17 dicembre 2009

Il governo prepara la schedatura di massa

La libertà della rete non si tocca. Perché chi istiga a delinquere, fa apologia di reato o istiga all'odio razziale è già perseguibile dalla magistratura.Dunque netta opposizione alla voglia di censura che attraversa gli animi del centrodestra. Questo il pensiero, e questa la battaglia, di Agorà Digitale, associazione dei radicali che si occupa dei diritti del web. Ne abbiamo parlato con il segretario Luca Nicotra. Maroni annuncia un giro di vite sui social network come Facebook, volto a censurare e punire chi istiga alla violenza. Davvero il web ha bisogno di regole?Lo sconcerto che prova Maroni o chiunque nel leggere commenti che inneggiano alla violenza contro Berlusconi è assolutamente condivisibile. Anzi, lo sconcerto è maggiore se pensiamo che queste persone lo fanno usando nome, cognome e foto. Chiaramente non percepiscono il rischio che corrono, dal punto di vista penale. Quello che leggiamo questi giorni su Facebook è per certi versi paragonabile a Radio Parolaccia, l'esperimento che facemmo negli anni '80 e '90 aprendo i microfoni di Radio radicale: un diluvio di insulti inauditi. La gente vomitava i suoi sentimenti peggiori, è una parte del Paese terribile e odiosa che bisogna ascoltare e non censurare. Con un limite: punire chi commette reati. E forse bisogna ripetere che i reati previsti dal codice penale come apologia di reato e istigazione a delinquere, valgono in rete come nella realtà. Tanto è vero che i magistrati hanno aperto un fascicolo sui gruppi di Facebook che auspicavano la morte del premier.Cosa rischiamo con la nuova stretta securitaria 2.0.?Probabilmente il governo rispolvererà il cosiddetto emendamento d'Alia ovvero una misura che consente a palazzo Chigi di oscurare siti, blog, pagine web senza la mediazione della magistratura. In questo modo chi decide che cosa è reato? Un ministro? Per esempio l'apologia di reato è una questione complessa, e lo stesso codice distingue il luogo, la circostanza, la funzione dell'oratore. Non è la stessa cosa se auspico la morte di Berlusconi al bar con gli amici o lo grido alla folla dal palco di un comizio politico. E queste distinzioni devono spettare unicamente al giudice. Temiamo poi che con questo episodio di Piazza Duomo il Parlamento prorogherà ulteriormente il decreto Pisanu, concepito dopo l'11 settembre, che, unico caso nel mondo occidentale e liberale, obbliga l'identificazione di coloro che vogliono accedere al web nei luoghi pubblici. Nel Pdl cresce la voglia di abolire persino l'anonimato in rete. Con quali conseguenze?L'anonimato non esiste su Facebook, eppure è una garanzia importantissima dentro e fuori la rete. Infatti ci permette di non mostrare documenti quando andiamo in posta a fare un bollettino, per esempio. Non a caso è il primo diritto soppresso nelle dittature. Abolire l'anonimato, potrebbe dire il governo, servirà a colpire i criminali.I criminali sul web sono già perseguibili anche se anonimi, dalla polizia postale che risale alla loro identità. Bisogna capire che la mancanza di anonimato ci espone alla catalogazione e alla schedatura. Non solo di opinioni che sconfinano nel reato, ma anche di normali opinioni politiche che dissentono dal governo e che, un giorno, potrebbero venirci rinfacciate. Arriveremmo allo stato di polizia. L'unica deroga alla privacy e all'anonimato è concessa alla magistratura quando deve perseguire un presunto colpevole. Deve rimanere uno stato di eccezione, nel bene della collettività. E fuori dalle mani della politica. Ecco perché speriamo che sulla questione il Pd assuma una posizione netta e, specialmente, chiediamo al governo di non utilizzare un decreto d'urgenza per una tematica che tocca i diritti fondamentali delle persone come la libertà di espressione. Il Parlamento pochi mesi fa bocciò una norma che ora, probabilmente, il consiglio dei ministri vuole reintrodurre scavalcando le prerogative dell'Aula.
fonte: liberazione

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