27 giugno 2008

Bologna: CPT di via Mattei: giovane in fin di vita nel tentativo di fuggire

Ieri sera, verso le 20, al CPT di via Mattei, a Bologna, c’è stato un tentativo di fuga da parte di un recluso, un giovane marocchino di 27 anni in attesa delle procedure di identificazione e poi dell'espulsione.
Said Ettalvi, questo il suo nome, era riuscito a salire sui tetti del Centro di Detenzione. Per tentare di raggiungere la recinzione esterna si lanciato nel vuoto, con un volo di più di otto metri di altezza. E’ caduto però all’interno del perimetro del CPT riportando fratture alle gambe e probabilmente alla schiena. Ricoverato all'ospedale Sant'Orsola, gli è stata pronosticata la "prognosi riservata".
Adesso qualcuno si chiederà le ragioni di un simile gesto di disperazione… noi sappiamo, invece, di chi sono le responsabilità: di chi ha deciso di costruire e di far vivere strutture in cui i diritti delle persone non esistono.
Dai lager possono uscire solo sofferenza e annientamento psico-fisico. Quindi, per favore, i vari politici a cui piace sciacquarsi la bocca con la parola "diritti", vi chiediamo di versare le solite lacrime di coccodrillo. Dovevate fare qualcosa per chiuderli i CPT, ma non lo avete fatto


Ferrara: Processo Aldrovandi. La verità degli agenti in aula

«Ringhiava Federico», mica parlava. E nessuno tra i poliziotti avrebbe sentito le sue urla strozzate, i conati di vomito o le richieste di aiuto, nessuno l’ha colpito alla testa, nessuno di loro lo schiacciò. Nessuno, infine, percepì che fosse in pericolo di vita, anzi sembrò loro «assopito», «tranquillo», quando, pochi istanti prima, era «carico», «coi pugni serrati, la bocca aperta, gli occhi sbarrati», infuriato. E chi ricorda al capopattuglia Pontani di quella telefonata concitata delle 6.12 in cui diceva alla centrale di averlo bastonato di brutto, che era mezzo morto e svenuto, si sentirà rispondere che erano solo «una maniera di dire», che lui usa spesso, che non vuol dire niente, che «anche l’Italia, in fondo, contro l’Olanda è stata bastonata di brutto».Dopo quasi tre anni – 1013 giorni - dal violentissimo “controllo” di polizia in cui restò ucciso un diciottenne incensurato, era scontato e normale che i quattro agenti, che intervennero in quell’alba di fine settembre, fornissero versioni coerenti dell’accaduto.Coerenti tra loro, molto meno – secondo gli osservatori - con le risultanze processuali – testimonianze, perizie, registrazioni - accumulate nella lunga inchiesta e poi nel processo avviato in autunno. Per la prima volta, se si esclude la lapidaria dichiarazione letta da uno di loro all’inizio del dibattimento, l’aula B del tribunale di Ferrara ha potuto ascoltare la voce dei tre agenti e della poliziotta imputati per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Fino al rinvio a giudizio s’erano avvalsi della facoltà di non rispondere. La loro versione, che pare interpretare quanto emerso nelle indagini e colmarne i vuoti, è quella di essere stati aggrediti da un energumeno che urlava frasi sconnesse sbucando dall’oscurità del parchetto dell’ippodromo prima di sferrare due calci alla prima delle due volanti. «Scuro, sembrava un extracomunitario». L’autista avrebbe fatto istintivamente retromarcia mentre il capopattuglia scendeva per «tranquillizzare» l’esagitato.«Quello che mi ha sconvolto è stato il collo taurino, le vene di fuori…». Enzo Pontani, 80 chili, 45 anni, un terzo dei quali a bordo delle volanti, sostiene di aver detto al ragazzo, pesante forse anche meno di lui, di essere lì peraiutarlo ma sarebbe stato ripagato da un calcio, evitato per miracolo, sferrato dopo un balzo sul cofano. Gridava Federico: “Voglio di più! Non mi basta questo! Stato di merda!”. Non l’aveva fatto mai, sostengono i suoi amici. E il suo maestro di karate dirà che mica era un asso a tirar calci. Ma, stando ai ricordi, notevolmente sincronizzati, dei quattro agenti è allora che Aldrovandi sarebbe finito a cavalcioni sullo spigolo della portiera (particolare che giustificherebbe le lesioni allo scroto) poi caduto a faccia in giù (così si spiegano le ferite sulla testa) ma miracolosamente sarebbe balzato di nuovo in piedi, ringhiando: «Faceva salti a vuoto, alzava prima una gamba poi un’altra, girava e ringhiava (il verbo più usato nell’udienza di ieri). E al pm che ricorda che il cofano della macchina è intatto, verrà risposto che i piedi del ragazzo hanno toccato solo lo spigolo del cofano e il tergicristallo, prima di «volare» altrove.«Come se nulla fosse, come se fosse rimbalzato», il ragazzo si rialzerà, sarà impossibile placcarlo. Pontani si sente toccare la pistola, si rintana in macchina, con una mano a reggere lo sportello (che si incastrerà), con l’altra al microfono per chiamare rinforzi. L’autista, strattonando la frizione, riuscì a divincolarsi e riposizionarsi in attesa dell’ausilio. Due minuti e mezzo e arriva l’altra volante. Tutti si levano le pistole (particolare inedito, sentito ieri per la prima volta e non contenuto nella striminzita relazione di servizio dell’epoca). Manganellate ce ne furono ma poche e solo alle gambe e se due sfollagente si ruppero fu per un calcio di Federico e per una caduta dell’agente Forlani che rovinò a terra appresso al ragazzo, che cadde non appena fu acciuffato «senza nemmeno fare forza» per il cappuccio (così disse anche la superteste camerunense sentita in incidente probatorio, e riuscì a fissargli una delle manette. Pollastri pensò all’altro polso e Monica Segatto dovette sedersi sulle gambe della vittima. A sentire gli imputati non stava tanto male, per questo l’agente Pollastri non userà la sua sapienza (come da corso del 2004) nell’uso del defibrillatore che portava a bordo ma carabinieri e sa3nitari lo troveranno immobile, senza vita. L’ambulanza – come da registrazioni – fu chiesta per un ragazzo svenuto e diversi testimoni, pur reticenti, ricordano le suppliche di Federico e la sua sofferenza. Prossima udienza il 15 luglio.

Checchino Antonini

24 giugno 2008

Intervista con Giuseppe Bianzino, padre di Aldo Bianzino.

