30 settembre 2008

Parma: Immigrato picchiato dai Vigili

Il volto tumefatto dello studente ghanese e la sua denuncia ("sono stato insultato e picchiato dai vigili") incendiano il dibattito politico nella città della sicurezza. Un ritorno di fiamma che investe le istituzioni di Parma a poche settimane dalla foto di una prostituta accasciata a terra sul pavimento di una cella della polizia municipale. La procura ha aperto un'inchiesta affidata al sostituto procuratore Roberta Licci. Chiede ai carabinieri che hanno raccolto la denuncia del giovane di non diffondere informazioni. Hanno disposto una visita medica per il ragazzo. Nel frattempo, anche il Comune cerca di far luce sull'episodio. L'assessore alla sicurezza Costantino Monteverdi ha convocato una riunione con i dirigenti della polizia municipale. Del caso si sta interessando anche l'Ufficio antidiscriminazioni del ministero delle Pari opportunità. La Cgil parla di "episodio sconcertante e di una gravità inaudita". Il caso diventa nazionale con interrogazioni e prese di posizione dell'intera opposizione, dalla Sereni a Ferrero. Emmanuel Bonsu si è presentato ai carabinieri insieme alla sua famiglia, con in mano una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale e un verbale del pronto soccorso. Spaventato più che arrabbiato, ha mostrato una busta del Comune di Parma con la scritta "Emmanuel negro" (LA FOTO). Dice che gliel'hanno data i vigili quando, dopo cinque ore passate nella cella del comando, lo hanno rilasciato. Il comandante della polizia municipale Emma Monguidi ipotizza che sia stato lui stesso a fare quella scritta e spiega che l'occhio nero è il frutto di una caduta a terra, rovinosa e fortuita: voleva sottrarsi ai controlli. Cercavano uno spacciatore, ma in manette c'è finito uno studente che, ironia della sorte, sta per iniziare a lavorare come volontario in una comunità di recupero per tossicodipendenti. In attesa dell'esito degli accertamenti, è la politica a occupare la scena. Da giorni s'interroga sulle sette ordinanze anti-degrado firmate dal sindaco Pietro Vignali sulla scia del decreto Maroni. Ordinanze che colpiscono prostitute, clienti, accattoni, gente che schiamazza e che butta i mozziconi di sigaretta per terra. La scorsa settimana è stato annunciato l'arrivo di un elicottero, unità cinofile, diciotto nuovi agenti e manganelli per i vigili urbani. Ma ci si interroga sull'opportunità di affidare a questi ultimi compiti di polizia, per i quali non sono adeguatamente preparati


Chiaiano è militarizzata: sabato le cariche della polizia, oggi un arresto

Dopo le cariche della polizia dello scorso sabato contro il corteo pacifico del «Jatevenne day» oggi un’altra aggressione agli abitanti di Chiaiano che intorno alle 13 hanno cercato di bloccare la marcia di cinque mezzi pesanti dell’esercito diretti nella cava carichi di pietrisco. I manifestanti, un centinaio, andavano a passo lento, una tattica usata per rallentarne i mezzi. Dopo una ventina di minuti hanno lasciato il passo libero ai camion che si sono diretti in via cupa dei cani, verso la cava. «È stato allora che improvvisamente hanno arresto Mauro Bertini [ex sindaco di Marano ndr.] – racconta Santolo che stamattina era lì – un esponente di rilievo del Presidio permanente di Chiaiano e Marano. La polizia era schierata in assetto antisommossa senza alcun motivo, i manifestanti erano disarmati e c’erano molti anziani». Bertini ora si trova nel commissariato di Scampia in stato di fermo.
Per l’apertura della discarica i tempi si allungano. Se, in prima ipotesi, la data di messa in funzione del primo lotto era prevista per mercoledì 8 ottobre, ora anche il sottosegretario all’emergenza rifiuti, Guido Bertolaso, tentenna. Forse la fine del mese prossimo, forse tra quattro mesi scrive «Il mattino». Bertolaso poi rincara la dose e, dai microfoni di Radio 24, dice «quelli che protestano sono quelli che quando ero commissario straordinario durante il governo Prodi mi impedirono di risolvere il problema». A lui risponde Monica Frassoni, presidente del gruppo parlamentare dei Verdi europei, «Le accuse di Bertolaso sono del tutto fuori luogo. Farebbe meglio a trovare risposte agli interrogativi sollevati dall’Unione Europea sulla sua gestione dell’emergenza rifiuti aperta da circa un anno e che a tutt’oggi non è affatto chiusa – dice – Infine, il sottosegretario, anziché attaccare gli ambientalisti, spieghi bene che il governo Berlusconi non sta facendo nulla per affrontare nell’unico modo serio il problema rifiuti. Infatti, è solo attraverso la riduzione della massa dei rifiuti e la raccolta differenziata che si può parlare di superamento dell’emergenza». Ma l’emergenza per il governo si risolve schierando l’esercito che ieri ha anche occupato l’altopiano del Formicoso, in Irpinia. Anche qui inizieranno i «rilievi tecnici», le analisi e sarà istituito un comitato di esperti per verificare la possibilità che il territorio possa ospitare uno «sversatoio» [il terzo dopo quello di Ariano Irpino e Savignano] con una capienza tra gli 800 e i 1000 metri cubi di «tal quale», cioé rifiuto urbano solido indifferenziato. La scena si ripete. Così dopo mesi di battaglia oggi quindici sindaci dell’Alta Irpinia si sono incatenati davanti a palazzo Chigi in attesa che qualcuno spieghi quale sarà il futuro della loro terra e dei cittadini. «Non protestiamo per la discarica ma per le tre discariche. Non è possibile che si è deciso di realizzare una terza discarica sullo stesso territorio, a poca distanza dalle altre. Berlusconi – dicono i sindaci – ha deciso di fare dell’Alta Irpinia la pattumiera d’Italia».
E oggi un altro sindaco, quello di Marano, Salvatore Perrotta, ha visto ancora una volta negato l’accesso dei suoi tecnici nella ex cava. Perrotta però non si arrende e ha annunciato la sua «contromossa»: nominerà assessori con delega al «No alla discarica» ed alla «Tutela del territorio del Parco delle Colline» i geologi Franco Ortolani e Giovan Battista de Medici «in modo che possano acquisire lo status di rappresentanti istituzionali ed entrare con me nella cava. Se anche così ci negheranno l’accesso vorrà dire che davvero siamo in deficit di democrazia», ha commentato il sindaco.

“Stop all’indecenza”, un video degli “Ultras liberi”

In risposta al cortometraggio "Stop alla violenza" del Ministero.

Dai “Boys Parma 1977” abbiamo ricevuto la segnalazione di un video di controinformazione ultras, realizzato in risposta al cortometraggio 'Stop alla violenza', diffuso lo scorso fine settimana dal Ministero dell'Interno. Il video è intitolato 'Stop all'indecenza'.
Per vederlo, scaricarlo, e per eventuali ulteriori informazioni:



Il video 'Stop all'indecenza' è a disposizione di tutti. E' stato firmato genericamente 'Ultras liberi'; può essere visto, scaricato e distribuito in totale libertà.

29 settembre 2008

Padova: Due ragazzi picchiati dal magazziniere perché sospettati di furto al market

Due giovani (un ragazzo e una ragazza) entrano in un market del centro storico di Padova: i responsabili del negozio li conoscono da tempo perché ogni volta che entrano, poi va a finire che qualcosa sparisce. Per questo motivo li tengono d'occhio. Ma a differenza di altre volte, quel pomeriggio di agosto qualcosa accade. All'improvviso arriva un magazziniere. E partono pugni: poi urla, sputi, accuse reciproche, bestemmie. Per dieci minuti. Con i clienti che entrano, si spostano, o si fermano terrorizzati a guardare.Nessuno interviene, se non un ragazzo di colore per «disarmare» il giovane che nel frattempo ha preso dallo scaffale una bottiglia, brandendola a mo' di coltello. Alla fine i due giovani decidono di andarsene. Il ragazzo esce dal negozio malconcio. Lei urla. Mentre il magazziniere riprende il suo posto. Come se nulla fosse.Le immagini sono tratte da una sequenza di «frame» immortalati con una videocamera a circuito chiuso. L'episodio risale al sette agosto di quest'anno.L'uomo dopo aver neutralizzato la ragazza (gettata a terra con uno spintone) si è concentrato sul ragazzo, afferrandolo per il collo e «schienandolo» sopra la cassa. Poi riempiendolo di pugni in faccia, fino a costringerlo a superare le casse quasi per guadagnarsi l'uscita e la salvezza. Mentre la ragazza, tenuta a bada da un altro dipendente, continuava a inveire contro il magazziniere.

Guarda il Video

fonte: La Repubblica

Napoli: scontri al corteo antirazzista. Aggredito un immigrato

Momenti di tensione nel quartiere napoletano di Pianura, dove questa mattina si è svolto un corteo antirazzista organizzato dagli immigrati. Alcuni abitanti del quartiere hanno cercato di impedire agli extracomunitari di rientrare nei loro alloggi: un giornalista è stato malmenato, uno dei manifestanti è stato spinto a terra da un gruppo di persone del posto, che ha provato ad aggredirlo. L'uomo è stato salvato da un carabiniere; uno degli aggressori è stato fermato.

L'immigrato finito a terra ha un regolare permesso di soggiorno, ottenuto per motivi di salute: "Kasmir è stato portato in ospedale da un'ambulanza - racconta il portavoce degli organizzatori della manifestazione, Aboubakar Soumahoro - quando lo hanno accerchiato stava andando a sottoporsi alla dialisi. Soffre di reni, e attende di poter fare un intervento di trapianto. E' qui per questo". Il giornalista picchiato si chiama Arnaldo Capezzuto, e lavora per il quotidiano Il Napoli.

Ancora una volta, a scaldare gli animi sono state soprattutto le donne di Pianura. Gridando "andatevene, andatevene", un cordone umano di residenti ha organizzato un blocco stradale. Tentando di impedire agli immigrati di rientrare, in via dell'Avvenire, nel fabbricato da loro occupato, giudicato fatiscente e che avrebbe quindi dovuto essere sgomberato nei giorni scorsi. Spintoni e insulti nella calca, poi le forze dell'ordine sono riuscite ad aprire un varco e a far rientrare gli immigrati.

Uno di loro però è rimasto indietro: è su di lui che i contro-manifestanti hanno provato a infierire. "Vattene, vattene", gli hanno gridato prima. L'uomo è stato poi accerchiato, buttato a terra, e salvato da un carabiniere. Sul posto anche un'ambulanza per una delle donne, che ha sostenuto di avere problemi di cuore.

"Ora abbiamo paura anche di andare a fare la spesa al supermercato - hanno commentato i partecipanti al corteo - non basta neanche il presidio delle forze dell'ordine in via dell'Avvenire: si devono identificare tutti i mandanti di questi episodi di violenza, perché hanno dei nomi e dei cognomi".

