31 ottobre 2008

Le bugie del governo hanno le gambe corte....Maroni dimettiti!!!

Le allucinanti dichiarazioni del sottosegretario all'interno Francesco Nitto Palma che attribuisce ai collettivi studenteschi l'origine degli scontri di piazza navona a Roma sono smentite da queste foto che pubblichiamo, dove si vedono chiaramente esponenti del blocco studentesco, molto tempo prima degli scontri, aggredire gli studenti a colpi di cinghiate....















Altre Foto: 1 - 2
Video: 1
Chi è in possesso di foto e video è pregato di inviarceli per la creazione di un dossier

Il governo difende e giustifica le aggressioni fasciste

"Per la oggettiva ricostruzione dei fatti emerge che l'operato delle forze dell'ordine è stato ispirato a criteri di equilibrio e prudenza, cercando di tutelare la libertà di espressione e la sicurezza e l'incolumità pubblica". Lo ha detto il sottosegretario all'Interno, Francesco Nitto Palma alla Camera.
Infiltrati in piazza navona? Francesco Nitto Palma, nel riferire alla Camera sugli scontri di mercoledì, lo esclude in maniera categorica. "Il sospetto è un giovane di 'blocco studentesco', e la sua posizione è tuttora al vaglio degli inquirenti". Il sottosegretario ha poi parlato del caminion degli estremisti di destra arrivato piazza Navona: "E usuale che durante le manifestazioni i camion raggiungano la piazza".

"Gli scontri più duri di Piazza Navona dell'altro ieri sono stati avviati da un gruppo di circa 400-500 giovani dei collettivi universitari e della sinistra antagonista che è venuto a contatto con gli esponenti di Blocco Studentesco (giovani di destra). Lo ha detto il sottosegretario all'Interno, Francesco Nitto Palma

"E' una tesi scandalosa, il governo rovesciala realta'". Cosi' il segretario del Prc, Paolo Ferrero, commenta coni giornalisti a Montecitorio l'informativa del governo secondo cui gli scontri avvenuti a piazza Navona sarebbero stati causati dalla sinistra."Le forze dell'ordine - sostiene Ferrero - hanno fatto entrare un camioncino pieno di spranghe. E solo dopo molte decine di minuti la polizia e' intervenuta. E' grave che il ministro dell'Interno rovesci la realta'. Ma noi la prossima settimana mostreremo dei filmati e delle fotografie che testimoniano come sono andate realmente le cose". Il segretario del Prc aggiunge: "Non so se c'erano infiltrati o no. So solo che questi di destra sono stati fatti entrare con le mazze a cento metri da palazzo Madama. Sembra - conclude - il governo Facta, quando i mazzieri fascisti andavano a picchiare nelle Camere del lavoro, si dava la colpa ai rossi socialisti e comunisti e poi si parlava degli opposti estremismi"
Secondo Italo Di Sabato, responsabile nazionale dell'Osservatorio sulla Repressione di Rifondazione comunista, "le dichiarazioni rese oggi alla Camera dal sottosegretario agli Interni Nitto Palma sono inaudite. Il sottosegretario tace sulle violenze compiute, e che sono all'origine degli scontri, già dalla prima mattinata di mercoledì 29 ottobre da esponenti del blocco studentesco, cosi come testimoniano le foto e filmati da noi in possesso".
"Chiunque in quel giorno fosse stato nei dintorni di piazza Navona e Palazzo Madama - aggiunge l'esponente del Prc - sa che la ricostruzione degli incidenti fatta dal sottosegretario Nitto Palma è particolarmente infondata e tende a giustificare e coprire la violenza neofascista".

Roma: Ospedale San Giacomo, cariche su pazienti e lavoratori

Voleva essere un'occupazione dimostrativa quella dell'ospedale San Giacomo di Roma messa in atto ieri dalla rete cittadina per il diritto all'abitare. Si è tramutata in un'azione repressiva da parte delle forze dell'ordine che hanno trasformato dei problemi sociali come quello della sanità e dell'emergenza abitativa in una questione di ordine pubblico.Erano le 11 quando i blocchi precari metropolitani, Action e AS.I.A. RdB entravano nell'ormai ex ospedale, che in quei momenti viveva le ultime ore della sua vita come presidio sanitario: a mezzanotte infatti sono stati chiusi i battenti del nosocomio come previsto dal piano di rientro sanitario della Regione Lazio.Si stava preparando un'assemblea pubblica per spiegare ai pazienti e ai lavoratori della struttura il senso dell'azione dimostrativa e di lì a poco si sarebbe svolta una conferenza stampa, ma non c'è stato neppure il tempo di attaccare gli striscioni e prendere i megafoni che una cinquantina fra poliziotti, carabinieri e guardia di finanza in tenuta antisommossa faceva irruzione nella struttura caricando indistintamente dimostranti, pazienti e lavoratori. Dieci minuti di panico conclusi con quattro feriti tra cui una donna «che era entrata nell'ospedale per fare terapia oncologica - spiega il dottor Occhigrossi, delegato sindacale Fials e presidente del comitato "Salviamo il San Giacomo" - ed è uscita in ambulanza con la rotula rotta a causa delle cariche della polizia». Due giovani manifestanti sono dovuti ricorrere alle cure del personale sanitario per contusioni provocate da calci sulle gambe da parte degli agenti: «Neanche in Cile sotto Pinochet o durante il Ventennio fascista si sono mai viste le forze dell'ordine cariare a colpi di manganello dei cittadini all'interno di un ospedale» afferma incredulo il dottor Calligaris, anche lui delegato Fials. Donna Oliva, erede del cardinale Antonio Maria Salviati, trattenendo a stento le lacrime, ci racconta che lei si trovava in un ufficio al terzo piano dell'ospedale quando «mi sono affacciata alla finestra e ho visto dall'alto gli occupanti parlare tranquillamente con i lavoratori e i pazienti all'interno del cortile. Ho sceso le scale e ho trovato un vero e proprio muro composto dalle forze dell'ordine che improvvisamente hanno iniziato a travolgere e picchiare chiunque: addirittura hanno trascinato un bambino in carrozzina che, nella ressa, era stato strappato dalle braccia dei genitori. Alle mie proteste sul loro comportamento gli agenti mi hanno risposto che avevano ricevuto notizia via radio che i centri sociali erano entrati nell'ospedale e avevano spaccato tutto, altrimenti non avrebbero mai fatto una cosa simile». Ma non era così: «eravamo qui per iniziare una "custodia" sociale del bene pubblico San Giacomo per sottrarlo a eventuali fini speculativi e per sostenere un processo partecipato con lavoratori e degenti che ne definisca lo scopo pubblico finale e invece siamo stati attaccati dalle forze dell'ordine» spiega Paolo Di Vetta di Asia-RdB. Solo dopo l'arrivo dell'assessore regionale al Bilancio, Luigi Nieri e una serrata trattativa fra i movimenti, i vertici della Digos e Michele La Ratta, direttore del commissariato Trevi, si è giunti a una soluzione. «Proprio stamattina - ha spiegato l'assessore - la giunta della Regione Lazio ha approvato una legge che assicura la destinazione a uso pubblico dei locali dell'Ospedale San Giacomo». Sono le 15 quando circa 150 manifestanti escono dall'ospedale rassicurati sul futuro della struttura. «La nostra è stata un'iniziativa contro la macelleria sociale operata da Marrazzo e Berlusconi» ha spiegato al termine dell'occupazione Teresa Pascucci di RdB-Cub Sanità «contro il taglio dei posti letto e la chiusura degli ospedali. Contro chi vuole regalare alla sanità privata il servizio sanitario pubblico».

Testimonianze: Yassir: “ ho pensato, ora mi ammazzano”

Yassir, arrestato mercoledi dopo la gazzarra fascista è in libertà con la fissazione del processo per il 17 novembre. L'accusa: resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Ma su questo, di seguito, il racconto di Yassir Goretz. Per quanto riguarda le lesioni uno degli agenti si è presentato con un dito “ steccato”. Pare abbia avuto una prognosi di ben quattro giorni.



In piazza Navona i fascisti si sono scatenati. Io me ne stavo andando. Avevo parlato con gli studenti, con giovani presi di mira, la violenza era “ visibile “ - ci racconta Yasser- e ti confesso che ero anch'io impaurito. Me ne stavo andando, in occasioni come questa ti coglie un senso di impotenza. Contro la violenza cieca c'è ben poco da contrapporre. All'improvviso mi sono sentito prendere alle spalle. Un braccio mi cingeva il collo. La stretta era molto forte, quasi insopportabile.” L'assalto, perché di questo si tratta di cui è stato vittima l'esponente di Rifondazione, veniva accompagnato da insulti tipo: pezzo di merda, che ci fai, e cose simili.” Poi -. riprende- sono stato gettato a terra. Non ho capito cosa stava accadendo ma ho pensato che erano due fascisti che mi colpivano. Uno dei due aveva la testa rasata. Ho pensato, ora mi ammazzano di botte”. Chi ha aggredito alla spalle Yasser non si è qualificato e lui addirittura si è “tranquillizzato” quando ha sentito uno dei due che diceva: Uno lo abbiamo immobilizzato”. Ha capito allora che si trattava di due agenti in borghese. Erano infatti due della Digos. “In tutta franchezza- ti dico- mi sono rilassato. Allora non mi ammazzano, ho pensato.” In questura Yassir è stato trattato bene, ha trascorso la notte in camera di sicurezza. Appunto, era conosciuto e per questo lo hanno arrestato . Ci ricorda tanto, lo abbiamo chiesto anche a Ferrero, la teoria degli opposti estremismi . “ Sì - risponde il segretario del Prc- e proprio per questo ripetiamo che episodi come questo devono essere circoscritti e non si possono assolutamente ripetere”.