Aldo Bianzino, 44 anni, viene rinchiuso la sera del 12 ottobre scorso nel carcere di Capanne a Perugia, per il possesso di alcune piantine di canapa indiana. Viene trovato senza vita la mattina del 14 ottobre.
Aldo l’ho potuto vedere solo in fotografia; suo padre Giuseppe l’ho incontrato la prima volta a Lodi, un mese fa. L’ho conosciuto tramite Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, anche lui deceduto in carcere l’11 luglio 2003 (sulla sua morte si sono recentemente riaccese speranze di verità, dopo la riapertura del caso). Quella sera Giuseppe ha abbracciato anche Haidi Giuliani, e poi Danila Tinelli e Maria Iannucci, rispettivamente madre di Fausto e sorella di Iaio. Incroci di destini fatti di dolorose perdite e di mancanza di giustizia, un affetto e una solidarietà che sorgono spontanei.
Dal confronto con le foto del figlio, risulta chiara la somiglianza fra Aldo e Giuseppe. Alti, magri, grandi occhiali. Anche caratterialmente Giuseppe ricorda quel che si racconta dell’indole del figlio. Mitissimo, ma non per questo meno risoluto nel combattere le ingiustizie. Nei gesti e nel sorriso i segni di una cordialità e di una serenità che la tragedia ha incrinato ma non cancellato. "Mio figlio era molto aperto, disposto a parlare con tutti", mi racconta. "Già da bambino, bastava che qualcuno lo chiamasse e lui gli sorrideva e lo seguiva. In questo era simile a me, o almeno a come ero una volta. Oggi sono cambiato. Una volta sorridevo sempre e qualcuno mi chiedeva ‘ma cos’hai da ridere?’. Io semplicemente sorridevo perché mi sembrava che la vita mi sorridesse. Oggi sorrido poco, quella domanda non me la rivolgono più…".
Lo incontro nuovamente nella sua casa di Vercelli. Lui ha voglia di parlare e io di dargli voce.

Tu quando vieni a sapere della morte di Aldo?
Domenica pomeriggio, quando era già morto da alcune ore. Mi ha telefonato Gioia, la sua prima moglie, madre dei due figli maggiori (Aruna ed Elia). All’inizio ha chiesto se Aruna era lì da me, poi ha tergiversato un po’, non sapeva come dirmelo. Prima ha detto che mio figlio aveva avuto un infarto, solo dopo qualche minuto ha aggiunto che era morto, ma non mi ha specificato i dettagli, non ha parlato del carcere, non se la sentiva. In quel momento ha accennato solo a mancanze nei soccorsi. Mia moglie era in giardino, gliel’ho dovuto riferire io. Non sai cosa significa dire una cosa del genere a una madre… Ho cominciato a sapere tutta la storia pochi giorni dopo. Poi, dopo altro tempo ancora, è stata sempre Gioia a dirmi "adesso devo raccontarti tutto". Mi ha parlato dell’autopsia, dei 4 ematomi cerebrali, dei danni al fegato e alla milza. In quel momento si diceva pure di due costole rotte, circostanza che però sembra essere stata smentita dall’autopsia successiva. Nel frattempo erano cominciati i contatti con Roberta, la sua compagna (arrestata assieme a lui e scarcerata subito dopo la morte di Aldo), e la nostra battaglia comune per capire cosa fosse successo in quella cella.

Ti sei fatto qualche idea su quanto accaduto?
Ho due ipotesi. Forse i suoi carcerieri pensavano davvero di trovarsi di fronte a uno spacciatore. Non avendo trovato denaro in casa di Aldo e Roberta (la perquisizione aveva raccolto solo trenta euro), hanno pensato avessero nascosto "il malloppo" da qualche parte. Per questo può darsi l’abbiano malmenato, per farlo confessare. L’altra ipotesi si basa sull’idiosincrasia di mio figlio verso strutture chiuse come il carcere. Aldo era molto tranquillo e aperto di carattere, ma incapace di comportamenti servili e non incline al rispetto delle gerarchie. In un ambiente chiuso e codificato come dev’essere il carcere si crea quella subordinazione che pretende ritualità, rispetto ossequioso verso gli ordini: una realtà impossibile per lui. Magari questo l’ha portato a qualche reazione e di conseguenza può essere scattata la voglia di dargli "una lezione".

Cosa puoi dirmi sullo stato delle indagini?
Il magistrato che aveva in mano l’inchiesta era lo stesso che l’ha fatto arrestare. Un arresto che considero assurdo non solo per l’assoluta mancanza di pericolosità di persone come Aldo e Roberta, ma anche perché avvenuto di venerdì pomeriggio, costringendo quindi due persone a restare in carcere inutilmente per almeno tre giorni. Tutto questo senza poter vedere un giudice e chiarire la loro posizione, e per di più lasciando Rudra e la nonna (ossia il figlio quattordicenne di Aldo e Roberta, e una novantenne in precarie condizioni di salute) completamente isolati e abbandonati a se stessi. Sulla sua morte è stata chiesta l’archiviazione, a cui si è opposta tutta la famiglia, coi rispettivi avvocati. Non so cosa aspettarmi delle indagini, seppure da ignorante in materia legale ci vedo troppi buchi. Io pensavo che in un carcere, almeno nei corridoi e nei luoghi di passaggio, ci fosse una vigilanza costante, anche tramite telecamere, eppure ancora oggi non si sa chi sia entrato e uscito da quella cella. Prima abbiamo accennato a incongruenze nelle autopsie e voglio farti un esempio specifico. Le lesioni al fegato le hanno giustificate con una manovra di rianimazione maldestra, fatta con imperizia e troppa violenza. Ammesso che si possa credere a questa versione, è possibile che non si sappia chi ha operato quel tentativo di soccorso?

Alla fine si sta facendo strada la teoria di una morte per cause naturali, per rottura aneuristica. Inoltre, si è parlato molto dell’assenza di lesioni esterne…
L’aneurisma è un elemento di debolezza del sistema circolatorio, che può starsene tranquillo per anni e poi cedere. Cosa posso dirti?… Forse per deformazione professionale da vecchio chimico ragiono in termini pratici, di impianti. Alla Thyssen Krupp l’impianto faceva schifo, ma è successo qualcosa che l’ha fatto scoppiare. Ecco, anche volendo credere all’aneurisma, io sono alla ricerca di quel "qualcosa". Nulla capita per caso. Sulla mancanza di segni esteriori, tu pensi ci siano lesioni esterne nei prigionieri di Guantanamo? O sui corpi dei poveracci passati nelle mani di Videla o Pinochet per poi essere scaricati in mare?