Fonte: La Repubblica

Rovereto: giovane picchiato dai fascisti

Il giovane roveretano era seduto ad un tavolo che si mangiava un panino assieme ad alcuni amici, quando è entrato un gruppetto di ragazzi. Estremisti di destra. Lo hanno picchiato

Quel che è certo è che lui è finito all'ospedale con il viso tumefatto, un buco in testa, qualche taglio e parecchia paura addosso. Ma non abbastanza, per fortuna, da rinunciare a denunciare un fatto che, se verificato in ogni suo particolare, fa venire i brividi. Lui è un giovane roveretano, loro sarebbero due estremisti di destra. Due teste calde che, durante la notte, hanno dato il peggio di loro. La serata inizia sabato verso l'1.30 in un locale del centro città. Il giovane roveretano era seduto ad un tavolo che si mangiava un panino assieme ad alcuni amici, quando è entrato un gruppetto di ragazzi. Estremisti di destra, racconta lui: «Impossibile sbagliare - spiega - e non solo perché li avevo visti durante la manifestazione del pomeriggio nel gruppo, con quelle scope in mano come bastoni. Sulle giacche, le spilline della Fiamma Tricolore. Uno di loro aveva in mano una bottiglia di birra, la teneva nascosta». Ed è su questo che è iniziata la discussione. Il giovane roveretano sa cosa vuol dire gestire un locale. E ha detto la sua: «Ho fatto notare che non era un gesto carino entrare in un pub con una birra già in mano, e lì è inizia una discussione. Ma ho subito capito che non era il caso di insistere, quindi mi sono scusato e sono tornato al mio tavolo». Ma la vicenda non si è chiusa lì. Prima l'hanno seguito, mentre assieme al gestore del pub era uscito a fumarsi una sigaretta: «Sono venuti lì ed hanno iniziato a dire "Scooterista antifascista", e poi ad offendere e minacciare con frasi tipo "Ti conviene dormire nel locale, altrimenti ti massacriamo di botte". È vero, lo sa mezza città. Io non frequento partiti politici, non vado a manifestazioni, ma voto a sinistra. Ma non vedo perché questo debba essere un problema». I problemi ci sono stati poi, quando lui è tornato a casa. È salito nell'appartamento ed ha preso il cane, per portarlo fuori prima della notte. In via Tartarotti, l'incontro: «Due di quelli incontrati al bar mi hanno visto e mi sono corsi incontro. Loro erano due, io uno solo. E hanno iniziato a picchiarmi. Persino il cane si è preso qualche calcio. Quando un pugno sulla tempia ha fatto sgorgare parecchio sangue, devono essersi spaventati e si sono allontanati». Quindi lui ha potuto chiamare i carabinieri, che hanno mandato due macchine in centro. «È stata questione di pochi istanti: mentre arrivavano i carabinieri i due sono tornati indietro, forse pensando di continuare. Io li ho quindi indicati ai carabinieri, che li hanno fermati e identificati». Il giovane ora è a casa, con una prognosi di otto giorni e un'arrabbiatura addosso che fatica a passare: «È sconvolgente che certe cose accadano a Rovereto. Che cosa vogliono, tornare agli anni Settanta? Mi pare una follia. Io dico solo una cosa: è Divina che me li ha portati in città, è la sua campagna elettorale fatta di paura. Io posso solo dire questo: non ho mai avuto paura di un extracomunitario, ma ora ho paura di questa gente di Forza Nuova e Fiamma Tricolore».


fonte: L'Adige

28 settembre 2008

Chiaiano - Cariche al corteo contro la discarica

Circa 7000 persone hanno manifestato per lo jatevenne day, contro la discarica di Chiaiano e in generale per difendere la Campania da un 'piano rifiuti' che in realtà è un crimine economico, sociale e ambientale!Insieme ai comitati venuti da molte parti della Campania (Giugliano, Acerra, Terzigno, Ponticelli..) e a realtà nazionali come i No Dal Molin di Vicenza, sono scesi in piazza migliaia di napoletani e soprattutto di cittadini di Chiaiano e Marano. Un successo che non era scontato, dopo 5 mesi di resistenza, dopo le violenze della polizia a maggio e dopo la propaganda spesa a piene mani (e anche il denaro) da parte del governo Berlusconi. La manifestazione di oggi dimostra che sarà dura per il governo e il commissariato fare la discarica!Avevamo chiesto al termine della Manifestazione che una delegazione di almeno 50 cittadini entrasse nella cava. un fatto simbolico ma fondamentale, per significare che quel territorio è di chi lo vive e non può essere espropriato dalla democrazia e militarizzato dagli eserciti. Avevamo anche chiesto che Bertolaso aprisse finalmente un confronto pubblico sulle alternative a megadiscariche e incenerimento, alternative che esistono ma vengono scartate per ragioni di business!.Specie dopo la lettera-propaganda inviata oggi a tutti i giornali. Nessuna delle due condizioni è stata accettata.Perciò, al termine del corteo, dopo un ulteriore trattativa andata male, abbiamo fatto quello che avevamo pubblicamente annunciato. Siamo andati avanti verso la cava! Solo con i nostri corpi o strumenti esclusivamente difensivi dei colpi, come i caschi. Questo avevano deciso infatti i cittadini partecipanti del presidio. Abbiamo vissuto con emozione la compattezza con la quale un corteo di gente comune è avanzato e anche le tante case intorno che su richiesta del corteo hanno acceso le luci per contrastare il buio incipiente. (Così come abbiamo apprezzato i commercianti che oggi hanno raccolto l'apppello alla serrata contro la discarica).Ma la polizia ha preso a manganellare furiosamente e a caricare. Soltanto a quel punto il corteo si è autodifeso come poteva, perchè mai più permetteremo un 23 maggio e sono nati dei blocchi su via Cupa del Cane (quella delle cariche) e delle strade intorno. Ma quest'aggressione gratuita dimostra quale sia il concetto di democrazia di chi sta occupando incostituzionalmente i nostri territori per fare i suoi affare in nome 'dell'emergenza'.Quei blocchi rappresentano anche un simbolo: se insisteranno a fare quest'assurda discarica riprenderemo a bloccare, pubblicamente e in massa. Così come mercoledì accoglieremo 'degnamente' il premier Berlusconi per ricordargli l'assaggio di democrazia che ci ha fatto vedere oggi...!Dopo le cariche, con una ragazza fermata e diversi feriti, abbiamo capito meglio il senso dell'azione di stamane, quando carabinieri con mitra puntati al volto hanno fermato tre attivisti che portavano al corteo le sue coreografie. I ragazzi sono rimasti sequestrati in caserma per due ore. Sequestrati dei pannelli di plexigas su cui erano disegnati degli alberi. Li hanno classificati come 'armi improprie'. Ci chiediamo che arma impropria sia un pannello...? Evidentemente serve solo a pararli, i colpi, ma loro avevano deciso di caricare gente più indifesa possibile. La compattezza e la determinazione del corteo, dei tantissimi cittadini e attivisti venuti dalla Campania e da altre parti d'Italia, ha evitato il peggio.Già da domani è convocata l'assemblea sul presidio per pianificare il prosieguo della lotta, mentre invitiamo tutte le realtà ambientaliste a costruire insieme una grande mobilitazione regionale contro chi sta dilaniando la Campania.
Comitati contro la discarica di Chiaiano e Marano
Rete Campana 'Salute e Ambiente'

Galleria Fotografica a cura di Alternative Visuali
Il video sulla fase finale del "Jatevenne Day", con il tentativo del corteo di oltre 5000 persone di arrivare alla cava che vogliono trasformare in discarica. Si può osservare chiaramente come, fallita la trattativa che chiedeva che almeno una delegazione di cittadini entrasse simbolicamente nella cava (per simboleggiare che il territorio è dei cittadini e non può essere espropriato alla democrazia e militarizzato), la testa del corteo comincia a procedere verso la cava stessa senza strumenti offensivi (una decisione del presidio che viene comunicata anche dall'amplificazione del corteo). Ciò malgrado poliziotti e carabinieri prendono a caricare e manganellare pesantemente. Solo dopo quest'aggressione il corteo ha cercato di difendersi creando blocchi per proteggere la ritirata delle persone. In migliaia infatti i cittadini e le cittadine, gli ambientalisti e gli attivisti che sono saliti su via cupa del cane, malgrado il ricordo dei pestaggi già subiti a maggio dalla polizia. La lotta per la democrazia e la salute continua

27 settembre 2008

G8 Genova: Processo Diaz "La polizia falsificò i verbali lo dimostra una ripresa video"

La contraddizione è stata fatta emergere dall'avvocato Riccardo Passeggi, legale di uno studente inglese .

«Il video in cui il mio assistito viene picchiato dai poliziotti prova ulteriormente la falsità dei verbali redatti dalla polizia, il giorno dopo l'irruzione alla Diaz. Le carte dell'arresto lo collocano all'interno della struttura, intento a opporre una strenua resistenza. Ma le immagini lo posizionano in modo incontrovertibile all'esterno della scuola». Lo ha detto l'avvocato Riccardo Passeggi, difensore di Marc Covell, uno dei 93 arrestati durante l'irruzione alla Diaz il 21 luglio 2001. Dichiarazione pronunciata ieri, durante l'ultima udienza riservata alle parti civili, nell'aula bunker del tribunale di Genova, dove si sta celebrando il lungo processo sui fatti avvenuti all'interno della scuola Diaz durante il sanguinoso G8 di sette anni fa. Molti dei legali dei ragazzi che si sono costituiti parte civile hanno insistito sulla falsità dei verbali stilati dalla polizia. Tra questi l' avvocato Riccardo Passeggi che ha commentato il filmato prodotto dalle parti civili che mostra Marc Covell, uno dei ragazzi feriti, esanime, fuori dal cancello dell'istituto. «Marc Covell è il primo che i poliziotti incontrano quando arrivano alla Diaz e viene letteralmente massacrato di botte. Dunque, non può contemporaneamente trovarsi all'interno dell'edificio, impegnato a contrastare l'ingresso degli uomini in divisa», spiega Passeggi.«Il video in questione è quello su cui è stata fondata la requisitoria del pm, nel luglio scorso. Quello che deve essere dimostrato - fa eco Marco Corini, uno dei difensori dei poliziotti alla sbarra per i fatti del G8 - è se Covell, nei verbali, viene collocato all'interno della Diaz per una macchinazione dolosa da parte di chi materialmente ha stilato le carte dell'arresto. O per un errore, visto che chi ha redatto i verbali, sulla base degli elenchi forniti quel giorno dagli ospedali cittadini, è persona diversa da chi è intervenuto la notte della Diaz».Nel video in questione sono ripresi vicini al ferito anche Spartaco Mortola, all'epoca capo della Digos di Genova e il suo vice, Carlo Di Sarro. Mortola, uno degli imputati per il falso verbale d'arresto a carico dei 93 occupanti, venne interrogato dai pm anche sul perché non scrisse del ferimento di Covell davanti alla scuola. «Sul momento non accertai - spiegò Mortola - chi fosse quel ferito né perché fosse stato oggetto di pestaggio».L'udienza è stata aggiornata a mercoledì. Il tribunale ascolterà il difensore del responsabile civile (il ministero degli Interni) poi la parola passerà alle difese degli imputati.



