30 agosto 2008

Roma, tre militanti di sinistra aggrediti da estremisti di destra

Tre giovani, militanti di sinistra, sono stati aggrediti e picchiati da dieci giovani estremisti di destra, ieri notte a Roma, al ritorno dal concerto al parco Schuster in ricordo di Renato Biagetti, il giovane ucciso a coltellate due anni fa a Focene da due estremisti di destra. Aggrediti al grido di "Zecche, andatevene, abbiamo i coltelli", i tre giovani sono stati poi colpiti con armi da taglio e catene: uno di loro è ricoverato al Cto con ferite profonde alla coscia. I neofascisti sono successivamente fuggiti, mostrando così tutta la loro squallida infamia.Ancora coltelli, ancora fascisti, la storia di Renato non ha insegnato niente a nessuno. Solidarietà ai ragazzi. Antifascismo attivo. Questa sera, dalle 21, partirà dal parco Schuster un corteo "di comunicazione alla città" che percorrerà le vie del quartiere, per protestare contro l'aggressione.

24 agosto 2008

Termoli (CB): Brutale fermo a un ambulante

Un brutto episodio si è verificato ieri sera 23 agosto intorno alle 23 lungo il corso nazionale. Un venditore ambulante di collanine, probabilmente di origine indiana, è stato preso e trascinato sull'asfalto con la forza da tre agenti della polizia municipale, uno dei quali lo teneva per il collo fino a portarlo nell'auto di servizio e chiuderlo nel portabagagli. I vigili tentavano di stappargli di mano una cassetta di legno che all'interno conteneva qualche braccialetto. I passanti hanno seguito shoccati l'episodio urlando che era un «poveraccio, e di lasciarlo stare», «pensate invece ai problemi seri», inveiva la gente contro i vigili.
Stando al racconto dei presenti lo straniero vendeva merce lungo il corso e quando ha visto i vigili ha raccolto tutto per andare via, ma uno dei vigili è riuscito ad afferrargli la valigietta. Ne è nata una colluttazione perché lo straniero non voleva lasciare la sua merce ed è finito a terra. Il povero venditore ambulante urlava e piangendo chiedeva aiuto, aveva gli occhi terrorizzati. Un ragazzo che passava di lì si è avvicinato agli agenti dicendogli che era un avvocato e che la loro reazione era stata eccessiva e che «non potevano permettersi di comportarsi in quel modo». Gli agenti però sordi alle richieste dei passanti hanno trascinato il venditore, assieme alla sua cassetta di legno, fino alla vettura parcheggiata di fronte l'entrata posteriore del municipio. L'intenzione era quella di infilarlo nel bagagliaio e così i vigili hanno cercato di alzare di peso il venditore, mentre continuavano a tenergli la testa con forza dentro il cofano.
I presenti hanno iniziato ad alzare la voce con urla tipo: «vergona», «pensate ai problemi seri». C'erano persone che cercavano di convincere in tutti i modi i vigili a fermarsi e a lasciare andare il venditore. «Che motivo c'è di trattare come un animale un pover uomo che come unica cosa guadagna pochi euro vendendo braccialetti» dicevano i più.
Il responsabile della polizia municipale Rocco Giacintucci, che non si trova in città, non sa nulla dell'accaduto: «Non sono a Termoli e non so nulla. Sto apprendendo da voi quello che è successo. Domani rientro in servizio e mi informo. Una cosa però è certa: se i vigili hanno agito in quel modo è perché evidentemente c'è stata una reazione spropositata del venditore ambulante. Le regole in qualche modo le dobbiamo fare rispettare. Capisco che certe scene possono apparire più o meno cruente, ma dipende dalla reazione del soggetto».

Continua l'estate dei Sindaci Sceriffi: A Trieste, pipì vietata. A Salerno, no accattoni

Ormai è ufficiale, l'ordinanza è la soluzione dei nostri mali. Da quelle anti-goderecce («vietati i massaggi sotto l'ombrellone») o contro i gesti romantici («divieto di dar da mangiare ai piccioni»), a quelle che aspirano al silenzio («vietato l'uso degli zoccoli»), fino a quelle anti-stagione («divieto di circolare in bikini»). A Trieste è in via di definizione un'ordinanza contro chi fa pipì per strada. Chissà se il divieto sarà esteso anche ai cani. «L'obiettivo - ha spiegato ieri il sindaco Roberto Dipiazza - è responsabilizzare i cittadini». Un giorno a scuola forse s'impareranno le ordinanze a memoria, al posto delle tabelline. Altre sanzioni per chi imbratta muri, affigge manifesti abusivi, o in generale sporca. «Bisogna moralizzare» ha tuonato Dipiazza (di centro-destra) che ha annunciato un aumento delle sanzioni, in alcuni casi nell'ordine «dei quattro zeri». Se a Trieste, per tua sfortuna, soffri d'incontinenza, metti a rischio la rata del mutuo. Mentre a Salerno, il sindaco Vincenzo De Luca (centro-sinistra) ha annunciato, sempre ieri, una serie d'ordinanze contro prostituzione, abbandono dei rifiuti, vandalismo e accattonaggio. L'«adescamento e il meretricio su strada pubblica» saranno punibili fino a 500 euro, mentre non sono previste sanzioni per i clienti che potranno essere multati solo per intralcio alla circolazione. Il che equivale a condannare un camorrista per frode fiscale. Ogni azione, anche la più banale, ha ormai un'ordinanza che la vieta. Se manca è questione di tempo. Differenze tra giunte di destra e di sinistra neanche a parlarne. D'altronde, la sicurezza è bipartisan. E se quest'estate i sindaci si sono concentrati su venditori ambulanti, panchine nei parchi o tosaerba, immaginate l'infornata di divieti per l'inverno (es. «vietate le carote per i nasi dei pupazzi di neve» perché allusive o «divieto d'indossare cappotti in casa» per incentivare il consumo di metano). Un giorno, non molto lontano, sul suolo italico sarà vietato non pubblicare ordinanze.

22 agosto 2008

Genova: Un trentenne accusa la polizia ferroviaria di pestaggio

«Guarda come cammini, ricchione»; «Sbirri di merda» e inizia l'inseguimento. Non è il copione di un film, è la storia che Nicola (il nome è di fantasia, Ndr) si è deciso a raccontare a Liberazione tre mesi dopo averla vissuta in prima persona. E' il 28 maggio 2008, Nicola sta aspettando un treno alla stazione di Genova Piazza Principe quando avviene questo scambio di battute con i due agenti della Polfer. Dopo le offese, Nicola inizia a correre e esce dalla stazione, mettendo un po' di metri fra lui e gli agenti. A quel punto loro fanno una telefonata e da una macchina ferma là davanti esce una persona che blocca Nicola permettendo agli agenti di raggiungerlo. Subito dopo Nicola si è trovato con la faccia al muro, picchiato alle spalle sempre al grido di "frocio, sei sieropositivo, fatti curare". La tappa al pronto soccorso del Galliera è obbligata. Arrivato sanguinante in ambulanza, a Nicola viene assegnato un codice verde e cinque giorni (diventati 10 dopo la visita del medico di famiglia) di prognosi per «trauma escoriato al cuoio capelluto, soffusioni cutanee al collo e un'escoriazione alla spalla destra». Tradotto: botte in testa, sulle spalle e una presa energica al collo da dietro.
Uscito dall'ospedale, Nicola si reca alla questura per denunciare quanto avvenuto, ma anche là la musica non cambia di molto. Ripartono le offese e Nicola viene portato in una cella della questura accanto ad un'altra dove è rinchiuso un nomade. Passa un po' di tempo e arrivano i due agenti della Ferroviaria accusati dell'aggressione, Nicola li riconosce, ma nessuno dei presenti gli dà ascolto. Dopo un'altra serie di "frocio" e "sieropositivo", Nicola passa nella cella del nomade («dove il puzzo di piscio era insopportabile» racconta) e chiede i nomi dei vari agenti con la minaccia di denunciarli. Non riceve - ovviamente - risposta finché gli dicono di alzarsi per andare da un legale. La destinazione non è però un ufficio, bensì la polizia scientifica dove a Nicola vengono fatte le foto, prese le generalità e pure le impronte digitali («che quindi non è un trattamento riservato solo agli immigrati» sottolinea). Il tutto finisce in un database, ma non dà origine ad alcuna denuncia nei confronti di Nicola. Una raccolta dati pro forma, insomma.Nicola viene dalla Calabria, riconosce dall'accento che uno degli agenti è suo conterraneo. Ne approfitta per prendere qualche informazione e riceve un consiglio: «Non denunciare nulla, potresti rovinare le famiglie di questi agenti». Nicola allora fa passare un po' di tempo e alla fine si decide a sporgere denuncia presso la Procura di Genova. E' il 26 giugno scorso, e da allora non ha ricevuto più notizie. Ha quindi deciso di rendere pubblica la storia, «perché sono una persona civil e non mi va di vivere in un Paese razzista e intollerante».C'è dunque da aspettarsi che la Procura del capoluogo ligure stia facendo gli accertamenti del caso per accertare quanto successo. I telefoni degli uffici giudiziari squillano a vuoto, trovandoci in un pomeriggio di pieno agosto, ma la speranza è che venga fatta luce su quanto accaduto precisamente in quel 28 maggio scorso in una città che ultimamente sta guadagnandosi gli onori della cronaca soprattutto per episodi di violenza e intolleranza. D'altronde non è che i diretti interessati aiutino a fugare eventuali dubbi. Raggiunti telefonicamente gli uffici della Polfer, tutto quello che otteniamo è una sorta di intimidazione: «Lei non deve scrivere e non capisco la sua insistenza. La farò parlare con i miei superiori, se vorranno. Ma non ho una posizione ufficiale per lei» è la risposta che otteniamo. Fatto notare che fare domande è il nostro lavoro, ci viene risposto che «le carte su quanto accaduto ci sono arrivate stamattina e non è andata per niente come racconta il ragazzo,ci sono testimoni oculari a conferma». Ma come è andata non è dato saperlo.Nicola ha 30 anni, viene da un paesino calabrese, e a Genova si è pure iscritto a Rifondazione comunista. Si trasferisce a Genova nel 1999 per studiare a giurisprudenza grazie al sostegno economico del padre. Un sostegno che adesso non gli permette di pagarsi un avvocato, tanto che la denuncia alla Procura l'ha scritta da solo. Quel giorno era alla stazione di Genova per andare a Imperia a parlare con la sua professoressa di francese. A Imperia però, il 28 maggio non ci è mai arrivato. «Non sono gay, non ho precedenti né penali né civili, non capisco perché si siano accaniti contro di me. Al mio piccolo paese, dove la mentalità è pure più "conservatrice" di quella che ho trovato in città non mi è mai successo niente. Da quando sono a Genova mi è successo di tutto» racconta Nicola. Gay o presunti tali, extracomunitari o presunti tali: sembra che la nuova Italia targata Lega e militari nessuno si possa sentire più al sicuro. A Roma hanno portato in caserma due ragazze peruviane hanno passato una notte in cella perché gli agenti le avevano scambiate per prostitute (sugli scalini di Santa Maria della Vittoria!), adesso la storia di Nicola. E chissà quante altre ce ne sono che non vengono denunciate per paura. «Ma io non ho interesse a vivere in un Paese così» dice ora Nicola. Qualcuno ci dica che non sarà questa l'Italia del futuro.


