29 febbraio 2008

Il "Caso Aldro" di Trieste Colpo di scena: chieste nuove indagini sulla morte di Rasman

Davvero un colpo di scena quello di ieri al tribunale di Trieste: ci saranno nuove indagini sulla morte di Riccardo Rasman( nella foto). E' stato deciso, all'indomani di un'interrogazione parlamentare firmata da Haidi Giuliani del Prc e anticipata ieri da Liberazione, nell'udienza preliminare che doveva decidere sulla richiesta di archiviazione dell'accusa di omicidio preterintenzionale a carico dei quattro agenti di polizia che ammanettarono, dopo una colluttazione, il trentatreenne triestino disabile psichico, che fu trovato morto con i polsi e le caviglie legate, nel suo letto dal personale del 118. I fatti risalgono al 27 ottobre 2005, quando il giovane, che soffriva di disturbi psichici da quando aveva atti di nonnismo durante la naja. La sera dei fatti era solo in casa, in stato di agitazione, nudo alla finestra con la musica alta. Lanciò due petardi, uno dei quali cadde vicino alla figlia del portiere del caseggiato popolare. Intervenne il 113 che fece sfondare la porta dai vigili del fuoco nonostante, secondo le testimonianze, si fosse già rivestito ed era tranquillo e seduto sul letto. L'irruzione degli agenti con le torce nel monolocale scatena una colluttazione. Rasman, ferito alla testa e al viso, viene immobilizzato e gli agenti lo costringono a faccia in giù sul letto. Morirà per asfissia posturale, come Federico Aldrovandi, un mese prima a Ferrara. Ma il pm ha ritirato ha chiesto la revoca della richiesta di archiviazione alla luce delle nuove memorie difensive presentate dalla parte civile. A rappresentare la famiglia s'è aggiunto all'avvocato triestino Di Lullo anche il ferrarese Fabio Anselmo, uno dei legali della famiglia Aldrovandi, colpito dalle similitudini con i fatti dell'ippodromo di Ferrara. Anche a Trieste, ad esempio, sarà la polizia a indagare su se stessa dopo essere intervenuta su un soggetto in stato di agitazione. L'udienza, a un certo punto, è stata sospesa perché la mamma di Rasman ha avuto una crisi di disperazione e ha lasciato l'aula con i familiari. Il Gip comunicherà la decisione entro cinque giorni.

Genova G8, De Gennaro evita il tribunale "Impegnato con l´emergenza rifiuti"

Colpo di scena nel processo Diaz. Non si presenterà l´ex capo della polizia, che doveva essere sentito come testimone La fase istruttoria si concluderà prima del 20 marzo Rivisto il calendario, la sentenza potrebbe arrivare dopo l´estate

Gianni De Gennaro, nei giorni del G8 capo della Polizia di Stato e di fatto responsabile della gestione dell´ordine pubblico a Genova, non testimonierà nel processo per l´assalto alla scuola Diaz. Ieri mattina i difensori degli imputati hanno formalmente rinunciato alla sua presenza. Gabrio Barone, il presidente del tribunale, sta accelerando i tempi del procedimento: De Gennaro - dall´inizio dell´anno e per quattro mesi supercommissario dell´emergenza rifiuti in Campania - non riesce a trovare il tempo per una prossima visita nel capoluogo ligure. Peccato, perché un confronto pubblico era giusto e doveroso. L´ex capo della polizia non chiude però la sua partita genovese con la giustizia: resta indagato dalla locale procura per aver indotto alla falsa testimonianza - sempre a proposito dello sciagurato blitz nella scuola - il questore di allora, Francesco Colucci. Gli avvocati dei 25 agenti e super-poliziotti sotto processo rinunciano a sentire lui, ed altri. Il conseguente snellimento della lista-testi delude assai, ma almeno permette di bruciare le tappe del processo: a questo punto si può ragionevolmente pensare che la sentenza potrebbe essere resa pubblica all´inizio dell´autunno.A suo tempo erano stati i pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, a indicare il prefetto Gianni De Gennaro tra le persone da sentire in udienza. La sconcertante deposizione dell´ex questore Colucci, nella primavera passata, aveva però cambiato il programma dell´accusa. Dopo una serie di intercettazioni telefoniche, la procura era arrivata ad ipotizzare che Colucci avesse cambiato versione su "suggerimento" del suo vecchio capo. Iscritto De Gennaro nel registro degli indagati, i pm avevano rinunciato ad ascoltarlo in aula. Ma la convocazione formale era comunque rimasta: ne volevano approfittare i legali degli imputati, per rafforzare la loro strategia difensiva. E però dall´8 gennaio Gianni De Gennaro si trova a Napoli, dove coordina l´emergenza-rifiuti: non ce la farà a venire nelle prossime udienze, conferma l´avvocato Marco Valerio Corini. Meglio lasciar perdere.Il procedimento riprenderà mercoledì prossimo, in calendario ci sono ancora alcuni appuntamenti con gli ultimi testimoni chiamati dalle difese. Ma tutto suggerisce che la fase istruttoria si chiuderà prima del 20 marzo. A questo punto il presidente Barone concederà alcune settimane ai pubblici ministeri perché preparino la loro requisitoria. Potrebbero cominciare a parlare nella seconda metà di maggio, nel giro di un mese toccherà anche alle parti civili e alle difese. Secondo gli addetti ai lavori, prima della pausa estiva dovrebbero essere esauriti tutti gli interventi. Con la ripresa a settembre ci sarà spazio per le eventuali repliche, quindi la camera di consiglio ed un giudizio atteso non oltre il mese di ottobre.Chiuso a dicembre con la sentenza di primo grado il procedimento contro le presunte Tute Nere, dei maxi-processi per il G8 è in corso anche quello per le violenze e i soprusi nella caserma di Bolzaneto. Giunto ormai in dirittura di arrivo. Questi sono giorni di requisitoria, per i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Che lunedì ricominceranno con il loro intervento, concentrandosi sulle singole responsabilità penali degli imputati: cominceranno con il vice-questore Alessandro Perugini, che era il funzionario di polizia più alto in grado nel "centro di temporanea detenzione". I magistrati dedicheranno i due appuntamenti successivi prima al cosiddetto "livello intermedio" e agli "esecutori materiali", poi all´area sanitaria e ai quattro medici finiti nei guai. Quindi, la richiesta di pena. E contestualmente la consegna di una monumentale memoria di oltre un migliaio di pagine. In seguito, parola alle parti civili e ai difensori dei 45 imputati: l´ultima udienza è già stata fissata per il 20 maggio. Al termine, il presidente Renato Delucchi si chiuderà in camera di consiglio. In questo caso il verdetto è atteso per la metà di giugno.
fonte: la Repubblica

28 febbraio 2008

Catania, ladro di moto in fuga ucciso dai carabinieri

Inseguimento nel centro di Giarre. L'Arma: "Nella concitazione è partito un colpo"Trentun anni la vittima; 19 il complice, arrestato. I parenti: "Sono assassini"

Un colpo di pistola partito dall'arma di un carabiniere ha ucciso un ladro di motorini a Giarre, in provincia di Catania. Giovanni Grasso aveva 31 anni; viaggiava in sella ad uno scooter con un complice poco più che maggiorenne. Erano stati intercettati da una gazzella mentre attraversavano il centro del paese. Durante l'inseguimento, il carabiniere ha esploso in aria quattro colpi di pistola ma i fuggitivi, per evitare di essere fermati, hanno invaso la corsia opposta rischiando di scontrarsi frontalmente con un'auto. Sono finiti a terra e quando il militare è sceso dall'auto per arrestarli "nella concitazione è partito un colpo", come ha detto il comandante provinciale dei carabinieri. Il proiettile ha colpito Giovanni Grasso alla testa: è morto poco dopo al pronto soccorso. La madre della vittima in ospedale è stata colta da malore. "Voglio sapere chi è quel carabiniere che ha sparato a mio figlio; voglio guardarlo in faccia" ha detto la donna, mentre altri parenti urlavano contro i carabinieri: "Sono degli assassini". La procura di Catania ha aperto un'inchiesta. Il giovane complice della vittima è stato arrestato; come Giovanni Grasso, era stato già segnalato per furti. Lo scooter rubato aveva la targa di un altro ciclomotore.


Trieste: Disabile muore come Aldrovandi ma il pm chiede l'archiviazione

Dopo la colluttazione Rasman sanguinava. Era ferito al volto e alla testa. Fu ammanettato con le mani dietro la schiena e gli furono legate le caviglie con il fil di ferro. Quattro agenti gli premevano sulla schiena e lo lasciarono prono per alcuni minuti. Rasman iniziò a respirare affannosamente. Così forte che i vicini lo sentirono rantolare. Quando smise diventò cianotico. Solo allora lo voltarono. Quando giunsero, gli uomini del 118 non poterono far altro che constatare la sua morte. Il racconto di Haidi Giuliani, senatrice del Prc che a tal proposito interroga il ministro degli Interni, non lascia molto all'immaginazione. Riccardo Rasman sembra essere morto come Federico Aldrovandi, il diciottenne ferrarese morto in un violentissimo, e ancora per molti versi misterioso, "controllo" di polizia. Oggi, a Trieste, sarà celebrata davanti al Gip l'udienza preliminare che dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione.I punti di contatto con la vicenda Aldrovandi non si fermano alle dinamiche della morte, alla scena riscontrata dal personale del pronto soccorso. Le indagini sui fatti - era il 27 ottobre del 2005, 32 giorni dopo il "controllo" all'ippodromo di Ferrara - vennero effettuate, su delega del pubblico ministero, dagli stessi poliziotti coinvolti nella colluttazione. Proprio come a Ferrara dove però, solo dopo una lunghissima controinchiesta dei legali della famiglia Aldrovandi, è iniziato un processo per omicidio colposo lo scorso ottobre. A Trieste, invece, il pm Mortone ha chiesto l'archiviazione ritenendo che i quattro agenti abbiano agito nell'adempimento di un dovere, quindi con pieno diritto, pur essendo stato accertato dalla perizia medico legale disposta dallo stesso pm che Rasma sia morto per «asfissia posturale» causata dall'azione dei quattro agenti. Anche qui sembra di leggere uno dei capitoli della perizia sulla morte dell'Aldro, così era soprannominato il diciottenne ferrarese, pacifico e incensurato che tornava a casa all'alba una domenica mattina dopo una nottata con gli amici in un centro sociale di Bologna. Il suo solo torto, probabilmente, essere uscito senza documenti, di essersi sentito male, forse, o di sembrare «uno dei centri sociali» in un parchetto dove sarebbe stato rintracciato un motorino rubato, oppure somigliare a uno dei migranti che frequentano la chiesa di Viale Krasnodar. Riccardo Rasman era più grande di lui. Era nato il 5 agosto del '92. A vent'anni, mentre faceva il militare, subì la "normale" violenza del nonnismo. Da allora non si riprese, iniziò a manifestare una sindrome schizofrenica paranoide. Solo undici anni dopo, dopo un ricorso della Corte dei conti contro il ministero della Difesa, si vedrà riconoscere l'infermità dipendente da causa di servizio. Lavorava ogni giorno nel campo dei suoi. Gli infermieri del centro di salute mentale di Domio lo ricordano «gentile, metodico, disponibile». Da quando aveva ottenuto il monolocale nelle case popolari di Borgo S.Sergio stava vivendo un buon periodo. Quel 27 ottobre era un giovedì ed erano passate da poco le otto di sera. Rasman era da solo in casa. Ma quella sera era agitato. Con la radiolina accesa, con la musica "a palla", uscì nudo in balcone e da lì lanciò due petardi uno dei quali cadde vicino ai piedi della figlia del portiere dello stabile, abbastanza vicino da avvertire il 113. Quando la polizia arrivò Rasman era già rivestito, steso sul letto, spaventato. Non voleva aprire quella porta. I vicini diranno che ormai era calmo, s'era seduto sul letto. Gli agenti chiamarono i vigili del fuoco per entrare. La porta fu sfondata, scoppiò la colluttazione. Rasman era alto 1 metro e 85, pesava 120 chili ma i poliziotti lo riuscirono a immobilizzare. Come sia andata a finire si sa già.Perché utilizzare metodi tanto brutali contro un invalido psichico? Perché la polizia ha indagato sulla polizia in una città, Trieste, dove non mancano certo altri corpi di polizia giudiziaria? Sono le domande che Haidi Gaggio (la mamma di Carlo Giuliani, la cui uccisione a Genova nel 2001 da parte di un carabiniere è stata archiviata come legittima difesa nonostante agli atti esista un filmato che mostra il ragazzo chinarsi sull'estintore solo dopo aver visto la pistola impugnata), rivolge al ministro Amato proprio nel giorno in cui il governo nomina come vice di Manganelli il questore di Napoli che gestì le prove generali del G8 quando i manganelli divennero tonfa e furono sequestrati e torturati alcuni manifestanti in una caserma della polizia. Circostanza che rende vana la terza domanda della senatrice su come intenda il ministro fare chiarezza su certi episodi che sfociano in tragedia. A osservare il dopo G8 si evince che, in genere, se ne promuovono i protagonisti. E i Manganelli diventano Tonfa.

