15 dicembre 2009

Il conflitto stigmatizzato e lo stato d'eccezione

Per qualche ora qualcuno, l’altro ieri, ha fatto circolare come scontata la “notizia” che lo stralunato aggressore del presidente del Consiglio dei ministri a Milano, fosse «nell’orbita dei centri sociali». Con la velocità d’una sonda Voyager, la “notizia” è altrettanto naturalmente scomparsa. Ma tant’è: non è stato che l’inizio d’un disinvolto crescendo. Relegati «i centri sociali» alla momentanea classificazione negli omissis, la costruzione politica, ideologica e culturale d’un rapporto causale nei confronti della triste parodia del tirannicidio negli anni 2000 - quasi 2010, si è rivolta contro il conflitto tout court. Non conta il paradosso, l’evidenza dell’ossimoro: conta la produzione della (inversione della) realtà a mezzo d’ingiunzione mediatica.
E’ solo la riunione dei tanti specchi ingannatori prodotti giorno dopo giorno, con meticolosità, da molto prima che una solitudine depressa consentisse al corpo solitario e assediato del sovrano di trasfigurarsi nell’esibizione del martirio. I centri sociali, appunto: gli stessi che la ministra Maria Stella Gelmini e il collega Roberto Maroni di rincalzo (o, piuttosto, viceversa) hanno di recente evocato ogni qual volta il movimento degli studenti e dei precari della conoscenza s’è riversato in piazza a contestare i provvedimenti governativi di taglio a istruzione e ricerca pubbliche e di sostegno agli interessi privati. Erano «i centri sociali violenti» a venire sovrapposti ai manifestanti dell’Onda che in piazza della Repubblica a Roma e nel centro di Torino, venerdì scorso, tanto per ricordare l’ultimo episodio, prendevano a mani nude manganellate in dovizia per il solo fatto di voler «forzare» dei «protocolli»limitativi del diritto costituzionale alla pubblica manifestazione. Tanto maggiori saranno la dovizie repressive quando studenti e precari, tornati prima o poi in piazza, saranno ormai preventivamente classificati come «i violenti dei centri sociali».
Poi, i centri sociali propriamente detti: sgomberato due volte nel giro di pochi mesi il più giovane, l’Horus 2.0 a Roma, sgomberati due centri anarchici tre giorni fa a Torino, sgomberati laboratori autogestiti nella provincia profonda del Nord come del Sud, a ripetizione. Scontri? Sassaiole? Fuochi di molotov nelle notti metropolitane? Niente di tutto ciò, eppure: gli sgomberi sono sempre più «per motivi d’ordine pubblico» e le Questure lanciano comunicati su ritrovamenti nei luoghi sgomberati di «materiale atto ad offendere». Alla sinistra viene impedito di entrare in Piazza Fontana durante l’anniversario? Si ripetono confronti a mani nude con il muro di polizia preventivamente eretto? E’, implacabilmente, «violenza dei centri sociali». E «la sinistra» finisce a sua volta in sovrapposizione, con altrettanta ingiunzione a dissociarsi o perire nell’inagibilità legittimata.
In verità, non è che si costruiscano le condizioni della repressione, o peggio dello Stato di polizia. E’, invece, che repressione e vero e proprio Stato di polizia vengono prima. Sono mesi che è legge dello Stato il “Pacchetto sicurezza” di Maroni, nonostante gli allarmi e le critiche di giuristi come di agenzie delle Nazioni Unite. Quanto a limitazione delle libertà politiche, la sua efficacia ha agito senza bisogno di allarmi se non quelli più vasti e ancor più distorsivi che rigurardano il colore stesso della pelle. E senza che le maggiori “opposizioni” rappresentative obiettino gran che. L’«allarme sociale», per stabilire “anche" la repressione politica. “Protocolli” dei sindaci a discendere. Divieto di dissenso in occasione delle “grandi occasioni” come il G8 a contornare - prima ancora e a mo’ di modello per Grecia in fiamme e Danimarca alle prese con le bugie dei Grandi sul clima sotto egida Onu. Quindi, diffusione delle manganellature conseguenti: a 360 gradi, dai “centri sociali” disinvoltamente estesi all’Onda come alle lotte per la casa come alle proteste per l’atroce morte carceraria di Stefano Cucchi e tant’altri, fino agli operai di Eutelia per mano para-poliziesca o a quelli minerari e siderurgici per mano poliziesca ufficiale.
«Terrorismo», infine. Le organizzazioni «terroristiche» smantellate negli ultimi tempi sono tutte allo stato del «progetto», della confusione e della minorità totale: pur in questa situazione. Ma alla fine dei conti è il conflitto, per quanto disperso, che deve finire ora coi denti rotti. Ed è questa situazione, che ora si vuole peggiori. In alto eccepiranno ancor meno dei pochi fin qui. E in basso, a pagare, quelle e quelli che, francamente, sono molto meno interessati di certi grandi “giornali-partito” e di tanta piccola borghesia orfana di politica “forte”, alla contrapposizione ad personam con Berlusconi Silvio. Ma il corpo del sovrano, imbellettato o ferito, non è sempre stato l’estremo ricorso simbolico del potere, nei tempi di crisi e di “stato d’eccezione”?


Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione

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