Testimonianze: Storia di ordinario soppruso

Caro Osservatorio, vuolo raccontarti un episodio a cui sono stato presente.
Prendo il treno a Brindisi per risalire fino a Termoli. Prendo quello delle 18.35 diretto a Bolzano.
E’ un espresso, chiedo nel momento in cui faccio il biglietto se fosse possibile prenotare un posto ma il bigliettaio risponde che è tutto pieno e, forse qualche posto vuoto ci sarebbe stato dal numero 77 in poi….. Arriva il treno salgo su e trovo posto al numero 91 mentre il mio amico si adegua, si accomoda in corridoio. Fino a Bari tutto tranquillo, pensa che addirittura si son liberati dei posti, ma da qui comincia il casino. Ti premetto che sulle porte dei scompartimenti non vi erano i nominativi dei posti prenotati. Dicevo, arrivati a Bari scoppia il finimondo.
C’era tantissima gente che doveva salire ed ovviamente molti posti erano occupati da persone che non avevano prenotato così nello scompartimento dietro il mio. Ad un certo punto sento alzare la voce di tante signore che si lamentano con un giovane, che accompagnava una sua parente, reo di essere stato arrogante e maleducato nel chiedere di liberare il posto prenotato.
Testuali parole: "forza cacciate i bagagli da li su e alzatevi da quel posto che è prenotato!!!"
Ovviamente gli abitanti abusivi dello scompartimento chiedevano più gentilezza visto che l’occupante era una donna anziana.
Da qui nasce una colluttazione verbale che ben presto rischi di trasformarsi in rissa perché il giovane durante il suo sbraitare ed inveire contro tutti coloro che li davano contro colpisce sul pancione una donna incita la quale ha un leggero un mancamento.
Il giovane non curatosi dell’incidente scende dal treno soddisfatto di aver ottenuto, con l’arroganza e la forza, il suo posto ad attendere la partenza del treno medesimo ma l’incidente non passa inosservato dal genero della donna sposata il quale preso da momenti di isteria follia pura cerca lo scontro fisico con il giovane.
Puoi immaginare lo scambio di parlo la sagra del coglione e del ti rompo il culo e spacca la faccia reciproco con vari inviti a salire o scendere dal treno a seconda se era l’uno o l’altro a fare l’invito.
Mentre tutto ciò accadeva, più di 15 minuti, non c’è stata la minima presenza di un controllore o della polizia ferroviaria…considera anche che ha coinvolto indirettamente tante persone del vagone tanto che un’anziana “rifugiatesi nel mio scompartimento aveva tanta paura che si teneva le mani vicino alle orecchie per non sentire per non parlare dei bambini che piangevano…..
Dopo circa 20 minuti sulla banchina del binari compare un controllore ed un addetto della polizia che avrebbe preso servizio, sarebbe rientrato dalle ferie al lavoro il giorno dopo a Bolzano, quindi non della stazione, non del luogo riescono a mettere un po’ di pace dicendo che vi erano anche altri passeggeri e se loro avevano avuto qualche problema dovevano informare la polizia ferroviaria che avrebbe provveduto ed ecc….
Sembrava, a questo punto, che il peggio fosse passato ma quando ad un certo punto il giovane chiama a se il poliziotto mostrandogli il distintivo per dirgli che era un collega puoi immaginare cosa è successo e cosa si è detto fino a quando il treno non è ripartito e la cosa è continuata nel treno stesso tra il genero della donna incinta e la parente del giovane.

Riflessione mediocre.

1) ma le forze dell’ordine non dovrebbero tenere l’ordine invece di creare disordine?
2) Perché questo atto di forza, abuso di potere del giovane nei confronti di quell’uomo giustamente infuriato dopo l’incidente che lo stesso giovane aveva provocato a sua nuora?
3) Perché, nonostante tutto quel baccano, nessuno se non dopo 20minuti è venuto a controllare?
4) Infine, perché il poliziotto che rientrava dalle ferie, una volta visto che il giovane era un suo collega e vista la furia che quel distintivo aveva creato non si è preso la briga di fare un minimo d’indagine?

Alessandro Corroppoli

20 agosto 2008

Catania/3:Sedicenne tolto alla madre perchè militante del Prc: Le reazioni dal mondo politico

«Nell'esprimere la mia piena a totale vicinanza e solidarietà a M.P. e a sua madre, ritengo necessario che venga affrontata e risolta la gravissima violazione costituzionale che si è verificata a Catania. Che la prima sezione civile del Tribunale di Catania motivi una sentenza con le stesse argomentazioni non è solo gravissimo ma inaccettabile in uno stato di diritto». Lo dichiara il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, intervenendo in merito alla decisione dei giudici di Catania di togliere un ragazzo di 16 anni alla madre, perchè l'adolescente militava negli ambienti «estremisti» di Rifondazione comunista. «Ho scritto -prosegue Ferrero- al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinchè nella sua veste di garante della Costituzione e di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura intervenga per porre rimedio a questa situazione inaccettabile. Mi aspetto anche che il sindaco di Catania e il presidente del Consiglio dei ministri intervengano sollecitamente ai loro rispettivi livelli per garantire che i servizi sociali di questo Paese operino all'interno dei diritti e dello spirito della Costituzione». «Che, nella loro relazione i servizi sociali del comune di Catania trattino la militanza in Rifondazione comunista come un fatto sostanzialmente illecito -conclude il leader di Rifondazione- e negativo per un ragazzo è gravissimo e testimonia di pregiudizi incompatibili con l'espletamento di un pubblico servizio. L'attività degli organi statali al di fuori del quadro costituzionale è infatti a tutti gli effetti eversiva e l'assenza di un sollecito intervento per ripristinare una situazione di legalità costituzionale non potrebbe essere lasciata passare senza conseguenze».

«Quanto accaduto a Catania, dove il tribunale civile ha tolto alla madre, il figlio sedicenne perchè iscritto ai Giovani Comunisti, definito un gruppo di estremisti, un atto grave, incivile e pericoloso». Lo sottolinea Ornella De Zordo di Unaltracitta/Unaltromondo. «Si tratta -aggiunge- di un atto dei tanti che in questo periodo confermano la validità delle analisi di chi indica una deriva reazionaria del nostro paese. Unaltracitta/Unaltromondo esprime pertanto piena solidarietà al ragazzo e alla madre fiduciosa che il Tribunale di Catania cancelli quanto prima la sua decisione in quanto non rispettosa della dignità della persona e delle regole sacrosante della democrazia che prevedono il pieno e pi ampio godimento dei diritti politici».

«L'episodio del giovane 16 enne catanese affidato al padre e strappato alla madre in quanto 'milita in Rifondazionè, partito di »estremistì, dove sarebbe stato iscritto in quanto plagiato dal segretario del circolo locale del Prc, episodio mirabilmente raccontato oggi sulle pagine del quotidiano La Repubblica, sarebbe facilmente derubricabile nella categoria del grottesco e dell'assurdo, se non fosse grave e pericoloso, vero segno dei tempi di un Paese e un'opinione pubblica che, come hanno denunciato in modo forte e illustre, proprio su Repubblica, sia Eugenio Scalfari che Nanni Moretti, mostra chiari segni di afasia, degrado e illiberalità. Un clima rispetto al quale anche le politiche, le scelte e gli atteggiamenti del governo Berlusconi hanno le loro precise colpe e responsabilità«. Lo sottolinea Giovanni Russo Spena del Prc. »In autunno -aggiunge- sarà importante se non decisivo rilanciare con forza una serie di lotte di massa per la difesa dei diritti sociali come dei diritti individuali, oggi seriamente messi in pericolo, come pure sarà necessario llavorare per ricostruire il tessuto stesso di una opinione pubblica democratica e civile che oggi manca in gran parte, se non del tutto. Alla madre del ragazzo, cui è stato sottratto in questo modo assurdo il figlio, tutta la nostra umana e convinta solidarietà e un impegno, quello a fare in modo che non resti sola nella sua sacrosanta lotta per vedersi riaffidare la custodia di un figlio la cui unica colpa è quella di frequentare un partito, e dei centri sociali , dove si fa politica e s'insegna una virtù sempre più rara, nell'italia di oggi, l'amore per la democrazia, la libertà, l'impegno sociale, etico e civile«.

«Quello che è accaduto a Catania è un fatto di una gravità inaudita. Sulla base di una relazione dei servizi sociali (cioè di una struttura pubblica), il Tribunale di Catania ha motivato la sottrazione dell'affido di un ragazzo sedicenne alla madre con l'argomentazione, tra le altre, che egli è iscritto ai Giovani Comunisti del Prc. Delle due l'una: o l'ordinanza viene immediatamente ritirata oppure si accetta il principio per il quale aderire ad un partito comunista costituisce fattispecie di reato». Lo sottolinea Claudio Grassi, esponente del Prc e e coordinatore nazionale area «Essere comunisti». «Facciamo appello -aggiunge- alla sensibilità democratica del Paese e alle istituzioni: serve un segnale forte, immediato, una denuncia politica e una grande mobilitazione sociale. Altrimenti ne dovremmo dedurre che in Italia non c'è più democrazia e che tutti noi, facenti parte di 'gruppi di estremistì, come ci definisce il Tribunale di Catania saremo a breve nelle condizioni di essere posti fuori legge e, perchè no?, condannati da un nuovo Tribunale speciale»

«Una notizia che ha destato grande preoccupazione e per questo ho deciso di inviare un telegramma di solidarietà e vicinanza alla madre del ragazzo». Lo ha detto all'ADNKRONOS l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, in merito alla decisione dei giudici di Catania di togliere il figlio 16enne a una madre della città etnea perchè, questa la motivazione scatenante anche se non unica, l'adolescente militava negli ambienti «estremisti» di Rifondazione comunista.

«I Comunisti sono un'organizzazione estremista solo perchè fuori dal Parlamento? Ci vogliono fuori legge?» Se lo domanda Oliviero Diliberto commentando la vicenda del ragazzo siciliano non affidato alla madre perchè appartenente a Rifondazione Comunista. «Appartenere a un partito Comunista è motivo così disdicevole per un ragazzo tanto da accusare la madre e non fargli avere l'affidamento del figliio? Me lo chiedo -sottolinea- dopo aver letto la storia del ragazzo siciliano che i servizi sociali non affidano lla madre perchè Comunista. Noi non siamo in Parlamento. Ma siamo nel Paese a difendere i deboli e chi non ha voce. Chiedo al Ministro delle Politiche Giovanili Giorgia Meloni e a quello delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi se credano possa essere consentito a un servizio sociale dello Stato sindacare sulle idee politiche di un giovane e farne oggetto di valutazione».