Guidò il massacro a Napoli nel marzo 2001.....e adesso è numero 2 della polizia

Nicola Izzo, 58 anni, prefetto ed ex-questore di Napoli dove il 17 marzo del 2001 guidò la prova generale della repressione al G8 di GenovaUna nomina decisa da Giuliano Amato su indicazione del capo della Polizia, Antonio Manganelli per sostituire De Sena (candidatosi col Pd)

Sarà un caso, certo. Sarà di sicuro una distrazione di tutti i media, con gli occhi comprensibilmente rivolti alla campagna elettorale. Sarà come si vuole, venerdì scorso la notizia della nomina di Nicola Izzo a nuovo vicecapo della Polizia è stata, per tutti, la tipica non notizia. Cui non dedicare un solo titolo visibile nelle pagine nazionali dei quotidiani. Eppure, è strano. Perché di Nicola Izzo si parlò moltissimo, sei anni fa: prima che fosse trasferito dall'incarico di Questore di Napoli. Come lui stesso aveva pubblicamente invocato quale suo «maggiore desiderio». Non fu trasferito, in realtà: fu promosso, a quel vago incarico di "direzione interregionale", dall'allora governo Berlusconi. Dall'allora - e sino all'anno passato, dopo il primo anno di governo Prodi - capo della polizia: Antonio De Gennaro. Lui, Izzo, per la verità "sognava" Milano, per ricongiungersi alla famiglia: almeno questa era stata la motivazione che aveva dato pubblicamente. Nelle settimane di aprile e maggio, le più dure per lui: quando cioè la Procura di Napoli aveva indagato cento fra dirigenti e poliziotti, persino arrestandone otto. Tra i quali, appunto, due dirigenti: uno era il famoso Ciccimarra, inquisito poi anche a Genova per i fatti della scuola Diaz, la «macelleria messicana» - parola del vicecapo dei "celerini" del primo reparto mobile, Michelangelo Fournier.L'azione della Procura napoletana era stata lanciata con una serie impressionante di reati contestati: fra i quali uno solo era il sequestro di persona, l'unico poi derubricato nelle vicissitudini dell'indagine. Gli altri, gravi reati erano l'anticipazione di quanto, precisamente, anche a Genova sarebbe stato contestato ad altri poliziotti e ben altri dirigenti: per l'irruzione-massacro della notte del 21 luglio 2001. E per le sevizie di Bolzaneto.L'indagine napoletana era, invece, per qualcosa che aveva preceduto l'insanguinato G8 genovese. Anzi, che l'aveva anticipato. Ossia quel 17 marzo 2001: giorno del "Global Forum" contestato dal simmetrico forum "NoGlobal". Un tratto percorso dal fiume, allora in piena, di quello che, in seguito, sarebbe stato definito il movimento altermondialista; e che aveva fatto già il suo exploit planetario a Seattle, bloccando il vertice dell'organizzazione mondiale per il commercio, il Wto. Un movimento che col primo Foro sociale mondiale a Porto Alegre, in Brasile, stava costituendo quella "potenza globale" alternativa che avrebbe preso anche la forma del movimento contro la guerra. Un movimento che si preparava, da ogni città italiana e da mezzo mondo, a contestare gli Otto Grandi convocatisi per il successivo luglio a Genova. E vi si preparava contando su esperienze ancora fresche di pochi anni. Esperienze che non avevano ancora conosciuto una repressione frontale. Quel giorno, il 17 marzo, nell'occasione di un appuntamento "minore", al termine d'una manifestazione relativamente "piccola", la conobbero.La repressione si abbatté su Piazza Municipio, in un crescendo di violenza rapidissimo, appena la "testa" del variopinto corteo NoGlobal, fornita di improvvisate "autoprotezioni", inscenò un'altrettanto improvvisata "sfida", un contatto fisico, con lo schieramento di forze dell'ordine in assetto antisommossa che presidiava un'invenzione inedita: la zona proibita a "difesa" del Forum ufficiale, la "zona rossa".Ci furono incidenti, una manciata di secondi di baruffa. Poi, fu nient'altro che una serie ininterrotta di cariche senza distinzione di manifestanti e passanti, senza risparmio di gas lagrimogeni, manganellate, costizione di "sacche" di contestatori e non massacrati sui marciapiedi, sui recinti dei cantieri intorno al Castello Angioino e poi, via via, per ore, in tutto il centro storico di Napoli. Il peggio, però, doveva ancora venire: arrivò a sera, di notte e dove nessuno avrebbe potuto crederlo possibile.Il peggio di una repressione che annunciava quella ancora peggiore nella quale a Genova ci sarebbe anche "scappato il morto", Carlo Giuliani ucciso in Piazza Alimonda da un proiettile di Stato (deviato da un sasso metafisico, come da sentenza d'archiviazione per quell'omicidio senza giustizia), a Napoli il 17 marzo arrivò nelle sale di pronto soccorso degli ospedali. Dov'erano ricoverati tanti dei feriti nella caccia all'uomo della giornata. Erano stati 200, i feriti. E decine, un centinaio anzi, la stessa polizia andò a prenderli nei letti, nelle brandine delle corsie ospedaliere. Per tradurli nel designato «centro di raccolta» dei «fermati» perché «individuati tra i violenti» cui l'autorità pubblica addossò, sul momento, la responsabilità degli scontri. Quel centro era la caserma Raniero.Queste due parole, caserma Raniero, compongono uno dei nomi della vergogna che pesa sullo Stato italiano, come ancora ieri ha ricordato su il Manifesto nel suo editoriale Mariuccia Ciotta, riferendosi al "lager" genovese di Bolzaneto e invitando il candidato premier democratico Walter Veltroni ad un gesto di «scuse» alle «vittime dell'orrore» repressivo per anticipare e sollecitare quelle dello Stato stesso. Ebbene, quanto avvenuto dentro Bolzaneto e che anche i pm genovesi hanno nei giorni appena scorsi ripercorso con la loro requisitoria (altrettanto relegata a non notizia, o quasi: ben diversamente dalla "salomonica" condanna nei confronti dei manifestanti anti-G8, l'unica finora emessa), avvenne già a Napoli, in quel marzo di sette anni fa. Nella caserma Raniero fu sperimentato per intero tutto il repertorio di abusi innominabili che poi colpì l'opinione pubblica internazionale con Bolzaneto, dove vittime furono anche tante e tanti manifestanti non italiani. Nella caserma Raniero la gente "fermata" fu pestata ulteriormente, minacciata di morte, umiliata fisicamente e psicologicamente, costretta a subire intimidazioni sessuali, obbligata ad assistere a inneggiamenti al fascismo o persino ad inscenarle forzosamente. Tutto questo avvenne, nella caserma Raniero. E lo fece la forza pubblica.Il problema è che la Questura stessa mise agli atti, in quella primavera del 2002, che operare i fermi negli ospedali e tradurre i fermati alla Raniero fu un'operazione frutto d'un ordine. D'una disposizione della Questura stessa. Sulla quale, d'altra parte, non si è mai ottenuto l'indicazione d'un responsabile ultimo. Tanto meno in sede giudiziaria. Resta, al di là anzi al di qua dell'ambito penale - e d'ogni formalità - che la Questura c'era. E il questore era, fu Nicola Izzo. Che sei anni fa fu difeso a spada tratta, anche con l'appoggio a incredibili presidi della Questura da parte dei poliziotti "in rivolta", anche fra minacce pubbliche di morte ai pm dell'inchiesta, dalla destra: da Alleanza Nazionale. E peraltro lui stesso, Izzo, affiliato al sindacato Sap, aveva pubblicamente evidenziato la sua professione politica «di destra».Adesso Izzo è il numero 2 della Polizia di Stato. Appunto, non è questione formale. La domanda è un'altra: qual è l'opportunità politica d'una simile nomina? Sono forse iniziate al Viminale le prove della Grande Coalizione che tutti negano? Comunque, è una non notizia.
fonte: Liberazione

27 febbraio 2008

Roma: aggressioni fasciste

Militanti di sinistra, migranti, forze di polizia: erano questi gli obiettivi delle aggressioni pianificate dalle venti persone arrestate ieri, quasi tutte giovanissime, appartenenti all’area della destra neofascista romana. Un gruppo trasversale che vedeva insieme militanti di Fiamma tricolore, di Forza nuova e ultras della squadre romane. Tra questi, spiccano i romanisti Bisl [«basta infami solo lame»] e i laziali «in basso a destra», uniti da una saldatura «antisistema» che li ha resi protagonisti di diversi assalti contro le forze dell’ordine allo stadio. Nel frattempo, la polizia ha dato notizia di una ennesima aggressione neofascista avvenuta a San Lorenzo nella notte tra domenica e lunedì, quando un gruppo di circa dieci militanti di estrema destra hanno fatto irruzione, con mazze e coltelli, nel locale «Sally Brown», ritrovo abituale di giovani di sinistra. Il gruppo ha rovesciato i tavoli, spaccato con i bastoni gli spillatori per la birra e distrutto i vetri della porta d´ingresso. La pronta reazione del gestore e dei pochi presenti ha mandato in fuga gli assalitori. Nel fuggi fuggi generale, uno degli aggressori è inciampato e sbattuto la testa sul marciapiede; soccorso da una ambulanza, è stato trasportato all´Umberto I dove rimane sorvegliato a vista dagli agenti.

26 febbraio 2008

Violenze e torture alla caserma Bolzaneto La politica non può tacere.

