4 ottobre 2008

Nelle carceri italiane negato il diritto all'affettività

È una pena accessoria non scritta. Ossia l'affettività negata dal carcere. Perché la porta che si chiude alle spalle del detenuto lascia fuori anche la possibilità di coltivare gli affetti. E nega, quindi, ai detenuti anche la possibilità di avere incontri anche intimi o sessuali con i propri partner.
Riccardo Arena di Radio carcere spiega: «Il problema non è quello che funziona ma quello che non c'è. Si fa prima a dire cosa c'è e come si va avanti, con sale colloqui sistemate in cameroni dove tutti sono assieme. È chiaro che l'intimità sparisca». Non è tutto. «La pena ha come effetto, scontata in questo modo, quello di distruggere anche le famiglie. Diciamo pure che la mancanza di affetto e affettività tra detenuti e parenti è una pena accessoria non scritta ma veramente grave».
Inutili, a sentire Arena, che è avvocato penalista, i paragoni con altri paesi. «Siamo lontani anni luce dalla Spagna. Eppoi bisogna pure dire che allo stato delle cose non ci sono neppure gli spazi perché a questo aspetto pochi hanno dato importanza».
Una situazione che, come spiega anche Vittorio Antonini, ergastolano e presidente dell'associazione Papillon di Rebibbia «ti porta ad innamorarti dell'insegnante piuttosto che del volontario o della volontaria perché all'interno delle carceri manca la cosiddetta vita normale».
Un esempio per spiegare anche quanto avvenuto poco tempo fa a Pisa dove un'insegnante di settant'anni è stata denunciata da un ispettore della polizia penitenziaria per essere stata sorpresa con un detenuto quarantenne.
«È la natura del carcere, la costrizione e la negazione di questa fetta di normalità - prosegue Antonin - che fa nascere queste cose». Ornella Favero, direttore responsabile dell'agenzia di informazione "dal e sul carcere" http://www.ristretti.it/ non ha dubbi: «L'Italia è dietro altri paesi anni luce. Le sale per i cosiddetti colloqui intimi esistono anche in Albania, negli Stati uniti e in alcuni stati dell'America latina - dice - solo l'Italia non prevede la tutela di questo importante aspetto della vita».
Per affrontare il problema con cui devono convinvere le migliaia di detenuti distribuiti nelle diverse carceri d'Italia Ornella Favero non usa giri di parole. Non fosse altro per il fatto che la sua associazione e la sua rivista agenzia da anni affrontano e ne discutono. «Non è la prima volta che nella nostra redazione si parla di sesso - dice - , ma la cosa triste è che passano gli anni, passano le discussioni, ma nulla cambia».
«La proposta di legge sugli affetti, sul "diritto all'intimità", elaborata nella Casa di reclusione di Padova nel 2002, giace mai calendarizzata, e per dirla rudemente "non gliene frega niente a nessuno" o quasi». Situazione che però non scoraggia i volontari: «Ma noi insistiamo testardamente a parlare dei disastri prodotti dalla privazione del sesso nelle persone, e manteniamo viva l'attenzione su un Ordinamento penitenziario che mette le famiglie al centro del percorso di reinserimento del detenuto».
Da qui il quesito che pone il direttore di Ristretti orizzonti: «La domanda, assolutamente elementare, è allora la seguente: ma quali famiglie? Quelle sfasciate dalla galera? Di tutto questo abbiamo discusso recentemente in redazione».
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l'associazione che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti, ricorda quando «siamo andati vicini a trovare una soluzione». «Era il periodo del governo D'Alema e sottosegretario era Franco Corleone e Alessandro Margara- spiega Gonnella - e in quel periodo si cercò di otterenere una regolamentazione più elastica dei rapporti tra conviventi o coniugi in sale chiuse e senza controllo visivo». Progetto che però viene stoppato da una sentenza del Consiglio di Stato.
«La legge prevede che ci sia un controllo visivo mentre il regolamento proprio questo aspetto non lo prevedeva e il Consiglio di Stato aveva rimarcato la necessità di modificare quindi la legge». Risultato? «Non si è fatto più nulla e oggi, con quello che sta succedendo, pensare che possiamo stare al passo con gli altri paesi diventa veramente un'utopia».
Luigi Manconi, presidente dell'associazione A Buon Diritto ed ex sottosegretario alla Giustizia avrebbe una proposta: «Il problema è che vanno trovate soluzioni logisitco residenziali che possano per un verso il rispetto della norma generale e per l'altro garantire la possibilità di una vita affettiva ancorchè limitata» perché, aggiunge «non esiste ragione al mondo o norma che prevede questa sorta di mutilazione della sessualità, non esiste norma che preveda una castità coatta e per contro è agevole dimostrare in termini scientifici che una vita di relazione anche sessuale è un contributo fondamentale all'identità e all'equilibrio del recluso e reclusa».

fonte: L'Unità

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