«Altro che fascismo strisciante, al Sud è già arrivato se a una mamma viene negato l'affido perchè il figlio è iscritto a una organizzazione Comunista che si vuole far passare per estremista». Lo dichiara Orazio Licandro, responsabile organizzazione del Pdci, commentando la vicenda del ragazzo siciliano non affidato alla mamma perchè iscritto a Rifondazione Comunista. «Se essere Comunisti per i servizi sociali significa essere estremisti e pericolosi -commenta Licandro- siamo all'anticamera della messa al bando. La prossima volta si dirà che i Comunisti conducono alla devianza giovanile e infine il Parlamento interverrà mettendoci fuori legge. Un fatto di inaudita gravità. Altro che fascismo strisciante. Qui ci siamo proprio e dichiararsi Comunisti al Sud è sempre più pericoloso. Ma ciò che davvero ripugna, a parte il grappolo di violazioni di legge di cui nessuno si è accorto, è che in una relazioned dei servizi sociali si criminalizzano le idee politiche per colpire una madre e un ragazzino». «Spero -conclude l'esponente del Pdci- solo che qualche solone del Nord non la butti ancora in cagnara, ma si convinca del pericolosissimo scivolamento del Paese. Lo dico a Cacciari che negava nei giorni scorsi la deriva del paese. Sindaco Cacciari, invece di fare il filosofo in gondola, vieni al Sud.Te lo spieghiamo noi cosa è il fascismo».

Catania/2: Sedicenne tolto alla madre perchè militante del Prc. Il Comunicato della federazione provinciale Prc

Il Partito della Rifondazione Comunista e i Giovani Comunisti di Catania esprimono sconcerto per la notizia appresa dal quotidiano “La Repubblica” secondo la quale la militanza dentro il PRC sarebbe stata una delle cause per le quali un giudice del tribunale di Catania ha deciso di affidare un minore al padre togliendolo alla madre con la quale viveva. Ci sembra innanzi tutto gravissimo che i servizi sociali, sulla cui relazione la sentenza si fonda, abbiano ricollegato la militanza politica dentro Rifondazione all'utilizzo di sostanze stupefacenti ed alcoliche e che abbiano descritto la nostra comunità come un gruppo di pericolosi estremisti dal quale le istituzioni devono allontanare i giovani. A nostro avviso trattasi di dichiarazioni di una gravità senza precedenti che dimostrano innanzi tutto un'allarmante carenza di imparzialità da parte delle istituzioni pubbliche coinvolte nella vicenda che dovranno dare spiegazioni in tutti i luoghi deputati sul discredito che hanno gettato sul Partito della Rifondazione Comunista. Teniamo inoltre a chiarire che il Circolo Tien An Men al quale sono iscritti gli studenti delle scuole superiori, costituisce un oasi felice nella realtà giovanile di Catania. Passione politica, impegno sociale, antimafia, antifascismo costituiscono le basi sulle quali si fonda la comunità che il circolo rappresenta nel Partito, nelle scuole e nella città.

Infine vogliamo ricordare che essere comuniste e comunisti significa, soprattutto in Sicilia, essere dalla parte dei più deboli e degli sfruttati, dei lavoratori, dei migranti e degli studenti. Dalla parte degli esclusi ed emarginati da questa società. Iscriversi a Rifondazione Comunista significa quindi scegliere di appartenere ad una comunità che continua a battersi contro le ingiustizie di questa terra, contro un potere mafioso sempre più potente che continua a mortificarla dentro e fuori le istituzioni . Militare nei Giovani Comunisti significa, poi, per i giovani scegliere di battersi contro i mali di una generazione che tra precarietà, disoccupazione e disgregazione sociale vede il proprio futuro sempre più incerto e insicuro. Invitiamo quindi i servizi sociali catanesi ad esprimere giudizi solo dopo aver conosciuto la realtà di cui parlano, per non correre il rischio di apparire o come i servi sciocchi di chi combatte le comuniste e i comunisti perché troppo scomodi in una realtà come Catania, o come un organo politicamente orientato e pertanto non obiettivo e discriminatorio.

Infine esprimiamo la massima solidarietà ad una famiglia che ha visto la propria vita privata sbattuta sui giornali e ad una madre che se dovesse definitivamente perdere l'affidamento di suo figlio per le ragioni riportate da Repubblica sarebbe vittima di un'ingiustizia giuridica senza precedenti.


Il segretario del Partito della Rifondazione Comunista di Catania

Pierpaolo Montalto


Il Coordinatore Provinciale dei Giovani Comunisti

Valerio Marletta


Il Segretario del Circolo Tien An Men

Emanuele Saluzzo


Catania: Sedicenne tolto alla madre perché milita in Rifondazione

Contestata la militanza comunista nella sentenza di separazione. Proteste della sinistra: è una caccia alle streghe Il giovane ha sedici anni.

Ed ora la militanza a Rifondazione Comunista diventa una discriminante sociale, anche per i fatti di famiglia. L'iscrizione al circolo Tienanmen dei Giovani comunisti (organizzazione giovanile del Prc) è tra le motivazioni del provvedimento con cui la prima sezione civile del Tribunale di Catania ha affidato sedicenne al padre anziché alla madre. L'adesione del ragazzo al Tienanmen era stata segnalata dagli assistenti sociali, che hanno definito il circolo giovanile di Rifondazione un «gruppo di estremisti». Secondo il rapporto dei servizi sociali citato nella sentenza del Tribunale, ci sarebbe un adescatore maggiorenne, il segretario del circolo studentesco appunto, «che convince i ragazzi minorenni all’attivismo politico e all’iscrizione al gruppo». Peccato che nel circolo giovanile del Prc Tienanmen di Catania c’è una regola per la quale una volta compiuti i 18 anni bisogna iscriversi al circolo territoriale del partito. Come ci dice Pier Paolo Montalto, Segretario della federazione catanese del Prc, «l’attuale segretario ha 16 anni ed è un bravissimo ragazzo che ha fatto dell’antimafia e delle battaglie per la legalità una scelta di vita». «Se quello che è scritto sulla sentenza fosse confermato si tratterebbe di una discriminazione pesantissima – prosegue Montalto che tra l’altro è un avvocato – oltre ad essere una falsità disumana».
Il segretario provinciale del Prc continua: «La cosa più grave è che i servizi sociali hanno collegato la militanza politica all’uso di droghe e di sostanze psicotrope. Questo per noi è un insulto all’impegno quotidiano che i nostri ragazzi ogni giorno mettono in campo contro la mafia e le disparità sociali del nostro territorio, che sono tantissime – continua Montalto». Secondo il dirigente di Rifondazione «Il circolo studentesco è un “oasi felice” in una città dove forte è la criminalità giovanile e il disorientamento sociale». Conclude il segretario: «I giovani attivisti del circolo sono tutti ottimi ragazzi. Hanno tutti ottimi voti a scuola e sono impegnati nel volontariato sociale, altro che sbandati e pericolosi estremisti come li ha definiti il rapporto del Tribunale». «Stiamo ancora cercando di capire i motivi che hanno spinto il tribunale a prendere questa decisione. Il ragazzo non si droga, non ha commesso reati. La cosa che ci ha colpiti è che viene citato come appartenente ad un gruppo estremista. Secondo noi è stato montato un caso sul nulla». Lo afferma l'avvocato Mario Giarrusso, legale di Agata Privitera, madre del ragazzo. Secondo il quotidiano "La Repubblica", che ha rivelato il caso, nelle loro relazioni gli assistenti sociali avrebbero affermato che il giovane «frequenta luoghi di ritrovo giovanili dove è diffuso l'uso di sostanze alcoliche e psicotrope», e definito i comunisti «estremisti». La vita del sedicenne inoltre sarebbe «senza regole». Nelle relazioni dei servizi sociali e nell'ordinanza del Tribunale inoltre si rimprovera alla madre di aver nascosto al marito che il ragazzo ha avuto «una irregolare frequenza scolastica» e di avere dato il suo beneplacito a «mancati rientri a casa». Il padre è un impiegato comunale, la madre è un medico. La donna è stata obbligata a versare 200 euro al mese al marito per il mantenimento dei figli e a lasciare la casa. «Mio figlio va al mare e studia - dice la madre - ha avuto tre debiti al penultimo anno del classico in greco, latino e filosofia. Come può essere sereno con questa guerra in atto?». La coppia ha altri due figli, una ragazza che ha appena compiuto i 18 anni, che viveva con il padre ma che ora dopo aver compiuto la maggiore età è andata a vivere con la madre, ed un maschio di 12 anni, che è stato assegnato anch'egli al padre ma che vuole andare a vivere con la madre. «In questo momento il Tribunale per i minorenni di Catania sta decidendo se mandare il ragazzo in comunità, come richiesto dagli assistenti sociali. Con l'aiuto di alcuni consulenti - ha aggiunto il legale - stiamo cercando di preparare una richiesta al Tribunale per un riesame della vicenda»






Torino, rivolta al Cpt

Il cosiddetto giro di vite del governo sui clandestini dà i primi risultati. Ieri ennesimo delirio nel Cpt di Torino, una struttura che non trova pace e risulta decisamente più turbolenta di altre in Italia. Due notti fa è andata in scena l'ennesima rivolta che ha visto scontrarsi gli "ospiti" ed il personale di guardia. Questa volta ai soldati appena giunti non è andata bene, perché al posto delle telecamere che in queste settimane li stanno seguendo manco fossero calciatori si sono imbattuti nella sassaiola degli insorti. Quattro ore di scontri con distruzione dei locali, un piccolo incendio e molti contusi.La rivolta è stata capeggiata da un ragazzo marocchino, forse, che ha dato in escandescenza dopo aver ricevuto i medicinali verso le dieci di sera. Il giovane, con precedenti penali per tutto e di più, sostiene di essere stato "trattato come una bestia" dal personale medico. Circostanza smentita dai medici con forza.Comunque sia, è scattata una rivolta generale: prima è stato dato fuoco a materassi (ignifughi), tende e mobili, poi è partita una violenta sassaiola che ha ferito un agente di polizia. Nessuno ha tentato la fuga. Sono giunte ambulanze e vigili del fuoco e la "calma" è tornata solo al mattino seguente. Un po' tutti i reclusi confermano l'invivibilità del Cpt torinese: «Siamo stanchi di essere trattati come bestie, chiusi nei recinti, persino durante l'assistenza medica». Ribattono i militari della Cri: «Il ragazzo ha iniziato a dare in escandescenza a prescindere dalla somministrazione dei farmaci e solo l'intervento di polizia ha evitato maggiori danni a cose e persone». A prescindere dall'attendibilità del giovane marocchino, è un dato di fatto che il Cpt di Torino è un luogo molto turbolento in cui si susseguono gravi episodi di violenza che vedono immancabilmente seguire lo schema "rivolta a seguito di supposte violenze o angherie". Nello scorso maggio è accaduto l'episodio più grave: Hassan Nejl, un marocchino di 38 anni, è morto ufficialmente a seguito di una polmonite fulminante. I compagni raccontarono che sì il ragazzo era stato molto male ma i soccorsi non erano stati tempestivi, tutt'altro.L'europarlamentare Vittorio Agnoletto corse da Bruxelles per verificare i fatti e dopo un sopralluogo nel Cpt contestò una notevole precarietà nella vita dei detenuti. Si scatenò un'insurrezione molto violenta, durata un giorno intero.Le circostanze di quel decesso non sono tuttora chiare però chiare e infatti la procura di Torino ha aperto un'inchiesta. Pochi giorni fa gli esiti dell'autopsia hanno confermato il decesso per polmonite del giovane Hassan.Solo pochi giorni fa invece un infermiere della croce rossa, Antonio Ciampo, è stato sorpreso a spacciare sostanze stupefacenti all'interno del centro. Senza dimenticare gli innumerevoli tentativi di fuga e le rivolte come quella dell'altra sera.Il Cpt di Torino è stato appena rifatto: inaugurato il 14 maggio attualmente ospita 57 persone ma nel 2009 potrebbe giungere fino a 180 reclusi. Al posto dei vecchi container sono stati messi dei prefabbricati dotati di aria condizionata e bagni.Che la situazione sia tesa lo testimonia anche le continue lamentele del personale che opera dentro la struttura. Il Sap, il sindacato di polizia, per bocca del suo rappresentante Massimo Montebove, lancia un sasso nello stagno della discussione in corso riguardo il reale aiuto dei militari dislocati nelle città: «I Cpt non sono caserme, ma realtà complicate da gestire dove servono donne e uomini preparati. E' inutile mettere i militari se poi ci sono problemi di gestione e coordinamento. Si è preferito impiegare gli alpini della Taurinense al posto di militari e poliziotti per poi correre ai ripari chiamandoli in fretta e e furia quando è scoppiata la rivolta».Discorso più o meno simile da parte della Croce Rossa, che si considerano addirittura "soldati precari", titolari di contratti a termine che possono essere rinnovati o meno anche senza preavviso.Comunque sia la filosofia Cpt (ora Cie: centro identificazione ed espulsione) mostra tutti i suoi limiti teorici e pratici. Di fatti si tratta di carceri dove dentro finisce di tutto. Dal killer al poveraccio senza permesso di soggiorno pizzicato a vendere occhiali per strada.