Schiaffi, botte, minacce di sodomizzazione, piercing levati da parti intime, teste sbattute nei gabinetti, inni a Mussolini e altri canti fascisti. Nel processo in corso a Genova il Pm Vittorio Ranieri Miniati ha ripercoro nella sua lunga requisitoria gli innumerevoli abusi compiuti fra il 20 e il 22 luglio 2001 nella caserma di Bolzaneto, alla periferia di Genova. Erano i giorni del G8 e la caserma veniva usata come ufficio matricola: vi passavano i fermati prima di essere trasferiti nelle carceri del Nord Italia. Gli imputati sono 47: sedici agenti penitenziari, quattordici poliziotti, dodici carabinieri e cinque medici. I capi d’accusa sono numerosi e gravi: abuso d’ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale, con l’aggiunta della violazione della convenzione internazionale per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.
In quella caserma, per tre giorni, fu sospeso lo stato di diritto. Vi si praticò la tortura. La nostra democrazia ebbe una caduta verticale. La discesa in quell’abisso di arbitrio e violenze ha fatto capire a noi cittadini quanto siano vulnerabili le garanzie costituzionali. E’ accaduto, e niente ci garantisce che non possa riaccadere.
Gli apparati dello Stato non hanno fatto nulla per tentare di individuare singole responsabilità, né hanno mai ipotizzato di avviare un’inchiesta interna per infliggere sanzioni ai violenti. Lo stesso fatto che i poliziotti abbiano agito a volto coperto come volgari banditi è passato del tutto inosservato, senza che nessuno condannasse una simile condotta, che accomuna gli agenti più a dei fuorilegge che a dei tutori dell’ordine.
Più in generale la polizia italiana dimostra quanto sia carente sotto il profilo della trasparenza, della verifica del proprio operato, della disponibilità a sottoporsi a un giudizio indipendente, tutte caratteristiche che dovrebbero essere proprie di forze dell’ordine autenticamente democratiche. La tradizione di opacità e chiusura verso il mondo esterno, evidentemente, pesa ancora moltissimo. I fatti di Genova non hanno fatto che accentuare i forti limiti democratici delle nostre forze dell’ordine. La “gestione” delle inchieste, da questo punto di vista, con il rifiuto dei vertici degli apparati di fare chiarezza, collaborare coi magistrati, e ammettere le proprie numerose mancanze (e anche il clamoroso fallimento nella gestione del G8 2001), ha allontanato ancora le nostre forze dell’ordine dalla via maestra della crescita democratica. In questo modo i diritti sono stati calpestati due volte.
Viviamo tempi difficili. La tortura, nel mondo, viene praticata da paesi che siamo abituati a considerare democratici. Noi italiani non abbiamo avuto la nostra Abu Ghraib, ma quanto accadde nella caserma di Bolzaneto fa vergognare chiunque abbia un minimo di simpatia per lo stato di diritto.
In questi giorni di campagna elettorale, i fatti di Genova sono sepolti nella memoria, riemergono solo nelle requisitorie dei Pm.
La sinistra, non può tacere. Ha il dovere di continuare a chiedere una commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova e Napoli, impegnarsi a proporre una legge sul reato di tortura e l’introduzione dei codici identificativi per le forze di polizia in servizio di ordine pubblico, chiedere l’abolizione dei gas CS dai lacrimogeni usati nelle piazze e negli stadi.
Ogni cedimento sul piano dei diritti civili è la premessa per nuove restrizioni delle libertà e delle garanzie: ce lo insegnano tutte le organizzazioni di tutela dei diritti umani.

Italo Di Sabatoresponsabile Osservatorio sulla Repressione PRC/SE

25 febbraio 2008

Genova G8: Processo Bolzaneto «Detenuti costretti ad abbaiare come cani»

Nell´aula-bunker del tribunale di Genova è incominciata (e si protrarrà per altre quattro udienze) la seconda parte della requisitoria dei pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello al processo per le violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001.Gli imputati sono 45, tra medici e personale (di vario grado) di polizia Penitenziaria, di Stato e carabinieri.I Pm hanno elencato le vessazioni subite dagli arrestati, che sarebbero stati costretti a stare in piedi per ore o a fare la posizione «del cigno» e «della ballerina», ad abbaiare come cani per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale; molti avrebbero ricevuto schiaffi a mano aperta e colpi alla nuca, soprattutto quando venivano portati a due a due nelle celle di destinazione.La presenza di più forze dell´ordine avrebbe comportato due perquisizioni: una nell´atrio e un´altra nell´infermeria; perquisizioni che, secondo i Pm, provocarono ai detenuti ulteriore stress, in aggiunta a quello causato dall´arresto.La caserma di Bolzaneto, descritta oggi dai pm, è sembrata un girone infernale e un luogo di tortura fisico e psicologico: ragazzi e ragazze picchiate, tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati di guai peggiori.Il pm Ranieri Miniati ha fatto un riepilogo delle testimonianze più salienti delle parti lese durante il processo, tutte avallate dai ricordi di altri detenuti presenti nella caserma. Tra queste quella di Massimiliano A., 36 anni, napoletano, disabile al cento per cento.«Gli agenti mi hanno preso in giro - aveva raccontato al processo - per la mia bassa statura, insultandomi.Il pm ha anche ricordato che Massimiliano per un´ora non riuscì a farsi accompagnare in bagno, per cui si fece addosso i suoi bisogni e rimase sporco a lungo perché gli impedirono di pulirsi. Un altro episodio ricordato oggi riguarda Katia L., minacciata dagli agenti di farle fare la stessa fine di Sole (Maria Soledad Rosas), l´anarchica argentina che si suicidò in carcere dopo la morte del compagno, entrambi arrestati nell´ambito dell´inchiesta sugli attentati contro la Tav in Valle Susa.La ragazza si sentì male e vomitando sangue venne portata in infermeria dove un medico le somministrò dell´ossigeno. Al rifiuto della ragazza di sottoporsi ad una iniezione il medico la liquidò:«Vai pure a morire in cella». I pm hanno poi concluso la seconda parte della requisitoria elencando i vari elementi probatori raccolti, sostenendo l´attendibilità di tutte le dichiarazioni delle parti lese sottoposte a varie tipologie di riscontri. La requisitoria proseguirà domani.

Roma: 27 febbraio sit-in per il diritto d'asilo.

Il diritto d’asilo risiede nella notte dei tempi, è parte fondamentale della “ Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” , adottata dall’Assemblea dell’ONU il 10 dicembre 1948. Migliaia di personaggi ne hanno goduto, divenendo successivamente Presidenti di Repubbliche, Ministri, insigni cultori : da Dante a Mazzini, Garibaldi, Pertini, solo per citarne alcuni, considerati “ in patria”nemici e condannati financo all’ergastolo e alla pena di morte. Alla fine degli anni ’70 , a centinaia i protagonisti del conflitto sociale trovarono rifugio in Europa, in esilio da leggi emergenziali, condanne sommarie e carceri speciali, che colpirono in Italia oltre 40.000 attivisti . Particolarmente in Francia , il Presidente Mitterand, rinnovando la peculiarità storica della “ Francia terra d’asilo”, si fece artefice di uneditto che garantiva a costoro lo “ status di rifugiati” , in quanto riconosceva la natura politica agli esiliati italiani e il loro abbandono della lotta armata.Tra questi Marina Petrella usufruiva dagli anni ’90 di un regolare “permesso di soggiorno” che le ha consentito di svolgere un’attività lavorativa a carattere sociale, di accudire alla prima figlia Elisa e di decidere di metterne al mondo un’altra, Emanuela, fiduciosa nell’avvenire e nella parola data. Invece, l’11 Settembre 2001 e la dottrina della “ guerra permanente”, hanno prodotto l’arroccamento della “ sicurezza “ a scapito dei diritti anche in Europa e in Francia. E’ noto a tutto il mondo, che in termini di giustizia il Governo Berlusconi ha svolto soprattutto un’attività tesa a cancellare i reati e i processi che lo vedevano coinvolto insieme al suo clan. Di converso il ministro di giustizia Castelli richiedeva l’estradizione dalla Francia di 12 rifugiati politici, tra cui Marina Petrella , reiterata dal ministro Mastella nel subentro del governo Prodi. Così che dall’agosto 2007 Marina Petrella (54 anni e 2 figlie) è in carcere in attesa dell’estradizione che dev’essere decisa dall’attuale presidenteSarkosy, incredula che un Paese con così antica tradizione di libertà possavenire meno alla parola data, per iscritto da un suo Presidente.Allo spirito di “libertè, egalitè, fraternitè” , al rispetto delle idee universali conquistate con il sangue patriota, fanno appello le migliaia difirme raccolte in Francia contro l’estradizione di Marina Petrella, a cui aggiungiamo le nostre ed insieme la proposta di una iniziativa di protesta, da tenersi sotto l’Ambasciata Francese a Roma il 27 febbraio , ore 17 p.zaFarnese, stante l’imminenza della decisione sull’estradizione.

Confederazione Cobas, Radio Onda Rossa ,Contropiano, Action, Coordinamenrto cittadino di lotta per la casa, Libertà di Movimento, Osservatorio sulla Repressione, Astra19,Horus occupato, Spazio sociale ex51, Loa Acrobax, Rete perl'Autoformazione, csoa Ex Snia, Forte Prenestino, Corto Circuito

23 febbraio 2008

Bolzaneto non fu una follia

Il processo per i maltrattamenti sui detenuti nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 del 2001, sta entrando nel vivo, con l’avvio della requisitoria dei pm. Il procuratore aggiunto Mario Morisani, all’esordio dell’udienza, ha parlato di “ventata di follia. Tutti hanno perso il controllo, da una parte e dall’altra”.
E’ un’affermazione che lascia davvero sconcertati, perché lascia intuire un’assimilazione dei gravissimi abusi compiuti a Bolzaneto (documentati da decine di testimonianze) alle follie di una “controparte” nebulosa, evidentemente da identificare - nell’allusiva affermazione di Morisani - con il solito “blocco nero”, assurto ormai a scusa ufficiale per tutti gli abusi commessi dalle forze dell’ordine nelle tragiche giornate del G8 genovese.
E’ un discorso pericoloso perché ci porta fuori dal recinto delle regole costituzionali: se anche ci fosse stata una “follia” dall’altra parte (ma bisognerebbe dire meglio di chi si parla, in che contesto, per quali epidosi), stabilire una reazione di causa-effetto con le torture compiute in caserma, vorrebbe dire che le forze dell’ordine possono essere assimilate - nella visione del procuratore - a bande di teppisti e che eventuali “folli” azioni di privati cittadini per le strade sono equiparabili a maltrattamenti sui detenuti da parte di funzionari dello stato.
Se Morisoni intendeva qualcosa del genere, c’è davvero da preoccuparsi, perché il procuratore si incamminerebbe su un sentiero che porta fuori dal percorso della legalità costituzionale. Le forze dell’ordine devono rispettare la legge in ogni circostanza, punto. Non ci sono cedimenti possibili su questo punto. Tanto più se si parla di abusi commessi nel chiuso di una caserma su persone private della libertèà personale (e spesso già picchiate e malmenate per strada o alla scuola Diaz).
Di fronte ai fatti documentati a Bolzaneto, occorre una risposta chiara e forte dello stato, e non la ricerca di attenuanti e giustificazioni. Dottor Morisoni, si corregga.

A Firenze per fare movimento. Un appello per rispondere alle condanne di alcuni attivisti noglobal toscani.