Bologna, in arrivo denunce per studenti anti-Gelmini

Raffica di denunce in arrivo per le proteste anti-Gelmini di ieri a Bologna. Tra oggi e domani, la Digos farà arrivare in Procura la prima informativa, già pronta, sui fatti di ieri. Ma intanto, dalla Questura annunciano una pioggia di denunce, sia per gli organizzatori che per i manifestanti. Tra i reati ipotizzati ci sono manifestazione non autorizzata, interruzione di pubblico servizio, resistenza aggravata a pubblico ufficiale e getto pericoloso di cose. La manifestazione non autorizzata si riferisce al corteo degli studenti, che era autorizzato solo fino all'aula di Santa Lucia ed è invece proseguito fino alla fine del pomeriggio, lungo i viali di circonvallazione, davanti alla stazione e poi di nuovo in via Indipendenza fino in Piazza maggiore

Genova G8: Il pm Zucca: «La polizia ci propose di venire a patti»

«Siamo stati trattati con arroganza solo perché non siamo scesi a patti. E patti ci erano stati proposti». Il pubblico ministero Enrico Zucca scandisce le parole con fredda indignazione. «Non cedete all'arroganza», si appella alla corte che dovrà decidere. Sono dichiarazioni che risuonano come colpi di sciabola, nell'aula che in questi mesi ha visto dispiegarsi, sul caso dell'irruzione nella scuola Diaz durante il G8, uno dei processi più laceranti e clamorosi della storia giudiziaria degli ultimi anni. Il processo a 29, tra singoli agenti e funzionari della polizia, accusati a vario titolo di falso in atto pubblico, lesioni aggravate e calunnia in seguito alla brutale irruzione nella sede del Genoa Social Forum la notte del 20 luglio 2001, dopo il G8.Dalle udienze sono scaturite altre due inchieste, altrettanto scottanti: quella relativa alla sparizione delle bottiglie molotov, usate come false prove contro i noglobal arrestati, e quella incentrata sull'accusa di falsa testimonianza rivolta all'ex questore di Genova Francesco Colucci, che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati anche dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro.Il pm Zucca e il collega Francesco Albini Cardona hanno chiuso così il loro durissimo atto di accusa. Con una replica alle arringhe che ha aggiunto nuove rivelazioni. Come quella dell'agente di polizia in borghese, «con una coda di cavallo e il volto coperto da un fazzoletto», ripreso nel luglio 2001 mentre tira un ragazzo per i capelli nella scuola Diaz e lo picchia con il manganello, identificato dal pm durante il processo. È stato il pm a rivelarlo: «All'accertamento della verità si è opposta la reticenza e la falsità di alcuni - ha esordito Zucca - Perché non sappiamo i nomi degli agenti con i volti coperti? Un agente con la coda di cavallo è stato individuato da poco dal pubblico ministero. Oggi ha un nome che non figura negli elenchi eppure spesso ha frequentato quest'aula» durante il processo. «È stato l'ultimo affronto - ha ribadito Zucca - l'ultima beffa».Quanto accaduto nella scuola Diaz «è stata la più grave violazione di diritti umani in un paese democratico dal dopoguerra. Voi non potete accettare nemmeno come paradosso che la sospensione del diritto si sia avuta perché la polizia è stata costretta a fuggire. Questo è un concentrato di arroganza». Zucca, che ha citato quanto disse Amnesty International sui fatti avvenuti dentro la scuola, ricorda quanto asserito da alcuni dei difensori dei 29 imputati: «I poliziotti non sono fuggiti per la voce di possibili attacchi con le molotov. La fonte di quei movimenti era una fonte giornalistica. E se un esercito fugge per alcune voci è una situazione farsesca».La replica del pm ha scatenato tensione in aula, con i difensori a ribattere e il presidente a moderare i toni. Zucca è stato durissimo nello «stigmatizzare» le parole pronunziate da alcuni avvocati chiedendo «umiltà anche da parte della polizia». E poi, rivolto all'avvocatura di Stato, che rappresenta il Viminale come responsabile civile, ha aggiunto: «Nel processo di Bolzaneto l'avvocatura ha chiesto scusa. Non credo in questa occasione di aver sentito le stesse scuse. L'avvocatura ha detto che non vi è danno in un falso formale? Il falso è un reato plurioffensivo». Zucca ha passato in rassegna percosse, violenze, gesti. E ne ha scelto uno per tutti. «Un agente che si tocca la patta davanti a una ragazza in terra sanguinante la sta stuprando». L'udienza è stata aggiornata al 6 novembre e al 12 per la sentenza.


fonte: il secolo XIX

Genova G8. Processo Diaz:manganellatore va in tribunale. Ma non da indagato

Si presenta addirittura in tribunale durante il processo, presumibilmente certo dell'impunità considerata la sfrontatezza. Si tratta dell'agente di polizia in borghese, con una coda di cavallo ed il volto coperto da un fazzoletto, ripreso nel luglio 2001 mentre tira un ragazzo per i capelli nella scuola Diaz e lo picchia con il manganello. A denunciare il fatto è stato il pm Enrico Zucca nella replica al processo per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova. «All'accertamento della verità si è opposta la reticenza e la falsità di alcuni - ha commentato Zucca - Perchè non sappiamo i nomi degli agenti con i volti coperti?». Il pubblico ministero ha poi aggiunto: «un poliziotto con la coda di cavallo è stato individuato da poco dal pubblico ministero. Quell'agente ha un nome che non figura negli elenchi eppure spesso ha frequentato quest'aula» durante il processo. «È stato l'ultimo affronto - ha detto Zucca - l'ultima beffa».

30 ottobre 2008

Bologna: cariche della polizia al corteo studentesco

Il primo bilancio degli scontri tra i manifestanti e la Polizia di mezz’ora fa a Bologna, davanti all’aula di Santa Lucia, e’ di sei feriti. Cinque sono manifestanti e una e’ una giornalista del “Corriere di Bologna”.Degli altri cinque feriti, tre sono stati colpiti da manganellate alla testa e uno alla caviglia. Una ragazza del Tpo e’ caduta per terra durante gli scontri ed e’ stata calpestata durante le cariche. Anche alcuni di loro sono stati portati in ospedale in ambulanza. Intanto l’intenzione dei manifestanti anti-Gelmini e’ quella di proseguire il corteo e bloccare i viali di circonvallazione.“Siamo tantissimi, migliaia e migliaia, continuiamo a bloccare questa citta’- gridano al megafono dal furgoncino posizionato davanti a via Dante- e’ solo l’inizio, non ci fermeremo davanti a nessun blocco, questa riforma la fermeremo”. I manifestanti stanno aspettando di essere raggiunti anche dalla coda del corteo, poi l’intenzione e’ di proseguire lungo via Santo Stefano e ad invadere i viali cittadini.

Testimonianze: Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos

Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove. Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto". Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì". È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati". Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae. A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".

Decreto legge contro i graffitari

«Se sarà possibile, il governo approverà venerdì al Consiglio dei ministri il decreto rifiuti che introduce il reato per punire chi imbratta i muri» lo ha detto ieri il premier Silvio Berlusconi in conferenza stampa. La linea su cui penserebbe di agire il Governo prevederebbe più poteri in deroga ai comuni per la videosorveglianza (anche degli edifici privati) e la possibilità talora di procedere anche d'ufficio contro chi imbratta e sporca muri di case e palazzi, pubblici e privati, con l'ipotesi di introdurre sanzioni più pesanti di quanto non preveda attualmente il codice penale. L'uso delle videocamere - prevede la bozza - deve rigorosamente tenere conto delle norme che proteggono la privacy, per cui si potrebbe accedere ai dati solo e unicamente se c'è una denuncia per imbrattamento da parte della vittima o di chi legalmente la rappresenta. Quanto alle sanzioni: si parla di una multa fino a 10mila euro e la possibilità di procedere d'ufficio quando dall'imbrattamento derivi un danno al decoro dell'ambiente. Massimo fissato a 30mila euro. Non è escluso che in alternativa alla multa il giudice possa disporre un'altra pena: la permanenza domiciliare o il lavoro di pubblica utilità nell'ambito degli interventi di ripristino dei palazzi danneggiati, predisposti dal comune o da enti di assistenza sociale.

29 ottobre 2008

Il governo sperimenta la dottrina Cossiga

Rifondazione Comunista denuncia l’infiltrazione fascista nel corteo degli studenti a piazza Navona. La polizia consente a un gruppo di cinquanta fascisti armati di spranghe, catene, bottiglie, caschi e cinghie, di infiltrarsi nel presidio democratico degli studenti in movimento a piazza Navona e massacrare per oltre un’ora, indisturbati, studenti e studentesse di quindici e sedici anni. La polizia è intervenuta solo quando un gruppo di militanti di sinistra è giustamente intervenuto a difendere gli studenti democratici. Il risultato è che molti studenti e studentesse sono finiti all’ospedale e molti feriti si registrano anche tra coloro che sono intervenuti in soccorso dei più giovani, tra cui molti militanti del PRC uno dei quali è al momento in stato di arresto solo per aver cercato di garantire l’agibilità democratica della piazza. E’ evidente il tentativo del Governo di creare caos nel movimento che per tutta risposta si è ricompattato bloccando la città di Roma e riunendosi in assemblea alla Sapienza. Questo evento mette un punto definitivo sulle polemiche suscitate dai media di regime rispetto a un presunto fronte unitario tra attivisti di destra e di sinistra. Il movimento rivendica con forza la propria specificità democratica e antifascista.

Approvata la Riforma Gelmini: cariche della polizia e violenza fascista

Milano: La polizia ha caricato la testa del corteo degli studenti di liceali milanesi che, attraverso Brera, si sono mossi verso il centro di Milano. Adesso si trovano in Via San Paolo e stanno tentando di raggiungere Corso Vittorio Emanuele. La carica è avvenuta dopo che gli studenti, lungo il percorso, hanno lanciato petardi, uova e zucche in direzione delle forze dell'ordine. Tenteranno di raggiungere Piazza San Babila.