Pietrasanta(LU): violenza fascista al caffé la Versiliana

Violenza fascista alla VersilianaAncora una volta il volto violento della destra viene fuori. Al caffè la Versiliana di Marina di Pietrasanta lo squadrismo fascista colpisce esponenti antifascisti locali che dopo l’ennesima affermazione apologetica protestavano pacificamente.L’affermazione "state facendo apologia di reato” fa scatenare la rabbia dei nostalgici del fucilatore Giorgio Almirante che lanciano seggiole contro gli antifascisti e la polizia che si era frapposta. Negli episodi un giovane compagno viene colpito al naso da un cazzotto.Al caffè la Versiliana la violenza fascista passa dalla teoria alla pratica mostrando che un simile caffè ha ormai connotati apertamente anticostituzionali.

Pesaro: Aggredito ragazzo rom

Martedì 19 agosto, intorno alle ore 15, a Pesaro, di fronte al teatro Rossini, davanti alla gelateria "Lo Zio Marco" il giovane Ionut Grancea, 17nne Rom romeno, fratello dell'attivista Rom del Gruppo EveryOne Nico Grancea , è stato aggredito da un italiano mentre chiedeva l'elemosina di fronte al locale.Il ragazzo è stato avvicinato dall’uomo, sui 35 anni, che, uscendo dalla gelateria, lo apostrofava con parole minacciose: “vattene subito di qui!”. “Ho risposto che non stavo facendo niente di male, che sono povero e sono costretto a mendicare per sopravvivere” è riuscito a raccontare in preda al panico il giovane Ionut agli attivisti del Gruppo EveryOne che lo hanno soccorso. “Mi ha detto ‘vattene o ti brucio vivo’”. Alla minaccia, è seguito un violento pugno all'altezza della tempia sinistra e un breve inseguimento, con l’obiettivo di pestare a sangue il giovane.“E’ l'ennesimo, vergognoso episodio di violenza razzista che si verifica in Italia” commentano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, i leader del Gruppo EveryOne. “Negli ultimi tempi, fra Rimini, Pesaro e Fano si sono verificati gravissimi episodi di intolleranza razziale mai stigmatizzati dalle Istituzioni locali: il pestaggio di una ragazzina Rom incinta sulla passeggiata, di fronte a decine di italiani indifferenti; un giovanissimo Rom romeno schiaffeggiato, insultato e minacciato da razzisti italiani, sempre davanti a testimoni senza alcuna volontà di difenderlo; l’attivista Nico Grancea, membro del nostro Gruppo, minacciato di morte. E' necessario che le istituzioni, le autorità e la stampa locale assumano una posizione forte e smettano di voltare la faccia dall'altra parte di fronte ad azioni che ci riportano agli anni dei manganelli e dell'olio di ricino” continuano i rappresentanti di EveryOne. “Nessuno dei tanti che gustavano il loro gelato mentre Ionut veniva preso a pugni ha mosso un dito per fermare l’aggressore, né si è alzato dal proprio tavolo per soccorrere il ragazzo: la gente continuava indifferente a conversare, come niente fosse, e questo è un particolare ancora più raccapricciante”.Dopo l'intervento dei Carabinieri, che hanno identificato l'aggressore, rilevandone i dati grazie alla segnalazione della famiglia del ragazzo aggredito, Ionut è stato condotto al pronto soccorso dell'Ospedale San Salvatore dolorante, in preda a vertigini e in forte stato confusionale: per lui un “trauma contusivo della guancia e della regione zigomatica sinistra con arrossamento abraso, dolore e vertigini a seguito di percossa” e 5 giorni di prognosi.“La città di Pesaro deve ritrovare il suo spirito democratico e accogliente”, proseguono gli attivisti “perché nonostante le lodevoli promesse del sindaco Luca Ceriscioli relative all'avvio urgente di un programma di integrazione e sostegno, finora la piccola comunità Rom romena che vive in città ha subito ogni genere di vessazione e umiliazione e vive tuttora in condizioni di povertà ed emarginazione gravissime, nonostante la commissione del Parlamento Europeo in visita ai campi Rom d’Italia abbia scelto i suoi membri quali esempi della condizione di persecuzione cui è soggetto il popolo Rom nel nostro Paese. Oltretutto” affermano ancora Malini, Pegoraro e Picciau “è stato comunicato dalle autorità alle famiglie Rom di Pesaro che a fine agosto, contraddicendo le promesse del sindaco, verranno messe in mezzo alla strada. Ebbene, in quelle famiglie vi sono donne e uomini sofferenti di gravi patologie oncologiche e cardiache, bambini anche di pochi giorni e persone in condizioni di grave denutrizione. Questo sgombero contro cui il nostro gruppo si oppone con indignazione causerebbe un’ulteriore tragedia e un’ulteriore dimostrazione di natura xenofobica di fronte alla quale il sindaco Luca Ceriscioli non può restare indifferente. Ricordiamo” concludono “che la Questura della città di Pesaro ha affisso per le strade della città marchigiana, e nelle botteghe, locandine che ricordano gli anni delle leggi razziali. Una di queste locandine invita la cittadinanza a chiamare le autorità nel caso vedano per le strade nomadi. Questo in contravvenzione delle direttive del Parlamento Europeo, della Costituzione italiana e delle convenzioni internazionali che proteggono i diritti dei popoli e tutelano i diritti umani”.Il Gruppo EveryOne porterà all’attenzione immediata della Commissione Europea, del Parlamento Europeo e del Consiglio UE, il grado di indifferenza, approssimazione e negligenza con cui spesso autorità e istituzioni locali italiane reagiscono di fronte a episodi di matrice puramente razzista, lesivi dei diritti fondamentali e della dignità dell’individuo, come quello di oggi, e nel frattempo invita il sindaco Ceriscioli a condannare pubblicamente il gesto, esprimendo solidarietà al ragazzo e a tutta la comunità Rom colpita”.



Per ulteriori informazioni:


Gruppo EveryOneTel: (+ 39) 334-8429527 – (+ 39) 331-3585406
http://www.everyonegroup.com/

19 agosto 2008

Licenziato per reato d'opinione

“E’ stato licenziato il giorno di ferragosto il macchinista e RLS Dante De Angelis (nella foto), solo per aver dichiarato pubblicamente quello che tutti pensiamo e cioè che lo spezzamento dei due Eurostar a Milano, il 14 e 22 luglio scorsi, è stato un incidente potenzialmente molto pericoloso e un campanello d’allarme che pone con forza all’attenzione di tutti la questione della manutenzione, della progettazione e dei controlli sugli ETR”. E’ quanto si legge in una nota della rivista storica dei macchinisti ‘ancora In Marcia!’ che dà notizia del licenziamento del macchinista e Rappresentante per la Sicurezza. “Siamo di fronte ad un vero e proprio accanimento personale nei confronti di chi si occupa di sicurezza, De Angelis, infatti, nel 2006 aveva subito un analogo provvedimento, poi ritirato dalle FS sempre per la sua attività sindacale durante la vertenza dei macchinisti contro il pedale dell’Uomo Morto. Un altro gesto gravissimo - sottolinea la rivista – e un attacco frontale alla sicurezza e ai delegati che svolgono con incisività il loro ruolo, finalizzato a cucire la bocca a tutti su una questione di interesse generale quale è la sicurezza dei viaggiatori. A fronte del silenzio mantenuto per giorni dalle FS su quell’episodio, le preoccupazioni espresse da De Angelis - proseguono i redattori della rivista – sono da considerare innanzitutto come l’adempimento di un dovere nei confronti dei lavoratori e degli utenti del treno. Allontanarlo fisicamente dal lavoro proprio il giorno di ferragosto, senza neanche avergli consegnato la lettera di licenziamento e minacciando il ricorso alla forza pubblica, è stato soltanto un ulteriore crudele e gratuito gesto di arroganza aziendale. Questo licenziamento rappresenta, inoltre, anche una sfida al Sindacato che segue di pochi giorni l’ingiusto licenziamento degli otto operai delle officine di Genova. Il licenziamento di De Angelis – concludono i ferrovieri – alla luce di tutto ciò assume i contorni di una sorta di rivalsa da parte dei massimi dirigenti Fs sottoposti a procedimenti penali proprio a seguito delle denunce dei RLS”.

La redazione di ancora In Marcia!