Novemebre 2002, Firenze. La Fortezza dal Basso è il punto di convergenza per migliaia di attivisti provenienti da tutta Europa per partecipare al primo forum sociale continentale. Alla manifestazione conclusiva saranno in settecentomila. Giornali e opinion leaders scriveranno di una grande università popolare. Per il movimento di critica alla globalizzazione neoliberista, un momento di confronto tra sensibilità e culture politiche tra loro eterogenee, dove la diversità è considerata un punto di forza. Poi la guerra permanente cambierà lo scenario. E molti degli organizzatori del forum sociale europeo proveranno a fermare la macchina militare, visto che anche l'Italia dovrà mandare soldati in Afghanistan prima e in Iraq poi.Manifestazioni per bloccari i treni della morte, ma anche per portare il dissenso sotto le istituzioni statali. Oppure per affermare la libertà di movimento dei migranti o per rivendicare il diritto alla casa o per combattere la precarietà dei rapporti di lavoro. Molti di loro sono stati denunciati e a sei anni dal forum sociale i tribunali hanno emesso le prime sentenze, che prevedono una montagna di carcere. Come è già accaduto nei processi di Genova e Cosenza. Per rispondere a questo clima emergenziale, è nata la proposta di portare nuovamente a Firenze la voce, e i corpi, di quanti hanno condiviso il forum sociale europeo. È stato scritto un appello(lettera aperta) destinata a tutte le componenti italiane organizzate e non del forum sociale europeo per denunciare il clima repressivo che si respira oramai in Italia e per invitare tutti a una due giorni di discussione. Le date indicate sono l'1 e il due marzo. Il programma dei lavori prevede un'assemblea generale per sabato su «La guerra permanente e il securitarismo», seguita da uno spettacolo, mentre la domenica mattina il tema da affrontare sarà: «Genova, Porto Alegre, Firenze, 15 Febbraio e il nuovo ciclo dei movimenti sociali». Il pomeriggio sarà infine dedicato a «Precarietà e nuove povertà, nessuno può farcela da solo». Gli organizzatori dell'iniziativa tengono però a precisare che il programma è ancora «impreciso», perché lo spirito della costruzione dell'iniziativa è lo stesso del forum sociale europeo: un work in progress basato sulla pratica del consenso.

Orrori nella caserma del G8: in aula le accuse dei pm

Il procuratore aggiunto Mario Morisani lo aveva chiesto al tribunale espressamente: «Facciamo presto, ne va della nostra reputazione di Paese civile e democratico». Il tribunale ha risposto imponendo al processo tappe forzate. Allontanato lo spettro della prescrizione dei reati già nel primo grado di giudizio (che si concluderà a maggio), inizia oggi l'ultimo atto del processo per i fatti di Bolzaneto, per gli abusi e le violenze compiute, secondo l'accusa, da funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri, agenti e medici, nella caserma del Reparto mobile durante il G8 del luglio 2001. Gli imputati sono 45.Oggi i pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello cominceranno la loro requisitoria conducendo corte, difensori, parti civili e pubblico attraverso la loro ricostruzione di una caserma senza legge, dove un detenuto poteva essere fatto inginocchiare e abbaiare come un cane, essere inondato di spray urticante, subire il taglio del pieircing con le pinze, insulti e percosse. La difesa avrà spazio per rintuzzare ognuna delle imputazioni. Il codice ora assegna la parola all'accusa. E saranno sei udienze drammatiche, a giudicare dal programma che i due pm si sono dati.L'appuntamento è per stamane alle 9,30 nell'aula magna del palazzo di giustizia. La prima puntata della requisitoria sarà dedicata all'organizzazione all'interno della caserma di Bolzaneto come centro di detenzione temporanea durante il G8. Lunedì 25 febbraio i pm parleranno dell'attendibilità delle persone offese e delle loro testimonianze, mentre l'indomani, martedì 26 febbraio, prenderanno in esame uno a uno i reati contestati. Le altre tre udienze saranno dedicate all'analisi delle responsabilità: dei vertici (lunedì 3 marzo), del livello intermedio, dei medici, degli esecutori materiali e dei presunti falsi commessi nell'ufficio matricola (martedì 4 marzo) e, infine, lunedì 10 marzo, dei reati commessi, secondo l'accusa, da medici e infermieri. Nella stessa giornata i pm Miniati e Petruzziello formuleranno anche le loro richieste di pena per gli imputati.Poi sarà la volta delle parti civili e delle difese che dovrebbero terminare entro la fine di maggio. Presumibilmente la sentenza dovrebbe essere emessa in giugno. Quindi con anticipo sul termine della prescrizione.Le accuse a carico degli imputati sono, a diverso titolo, quelle di abuso d'ufficio, violenza privata, falso, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. L'inchiesta, durata 2 anni e 7 mesi, iniziò nell'agosto 2001 e si concluse con la richiesta di rinvio a giudizio il 12 maggio 2004. Le parti lese sono 209, sessanta delle quali si attendono un risarcimento civile che nessuna prescrizione potrà mai annullare.

Fonte: Secolo XIX

22 febbraio 2008

Milano sentenza appello San Paolo: lo Stato si assolve

Venerdi' 15 Febbraio 2008 è stata emessa a Milano la sentenza d'appello per i fatti dell'ospedale S. Paolo del 16 marzo 2003: confermata la condanna di primo grado per due compagni ad un anno e otto mesi, oltre che il risarcimento complessivo di oltre 100.000 euro, e la piena assoluzione dei tre membri della forza dell'ordine. Un giudizio basato sulla sola ricostruzione dell'accaduto fornita da polizia e carabinieri, gli stessi protagonisti dei pestaggi di quella notte. Nulla hanno contato le testimonianze del personale medico-sanitario che ha assistito direttamente alle cariche indiscriminate dentro e fuori il Pronto Soccorso. Ancora meno hanno contato le evidenti lesioni riportate dagli amici e dai compagni di Davide, selvaggiamente massacrati, che sono, invece, gli unici ad essere stati condannati oggi.Se il processo di primo grado, si era concluso con la (lieve) condanna di un poliziotto a quattro mesi per abuso di ufficio (ripreso da un video amatoriale mentre manganellava una persona a terra) e di un carabiniere a sette mesi per possesso di una mazza da baseball (pena caduta in prescrizione), assistiamo oggi alla piena legittimazione da parte della Magistratura del comportamento, in vero stile scuola Diaz, delle forze dell'ordine.Lo Stato, ancora una volta, si assolve tentando di stravolgere la verità nelle aule dei tribunali, aggiungendo le menzogne della sentenza alle violenze di quella notte.Lo Stato, ancora una volta, si assolve e non ce ne stupiamo, perché viviamo e lottiamo in tempi dove il sicuritarismo unisce le forze politiche di entrambi gli schieramenti, spingendo a un incremento dell'azione repressiva, della militarizzazione dei territori e dell'autoritarismo poliziesco.

Nessuna giustizia Nessuna pace
con Dax nel cuore Chi non dimentica



20 febbraio 2008

Contro gli avvisi di garanzia ai "No dal Molin". Petizione in solidarietà ai quattro attivisti indagati

Appello del Comitato No dal Molin per una raccolta di firme di solidarietà per gli attivisti indagati, tra le prime adesioni anche quella di don Andrea Gallo, storico sacerdote da sempre schierato contro qualsiasi forma di guerra e armamento.
A seguito delle numerose azioni contro la base americana, la magistratura ha comunicato, a quattro esponenti del Comitato, un avviso di garanzia. Per dettagli maggiori è possibile visitare il sito del movimento No Dal Molin, sufficiente scrivere sul motore di ricerca Google, ' No Dal Molin', per aprire il sito aggiornatissimo e con tutta la storia del movimento, con fotografie, filmati, testimonianze, contatti.
E' stata organizzata una petizione a sostegno dei quattro indagati, ed è possibile sottoscrivere anche per e mail scrivendo a questo indirizzo: 23febbraio@nodalmolin.it

19 febbraio 2008

Genova: G8, riparte il processo Bolzaneto. Più lontana la prescrizione

Grazie alla nuova tabella di marcia elaborata nei giorni scorsi dal presidente Renato Delucchi, il secondo dei maxi-processi del G8 si chiuderà entro la primavera. La sentenza per le violenze ed i soprusi nella caserma di Bolzaneto è infatti ragionevolmente attesa intorno alla metà di giugno. Il calendario delle udienze, che aveva subito un inatteso stop dovuto alle condizioni di salute di un componente del collegio, è stato rielaborato ed ha ottenuto l´approvazione di tutte le parti in causa. Si ricomincia venerdì con la requisitoria dei pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, che termineranno il loro intervento - dopo sei appuntamenti consecutivi - il 10 marzo. Poi toccherà alle parti civili e alle difese. L´ultima udienza è stata fissata per il prossimo 20 maggio, salvo errori ed omissioni. La camera di consiglio comincerà immediatamente dopo e ci sono buone ragioni per credere che possa pronunciarsi nel giro di un paio di settimane. La accelerazione nel procedimento non impedirà che da qui all´ultimo grado gli imputati possano godere della prescrizione. Ma se non altro il meccanismo - che nella maggior parte dei reati presi in considerazione si applica dopo sette anni e mezzo dai fatti - non scatterà già in anticipo rispetto alla prima sentenza. Questo avrà importanti ripercussioni soprattutto dal punto di vista civile. Quanto al penale, inutile farsi illusioni: già il condono regalava un bello sconto, da qui alla Cassazione potete scommettere che nessuno sarà privato della libertà personale per un solo minuto.Quarantacinque imputati tra generali, funzionari di polizia, ufficiali dei carabinieri, agenti, militari e medici: accusati a diverso titolo di abuso d´ufficio, violenza privata, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso, violazione dell´ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali. Le persone offese sono 209. Il processo aveva preso il via il 12 ottobre di due anni fa: le udienze sono state 157, in aula sono state ascoltate 392 persone (compresi 12 imputati). Gli accusati si sono sostanzialmente difesi sostenendo di non aver compiuto - e tantomeno visto compiere - nulla di illegale. I pm ritengono invece che la tesi accusatoria sia uscita pienamente rafforzata dal dibattimento. La loro requisitoria ricalcherà in larga parte quanto già denunciato in una esemplare memoria agli atti. Venerdì, Petruzziello e Ranieri Miniati introdurranno l´argomento ricordando quella che era l´organizzazione nel "centro di detenzione temporanea". Lunedì prossimo si parlerà dell´attendibilità delle vittime, martedì della qualificazione giuridica dei reati. Le udienze successive saranno dedicate alla responsabilità in generale e a quella dei vertici in particolare, poi al cosiddetto "livello intermedio" e agli esecutori materiali, ai falsi commessi nell´ufficio matricola, ai reati di medici e infermieri, per chiudere con le richieste di pena. Subito dopo i pubblici ministeri depositeranno una monumentale memoria di oltre un migliaio di pagine.

fonte: La Repubblica

18 febbraio 2008

Roma: Aggressioni e attentati contro gay e studenti

Incendiato il Coming out, storico locale Lgbtq della capitale. Solo ieri il pestaggio del giovane militantedi un Centro sociale di Montesacro. Massimiliano Smeriglio: «E' l'ennesimo campanello d'allarme»