La storia di tuo figlio mi ricorda un panorama in cui la nebbia prima si dirada e poi si riaddensa. Ci parla di una zona grigia nello stato dei diritti, favorita dall'intreccio tra retorica securitaria e guerra al diverso.
In questi tempi si fa un gran parlare di sicurezza, peraltro cercando di distorcere la scala di importanza dei fatti. Quando si parla di sicurezza e legalità non si parla dei morti sul lavoro, che sembrano confinati in un altro pianeta, e neppure dei grandi truffatori, che non sembrano destare quello che oggi viene chiamato "allarme sociale". Intendiamoci, capisco che il ladro che ruba la pensione alla vecchietta che l’ha appena ritirata sia un problema reale e da affrontare, ma non capisco quale allarme possa essere determinato da uno che si fa uno spinello. Chi vive alle nostre spalle rubando miliardi o guadagnandoli in modo poco pulito, al contrario, non è considerato pericoloso. Tu mi parli di nebbia e di zona d’ombra ed è corretto; io, al di là del dolore personale, la storia di mio figlio l’ho vissuta come un’enorme contraddizione. Una contraddizione di quello che una volta avremmo chiamato "il sistema".

La vicenda di Aldo ti ha creato un’idea in generale del mondo carcerario? E come è cambiata, se è cambiata, la tua visione della giustizia?
Cosa penso del carcere? Che è una cosa diversa se ti chiami Geronzi o Bianzino. Può sembrare banale ma è così, è quel che sento. Quando oggi leggo di tragedie successe nei CPT, di persone malmenate o morte "in circostanze misteriose", come si dice, provo la stessa sensazione: carceri e CPT sono luoghi dove la persona perde i propri diritti. Per questo è facile che lì dentro certe cose succedano, ed è difficile poi scoprire la verità. E parlo di due luoghi che a torto si pensa debbano tutelare solo chi sta fuori da chi vi è imprigionato. E’ falsissimo: carcere e CPT dovrebbero tutelare pure chi sta dentro. Questo perché anche chi viene rinchiuso in una di quelle strutture è sotto la tutela dello Stato. Tutti, ma a maggior ragione quelli che, come Aldo, sono reclusi senza aver subito una condanna e quindi vanno considerati innocenti fino all’emissione della sentenza. Del resto ne abbiamo parlato prima: quando si parla di sicurezza si parla di una sicurezza monca e ambigua. Le morti in carcere sono tantissime. Non parliamo di quelle nei CPT, visto che quei poveracci ormai sembrano appartenere a una categoria subumana. Non parliamo di Carlo Giuliani: per lui hanno ripristinato la pena di morte, direttamente in piazza. Una volta avremmo parlato di "giustizia di classe": forse dovremmo avere il coraggio di dirlo anche oggi…

Francesco "baro" Barilli

23 giugno 2008

Rimini: Molotov contro lo Spazio Sociale Grottarossa

Nella notte tra sabato 21 e domenica 22 Giugno , è stata lanciata una bottiglia molotov contro il portone dello Spazio Pubblico Autogestito Grottarossa di Rimini. In un comunicato, il colettivo di gestione del centro afferma che si tratta di un attacco contro la cultura e la vocazione pacifista, antifascista, antirazzista ed includente dello Spazio Sociale Grottarossa. La nota prosegue: "Non siamo in grado di definire la matrice dell'attacco ma chi pensa di fermare le attività dello Spazio Pubblico Autogestito Grottarossa con vili aggressioni ed intimidazioni resterà deluso. Lo Spazio Pubblico Autogestito Grottarossa vive e vivrà nella diversità e nella socialità di quante e quanti lo animano e lo hanno reso un importante punto di riferimento per l'attivazione di pratiche sociali e per lo sviluppo di relazioni personali sociali e politiche".

22 giugno 2008

Milano: Spedizione punitiva della polizia contro un rom e la sua bambina

Picchiato a sangue da quattro agenti, davanti alla baracca dove viveva. Due giorni prima era stata picchiata sua figlia dodicenne, e lui aveva osato protestare