E' in corso una petizione a favore di Dante De Angelis (le adesioni si ricevono al sito http://www.macchinistisicuri.info/ms/home.php)

18 agosto 2008

Genova: Tredici estremisti di destra aggrediscono giovane angolano

"Stasera ho voglia di picchiare qualcuno. Guarda sta passando uno sporco negro...quasi quasi mi sfogo con lui. Puzzi, lo sai negro? Te ne devi tornare al tuo paese, in Africa. Ti ammazzo". Pronunciando queste frasi 13 giovani estremisti di destra avrebbero aggredito, insultato e ferito un ventiquattrenne angolano, Assundao Benvindo Muteba, figlio di un dirigente del ministero dell'Innovazione dell'Angola, laureando in economia e commercio a Genova. Il giovane, attraverso le pagine del quotidiano genovese "Corriere Mercantile", ha denunciato l'aggressione subita venerdì notte sulla passeggiata Anita Garibaldi di Genova Nervi. Sul caso indaga la polizia di Genova che sta procedendo all'identificazione degli aggressori.Il ventiquattrenne ha riportato lesioni al capo e agli arti giudicate guaribili in otto giorni dai medici del pronto soccorso dell'ospedale San Martino di Genova che lo hanno visitato e dimesso. Secondo quanto riferito dalla vittima e dalla ragazza che era con lui, in principio otto giovani italiani dall'aspetto hanno preso ad insultare il giovane angolano. Avrebbero pronunciato frasi pesantissime. Il ventiquattrenne ha cercato di evitare contatti, senza riuscirvi. Gli otto gli si sono fatti intorno e hanno preso a malmenarlo. Al primo gruppo di aggressori si sono unite altre cinque persone. Solo quando la ragazza ha chiamato la polizia, il gruppo si è dileguato."E' stato terribile - racconta il giovane sulle pagine del quotidiano - Mi arrivavano colpi da ogni parte. Al volto, alle gambe, all'addome. Non riuscivo a respirare, non vedevo nulla. E poi gli insulti, terribili. Non voglio neppure ripeterli. Cosa ho pensato in quel momento? Solo a non cadere, a rimanere in piedi. Se fossi finito a terra probabilmente a quest'ora non sarei qui a raccontare questa storia".

17 agosto 2008

Pacchetto sicurezza: L'Independent contro l'Italia"Vietate tutte le cose divertenti"

Il giornale britannico avverte i turisti stranieri: "Rischiate la multa..."

Sono tante le cose che non si possono fare nel nostro Paese, in questa estate 2008. Prendiamo ad esempio le spiagge: su tutto il territorio nazionale è vietato farsi fare un massaggio cinese sul lettino. E se poi passiamo in ambito locale le proibizioni crescono, grazie a una serie di provvedimenti emanati da sindaci più o meno sceriffi. Una situazione diffusa che adesso finisce nel mirino dei giornali inglesi. O più precisamente in quello dell'autorevole Independent, che al fenomeno tricolore del "nonsipuotismo" stabilito per legge (o per ordinanza) dedica un ampio articolo. Con un titolo che è già un commento: "Turisti attenti: se una cosa è divertente, l'Italia ha una legge che lo vieta". Oggetto del reportage, come è spiegato dalle pagine del giornale, è la "tempesta di nuove regole e regolamenti, che rischiano di trasformare il Belpaese nel più grande stato-babysitter". Con i cittadini visti come bambini da controllare accudire e limitare, quasi in ogni ambito del vivere pubblico. (continua)

15 agosto 2008

G8 Genova: Placanica, possibile che non sappia chi sparò a Carlo?

La notizia che Mario Placanica ha denunciato ignoti per omicidio, per l'omicidio di Carlo, mio figlio, me l'ha data l'altra sera per telefono una gentile giornalista di Italia Uno. Mi ha chiesto un commento. Io ho potuto dire solo tre cose. La prima è che Mario Placanica da sette anni offre versioni diverse e altalenanti a proposito dell'uccisione di Carlo e che a questo punto dovrebbe decidersi su qual è la versione più vera. Ha detto - e tutto fa supporre sia anche il senso di questa sua ultima iniziativa con il suo attuale legale, professor Carlo Taormina - che non è stato lui a sparare. Ma siccome una delle poche cose certe di questa vicenda è che lo sparo è partito dalla camionetta Defender dei carabinieri se non è stato lui dica chi è stato. Denunciare un "ignoto" che era con lui in quel momento è un po' strano. La seconda cosa: Mario Placanica si è affidato a diversi avvocati fino ad oggi. A quanto pare non sa scegliere bene, dovrebbe essere più attento. La terza è che come dice un compagno, un caro amico, il caso di Piazza Alimonda, di Carlo è la rimozione di un omicidio ma rientra nella rimozione più generale dei fatti del G8 2001 di Genova. In realtà, il punto è questo, non si vuole fare chiarezza sulle responsabilità a partire da quelle politiche (vorrei ricordare che chi parla tanto di giustizia, oggi, a suo tempo ha votato contro la commissione di inchiesta alla Camera e negare una commissione di inchiesta non è certo fare giustizia), per continuare con la catena di comando che ha gestito le giornate di Genova e che ha visto massimo responsabile, il signor Gianni De Gennaro, inquisito per istigazione alla falsa testimonianza a latere del procedimento sui fatti alla scuola Diaz e che non si è mai presentato in tribunale, oggi ai vertici dei servizi. Per continuare nella catena fino a vari personaggi che in sette anni hanno fatto carriera all'interno della polizia. Vorrei aggiungere un'ultima osservazione. Come ripete da tempo il padre di Carlo, l'arma dei carabinieri non viene mai indagata, neppure nominata. Eppure è l'arma dei carabinieri che dà il via alle aggressioni ad un corteo autorizzato il 20 luglio in via Tolemaide, aggressioni che generarono sbagliate violenze su cittadini e manifestanti inermi. Dovrebbe essere materia di riflessione per tutti.

Haidi Giuliani

La calda estate dei sindaci-sceriffi

Attenti ai piccioni. A Lucca, dargli da mangiare può costare caro: fino a 500 euro di multa. Frenate, poi, le vostre effusioni: per un bacio in auto a Eboli si sborsano 500 euro. Organizzate una festa con fuochi d'artificio? Ricordate che a Positano sono vietati ogni giorno, tranne il sabato. E poi, dite addio ai massaggi sui litorali. Ogni estate ha i suoi divieti, si sa. Ma questa del 2008 rischia di diventare un percorso a ostacoli. Complice il decreto Maroni, che incoraggia la "creatività" dei sindaci a colpi di ordinanze. In effetti i primi cittadini, ora "ufficiali di governo", stanno dando prova di grande fantasia. I divieti? Dai più seri, ai più futili. Tra i primi, quelli che colpiscono l'accattonaggio (ad Assisi, Verona, Venezia, Firenze), la prostituzione di strada con maximulte ai clienti (a Padova, Verona, Silvi, Pescara), gli ambulanti abusivi e il trasporto di merce in borsoni (a Venezia, Alassio, Roma, Cortina d'Ampezzo, Forte dei Marmi). Un pacchetto d'ordinanze, questo, che è direttamente figlio del decreto legge del 5 agosto scorso, relativo ai nuovi poteri dei sindaci. Altri divieti, che colpiscono a pioggia i comportamenti più vari, sono invece usciti dai cassetti dei Comuni ben prima del via libera dato dal Viminale. Capostipite, l'ordinanza anti-lavavetri di Firenze, del 27 agosto 2007. A Positano, da fine giugno scorso i "botti" sono vietati nelle feste private, tutti i giorni a eccezione del sabato dalle 20.30 alle 23. Le multe? Da 50 a 500 euro. Il sindaco di Forte dei Marmi, Umberto Buratti, invece, ha deciso di vietare l'uso del rumoroso tagliaerba nel pomeriggio e durante il weekend. Ben oltre si è spinto il 2 agosto scorso, il sindaco di Eboli: ha infatti deciso di istituire una multa fino a 500 euro per chi viene trovato in auto in atteggiamenti amorosi. A Lucca, il nemico è il piccione e chi gli dà da mangiare: la multa può andare da 25 a 500 euro. Sotto attacco sono poi le panchine di mezza Italia: a Voghera, il vicesindaco Graziano Percivalle (Udc) le vieta a partire dalle 23 a gruppi composti da più di tre persone; a Viareggio, invece, nei mesi di luglio e agosto è vietato appoggiarvi sopra i piedi. A Novara, il primo cittadino Massimo Giordano proibisce la sosta notturna nei parchi a più di due persone.
Attenti anche in spiaggia: a Massa Carrara non si può cucinare dentro le cabine degli stabilimenti; ad Eraclea, guai a costruire castelli di sabbia; a Is Aruttas (Olbia) multa fino a 360 euro per chi fuma in spiaggia. Non va meglio in città: a Genova dall'8 agosto scorso, non si può passeggiare con una bottiglia di bevanda alcolica in mano, tra i carrugi del centro storico. Vietato, poi, in molte città (ad esempio Capri) girare a torso nudo o in bikini. Per non essere da meno degli enti locali, anche il governo nazionale impone i suoi divieti estivi. Con un'apposita ordinanza, infatti, il sottosegretario al Welfare, Francesca Martini, ha proibito qualche giorno fa i massaggi lungo i litorali, per "prevenire gli effetti pericolosi che possono essere generati dalla pratica sulle spiagge di prestazioni estetiche o terapeutiche, da parte di soggetti ambulanti non in possesso di adeguata preparazione e competenza". C'è invece chi i divieti decide di toglierli. Il 13 agosto, un uomo che leggeva un libro sdraiato sul prato di Campo Marzo a Vicenza è stato multato di 50 euro, in base a un'ordinanza del 2002, che vietava di adagiarsi sull'erba di alcuni giardini pubblici. Divieto, che il Comune ha deciso però di togliere per permettere di "stendersi sull'erba: cosa che tranquillamente avviene in tutti i più bei parchi del mondo".

14 agosto 2008

Roma: L'odissea di una peruviana"In cella perché straniera"

La denuncia di due ragazze sudamericane maltrattate da un poliziotto a Roma. Una fermata e poi rilasciata: erano sedute sugli scalini di una chiesa

Scambiata per prostituta, umiliata davanti ai passanti proprio nel centro della città, portata all'ufficio Immigrazione. E lasciata lì, tutta la notte, in una cella minuscola, sporca e maleodorante con prostitute vere, che le passano accanto e sbrigano le pratiche per il rilascio ben più velocemente di lei. Succede a Roma, la città che, su disposizione del governo, avrà il maggior numero di militari a presidiare strade, stazioni, ambasciate. La stessa dove i primi appuntamenti nell'agenda del sindaco sono le nuove ordinanze anti-rovistaggio, anti-accattonaggio Scambiata per prostituta, una notte in cella Le vittime sono due ragazze normalissime. Vestite come qualsiasi altra giovane romana. Jeans, T-shirt a girocollo, ballerine, 28 anni, occhiali a goccia, capelli legati e un filo di trucco. Solo che, nonostante l'inflessione romanesca, sono peruviane. Almeno di nascita: a Roma ci vivono da cinque anni. Sono diplomate in Italia e frequentano regolarmente l'università "La Sapienza". Si mantengono con qualche lavoretto, una fa la cameriera e l'altra la baby sitter. Vivono in zona Prati. La domenica insegnano catechismo a Santa Maria degli Angeli, piazza della Repubblica, poco distante dalla centralissima stazione Termini. (continua)