Annalisa Scarnera, una delle titolari del locale, è ancora sotto choc. Lo sconforto ha preso il posto della rabbia e descrive una situazione per molti aspetti di isolamento, di assedio: «Viviamo un momento storico davvero difficile. Questo attentato è la goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Pensiamo a come siano spariti nel nulla i temi dei diritti dei gay». Già in passato il "Coming Out" aveva subito minacce e intimidazioni. L'ultima l'estate scorsa quando la via intorno al locale venne tappezzata da manifesti con su scritto "Via i gay da San Giovanni". «Eppure - continua Annalisa - nessuno immaginava che quelle minacce prendessero una piega così violenta».Tante, in ogni caso, le dichiarazioni di solidarietà che arrivano dal mondo politico. Dalla Sinistra, che per voce del Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha inviato ai gestori del "Coming out" un messaggio nel quale esprime la «più sincera solidarietà a fronte del vile atto intimidatorio di cui è stato fatto segno il locale da loro animato, insieme ad un sincero augurio per il prosieguo della loro attività per l'affermazione di una cultura dell'uguaglianza, della non discriminazione e dei diritti»; al segretario romano di rifondazione, Massimiliano Smeriglio parla di clima di «intolleranza», di fatti gravi e preoccupanti, «un campanello d'allarme inquietante per la città di Roma, che negli ultimi tempi continua a essere protagonista indolente di azioni di intolleranza e di aggressioni a militanti della Sinistre e agli omosessuali».E sì perchè l'incendio al "coming out" non è l'unico episodio di violenza registrato in queste ore a Roma. Sempre ieri un giovane studente dei collettivi romani e attivista dell'Horus occupato di Piazza Sempione è stato brutalmente picchiato. Adriana Spera, capogruppo del Prc al Comune registra «l'ennesimo agguato che poteva trasformarsi di nuovo in una tragedia».In tutto questo, per dare risposta alle violenze di queste ore, Arcigay invita a partecipare al sit-in di venerdì 22 febbraio alle 22.30, presso la Gay Street (via di San Giovanni in Laterano), contro l'omofobia; e l'associazionismo antifascista chiede di dedicare la ricorrente manifestazione di commemorazione per l'uccisione di Valerio Verbano, a Simone, al ragazzo aggredito ieri. «Simone questa mattina è tornato al Policlinico Umberto I per farsi controllare perché non sta bene - dice Valerio dell'Horus Occupato - lo hanno aggredito due neofascisti appartenenti alla Fiamma Tricolore. Siamo molto chiari nel fare nomi e cognomi, perché è chiara la matrice fascista di questa aggressione».

17 febbraio 2008

Picchiato davanti ai carabinieri:"I militari non hanno fatto nulla"

Una denuncia in Questura, un'indagine della procura in corso ma per ora comunque nessun indagato. Colpito con un pugno alla nuca e poi preso a calci quando era a terra, a pochi metri da dove stazionavano due vetture dei carabinieri con quattro militari, tre uomini e una donna, che parlavano tra loro e che non avrebbero mosso un dito. E' questo il racconto fatto alla Questura da Antonio Podda, 27enne originario di Zerfaliu (Oristano) e che si e' trasferito nel bolognese per lavoro.
L'episodio che ha riferito sarebbe accaduto davanti alla discoteca 'le Grotte' di San Pietro in Casale dove il giovane un paio di settimane fa si era recato per passare una serata. Della vicenda si occupa il Pm della Procura di Bologna Valter Giovannini. Il magistrato ha confermato solo la ricezione della denuncia e che non ci sono al momento indagati, anche se sono in corso accertamenti.
''E' da 10 mesi che mi sono trasferito nel bolognese - spiega Podda - e sabato sera 3 febbraio ho deciso di passare una serata alla 'Grotte' con un amico. Ho bevuto e ballato e ad un certo punto ho conosciuto una ragazza. Dopo un po' mi ha detto che era fidanzata ed effettivamente poi e' arrivato il suo ragazzo. Ho chiesto scusa e ho proseguito la serata. Alle 3.30 sono uscito per fumarmi una sigaretta. Improvvisamente ho sentito un colpo sulla nuca, sono rovinato a terra e mi sono arrivati dei calci. Non ho visto chi mi ha aggredito. Mi sono rialzato e sono andato verso le due auto dei carabinieri, una Punto e un'Alfa 156, che erano li', a pochi metri da dove mi hanno pestato. Ho chiesto loro chi mi aveva aggredito, anche perche' la zona e' ben illuminata. Stavo sanguinando dal volto e mi sentivo male. Non mi hanno risposto e non si sono curati di me. Io allora mi volevo avventare su di loro ma un mio amico mi ha portato via.
L'indomani un mio amico mi ha accompagnato all'ospedale Sant'Anna di Ferrara e li' mi hanno ricoverato nel reparto di medicina d'urgenza''. Il certificato parla di 10 giorni di prognosi con trauma cranico facciale e il consiglio di altre visite specialistiche. La maglietta che il ragazzo indossava presenta una lacerazione all'altezza della schiena come se fosse stato colpito da un oggetto appuntito, come un tirapugni o un tacco. Il 5 febbraio il giovane ha presentato una denuncia alla polizia. ''Quello che non capisco - conclude Podda - e' perche' i carabinieri, a 10 giorni dalla mia denuncia alla polizia, sono andati nel mio paese in Sardegna e hanno detto a mio fratello che mi dovevano notificare un verbale perche' mi avevano trovato ubriaco a Bologna. Tra l'altro se davvero mi avessero fatto un verbale perche' non me lo hanno notificato subito? Perche' non mi hanno fatto i controlli con l'alcoltest? Io sono stato vittima di un'aggressione e i militari che erano li' non hanno fatto niente. Che giustizia e' questa?''.

16 febbraio 2008

Bologna: Cancellato dal tabellone teatrale "Gli invincibili"

Alla fine si è arreso. Il direttore artistico del Teatro Ridotto di Bologna, Renzo Filippetti, ha fatto marcia indietro, cancellando "Gli invincibili", serata dedicata all'incontro tra lo scrittore Erri De Luca e l'ex brigatista rosso Vittorio Antonini, invitato come rappresentante di Papillon, associazione dei detenuti di Rebibbia. Nei giorni scorsi il mondo politico ed istituzionale si è mobilitato contro il previsto arrivo sul palcoscenico bolognese di Antonini ha mobilitato che ha suscitato una levata di scudi nazionale e locale. Invitare nella città di Marco Biagi un ex Br, mai pentito né dissociato, «è un serio errore» ha commentato seccamente il sindaco, Sergio Cofferati. «Spero che Filippetti rifletta seriamente sul danno che l'eventuale conferma della serata provocherebbe sul suo lavoro - ha continuato Cofferati - da sempre circondato dalla simpatia dei cittadini. Simpatia che potrebbe venire meno». Dura anche la critica di Maurizio Gasparri, deputato di An. «E' ora di finirla con queste conferenze in serie di terroristi condannati per gravissimi reati. Chi è stato protagonista di stagioni drammatiche dovrebbe scegliere la via del silenzio». E Gasparri non si fa mancare un attacco al primo cittadino di Bologna: «Cofferati si dice contrario ma avrebbe dovuto vigilare prima, dimostrando maggiore coerenza ed attenzione». Nel pieno dell'"affaire Antonini", condannato all'ergastolo (è stato coinvolto nel sequestro Dozier), ora in semilibertà dopo 15 anni di carcere, si è inserito anche l'ex direttore di Rai tre, Angelo Guglielmi, assessore alla Cultura della giunta bolognese. «Non ci poniamo come ufficio censura. Il Comune finanzia il Teatro Ridotto come decine di altri teatri ma le scelte spettano al direttore artistico». E se a lui spetta la decisione, a seguito delle pressioni Filippetti ha gettato la spugna. Non prima, però, di aver chiesto un incontro con il sindaco, subito fissato al 20 febbraio. «Gli dirò che sono disposto a cancellare la serata - spiega il patron del Teatro Ridotto - se davvero non ci sono altre possibilità. Ma non rinuncio alla speranza di farla un giorno, in futuro. Mi rendo conto che il passato di Antonini sia ingombrante. E se questo provoca la levata di scudi, meglio soprassedere». In ogni caso «non mi faccio tirare per le orecchie da Cofferati - continua Filippetti - e ho chiesto di parlargli a tu per tu perché mi pare che la cosa sia sfuggita di mano. La mia intenzione era quella di dedicare una serata alla cultura, non alla politica. Capirei se la protesta arrivasse da familiari di vittime del terrorismo, ma non capisco perché le istituzioni debbano parlare a nome di altri. Se lo Stato ha stabilito che lui può stare in semilibertà, non vedo perché noi dobbiamo ergerci a paladini della legalità». Antonini è già stato a Bologna, quattro anni fa, all'Istituto per la resistenza Parri, dove parlò del rapporto tra detenzione e cultura. E in quell'occasione «nessuno ha avuto nulla da obiettare». Non solo. Filippetti, personaggio noto nel comune felsineo, con alle spalle la militanza in Lotta Continua e due mesi di braccio speciale in carcere, ricorda che «quando a Roma Antonini aprì una biblioteca in un quartiere molto difficile, a riconoscere il valore di questa iniziativa c'erano diversi assessori e l'attuale presidente della Camera, Fausto Bertinotti». Lo stesso Antonini si è detto sorpreso per l'atteggiamento di Cofferati nei suoi confronti, considerandolo «un alfiere delle lotte della sinistra e del movimento sindacale». Per dimostrare che il Comune di Bologna non censura nessuno, alla notizia della cancellazione dello spettacolo, l'assessore Guglielmi ha reagito affermando che «se Filippetti prende questa decisione in autonomia, allora va bene». Dello stesso segno il commento dell'assessore agli Affari Istituzionali, Libero Mancuso: «E' una sua piena e responsabile scelta». Di diversa opinione il segretario provinciale del Prc, Tiziano Loreti. «Filippetti è stato quasi costretto ad annullare la serata. - dichiara il segretario - Ha subito pressioni fortissime affinché l'incontro non si tenesse, soprattutto dal sindaco Cofferati. In questo modo, si rimuovono senza pudore decenni di battaglie a favore dei diritti civili condotte dalla sinistra». Dopo anni di "cofferatismo reale", certe prese di posizione del sindaco non ci stupiscono affatto. Anzi, le riteniamo in linea con la sua visione repressiva ed autoritaria della realtà. Antonini ha già pagato la sua pena. Credo sia ora di avere il coraggio di aprire un dibattito serio sugli anni 70».