fonte: il secoloXIX

26 settembre 2008

Caso Lonzi: Il Pm non si ferma

"Mamma non ti preoccupare, è tutto a posto, stai tranquilla". Un bacio veloce con quelle mani costrette dalle manette che negano anche la gioia dell'abbraccio. Solo qualche secondo e poi via veloce di nuovo sul cellulare scortato dagli agenti della polizia penitenziaria. Ghelardini esce dal Palazzo di Giustizia intorno alle 15,30 dopo due ore di interrogatorio del pubblico ministero Antonio Giaconi. Il pm lo ha convocato per l'ennesima volta nel suo ufficio al secondo piano del tribunale di via Falcone e Borsellino volta in qualità di indagato per il caso Lonzi. Su di lui pende un'accusa pesantissima: omicidio (articolo 575 del codice penale). Secondo il sostituto procuratore Giaconi, che ha riaperto l’inchiesta sulla misteriosa morte in carcere di Marcello Lonzi avvenuta nel luglio del 2003, sarebbe proprio il compagno di cella il responsabile di quanto successo quel giorno nel carcere delle Sughere. Dalla porta del pm, Ghelardini esce accompagnato da tre guardie carcerarie e al suo seguito ecco spuntare l'avvocato di fiducia Matteo Dinelli. E' lui il legale che attualmente si sta occupando della difesa. La nomina è arrivata in questi giorni a causa della sospensione da parte del consiglio dell’ordine degli avvocati nei confronti di Mario Maggiolo, ex avvocato di Ghelardini. L'indagato stavolta ha risposto a tutte le domande che il sostituto procuratore gli ha rivolto. Si è parlato di quel giorno, quel 11 luglio di cinque anni fa. Il pm è entrato nello specifico approfittando della volontà dell’in - terrogato di parlare sull'argomento. Ma la versione è quella che lo stesso indagato aveva fornito anche nel giugno scorso davanti ai microfoni del pm: estraneo ai fatti. Ghelardini infatti ha respinto ogni addebito sostenendo di come non abbia visto niente, di come si sia svegliato ed abbia visto Lonzi già steso a terra privo di vita. Il racconto in sostanza è sempre lo stesso. Ghelardini ha raccontato di come lui quel giorno dormisse in cella. Poi a un certo punto ha sentito un tonfo, un rumore sordo. prendo gli occhi ha visto che il suo compagno Lonzi era riverso a terra con del sangue al volto dopo che aveva sbattuto la faccia, probabilmente contro le ringhiere del letto a seguito di un arresto cardiaco. Indizi nei confronti di Ghelardini per adesso, ce ne sono pochi. Il tentativo forse da parte del dottor Antonio Giaconi è quello di "far ricordare" qualche particolare all'indagato ai fini di far chiarezza sulla vicenda. Marcello Lonzi stava scontando una breve condanna nel carcere delle Sughere. Quell'11 luglio venne trovato privo di vita a causa di una ferita lacero contusa alla testa. Ma ci sono anche delle foto inquietanti che girano su internet a riguardo della morte di Lonzi. Basta digitare il nome del ragazzo morto in carcere su un motore di ricerca per vedersi apparire davanti immagini poco adatte ai minori riguardanti il cadavere di Marcello Lonzi ispezionato dal medico legale. Immagini che lasciano poco spazio alla fantasia e instaurano più di un dubbio sulla "morte naturale" come in un primo momento la magistratura suppose. Oggi intanto è attesa nei locali della procura di Livorno, Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi. La convocazione giunge direttamente dalla segreteria del pm Giaconi. La donna, che combatte per avere giustizia sulla morte del figlio, non si è mai arresa. E oggi più che mai chiede la verità.

fonte: corriere di livorno

Bologna: Polizia municipale contro homeless

Alle ore 9.45 di oggi, giovedì 25 settembre, quattro poliziotti municipali, due uomini e due donne, molestano un homeless, seduto in una panchina della bellissima piazza San Francesco, in centro a Bologna. Lo costringono ad alzarsi, gli fanno raccattare carrello e sacchetto dei vestiti. Lo cacciano via dalla Piazza.
Sono presenti alla scena pochi cittadini che osservano (tutti) increduli la scena.
Vado a chiedere cosa sta succedendo e quali i motivi. Testualmentemi rispondono: "facciamo rispettare l'Ordinanza". Quale? quante? "Non importa, ve ne sarà certamente una". I quattro poliziotti municipali tacciono. Si guardano tra loro. Tacciono.
Parla ora questo cittadino che stiamo chiamando homeless e, parlando a voce alta, ricorda che Leonardo è stato sì un genio, ma che ha sbagliato tutto quando si è messo a progettare le armi per la guerra; lì e da lì in poi non sarebbe più stato un genio.
Nessuno di noi parla più. Ce ne andiamo tutti. La piazza è vuota.
Per quattro poliziotti locali (e per chi li ha mandati) il problema è stato risolto. La causa è stata rimossa.
La causa era questo *povero cristo*: é lui il responsabile del degrado, dell'insicurezza. Come mi è stato detto: era lui il motivo per cui "i bambini non giocano più in Piazza" e per cui "anch'io ho il diritto di sedermi" non viene rispettato (badate che c'erano almeno altre quindici panchine libere).
Gli ex vigili urbani non vedono e si curano delle decine di auto della Finanza parcheggiate impropriamente ed ovunque, nè vedono due auto della Polizia che percorrono contromano la strada sulla loro sinistra. Ma tant'è, "non siamo qui per questo". Sono qui per cacciare un barone, un homeless, un povero.
E' lui il nemico, è lui ed il suo corpo il responsabile del degrado della vita sociale e relazionale nella nostra città.
Bologna è comandata da ex comunisti travestiti ora da evangelisti del mercato, custodi della sicurezza e della proprietà come lo sono i Zanonato, i Tosi, gli Alemanno.
Essi sono i nemici del comune.
Mandiamoli via. Perchè dove un povero non può sedersi su una panchina lì il sole è tramontato e la città non è altro che un vuoto luogo, in cui nessuno è più cittadino.

Gianmarco De Pieri, residente del Quartiere Saragozza.



ps: mi piacerebbe che i quattro poliziotti leggessero "Il sole dei morenti" di C.Izzo, edizioni e/o; qualcuno glielo faccia leggere

G8 Genova: anche Fournier nel mirino per il massacro della Diaz

"Pure lui protagonista delle violenze"Il funzionario aveva denunciato la "macelleria messicana" nella scuola

E se anche il funzionario che denunciò con amarezza la «macelleria messicana» cui suo malgrado aveva assistito ? il poliziotto "buono", il vicequestore Michelangelo Fournier - avesse in realtà scientemente partecipato al massacro della scuola Diaz? L´inquietante interrogativo è stato lanciato nel corso dell´udienza per il famigerato blitz del G8, e a farlo è stato un avvocato delle parti civili, Domenico Giannantonio. Che ha rafforzato la sua clamorosa tesi con una serie di «prove giuridicamente provate». Secondo il legale, Fournier avrebbe preso parte attivamente all´ignobile pestaggio, «sferrando un calcio in faccia ad uno dei 93 no-global. Picchiando, e divertendosi». Altro che fermare gli agenti, gridando «Basta, basta, basta!», e soccorrere le vittime. Incrociando le testimonianze del dibattimento, in particolare quelle delle parti offese, con molti indizi «gravi, precisi e concordanti», Giannantonio ha ricostruito una delle pagine più nere nella storia della Polizia dello Stato. Partendo dalla telefonata fatta dall´allora capo della polizia, Gianni De Gennaro, al suo braccio destro Arnaldo La Barbera. Ricordando il disegno complessivo del Ministero dell´Interno così come illustrato dal prefetto Ansoino Andreassi: c´era da recuperare l´immagine davanti a tutto il mondo, bisognava fare più arresti possibile. «In via Cesare Battisti l´obiettivo era quello di fare male a tutti i presenti, di ferirli e mettere a soqquadro l´istituto per far credere ad un episodio di resistenza da parte di fantomatici Black Bloc». Una mattanza cui non si sarebbe sottratto neppure Fournier, che per sua stessa ammissione era l´unico a parlare inglese: «Un uomo con la divisa del VII Nucleo sperimentale spaccò la testa con un calcio ad un ragazzo, gridandogli ?Shut up!´, stai zitto, e poi dicendo agli altri agenti alla fine del metodico massacro che ?non c´era più da divertirsi´». Al clamoroso intervento di Giannantonio ne è seguito uno altrettanto emozionante, protagonista l´avvocato Claudio Novaro, che ha mostrato un filmato inedito del sacchetto azzurro con le molotov, introdotte nella scuola dalla polizia e poi falsamente attribuite ai fermati. Alla ricostruzione di quella notte maledetta ha partecipato con il suo intervento un altro legale, Laura Tartarini. «Il tentativo compiuto dagli imputati e dalle loro difese ? ha denunciato l´avvocato - è stato non tanto quello di negare o spiegare gli accadimenti (i pestaggi così come la falsificazione) ma prevalentemente quello di giustificare tale accadimenti attraverso la creazione di un nemico (le vittime appartenenti ai manifestanti violenti o la procura politica) talmente pericoloso e orrendo da giustificare agli occhi dei cittadini e del tribunale stesso di certo la confusione e la smemoratezza, ma di seguito anche il mancato rispetto di alcune normative e diritti delle persone fino a giungere chissà dove. (...) Ci dicono gli imputati e in parte anche l´amministrazione dell´Interno in generale, che da queste persone occorreva difendersi con ogni mezzo necessario, senza inutili orpelli burocratici. Ci dicono anche che non dovremmo lamentarci perchè loro hanno agito per difenderci e sono gli unici in grado di farlo. Ed è proprio questa sorta di chiamata in correità, quella per cui ci viene chiesto di girarci dall´altra parte, di far finta di nulla, quella che dobbiamo rifiutare».


Fonte: La Repubblica Genova

25 settembre 2008

Omicidio Sandri, processo rinviato

Il processo per l'omicido di Gabriele Sandri si ferma prima ancora di cominciare. L'udienza preliminare di oggi è stata annullata per decisione del Gup Simone Salcerini, che ha accolto un'eccezione della difesa. Per stabilire una nuova data bisognerà attendere circa due mesi. Alla fase preliminare del processo non aveva preso parte l'imputato Luigi Spaccarotella, l'agente della Polstrada di Arezzo accusato di omicidio volontario, per timore di ritorsioni della tifoseria laziale. Increduli i presenti, composta la reazione dei famigliari di Gabriele Sandri: "Spero - ha detto la madre - che questo sia l'ultimo alibi, che la prossima volta si possa andare avanti fino in fondo" Il rinvio. La decisione del giudice dell'udienza preliminare ha accolto l'eccezione avanzata da uno dei legali di Spaccarotella, a cui non è stato trasmesso l'atto di chiusura dell'indagine preliminare. "Hanno mandato l'avviso a un numero di fax sbagliato e, quindi, in un luogo che non era il mio ufficio - ha detto Renzo - ed hanno contestato la mia correttezza". Adesso si dovrà procedere a riformulare l'atto e notificarlo nuovamente, un lavoro che richiederà un tempo stimato tra il mese e mezzo e i due mesi. (continua)

Roma: scritte razziste

Alcune scritte razziste che si riferiscono agli immigrati uccisi a Castelvolturno e Milano sono apparse questa sera sui muri della tangenziale est a poche centinaia di metri dal cimitero Verano a Roma. Su due manifesti affissi sulla via Tiburtina, a firma di Militia, è stato scritto «minime in Italia: Milano -1. Castelvolturno -6». Nell'altro manifesto invece è stato scritto, sempre con la stessa sigla sotto la quale è stata tracciata una svastica, «Schifani, l'ebreo sarai te». I due manifesti, secondo un testimoni che ha avvertito le forze dell'ordine, sarebbero stati affissi poco prima da un gruppo di giovani, circa una ventina, che, secondo la testimonianza, avevano teste rasate e giubbotti in pelle.

fonte: Ansa

Verona: Il sindaco vieta la bandiera della pace

L’amministrazione dispotica di Verona concede gli spazi pubblici alla Carovana missionaria della pace solo se non ci saranno in piazza i simboli dell’arcobaleno. La rinuncia degli organizzatori, perché non si baratta la libertà.