Un rumeno di etnia rom, Stelian Covaciu, è stato picchiato a sangue da quattro agenti della polizia. E' accaduto nella tarda serata di giovedì, accanto alla baracca dove vivono Stelian e la sua famiglia, a pochi passi da piazza Tirana, Milano. Soltanto martedì scorso la figlia di Stelian, Rebecca Covaciu, 12 anni, era stata aggredita da due agenti in borghese che poi avevano spintonato il padre e dato sberle al fratellino quattordicenne Jon urlando: «Zingari di merda, se non ve ne andate vi ammazziamo e distruggiamo tutto». Dopo il pestaggio di venerdì Stelian, 40 anni, missionario evangelico pentecostale, è stato ricoverato all'ospedale San Paolo dove gli hanno riscontrato un trauma cranico e segni di forti percosse. E' stato dimesso ieri con una prognosi di sei giorni. La polizia lo ha interrogato ma Stelian non ha voluto sporgere denuncia: teme di venire espulso in quanto non ha ancora trovato una occupazione. Gli agenti che l'hanno accompagnato in ospedale a bordo dell'ambulanza gli hanno detto: «A noi puoi raccontare la verità».La verità esce dalla bocca di Rebecca, la figlia dodicenne di Stelian. Rebecca è una bimba prodigio. Dipinge su tela e illustra la sua vita nelle baracche, tra topi e immondizia. I suoi disegni sono stati esposti e poi acquisiti in permanenza dall'Archivio storico di Napoli per la Giornata della Memoria del 2008. Per le sue doti artistiche, Rebecca ha ricevuto il premio Unicef 2008. E venerdì sera da quelle due volanti ha visto scendere anche uno dei due uomini che l'avevano aggredita martedì.
Un uomo sui 35 anni, con gli occhiali, che avrebbe chiesto alla madre Gina: «Mi riconosci?». E lei, per paura, ha negato. Poi l'uomo si è rivolto al capofamiglia Stelian: «Hai fatto un errore a parlare con i giornalisti, un errore che non devi ripetere», poiché dopo l'aggressione alla figlia, Stelian aveva immediatamente contattato l'associazione di cui fa parte, la Everyone, che ha diramato un comunicato urgente a tutti i mezzi di informazione. A quel punto i quattro agenti si sarebbero infilati i guanti, e Rebecca quei guanti li ha riconosciuti: erano gli stessi che i suoi aggressori avevano indossato prima di perquisirla e picchiarla. Gina, 37 anni, ha visto che il marito Stelian veniva trascinato dietro la baracca mentre Rebecca e il fratellino Jon si erano rintanati dentro le mura di cartone, terrorizzati. A quel punto gli agenti lo avrebbero picchiato selvaggiamente. «Non raccontarlo a nessuno o per te saranno guai ancora peggiori», hanno detto i poliziotti prima di andarsene. Quando è arrivata l'ambulanza Stelian non riusciva a parlare, in evidente stato di choc.Gina è riuscita a prendere il numero di targa di una delle due volanti. Eccolo: E5228. Poiché la baracca dei Covaciu sorge isolata nei pressi della stazione San Cristoforo, nessuno al di fuori della famiglia ha potuto assistere al pestaggio. Ma una ventina di rom che si trovavano in piazza Tirana quella sera ricordano perfettamente di aver visto due volanti della polizia dirigersi verso la dimora dei Covaciu.La Questura di Milano nega che Stelian sia stato picchiato e ricostruisce l'episodio dicendo che effettivamente nella serata di venerdì degli agenti della Polizia Ferroviaria si sono diretti dai Covaciu per allontanarli dalla baracca «vincendo le iniziali resistenze dell'uomo» con metodi che però hanno evitato «conflitto e tensioni». Non finisce qui: la Questura promette di accertare eventuali ipotesi di reato. La Procura di Milano ha avviato una indagine.La famiglia Covaciu ha lasciato la Romania due anni orsono. La città di origine si chiama Arad. Si sono trasferiti a Milano, andando ad occupare baracche abusive che via via le forze dell'ordine facevano sgomberare. Pochi mesi fa avevano deciso di cambiare aria, si sono stabiliti a Napoli, ma dopo il rogo del campo rom di Ponticelli hanno avuto paura delle e sono tornati a Milano.Da poche settimane il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha dato il via alla schedatura dei rom e dei sinti presenti sul territorio milanese nei campi regolari e abusivi. La schedatura avrà come risultato la distinzione tra persone con i documenti in regola per il soggiorno, e persone che non potranno rimanere in Italia e che per questo verranno allontanate o espulse. Ciò sta accadendo anche a Roma e Napoli, dove a bambini e adulti le forze dell'ordine stanno prendendo le impronte digitali. Allo stesso tempo continuano gli sgomberi delle baracche abusive.Non si contano, ormai, le associazioni e gli organismi internazionali che denunciano il clima di razzismo e xenofobia nei confronti degli stranieri e specialmente nei confronti dei rom. Se dei poliziotti picchiano a sangue un rom durante una operazione di sgombero, significa che si sta diffondendo una sorta di impunità. Se un deputato leghista come Matteo Salvini paragona gli zingari ai topi senza che nessuno muova un ciglio, non sorprende che qualche poliziotto razzista si senta nel diritto di agire in modo violento e crudele, anche nei confronti di una bambina di appena dodici anni, perquisita in malomodo alla stazione San Cristoforo di Milano e poi presa a schiaffi in una sala d'aspetto mentre un capostazione, attirato dalla urla, cerca di interrompere la perquisizione brutale. Non possiamo scaricare sull'intera Polizia la responsabilità dell'episodio. Ecco perché chiediamo al capo della polizia Giorgio Manganelli, al ministro dell'Interno Roberto Maroni e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di fare luce su quello che è accaduto a Stelian e Rebecca. Non si tratta soltanto di fare giustizia e di condannare gli agenti implicati, ma anche di scrollarci di dosso l'etichetta di Paese razzista.Un'etichetta che ci fa orrore.


fonte: Liberazione

19 giugno 2008

Il governo italiano arresta 28 Tamil residenti nel nostro paese con l'accusa di "terrorismo".

La mattina del 18 giugno, su ordine della procura di Napoli, la Digos ha arrestato i rappresentanti di tutte le comunità tamil della penisola. Ventotto persone sono finite in carcere tra Roma, Milano, Genova, Biella, Novara, Bologna, Mantova, Reggio Emilia, Napoli e Palermo, con l’accusa di aver estorto denaro agli immigrati tamil in Italia per finanziare le Tigri per la Liberazione della Patria Tamil (Ltte), i guerriglieri che da venticinque anni combattono in Sri Lanka per i diritti della minoranza tamil, e che in Europa e negli Stati Uniti sono considerati un gruppo terrorista.La reazione della comunità residente nel nostro paese non si è fatta attendere e ha riconosciuto negli arrestati dei legittimi rappresentanti delle loro istanze, rivendicando il diritto di sostenere la lotta di auto-determinazione del loro popolo e iniziando ad organizzare iniziative di solidarietà con gli arrestati e di protesta contro la decisione della "giustizia" italiana.




La lettera di protesta di Kugathasan Thanushan (Tamil Youth Organization) :


Sono un cittadino italiano di etnia tamil. Scrivo questa lettera, come rappresentante dei giovani tamil, in seguito ai fermi effettuati dalla polizia nei confronti di una trentina di tamil nel territorio italiano. L'accusa è di estorsione per scopi terroristici. Conosco benissimo la comunità tamil in Italia perché lavoro con loro quotidianamente per denunciare le violazioni dei diritti umani in Sri Lanka, e posso affermare con assoluta certezza che non ci sono mai stati casi di estorsione. Altrimenti non si spiegherebbe il successo della nostra manifestazione a Milano, tenutasi domenica scorsa. La storia delle estorsioni è solo propaganda del governo dello Sri Lanka. Se veramente l'Italia è dalla parte della democrazia, invece di arrestare i tamil dovrebbe indagare sulla reale situazione in Sri Lanka, dove l'unica organizzazione terroristica è il governo che sta continuando il massacro di civili da ormai venticinque anni, con operazioni di pulizia etnica e di distruzione della cultura tamil. Gli arrestati sono tutti membri delle varie associazioni locali dei tamil, che hanno sempre svolto le loro attività con il permesso delle forze dell'ordine e organizzato eventi con l'appoggio delle autorità locali. Il mandato di arresto arriva non a caso dalla città di Napoli, dove c'è una forte presenza di singalesi sostenitori del governo. Non ci stupiamo di questo fatto: in Sri Lanka la libertà di stampa non esiste, e gli oppositori del governo hanno vita breve, l'inflazione è al 20% a causa delle spese militari. La mia opinione rappresenta il pensiero di tutto il popolo tamil e chiedo gentilmente ai giornalisti italiani di darmi un'opportunità per far conocere la situazione del nostro popolo agli italiani. Vi ringrazio dell'attenzione, cordiali saluti.