Viterbo, banda di picchiatori fascisti minorenni aggredisce tre giovani

Notte bianca, anzi d’arancia meccanica a Viterbo. Che la cinghia sia di moda negli ambienti di destra, non lo dice uno stilista o chi scrive ma lo afferma il Corriere della Sera. NelTelegiornale del Lazio su Rai Tre, il capo della polizia, ha esorditocon un più cauto “ennesimo fenomeno di bullismo”, per poi giungere alla fine a conclusioni ancora più gravi del giornale suddetto e che possono essere già lette. Come hanno spiegato, nel corso di una conferenza stampa, Ciervo e Zampaglione, rispettivamente capitano e coordinatore della Mobile: “I ragazzi orbitano nell’area dell’estremismo di destra e degli ultras. Uno dei denunciato era stato già fermato dalle forze dell’ordine per violenza sessuale su minori. Quella della Notte Bianca appare come la classica situazione in cui il branco, forse sotto l’effetto dell’alcol cerca la propria vittima. Vittime per altro tutte maggiorenni”.L’età dei denunciati va dai 15 ai 17 anni. La polizia ha sequestratodiversi tubi di metallo, una spada, una mazza da baseball con su scritto “Avvocato difensore”, una cinta borchiata, materiale con scritto “Acab” ovvero “all cops are bastards”, che tradotto in italiano significa “Tutti i poliziotti sono bastardi”.Passo alla cronaca: il 19 luglio, durante la notte bianca a Viterbo:“Una decina di ragazzi, secondo la testimonianza delle vittime, senza nessuna ragione apparente avevano prima insultato e poi aggredito due giovani maggiorenni, che erano andati a prendere il gelato per due amiche che si trovavano nell’appartamento di via Sacchi. Poi li hanno aggrediti nell’androne del palazzetto cinquecentesco in via Sacchi, nel centro storico di Viterbo, picchiandoli con una cinta piena di borchie metalliche e altri oggetti contundenti. I tre sono riusciti a chiudersi in casa, dove si trovava una loro amica immobilizzata perchè da poco operata a un menisco. Ma gli aggressori hanno sfondato la porta, rompendo tutto ciò che gli capitava davanti, ed hanno continuato a picchiare le vittime. Prima di allontanarsi hanno anche tentato di aggredire la ragazza immobilizzata, ma hanno desistito, forse perchètemevano l’arrivo delle forze dell’ordine. I giovani aggrediti hannosubito lesioni guaribili in 20 e 10 giorni. Le indagini continuano perindividuare altri eventuali componenti del branco. Dopo una ventina di giorni d’indagini, con un’operazione congiunta della squadra mobile e dei militari del comando provinciale di Viterbo, tutti i presunti aggressori sono stati individuati. Sono stati denunciati alla procura della Repubblica presso il tribunale dei minori di Roma per aggressione, violenza con armi improprie e lesioni.Tra le piste seguite dagli investigatori per spiegare la brutaleaggressione c’è anche quella politica. La banda, infatti, orbiterebbe negli ambienti dell’estrema destra dove è ormai invalso l’uso delle cinghie, dotate di pesanti fibbie, come arma impropria.Uno dei presunti componenti della gang era stato già arrestato perviolenza sessuale nel giugno 2007 dagli uomini della sezione minori della squadra mobile. Il sedicenne, ancora sotto processo davanti al tribunale dei minori di Roma, è accusato di aver abusato con la forza di tre ragazzini di 12-13 anni.I ragazzi denunciati, tutti tra i 14 e i 16 anni, sono 6. Altricomponenti del commando sono stati solo individuati perchè, non avendo ancora compiuto 14 anni, non sono penalmente perseguibili. Tutti i ragazzi, hanno spiegato gli investigatori, erano già noti alle forze dell’ordine per aver compiuto altri atti di violenza e danneggiamenti.Nelle loro case sono state sequestrate spranghe di ferro, mazze da baseball, una spada e locandine con la scritta «Acab» acronimo di «Tutti i poliziotti sono bastardi». Gli investigatori li descrivono come violenti e spavaldi. Girano per la città fino alle 3-4 del mattino, bevono birra a superalcolici, sono iscritti a scuola ma frequentano occasionalmente”. In ultimo un particolare da Adnkronos: La baby gang, (termine in voga ndr) in realta’ e’ composta anche da un sesto elemento, non imputabile perche’ di eta’ inferiore ai 14 anni.

Doriana Goracci

Il detenuto Alì, lasciato morire di fame

Alì Juguri era un cittadino iracheno, arrestato in Italia per il tentato furto - pare - di un telefonino. Detenuto da molti mesi aveva iniziato uno sciopero della fame durissimo. Carcere di Vasto, carcere dell'Aquila, poi in ospedale. Si dichiarava innocente. Il tribunale, in primo grado, lo aveva giudicato colpevole e lo aveva condannato a un anno e qualche mese. Non sappiamo perché Alì non avesse ottenuto la condizionale e la scarcerazione. Non sappiamo come fosse stata impostata la sua difesa.La storia di Alì Juguri è una storia semplice e come tutte le cose veramente semplici è importante. È una storia di carcere, di pena certa - come si dice oggi - di sistema giudiziario. E poi, soprattutto, come avete capito, è una storia di morte. Perché Alì è morto, due giorni fa, nell'ospedale de L'Aquila. Da tre mesi era ricoverato lì perché aveva deciso di non mangiare più dal momento che non trovava nessun altro modo per proclamare la sua innocenza, per protestare contro le istituzioni e cercare giustizia. Noi non sappiamo quasi niente della vita di questo iracheno di 42 anni. Sappiamo che è entrato in carcere a Milano una decina di mesi fa, che non ha avuto una buona tutela giudiziaria perché gli avvocati che lo hanno "assistito" non hanno provato nemmeno ad ottenere per lui la condizionale, e perché dopo la condanna di primo grado è stato "frullato" via come tanti suoi simili, stranieri, dal carcere milanese, per sovraffollamento, e mandato a Vasto. Da Vasto a l'Aquila. C'è qualcosa, nella sua storia, che - come una lente di ingrandimento - ci permette di osservare questo sistema giudiziario elefantiaco, obeso, burocratico. E' un sistema giudiziario che deve rispondere a tre «potenze», a tre «caste»: i giudici, la politica e l'opinione pubblica. Tre «caste» in lotta perenne tra loro e in grado di condizionarsi, danneggiarsi, aiutarsi. Il «patto» tra queste tre potenze è sempre in bilico, e tiene sempre in bilico gli equilibri della politica italiana. Ma sempre trova un suo equilibrio. Basato su che cosa? Sulla necessità dei giudici di mantenere il proprio potere, sulla necessità dei politici di proteggere se stessi e le classi dominanti, sulla necessità dell'opinione pubblica di ottenere promesse di giustizia, di punizione dei colpevoli o presunti, di vendetta.La chiave che permette questo equilibrio è quella del garantismo temperato. In che modo? Impastandolo con il giustizialismo, sulla base di una netta distinzione di classe: garantismo discreto per i ceti più solidi, per i politici, per gli stessi giudici, per chi è in grado di pagare; severità e sospensione dei diritti per i più deboli. Specie per quelle fasce di popolazione universalmente riconosciute come «estranee»: per esempio gli stranieri, o i piccoli delinquenti, i tossicodipendenti, le prostitute. Questo «patto» per la giustizia è quello che ha sempre impedito la riforma della giustizia. Ha permesso, con aggiustamenti successivi, di non toccare nessun privilegio e di scaricare sulla parte più debole della società il prezzo. Alì ha pagato questo prezzo. Alì, che probabilmente era innocente - e certamente lo era fino al pronunciamento della Cassazione - ma è che è morto, non sappiamo per la responsabilità di chi, senza poter ottenere giustizia. E senza suscitare grande scandalo, visto che ieri era quasi impossibile trovare notizie su di lui: il mondo dell'informazione non è affatto interessato, e nel mondo politico gli unici a muoversi, al solito, sono stati i radicali (interrogazione Bernardini-Turco: grazie). Oggi non si grida allo scandalo per uno che muore da detenuto. Si grida allo scandalo per l'indulto, perché ogni tanto c'è qualche disgraziato che torna sulla via del delitto (anche se le cifre ci dicono che statisticamente chi ha goduto dell'indulto torna a delinquere in misura tre volte inferiore rispetto a chi esce dopo aver scontato tutta la pena). Ma il vero scandalo dell'indulto è che non è servito a molto. Le carceri sono di nuovo piene, e sono piene di persone - moltissimi stranieri - accusate di reati per i quali la carcerazione potrebbe non essere necessaria. Lo scandalo è che l'indulto avrebbe dovuto essere un piccolo passo, e poi ci sarebbe dovuta essere l'amnistia e poi la riforma. E invece la finta guerra tra politica e magistratura rende impossibile tutto questo. Finché noi non riusciremo a indicare in questo patto tra i due "poteri" il colpevole per la mancata giustizia, continueremo ad essere vittime di un antipolitica che è il cemento dell'alleanza ipocrita e gaglioffa tra i poteri, e del loro dominio incontrastato.

Piero Sansonetti

11 agosto 2008

Parma: Le prime azioni dei Sindaci-sceriffi. Vergognoso bliz antiprostutizione da parte dei Vigili Urbani


Arrabbiata, spaventata e infine esausta. Rannicchiata a terra, mezza nuda, con il corpo sporco di polvere sul pavimento di una cella di sicurezza. La ragazza nigeriana fermata durante l'ultima retata anti-prostituzione e fotografata al comando della polizia municipale di Parma dopo che si era lasciata cadere a terra senza più forze, è diventata, suo malgrado, il simbolo di una nuova "caccia alle streghe", cominciata con la carta sulla sicurezza e proseguita con le ordinanze (applicate o solo annunciate) dei sindaci-sceriffo. (continua)

9 agosto 2008

Modena, blitz per sgomberare il centro sociale Libera

Circa un centinaio di agenti delle forze dell'ordine hanno caricato i venti ragazzi rimasti dentro a presidio del centro

Sgombero violento del centro sociale Libera a Marzaglia, due passi da Modena. Dopo che in mattinata le ruspe hanno demolito una casa, a 150 metri dal centro, nel pomeriggio circa un centinaio di forze dell'ordine tra Polizia, Carabinieri e Vigili Urbani hanno fatto irruzione, come prevedibile dopo l'approvazione da parte del consiglio comunale di Modena, il 26 maggio scorso, del piano per costruire l'Autodromo.

«Una ventina di noi è restata dentro per fare resistenza passiva - racconta un giovane attivista - alcuni si sono incatenati alle sbarre delle finestre. Ci hanno caricato più volte con manganellate, un ragazzo ha la testa spaccata, altri sono scappati sul tetto. Difenderemo fino alla fine questo spazio, non solo perchè nostro spazio sociale, ma soprattutto per difendere l'ambiente: questo è l'unico pezzo verde di Modena, ci sono falde acquifere che riforniscono l'acquedotto».

Da cinque anni il collettivo di Libera , insieme ad altre associazioni tra cui WWF e Lilliput , lotta per difendere il territorio: «La decisione del consiglio comunale - dicono i ragazzi - è un atto grave che ipoteca il futuro dell'ambiente a Modena e riconferma un modello di sviluppo sbagliato e criminale.

Questo progetto è stato imposto da Sitta prima all'interno dei Ds, poi a tutta la città con l'appoggio dell'Ascom e delle lobby motoristiche, che saranno le uniche a trarne vantaggio».