Omicidio Sandri: La difesa del poliziotto: "Sparo non intenzionale"

«La perizia balistica sul proiettile che ha ucciso il tifoso laziale Gabriele Sandri conferma che il colpo di pistola è stato deviato». Lo rende noto l'avvocato Francesco Molino, che difende l'agente della Polstrada Luigi Spaccarotella, indagato per l'omicidio del giovane tifoso della Lazio, morto lo scorso 11 novembre nell'area di servizio di Badia al Pino ad Arezzo. A determinare la deviazione sarebbe stato l'impatto fra il proiettile e la rete metallica che divide le corsie dell'autostrada. Subito si è riaperto lo scontro fra i difensori dell'agente e il legale della famiglia Sandri. «E' stato dimostrato che il proiettile non impattò sulla rete di divisione e non venne deviato» è la replica del legale della famiglia Sandri, l'avvocato Michele Monaco. «Non ho letto la perizia - spiega il legale - e lo farò probabilmente lunedì. Mi riservo quindi di prendere visione del documento prima di esprimere un parere». La perizia balistica, affidata dalla procura aretina al professor Domenico Compagnini, è stata depositata nella tarda serata di ieri. «La conferma della deviazione del proiettile - ha dichiarato Molino - è un elemento importante per la difesa. Adesso leggerò attentamente la perizia e poi, il 27 febbraio, il mio cliente sarà sentito dal magistrato. Ma ho già visto che vengono valutate una serie di ipotesi legate soprattutto alla posizione dell'auto dei ragazzi di Roma». Lo scontro fra i legali di Spaccarotella e quelli di Sandri si concentra sulla traiettoria dello sparo. Per i primi, il proiettile venne deviato «in maniera importante» dalla rete che divide le due carreggiate. A dimostrarlo ci sarebbero due perizie. La prima, depositata a dicembre dal Cnr, secondo i difensori dell'agente evidenzia la presenza di tracce di zinco e alluminio sull'ogiva «dovute - spiega uno dei legali, Gianpiero Renzo - all'impatto con la rete». E dalla seconda, quella balistica, arriverebbe la «conferma della deviazione», ha spiegato oggi l'altro difensore, Francesco Molino. Per i difensori di Spaccarotella, Molino e Gianpiero Renzo, l'agente non avrebbe mirato verso l'auto dei tifosi laziali e lo sparo sarebbe partito accidentalmente. In base ad alcune testimonianze raccolte dalla procura, invece, Spaccarotella avrebbe sparato a braccia tese.

14 febbraio 2008

Omicidio Aldrovandi: polizia contro Pm e inchieste di giornali e tv

Dalla difesa degli agenti arriva un attacco al presunto «processo parallelo senza diritto di replica» su giornali e tv. Ce l'hanno con Chi l'ha visto? , in particolare, e con un giallista ospitato dal Corriere . Dall'ufficiale della polizia giudiziaria che imbastì le primissime indagini, l'ammissione, poco dopo, che l'inchiesta Aldrovandi decollò solo dopo la prima metà di gennaio 2006, centoquindici giorni dopo la morte di Federico, dunque dopo l'"esplosione mediatica" del caso sul blog dei genitori e su pochi quotidiani, per primo Liberazione . E, ancora, dall'allora capo dell'ufficio delle volanti una specie di bordata sulla prima pm a seguire la storia - «disse che non era il caso di venire sul luogo» - e che, subito dopo, giura di «non aver visto segni di niente» sul volto sfigurato di Federico. Segni che risulteranno più chiari, invece, al questore vicario, che giunse un'ora dopo, alle 8, e di cui sembrano far cenno anche le telefonate tra carabinieri e polizia che, alle 7.36, parlarono di «pecche», o, probabilmente di «pesche», ossia lividi. Che cosa fu detto alla pm Mariaemanuela Guerra per farle ripetere che non «c'era bisogno» di arrivare in Via Ippodromo? Il pm che ha ereditato le carte, Proto, ritiene si debba trovare il modo per far giungere in aula «la voce dell'ufficio del pubblico ministero» che non può salire sul banco dei testi.Questo e molto altro nell'udienza di ieri a Ferrara per l'omicidio colposo del diciottenne incensurato nel corso di un violentissimo "controllo di polizia" effettuato da due volanti all'alba del 25 settembre del 2005. E nel catalogo dell'udienza va inserito certamente una sorta di crollo della memoria collettiva tra i protagonisti di quella mattina tanto da rendere difficile sia la concatenazione degli orari - tra l'orologio dell'Arma, ad esempio, è quello del 118 ci sarebbe un paio di minuti di sfasamento - e la linea di comando nelle fasi immediatamente successive alla constatazione della morte dell'Aldro. I sanitari lo trovarono faccia in giù, ammanettato. E senza vita. Anche i manganelli spezzati e ritrovati solo alcune ore dopo in questura non meravigliarono nessuno. A sentire il capo dell'ufficio volanti, a cui l'hanno riferito i quattro, si sarebbero spezzati uno con un calcio di Federico, l'altro in una caduta sotto il peso dell'agente che lo brandiva. Nel fascicolo del pm, però, c'è la perizia che certifica la compatibilità delle lesioni sul corpo e sul viso di Federico, con quegli oggetti «metallici e cilindrici». Sono le percosse di cui parlò un cronista locale, poche ore dopo, e subito zittito dal questore dell'epoca? L'accusa insiste sulle modalità della «imprudente colluttazione», chiederà a tutti dei manganelli. Nell'aula - di nuovo strapiena di amici della famiglia Aldrovandi e di colleghi dei poliziotti - il capo dell'ufficio volanti (giunse verso le 7 e avviò i primissimi accertamenti) fornisce invece una versione abbastanza articolata della versione che potrebbero fornire gli imputati e che ricalca le relazioni di servizio ma fa a pugni col mattinale della questura che avallò la tesi del malore fatale e le ripetute allusioni a un'overdose. E' la storia già sentita di un ragazzo che avrebbe assalito una volante urlando frasi sconnesse. Due calci al paraurti mentre la macchina prova a fare retromarcia. Il capoequipaggio che avrebbe provato a parlamentare ma il ragazzo sarebbe stato così infuriato da prendere la rincorsa, saltare sul cofano, che risulterà non ammaccato ma solo con delle strisciate grigie, e tentare di scalciarlo da lì. Sempre urlando frasi sconnesse, tipo «Voglio di più». Lo slancio lo avrebbe fatto cadere a cavalcioni sulla portiera e cadere in avanti. Federico si sarebbe rialzato e i due lo avrebbero provato a bloccare. Tutti giù per terra. Ma di legargli le manette neanche a parlarne. Anzi, i due si sarebbero rifugiati in macchina in ritirata strategica, inseguiti dal feroce diciottenne. Decisivo l'arrivo della seconda volante. Avviene la colluttazione di cui si parlerà già pochi minuti dopo nelle telefonate. Finché non si spezzano due manganelli. «Finché il giovane non si calma, smette di agitarsi», si sentirà dire in aula, finalmente lo ammanettano anche se ricomincia a scalciare, arriveranno i carabinieri. «E smette di nuovo di agitarsi». Stride il confronto tra la febbrile attività telefonica di chi intervenne quel mattino - sono state acquisite nuove registrazioni - e il mancato sequestro della volante ammaccata dall'assalto del ragazzino. «Nessuno per mesi mi ha detto nulla, né la procura né la squadra mobile. Nessuno disse che avevamo fatto errori, che avevamo sbagliato a non sequestrare le auto o che l'ipotesi che avevamo fatto era errata», si discolperà il funzionario. Ma se si chiedono particolari sul lavoro dei colleghi, ciascuno ricorda poco o niente. Nessuno ricorda di aver fatto delle ipotesi. Eppure la questura, già poco dopo le 7, sarà abbastanza preoccupata di capire se c'è una registrazione in cui qualcuno dica che Federico sbatteva la testa («Vedrai che servono»). Uno dei legali di parte civile, Riccardo venturi, arriverà a notare uno scaricabarile diffuso e la «melmosità dei rapporti interni» alla questura. Arrivò sulla scena anche il colonnello comandante dei cc locali ma sarebbe restato solo un paio di minuti. Stride il contrasto tra il Federico dipinto dalle relazioni di servizio e quello, sicuramente più lucido, da chiamare 9 numeri di suoi amici in soli 8 minuti, alle 5.15. L'ufficiale di pg non ricorda di aver "filtrato" i testi prima di mandarli dalla pm. Il capo della squadra mobile rivela che si indagò solo su Federico, un ragazzo vestito come uno dei centri sociali, senza documenti e col timbro del "famigerato" Link sulla mano. Quella mattina interrogherà alcuni amici dell'Aldro. Quei testi ricordano che li chiamava drogati, con uno di loro si sarebbe finto medico, lui nega le minacce. Fu lui, tempo dopo, a dimenticarsi di verbalizzare una delle frasi chiave nella trascrizione di una telefonata: quella di un imputato che diceva "lo abbiamo bastonato di brutto" o giù di lì. Dice che non si capiva bene. Fu lui a incontrare i genitori in questura 48 ore dopo per convincerli della possibilità di una morte per droga. Ricorda che era scosso perché Lino Aldrovandi piangeva. «E' stata l'unica volta che non ho pianto», ribatte uscendo il papà di Federico.

Checchino Antonini



Caso Bianzino: Manconi chiede nuove perizie

Non può bastare una perizia per scrivere la parola fine sul caso Bianzino. E’ il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi a chiedere che sia fatto di più per capire cos’è successo la mattina del 14 novembre, quando Aldo Bianzino si è spento nel carcere perugino di Capanne: “Il ministero della Giustizia si augura che il giudice per le indagini preliminari voglia assumere tutte le iniziative necessarie a chiarire i dubbi della parte civile, anche disponendo eventuali nuove perizie, prima di decidere sul destino del procedimento in corso”. La perizia sulla scomparsa del falegname 42enne, resa nota nei giorni scorsi, ha infatti spinto il pubblico ministero Giuseppe Petrazzini a chiedere l’archiviazione del procedimento contro ignoti per omicidio. Aneurisma celebrale, questa la causa della morte secondo i medici legali. Che però non hanno escluso a priori l’ipotesi che la vittima sia stata colpita, né quella dell’omissione di soccorso. “Legittimamente il pubblico ministero che indaga sulla morte in carcere di Aldo Bianzino ha chiesto l’archiviazione del procedimento contro ignoti”, afferma Manconi. “Legittimamente la parte civile, la compagna e il figlio intendono opporsi all’archiviazione, ritenendo che la perizia non abbia sciolto tutti i dubbi sulle cause della morte di Bianzino”. La vicenda di Aldo, morto in carcere in circostanze poco chiare un giorno e mezzo dopo l’arresto, è giunta a un bivio. Negli ambienti giudiziari di Perugia si dà per certa l’intenzione della Procura generale della Repubblica di richiedere il fascicolo sul caso. Un evento raro, che può preludere a indagini più approfondite o a una semplice conferma dell’archiviazione. Archiviazione alla quale si opporrà Massimo Zaganelli, il legale di Roberta Radici, vedova di Bianzino: “Una vicenda del genere non si chiude sulla base di una consulenza legale. La perizia va collocata nel contesto della storia che presenta tanti risvolti”, afferma l’avvocato. Che presto avrà finalmente tra le mani tutti gli atti del procedimento. Dall’esame di questi ultimi, si dovrebbe capire meglio se l’iter giudiziario presenta dei lati oscuri. Se eventuali omissioni o procedure discutibili possono aprire un varco per andare più a fondo. Del resto, se da un lato si intuisce una certa voglia di chiudere in fretta un caso che non ha goduto della ribalta mediatica di vicende simili, dall’altra sono in molti a voler tenere accesi i riflettori. Lo confermano le parole di Manconi: “E’ nell’interesse stesso dell’Amministrazione penitenziaria, e di chi presta servizio in essa con abnegazione e senso di responsabilità, che sulla morte di Bianzino sia fatta piena luce”. E lo conferma la decisione dei genitori di Bianzino di scendere in campo nel processo penale come parti offese. Contro l’archiviazione si schierano, oltre ai familiari di Aldo, tutti gli amici, i conoscenti e gli attivisti che hanno marciato nei mesi scorsi a Perugia per chiedere di sapere davvero com’è andata. Tutti in attesa di un segnale che potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Gabriele Carchella