Dott. Kugathasan Thanushan

18 giugno 2008

Decreto salva processi: Un altro duro colpo alla verità sui fatti del G8 di Genova

Il decreto sicurezza rischia di far saltare le sentenze, attese entro l'autunno, per le violenze compiute dai rappresentanti delle forze dell'ordine al G8 di Genova nel luglio 2001. Infatti l'emendamento “ferma processi” inserito nel decreto, rischia di bloccare per un anno tutta una serie di procedimenti già in corso (senza stoppare la prescrizione) producendo un effetto paradossale a riguardo i fatti del luglio 2001: gli unici condannati, fino a oggi, sono stati solo i manifestanti. Mentre per le forze dell'ordine accusate della “macelleria messicana” nella scuola Diaz e delle torture e vessazioni nella caserma di Bolzaneto un giudizio compiuto non arriverebbe più. Sarebbe una beffa, dopo sette anni di indagini e udienze, e un atroce atto di ingiustizia per le centinaia di migliaia di persone che hanno vissuto quella straordinaria mobilitazione moltitudinaria, e che nonostante la violenza, i soprusi e le torture degli apparati dello stato continuano a vivere nell'attualità delle lotte sociali di oggi, rifiutando l’ondata di deriva securitaria che sta investendo il paese e ha come scopo quella di prendersela con i più deboli, piuttosto che mettere in discussione un modello economico che produce incertezza del futuro e precarietà di vita, alimentando atteggiamenti xenofobi, razzisti e repressivi. Sarebbe un atto gravissimo. Si vuole impedire alle vittime della tortura di Stato del giusto risarcimento morale attraverso la giustizia. Dopo l’archiviazione per l’assassinio di Carlo Giuliani quest’atto rappresenterebbe l’ultimo di una serie di vergognosi depistaggi, silenzi su quello che Amnesty International dichiarò “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.
Raccogliamo l’appello che il Comitato verità e giustizia ha indirizzato al Presidente della Repubblica Napolitano affinchè blocchi questa vergogna e invitiamo tutti i movimenti, le forze sindacali e democratiche del paese ad straordinaria mobilitazione sociale e di difesa politica contro il tentativo reiterato di calpestare le garanzie costituzionali.

Italo Di Sabato rep. Naz.le Osservatorio sulla Repressione PRC/SE

Genova: Morte in carcere. Confermata la condanna a tre medici

E' stata confermata in appello la sentenza di condanna di primo grado emessa nei confronti di Giacomo Toccafondi (un anno con la condizionale), medico responsabile dell'aria sanitaria del carcere di Pontedecimo e altri due medici della struttura Marilena Zaccardi e Antonio Abbondati (8 mesi ciascuno). L'accusa era omicidio colposo per la morte di Delia Quinde Garcia, 35 anni, ecuadoriana, madre di cinque figli, che nel marzo del 2002 era morta dopo un ricovero ospedaliero avvenuto troppo tardi. Uccisa dalla meningite, dopo giorni di malessere e una serie di lettere spedite dal carcere di Pontedecimo, al marito e ai familiari. Lettere in cui raccontava le difficoltà che incontrava "nel farsi credere" quando diceva di stare male. L'inchiesta, della quale si era occupata il pm Paola Calleri, era stata aperta inizialmente a carico di cinque sanitari, tra loro anche una ginecologa esterna alla struttura che è stata assolta da ogni responsabilità.Toccafondi è tra gli imputati del processo g8 sui fatti di Bolzaneto, accusato di abuso di atti d'ufficio e di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata. Per lui i pm hanno chiesto una condanna a 3 anni, 6 mesi e 25 giorni. Per la morte di Delia Quinde Garcia gli imputati erano accusati di non avere saputo individuare l'esatto quadro clinico della paziente e di non averla sottoposta alla consulenza di un infettivologo. L'indagine era scattata dopo la denuncia dei parenti della donna, assistiti dall'avvocato Massimo Auditore, che si sono costituiti parte civile. E' stata fissata una provvisionale di 20 mila euro per un fratello della donna deceduta e centomila euro per un figlio, l'unico che si trovava in Italia e ha avuto la possibilità di costituirsi come parte lesa.

17 giugno 2008

Trento: Sgomberato presidio contro base militare

36 persone fermate a Matterello, sobborgo a sud di Trento, dove gli abitanti si stanno opponendo all’inizio dei lavori della nuova base militare. A ciascuno di loro sono stati contestati e notificati i
reati di «violenza privata, invasione di terreni, interruzione di servizio di pubblica necessità e manifestazione non autorizzata». Reparti delle forze dell’ordine erano infatti intervenute questa mattina per permettere il proseguire dei lavori accessori, la costruzione di una strada di accesso, alla apertura del cantiere vero e proprio. I lavori per la costruzione della base militare di Matterello avevano preso il via mercoledì scorso ed immediatamente erano stati bloccati dal pronto intervento dei cittadini. Da allora era stato installato un piccolo presidio, solo giornaliero, in vista dell’incontro con il sindaco Alberto Paccher in programma per giovedì pomeriggio. L’obiettivo dei manifestanti era quello di ottenere un temporaneo stop ai lavori e la convocazione di un tavolo dove discutere le implicazioni sociali, economiche ed ambientali del progetto di Matterello. Da notare che il progetto di base militare, il cui iter politico e amministrativo ha origine già alla fine degli anni ’90, non è mai stato discusso con la popolazione di matterello che ha più volte manifestato – anche con una recente e massiccia raccolta di firme e con una manifestazione, tre mesi orsono, che ha coinvolto centinaia di abitanti della frazione – la sua contrarietà all’opera. Verso le 7 quando un piccolo di gruppo di cittadini del comitato contro la base è arrivato per aprire il presidio ha trovato un nutrito spiegamento delle forze dell’ordine e gli operai, evidentemente giunti con le prime luci dell’alba già al lavoro. Dopo un breve giro di telefonate sono immediatamente giunti sul posto altre decine di manifestanti che, senza perdersi d’animo, hanno cercato di fermare nuovamente i lavori arrampicandosi sulle ruspe. Immediato l’intervento delle forze dell’ordine, «con calci, pugni e spinte – come ci racconta Federico Zappini, uno dei manifestanti – siamo stati prelevati e caricati sui cellulari». L’episodio più grave è occorso ad un ragazzo che, secondo le testimonianze degli altri manifestanti, è stato scaraventato dal tettuccio della ruspa ed è stato portato al pronto soccorso dove gli sono state diagnosticate diverse contusioni. Pare che la polizia stia accreditando la tesi di una caduta volontaria del ragazzo che si sarebbe lanciato dalla ruspa. Versione questa smentita da tutti i testimoni. Una vera e propria sorpresa per gli oppositori alla base la grave forzatura intrapresa questa mattina. «Nessun interlocutore istituzionale – racconta Zappini – si era esposto in questi giorni dopo il primo blocco dei lavori. Silenzioso il sindaco, che comunque ci ha confermato l’appuntamento per giovedì, mentre il presidente della Provincia Lorenzo Dellai ha preferito parlare alla stampa condannando i blocchi. Abbiamo tentato di incontrare altri esponenti istituzionali della Provincia–prosegue Zappini–, ma ci siamo trovati davanti un muro». «Questo inusuale modus operandi della polizia – riflette Zappini–sembrerebbe una sorta di avvertimento nei nostri confronti. Avevamo cercato l’apertura di un canale di dialogo e ci è sttao risposto con questa violenza». L’episodio accaduto quassù a Trento questa mattina sembra suonare, in effetti, come pesante monito verso tutte le forme di opposizione sociale che attraversano la penisola: dalla vicina Vicenza a Napoli. In serata è prevista una assemblea convocata dal comitato.