Il politico, si sa, è avvezzo a infilarsi in sentieri fuoripista. Ma quello imboccato dall’amministrazione dispotica di Verona rasenta la farsa. Colto da una repentina smania di igiene totale e di pensiero unico, l’esecutivo scaligero ha deciso di fare la guerra, oltre che ai poveri e agli ultimi, anche alla bandiera della pace. Per questa giunta, infatti, una manifestazione pacifista si può fare a Verona solo se non si sventolano i colori dell’arcobaleno.Vittime del nuovo fronte aperto dal sindaco Tosi&c sono gli organizzatori locali della Carovana missionaria della pace, l’iniziativa del mondo missionario italiano, la quinta dal 2000 ad oggi, che dal 25 settembre toccherà una ventina di città italiane, dal Nord al Sud, per chiudersi a Roma il 5 ottobre.
Appuntamento centrale per il Nord Italia è, appunto, la tappa scaligera: per la tradizione di Verona, per gli areniani happening dei “Beati costruttori della pace”, per la presenza di molte realtà sensibili ai temi…
Oltre tre mesi fa, i missionari comboniani e i responsabili del Centro missionario diocesano (Cmd) inviarono agli uffici comunali la richiesta di poter utilizzare per la data del 28 settembre, piazza Bra, e per quella del 1° ottobre l’auditorium del palazzo della Gran Guardia. Per 96 giorni, il silenzio ufficiale. La pace, l’arcobaleno, i carovanieri sono temi sopportati come orpelli inutili da una giunta più attratta da prostitute, rom, mendicanti (tutti da punire) e da imprenditori immobiliari (da sostenere).
Certo, qualche telefonata dagli amministratori è giunta agli organizzatori. Ma sempre dai toni negativi: non si può fare. Nessuno spazio pubblico alla Carovana. Il 17 settembre la giunta formalizza questo no. Poi – forse sollecitata da mondi esterni, forse per non fare brutta figura essendo l’unica città a non concedere spazi pubblici alla manifestazione – l’amministrazione cambia registro. Ma colta dalla fregola riparatoria, sconfina nel ridicolo. Il 19 settembre l’assessore all’Edilizia pubblica e al Turismo sociale, Vittorio di Dio, risponde con una lettera protocollata alle richieste degli organizzatori. «A rettifica della nota P.G. n. 210013 del 17 c.m. concernente la manifestazione denominata “Carovana Missionaria della Pace 2008”, sono lieto di comunicare che a seguito di un riesame di questo assessorato sulle possibilità di concedere quanto richiesto, la Giunta comunale, su mia proposta, ha espresso parere favorevole alla concessione gratuita degli spazi di Piazza Bra, zona Stella, per domenica 28 settembre dalle ore 9alle ore 19». «Inoltre – prosegue la lettera – è stato concesso l’uso gratuito della hall e dell’auditorium del Palazzo della Gran Guardia per il 1° ottobre per la realizzazione delle relative attività artistiche ed espositive». Tutto bene, dunque. Tranne per un “insignificante” particolare: «Quanto sopra, con il vincolo di omettere qualsivoglia riferimento partitico e di esporre unicamente bandiere istituzionali». E per Di Dio – come ha comunicato telefonicamente al direttore del Centro missionario diocesano, don Giuseppe Pizzoli – tra i riferimenti partitici c’è anche la bandiera della pace, perché «trasformata in questi anni nel simbolo dell’estrema sinistra».
Don Pizzoli, nella lettera di risposta, oltre a ricordare all’assessore che la Carovana «è un’iniziativa di natura ecclesiale e quindi libera da qualsiasi partecipazione partitica», ha precisato che la bandiera arcobaleno «è stata usata già negli anni ‘80 dal movimento “Beati i costruttori di pace”, considerandola come un richiamo all’arcobaleno biblico, ponte di pace fra Dio e l’umanità, ed è poi venuta ad avere un significato particolarmente forte all’inizio di questa decade con la campagna “Pace da tutti i balconi”, richiamando ancora una volta un ponte tra il Dio della Pace e tutti “gli uomini di buona volontà” (ricordando il canto degli angeli a Betlemme). Il fatto che questo simbolo sia anche stato abusivamente assunto da una parte politica con quella che potrebbe essere considerata una appropriazione indebita, ci rammarica, ma non ci toglie il diritto di continuare a considerare e ad usare la bandiera “della pace” come il simbolo e l’espressione propria del nostro movimento ecclesiale in favore della pace, dono di Dio per gli uomini e per tutti i popoli». E dopo aver ribadito di trovare inaccettabile il vincolo posto, il direttore del Cmd ha chiuso la lettera annunciando a Di Dio di rinunciare alle richieste fatte: «Preferiamo mantenere la nostra libertà e autonomia a svolgere le nostre manifestazioni in ambienti ecclesiali».
Come dire: la dignità non è merce di scambio.
fonte: Nigrizia

24 settembre 2008

Piacenza: E' reato mangiare un panino nel parco

Decoro, cosa non si fa per te? Mangiare un panino per certe strade di Piacenza sta per diventare reato. «Misure bigotte e un po' ciniche», secondo Rifondazione comunista e i Giovani comunisti che ieri hanno dato vita a una performance disobbediente.Partecipare era semplicissimo: bastava presentarsi in Piazza Cavalli, la principale di Piacenza, con birre e panini. Il culmine della manifestazione è stato un brindisi collettivo per decine di persone, età media bassissima. Alla fine, per tutti, raccolta differenziata dei rimasugli del simposio. In mezzo ci sono stati discorsi, musica, chiacchiere, e parecchi volantini distribuiti ai passanti. «Il nostro scopo era dimostrare che si può agire lo spazio pubblico come tale e non come spazio dell'individualismo o dell'anomia - racconta Carlo Pallavicini, giovanissimo consigliere comunale del Prc - eravamo orgogliosi di stare in un'amministrazione che finora s'era sottratta a sbandate un po' demagogiche». La "svolta" con le ordinanze di 48 ore fa: dal 6 ottobre, se il pressing del Prc non sortirà effetto, sarà proibito - in determinate zone - girare con contenitori di vetro; in altri quartieri della movida, sarà proibito sostare all'aperto con alcolici in qualsiasi contenitore. Ma c'è di più: il sindaco - Roberto Reggi, Pd, professione "lettiana" - ha promesso altre tre ordinanze. La bozza di delibera parla di multe da 50 a 500 euro per tutti coloro che vengano sorpresi a chiacchierare con persone in abiti e succinti e persone che indossino le vesti suddette. «Ordinanze confuse - dice perplesso Pallavicini - si vuol proibire la minigonna? E' legittimo colpire chi sfrutta, non chi è sfruttato! Anche i volontari di strada, laici e cattolici, rischiano la multa». Una posizione che è maturata nel Prc, che è in giunta, anche con un dialogo con l'associazionismo. La Lila ha partecipato alla performance contro ordinanze che sembrano recepire le imbeccate del centrodestra in una provincia che non registra nemmeno le "masse critiche" di giovani o migranti che si registrano altrove, Bologna o Padova: «E' un attacco agli studenti e a quei quartieri a più alta densità d migranti. Problemi del genere si risolvono proponendo una cultura diversa dell'integrazione e della socialità. Mediatori e ricercatori anziché multe e manganelli».

Rom pestati dai carabinieri a Bussolengo:condannata Sonia Campos

Prima maltrattati dai carabinieri, ora in carcere. Continua l'odissea per la famiglia di rom che ha denunciato di aver subito abusi a Bussolengo, nel veronese, il 5 settembre scorso. Si è svolta ieri in tribunale a Verona l'udienza del processo ai coniugi Sonia e Angelo Campos e un loro parente, Denis Rossetto, arrestati dai carabinieri al termine di un intero pomeriggio di pestaggi in caserma con l'accusa di aggressione e resistenza a pubblico ufficiale. Sei mesi di reclusione per la donna, che con la condizionale è stata rilasciata. Restano invece in carcere Angelo e Denis: il loro processo è stato rinviato al 30 settembre, il pm ha respinto la richiesta di patteggiamento dei difensori. Il 5 settembre i coniugi Campos, in roulotte con i figli, insieme ad un'altra famiglia rom, si erano fermati per una sosta pranzo in un parcheggio di Bussolengo. Sul posto era già presente la roulotte di Rossetto. Controllati dai vigili urbani, avevano risposto che se ne sarebbero andati subito dopo pranzo, in quanto diretti a far visita ad alcuni parenti vicino Brescia. Ma dopo i vigili, sono arrivati i carabinieri che hanno subito manifestato l'intenzione di portarli in caserma. Secondo quanto denunciano gli stessi rom in un esposto alla magistratura, in caserma si sarebbero perpetrati abusi, anche sui figli minori. «Se non avessero denunciato i carabinieri di Bussolengo sarebbero adesso in libertà?», si domanda in una nota il Prc .

Rinvio a giudizioper il bacio gay. Accusa: atti osceni

Atti osceni in luogo pubblico. E' l'accusa cui dovranno rispondere Roberto e Michele, i due giovani fermati dalla polizia nel luglio dello scorso anno a causa di un bacio troppo appassionato o troppo gay, chissà. A un anno di distanza è infatti arrivata la decisione del pubblico ministero della procura di Roma che, dopo accurata analisi dei fatti ha deciso che sì, quel bacio era un offesa al pubblico decoro e che per questo deve essere perseguito dalla legge.In realtà l'accusa si baserebbe sulla dichiarazione dei Carabinieri che aveva effettuato il fermo: «Quello che ha visto la pattuglia non era assolutamente un semplice bacio ma un rapporto orale in un luogo aperto al pubblico. I militari sarebbero intervenuti anche se fosse stata una coppia eterosessuale».Eppure, un modo ci sarebbe per verificare l'entità del "reato". Sul luogo del "delitto" era infatti puntata un telecamera di sorveglianza, uno dei tanti occhi che vigila sulla sicurezza dei romani. Il registrato di quella notte proverebbe infatti che Roberto e Michele si stavano soltanto baciando.«Da alcune videoregistrazioni emergerebbe l'insussistenza del reato di atti osceni in luogo pubblico», sostiene infatti il difensore dei due giovani, l'avvocato Michele Stoppello, dell'Arcigay. «Ero convinto che l'indagine si concludesse con una richiesta di archiviazione - continua il legale -. Avevamo chiesto l'acquisizione dei filmati effettuati la notte del 26 luglio dalle telecamere posizionate vicino la scalinata d'accesso al Colosseo, che avrebbero dimostrato che si trattava solo di un bacio. Ma secondo l'accusa l'acquisizione della videoregistrazione "è attività complessa dall'esito incerto e non proporzionata all'oggetto del procedimento"». «Il pm - conclude l'avvocato - ha ancorato a doppio filo il proprio convincimento sulle sole asserzioni contenute nel verbale dei carabinieri. Affronteremo con serenità il processo, confidando pienamente nella giustizia».Insomma, la vicenda sta ssumendo di certo una piega grottesca. Senza contare che, già all'epoca dei fattic'era stata la denuncia e la dichiarazione di solidarietà da parte dei poliziotti e dei militari omosessuali. «Non è una difesa a loro favore ma è, soprattutto, una disapprovazione nei modi con cui i carabinieri hanno effettuato il loro dovere», aveva infatti dichiarato Antonio Lupi, presidente dell'associazione Polis Aperta. «Stando alla dichiarazione dei ragazzi, i carabinieri si sono comportati nei loro riguardi con modi inappropriati" trattandoli "alla stessa stregua di come vengono trattati i criminali». Anche se i ragazzi fossero riconosciuti colpevoli di atti osceni, dice Lupi, l'atteggiamento dei carabinieri, a nostro parere, risulta comunque esagerato».

