18 novembre 2009

Quegli strani segni sulle mani di Cucchi

Buchi, quasi uguali, oblunghi, si direbbe ovali, sulle braccia e sulle mani di Stefano Cucchi. I periti stanno prendendo visioni delle foto dell'autopsia prima della riesumazione del corpo stabilita per lunedì prossimo. Intanto spiccano quelle croste simili tra loro sulla nocca dell'indice della mano sinistra, sull'ultima falange dell'indice sinistro, sotto l'unghia nel polpastrello del pollice della stessa mano. Altre tre sul braccio, sempre il sinistro, all'altezza del gomito. E le escoriazioni alle gambe. Certo ci sono «lesioni più importanti», sullo zigomo e sulla mandibola. Ma quelle croste farebbero pensare a scottature. Non ci vorrà molto a venirne a capo. Su questo i medici non hanno dubbi e aspettano lunedì. Intanto trapela poco dell'interrogatorio del detenuto africano, S.Y., coetaneo di Cucchi, che dice di aver visto - dallo spioncino della cella nei sotterranei del tribunale - alcuni agenti di custodia che prendevano Stefano a calci e pugni, che lo scaraventarono a terra per trascinarlo in cella e dargli "il resto". Fu Stefano - secondo le scarne indiscrezioni - a confidargli che «Ma non lo vedi? Mi hanno menato questi stronzi». Sabato, il detenuto originario del Gambia sarà ascoltato nel corso di un incidente probatorio. Per ora è ai domiciliari in una comunità. Il suo trasferimento da Regina Coeli ha turbato la polizia penitenziaria. Intanto i tre agenti di custodia indagati per l'omicidio preterintenzionale di Stefano, sono stati distaccati - l'avrebbero chiesto loro stessi - in attesa della fine dell'inchiesta interna del Dap. I loro sindacalisti sono certi dell'innocenza dei colleghi. Nel senso che sono sicuri che l'eventuale pestaggio non sarebbe alla causa della morte. E gli anfibi potrebbero aver colpito calcificazioni preesistenti. La commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale deciderà domani la data dell'ulteriore ispezione al "repartino" del Pertini, dove Cucchi è morto dopo quattro giorni in cui rifiutava le cure perché non gli consentivano di parlare con un legale di fiducia.

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