Roma: Momenti di tensione tra alcuni studenti in piazza Navona. Qualche schiaffo e calcio è volato quando sono entrati in contatto alcuni esponenti del blocco studentesco che da stamane, insieme ai ragazzi dei licei romani stanno manifestando contro l'approvazione del dl Gelmini. Dalle prime ricostruzioni gli attimi di tensione, si sono avuti quando un camioncino dei giovani di destra ha tentato di lasciare la piazza lanciando slogan. A quel punto, dagli studenti sono nati dei cori come ''siamo tutti antifascisti'' e ''fascista carogna ritorna nella fogna''. I gruppi sono entrati così in contatto senza che, la polizia, sia intervenuta


Roma: Aggrediti da un gruppo di studenti di Blocco Studentesco proprio a pochi passi dal Senato. E' la denuncia di alcuni studenti che partecipano alla manifestazione sotto al Senato. "Erano una sessantina, si sono tolte le cinture dai pantaloni e ci hanno aggrediti - racconta Ludovica, studentessa di un liceo romano - volvevano a tutti i costi guadagnare la testa del presidio. Erano tutti studenti di Blocco Studentesco". Blocco studentesco è un'associazione studentesca di estrema destra. "Un ragazzo è stato malmento e colpito riupetutamente alla testa, erano una furia, non si fermavano. Della polizia neanche l'ombra, sono tutti su corso Rinascimento", conclude Ludovica. Se l'è cavata con un taglio alla testa Alessandro, il ragazzo del liceo Newton di Roma aggredito da un gruppo del blocco studentesco, sigla di estrema destra. "Ero davanti alla transenna da questa mattina. Improvvisamente mi sono venuti addosso in 10 picchiandomi con i caschi e le cinture. Volevano guadagnare la transenna per un'iniziativa politica ed io ho cercato di dire che dovevamo metterci d'accordo su qualunque manifestazione di questo genere. Per tutta risposta mi hanno colpito con un casco ferendomi alla testa".
Siamo stati aggrediti e non abbiamo visto neanche l'ombra di un poliziotto. Gli agenti sono schierati per difendere Palazzo Madama, ma qui, al presidio di Piazza Navona neanche un agente". Più di uno studente lamenta l'assenza di poliziotti al momento dell'aggressione da parte di aderenti a Blocco Studentesco. Nel corso dell'aggressione è rimasto ferito anche un terzo studente, un ragazzo di un liceo romano: ha riportato lievi escoriazioni alla testa.
Dopo gli incidenti in piazza Navona, la polizia ha arrestato una ventina di studenti di destra, per resistenza e lesioni. I giovani, ai quali sono stati sequestrati bastoni e cinghie, sono stati portati via su un cellulare della polizia al primo distretto - commissariato 3. La questura fa sapere che l'intervento delle forze dell'ordine si è reso necessario dopo che fazioni contrapposte di studenti avevano iniziato a scontrarsi, per dividerle e riportare la calma.

Genova G8: testimoni raccontano le cariche in piazza Manin durante il G8

Tornano in aula le immagini delle cariche della polizia contro i manifestanti nel processo a carico di 4 poliziotti del reparto Mobile di Bologna accusati di aver operato arresti su falsi presupposti

«Con quella manganellata mi è caduto in testa lo Stato». Lo ha detto la dottoressa Marina Spaccini, pediatra e pacifista, che nel luglio 2001 era a Genova per protestare contro il G8 e che nella carica della polizia ricevette una manganellata in testa, cosa questa che l´ ha portata a
intentare causa civile al ministero dell´ Interno, causa vinta in primo grado e contro la quale ha fatto appello il Viminale. Tornano in aula le immagini delle cariche della polizia contro i
manifestanti durante il G8 del 2001 nel processo a carico di 4 poliziotti del reparto Mobile di Bologna accusati di aver operato arresti su falsi presupposti. A tutti e quattro a diverso titolo sono contestati i reati di falso, abuso e calunnia. Il primo teste è stato proprio uno degli arrestati di quel giorno, lo spagnolo Adolfo Sesma Gonzales, che ha detto di esser andato dai poliziotti per capire cosa stava succedendo in piazza Manin e di essersi trovato «con una fascetta di plastica attorno ai polsi». Gonzales venne poi portato a Bolzaneto «dove ricordo le torture» dopo «aver firmato un documento in commissariato del quale non ricordo nulla perché era scritto solo in italiano». Gonzales ha anche ricordato di aver potuto parlare con un giudice «solo dopo tre giorni di reclusione». Dopo Gonzales ha parlato uno degli organizzatori della "piazza tematica", allestita in piazza Manin. Alberto Zoratti, della rete Lilliput, ha raccontato di aver visto un gruppo di ragazzi in nero che stavano scendendo lungo via Assarotti verso la zona rossa. «Erano black bloc e li fermammo noi - ha detto Zoratti -, ma quando arrivò la polizia si dileguarono». Restarono in piazza pacifisti cattolici e laici, qualche animalista, persone anziane e disabili. «Abbiamo visto la polizia schierare le camionette e sparare i lacrimogeni. Chiamai sul cellulare Spartaco Mortola in questura per dirgli che la situazione stava precipitando e lui mi rispose: "Toglietevi dai coglioni"».
I video proiettati in aula dalla parte civile e dal pubblico ministero mostrano le botte dei poliziotti ai manifestanti disarmati e infine una piccola donna con i capelli grigi china su un ragazzo con la faccia piena di sangue. La dottoressa Spaccini ricorda «i poliziotti con gli scafandri», la manganellata in testa, la ragazza con la testa rotta. Ma non ricorda esplosioni: nessuna molotov lanciata contro la polizia.
L´ udienza è stata aggiornata al 23 dicembre.


fonte: il secolo XIX

28 ottobre 2008

Firenze: Sgomberato il campo rom di Osmannoro

A Firenze, questa mattina, mentre il consiglio comunale discuteva all'ordine del giorno la situazione del razzismo in città, nell'area dell'Osmannoro [Sesto Fiorentino], si effettuava la sgombero di un campo rom. «Attività di bonifica» e non «sgombero» vero e secondo i vigili di polizia municipale, perché, a detta loro, non ci sarebbe un'ordinanza di sgombero firmata dal Sindaco di Sesto Fiorentino Gianni Gianassi. «Alle famiglie è stato chiesto di prendere i materassi e i propri bagagli e di uscire dalle proprie baracche per poterle demolire» così denuncia Matteo Pegoraro del Gruppo EveryOne. «Una ruspa della Quadrifoglio ha eseguito le demolizioni: sono state distrutte le abitazioni di 70 Rom rumeni. Ora sono rimaste trentacinque persone nel campo, fra queste una donna incinta e un bambino di un mese. I vigili stanno ancora decidendo se abbattere o meno la baracca dove vive il neonato». Il gruppo EveryOne ha provato a contattare il sindaco Gianassi «ma il suo ufficio di gabinetto non ci ha dato la disponibilità». Il Gruppo ha annunciato di aver contattato diversi esponenti ed europarlamentari del Pd per l'attivazione di una procedura della commissione europea nei confronti del Sindaco di Sesto Fiorentino: «Un uomo di sinistra non ha un tale comportamento, non getta in mezzo alla strada dei bambini appena nati», hanno spiegato. «O ci dai i documenti o abbattiamo la tua baracca» : secondo l'attivista del Gruppo Everyone, Matteo Pegoraro, la polizia municipale avrebbe minacciato così i Rom romeni del campo dell'Osmannoro.

Caso Bianzino: Il Gip chiede ulteriori accertamenti

Per la magistratura di Perugia il caso di Aldo Bianzino non è chiuso. Il giudice per le indagini preliminari Massimo Ricciarelli ha infatti ordinato al pubblico ministero Giuseppe Petrazzini ulteriori accertamenti medico legali che possano fare chiarezza sull'oscura vicenda di una morte di carcere. Una notizia che riaccende il filo della speranza nei famigliari dell'ebanista di Pietralunga che, arrestato per detenzione di erba, entrò con la sua compagna nel carcere di Capanne il 12 ottobre di un anno fa per uscirne senza vita due giorni dopo. Dopo la sua morte, l'indagine aveva fatto decidere a Petrazzini per l'archiviazione: Aldo è morto per cause naturali, un aneurisma scoppiato all'improvviso che ne ha causato il decesso. Una bomba a tempo di cui risponde solo la natura. Ma la famiglia di Aldo, e in particolare la compagna Roberta Radici, non si dà per vinta. Per i genitori di Bianzino, i suoi figli, gli amici, la verità sembra troppo lontana per accettare l'archiviazione e, al più, un risarcimento danni in sede civile. A luglio l'avvocato Massimo Zaganelli presenta una corposa memoria facendo opposizione all'archiviazione. Ad agosto si viene a sapere che il Gip, che avrebbe potuto rifiutarla, l'ha invece accolta: studia le carte e, evidentemente, resta colpito da una ricostruzione in cui l'indagine appare, secondo i famigliari di Aldo, lacunosa e con molti interrogativi, a cominciare da un fegato spappolato, come strappato via dalla sua sede naturale. Il 17 ottobre il Gip convoca il Pm e le parti, ossia i legali della famiglia. E infine scrive la sua ordinanza che riapre i giochi.Non si limita il Gip a chiedere ulteriori accertamenti medico legali e ad esigere dunque un'indagine più completa ma auspica anche che il magistrato inquirente utilizzi nuove figure professionali per vederci più chiaro: professionisti esterni con cui setacciare tutte la sequenza di quei giorni che lasciarono nel corpo di Aldo almeno un segno evidentissimo sul suo fegato. Quali potranno essere questi nuovi consulenti? Forse internisti o esperti di rianimazione ma forse anche neurochirurghi in grado di capire, se effettivamente Aldo morì di aneurisma (una sorta di sacca che si forma nel tessuto arterioso), cose ne provocò lo scoppio proprio quella notte. Ma c'è di più. Il Gip consiglia nuove escussioni dei testi già sentiti una prima volta, forse allargando il giro delle testimonianze: gli uomini della penitenziaria, i responsabili del carcere, i medici che visitarono Bianzino appena morto, gli altri detenuti. Ad esempio il dottore del carcere che lo visitò il giorno dopo il suo arresto trovandolo calmo e in buona salute. E che non fu mai interrogato. Ma questa è materia del Pm cui spetta, seguendo le indicazioni del Gip, ricostruire nuovamente l'oscura vicenda consumatasi nel silenzio assordante di una morte "normale", mentre i riflettori della cronaca si erano ormai accesi – e ancora continuano ad esserlo – su un giallo certamente più eccitante per la cronaca: l'omicidio della povera studentessa britannica Meredith Kercher, avvenuto solo qualche giorno dopo e da allora caso nazionale ben oltre le mura del carcere di Capanne di Perugia.Ma di giallo ce n'è purtroppo parecchio anche nel caso di Aldo Bianzino a cominciare proprio dai detenuti. Sembra che nel video girato dal sistema a circuito chiuso del carcere appaia aperta la porta di una cella. I detenuti negano che fosse una delle loro e i legali di parte sono convinti che si trattasse di quella di Aldo. Che fu trovato praticamente nudo in corridoio dai suoi soccorritori arrivati troppo tardi. La dinamica resta gravata da una nebbia fittissima e troppe cose non tornano, dal suo stato di salute all'ingresso in carcere, al momento della rianimazione fino alle prime perizie che subito riscontrarono l'anomalia delle lesioni al fegato, che fu liquidata come un massaggio cardiaco troppo vigoroso. Per la famiglia di Aldo la ricerca della verità non è solo un modo di rendere giustizia al compagno, al figlio o al padre. Ma anche una maniera per evitare che si ripetano in Italia casi controversi come quello di Manuel Eliantonio, deceduto in luglio nel carcere di Marassi a Genova, o di Marcello Lonzi, "trovato morto", col volto pieno di ecchimosi, l'11 luglio 2003 nella sua cella a Livorno.