Assunto da un ente pubblico, licenziato perché non italiano

Una famiglia, un lavoro a tempo indeterminato, un'abitazione: tutto all'aria perché non italiano, anche se regolare. E' la storia di Singh Sukdev, un indiano di 46 anni, a cui la Cra - Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura - ha comunicato senza preavviso lo scorso 18 settembre l'interruzione del rapporto di lavoro. «Sono partito dall'India perché povero, vivo in Italia dal 1990», racconta l'operaio. «Nel gennaio '99 sono stato assunto per sei mesi dall'Istituto sperimentale per la Zootecnia, per lavorare in una tenuta agricola a Monterotondo. Ho continuato il mio lavoro di sempre, il mungitore. Come mio nonno, solo che lui aveva a che fare con due, tre bestie, io con più di 200». A novembre dello stesso anno, la svolta: l'assunzione a tempo indeterminato. «Mi è stato concesso un alloggio, dove insieme a mia moglie ho cresciuto due bambini, che ora hanno 9 e 10 anni. Avevo uno stipendio di 1400 euro e i buoni pasto». Una vita onesta, la sua: «Inizialmente facevo doppi durni, la mattina mi alzavo alle 3 e rientravo alle 9. Il pomeriggio stavo fuori dalle 15 alle 19.30. Poi l'anno scorso è cambiato l'orario, per via di qualche legge. Mi è stato detto che potevo fare solo 6 ore. Tutto ok, fino a settembre: il primo, mi avvertono che qualcosa non andava, ma che non dovevo smettere di lavorare. Il 18, alle 9, mi cadono addosso poche, secche parole: "qui non puoi continuare perché non sei italiano". Ho timbrato per l'ultima volta il cartellino e ho iniziato a piangere». E ora? Dovrà lasciare casa, cambiare scuola ai figli: «Uno della mia età nessuno è disposto a prenderlo: mi sento come un morto». Dietro a questa vicenda, un intreccio di enti pubblici, tutti vigilati dal Ministero dell'agricoltura. Nel 2004 il Cra, ente attualmente presieduto da Romualdo Coviello (Pd), aveva incorporato diversi istituti sperimentali e i loro dipendenti. Tra cui Singh. Dopo quattro anni si sono accorti che chi «non ha il requisito della nazionalità italiana non può conseguire il diritto all'inquadramento nei ruoli della Cra», di fronte all'intoppo si è scelta la soluzione più semplice. «Una discriminazione bella e buona», commenta Rocco Tritto, segretario dell'Usi-Rdb Ricerca. «Un licenziamento che urta non solo contro principi costituzionalmente sanciti, ma altresì contro norme ordinarie, comunitarie e non, come quelle della Convenzione dei diritti dell'uomo. La legislazione parla chiaro: preclude qualsiasi discriminazione tra gli operatori già assunti». L'uomo, in possesso del permesso di soggiorno, aveva avviato le pratiche per ottenere la cittadinanza italiana nel 2006. «Ora si complicherà, naturalmente», prosegue Tritta. «Singh aveva aspettato due anni perché dall'India gli arrivasse il solo certificato di nascita. Ha ancora un fratello lì, ma ha avuto un brutto incidente. Gli hanno amputato la gamba e Singh gli mandava ogni mese del denaro per curarsi. E' una situazione assurda, un orribile accanimento della burocrazia italiana nei confronti dei più deboli».

21 settembre 2008

Viareggio: Manuela Clerici di An tenta di rimuovere la lapide in ricordo dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema

Un dipendente del Centro Congressi accusa la presidente del Versilia Congressi Manuela Clerici (An) di aver tentato di rimuover dall'atrio del Principe di Piemonte la lapide(nella foto) che ricorda l'eccidio. Tre rondelle che servono a bloccare ai ganci la lapide dedicata alle vittime di Sant'Anna di Stazzema posta nell'atrio del centro congressi Principe di Piemonte sono stati rimossi. La lapide era stata posta il 9 agosto del 2001 per commemorare i martiri dell'eccidio del 12 agosto del 1944, quando persero la vita 560 persone trucidate dai nazisti.Secondo un dipendente della Viareggio Versilia Congressi, Roberto Mencarini, l'ordine di togliere la lapide e' partito dalla presidente della Viareggio Versilia Congressi Spa, Manuela Clerici, in quota ad Alleanza Nazionale. Che vista la riluttanza del personale a procedere con la rimozione avrebbe cercato personalmente di togliere la lapide, senza pero riuscirsi.La presidente, contattata dai cronisti, ha dichiarato che la lapide si trova ancora nell'atrio e li rimarra' ed ha evitato di rispondere a quanto affermato dal dipendente in questione. Da parte sua il sindaco di Viareggio Luca Lunardini ha ribadito che e' intenzione del comune lasciare per sempre la lapide dove si trova. 'Alla mia richiesta di chiarimenti - detto ancora il sindaco - la presidente mi ha risposto che tutta la vicenda e' nata da un equivoco'.


La dichiarazione di Marco BonuccelliCapogruppo PRC/SE, Provincia di Lucca

Milano: in 50 mila per ricordare Abba, contro il razzismo

Sono andati, si sono presi il corteo, l'hanno portato per le vie del centro e poi da soli, così come erano venuti, sono andati in via Zuretti. Dove tutto è finito ed è cominciato. Dove Abba è morto, ammazzato. Saranno stati un centinaio all'inizio, ragazzi italiani-neri, G2, figli di immigrati e migranti, e con loro pochi altri. 18,19, 20 anni non di più. Una grande rabbia in corpo. Contro tutti. Non volevano stare nei ranghi del corteo. Non volevano rompere niente e nessuno, solo gridare, bloccare il traffico, correre avanti e indietro, come delle molle. Poi seduti a ripetere gli slogan: «Cosa vogliamo raga per Abba?», «Giustizia». E poi: «Vergogna», «Basta razzismo». Un grido e partivano. Le magliette con la faccia di Abba, disegnata o fotografata. Un cartello per tutti, tenuto in alto da un ragazzo con una maglia dell'Inter, come quella di Balotelli: «Fiero nero, Abba vive». Pantaloni e occhiali griffati. Orecchini coi brillantini. Tali e quali ai loro coetanei allo struscio delle vetrine. Ma "c'est la banlieue". Quella di tanti Abba che scendono di sabato pomeriggio in centro, che la traversano di notte e che all'alba possono trovarsi per terra in una pozza di sangue se incontrano i tipi sbagliati. "C'est la banlieue" milanese, urlata, incazzata, incomprensibile per quei "nonni" da corteo che cercano prima di contenerli, assecondandoli (state pure in testa, ma davanti vi facciamo un cordone per distanziarvi dalla polizia). Niente da fare.
Nemmeno per qualche "capo" della comunità migrante. Con lui ci litigano pure. Tempo dieci minuti e questi ragazzi, questi italiani-neri, rompono le righe della sinistra. Vanno a prendersi San Babila, poi corso Vittorio Emanuele, Piazza Duomo e quando si trovano un cordone di polizia davanti in un "tratto non autorizzato" lo sfondano. Di corsa. D'impeto. Un paio di manganellate e via. La polizia difende Palazzo Marino, Il Comune. Loro non sanno nemmeno cos'è. Non gliene fotte niente del Palazzo. Il fiume disorganizzato sa dove andare. Qualche calcio ad auto e motorino per passare. Qualche ruvidezza. Ma via, via. Senza bisogno di riot. Fino in via Zuretti. Da soli.Da ieri a Milano è successo qualcosa. Per chi vorrà capire. Per chi vorrà ascoltare. E' successo che un centinaio di ragazzi si sono presi il loro tempo, l'hanno battuto. Infischiandosene di tutto e tutti. A modo loro. Il corteo li lascia fare. Non potrebbe essere altrimenti. Anche perché "i ragazzi" non ascoltano nessuno. Solo i parenti di Abba, un cugino o uno zio, che si mette sempre di mezzo quando la tensione sale, quando vola qualche insulto. «Abba era un nonviolento», dice, «nessuno deve rovinare la sua festa». E tutti si calmano. Succede così anche alla fine, in via Zuretti, mentre gli striscioni delle centinaia di sigle della manifestazione sono rimasti in piazza Duomo. Tensione d'agitazione e d'accerchiamento della polizia. Ma poi tutti con le mani alzate per la canzone che piaceva ad Abba e poi ancora a ballare reggae nella via.Adesso spetta a tutti quelli che stavano dietro a questi ragazzi, consapevoli o meno, non abbandonarli. Spetta ai 50mila di un corteo bellissimo, che riempie il cuore di colori, musiche, cartelli. Spetterà alla sinistra, alla società civile, non allontanarsi da quei ragazzi. Ascoltarli. Perché un conto siamo noi, la nostra voglia di solidarietà, multiculturalismo, nonviolenza. Un conto sono loro. Te lo dicono quando ti avvicini. Ti dicono "voi". E hai voglia a spiegargli che sei lì per raccontare e che tu sei antirazzista da sempre. "Vaffanculo" è la risposta. C'è un noi e un voi. C'è un noi giovane, metropolitano, meticcio, precario, che quando prende parola e agisce vuole farlo a suo modo, stile e regole diverse.Non vale solo per quel centinaio di "agitati sconosciuti" che si sono presi la via. Vale anche per quel ragazzo, bandiera italiana in mano che bisticcia in piazza della Scala con un signore anziano che voleva spiegargli la vita, il lavoro, la famiglia, essere italiani... «Guarda che non devo andarmene a casa mia, questa è casa mia. Io sono italiano e le cose stanno cambiando, se non te ne sei accorto. E dovete abituarvi». In via Zuretti verso le 18, a corteo finito, saranno un migliaio a ritrovarsi, sono arrivati anche molti dei centro sociali. Un furgone, della musica e qualche discorso. Ma soprattutto musica. Attorno tanta polizia. La gente si affaccia alle finestre. Alcuni cambiano il nome della via. Una targa come quella per Carlo Giuliani, adesso dice "Via Abba". Tra gli amici, c'è anche John che la sera maledetta era con Abba. John porta dei biscotti davanti al bar Shining. I biscotti. Quelli che avrebbero "motivato" la reazione animale dei due baristi, padre e figlio. Eccoli i biscotti. Gli stessi che un ragazzo porta in giro per tutto il corteo fermandosi davanti ad ogni bar, ad ogni caffé del centro, ricominciando ogni volta una sorta di pièce teatrale: «Chiedo solo di essere umano, lo vedete, sono come voi... per questi biscotti mi hanno ammazzato, come non si fa per un cane». Struggente.Prima della partenza, prima di questa giornata speciale di cui la città rischia di non rendersi ancora una volta conto, c'erano state le parole della sorella Adriarata, dietro lo striscione che doveva essere d'apertura: «C'è troppo razzismo, devono smetterla, quel che è successo è drammatico, nessuno può sentire il dolore che ho dentro, per avere un paese bello bisogna vivere insieme». Dolore e dignità. Rispedite come di consueto al mittente dal vicesindaco di An De Corato: «Milano non crede al razzismo, ma sulla vicenda del ragazzo ucciso c'è una parte, quella della sinistra radicale, che si ostina a rinfocolare una congettura smentita da tutti. Ma anche da esponenti del centrosinistra, come la senatrice teodem Emanuela Baio. Che ha negato la patente di xenofobia alla nostra città e più razionalmente ha puntato il dito contro una società malata, quella per esempio, dei tanti giovani, che come spettri, vagano per le strade della città fino all'alba distruggendosi con alcol e droghe». Gli fa da contorno uno dei due accusati di omicidio, il figlio, che tramite la madre fa sapere: «Meno male che sono in cella con altri sette italiani che mi tirano un po' su e poi abbiamo la stessa cultura, mentalità, e ci capiamo». Eccoci qua. A lui e alla città che dorme sonni tranquilli mentre dei giovani vengono ammazzati, risponde ancora Rifondazione con Arci, Sinistra Democratica, Verdi, sindacato di base e Cgil (c'era tutta la Camera del lavoro al corteo), associazionismo, centri sociali... Ma quale ponte con quei ragazzi che ancora alle 19 camminavano in centinaia lungo Melchiorre Gioia, incapaci di fermarsi? Moni Ovadia, ricordava ieri quando i clandestini erano gli italiani e dice che dovremmo dire grazie a questi ragazzi piovuti come una benedizione. Intanto a Quarto Oggiaro il centro sociale Torchiera con la rete antifascista milanese metteva in scena "Cronache di resistenza", musica, memoria, writing per ritessere la periferia. E in Corvetto, gruppi di giovani presentavano il loro hip-hop, nato nel meltin' pot di uno dei quartieri più tosti della città grazie a un progetto uscito dai Contratti di quartiere e dal lavoro di educativa di strada. Tutta roba che la città istituzionale, quella del "tutti a casa la sera", non vuole. Ecco, forse bisogna ripartire da lì. Dal futuro.