12 febbraio 2008

Omicidio Aldrovandi: La questura sapeva della colluttazione

«S'è capito cos'è successo?». «Non s'è capito un c...». Cominciava così, alle 7.36 del 25 settembre 2005 una conversazione tra la sala operativa della questura di Ferrara e il centralino del 112. E' nella sede dei carabinieri, infatti, che s'è prodotto il primo equivoco della vicenda di Federico Aldrovandi, diciotto anni e nessun reato commesso, ucciso in un misterioso e violentissimo controllo di polizia più di un'ora prima della telefonata resa nota ieri. Un nastro che certamente sarà al centro dell'udienza di domani del processo per omicidio colposo che vede imputati gli autori del controllo di polizia, i quattro agenti delle volanti che, prima l'una poi l'altra, giunsero in via Ippodromo quella domenica mattina. Una donna aveva avvertito il 112 della presenza di qualcuno in evidente stato di agitazione, «che sbatteva dappertutto». Il carabiniere di turno ci avrebbe messo del suo trasmettendo la richiesta ai colleghi di Via Ercole Primo D'Este, sede della questura: «C'è uno che sbatte la testa al muro». «Loro han detto che c'è stata una colluttazione», riferisce il carabiniere nella telefonata finora sconosciuta. Dall'altro capo del filo, il collega della polizia, è lui ad aver chiamato, replica: «C'è stata la colluttazione però magari questo qui ha già sbattuto la testa». Pochi istanti dopo, il poliziotto chiede se all'Arma esiste la registrazione della prima chiamata: «Sì ci ha chiamato una ragazza... dice che sbatteva la testa a destra e sinistra». «Dice che sbatteva la testa?», si assicura l'agente che aggiunge: «E' importantissimo questo». L'interlocutore annuisce: «L'importante che non vadano nei guai i colleghi. «Sicuramente delle pecche ce le hanno, sicuramente...», ammette il poliziotto ripetendo la richiesta: «Ce l'avete la registrazione che dice che sta sbattendo la testa perché noi abbiamo solo quella che dice che sta urlando, dunque la vostra è fondamentale...».Perché il centralinista della questura è convinto che quella registrazione sia fondamentale. L'agente è stato ascoltato nell'ultima udienza ed è indagato per falso in atti pubblici nell'ambito della cosiddetta inchiesta bis che punta a ricostruire le prime fasi dell'indagine sulla strana morte del diciottenne. In particolare, il pm Proto, che ha ereditato le indagini dopo l'esplosione mediatica del caso, dalla prima pm che, pare, non si sarebbe nemmeno recata sulla scena del reato, vorrebbe vederci chiaro su alcuni verbali relativi alla successione delle chiamate al 113 negli orari a ridosso del controllo di polizia. E la parte civile vorrebbe anche capire chi e quando ha deciso che l'indagine sulla polizia l'avrebbe gestita la polizia stessa dal momento che il capo della polizia giudiziaria ferrarese, tra l'altro, è il convivente dell'unica imputata donna. In questo quadro cresce l'attesa per l'udienza di domani, quando saliranno a testimoniare altri due funzionari indagati nell'inchiesta bis. A loro, probabilmente, sarà chiesto lume anche su alcune frasi estrapolate in ulteriori analisi dal video della scientifica mostrato in aula un paio di udienze fa. Dodici minuti in cui si vede il cadavere del ragazzo, di fronte al cancello dell'ippodromo, disteso sull'asfalto. Mani livide e sporche di terra, il volto tumefatto, i pantaloni abbottonati. Niente manganelli nelle vicinanze - spunteranno spezzati solo nel tardo pomeriggio in questura - ma, soprattutto, niente sangue accanto al volto come invece risulta dalle foto del medico legale, e niente portafoglio che, nelle foto successive al video, compare nella tasca del giubbotto, mentre i jeans sono slacciati. Nel rumore di fondo, il pm è riuscito a estrapolare alcune frasi oltre alle risate dei polizotti che avevano sconvolto Patrizia e Lino Aldrovandri quando le hanno ascoltate in aula. Ecco le frasi: «Si è ammazzato da solo». «Qui ci vuole la benzina».

11 febbraio 2008

Milano: Asili negati a immigrati tribunale boccia la Moratti

No comment di Letizia Moratti, il sindaco di Milano, sulla questione degli asili comunali prima di conoscere il testo esatto delle conclusioni del giudice Claudio Marangoni, secondo cui escludere i figli di immigrati irregolari dalle scuole materne ha «carattere discriminatorio». Scambiando alcune battute con i giornalisti a New York, la Moratti ha detto «non mi sento di dare una risposta su questo perchè lo apprendo da voi. Leggerò la motivazione del giudice e una volta letta la motivazione vedremo che cosa sarà giusto fare».
Nel frattempo a difendere l'ordinanza del sindaco Moratti giudicata discriminatoria dal Tribunale di Milano, ci hanno pensato tutta una serie di esponenti lombardi di Forza Italia. Sia per Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia sia per Jole Santelli, responsabile sicurezza e componente del direttivo del gruppo di Forza Italia alla Camera, passando per Maria Elisabetta Casellati, senatrice azzurra, tutte difendono la Moratti e attaccano il giudice, sostenendo che addirittura con la sua bocciatura dell'ordinanza mirerebbe a « imporre la cultura dell'illegalità». Questo perchè ricorda che la legge, oltre alla Costituzione, riconosce parità di trattamento ai bambini anche nell'accesso a servizi pubblici come l'istruzione. E quindi l'ordinanza che mette in coda i bambini degli immigrati non regolari per l'accesso agli asili comunali è illegittima. Lo aveva già decretato già il ministero del governo Prodi.
La sentenza del giudice milanese è la prima vittoria di una donna marocchina, senza permesso di soggiorno, che ha denunciato per discriminazione il Comune. Il tribunale civile di Milano ha deciso che la figlia della donna dovrà essere inserita nelle liste di iscrizione alle scuole materne. Ne ha dato notizia lunedì mattina il legale della donna, l'avvocato Livio Neri. Una sentenza molto articolata, lunga 20 pagine. La causa civile intentata dalla donna, che è rimasta senza permesso di soggiorno perchè con la seconda gravidanza ha perso il lavoro e non è più riuscita a mettersi in regola, si basa sull'art. 44 del testo unico sull'immigrazione («azione civile contro la discriminazione») e sul presupposto giuridico che la condizione dei genitori non può precludere i diritti dei figli.
fonte: l'unità

10 febbraio 2008

Lettera aperta di Avni Er

Comunista turco, detenuto nelle carceri italiane, rischia l’estradizione, nonchè la morte. Avni Er, sceglie lo sciopero della fame per contrastare l’estradizione decisa dalla giustizia italiana, "preferendo morire in Italia, piuttosto che essere ucciso sotto tortura in Turchia".

Cari compagni/e,sono Avni Er, sono un comunista turco e mi trovo dal 1° aprile 2004 nelle carceri italiane. Lo stato turco ha chiesto all’autorità italiana la mia estradizione. Vi vorrei raccontare quali sono i motivi per cui è stata richiesta la mia estradizione e se fosse accolta ciò che mi aspetta.
Quali sono i miei crimini?Io sono un comunista. Non posso far passare nel silenzio i massacri che avvengono nel mio paese. Cerco di informare tutti coloro che difendono i diritti umani nel mondo, delle disumane condizioni e dei massacri in Turchia. Io sono accusato di aver “protestato” contro il ministro degli esteri della Turchia, nel parlamento europeo di Bruxelles. Infatti il ministro turco è stato contestato durante un suo discorso in parlamento. Questa protesta era legittima e democratica. Mentre lui faceva il suo discorso, sono stati mostrati alcuni cartelli riportanti fotografie dei corpi bruciati dei prigionieri durante uno dei tanti attacchi militari nelle carceri turche. Nella fattispecie erano fotografie del massacro avvenuto nel 1999 in Ankara, ordinato dal governo che il ministro rappresentava. Tale ferocia doveva essere denunciata a tutto il mondo. Anche se durante la protesta io non c’ero, sono totalmente solidale. E’ un dovere per tutti coloro che difendono i diritti umani e la democrazia, protestare contro i massacri dello stato fascista turco. Il 1° aprile 2004 sono stato arrestato insieme alla mia compagna Nazan Ercan.
Il nostro arresto fa parte di una strategia pianificata dal regime fascista in Turchia con la collaborazione dell’Italia e di altri paesi europei, in quanto i rapporti economici con il mio paese sono fondamentali al mercato della EU. Dopo il 1° aprile, giorno del nostro arresto, sono state perquisite in effetti esclusivamente sedi rappresentative di associazioni democratiche ed uffici stampa, interessate a denunciare ciò che accadeva (ed accade ancora) in Turchia. Questa operazione è servita, quindi, solo a creare un clima di terrore nei nostri confronti. In Turchia la maggior parte delle persone arrestate sono state torturate ed isolate. Falsi indizi sono stati usati dalla polizia turca per giustificare gli arresti. Quello che abbiamo vissuto, sulla nostra pelle, il 1° aprile non è una novità per noi. Il regime fascista in Turchia usa questa strategia del terrore da anni e anni contro i suoi oppositori. La storia della repubblica turca è piena di massacri e ferocità. Non voglio andare troppo indietro, basta guardare gli ultimi 20 - 25 anni.
In Turchia abbiamo vissuto tre golpe. L’ultimo golpe è stato quello del 12 settembre 1980, organizzato dagli USA ed eseguito dai militari. Il mattino del 12 settembre la popolazione si è svegliata con il rumore dei carri armati. Migliaia di rivoluzionari, democratici comunisti e curdi sono stati uccisi nelle strade, imprigionati, sequestrati e torturati. L’intera Turchia è diventata una caserma militare. Da tutte le parti del paese arrivavano notizie di massacri e torture. Le carceri sono diventate vere e proprie camere di tortura.
Nel 1984, per protestare contro questa feroce repressione i prigionieri politici hanno cominciato uno sciopero della fame a seguito del quale morivano 4 prigionieri. Naturalmente man mano che la resistenza del popolo cresceva, la repressione si faceva sempre più incalzante e feroce. A causa di una violenta incursione militare dentro una prigione, che costò la vita di due detenuti, seguita dopo poco tempo da un’altra in cui altri quattro prigionieri morirono, nel 1996 i prigionieri politici cominciarono uno sciopero della fame per il quale dodici di loro persero la vita. Nel 1999 i militari attaccarono con le armi di nuovo il carcere di Ankara: dieci prigionieri morirono a causa di torture. Vorrei sottolineare che le foto mostrate durante l’iniziativa al parlamento europeo rappresentavano i fatti qui citati. Ed ancora: è per questo motivo che lo stato turco chiede la mia estradizione. Gli attacchi dello stato fascista turco non si sono mai fermati, anzi sono aumentati. In più sono state costruite nuove carceri di isolamento. Nell’ottobre del 2000, in segno di protesta contro l’isolamento e la repressione, i prigionieri hanno cominciato un nuovo sciopero della fame. Il 19 dicembre 2000 lo stato ha inviato le sue forze militari ad assaltare ventuno carceri ed i massacri si sono ripetuti: questa volta altri ventotto prigionieri furono gravemente feriti. Durante questa carneficina i militari hanno usato gas chimico e diverse bombe. Coloro che sono sopravvissuti furono deportati nelle carceri “Tipo F”. Nonostante le loro terribili condizioni fisiche e psichiche hanno continuato lo sciopero della fame.
In sette anni di resistenza sono morte 122 persone e più di seicento sono rimaste senza memoria a causa della somministrazione dell’alimentazione forzata. Quando parliamo dello stato fascista turco sappiamo quello che diciamo e non è un’esagerazione né demagogia. Turchia è una terra in cui lo “stato” permette ai “cacciatori di teste” fascisti di collezionare trofei consistenti in parti mutilate dei corpi dei rivoluzionari che lottano per l’indipendenza e l’uguaglianza. Dozzine di pubblicazioni ispirate da ideali di uguaglianza, giustizia ed indipendenza vengono ritirate e censurate. Migliaia di rivoluzionari, comunisti e democratici sono uccisi, imprigionati e torturati. Trentamila curdi sono stati massacrati e torturati solo per aver rivendicato la propria origine e la propria lingua. Questo è lo stato che ha chiesto la mia estradizione. La democratizzazione della Turchia è solo bassa demagogia. La stessa Corte Europea ha condannato varie volte la Turchia per le sue politiche discriminanti e per le ripetute violazioni dei diritti umani.
I rivoluzionari, i democratici non hanno alcuna sicurezza per le loro vite; noi no abbiamo sicurezza di vita in Turchia. Estradando me l’autorità italiana si assocerà al regime fascita turco divenendo responsabile delle torture, dei trattamenti disumani e degradanti ai quali verrò sottoposto. Per cui sappia l’autorità italiana che se proverà a portarmi contro la mia volontà riuscirà ad inviare solo il mio corpo senza vita.