Emanuele Giordana - Lettera 22

«Dire "pazza negra" è cattiva educazione» Il Pm chiude il caso Amina

Amina Said Sheikh, ingiuriata e tenuta nuda per ore all´aeroporto di Ciampino «Le gridarono "questa negra è pazza, la faccio rinchiudere al centro di igiene mentale" dopo averla tenuta nuda per ore all'aeroporto di Ciampino nel corso di una perquisizione. Ma il Pubblico Ministero ha ritenuto che tale offesa fosse censurabile solo sul piano del costume e della cattiva educazione». A parlare sono gli avvocati Luca Santini e Arturo Salerni, legali di Amina Sheikh Said, 51 anni, italiana di origine somala che poco meno di un mese fa finì sulle cronache nazionali per l'ennesimo caso di razzismo nel nostro paese. Lo scorso luglio Amina era stata fermata dagli agenti della Polaria (Polizia di Frontiera Aerea) con l'accusa di rapimento di bambini, traffico di clandestini e di stupefacenti. Accuse e precedenti subito smentiti dal suo difensore Luca Santini. La donna somala aveva con sé piante tradizionali del suo Paese ed era di ritorno da Londra con i suoi quattro nipotini. A poco meno di un mese dalla segnalazione de Linkontro.info e dalla denuncia di Amina per i maltrattamenti subiti, il pm Pietro Pollidori ha chiesto l'archiviazione del caso rispedendo al mittente sia le accuse nei confronti dei poliziotti che quelle di resistenza a pubblico ufficiale contro Amina, rea, secondo la polizia, di aver dato in escandescenze durante i controlli e di essersi privata dei propri indumenti. Resta aperta, però, la denuncia per calunnia e diffamazione a carico della donna di origine somala. Ciò è quanto meno anomalo in quanto confligge con il riconoscimento da parte del Pm della ‘cattiva educazione' dei poliziotti nei confronti di Amina. La Procura di Roma lascia quindi al di fuori dalla vicenda uno degli elementi che, più di ogni altro, ha fatto indignare molti: il razzismo. Dare della "pazza negra", dunque, non sarebbe segno di razzismo. «Non ho mai sentito dare del pazzo bianco a una donna italiana non nera» ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che ha sollevato il caso insieme a Progetto Diritti. Secondo i due avvocati «nella richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero si dà atto di un comportamento non corretto da parte degli agenti che operarono la perquisizione nei confronti della signora Amina, e che addirittura si sono spinti fino a denunciarla, infondatamente, per il reato di resistenza a pubblico ufficiale». Atteggiamenti che tuttavia non sono stati giudicati rilevanti dal Pm. La difesa della signora Amina ritiene comunque frettolosa l'inchiesta che ha portato alla richiesta di archiviazione. Proprio per questo ha deciso di presentare una proposta opposizione al Giudice per le Indagini Preliminari. Si chiederà al Gip di ascoltare le persone con le quali la signora Amina ha interloquito durante la perquisizione e «subito dopo di assumere informazione innanzi tutto dalla stessa denunziante, che non è mai stata convocata dal Pubblico Ministero. Abbiamo comunque già predisposto una segnalazione al Comitato Europeo per la prevenzione della tortura».

Elezioni a Trento: slogan nazisti sul sito del candidato di Fiamma Tricolore

Documenti, foto e video inneggianti a Mussolini e alla Hitlerjugend, invettive dal sapore antisemita e foto di Padre Pio. Si presenta così il blog di Aldo Valentini, commerciante 35enne di Sopramonte di Trento e candidato con Fiamma Tricolore alle elezioni provinciali del 26 ottobre. «Gli ebrei sono nemici di Dio e nemici della nostra santa religione, san padre Pio» è il messaggio che dà il benvenuto sul blog. E poi tante altre chicche per neonazisti: il link a Bandiera Nera, l'invito a votare Fiamma Tricolore sotto lo slogan "Vincere e vinceremo", documenti sul fascismo, sul nazismo, su presunti "complotti sionisti e giudaico-massonici" e contro la Giornata della Memoria. Ma c'è anche spazio per i miracoli di Padre Pio e per le apparizioni della Madonna.Aldo Valentini appoggia il candidato presidente alla provincia Sergio Divina della Lega Nord.


G8 Genova: rinviata l´udienza preliminare per De Gennaro

La prossima conclusione del processo per lo sciagurato blitz della polizia nella scuola Diaz, durante il G8, ha indotto ad un nuovo rinvio dell´udienza preliminare a carico del prefetto Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, imputato di istigazione alla falsa testimonianza. Il procedimento nei confronti di De Gennaro, attuale direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, è legato doppio filo a quello per la sanguinaria irruzione. Secondo l´accusa, il prefetto avrebbe chiesto a Francesco Colucci, che sette anni fa era il questore di Genova, di «aggiustare» la sua testimonianza durante il processo. Tra gli imputati nella vicenda c´è anche Spartaco Mortola, ora questore vicario a Torino, tra i 29 imputati - agenti, super-poliziotti - per la drammatica operazione nell´istituto scolastico di via Cesare battisti. Ieri il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Genova, Silvia Carpanini, di concerto con i pubblici ministeri Francesco Albini Cardona e Enrico Zucca e i difensori degli accusati, ha dato appuntamento al prossimo 25 novembre. Una seconda udienza è stata fissata per il 18 dicembre.Il processo a De Gennaro slitta di un mese perché nel frattempo il tribunale, presieduto dal giudice Gabrio Barone, si pronuncerà sui fatti della Diaz. Secondo il calendario di quest´ultimo procedimento, giovedì sono in programma le repliche della procura e delle parti civili, mentre la settimana successiva toccherà ancora agli avvocati delle vittime e per finire ai difensori degli imputati. Venerdì sette novembre il tribunale dovrebbe ritirarsi in camera di consiglio e la decisione potrebbe arrivare il giorno stesso, ma c´è in agguato uno sciopero dei cancellieri che potrebbe anticipare la data o - con ogni probabilità - rimandarla all´inizio della settimana seguente.


fonte: La Repubblica Genova

27 ottobre 2008

Roma: Fuori i fascisti dal movimento degli studenti

Rifondazione Comunista condanna i tentativi di infiltrazione di gruppi neofascisti facenti capo al Blocco Studentesco all’interno del movimento degli studenti. Questa mattina i neofascisti si sono inseriti con la forza all’interno del corteo degli studenti medi guadagnandone la testa e tentando in ogni modo di strumentalizzarne la lotta. Nonostante i ripetuti tentativi di aggressione, la risposta dei collettivi studenteschi romani è stata determinata. Un cordone degli studenti ha separato i provocatori dal grosso del corteo, rimarcando il carattere antifascista della mobilitazione, che si oppone a un disegno di demolizione della scuola e dell’università pubblica.
Il movimento afferma la sua specificità democratica e dichiara con forza che non c’è spazio nella mobilitazione per chi diffonde una cultura xenofoba e cerca di costruirsi spazi di agibilità politica a colpi di coltelli.