G8 Genova: L'ultima promozione

L´ultimo in ordine di tempo è Roberto Sgalla. È stato appena nominato capo della Polizia Stradale italiana. In quella notte buia di sette anni fa era il responsabile delle comunicazioni esterne della Polizia di Stato - il pierre della Ps, se perdonate il gioco di parole - , oggi sale anche lui ai vertici del ministero dell´Interno. Come tutti i suoi colleghi. E´ un fortunato destino comune, quello dei funzionari che a diverso titolo furono coinvolti nello sciagurato blitz della scuola Diaz. Il sorprendente elenco è stato fatto in aula dall´avvocato Francesco Romeo, che tutela alcuni dei no-global massacrati di botte ed arrestati con prove false durante l´irruzione del G8. Sorprendente perché la maggior parte dei super-poliziotti è imputata nel processo in corso, accusata di aver contribuito a scrivere una delle pagine più nere della storia della Polizia di Stato. Francesco Gratteri è oggi a capo della Direzione anticrimine centrale. Giovanni Luperi è responsabile del Dipartimento analisi dell´Aisi, l´Agenzia di informazioni e sicurezza interna (ex Sisde). Gilberto Calderozzi è diventato dirigente dello Sco ed è poi stato promosso dirigente superiore «per meriti straordinari» legati alla cattura di Provenzano. Vincenzo Canterini è questore e rappresenta l´Italia come ufficiale di collegamento dell´Interpol a Bucarest. Spartaco Mortola è vice-questore vicario a Torino. Francesco Colucci è prefetto. L´avvocato Romeo ha poi citato Gianni De Gennaro, che dal luglio 2001 è passato da capo della polizia a capo di gabinetto del ministero dell´Interno, quindi commissario straordinario per l´emergenza rifiuti in Campania ed infine direttore del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza. Ma il legale si è ricordato anche dell´attuale capo della polizia, il prefetto Antonio Manganelli. Che allora - anche lui tra i più alti funzionari dello Sco - non mise mai il piede a Genova. Ma che rimase in contatto telefonico con Gratteri. L´avvocato Romeo ha tirato in ballo diverse chiamate tra i due, ricostruendo i ruoli della "catena di comando" dell´operazione-Diaz. Vale la pena di ricordare che nella recente memoria conclusiva dei pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini l´attuale capo della polizia viene citato in alcune occasioni. Antonio Manganelli si era infatti presentato a testimoniare nel corso del dibattimento. I pubblici ministeri ne sottolineano però la «mancanza di equilibrio», la «partecipazione con interesse in causa, in assonanza a capziose impostazioni difensive», e definiscono la testimonianza stessa «stonata». Tornando a Roberto Sgalla, che subito dopo l´irruzione aveva giustificato il sangue sostenendo l´esistenza di «ferite pregresse» dei no-global massacrati dalla polizia, lo scorso anno aveva ricevuto il premio «Comunicazione pubblica» dal Salone europeo della comunicazione di Bologna.Nel corso della stessa udienza ha parlato anche l´avvocato Massimo Pastore, che tra gli altri tutela il giornalista inglese Mark Covell, finito in prognosi riservata per un polmone sfondato a calci dai poliziotti. Dal letto d´ospedale, Covell riuscì a dire una sola frase all´avvocato: «Do me justice». Fate giustizia. Parole che Pastore ha girato a Gabrio Barone, presidente del tribunale.

Cagliari: Rivolta nel cpt

La rivolta scoppiata giovedì scorso nel Cpt di Elmas era nell'aria. La struttura è sovraffollata e i migranti rinchiusi vivono in condizioni non certo ottimali. Senza troppi giri di parole si tratta di una prigione con qualche servizio più dignitoso. In più molti di loro sono in attesa di capire se avranno diritto all'asilo politico o se saranno costretti al rimpatrio. I disordini sono scoppiati al secondo piano. Ottantasette algerini, rinchiusi da settimane, hanno devastato gli ultimi due piani dell'edificio rendendolo inagibile. Sono volate le porte, le finestre, sono stati divelti i sanitari, distrutte le telecamere del controllo a circuito chiuso. Gli scontri sono durati tutta la notte e nessun osservatore esterno ha potuto verificare come siano andate realmente le cose. Pare che la scintilla sia scoppiata quando un gruppo di algerini ha incontrato fuori dalla mensa dei somali in attesa di asilo politico. Qualche parola di troppo e quindi la rissa. I poliziotti in servizio non sono stati in grado di tenere sotto controllo la situazione e hanno chiesto rinforzi. Il problema vero è l'aumento dei tempi di permanenza nei centri di identificazione dovuto alla nuova normativa per gli accoglimenti delle richieste d'asilo. Nel centro di Elmas, 234 persone, trasferite da Lampedusa, sono in attesa di beneficiare del provvedimento.Ieri un gruppo di antirazzisti è riuscito a raggiungere il cancello d'ingresso del centro, in territorio militare, srotolando striscioni sui reticolati e scandendo slogan al megafono in inglese, francese e italiano, in solidarietà con gli insorti. Il gruppo dei manifestanti si è poi spostato, scortato da numerose auto di polizia e carabinieri, sino al vicino aeroporto civile, dove è avvenuto un volantinaggio. «Lo chiamano Centro di accoglienza ma è peggio di una prigione», scrivono i manifestanti. «È accanto a noi ma risulta invisibile, chiuso com'è nella zona militare dell'aeroporto di Elmas, circondato da filo spinato e sorvegliato dai soldati in armi della brigata Sassari. All'interno dell'edificio sbarre alle finestre e telecamere ovunque, nessuno sguardo indiscreto può superare queste barriere per stabilire cosa succede al suo interno». In un intero piano di una ex caserma trasformata in prigione, un centinaio di esseri umani vive rinchiuso da settimane, ammassato in grandi cameroni stipati di letti a castello, sani e malati a strettissimo contatto, denuncia il comitato antirazzista. Una settimana fa si sono verificati alcuni casi di tubercolosi.Sono 1.200 i migranti sbarcati in Sardegna dall'inizio dell'anno. Il fenomeno si mostra però più contenuto rispetto al 2007 quando, soprattutto sulle coste sud-occidentali dell'isola, arrivarono 1.547 immigrati, provenienti in gran maggioranza dall'Algeria e, solo in parte, dalla Tunisia. Il calo degli arrivi, evidente già ad agosto con 509 sbarcati a fronte dei 619 dell'anno precedente, si registra, in particolare, in quest'ultimo mese: 41 contro i 356 del settembre di un anno fa. In crescita, invece, la presenza femminile e quella dei bambini. Se nel 2007 raggiunsero l'isola solo 2 donne, quest'anno ne sono arrivate già 20 con altrettanti minori.

