11 maggio 2009

Rimpatri migranti: Si vergognano persino i militari

"È l'ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solopensiero di quei disgraziati", dice uno degli esecutori del"respingimento". "Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia -aggiunge - ci urlavano: "Fratelli aiutateci". Ma non potevamo farenulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l'abbiamofatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me nevergogno".Parlano i militari delle motovedette italiane - quella della Guardia diFinanza, la "Gf 106" e quella della Capitaneria di porto, la "Cpp 282"- appena rientrati dalla missione rimpatrio. Sono stati loro ariportare in Libia oltre 200 extracomunitari, tra i quali 40 donne (3incinte) e 3 bambini, dopo averli soccorsi mercoledì scorso nel Canaledi Sicilia. Un "successo", lo ha definito il ministro Maroni, chefinanzieri e marinai delle due motovedette non condividono anche sehanno eseguito quegli ordini. Niente nomi naturalmente, i marinai delledue motovedette rischierebbero quanto meno una punizione se non peggio.Ma molti non nascondono il loro sdegno per quello che hanno vissuto edovuto fare. "Eravamo impegnati in altre operazioni - dicono fiammegialle e marinai della capitaneria - poi improvvisamente è arrivatol'ordine di andare a soccorrere quelle tre imbarcazioni, ditrasbordarli sulle nostre motovedette e di riportarli in Libia".Non è stato facile, a bordo di quelle carrette del mare c'erano donneincinte, tre bambini e tutti gli altri che avevano tentato diraggiungere Lampedusa. "Molti stavano male, alcuni avevano delle graviustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, manon potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti.Quando li abbiamo presi a bordo dai tre barconi ci hanno ringraziatoper averli salvati. In quel momento, sapendo che dovevamo respingerli,il cuore mi è diventato piccolo piccolo. Non potevo dirgli che listavamo portando di nuovo nell'inferno dal quale erano scappatati arischio della vita".Abordo hanno anche pregato Dio ed Allah che li aveva risparmiati daldeserto, dalle torture e dalla difficile navigazione verso Lampedusa.Ma si sbagliavano, Roma aveva deciso che dovevano essere rispediti inLibia. "Nessuno di loro lo aveva capito, ci chiedevano come maiimpiegavamo tanto tempo per arrivare a Lampedusa, rispondevamo dicendobugie, rassicurandoli".La bugia non è durata molto, poco prima dell'alba qualcuno ha notatoche le luci che vedevano da lontano non erano quelle di Lampedusa maquelle di Tripoli. Alla fine i marinai italiani sono stati costretti aspiegare: "Non è stato facile dire a tutta quella gente che li avevamoriportati da dove erano partiti. Erano stanchi, avevano navigato con ibarconi per cinque giorni, senza cibo e senza acqua. Non hanno avuto laforza di ribellarsi, piangevano, le donne si stringevano i loro figlial petto e dai loro occhi uscivano lacrime di disperazione".Lo sbarco a Tripoli è avvenuto poco dopo le sette del mattino: "Vederliscendere ci ha ferito tantissimo. Ci gridavano: "Fratelli italianiaiutateci, non ci abbandonate"". Li hanno dovuti abbandonare, invece,li hanno lasciati al porto di Tripoli dove c'erano i militari libiciche li aspettavano. Sulla banchina c'erano anche i volontari delleorganizzazioni umanitarie del Cir e dell'Onu, ma non hanno potuto farnulla, si sono limitati a contare quei disperati che a fatica,scendevano dalla passerelle delle motovedette per tornare nell'infernodal quale erano scappati. Le donne sono state separate dagli uomini eportati in "centri d'accoglienza" vicino Tripoli. Non si sa che finefaranno. Solo uno è riuscito a sfuggire al rimpatrio. Un ventenne del Mali cheaveva intuito cosa stava succedendo a bordo e si era nascosto sotto untelone. Ha messo la testa fuori solo quando la motovedetta dellaFinanza è attraccata a Lampedusa, ha aspettato che a bordo non ci fossepiù nessuno e poi è sceso anche lui. È stato rintracciato mentrepasseggiava nelle strade dell'isola ed ha subito confessato. Adesso sitrova nel centro della base Loran di Lampedusa. Un miracolato.
fonte: La Repubblica

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