Partito della Rifondazione Comunista - Dipartimento Scuola e formazione - Dipartimento Università e Ricerca - Giovani comunisti - Roma

G8 Genova: chi parla paga

Hai detto la verità? Punito. Michelangelo Fournier è stato l’unico poliziotto che abbia ammesso le violenze al processo per il blitz alla scuola Diaz al G8 di Genova, parlando di una “macelleria messicana”. Dopo la deposizione, il dirigente del Reparto mobile di Roma è stato allontanato dal comando sul campo ed è finito fra le scartoffie. E’ l’unico retrocesso fra i protagonisti di quella pagina nera (Gratteri, Calderozzi, Luperi, Sgalla…) tutti promossi a più alti incarichi.

fonte: L'Espresso

24 ottobre 2008

Cosenza processo noglobal: per il deposito della sentenza altri 90 giorni

Ci vorranno ancora tre mesi per sapere perchè lo scorso24 aprile i tredici no global del “Sud ribelle” furono assoltidal tribunale di Cosenza con la formula piena. Il giudice relatore Isabella Russi ha infatti chiesto altri 90 giorni per il deposito delle motivazioni, che era atteso proprio per questo periodo. La sentenza fu letta alle 19 dal presidente della corte, Maria Antonietta Onorati, che si limitò a leggere dodici righe, la maggior parte delle quali occupate dai nomi degli impu-tati, tutti assolti con la formula “perchè il fatto non sussiste”. La corte bruzia assolse Francesco Cirillo, 58 anni diDiamante, Luca Casarini, 40 di Venezia, Francesco Caruso,34 di Benevento, Salvatore Stasi, 54 anni di Taranto, Antonino Campennì, 43 di Barghelia (VV), Anna Curcio, 37 anni di Cosenza, Michele Santagata, 42 anni di Cosenza, Lidia Azzarita, 35 di Napoli, Giuseppe Fonzino, 35 di Taranto, Alfonso De Vito, 37 anni di San Giuseppe Vesuviano (Na), Claudio Dionesalvi, 37 di Cosenza, Emiliano Cirillo, 29 di Diamante, e Vittoria Oliva, 67 anni di Montefiascone (Vt). Ilpm Fiordalisi aveva chiesto la loro condanna, per un totale di mezzo secolo di carcere, ipotizzando il reato di associazione sovversiva ai danni dello Stato. In particolare chiese 6 anni di reclusione, più tre di libertà vigilata, per Casarini, Cirillo e Caruso; tre anni e sei mesi di reclusione, più due di li-bertà vigilata, furono sollecitati per Stasi, Azzarita, Fonzino, De Vito, Santagata, Curcio e Campennì; due anni e sei mesi di reclusione ciascuno, più uno di libertà vigilata, furono alla fine chiesti per Cirillo, Oliva e Dionesalvi. Lo Stato,che si era costituito parte civile, chiese agli imputati un ri-sarcimento danni pari a ben 5 milioni di euro.

fonte: il quotidiano della calabria

G8 Genova: Il punto sui processi

27 ottobre 2008 - Processo De Gennaro
Udienza preliminare che deciderà se dovranno essere processati l’ex questore di Genova Francesco Colucci per falsa testimonianza nel processo Diaz e l’ex capo della polizia De Gennaro per istigazione alla falsa testimonianza. Nel corso delle indagini sulla sparizione delle bottiglie molotov, il telefono dell’allora capo della DIGOS genovese Spartaco Mortola (imputato nel processo Diaz) fu messo sotto controllo: in una telefonata Colucci affermò di aver ”aggiustato” la propria testimonianza, come voleva ”il capo”.


28 ottobre 2008 - Processo Manin

Prossima udienza del processo contro quattro poliziotti accusati di falso, calunnia e abuso d’ufficio. E’ prevista la testimonianza di uno dei due ragazzi spagnoli arrestati in Piazza Manin.
7 novembre 2008 - SENTENZA DIAZLo scorso 17 ottobre gli avvocati della difesa hanno terminato le proprie arringhe. Fissate al 30 ottobre le repliche dei PM e al 6 novembre quelle della difesa.29 poliziotti imputati, fra cui esponenti dei vertici della polizia Italiana, rispondono dei reati di lesioni, abuso d’ufficio, falso, calunnia, danneggiamento, furto. Le pene richieste ammontano complessivamente a 110 anni di carcere.


12 novembre 2008 - Processo Canterini

Nella prossima udienza sarà ascoltato l’ultimo teste della difesa. Il 3 dicembre si terrà la discussione finale. Vincenzo Canterini, comandante del reparto anti-sommossa che fece irruzione alla scuola Diaz e anche imputato in quel processo, è accusato di aver spruzzato - durante le manifestazioni del venerdì - gas urticante in faccia a 4 persone . Due di loro erano avvocati e la scena è stata filmata.


17 novembre 2008 - Processo Savonarola

Prossima udienza nel processo contro un ragazzo francese accusato di resistenza nei confronti di agenti appartenenti al VII nucleo del reparto sperimentale anti-sommossa. La difesa ha dimostrato attraverso i video che il verbale della polizia è falso. Il reato di falso degli agenti che lo hanno arrestato a breve sarà prescritto, ma potrebbero essere indagati per falsa testimonianza in questo processo.


10 dicembre 2008 - Processo Perugini

Il 16 ottobre scorso le arringhe dell’accusa e delle parti civili.Perugini (ex numero 2 della DIGOS genovese, già condannato a 2 anni e 4 mesi nel processo per i fatti di Bolzaneto) e altri 4 agenti DIGOS sono accusati di falso, calunnia e abuso d’ufficio per l’arresto illegale di 5 manifestanti e un fotografo. In un famoso video si vede Perugini che tenta di sferrare un calcio in faccia ad un ragazzo minorenne, poi ritratto con un occhio orribilmente tumefatto. Il processo non riguarda tuttavia le lesioni, in quanto il giovane, parte offesa per l’arresto illegale, ha accettato un risarcimento extragiudiziale. Il PM ha chiesto 2 anni e 3 mesi per Perugini e Del Giacco, 1 anno e 8 mesi per Raschellà e Mantovani e 2 anni e 1 mese per Pinzone, accusato anche di aver minacciato con una pistola una delle persone arrestate nel tragitto verso la Caserma di Bolzaneto. La Difesa discuterà il 10 dicembre e la sentenza potrebbe essere pronunciata il giorno stesso.

www.processig8.org

Trapani: bus vietati a persone"di colore"

L'europarlamentare di Rifondazione Giusto Catania denuncia un episodio «di intollerabile xenofobia» a Trapani, dove la società di trasporto locale Atm ha vietato ai passeggeri di colore di salire sui mezzi. «A Trapani, in località Salinagrande, c'è un centro per richiedenti asilo - spiega - La zona è collegata al capoluogo di provincia dalla linea 31 dell'autobus. E' assurdo che l'Atm possa vietare l'accesso alle persone di colore o istituire bus riservati ai migranti e presidiati a bordo da carabinieri e poliziotti». Catania, che ha chiesto l'intervento della Commissione europea, sostiene che «tutto ciò sarebbe avvenuto a causa di lamentele, mai sfociate in denunce, per la presenza a bordo di migranti ubriachi. Per risolvere il problema l'Atm ha deciso di revocare ai migranti il diritto a salire senza l'acquisto del biglietto. L'ipotesi, contestata da molti poiché i richiedenti asilo, che spesso non hanno neanche indumenti per coprirsi, hanno difficilmente la possibilità di acquistare i biglietti, è stata ritirata. Ma, fallito questo tentativo - continua Catania - l'azienda ha pensato di lasciare all'autista la decisione su chi può salire o meno sull'autobus, a seconda del colore della pelle o dello sguardo molesto». L'europarlamentare del Prc, quindi, chiede alla Commissione se non si stia configurando «un "caso italiano" per la gravità di ripetute pratiche palesemente xenofobe» e se non ritenga opportuno «intervenire con urgenza e a tutti i livelli per evitare tali violazioni dei diritti fondamentali».

Un sistema carcerario fuorilegge: 57.030 detenuti per 43mila posti

Il sistema carcerario italiano è fuorilegge. La capienza regolare, cioè il numero di posti disponibili sulla base delle strutture architettoniche realmente esistenti è stato superato da tempo. Siano ormai oltre il tutto esaurito, 57.030 detenuti (censimento del 16 ottobre scorso) contro i 43.262 posti-cella previsti (quelli che nel regolamento penitenziario del 2000 vengono definiti «camere di pernottamento», intendendo con ciò che durante la giornata i reclusi non dovrebbero sostare nelle celle, come in realtà avviene, ma restare aperti). Per questo motivo un grande numero di istituti penitenziari operano di fatto al di fuori della legalità, cioè non sono in grado di ottemperare alle norme che ne presiedono il quotidiano funzionamento. Superfluo sottolineare che in questo modo si pongono al di fuori dello stesso articolo 27 della costituzione. Posizione abbastanza scomoda e paradossale per una istituzione dello Stato che incarna il luogo dove la Giustizia si traduce nei suoi termini più concreti e materiali, l'esecuzione della sanzione, e perciò stesso rivendica (vedendone affievolita la legittimità) una missione correttiva. Negli anni passati si è pensato di risolvere il sovraffollamento strutturale con una semplice circolare amministrativa che introduceva la nozione di «capienza tollerabile». Un trucco contabile, una truffa vera e propria, una specie di gioco di prestigio che riducendo i parametri minimi vigenti all'interno dell'Unione europea, ovvero la soglia di vivibilità stabilita in base ai metri quadri disponibili per detenuto, ha aumentato la capienza. Così il numero dei posti è salito a 63.568; una soglia esplosiva, un punto di collasso del sistema che secondo le proiezioni stesse del Dap verrà raggiunto entro la fine dell'anno, se non decresce - e non decrescerà affatto con i ddl Berselli e Garfagna già in discussione - il numero degli ingressi che viaggia ormai al ritmo di 800-1000 al mese. La capienza regolamentare è già abbondantemente superata in tutte le regioni, ad eccezione della Valle D'Aosta. In 4 regioni i penitenziari hanno addirittura superato la stessa soglia di capienza tollerabile. In Campania a fronte di una ricevibilità regolamentare di 5.306 posti, tollerati 6.966, si è arrivati a 7.125 detenuti. In Emilia Romagna si è giunti a 3.919 sui 2.270 previsti e 3.761 tollerati. In Veneto a 2.924 sui 1.917 previsti e 2.902 tollerati. Anche in Trentino tetto regolamentare e di tolleranza abbondantemente oltrepassati. In Friuli, Liguria, Lombardia, Marche e Sicilia la soglia di tolleranza è prossima allo sforamento (ancora un 10% di posti virtuali disponibili) e poi sarà il crack.La situazione è talmente grave che il neopresidente del tribunale di sorveglianza di Milano - come racconta il Corriere della sera di ieri -, Pasquale Nobile De Santis, ha scritto al ministro Angelino Alfano per denunciare le condizioni delle carceri di Busto Arsizio, Varese, Monza e Milano san Vittore, dove il numero dei detenuti ha toccato le 1424 unità contro le 900 disponibili. Celle di 3 metri per 2 con letti a castello a tre piani che raggiungono il soffitto, materassi sul pavimento, scarafaggi, infiltrazioni d'acqua, docce col contagocce. Densità da carro bestiame, pulizia da pollaio. In affanno il governo conferma le sue politiche sicuritarie alimentate da quell'industria dell'incarceramento sociale, vera guerra dall'alto contro immigrati, tossicodipendenti, giovani delle periferie (legge Bossi-Fini sull'immigrazione, Fini-Giovanardi sulle droghe, ex Cirielli sulla recidiva) che l'indulto ha solo momentaneamente tamponato. Annuncia l'ampliamento dei padiglioni esistenti e la costruzione di nuove carceri. Ma ci vorranno anni. Intanto la popolazione reclusa si gonfia e gli studenti sono scesi in piazza. Ma non era già successo?


