30 novembre 2009

Stefano Cucchi disse: tutta la notte m'hanno pestato i carabinieri»

«Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri. Tutta la notte ho preso botte». «Perché?». «Per un pezzo di fumo». «Ti hanno fatto questo?», «Sì». La lettera da cui è tratto questo dialogo, consegnata al senatore dell'Idv, Pedica, attivissimo sul caso Cucchi, è uno spaccato commovente di solidarietà tra ultimi. E forse è una prova dirimente sulla mancanza di pietà e sulla negazione dei diritti toccate a un ragazzo di 31 anni arrestato dai carabinieri, forse interrogato "a morte" (come titolò questo giornale), giudicato inadatto ai domiciliari da una giustizia che non s'accorse del suo viso gonfio di botte, seppellito nel buco nero della medicina penitenziaria, dietro a un muro di gomma presidiato dalla polizia carceraria che ha impedito contatti tra lui e la famiglia, tra lui e l'avvocato di fiducia. Stefano è morto paralizzato dentro un letto di ospedale con la schiena spaccata dalle botte, aveva indosso gli stessi vestiti di quando era stato arrestato, sei giorni prima. Di seguito la lettera appena depurata dai principali errori di lingua.
«Sono ... detenuto nel centro clinico di Regina Coeli, medicina 2 stanza 6. Nella tarda notte, non ricordo il giorno esatto, nella stanza 6, arriva un ragazzo sulla barella. Vedevo che faticava a camminare. Mi sono alzato e mi sono immediatamente a sua disposizione... Prima l'ho fatto sedere sulla sedia, nel frattempo preparavo il suo letto, prendevo dalle sue mani le lenzuola, mi ha chiesto una coperta, sentiva molto freddo. Ho preso la mia coperta dal mio letto. Poi ho incominciato a fare il suo letto (...) Mi chiedeva se ci fossero biscotti. Ho preso un piatto di carta... ne ha mangiati due o tre. Poi mi ha chiesto una sigaretta. L'ho presa a un mio amico e ha fumato. Poi gli domando "Chi t'ha picchiato?" (...) Lo vedevo rosso viola sul suo viso... Mentre fumava vedevo che non stava bene, e finita la sigaretta mi guarda, dice buona notte e si addormenta. Durante la notte nella nostra cella si sentivano urli forte. Mi sono rialzato, nel frattempo si alzava un altro mio amico. Ci siamo avvicinati, lui disse io sto male ma non chiamate nessuno. Vedevo che era molto impaurito e aveva un tono di voce affaticato. E riprende a dormire. (...) La mattina si è alzato, io mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto "ti serve qualcosa?". Lui poverino mi risponde con stanchezza... L'ho portato vicino al tavolo, si è seduto e ha fatto colazione con caffé e latte con biscotti. Dopo aver finito mi chiedeva una sigaretta e un caffé. Io rispondo "certo amico". Lui si presenta con il nome di Stefano. Io rispondo molto piacere. Ritornando al suo letto, mettendosi sotto le coperte, io gli ridomando; "Chi ti ha picchiato?" Lui mi risponde per due volte: "I carabinieri". Io vedevo che stava di nuovo male, abbiamo chiamato il dottore della sezione... Il dottore è arrivato dicendo portatelo nella infermeria. Io ho risposto non può camminare. Il dottore è entrato nella nostra cella, l'ha visto, lo ha toccato, è uscito subito e ha chiamato il suo superiore medico che lo tocca ai fianchi e Stefano fece un urlo, "Hai". Il dottore dice che deve andare immediatamente all'ospedale. Stefano ha sentito la parola ospedale. Era molto impaurito ma il dottore insiste che dave andare urgente. Il medico esce dalla cella... Nel frattempo Stefano mi chiama: "Non voglio andare in ospedale!". Gli dicevo per favore devi andare come dice il dottore ma lui mi rispondeva "No! No! No!".... Nel frattempo Stefano mi richiama mi disse "dammi il numero di telefono dei tuoi familiari se hai bisogno di qualche cosa". Io rispondo "pensa prima a curarti, non preoccuparti di me". Poi prima di andare via gli ho dato una busta di biscotti e due mele. Quando l'hanno portato via, io e il mio amico ci siamo parlati in arabo dicendo che non si può fare questo così su una persona umana, dio non vuole così (...) Pace amico mio».
Ieri pomeriggio, in quattro sezioni di Regina Coeli i detenuti hanno battuto le sbarre per Stefano e perché non passi sotto silenzio la morte di Simone La Penna, deceduto la mattina prima in medicheria.
Checchino Antonini

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