4 marzo 2009

Bergamo: «Non fu guerriglia ma rastrellamento di polizia»

«Non sono impaurito, sono triste. Chi se lo aspettava un trattamento del genere?». Chi parla è uno dei sessanta fermati di sabato scorso a Bergamo. Quando la polizia è uscita fuori di sé: chi scortava un marziale corteo non autorizzato di Forza nuova e chi pestava i manifestanti antifascisti che tornavano a casa. Il nostro testimone ha 26 anni, fa il precario in un call center. «Non sono politicizzato - dice a Liberazione - vado alle manifestazioni, frequento il Pacì nel weekend». Pacì Paciana è un centro sociale attivo dal '97, con amicizie trasversali nella galassia italiana degli spazi autogestiti. Ed è uno dei nodi della rete antifascista cittadina che aveva convocato il presidio contro la calata di Forza Nuova in città. Il nostro interlocutore racconta ancora: «Abito a poche centinaia di metri da dove sono stato fermato. Stavo tornando a casa con un amico che neanche c'era stato alla manifestazione, lui stava cercando suo fratello piccolo». A via Paleocapa c'è un sacco di gente che scappa in direzione opposta: «Vado avanti, vedo un bus dell'Atb (l'azienda tranviaria orobica, ndr), adibito a cellulare». Senza una spiegazione, un tipo in borghese col casco per l'antisommossa li avvicina, chiede loro i documenti e li afferra per il braccio, «senza una parola... se mi fermi spiegami almeno!». Il ragazzo e il suo amico vengono fatti salire sul bus requisito, ex linea 6. «Vi avremmo messo le manette ma sono finite», spiegano i servitori dello Stato impedendo ai fermati di usare i telefonini. In questura arriva un altro convoglio quasi uguale. In cinquanta saranno compressi in uno stanzino. Tra i fermati ci sono un paio di teste spaccate. Questo il repertorio degli agenti: «Stai zitto stronzo!»; «Stai zitto, merda!»; «Ti riempio di botte!». Le ragazze devono andare in bagno davanti a tutti, solo un'ora dopo arriva la concessione di una poliziotta per accompagnarle. I "nostri" usciranno dalla questura senza nemmeno un foglio. Un legale, Fabrizio Losito, ci dice che gli unici due arrestati (rilasciati lunedì), su sessanta fermati, si ritrovano l'accusa di resistenza e violenza a pubblico ufficiale, condita con un'«odiosa» aggravante, perché in concorso con più di dieci persone. Tutto ciò fa lievitare le pene eventuali (da sei mesi a 5 anni per la resistenza semplice e fino a 15 anni con l'aggravante). E spiega la dimensione della retata di sabato sebbene si sia trattato di un fatto che l'avvocato considera «ridotto: nessuno s'è fatto davvero male, la città non è stata devastata, non risultano vetrine rotte, né richieste di danni. Solo un paio di scritte». Insomma, nulla a che vedere col bollettino di guerra diramato senza descrizioni convincenti dai giornalisti locali. «In questa cosa piccola, però, ci sono stati episodi sinistri: manifestanti colpiti alle spalle, persone picchiate in terra - va avanti il legale - e quel personaggio incappucciato che picchia i "passanti". Una situazione preoccupante anche se forse in questura s'è scelto un profilo un po' più basso». «L'importante nella vita è lasciare un segno del nostro passaggio», aveva sentenziato il questore, Dario Rotondi, commemorando pochi giorni prima due agenti assassinati 32 anni prima al casello di Dalmine sotto i colpi della banda Vallanzasca. I suoi uomini stavolta hanno lasciato segni pesanti sulla città: i filmati li rivelano discreti bestemmiatori e piuttosto influenzati dai loro colleghi del G8 genovese mentre vanno a caccia di ragazzini e pestano in gruppo persone disarmate. Eppure da Vicenza, dov'era fino a un anno fa, Rotondi era arrivato con la fama di persona ragionevole. Chi gli ha chiesto spiegazioni per aver disposto le cariche s'è sentito rispondere che «signori miei», il clima è cambiato, è cambiato il governo. Deve averglielo spiegato il ministro La Russa piombato pochi giorni prima dei fatti dopo l'aggressione - condannata da tutti - a due di Azione giovani. «Stiamo reagendo bene, stiamo continuando a spiegare che non c'è stata guerriglia, né scontri ma solo rastrellamenti - dice Carletto del Pacì Paciana - il problema sono stati i fascisti e la polizia». Lunedì, alla conferenza stampa degli antifascisti, c'erano centocinquanta persone, nemmeno tutti militanti: erano testimoni, cittadini, genitori dei ragazzi picchiati. Il lavorìo dellacontroinformazione, probabilmente, produrrà controdenunce. Domani è in programma un'assemblea cittadina per fare il punto e annunciare iniziative. Si accettano scommesse sull'uomo mascherato e picchiatore. Gettonatissimo un digossino. «Ho visto la presenza marziana dei fascisti (ma Fiore, il loro capo, respinge da sempre l'etichetta, ndr)», prosegue Carletto. Forse solo venti camerati sono di Bergamo. Gli altri sono al seguito del leader. «Neanche una scritta in giro per la città», continua l'esponente del centro sociale ricordando un tentativo di Casapound che, dalle Valli, ha provato a distribuire pane a Treviglio, «per alcuni secondi». Non c'è molto spazio per l'estrema destra forse perché la Lega ha condensato le stesse pulsioni xenofobe su cui scommette la diaspora dell'antico Msi.La calata di Fn, insomma, ha il sapore di una forzatura operata con le migliori coperture della destra istituzionale. Il sito dell'Osservatorio democratico rivela la «santa alleanza» in atto: il leader locale di Fn è parente del segretario di An. Entrambi militano in Alleanza Cattolica, sodalizio integralista.I forzanovisti - armati fino ai denti, come da vdeo - sono stati scortati dalla polizia nonostante fosse stata fornita al sindaco, l'assicurazione che non avrebbero sfilato. Dovevano essere accompagnati alla sede nella zona di via Quarenghi, quella dei negozi degli immigrati. Location ideale per una provocazione. «Accadimenti di questo genere non si vedevano da decine di anni, quello che è successo è uno spartiacque». Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione, conferma il clima di paura e tensione, «un clima legato al cambio di governo». E conferma a Liberazione , la «copertura a un corteo armato di spranghe, caschi, bastoni, aggressivo e non autorizzato. Occorre - spiega - rilanciare l'antifascismo politico e partecipato. bisogna rifuggire dallo scontro fisico, recuperare un vuoto di rappresentanza. Che è il problema di fondo».Unica tra le grandi città lombarde, Bergamo è governata dal centrosinistra con il Prc. Unica anche quando ha bocciato la aggressiva campagna delle destre contro parcheggiatori e commercianti abusivi. In città, al contrario, sono state ridotte le forme di marginalità «così - dice Locatelli - quel tentativo delle destre è fallito. Forse per questo ci si riprova utilizzando Fn». Alle imminenti comunali si profila uno scontro tra Roberto Bruni, figlio di deportato, candidato indipendente per il centrosinistra, e Franco Tentorio, vecchio avvocato missino, schierato da An.


Checchino Antonini - Liberazione

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