Paolo Persichetti

23 ottobre 2008

Chiesto il rinvio a giudizio per il direttore di Anatomia nel giallo sui reperti di Giuseppe Casu

La procura ha chiesto di processare il primario del santissima Trinità Antonio Maccioni. Dopo la chiusura delle indagini, adesso arriva la firma del pm Giangiacomo Pilia sulla richiesta di rinvio a giudizio: a breve, il responsabile del Servizio si Anatomia di Is Mirrionis -accusato di aver fatto sparire i reperti dell'ambulante Giuseppe Casu per aiutare un collega sotto processo - dovrà comparire di fronte al giudice preliminare. Per rispondere di una sfilza di reati: soppressione di parti di cadavere, distruzione di atti pubblici, favoreggiamento, frode processuale, falso ideologico.Durante le indagini sulla morte di Giuseppe Casu, uscito cadavere dal reparto di Psichiatria allora diretto da Giampaolo Turri dopo sette giorni di contenzione, il magistrato scoprì che i reperti consegnati dal primario di Anatomia ai consulenti della procura non erano dell'ambulante di Quartu. Qualcuno li aveva gettati via, scrivendo il nome di Giuseppe Casu su un altro contenitore. Per l'accusa il movente è chiaro: Maccioni avrebbe voluto aiutare Giampaolo Turri, primario di Psichiatria sotto processo per omicidio colposo per la morte dell'ambulante. Agli c'è una telefonata di dieci minuti tra Maccioni e Turri risalente al giorno precedente il sequestro dei reperti (31 gennaio 2700), sequestro che la polizia giudiziaria aveva ampiamente annunciato a Maccioni. Oltre lui, chiesto il rinvio a giudizio anche per il tecnico di laboratorio Stefano Esu: avrebbe aiutato il direttore di Anatomia a nascondere il reperto. Il primario, difeso da Luigi Concas e Antonio De Toni, ha sempre negato ogni responsabilità. Ora la Asl dovrà decidere se sospenderlo o meno.

Fonte: Il Giornale di Sardegna

Testimonianze: comunicato di Maria Ciuffi madre di Marcello Lonzi

Dalla morte di mio figlio Marcello, avvenuta nel carcere di Livorno, sono trascorsi 5 anni e 3 mesi. Da quella maledetta sera ne ho sentite tante di versioni, ma quella più sconcertante è che sia stato il compagno di cella ad uccidere mio figlio!Dopo la prima archiviazione del caso da parte del dott. Pennisi è difficile credere ancora nella giustizia. Perchè ho capito che non è uguale per tutti, e la dimostrazione è chiara, come mai dopo cinque anni salta fuori il compagno di cella e non subito? Chi copre per rischiare una condanna a 20 anni? Oppure cosa gli è stato promesso?Di fatto le guardie carcerarie stanno ancora al loro posto, il medico legale dott.Bassi Luciani (autore della prima perizia che portò all'archiviazione) pure e mio figlio è morto e nessuno me lo riporterà.Se questa è la legge italiana, mi vergogno di essere nata in Italia. E non parlo solo per me, ma anche per tutte le persone che muoiono nelle carceri, come Aldo Bianzino morto nel carcere di Capanne (Pg), stesso sistema, come Marcello, alla fine l'archiviazione.Ogni volta che apro un giornale che parla di Marcello leggo: "la madre non si è mai arresa". Ma ora sono arrivata ad un punto che non ce la faccio più, per un anno ho sostenuto le spese del mio avvocato da sola, poi nel 2004 ho conosciuto dei giovani dei centri sociali che devo ringraziare per avermi aiutata a pagare le spese per la nuova perizie e per le ulteriori spese legali, senza quei giovani non so se ce l' avrei fatta.Oggi mi trovo ad avere lo sfratto non perchè non pago l'affitto, ma non ho potuto pagare le spese condominiali, così il comune ha anticipato i soldi che adesso rivuole indietro.Ci tengo a precisare che non ho mai chiesto alcun tipo di aiuto nè al comune di Pisa, nè ad alcun altro ente pubblico, ora però non so proprio come fare.So solo che io a Pisa non ho nessuno e che mio figlio è a Livorno, piazzare una tenda davanti al cimitero per me è la stessa cosa, almeno sarò più vicino a Marcellino.Sempre che non mi scaccino pure da lì.

Ciuffi Maria




P.S: chi volesse aiutare Maria può versare un contributo sul c/c postale n° 66865767 ABI 07601 CAB 14000

Caso Aldo Bianzino. La famiglia: "Subito nuove indagini con una perizia medico-legale"

I parenti di Aldo Bianzino vogliono dimostrare che il falegname fu ucciso in carcere. Tra le circostanze anomale sottolineate dai difensori dei familiari, la posizione del corpo sulla branda, l'essere nudo in periodo autunnale, l'immediato trasferimento del corpo fuori dalla cella e la sua deposizione avanti la porta chiusa dell'infermeria.
L'immediata iscrizione nel registro degli indagati del personale in servizio nella sezione del carcere di Capanne la notte in cui morì Aldo Bianzino, una perizia medico-legale che sgombri il campo da equivoci e stabilisca le cause della morte del falegname di 44 anni in cella per aver coltivato alcune piantine di canapa indiana; accertamenti sui tabulati telefonici degli agenti di turno e un'analisi dei filmati delle telecamere a circuito chiuso.
Tutto questo per dimostrare che - come ritiene la famiglia - Bianzino fu ucciso: l'avvocato Massimo Zaganelli che assiste la compagna e il figlio elenca le sue richieste istruttorie davanti al gip Massimo Ricciarelli che dovrà decidere sull'opposizione alla richiesta di archiviazione. E la storia del detenuto morto in cella ricomincia a fare rumore. Il pm Giuseppe Petrazzini ha ritenuto insussistente l'ipotesi di omicidio volontario chiedendo al giudice l'archiviazione del fascicolo aperto contro ignoti.
Ad avviso della procura, forte della consulenza medico-legale, il decesso del detenuto fu dovuto a cause naturali, ovvero la rottura di un aneurisma cerebrale. "Le indagini eseguite - scrive il pm - non hanno consentito di evidenziare, anche nella forma del minimo sospetto, l'esistenza di aggressioni del Bianzino, né occasioni in cui le stesse potessero essersi verificate". Richiesta alla quale i familiari hanno presentato opposizione: istanza discussa ieri mattina in aula.
L'avvocato Zaganelli, insieme ai colleghi Donatella Donati e Cristina Di Natale, ha illustrato le conclusioni del consulente medico-legale, Giuseppe Fortuni secondo il quale la morte fu dovuta ad un "violento trauma addominale da schiacciamento con conseguente lacerazione epatica, crisi ipertensiva arteriosa correlata alla sintomatologia dolorosa e alla paura con conseguente reazione adrenergica e successiva rottura di una sacca aneurismatica di una vaso arterioso cerebrale".
In sostanza mentre secondo gli esperti del pm non c'è alcun nesso tra la lesione al fegato - dovuta alle manovre rianimatorie - e l'aneurisma, per Fortuni il nesso c'è ed è provato dal fatto che la lesione epatica avvenne in vita mentre quando i medici praticarono i massaggio Bianzino era già morto. In aula il legale ha parlato di "istruttoria lacunosa che non ha consentito di far luce su una vicenda oscura". Tra le circostanze anomale sottolineate dai difensori dei familiari (si sono fatti avanti l'ex moglie, il padre e il fratello) la posizione anomala del corpo sulla branda, l'essere nudo in periodo autunnale, l'immediato trasferimento del corpo fuori dalla cella e la sua deposizione avanti la porta chiusa dell'infermeria.
Circostanze ritenute strane anche dal medico e dall'infermiere. "Di fatto - scrive l'avvocato Zaganelli nella richiesta di opposizione - pur in presenza di un'ipotesi di omicidio, incomprensibilmente la cella e gli oggetti ivi contenuti non vennero sottoposti a sequestro, né disposte indagini tecnico scientifiche... pure la nudità del corpo - sottolinea - poteva suggerire l'ipotesi di un oltraggio fisico o morale anteriore al decesso che si presume sia stato portato a immediata conoscenza del direttore, dell'ispettore capo e dei medici del carcere". Ora la soluzione del caso Bianzino, che tante polemiche ha sollevato, passa al gip che entro dieci giorni dovrà dire se riaprire l'inchiesta oppure chiudere per sempre il giallo del morto in cella.