Processo Aldrovandi, perizie a confronto

Diciottesima udienza. Per Francesco Maria Avato, medico legale di Ferrara, il contenimento dell'addome aumenta il rischio di ipossia (la tipologia di soffocamento a cui è attribuita la morte), ma non può da solo causare il decesso, alludendo nuovamente al consumo di droghe da parte di Aldro.Ma per Manuela Licata, tossicologa della Medicina legale di Modena e consulente di parte civile, la concentrazione di morfina e ketamina nel sangue del ragazzo è troppo bassa per causare seri problemi respiratori. Nega anche la validità dei primi esami svolti a Ferrara, che avrebbero rilevato valori più alti, rispetto a quelli più accurati e attendibili svolti successivamente a TorinoIntanto per giovedì prossimo, terzo anniversario dell'assassinio, il comitato Verità per Aldro convoca, come negli scorsi anni, una fiaccolata per le ore 21.30 da Piazza Trento e Trieste


"Federico Aldrovandi, è in corso il processo ai poliziotti per omicidio colposo"

Lettera aperta di Patrizia Moretti, madre di Aldro

Verrà mai fatta luce su ciò che accadde il 25 settembre del 2005? Da allora si è passati di giallo in giallo.Il giallo delle cinque ore di ritardo nell'avvisare i genitori che chiamavano al cellulare e mandavano messaggi che venivano letti dalla polizia senza risposta.Il giallo dei manganelli rotti scomparsi da via Ippodromo durante i rilievi e consegnati alla scientifica soltanto il giorno dopo.Il giallo degli stessi manganelli consegnati ai medici legali della procura soltanto mesi più tardi "per i necessari rilievi".Il giallo degli interrogatori a tappeto degli abitanti di via Ippodromo che non si sa da chi fossero stati disposti.Il giallo della chiamata del magistrato inquirente che non si sarebbe recato sulla piazza dove vi era ancora il cadavere di mio figlio, in quanto non le sarebbe stata rappresentata la violenta colluttazione di cui era rimasto vittima.Il giallo della registrazione interrotta della conversazione nelle quale un agente intervenuto parlava di ciò che era accaduto dicendo «stacca».Il giallo dei brogliacci del 113 corretti o manomessi per i quali sono state aperte altre inchieste.Il giallo delle deposizioni rese e poi ritrattate.Il giallo delle macchie di sangue documentate dalle foto dei giornalisti coperte di sabbia messa non si da chi.Il giallo delle fotografie scattate dai medici legali ma assenti dal fascicolo del Pubblico Ministero.Il giallo della relazione di servizio, mai trovata, dell'intervento in via Aldighieri che sarebbe avvenuto in contemporanea con le numerose chiamate non risposte fatte da Federico prima di morire in via Ippodromo.Il giallo delle analisi del sangue di mio figlio che, rifatte a Torino, danno dati decine e decine di volte inferiori rispetto a quelli fatti a Ferrara.Ed ora quello del telefono di Federico, che risponde a chiamate ed effettua chiamate numerose ore dopo la sua morte quando si trova in custodia presso gli uffici della questura.Vorrei che qualcuno mi spiegasse come può succedere tutto ciò senza che nessuno sia chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Vorrei che qualcuno mi dicesse perché il telefono di Federico alle 19.01, quando era morto da 12 ore, ha chiamato il numero di un cellulare di cui è titolare un funzionario della questura, vorrei ancora che qualcuno mi spiegasse perché quel numero era memorizzato nella rubrica del telefono di mio figlio in modo anonimo. Ma esigo rispetto, esigo verità e per cortesia mi si risparmi l'affronto di giustificazioni grottesche o risibili. Quello era il telefonino di un ragazzino, morto durante un intervento di polizia, appena maggiorenne, il cui cadavere era stato portato poche ore prima all'obitorio, telefono preso in custodia dai dirigenti della questura nel corso delle indagini che non avrebbe in alcun modo, e non sono parole mie, dovuto essere manipolato o toccato, e tantomeno usato.Mi si risparmino per cortesia le tesi dello smarrimento della relazione di via Alighieri, dell'errore in buona fede nella correzione dei brogliacci, ecc. ecc. ecc.Quello era il telefono, ribadisco, di mio figlio, morto in circostanze allora tutte da chiarire. Non si può pensare cha abbia chiamato quel numero per errore né si può pensare che quel numero sia stato memorizzato ancora per errore, né che quel telefono abbia risposto ad altre chiamate ancora per errore.Io chiedo da cittadina: è pensabile che tutto ciò possa accadere in un paese civile nel 2008? Qualcuno mi risponda.

Patrizia Moretti madre di "Aldro", Federico Aldrovandi

20 settembre 2008

Castelvolturno: Dalla strage alla rivolta. Una ricostruzione. Le parole degli immigrati.

La strage dentro e fuori una sartoria a Varcaturo. I killer, forse quattro, avrebbero fatto irrruzione con le pettorine della polizia e poi preso a sparare a due mani con pistole e Kalashnikov. Esplosi almeno 120 colpi. Una allucinante mattanza dalle modalità inedite in questa terra dove si uccide molto ma in genere in maniera meno fragorosa. Restano colpite sette persone, sei morti e un ferito ancora ricoverato in difficili condizioni. Sono tutti immigrati, ghanesi, togolesi, liberiani. La lettura immediata di inquirenti e mass media segue le strade più scontate: una ritorsione legata al traffico della droga e al mondo dello spaccio. Ma c'è anche chi ricorda poco tempo fà l'assassinio del gestore di un lido che si er a rifiutato di pagare il pizzo. E l'ipotesi investigativa che un gruppo di fuoco dei clan del casertano abbia scelto una strategia violenta e clamorosa per giocare la propria partita nelle gerarchie e negli indirizzi dell'organizzazione. 'Propaganda armata' a fronte delle titubanze e del disorientamento dei capi storici pressati dai processi. Una strategia che spingerebbe ad azioni esagerate e sanguinarie. Secondo la testimonianza del fotografo Ansa che è stato sul luogo della strage: 'Qualunque fossero le motivazioni dell'agguato è difficile credere che si sia trattato di assassini mirati per tutti. L'impressione, per le modalità folli della sparatoria, è che se i killer avessero trovato in zona venti persone ne avrebbero ammazzate venti...'. Non tutte le vittime sono dentro la sartoria. Alcune sono in strada, un ragazzo è colpito in macchina, la cintura di sicurezza ancora allacciata;
Il Riot Una ricostruzione a partire dai resoconti di antirazzisti del centro sociale ex-canapificio di Caserta, che da anni supportano immigrati e rifugiati che vivono in quest'area e che sono accorsi oggi a Castelvolturno Il corteo di protesta parte nella tarda mattinata. Presto si trasforma in rivolta perchè la rabbia trabocca. Quando arrivano gli attivisti dell'Ex Canapificio lungo la Domiziana si sono formati ormai diversi blocchi, con barricate e fuochi, macchine ribaltate e segnaletica stradale divelta. In strada ci sono anche figli, mogli e parenti di alcune delle vittime, tantissimi amici e connazionali. Molte centinaia di persone. Le motivazioni di quest'esplosione stanno sicuramente nell'emozione e nel dolore della strage, ma anche in un insieme complesso di altre componenti. Provo a ricostruirle dal raccont o di Mimma dell'ex-canapificio: 'Anzitutto sostengono l'estraneità delle vittime rispetto alla camorra. In realtà ci sono molti che ne conoscevano specificamente una o un'altra e rivendicano la dignità della sua memoria. Ci sono ad esempio tante persone con una fotografia di Kwame Antony Julius Francis, che di mestiere faceva il muratore e da pochi giorni era tornato da Milano. Kwame era in Italia da sei anni come richiedente asilo, fino al riconoscimento di uno status di protezione umanitaria. Altri ricordano il proprietario della sartoria, El Adji Ababa, di cui anche i vicini di casa italiani difendono la reputazione. Vicinissima alla sartoria c'è un agenzia della Western Union: diverse persone frequentano quel posto per inviare denaro ai parenti. E' il caso probabilmente di Akey, una delle vittime che lavorava a Napoli come barbiere. In strada è presente la moglie, che ieri lo ha aspettato invano per or e prima di sapere della tragedia'. Ma ancora più forte è l'indignazione per un sentimento di discriminazione molto diffuso, che si mescola alla paura e all'incertezza del futuro: tanti temono che passata l'onda della notizia la polizia si dimenticherà della strage. E che l'impunità dei colpevoli fissi il prezzo della vita di un immigrato in questa zona. Non sarebbe la prima volta. Molti qui ricordano la morte di Job Augustine, nigerino, gambizzato nella vicina Giugliano per 'futili motivi' e deceduto poi in ospedale. Una morte senza colpevoli, come altre morti o sparizioni che a volte non vengono neppure alla luce. 'Appena siamo arrivati - continua Mimma - in tanti gridavano che se fosse morto Berlusconi domani ci sarebbe il colpevole. Invece per sei neri non succederà niente'. Un episodio simile, seppur minore, c'è stato a Napoli un anno fà. Dopo il ferimento alle gambe di due ragazzi immigrati, gambizzati probabilmente per una festa troppo rumorosa (..!!). I loro connazionali si riversarono in piazza bloccando le strade con i cassonetti. Il motivo della protesta stava nell'impressione di inerzia avuta dalla volante della polizia che loro stessi avevano allertato (audio intervista a un immigrato presente). Protagoniste erano le stesse comunità dell'africa occidentale, soprattutto ghanesi e nigeriani. Un sentimento di frustrazione e di discriminazione che si sta quindi radicando, con l'impressione di essere compressi nel difficile status di persone senza diritti di cittadinanza e insieme oggetto dei peggiori stereotipi. Quando invece la stragrande maggioranza conosce il pane duro del lavoro sfruttato e non garantito nei tanti cantieri in nero dell'edilizia, nelle autorimesse, nelle piccole offici ne. Una frustrazione ancor maggiore perchè il sentimento di insicurezza e di abbandono si combina con la percezione che lo stato italiano sia vessatorio solo quando si occupa del loro diritto di soggiorno. In una parola sola 'razzista', come il grido che risuona più spesso nella giornata. 'In molti - aggiunge ancora Mimma - denunciano violenze o minacce dai padroni di casa che cercano di cacciare con la forza gli immigrati, perchè temono il sequestro dell'immobile dopo le nuove norme del 'pacchetto sicurezza'. E dicono che spesso i Commissariati di zona si rifiuterebbero di raccogliere le loro denunce, soprattutto se l'immigrato è senza documenti'. Storie diffuse: proprio in queste settimane è venuta fuori quella di Angel, una donna sola con la sua bambina, che è stata picchiata a sangue dal proprietario di casa. Angel sostiene di essere andata dalla polizia con gli abiti anco ra sporchi di sangue, ma che si sarebbero rifiutati di raccogliere il suo racconto.In questo mix di rabbia, dolore, furia, indignazione e paura, i blocchi sono andati avanti fino alle dieci di sera. Intanto una delegazione di migranti ha incontrato il sindaco di CastelVolturno. Hanno chiesto la sua mediazione con le altre istituzioni perchè non ci sia impunità, perchè la verità venga a galla e siano valutate tutte le ipotesi, come ad esempio quella 'estorsiva'. Hanno chiesto di riavere quanto prima i corpi delle vittime e di ricevere supporto rispetto all'ondata di azioni aggressive di chi vuole cacciarli dalle case. Il sindaco dal canto suo ha garantito che non avrebbe abbandonato mogli e figli delle vittime (vedremo...). Una parte della comunità immigrata ha annunciato così che domattina contribuirà a pulire le strade come segno di riconciliazione con gli altri abitanti 'autoctoni' di Castelvolturno :'perchè e grave; non protestiamo contro tutti gli italiani'. Ma la tensione resta alta, mentre dall'altra lato della città gruppi di residenti italiani protestano già per gli effetti del riot. Per domani è annunciato l'arrivo degli ambasciatori, in particolare di quello del Ghana. Un fatto non apprezzato da tutti. Temono che in nome della 'diplomazia' possa sminuire le ragioni della protesta. Sembra che in passato non abbia dato prova di grande coraggio. Un dimostrante sintetizza così:'il governo italiano deve considerarlo un ottimo scendiletto'.