AVNI ER

Firmate la petizione contro l’estradizione di Avni e Zeynep (un altro detenuto nelle sue condizioni) qui: http://www.avni-zeynep.net/

Scrivete ad Avni all’indirizzo:Via Badu é Carros 1, 08100 Nuoro

Omicidio Casu: rinvio a giudizio per i medici dell'ospedale psichiatrico

Protestava contro lo sgombero della sua bancarella, era finito legato mani e piedi in un letto di costrizione. Dove è morto. Per il pm è omicidio colposo

Era rimasto sette giorni legato al letto dell'ospedale, dopo essere stato ricoverato con la forza durante lo sgombero della sua bancarella abusiva a Quartu Sant'Elena. Per la morte di Giuseppe Casu, il sessantenne venditore ambulante stroncato nel letto del reparto psichiatrico del Santissima Trinità di Cagliari, dopo due anni di indagini il pubblico ministero Gian Giacomo Pilia ha chiesto il rinvio a giudizio di due medici del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di uno dei più importanti nosocomi cagliaritani. Il 19 febbraio, dunque, nell'aula Gup al terzo piano del Palazzo di Giustizia del capoluogo sardo compariranno il primario del reparto Gian Paolo Turri e Maria Rosaria Cantone, il medico-psichiatra che aveva in cura l'ambulante deceduto a seguito di una tromboembolia venosa (questo quanto accertato dall'autopsia). L'accusa per entrambi è quella di omicidio colposo. Giuseppe Casu era morto il 22 giugno 2006 dopo una settimana passata legato al letto della clinica, sottoposto ad una «contenzione fisica e farmacologica», legato cioè mani e piedi con delle cinghie e sedato con psicofarmaci. Ad accertarlo, poco tempo dopo il decesso, era stata una speciale commissione d'inchiesta nominata dai vertici dell'Asl. Nella relazione degli ispettori non era emerso alcun rapporto di «causa-effetto» tra contenzione fisica e cause del decesso, anche perché lo scopo dell'inchiesta interna era esclusivamente quello di scoprire se Giuseppe Casu avesse ricevuto un'assistenza sanitaria adeguata nel periodo di degenza. «È stato accertato - avevano scritto i medici nel dossier riservato consegnato a Gino Gumirato, manager dell'azienda - che la contenzione fisica è stata effettuata per un periodo eccezionalmente lungo, che si è protratto per sette giorni, ossia dalla data del ricovero a quella del decesso, senza soluzione di continuità». Dopo essere stato prelevato con la forza da vigili urbani e carabinieri, nel giugno 2006, Giuseppe Casu era stato ricoverato in psichiatria: dall'arrivo sino al momento della morte, hanno accertato i medici, l'ambulante sarebbe rimasto sempre legato con i lacci al letto. Poco tempo dopo, consegnato il dossier anche in Procura, è scattata l'inchiesta del pubblico ministero Gian Giacomo Pilia, pure a seguito di un esposto presentato dagli avvocati Mario Canessa e Dario Sarigu per conto dei familiari. A seguire da vicino tutte le fasi dell'inchiesta, nel tentativo di tenere viva l'attenzione sulla vicenda, in città si è anche costituito un comitato che, in questi due anni, ha più chiesto che venisse fatta luce sulle cause del misterioso decesso. Un giallo che si è condito di molti elementi, alcuni anche inquietanti. Oltre al fascicolo per «omicidio colposo» dove sono stati iscritti i due medici indagati, la Procura ne avrebbe aperto anche un secondo a carico di ignoti per «frode processuale». Nominata dal pm la commissione di consulenti anatomopatologi forensi e medici (Giancarlo Nivoli, Francesco Paribello e Giovanni Frau) per studiare le cause della morte del paziente, il pubblico ministero ha così scoperto che le parti anatomiche acquisite non erano quelle di Giuseppe Casu, ma bensì di un altro paziente morto sempre a causa di una tromboembolia dell'arteria polmonare, ma causata da un tumore. La Procura avrebbe poi scoperto che le parti del corpo dell'ambulante erano scomparse dall'Istituto di Anatomia Patologica dell'ospedale Santissima Trinità, sostituite da quelle di un altro cadavere, facendo così partire la seconda indagine. Interrogati i responsabile del reparto, gli inquirenti non scartano alcuna ipotesi: dall'errore umano, come il semplice scambio di etichette o dei reperti, all'intrusione di sconosciuti che avrebbero potuto sostituire le provette. I locali dell'anatomia patologica, infatti, non sarebbero blindati e chiunque avrebbe potuto accedervi per manipolare il campione. Ma sul filone principale dell'inchiesta, quella per l'omicidio colposo del commerciante quartese, la parola passa ora al giudice per le udienze preliminari che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per i due medici formulata dal pm Pilia. «Dopo che Casu fu ricoverato in quanto affetto da stato di agitazione psicomotoria» si legge nel capo d'imputazione, «venne sottopoto a contenzione fisica con quattro nastri e una fascia al torace e contestualmente gli venne praticata una terapia farmacologica per tutta la durata del ricovero, sino al 22 giugno, data del decesso del paziente per tromboembolia dell'arteria polmonare. La contenzione fisica fu lecitamente prescritta ma poi continuata in modo non conferme a quanto prescritto dalla scienza medica, atteso che non vennero richieste consulenze specialistiche e, comunque, non vennero effettuati controlli clinici strumentali e di laboratorio». Poi la parte più pesante: «Non vennero prescritte attività motorie» si legge ancora, «a scopo preventivo tendenti a ridurre, per quanto possibile, l'immobilità e quindi la stasi e non venne prescritta una terapia preventiva antitrombotica ovvero non venne sottoposto al controllo dei sistemi coagulativi». Nell'udienza per discutere sul rinvio a giudizio, i due indagati saranno difesi dagli avvocati Gianfranco Mancciotta e Massimiliano Ledda. In quell'occasione i familiari si costituiranno parte civile ed è stata annunciata un presidio da parte del comitato «Verità e giustizia per Giuseppe Casu».

Caso Bianzino: Una morte troppo "naturale"

«A uccidere Aldo Bianzino, morto a ottobre nel carcere di Perugia, sarebbe stato un aneurisma. A stabilirlo è stata la perizia del medico legale. Un risultato che però lascia ancora troppe ombre e che non convince la famiglia di Aldo


Aldo Bianzino morì per cause naturali. La perizia medico legale depositata dai dottori Anna Aprile e Luca Lalli sembra non avere grandi dubbi e tutti i dati «depongono per una emorragia sub-aracnoidea dovuta a rottura aneuristica» che produsse «un'insufficienza cardio-respiratoria». Che uccise Aldo. Inoltre il suo corpo non riporta traumi evidenti, il che fa scrivere ai due medici che «la possibilità che Bianzino possa avere subìto un insulto traumatico anche modesto in grado di produrre la rottura dell'aneurisma cerebrale deve essere considerata un'ipotesi non supportata da alcun dato biologico». Un trauma per la verità c'è, al fegato. Che risulta strappato e lacerato. Ma, come attesta la letteratura medica, casi di massaggio cardiaco che hanno portato a questi risultati, pur se rari, se ne trovano. Aldo Bianzino entrò nel carcere perugino di Capanne il 12 ottobre dell'anno scorso. Stava bene. Era «calmo e tranquillo». Poi la mattina del 14 un aneurisma, un piccolo rigonfiamento di un vettore sanguigno, esplode. Viene soccorso alle otto, dopo che una guardia si accorge del suo corpo inanimato sul lettino della cella. I medici del carcere le provano tutte: gli fanno anche un massaggio cardiaco che dura 22 minuti. Inavvertitamente gli fanno a pezzi il fegato. Ma non c'è nulla da fare. Quando arrivano i dottori del 118, alle 8.30, c'è solo da constatare il decesso. Tutto è chiaro, limpido quasi certo. La perizia ammette alcune zone d'ombra. Si spinge addirittura a scrivere che «può ascriversi a lata ipotesi» l'idea che Aldo «possa essere stato colpito con modalità in grado di mascherare lesività esterne». Suggerisce che forse, visto che tra l'emorragia e la morte passarono alcune ore, da due a otto, qualcosa si poteva fare pur se resta difficile determinare cosa. Forse.In buona sostanza, Bianzino aveva nel corpo una bomba a tempo che prima o poi sarebbe esplosa: fu colpa del carcere se accadde in quel momento? La perizia non sembra escluderlo ma esclude che vi sia stato un evidente elemento scatenante. A restare alle parole fredde della perizia, e ai commenti a caldo delle guardie penitenziarie di Capanne che hanno accolto con sollievo le conclusioni dei due medici incaricati dalla procura, tutto sembra procedere senza una grinza. Un uomo condannato dal suo destino vascolare entra in carcere così come sarebbe potuto entrare in pasticceria. La bomba a tempo lavora contro di lui. Esplode quando meno se l'aspetta. Muore nel suo letto forse senza un lamento chissà se chiamando aiuto (gli altri detenuti dicono che lo fece) durante un lasso di tempo di due-otto ore. Sconvolto decide anche, chissà come, di mettersi completamente nudo. O furono i medici a spogliarlo forse cercando l'origine del male oscuro in momenti di tensione che, per massaggiargli il cuore, fecero loro lacerare il fegato a un uomo già morto? Il 118 lo trova nudo in corridoio, altra bizzarria descritta dai referti. Alle 8.30 ne constata il decesso e poi però, tre quarti d'ora dopo, un funzionario del carcere va a chiedere alla moglie, Roberta Radici, se suo marito ha inghiottito qualcosa perché è in coma. Una finzione apparentemente senza senso per una morte naturale. Ma tutto ciò è ora compito del magistrato che ha in mano una perizia che non risolve se non il particolare che Bianzino morì di aneurisma. Una sacca di sangue che si rompe per maturità o per un aumento della pressione arteriosa dovuto, dice la letteratura, a svariate cause: dall'attività sessuale a un forte stato di tensione emotiva, di ansia. Dopo tanti «si dice» la perizia medica adesso c'è. Ma troppe domande restano ancora senza risposta.


Emanuele Giordana Lettera22

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