7 agosto 2008

Roma, volantini contro le truppe studente fermato dai granatieri

Soldati a guardia di niente sotto il metrò. La minaccia: «Ci rivediamo al G8»

«Devi essere uno di quelli che manifesta col volto coperto... Ci vediamo il prossimo anno al G8». Circondato da almeno tre carabinieri e sette-otto granatieri di Sardegna, Luca s'è sentito dare questo appuntamento da uno dei militari che poco prima lo avevano invitato a seguirli mentre volantinava contro la presenza dei soldati nelle città alla stazione della metropolitana di Anagnina, a sud di Roma. Erano le 18 dell'altroieri. Luca, 21 anni, liceale, è un attivista dei collettivi giovanili contro la precarietà. Mentre gli controllavano i documenti ha chiesto ai militari il perché della loro presenza. Si sarebbe sentito rispondere: «Che diresti se tu avessi una sorella stuprata dai rumeni?».Ieri pomeriggio Luca è tornato a volantinare nello stesso luogo con alcuni suoi compagni che denunciano l'«identificazione initimidatoria, ingiustificata e inquietante». «Normale controllo», secondo un cortese tenente colonnello dell'Arma, il più alto in grado nel punto di ritrovo"naturale" di pendolari senza automobile, cioè di immigrati. Vanno e vengono dalla città all'hinterland dove gli affitti sono meno cari. A volte il piazzale enorme della stazione diviene location di pic-nic per comunità straniere senza altri spazi per la socialità minima. Luca non stava commettendo alcun reato. L'ufficiale conferma che non è stato denunciato. Ma il giorno dopo si troverà intorno una cinquantina tra agenti digos e carabinieri in borghese, più lo schieramento di poliziotti e militari sia carabinieri che granatieri, spilungoni col sorriso fisso e pistola a penzoloni dal cinturone. Da quando si sono insediati hanno acciuffato un minorenne rumeno, con precedenti, che aveva borseggiato una turista di Ancona. Questo è l'unico risultato tangibile. Tuttavia, al passaggio dei ragazzoni in divisa gli sguardi dei cittadini si fanno spesso compiaciuti. Sembrano tutti favorevoli alla presenza dei militari. Il cronista si sente spiazzato nei suoi pregiudizi. Chiede lumi a un addetto alle pulizie visibilmente soddisfatto. «Che succedeva prima dell'arrivo delle truppe?». «Nun me faccia parlà... Un po' de tutto!». «Ma lei ha visto qualcuno commettere reati, violenze, stupri?». «Voci di corridoio, così dicono... Io non ho mai visto niente. Però so' tanto contento perché è più pulito. Un po' razzista, dice? Un po' tanto!». In effetti, pare che dall'arrivo dei granatieri ci siano meno cartacce e bottiglie in giro. «E' una questione di ordine e pulizia», conferma un barista. «Polizia o pulizia?». «Pulizia». Il cronista, già meno disorientato, si rassicura anche circa lo stato del suo udito. Aveva sentito bene. La minaccia che ha spinto Alemanno a spedire gli uomini di La Russa ad Anagnina era la sporcizia. Il banchista ammette la presenza di qualcuno con qualche birra in più in corpo. Il tenente colonnello non va molto oltre, non ha statistiche sui reati commessi in zona e suggerisce di cercare un servizio di Canale 5 sugli abusivi nella stessa stazione: «Qualche furto con destrezza succede, come anche l'accatonaggio per l'acquisto di una dose o del tavernello». Tanto basta perché i cittadini «si sentano vulnerabili». Viene in mente Massimo Troisi quando si chiedeva perché Mussolini non l'avessero fatto capostazione anziché capo del governo visto che faceva arrivare i treni in orario. La Russa sarebbe stato meno dannoso come assessore al decoro urbano? Però quando si chiede conto al tenente-colonnello dell'ossessione per rumeni e rom di alcuni suoi uomini, congeda brusco il cronista: «Ecco dove voleva arrivare». Dove signor colonnello?

6 agosto 2008

Scuola: Consigli di Istituto trasformati in organi giudiziari

Molto grave la forzatura fatta dalla ministra Gelmini alle modifiche dello statuto degli studenti e delle studentesse. Con un’interpretazione completamente arbitraria del DPR n°235 del 21 novembre 2007, nelle modifiche ed integrazioni del 31 luglio 2008, emanate dal nuovo governo, si va ad affermare che i consigli di istituto dovranno funzionare come veri e propri tribunali. Viene assegnato loro il compito di accertare l’esistenza di comportamenti penalmente rilevanti che creerebbero i presupposti per mettere in campo procedimenti disciplinari nei confronti degli studenti ritenuti responsabili. Si vuole portare nella scuola un clima repressivo azzerando tutti gli sforzi fatti in questi anni soprattutto dai docenti tesi a rendere la scuola tutta una comunità educante ispirata e sostenuta dalla continua ricerca ed applicazione di buone pratiche di insegnamento/apprendimento da rendere patrimonio di tutti e di tutte. Rifondazione Comunista stigmatizza questo ennesimo attacco alla scuola pubblica che fa il paio con la militarizzazione delle città e fa appello ai consigli di istituto affinché reagiscano in maniera decisa.

Scarcerata Marina Petrella.

E' ancora nell'ospedale Saint'Anne di Parigi, ma i poliziotti che la sorvegliavano a vista sono andati via. Da ieri pomeriggio Marina Petrella è in «libertà condizionata»: è autorizzata a curarsi, ma dovrà notificare l'eventuale uscita dall'ospedale in cui è ricoverata e risiedere nell'abitazione di Argenteuil (Parigi), con obbligo di firma e divieto di lasciare il territorio nazionale francese. Non è la scarcerazione che chiedeva la sua avvocata, Irene Terrel, ma è certp il primo stop ad una estradizione verso l'Italia che ormai persino gli amici consideravano vicinissima. Più di tutto hanno contato le sue condizioni di salute, visto che almeno dal 9 giugno scorso, quando il governo francese ha firmato il decreto di estradizione, la donna - cinquantatre anni, due figlie e quindici anni passati in Francia dopo la condanna italiana durante il processo Moro ter- è precipitata in una profonda crisi depressiva finendo per pesare meno di quaranta chili.Dopo gli appelli umanitari in suo favore di tutta la sinistra francese e persino della moglie del presidente, Carla Bruni Sarkozy, il 23 luglio scorso il ministero della giustizia si è deciso a farla trasferire nell'ospedale Saint'Anne. Troppo poco, persino secondo il direttore del reparto psichiatrico Frederic Rouillon. La scorsa settimana è stato lui, medico affermato che nulla ha a che fare con la gauche, a spiegare a Le Monde che se i poliziotti non avessero lasciato l'ospedale avrebbe chiesto di riportare Petrella in carcere. Aggiungendo: «La paziente rischia di lasciarsi morire. E' veramente in preda a una sindrome depressiva». Una presa di posizione decisiva per convincere la procura di Versailles - e quindi il governo - ad appellarsi alla corte d'appello locale per chiedere la liberazione «condizionata» dell'ex brigatista.Ed è proprio perché dietro la scelta dei pm si legge la mano del governo che i sostenitori di Petrella ora sperano che il primo ministro Fillon si spinga oltre. Firmando un nuovo decreto che annulli il precedente e stabilisca che Marina Petrella non può essere estradata così come recita la «clausola umanitaria» della convenzione franco italiana che permette di non concedere lo spostamento nel paese «amico» se questo comporta conseguenze «di eccezionale gravità» per la sua salute. «Un precedente c'è», dice Oreste Scalzone, che da mesi segue la battaglia in sostegno della donna: «E' quello della mancata estradizione di Gianni Stefan. Allora, era il 1986, in piena dottrina Mitterand la Francia prima decise di arrestarlo e concedere l'estradizione eppoi tornò indietro con una secondo provvedimento che annullò il primo». E' troppo presto per capire se davvero Sarkozy è disposto a rompere il nuovo corso introdotto da Chirac. Per ora, quel che importa alla famiglia Petrella è che la donna possa prendere fiato. «Sono felice - ha dichiarato all'uscita dal tribunale la figlia maggiore, Elisa Novelli, nata in un carcere italiano 25 anni fa - questa decisione consente a mia madre di ritrovare il gusto della libertà».


5 agosto 2008

La precarieta va presidiata

Da ieri le nostre città sono presidiate dai militari. Per almeno sei mesi. Un sistema di controllo che serve a piegare le coscienze, ricattare il bisogno, punire il dissenso. Civile, sociale, politico.

Si sa che nel mondo politico e in quello dei media, che si assomigliano molto, le apparenze non coincidono quasi mai con la realtà.Dall'insediamento del governo Berlusconi la persecuzione dei migranti, dei rom e dei cittadini italiani sinti è divenuta ossessiva. E' evidente una specie di sintonia, di coordinamento, tra il razzismo di strada e l'attivismo istituzionale. In questi ultimi mesi abbiamo assistito ai controlli della polizia sui bus, gli sgomberi dei nomadi, i rastrellamenti di prostitute nelle città maggiori, la schedature dei sinti, decreti che attuano principi discriminatori e incostituzionali. Infine la scelta di mettere i militati per le strade "ma solo per un anno", come si affrettano a spiegare i giornali. Purtroppo la risposta politica dell'opposizione parlamentare a questa tenaglia xenofoba è inesistente. (continua)

Maroni: poteri speciali ai sindaci per l'ordine pubblico

Il ministro dell’interno Roberto Maroni ha incontrato i rappresenentanti dei sindaci italiani e annunciato il via libera, a partire da oggi, dei poteri per «prevenire ed eliminare i grossi problemi per la sicurezza urbana», come ha specificato il responsabile dell’Interno. I sindaci potranno Intervenire sullo spaccio di stupefacenti, la prostituzione, l’accattonaggio, i danni contro il patrimonio, gli immobili occupati.