15 giugno 2008

Taranto: Rinvio a giudizio per 19 attivisti

Il 10/06/08, il giudice per l’udienza preliminare Ingenito, ha rinviato a giudizio 19 imputati per il reato contestato di associazione sovversiva. il processo s’innaugurerà davanti alla corte di assise del Tribunale di Taranto il 15/10/2008.
Nonostante alcuni degli imputati nel processo jonico siano già passati in giudizio presso la procura di Cosenza ed assolti con formula piena in primo grado di sentenza( perché il fatto non sussiste ) , la magistratura tarantina continua ad accanirsi contro questi strenui difensori dei diritti proprii e di tutti e contro quelle strutture che da anni esprimono sul territorio la loro idea di un altro mondo possibile in maniera assolutamente trasparente e legittima.
Non vogliamo e non possiamo rassegnarci a questo assurdo sistema giudiziario, che alla giustizia non somiglia neppure vagamente. Un sistema giudiziario secondo il quale la divisa non si processa, non si toccano gli aguzzini di Bolzaneto e della DIAZ, non si vuole fare chiarezza sull’omicidio Giuliani. Un sistema giudiziario che sembra avere come unico fine l'annullamento del diritto al dissenso.
Il PM Perrone ha montato il fantasioso teorema di associazione sovversiva locale tarantina su una serie di reati fini. Un teorema in cui poco hanno a che vedere i capi di imputazione con quello che è successo realmente.
Un esempio tra tanti: una manifestazione di protesta contro i movimenti anticostituzionali neofascisti si è trasformato addirittura in sequestro di persona solo perché si manifestava davanti alla sede di forza nuova.
È preoccupante che, con la continua manipolazione della realtà, si cerchi di criminalizzare i movimenti, allontanando la gente comune da una sacrosanta protesta per un mondo più vivibile.
Riteniamo assurde le accuse moss e verso gli imputati del processo di Taranto. La vera associazione sovversiva che ha turbato l’ordinamento economico e sociale di questa città si è consumata in un altro luogo: il palazzo di città, dove il malaffare e la malapolitica hanno portato la città al fallimento. un debito di 900 milioni di euro ed un baratro sociale, oltre che economico i cui responsabili sono a piede libero, talvolta investiti, ma solo marginalmente, da processi penali.
I cittadini pagano invece il conto per i furti altrui.
Questa democrazia in agonia ci preoccupa.Ci chiediamo dunque quale sarà il futuro di questo paese.
Nel 2001 si contestava il G8 e l’idea stessa che 8 persone si arroghino il diritto di rappresentare il mondo intero, non certo tutelandolo ma derubandolo di terre, risorse, ambiente.
Le denunce di allora continuano a cadere nel vuoto. Il predominio del profitto di pochi sulla pelle di tutti si manifesta in maniera sempre più palese. Scelte scellerate e trasversali coinvolgono l’intero arco parlamentare negli affari illeciti delle cosiddette “grandi opere”: inceneritori, basi, alta velocità e discariche e rigassificatori in territori già devastati dai monarchi del denaro.
I manganelli in val di susa, in campania a melfi… non sono altro che la conferma di ciò che è avvenuto a Genova nel 2001. Le ragioni vengono annullate con la repressione; i diritti calpestati con la prepotenza; la gente annichilita e ridotta al silenzio ed al timore.Per le classi dirigenti la democrazia non è partecipazione né condivisione delle scelte.
Chiunque per qualunque motivo si opponga a questa logica a senso unico, subisce immediatamente l’ondata repressiva. E ciò che accadde a Genova fu solo il preludio di questa deriva autoritaria sempre più evidente.
La nos tra sta diventando una democrazia di facciata, che si impoverisce sempre più grazie anche ai mezzi di informazione, complici o co-protagonisti di questa continua criminalizzazione delle lotte.
Un esempio recente sta nelle cariche di Chiaiano; cariche nelle quali una donna incinta di otto mesi ha perso il bambino, due ragazzi sono stati deliberatamente spinti giù da un parapetto spezzandosi tutte e due le gambe (uno rischia di rimanere zoppo) e una bambina di 15 anni, per cercare di difendere sua nonna dalle manganellate, si è rotta il braccio. Anche in questo caso, la stampa ha fatto passare i cittadini, che manifestavano in maniera pacifica, per un branco di guerra fondai e camorristi, dimenticando di dire che chi ha veramente interessi nel proliferare di discariche e inceneritori è proprio quella lobby politico-economica, questa sì fortemente collusa con la camorra e con la malavita organizzata.Chi, da anni, si batte per il d iritto alla salute, al lavoro e all’integrazione sociale dei cosiddetti ‘quartieri ghetto’, viene coinvolto in processi pesantissimi.
Il comitato di quartiere esprime la sua più totale solidarietà a chiunque subisca le persecuzioni giudiziarie di uno stato sempre meno democratico sempre più autoritario ed arrogante, perché impegnato a difendere il diritto alla salute come a Vicenza a Napoli a Torino ed anche qui da noi a Grottaglie e San Marzano..
Tutta la nostra solidarietà a chi è vittima della repressione
Contro chi, all'estero, esporta la democrazia con i missili, e qui parla di democrazia attentando alla libertà......