fonte: InsuTv

19 settembre 2008

Castelvolturno: la rabbia dei migranti dopo la strage

Non si fermano le proteste dei migranti di Castelvolturno. Sono circa duecento [dalla quarantina di questa mattina], soprattutto nordafricane, le persone che sono scese in piazza, alcune munite di mazze e pietre, con le quali hanno rotto alcune vetrine e macchine, gettato cassonetti e mandato in tilt il traffico. La questura ha in campo circa 100 uomini in tenuta antisommossa ma stanno arrivando sempre più rinforzi perchè i migranti, dopo 12 chilometri di marcia sulla Domiziana stanno raggiungendo il bivio per arrivare al centro di Castelvolturno, al chilometro 30-31 della Domiziana. Il corteo di manifestanti ha raggiunto lo schieramento degli agenti e il questore di Caserta, Carmelo Casabona, è in strada per cercare di mediare e trattare con i manifestanti, anche per capire le loro richieste. Il sindaco di Castelvolturno, Francesco Nuzzo aveva anche promesso di incontrare nel pomeriggio una delegazione. «Non c’entriamo nulla con la droga, siamo una comunità onesta e di lavoratori» gridano i manifestanti.
La rabbia dei migranti di Castelvolturno, un comune del casertano, è esplosa già ieri notte, subito dopo la strage che ha lasciato sul terreno sei morti ed un ferito molto grave, tutti di origini africane. Le forze dell’ordine sostengono che le modalità della strage – una scarica di kalashnikov partita da auto e motorini [gli assassini, pare 6 o 7 persone, avevano giubotti con la scritta "carabinieri"] – sia riconducibile ad una matrice camorristica. I lanci di agenzia parlano di «regolamento di conti» per questioni di spaccio. Poche ore prima era stato ucciso un altro uomo – italiano – nella vicina località di Baia Verde e pare che le armi utilizzate siano state le stesse. La zona è controllata dal clan dei Casalesi e gli inquirenti stanno interrogando alcuni collaboratori di giustizia. «Questo è il fatto più grave di un quadro di fatti assolutamente allarmanti commessi con metodo terroristico», hanno dichiarato gli inquirenti. Le agenzie di stampa parlano di una «punizione» inflitta dai Casalesi a quanti, coinvolti nello spaccio, stavano cercando di sfuggire al controllo della cosca. Già il 18 agosto scorso alcune persone di origine nigeriana erano state vittime di un agguato. Alla base dell’aggressione, in quell’occasione, ci sarebbe stata l’attività di dissuasione che un’associazione di cui faceva parte una delle vittime portava avanti nei confronti delle prostitute nigeriane. Ma la rivolta che è cominciata già ieri notte, la rabbia esplosa nei confronti delle forze dell’ordine arrivate sul posto dopo la strage, parla d’altro. Parla dell’insofferenza nei confronti del clima di razzismo diffuso. «Erano delle brave persone i nostri amici, non sappiamo perché li hanno uccisi – dichiarano i manifestanti, che questa mattina hanno occupato la via Domiziana - hanno ucciso anche il sarto, extracomunitario come noi. Hanno sparato per colpire noi africani, perché tra le vittime c'erano anche tre dei nostri che vivevano nella palazzina dove c'è anche la sartoria [in cui sono state uccise alcune delle vittime ndr.]». «Vogliamo giustizia non è vero che i nostri amici ammazzati spacciavano droga o erano camorristi. Sono state dette tutte cose false», sostenevano i migranti che stamattina, esasperati, hanno innalzato barricate sulla strada con cassonetti e materassi, rivoltato auto e distrutto vetrine. Il gruppo dei manifestanti si è andato ingrossando nel corso della mattinata. Alcuni migranti sono stati invitati a scendere dagli autobus e ad unirsi alla protesta. La Cgil Campania è intervenuta con una nota sulla strage «Il clima di razzismo che da tempo si respira nel Casertano, nel Napoletano e nel Paese – vi si legge - fa pensare che, al di là della barbarie camorristica, possano celarsi dietro questi fatti, manifestazioni di intolleranza verso la presenza degli immigrati nel territorio nazionale».

La stagione dei sindaci-sceriffi. A Viterbo è vietato mangiare panini per strada

«A Viterbo un'ordinanza fresca fresca proibisce cose come la vendita di cornetti caldi e farinacei dopo mezzanotte, ma anche mangiarsi un panino per strada (di giorno), sotto i portici e sotto i fornici, sull'uscio di abitazioni private, ovvero su gradini. Non vieta di andare in parco a mangiarselo, ma se ti addormenti una multa te la becchi». Così in una nota Riccardo Fortuna consigliere alla Provincia di Viterbo del PRC e pittore. «Vieta tra l'altro di trasportare colori 'in modalità tali da consentirne l'immediato e diretto utilizzò. Quindi in teoria vieta anche di dipingere all'aperto. Certo se c'è un giustificato motivo la multa non te la fanno... quindi se il vigile ti ferma con i colori appresso tu gli devi spiegare cosa ci devi fare, sperando di convincerlo. Domenica mattina ore 10 davanti a palazzo dei papi disobbedirò all'ordinanza, dipingendo all'aperto senza fornire spiegazioni. Mangerò, in oltre, non uno ma due panini con la porchetta e quando avrò finito di dipingere, mi accascerò in un angolo al sole e mi berrò beatamente una birra. Rischio qualche migliaio di euro di multa.... Vedremo un pò».

Roma tappezzata di manifesti fascisti

Questa mattina alcuni quartieri romani - fra i quali la zona Trieste e piazza Bologna - si sono risvegliati con i muri tappezzati di manifesti a sfondo nero con sopra una scritta in carattere bianco: "Io ho il cuore nero, me ne frego e sputo in faccia al mondo intero". Nessuna firma, eccezion fatta per una grande croce celtica alla fine della frase. Che, per chi non la conoscesse, fa parte di una canzone del gruppo "270 bis" (il riferimento è all'articolo del codice penale che riguarda il reato di banda armata), resa celebre dal documentario "nazirock". In quelle riprese, a cantarla, c'era Martin Avaro, dirigente nazionale e responsabile romano di forza nuova, che non sembra essere sorpreso: "È un'iniziativa che non nasce da una mia idea, ma comunque da ambienti interni a forza nuova". Ed è dedicata al presidente della camera Gianfranco Fini, e alle sue parole sull'antifascismo."Penso che sarà contento di vedere quei Manifesti- afferma ironico avaro- perchè quella canzone è stata scritta da marcello de angelis, attualmente senatore della repubblica eletto tra le fila di an: a me mi hanno messo in croce perchè l'ho cantata, ma non capisco perchè se la canto io sono un criminale e se la canta un senatore è un eroe". All'indomani di una serie di fermi a danno di "tanti dei nostri in piazza annibaliano", prosegue Avaro, il nostro intento "è quello di ribadire ciò che in tanti, non solo tra le fila di forza nuova, pensano in questo momento: per questo non abbiamo firmato i manifesti. Ancora una volta- conclude- condanniamo così chi si erge a paladino della sapienza pura, condannando esperienze storiche per noi validissime". Al centro della protesta, secondo Casa Pound, l’approvazione del Piano regolatore sociale da 7 milioni di euro che «sta avvenendo senza un adeguato approfondimento e dibattito nel consiglio». In realtà, l’azione di oggi nasce con l’obiettivo di ottenere una quota di finanziamenti per l’ultima occupazione «non conforme», quella di Area19, nella ex stazione ferroviaria di Vigna Clara, nel municipio XX. Questo è solo l’ultimo scontro della guerra nella destra romana dopo il risultato deludente delle
elezioni comunali. Da allora, la lista comune tra Storace e Fiamma Tricolore ha subito due scissioni: Casa Pound, guidata da Gianluca Iannone, è uscita dalla Fiamma e tenta un progetto «autonomo»; dall’altra parte, Casa Italia Prati di Giulio Castellino ha dato vita all’Area Identitaria, e recentemente confluita dentro il Pdl romano. Alla faccia di Fini e del suo «antifascismo.
».

Padova: Poliziotto di giorno, magnaccia di notte

Di giorno lavorava come ispettore di polizia penitenziaria, nel tempo libero si occupava delle quindici ragazze dell'Est che si prostituivano negli appartamenti affittati a suo nome con clienti che le contattavano attraverso gli annunci sul web o sui giornali locali inseriti dallo stesso poliziotto. In cambio della cosiddetta organizzazione del lavoro, le ragazze versavano all'agente cento euro al giorno ciascuna, quarantacinquemila euro al mese che Rossano Spenati, 52 anni, incassava senza battere ciglio continuando a fare rispettare l'ordine nel carcere padovano di strada Due Palazzi. Un affare certamente proficuo. O almeno fino al luglio 2007, quando Spenati minacciò di morte due protette che non gli volevano dare la percentuale. Le prostitute si rivolsero alla procura di Padova, gli inquirenti organizzarono una trappola e colsero Spenati in flagrante mentre riceveva del denaro dalle ragazze. Secondo l'accusa, il sottufficiale di polizia pentitenziaria sfruttava le ragazze del luglio 2005, cioè da quando aveva deciso di organizzare un vero business della prostituzione: secondo i racconti delle lucciole, Spenati si recava personalmente in Romania dove contattava delle donne disposte a prostituirsi. Si occupava di tutto, il poliziotto: viaggio in Italia, addestramento, affitto degli appartamenti, pubblicazione degli annunci. A suo nome figurano una decina di alloggi affittati per l'attività delle ragazze, che hanno raccontato come Spenati pretendesse i cento euro minacciando di denunciarle. Un caso di sfruttamento della prostituzione da manuale che costerà molto probabilmente il rinvio a giudizio dell'agente magnaccia, come richiesto in questi giorni dal pm padovano Sergio Dini.Da mesi Spenati, in attesa di giudizio, è stato sospeso dal suo lavoro.Se il ddl Carfagna dovesse diventare legge, la prostituzione nei luoghi pubblici diventerebbe reato, mentre quella al chiuso sarebbe comunque tollerata e dunque schiere di lucciole, sfruttate da trafficanti e magnaccia, saranno costrette ad affittare un appartamento. Il ragionamento non sfugge alla Confedilizia che ora chiede alle assemblee dei condomini di deliberare, tramite notaio, il divieto di prostituzione all'interno dell'edificio per evitare l'infiltrazione della malavita. La ministra Carfagna ha voluto intervenire sulla questione chiarendo che non le interessa regolamentare la prostituzione al chiuso magari consentendo alle lucciole di consorziarsi in cooperative autogestite: «Ognuno in casa fa ciò che vuole. Ma non saremo noi a creare dei ghetti. Non sarà il governo ad autorizzare quartieri a luci rosse. Anche per questioni pubbliche e di decoro».A Roma il sindaco Alemanno specifica che l'ordinanza sulle multe a lucciole e clienti (200 euro) entrerà pienamente in vigore da lunedì. I vigili di Cgil, Cisl e Uil contestano la mancanza dell'ordine di servizio e si rifiutano di multare fino a che non avranno stilato un accordo col Campidoglio.

Monza: detenuto legato ad un palo

La foto farà sicuramente discutere. Si tratta di un uomo ammanettato nel commissariato di Monza. Motivo? Mancano le celle di sicurezza e allora si ricorre anche a questi metodi anomali. Proprio ieri gli agenti non hanno mancato neppure di organizzare una manifestazione di protesta contro una «situazione di degrado» del comparto sicurezza che investe Monza. «Dobbiamo prendere le auto in prestito dalla questura di Milano» dicono i poliziotti. Da qui la promozione di un presidio da parte del Siap (Sindacato italiano apparteneneti alla polizia) dove ai cittadini è stata distribuita una lettera aperta «contro la non più sostenibile situazione delle strutture e mezzi a disposizione delle forze dell'ordine in Lombardia».

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