4 agosto 2008

Rapporto Farc-Prc: E' tutto alla luce del sole

Secondo il quotidiano La Repubblica di oggi 4 agosto, a pagina 12, in un articolo a firma di Omero Ciai dal titolo "Ecco chi aiuta le Farc dall'Italia", ci sarebbero anche due italiani tra le "pedine delle Farc all'estero", dai nomi di battaglia "Ramon" e "Consolo". Questo, sempre secondo la Repubblica, sarebbe emerso dagli ormai famosi computer di Raul Reyes (nella foto con il comandanti Manuel Marulanda e Ramon Mantovani nell’ottobre del 2000 a San Vicente del Caguan, al tavolo del negoziato di pace fra FARC e governo colombiano), ex leader storico delle Farc.
Non c'è alcun mistero o segreto svelato: il rapporto tra i rappresentanti delle Farc e il Prc si sono sempre svolti alla luce del sole. Lo assicura Ramon Mantovani, ex deputato di Rifondazione e responsabile Esteri del partito, il cui nome, insieme a quello di Marco Consolo, è stato rinvenuto nella memoria del computer di Paul Reyes, il numero due dell'organizzazione politico-militare colombiana, ucciso il 1 marzo scorso in uno scontro a fuoco con l'esercito regolare nella selva al confine tra Colombia ed Ecuador. Con Reyes, come con molti altri esponenti delle Farc, Mantovani ha intrattenuto rapporti stabili ed organici per molti anni allo scopo di favorire lo sviluppo del processo di pace nel paese latino-americano. Cosa di cui erano informati i vertici del Parlamento e di cui erano al corrente anche alla Farnesina. Mantovani ha voluto ricostruire la vicenda nel corso di una conferenza stampa, indetta insieme al compagno di partiti Marco Consolo. «Negli articoli pubblicati oggi si parla di una sorta di rete europea in appoggio alla lotta delle Farc. Ramon e Consolo -ha sottolineato l'ex parlamentare del Prc riferendosi ai nomi 'cifratì rinvenuti nel computer di Reyes- siamo noi e non ci meravigliamo di essere finiti nel computer di Reyes e di essere associati alla guerriglia colombiana con cui abbiamo costanti e continuativi rapporti». Nulla di strano, ha assicurato Mantovani, poichè il Prc da tempo mantiene relazioni con associazioni e organizzazioni analoghe: il Pkk, associazioni politiche palestinese o l'Esercito di liberazione zapatista in Messico. «Rapporti -ha riferito Mantovani- mantenuti per conto del partito e solo al fine di promuovere i processi di pace». Con Reyes e le Farc le relazioni sono iniziate alla fine degli anni '90, con le riunioni del Foro di San Paolo, l'assemblea che raccoglie tutte le organizzazioni politiche della sinistra latino-americana. «Quando è iniziato il processo di pace in Colombia -ha proseguito l'ex parlamentare di Rifondazione- siamo stati invitati come Prc ma lo fu anche il governo italiano, alla cerimonia ufficiale dell'inizio delle trattative per la pacificazione nazionale. Dopo di che, io e Consolo, siamo stati diverse volte in Colombia. Si tratta di un'attività conosciuta e non affatto segreta anche perchè i vertici delle Farc sono venuti in Italia e, nell'occasione, vennero ospitati in Parlamento ed ebbero modo di parlare anche in commissione Esteri alla Camera». Dopo avere ricordato che Rifondazione si è sempre battuta per la liberazione di Ingrid Betancourt e di aver proposto anche uno scambio di prigionieri per favorirne il rilascio, Mantovani ha aggiunto che delle relazioni con le Farc sono sempre stati informati anche i presidenti delle Camere (nell'ordine Violante, Casini e Bertinotti) e i sottosegretari al ministero degli Esteri con delega all'America Latina. «Quindi descriverci come membri di una rete clandestina è non solo inverosimile ma descrive anche il livello di disinformazione che si tenta di mettere in campo con la velina del quotidiano 'El Tiempò. Rivendichiamo il nostro lavoro politico ma non facciamo parte di alcuna rete clandestina. Per sapere che da anni collaboriamo con le Farc non c'era bisogno del computer di Reyes ma bastava cercare con un normale motore di ricerca su internet per vedere che non c'è alcun mistero nè segreto da nascondere».

«La morte di Bianzino non si può archiviare». Il gip respinge la richiesta del pm.

Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La domanda, cui la richiesta di archiviazione del pm Giuseppe Pietrazzini, sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il gip Massimo Ricciarelli, cui diverso tempo fa i famigliari presentarono opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio dall'avvocato dei genitori di Aldo - Giuseppe e Maura - e di Roberta Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere, che Aldo era morto.Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell'infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere. Si tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco sul corpo inanimato. Uno dei medici dirà che «non so spiegarmi per quale motivo il detenuto sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell'infermeria ancora chiusa poiché (in altri casi) il nostro intervento avveniva direttamente in cella».Le indagini riveleranno «lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica». Ma poi le ricerche si esauriscono con l'acquisizione dei filmati estratti dalle videocamere dell'istituto di pena mentre viene aperto procedimento penale nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. La richiesta di archiviazione per il reato di omicidio viene formulata dal pm nel febbraio scorso con la conclusione che Aldo è morto non per trauma ma per un aneurisma cerebrale; la lesione epatica viene ritenuta estranea all'evento letale facendo escludere « l'esistenza di aggressioni del Bianzino». Motivazioni «assertive e generiche» che, secondo i legali della famiglia, sono «insostenibili» e frutto di un'«istruttoria lacunosa». Valga per tutto una perizia medico legale secondo cui «la lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo».Il commento, che Roberta Radici ha affidato al quotidiano La Nazione, è lapidario: «Una scheggia di luce per il mio piccolo Rudra», il figlio di Aldo e Roberta rimasto orfano del padre a soli 13 anni. Nessuno in famiglia si è mai arreso all'archiviazione: non gli altri due figli, Aruna Prem ed Elia con la madre Gioia (che hanno presentato l'altra istanza di opposizione), né i genitori e il fratello di Aldo. Il padre, Giuseppe, domenica scorsa è salito sul palco del Goa Boa, il festival per i diritti umani organizzato dalla Tavola della pace a Genova: di fronte a 15 mila persone, convenute anche per il concerto di Manu Chao e quello di Tonino Carotone, Bianzino ha ricordato il valore anche civile della difesa dei diritti umani. Aveva rivolto un suo personale appello al giudice perché non archiviasse il caso. Appello accolto.

Emanuele Giordana Lettera22

Pacchetto sicurezza: soldati nelle strade, ecco le città militarizzate

Lo schieramento dei militari in molte città italiane prosegue: a Napoli pattuglie miste di militari dell’esercito e uomini delle forze dell’ordine sono già operative. Impiegati finora una quarantina dei 179 militari distaccati nel capoluogo campano per presidiare obiettivi sensibili: tra questi, il consolato americano, il molo Beverello del porto di Napoli, piazza del Plebiscito e piazza Trieste e Trento nel cuore della città.

Anche a Palermo sono giunti questa mattina da Trapani 50 soldati del quarto reggimento Bersaglieri destinati a servizi di perlustrazione e pattuglia in affiancamento alle forze dell’ordine nel controllo del territorio, secondo le recenti disposizioni del governo. I militari svolgono compiti di vigilanza e formano “pattuglie miste” con agenti della polizia di Stato, carabinieri e guardia di finanza. I militari indossano la normale uniforme di servizio, sono armati della pistole d’ordinanza e costantemente collegati via radio con la centrale operativa dei carabinieri. Le “pattuglie” sono di ronda soprattutto tra le strette vie del centro storico. A Catania invece sono tre aree di intervento fisse: l’aeroporto, il centro storico e il lido dei catanesi, dove intervengono 90 militari della brigata meccanizzata “Aosta” dell’Esercito.


Anche a Bari sono già operativi 205 uomini delle forze armate [90 bersaglieri e 115 militari del Battaglione San Marco], che affiancano le forze dell’ordine in attivita’ di pubblica sicurezza e nei centri per immigrati. Il sottosegretario al Ministero dell’Interno, Alfredo Mantovano, ha dato il via stamani alle 10,30 al piano d’impiego con una cerimonia in piazza Prefettura. In Puglia, complessivamente, sono stati dislocati 310 militari, la maggior parte nel capoluogo dove pattuglieranno i quartieri piu’ a rischio e le zone turistiche, oltre che prestare servizio nei centri per immigrati.


Militari anche nella capitale. «L’accordo con Maroni è già stato trovato. Non sono presenti militari nel centro storico ma solo nei presidi fissi delle ambasciate, nei nodi periferici, a Castelfusano, al Cpt di Ponte Galeria». Lo ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dopo aver salutato l’arrivo dei Granatieri di Sardegna, che da questa mattina presidiano l’ambasciata israeliana a Roma. Si tratta in particolare dei Lancieri di Montebello e dei Granatieri di Sardegna, che girano la città con indosso i 14 chili del nuovo giubbotto antiproiettile e i fucili d’assalto modello Beretta AR70-90 calibro 5,56. Il tutto ad una temperatura percepita di oltre 37 gradi nella capitale, per combattere la quale il sindaco di Roma Gianni Alemanno, recatosi oggi a fare visita ai militari che presidiano l’ambasciata israeliana, si e’ mostrato in maniche di camicia, bianca di lino.


A Milano, intanto, è polemica. Cittadini, associazioni e politici dicono no alla militarizzazione del Duomo. «Il Duomo di Milano–scrive in una nota il deputato del Pd Pierluigi Mantini–evoca storicamente pace, preghiera e dialogo tra culture, l’idea di farne una piazza d’armi, con presidi militari è aberrante e inaccettabile. Sarebbe un autogol, uno spot negativo per Milano".
Altri soldati sono stati dislocati da questa mattina ial Cpt per immigrati di Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Il contingente di 90 soldati–unita’ alle dipendenze della Brigata Pozzuolo del Friuli–opera suddiviso in turni di 16 uomini, che stazionano nella ex caserma Polonio, al cui interno si trovano il Cpt, il Centro di identificazione e quello per i richiedenti asilo. I militari–come programmato–affiancano gli agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza che gia’ controllano la struttura e il cui compito resta invariato. Gli ultimi arrivi da Lampedusa hanno portato al Centro di Gradisca quasi 400 migranti.


Sono invece 45 i militari dell’esercito italiano schierati da stamani a Padova. La prima area interessata dai controlli e’ stata la stazione. Pattuglie miste quindi, come previsto: i 45 artiglieri della caserma Romagnoli schierati accanto alle forze dell’ordine si sono visti a partire dalle sette. Sono sostanzialmente tre le zone roventi di Padova: quella antistante la stazione, inclusa via Cairoli, il retro della stazione, e infine la zona della Stanga con tutte le strade prossime alla nota via Anelli. Nei giorni scorsi il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, aveva detto: “io ovviamente non butto via niente, ma i militari per le strade a difesa della sicurezza sono solo una misura di facciata”.


Militari anche in Sardegna: il contingente messo a disposizione del prefetto di Cagliari e’ di 40 soldati. I militari svolgono un servizio di vigilanza nel Centro di Soccorso e di Prima Accoglienza di Elmas, vicino Cagliari, attualmente in grado di accogliere 220 immigrati. I soldati hanno funzioni di agenti di pubblica sicurezza.
Come previsto, il piano del governo sulla sicurezza è operativo anche a Bologna dalle sette di questa mattina: sono operativi 60 militari del Reggimento artiglieria contraerea “Ravenna” con il compito di sorvegliare l’ex Cpt (ora Centro identificazione ed espulsione) di via Mattei, nella periferia del capoluogo emiliano. Grazie all’impiego dei soldati, 50 appartenenti alle forze dell’ordine (tra polizia, carabinieri e guardia di finanza), prima utilizzati per la vigilanza esterna della struttura, verranno dislocati sul territorio in diverse zone della città.


A Torino, infine, i compiti dei militari variano a seconda della destinazione. Quelli impiegati al Cie saranno impiegati, ad esempio, nella sala operativa al corpo di guardia o nell’accompagnamento degli immigrati e hanno, come dotazione, lo sfollagente, mentre le pattuglie appiedate con compiti di controllo del territorio, ma non di polizia giudiziaria, sono dotati anche dell’arma corta.

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