Fonte: La Nazione

Appello: Chi devasta e chi saccheggia è lo Stato

A più di due anni di distanza dai fatti dell'11marzo di Milano, il 13 Novembre 2008, avrà inizio il processo di cassazione per i 18 compagni condannati a 4 anni di carcere per aver partecipato al corteo che tentò di impedire la sfilata neofascista di fiamma tricolore.
L'imputazione per devastazione e saccheggio, l'applicazione del concetto di concorso morale e, conseguentemente, la lunga custodia cautelare, possiedono un significato politico inequivocabile: delegittimare e reprimere ogni realtà di movimento che voglia muoversi al di fuori del quadro di compatibilità istituzionale. A Milano come a Genova, dove abbiamo visto infliggere pene superiori ai 10 anni sempre per devastazione e saccheggio. A fronte di questa stretta repressiva è apparsa evidente la complessiva impreparazione di coloro che dovevano occuparsi di dare una risposta.L'erosione degli spazi di libertà individuale e collettiva, non sono altro che il risultato della sistematica reiterazione da parte del potere di questi teoremi normativi da "stato di eccezione": è soprattutto attraverso l'elaborazione di pratiche di resistenza solidali e soprattutto rivendicative che possiamo contrastare le politiche di delimitazione della partecipazione portate avanti da quello stesso ordine costituito che ci vorrebbe trasformare in individui docili e disciplinati.
11 marzo 2006, a cinque giorni dall'anniversario dell'assassinio di Dax, alcune centinaia di antifascisti/e scesero in piazza per opporsi alla parata neofascista della fiamma tricolore autorizzata dalla prefettura e dalla questura di Milano, protetta da un consistente schieramento delle forze dell'ordine. Mentre gli antifascisti si dirigevano verso porta Venezia, luogo da cui è poi partita la marcia della fiamma, scoppiavano scontri tra polizia e manifestanti. Il bilancio dei rastrellamenti che seguirono alle cariche fu di 43 persone fermate tra cui tre minorenni. I compagni e le compagne fermati furono trasferiti in varie carceri della provincia. Venticinque rimasero in prigione per più di quattro mesi con l'accusa di concorso morale in devastazione e saccheggio.I limiti espressi nella gestione della piazza non possono delegittimare o svilire le motivazioni che ci portarono ad opporci ai fascisti: proprio da questa analisi vogliamo costruire una rete di solidarietà, che sia anche e soprattutto rivendicativa, nei confronti dei compagni e delle compagne che affronteranno, in terzo grado di giudizio, una possibile condanna a 4 anni e circa 5000euro di multe per i danneggiamenti che si verificarono durante il corteo.Crediamo sia importante sostenere e promuovere sin da ora un'insieme di iniziative di autofinanziamento a livello nazionale, ovunque ve ne sia la possibilità, per sostenere i compagn* inquisit*.
Invitiamo tutte le realtà e tutti i singoli soggetti a promuovere autonomamente, secondo le proprie specificità, qualsiasi iniziativa per far fronte alle spese legali del processo per i fatti dell'11Marzo2006.
L'assunzione di responsabilità, da parte di tutt*, davanti all'eventuale conferma della condanna, e la capacità/volontà di non lasciare soli, con i loro debiti e con le loro condanne, * compagn* inquisiti significano rivendicare la giustezza del loro essersi messi in gioco in prima persona.
Vogliamo dedicare ogni iniziativa alla memoria di Valentina, arrestata e condannata per i fatti di quella giornata. Il suo sorriso ci accompagna nella lotta.


LibereRibelli

22 ottobre 2008

Università. Berlusconi: "Non permettermo occupazioni, devono intervenire le forze dell'ordine"

‘Non permetteremo che vengano occupate scuole e universita’, ha detto Berlusconi durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi. ‘E’ una violenza, convochero’ oggi pomeriggio Maroni per dargli indicazioni su come devono intervenire le forze dell’ordine. Al ministro Gelmini dico: andiamo avanti. La sinistra dice solo menzogne e falsita’. La tv pubblica diffonde ansia e le situazioni solo di chi protesta. Sono preoccupato da questo divorzio tra i mezzi di informazione e la realta’’.


Le proteste e le occupazioni continueranno e “Berlusconi dovrà prendersi la responsabilità delle sue azioni”. Gli studenti rispondono alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, che questa mattina ha annunciato un incontro col ministro dell’Interno Roberto Maroni per studiare “come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che possano accadere” occupazioni di scuole e università. “Ci sconcerta parecchio” questa presa di posizione, dice Luca De Zolt, portavoce nazionale della rete degli studenti medi. “Dal presidente del consiglio non ci aspettavamo certo provocazioni questo tipo”, aggiunge sottolineando che “Berlusconi dovrà prendersi la responsabilità delle sue azioni”. Le dimensioni della protesta “hanno dimostrato, contrariamente a quello che dice il Governo, che non c’è alcuna strumentalizzazione. C’è invece una risposta generale di studenti e docenti che si oppongono al taglio dei fondi e alla riforma Gelmini”.
Di “dichiarazioni gravissime” parla anche Giorgio, del collettivo di fisica dell’università La Sapienza di Roma, che “evidentemente mostrano che il Governo è in difficoltà di fronte alla nostra protesta pacifica e determinata”. A questo punto, spiega, la palla passa ai rettori, che “devono dire da che parte stanno. Hanno il dovere – sottolinea – di dire la loro davanti a dichiarazioni di questa gravità”. Per discutere della stretta repressiva, a La Sapienza (dove attualmente sono occupate fisica, chimica, lettere e scienze politiche) si terrà una assemblea nel pomeriggio. E domattina gli studenti dell’università parteciperanno alla protesta di quelli delle superiori davanti al Senato.
A Napoli gli studenti dell’università Orientale hanno deciso proprio oggi di procedere all’occupazione di palazzo Giusso, rispondendo a Berlusconi che “non accettiamo la militarizzazione del territorio”. Quella del premier è una mossa che si aspettavano, spiegano, dal momento che “ogni giorno arrivano dal centrodestra posizioni e appelli in questa direzione”. Ma questo “non ci fermerà”, sottolinea Andrea. Comunque “non ci stiamo preparando allo scontro – sottolinea – e ci auguriamo che siano solo parole che cercando di spingerci a contenere il conflitto. Noi – precisa – vogliamo semplicemente protestare nelle forme più efficaci”. “Non è possibile ipotizzare che la reazione a una protesta sia quella di ascoltare per quale motivo gli studenti protestano?”, si chiede Federica Musetta, del coordinamento nazionale dell’Unione degli universitari. Ora “stiamo cercando di fare il punto della situazione”, spiega, interrotta proprio nel pieno di una riunione sulle parole di Berlusconi. A breve, annuncia, arriverà una risposta.

Genova: La storia di Manuel morto in carcere

Manuel Eliantonio aveva appena compiuto 22 anni il giorno che è stato dichiarato morto, nel carcere di Marassi a Genova, per «dinamica non definita e patologia non identificata» dal medico del carcere. La foto che pubblichiamo qui sopra è in esclusiva e solleva inquietanti dubbi sulle cause della morte. Dal giorno dopo la stampa nazionale racconta di un tossicodipendente deceduto in carcere dopo un'intossicazione da gas butano, sostanza spesso usata dai detenuti per stordirsi, in assenza di altre droghe.La sera del 23 dicembre dello scorso anno una macchina con a bordo 5 ragazzi, di ritorno da una nottata in una discoteca di provincia, viene fermata dalla polizia stradale in un autogrill della A6 Torino-Savona. I fermati vengono obbligati alle analisi, che risultano positive: hanno assunto cannabis, cocaina e anfetamina. Manuel è l'unico dei cinque a reagire al fermo, fino al momento in cui tenta di fuggire dalla presa della polizia con la scusa di dover andare al bagno. Secondo la versione ufficiale è qui che compie l'ingenuità che lo porterà alla morte: Manuel si illude di poter fuggire, scavalca una rete metallica e si mette a correre tra i rovi che si trovano lungo l'autostrada. Viene ripreso immediatamente e a causa di quel tentativo di fuga è l'unico dei 5 a finire nella caserma di Savona. Da lì l'immediata traduzione in carcere, con una denuncia per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Rimane in carcere fino al 16 gennaio quando riesce ad ottenere la scarcerazione e gli arresti domiciliari in attesa di giudizio. L'istanza di scarcerazione si è mossa a rilento per una serie di piccoli precedenti penali: il ragazzo era stato precedentemente condannato per qualche piccolo furto e per ricettazione, reati connessi alla sua dipendenza dalla cocaina.Dipendenza che stava cercando di combattere con tutte le sue forze, tanto che da qualche mese era in cura al Sert, una cura che lo rendeva nervoso, depresso e spesso fiacco, ma che continuava per poter tornare ad una vita normale.Rimane in carcere fino al 16 gennaio, quando gli vengono finalmente concessi gli arresti domiciliari in attesa di giudizio. Il 25 marzo viene nuovamente arrestato perché non rispettava gli obblighi di dimora e a quel punto inizia il suo calvario. Nei 4 mesi di carcerazione che passano dal secondo arresto alla sua morte viene trasferito 4 volte. Dal carcere di Savona viene tradotto a Chiavari, poi a Torino per un'udienza (dove riesce a vedere i suoi familiari), poi di nuovo di passaggio a Savona, per finire, i primi di giugno, nelle celle del carcere genovese di Marassi dove morirà. La condanna arriva il 4 giugno, durante la sua detenzione: 5 mesi e 10 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. Si inizia a fare i conti dei giorni, programma una vacanza di una settimana con la sua fidanzata per la metà d'agosto, quando sarebbe dovuto uscire.Il 20 luglio però, telefona dal carcere alla nonna: durante la telefonata denuncia di essere stato violentemente picchiato, di avere un occhio gonfio e totalmente nero e segni di botte su tutto il corpo. A quel punto la telefonata viene bruscamente interrotta dal centralino del carcere e la sua famiglia inizia a cercare l'avvocato per presentare un'immediata istanza di scarcerazione. Appena 4 giorni dopo la mamma riceve una lettera con un timbro postale di due settimane prima, le parole di Manuel sono strozzate e sofferenti, quello che scrive è più che chiaro: «Carissime bamboline mie, mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie, ma anche io ho i miei problemi: mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li risputo ma se non li prendo mi ricattano. Sono in isolamento almeno 4 giorni alla settimana, è già tanto che ricevo le lettere. Sto mangiando poco.Ho fatto il processo il 4 giugno, mi hanno condannato a 5 mesi e 10 giorni. Facendo i calcoli, con la galera che ho già fatto da dicembre, dovrei essere fuori i primi d'agosto, se Dio vuole.» La mamma, Maria gli scrive subite un telegramma «Resisti, manca poco. Ti aspettiamo» ma Manuel non lo leggerà mai.«Avevo un brutto presentimento» racconta Maria, «avevo qualcosa dentro che non andava e la sua lettera confermava le mie sensazioni. Ho provato a chiedere un colloquio straordinario per vederlo prima della fine della settimana ma non me l'hanno concesso. Comunque non avrei fatto in tempo: moriva la mattina dopo. Infatti, il 25 luglio alle 9.25 mi arriva quella maledetta telefonata da Marassi "abbiamo una brutta notizia da darle, suo figlio è deceduto. E' inutile che lei venga qui, ché non c'è più".Ho chiuso la comunicazione e sono partita subito per Genova, diretta verso l'obitorio del San Martino. Nel mio cuore speravo in uno sbaglio di persona, pregavo non fosse lui. Non me l'hanno fatto vedere subito, poi sono riuscita ad entrare. Ho trovato mio figlio con una maglietta non sua, che gli stava molto piccola, completamente coperto di lividi su tutto il corpo, con delle chiare tracce di sangue che dal naso salivano verso la fronte e i capelli.Ho riscontrato diversi segni di percosse sul suo corpo e non mi sono mai stati restituiti i vestiti che indossava mentre moriva. La pecca di mio figlio era la cannabis e la cocaina, ma era un buono, non faceva male a nessuno. Doveva essere curato e invece me l'hanno ammazzato. I giornali hanno scritto che si è ammazzato da solo col butano, ma lui aveva il terrore del gas da quando aveva 6 anni. E' l'unica cosa che lo terrorizzava». Ma forse non serve questo a capire che il butano è stata una scusa di comodo usata per la stampa: perché il butano non uccide lasciando il corpo martoriato, il butano non sposta, fa venire emorragie interne, il butano non sfigura il corpo pieno di vita di un ragazzo di appena 22 anni.

