziste per le persone migranti, con o senza permesso di soggiorno, le prime ad essere additate come figure pericolose e causa di ‘allarme sociale’, e su nuove e ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto e non rientri nelle maglie strette del controllo». L’appello segnala i punti più pericolosi della legge approvata dal governo: tra queste, l’obbligo di dimostrare l’idoneità alloggiativa per ottenere l’iscrizione anagrafica [che colpisce migranti, senzatetto, occupanti di casa e chiunque non possa permettersi un’abitazione «regolare»] e le norme per la «difesa del decoro urbano», che prevedono sanzioni penali più pesanti per chiunque venga sorpreso a scrivere sui muri. Ma i dispositivi della legge colpiscono in primo luogo i cittadini migranti: la persona senza permesso di soggiorno rischia di essere denunciata dal medico se si reca al pronto soccorso, non potrà più riconoscere i figli e le figlie, non potrà sposarsi né inviare i soldi alla famiglia. Inoltre, la norma introduce la detenzione nei Cie [Centri di identificazione, gli ex Cpt] fino a 18 mesi, una nuova tassa per la richiesta o il rinnovo del permesso di soggiorno, condizioni più ristrette per acquisire la cittadinanza e, infine, il reato di ingresso e soggiorno illegale nello stato.Venerdì 23 gennaio, alle ore 19, all’ex cinema Volturno occupato, nei pressi della stazione Termini, si terrà un’assemblea pubblica per organizzare la manifestazione del 31gennaio.

Per tutte le informazioni: http://nopacchettosicurezza.noblogs.org/



fonte: carta

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