14 giugno 2008

Decreto Sicurezza: Soldati nelle strade armati di fucile con potere di fermo

Armati di fucile, in uniforme grigioverde con elmetti, giubbotto antiproiettile e automezzi militari: gireranno così per le grandi città italiane i 2500 fanti dell'Esercito destinati a compiti di sicurezza e ordine pubblico "per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, ove risulti opportuno un accresciuto controllo del territorio". Avranno funzioni di agenti di pubblica sicurezza: in altre parole, potranno identificare e perquisire le persone e gli automezzi, ma eventuali arresti dovranno essere convalidati da Polizia o Carabinieri, perché i militari non hanno ruolo di Polizia giudiziaria. I sospetti saranno accompagnati nelle stazioni di polizia o carabinieri più vicine e i provvedimenti di sequestro dovranno essere convalidati dalla magistratura entro 48 ore. (continua)

13 giugno 2008

G8 Genova: Botte ai no global alla Diaz la parola passa all´accusa

Giovedì 3 luglio, ore 9: parte la requisitoria della pubblica accusa per l´irruzione della polizia nella scuola Diaz. La parola ai pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, che accusano 29 tra agenti e super-poliziotti. I magistrati parleranno per quattro udienze consecutive, poi sarà il turno delle parti civili. Ieri mattina il presidente Gabrio Barone ha fissato l´ultimo e definitivo calendario del processo più scomodo, tra quelli legati ai fatti del luglio 2001. Chiusa definitivamente la fase istruttoria, tocca alla procura riformulare la tesi accusatoria. Zucca e Cardona-Albini hanno ottenuto un giorno in più, passando da tre a quattro udienze a disposizione: la prima sarà quella del 3, seguita da una seconda il giorno dopo, venerdì 4 luglio. La settimana successiva i pubblici ministeri parleranno ancora il 9 (mercoledì), per concludere l´intervento il 10 di luglio. Il venerdì della stessa settimana toccherà alle parti civili, che proseguiranno il 16 e 17 luglio. Dopo la pausa estiva, le parti civili riprenderanno il loro intervento il 17 e forse anche il 18 settembre, quindi la parola passera al responsabile civile.

12 giugno 2008

G8 Genova: 4 poliziotti accusati di falso

«Avanzate e fate degli arresti»: così ordinò la centrale della polizia al reparto mobile di Bologna nei pressi di piazza Manin e ne seguirono cariche, pestaggi e l'arresto di due spagnoli di Saragozza. Quattro poliziotti della Mobile di Bologna sono accusati di falso, calunnia e abuso d'ufficio perché hanno falsamente accusato uno di aver lanciato una molotov, l'altro di aver assalito un poliziotto con un tubo innocenti. Ieri mattina, alla prima udienza del processo, finalmente hanno parlato uno degli arrestati e tre testimoni. Tutti parteciparono venerdì 20 luglio 2001 al corteo colorato e festoso dei pink. E' tornando nella piazza, a mani nude dopo le cariche vengono arrestati i due spagnoli. Un terzo del gruppo viene malmenato dagli agenti. La molotov non l'ha vista nessuno

11 giugno 2008

Rho (Mi): La polizia carica i manifestanti No Expo!

Un centinaio di attivisti dei centri sociali, che volevano consegnare al governatore lombardo Roberto Formigoni e al sindaco di Milano Letizia Moratti, ospiti a Eire, alcuni mattoni dipinti d'oro, simbolo «della speculazione edilizia», sono stati bloccati dalle forze dell'ordine all'ingresso Sud del polo fieristico di Rho-Pero. Il picchetto di protesta contro Eire, dove, spiegano i manifestanti, «gli affaristi immobiliari si incontrano per spartirsi la torta in vista dell'Expo», è arrivato intorno alle 11 al polo fieristico, fermandosi sotto la Vela all'ingresso di Porta Sud, dove sono stati accesi due fumogeni, esposti striscioni e costruito un piccolo muro dorato con la scritta «da qui all'Expo solo affari e mattoni».I compagni e le compagne presenti hanno solcato pavimento e pilastri della fiera con slogan contro l'Expo e la «speculazione». Si tratta di «danni per qualche migliaio di euro», secondo il direttore generale di Fiera Milano Enrico Pazzali. I manifestanti erano quasi tutti giovanissimi aderenti a varie sigle (No Expo, Sos Fornace, Cantiere e altri), di Milano, Rho e Pavia. Si è verificata anche una carica degli agenti che hanno estratto i manganelli e trascinato alcuni dei manifestanti. Alla fine i ragazzi hanno riscostruito il «muro» di mattoni dorati, per lasciarlo «in dono agli speculatori».

8 giugno 2008

Ennesima aggressione fascista a Bologna

Nella serata tra il 7 e l’8 giugno, in Via dell’Inferno, due adolescenti sono stati aggrediti da individui poco più adulti.Questi sommariamente i fatti. I due aggrediti, 15 e 16 anni, si trovavano seduti sulle gradinate di un portone nelle vicinanze del locale “Transilvania”, dove un gruppo di giovani neofascisti passa i sabati ad aggredire tutti coloro che portano simboli sinistroidi o hanno atteggiamenti che vanno contro il loro “ordine morale”. Un ragazzo (altezza di circa 1,78 cm, capelli lunghi rasati sulle tempie), accompagnato da altri due, dapprima li ha importunati facendo loro notare che stavano “bivaccando”, che erano vestiti in modo “alternativo” e che quindi in quella zona non erano graditi. Poi, di fronte alla risposta pacifica dei due, ha colpito a ginocchiate il primo ragazzo e a pugni il secondo.Dopo il pestaggio le vittime, entrambe minori, sono state costrette ad assicurare che la faccenda era finita lì o in caso contrario i tre avrebbero continuato.

7 giugno 2008

Avellino: detenuto 34enne trovato morto, forse è stato ucciso

Un detenuto nel carcere avellinese di Bellizzi Irpino è stato trovato senza vita nella tarda serata di ieri nella cella che condivideva con altre quattro persone. Ignazio Romano, napoletano di 34 anni, era stato condannato per reati connessi al traffico di droga e aveva scontato un anno dei quattro che gli erano stati inflitti nel processo di primo grado.
Nel corso della notte sono stati ascoltati i quattro detenuti con cui Romano, che stava scontando una condanna per traffico di droga, divideva la cella: agli investigatori hanno detto di aver lanciato l'allarme quando si sono accorti che Romano, sdraiato nella sua branda, non dava segni di vita. Ad un primo esame esterno del corpo, il detenuto presentava tumefazioni ed ecchimosi all'altezza del fianco e della spalla sinistra: la ipotesi di una aggressione subita da Romano, precisano gli investigatori, per il momento, non trova conferma anche se gli stessi investigatori non escludono alcuna pista. I carabinieri hanno anche raccolto le testimonianze di alcuni agenti della polizia penitenziaria in servizio ieri a Bellizzi.

Fonte: Ansa

G8 Genova: prima sentenza definitiva. Cinque mesi a Valérie Vie, fece un passo dentro la zona rossa

È una giornalista francese, e fu anche la prima a essere rinchiusa a Bolzaneto.