21 ottobre 2008

Milano: Polizia carica corteo degli studenti.

A Milano un corteo di studenti, lavoratori e universitari è partito stamattina, dopo l’assemblea degli stati generali alla Statale, per arrivare in piazza Duomo al grido di «la Gelmini non la vogliamo» dietro lo striscione «contro la legge 133 occupiamo l’università». I carabinieri hanno impedito agli studenti – circa un migliaio – di entrare in stazione da piazza Cadorna con cariche e lanci di fumogeni. Un ragazzo già caduto a terra sarebbe stato compito a calci dagli agenti, così come documenta un video girato da uno degli studenti in cui si vede un carabiniere che prima colpisce il ragazzo con una manganellata e poi infierisce con un calcio. Tre sono i feriti e tre i contusi.

Melfi: Licenziato perché indagato. Lo scagionano ma la Fiat non lo riassume.

La sua vicenda giudiziaria si è conclusa con un'archiviazione, ma lui resta disoccupato. Michele Passannante è uno degli operai e sindacalisti licenziati l'autunno scorso dalla Fiat di Melfi per aver ricevuto un avviso di garanzia che gli contestava il reato di associazione sovversiva con finalità terroristiche. Perquisizione a casa a Vietri (nel potentino, metà ottobre 2007) con magro "bottino", gli trovarono solo qualche volantino e lo statuto dei Cobas. Eppure bastò alla Fiat per sospenderlo dall'impiego allo stabilimento lucano e licenziarlo in tronco. Il tutto in soli sei giorni. E' passato un anno da allora. Nel frattempo Michele, 36 anni, si è appoggiato alla pensione sociale della madre per campare, ha continuato con l'impegno politico, pur essendosi sospeso dalla carica di segretario del circolo del Prc di Vietri subito dopo aver ricevuto l'avviso di garanzia. In primavera, il "riconoscimento" dal partito che lo ha inserito nelle liste elettorali per la Camera. E' andata com'è andata, si sa, nessun seggio per nessuno a sinistra. E Michele, che da qualche tempo è entrato nel direttivo provinciale di Rifondazione, si trova a dover combattere ancora con la Fiat che continua a ignorare le conclusioni cui sono giunti i giudici.Il pubblico ministero Francesco Basentini aveva chiesto l'archiviazione del procedimento già a novembre dell'anno scorso. «La notizia di reato è da considerarsi infondata», scriveva allora non solo riguardo al caso Passannante, ma anche su Vincenzo Miranda, Tonino Innocenti, Donantonio Auria, Francesco Ferrentino, licenziati dalla Fiat perchè coinvolti in vicende giudiziarie simili a quella di Michele. Tutti finiti nell'ondata di provvedimenti emessi l'anno scorso nei confronti di un totale di circa 25 operai in tutt'Italia, da Milano a Palermo. «E' stato accertato - scrive il pm - che le persone indagate siano state "avvicinate", a seguito delle rivendicazioni sindacali verificatesi nella nota "primavera di Melfi" con 21 giornate di sciopero dei lavoratori dello stabilimento, da soggetti operanti negli ambienti sovversivi». Soggetti che «sfruttando illecitamente alcune sigle sindacali e segnatamente quella dello Slai-Cobas - continua Basentini - avrebbero cercato di attuare un'intensa operazione di proselitismo e di reclutamento di risorse umane da integrare nei programmi di lotta armata». Ma le verifiche della Digos sugli operai lucani indagati, conclude il magistrato, «non hanno dimostrato una piena e convinta partecipazione di costoro ai programmi sovversivi», bensì «al più segnali di mero interesse, non penalmente punibile, senza rilevanti profili di coinvolgimento soggettivo e materiale negli obiettivi strategici dell'organizzazione terroristica». Dunque, accuse «infondate». E così le hanno ritenute i giudici che hanno accolto la richiesta di archiviazione. Già alla fine di marzo 2008. Solo che la Fiat non se n'è accorta. O ha fatto finta.«Strano», rileva Paolo Pesacane, segretario del Prc Potenza. «E' singolare che l'azienda abbia licenziato anche operai che non avevano ancora ricevuto un avviso di garanzia e il cui nome non era nemmeno comparso sui giornali, come Francesco Ferrentino, rsu in fabbrica, accusato per la sola distribuzione di volantini. Come minimo si può ipotizzare una fuga di notizie dalla procura ai vertici aziendali. Singolare che la Fiat si ostini a ignorare l'archiviazione dell'inchiesta». Di fatto, Michele Passannante dall'anno scorso non ha più messo piede in fabbrica. Anche se a maggio il giudice gli ha accordato un reintegro temporaneo in attesa della chiusura del procedimento a suo carico. Vi si è opposta la Fiat che ha presentato ricorso contro la riassunzione in via cautelare ed ha ottenuto ragione in tribunale. «Con l'archiviazione, vengono a mancare i presupposti del licenziamento», spiega Lina Grosso, legale di Passannante, soffermandosi molto anche sul fatto che «solo da un mese sappiamo dell'archiviazione. E' vero che come dicono in tribunale non c'è obbligo di comunicazione verso gli avvocati, ma il decreto è stato disposto a marzo! Questi operai non possono pagare il prezzo di una giustizia lenta e ignorante...». Per alcuni degli operai licenziati sono già state fissate le udienze sull'istanza di reintegro. Alcune a febbraio, altre a maggio dell'anno prossimo. «Ma vorremmo far fronte comune tra avvocati per portare avanti la questione insieme e magari arrivare ad un'unica udienza straordinaria al più presto», continua Grosso. L'obiettivo è ottenere che il magistrato non solo intimi alla Fiat il reintegro dei licenziati, ma che predisponga anche il divieto di trasferimento, per evitare casi come quello di Vincenzo Miranda, l'unico tra gli ex indagati ad essere stato reintegrato, ma staccato in uno stabilimento Fiat in Toscana. «Fa male aver saputo solo dopo tanto tempo dell'archiviazione», commenta Passannante. «Ora incrocio le dita...». Per la segreteria provinciale del Prc potentino, «l'archiviazione pone fine ad ogni possibile discussione. Siamo assolutamente persuasi che sia un atto dignitoso, da parte della Fiat, quello di revocare i licenziamenti, senza aspettare le scontate decisioni del Giudice del Lavoro», recita una nota. «Un tale gesto potrebbe rappresentare la base per intraprendere un confronto dialettico più corretto tra le parti sociali, all'interno così come all'esterno della fabbrica più importante del Mezzogiorno, e potrebbe provare a scongiurare una interpretazione di quei licenziamenti come esclusivamente politici. Qualora ciò non avvenga in tempi rapidi, chiediamo che le istituzioni, provinciale e regionale, intervengano per chiedere con fermezza alla Fiat la riassunzione dei lavoratori ingiustamente licenziati».

Roma: Sgomberato l'Horus occupato. Il comunicato del Prc

Questa mattina alle 7 venti camionette tra polizia e carabinieri, in assetto antisommossa, hanno occupato militarmente piazza Sempione e hanno violato l’ingresso dell’Horus occupato.
Il sindaco Alemanno si assume la responsabilità politica di dichiarare guerra alla città intera, agli spazi sociali, a chi lotta per la casa, alle reti contro la precarietà, a chi si batte quotidianamente per diritti e dignità. E’ evidente che il sindaco Alemanno porta il suo attacco a tutte le esperienze di autorganizzazione sociale attraverso la criminalizzazione della pratica dell'occupazione. Esperienze che in questi anni con la appropriazione di spazi sociale hanno contribuito a creare quella socialità che si oppone alla desertificazione sociale e culturale a cui questa città sembra destinata, da quando è diventata teatro di sperimentazione delle politiche securitarie.
C’è bisogno di dare una risposta politica forte e chiara alla follia securitaria, all’intolleranza, al fascismo.
Valorizzare le esperienze dei centri sociali per potenziare una fitta rete di relazioni, di progetti, di campi di intervento: dalla casa alla formazione, dalla produzione culturale indipendente all’antiproibizionismo. Valorizzare per mettere al centro questa ricchezza, una parte di città che nessuna istituzione può ridurre al silenzio. Le esperienze di autogestione e di occupazione non staranno nell’angolo, non aspetteranno di subire colpi, non arretreranno di un passo.
Nell’esprimere solidarietà alle compagne e compagni dell’Horus occupato rilanciamo la nostra comune, volontà e determinazione a difenderci dagli attacchi che mirano a negare la legittimità e ruolo sociale, pronti a tornare ad animare le strade e le piazze della città contro chi, al legittimo dissenso, contrappone politiche repressive e autoritarie.

Roma 21 ottobre 2008

Italo Di Sabato
Resp. Naz.le Osservatorio sulla Repressione del Prc/Se

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