E´ sempre stata la prima, Valérie. La prima a violare la Zona Rossa. La prima ad essere arrestata dalla polizia durante quei giorni di luglio. E la prima a finire all´inferno di Bolzaneto. Da ieri è la prima ad avere passato il terzo - e definitivo - grado di giudizio per un´ipotesi di reato legata al G8. La Cassazione ha deciso, e la sentenza di condanna rimanda l´eco del paradosso. Perché Valerie Vie dovrà scontare cinque mesi di reclusione per quel mezzo passo fatto in avanti - verso la libertà, dice lei -, dopo che una delle famigerate griglie aveva ceduto. Mentre i protagonisti dei soprusi e delle violenze di Bolzaneto potranno sempre, in caso di condanna, contare sulla prescrizione. Così come molti dei super-poliziotti coinvolti nel sanguinario blitz della scuola Diaz, dove 93 no-global innocenti vennero prima massacrati di botte e poi arrestati con prove false.La sesta sezione della Corte suprema ha deciso per l´inammissibilità del ricorso contro la precedente sentenza d´appello. Confermata la condanna - la pena è naturalmente sospesa -, in più ci sono le spese processuali e trecento euro da versare in favore della cassa delle ammende. Una beffa, per chi sette anni fa era arrivato a manifestare pacificamente, e invece trascorse tre giorni e due notti in un "centro di detenzione temporanea", tra vessazioni e minacce. Era il pomeriggio del 20 luglio 2001. Valérie era con quelli del movimento Attac, in piazza Dante. Con le mani aggrappate alle griglie, a spingere e a gridare contro gli Otto Grandi per «un altro mondo», un mondo migliore. «Poi all´improvviso la griglia ha ceduto - racconta - e io ho fatto un passo avanti. Un passo. Con le mani alzate, in segno di pace. Ecco, mi sono detta: ora mi faranno parlare con qualche rappresentante governativo, ora potremo anche noi dire la nostra». Invece no. «Mi hanno legato le mani dietro la schiena e sbattuta dentro una strana auto della polizia. Senza sedili, con i finestrini chiusi». Un´ora più tardi entra nella caserma di Bolzaneto. E quando un uomo la tira fuori dalla vettura, intuisce tutto. «La violenza con cui mi ha afferrato. La brutalità, che in quel momento mi è apparsa inutile. E´ stato un attimo, e dietro l´inquietudine è arrivata la consapevolezza. Stava per accadere qualcosa di brutto. E io c´ero dentro fino al collo». Valérie Vie, che in Italia è stata seguita dall´avvocato Antonio Lerici, è una giornalista. Vive non lontano da Avignone. E´ diventata la protagonista di un film-documentario di Pierre Carles, il Michael Moore francese. Che in questi anni l´ha seguita con una telecamera, e continuerà a farlo fino al termine del processo per Bolzaneto. Carles vuole denunciare la follia di quella "caserma" che ha scandalizzato l´Europa. «Sono scesa nel piazzale della caserma. C´era un gran sole, quel giorno. E un silenzio irreale. Strano. Intorno a me ho visto tantissimi uomini, in divisa o in borghese. Non parlavano, mi guardavano fisso. Mi odiavano». L´hanno picchiata, insultata, minacciata: «Queste sono le foto dei tuoi figli? Non li vedrai mai più». Umiliata, derisa. «Le urla che salgono con il passare delle ore, insieme ai lamenti. Il sangue». Sette anni dopo ancora attende la prima sentenza per i suoi aguzzini. «Ma non mi importa che vadano in galera. Mi interessa parlare di quello che è accaduto. Ricordare, documentare. Perché tutto questo non accada mai più». Nel frattempo, hanno condannato lei. Per un passo verso la libertà.


fonte: la Repubblica

3 giugno 2008

Roccela Jonica: Atti di vandalismo contro il movimento antimafia

Il 23 maggio uno straordinario movimento di ragazze e ragazzi ha dato vita ad una splendida manifestazione antimafia a Roccella Jonica, sul cui lungomare le studentesse e gli studenti del Liceo Artistico “Pitagora” di Siderno hanno realizzato dei murales dai chiari messaggi di civiltà contro il cancro criminale che divora la Locride e la Calabria. Quei murales, simbolo della richiesta di legalità e giustizia, sono stati rovinati da ignoti che li hanno coperti con messaggi offensivi e croci celtiche.
Viviamo un periodo in cui, con le destre, queste destre autoritarie e razziste al governo del paese, tutte le peggiori pulsioni emergono senza argini di civiltà a contenerli. Nella Locride non si è mai rilevata la presenza del'estremismo di destra e questo atto vandalico ci turba anche per questa ragione. Perchè la storia della Calabria ha conosciuto momenti terribili nei quali le destre sono andate a braccetto con la 'ndrangheta.
Le/i Giovani Comuniste/i esprimono indignazione per il gesto ignobile prodotto da anonimi vigliacchi e siamo solidali con tutti coloro che si battono e si batteranno per sconfiggere la cultura dell'odio e della sopraffazione violenta.


Il Portavoce delle/i Giovani Comuniste/i
Giovanni Maiolo

2 giugno 2008

Sardegna: Tre morti in carcere per pestaggi in un mese

Nelle carceri della Sardegna si registra un dato davvero inquietante: nel solo mese di maggio tre persone detenute, due italiani e una nigeriana, sono morte dopo essere state coinvolte in zuffe con altri detenuti. La responsabilità di tali pestaggi, due avvenuti nel carcere Buoncammino di Cagliari, uno in quello di Oristano, per il momento sarebbe attribuita a detenuti immigrati. Poco altro è stato diffuso a proposito delle inchieste aperte dalla magistratura che ancora attendono i risultati di autopsie e perizie necroscopiche per accertare le reali cause dei decessi.
Non si capisce come, in strutture con elevati livelli di sorveglianza come gli ambienti di detenzione, simili accadimenti possano verificarsi. Ci sembra urgente e necessario chiedere che le istituzioni facciano luce subito su una tale escalation di violenza in pochi giorni all'interno delle carceri. È un dato che, con l'aumento della popolazione detenuta, nuovamente in gran parte sovraffollate, si registra più in generale nell'intero territorio nazionale, ma che in Sardegna, dove anni fa scoppiò lo scandalo dei pestaggi nel carcere di San Sebastiano, assume un carattere ancora più sinistro. Col Sen. Marco Perduca nei prossimi giorni presenteremo un'interrogazione urgente al Ministro della Giustizia per chiedere l'avvio di un'indagine ministeriale sui casi avvenuti in Sardegna. Stiamo inoltre valutando di eseguire a breve delle visite nelle carceri della regione.

Donatella Poretti

Notizie Correlate