6 ottobre 2008

Caro Maroni, il “buon nome” della polizia non esiste più

Una donna di origine somala ha denunciato la polizia italiana per i maltrattamenti e le umiliazioni che avrebbe subito un paio di mesi fa al posto di frontiera dell’aeroporto di Ciampino, a Roma. La polizia ha respinto le accuse e il ministro dell’Interno si è immediatamente schierato a sua difesa. Il caso è aperto e toccherà alla magistratura indagare sui fatti: speriamo che non si ripeta quel che si è visto con le inchieste sul G8 di Genova. In quel caso la polizia di stato ha ostacolato le indagini in ogni modo, costringendo i magistrati a denunciarne - nell’indifferenza generale - il comportamento omertoso. E’ facile prevedere che sulla vicenda di Ciampino resteranno per sempre molti dubbi: non esiste in Italia un’autorità indipendente in grado di condurre indagini del genere, e l’etica della polizia - come appena detto - va nella direzione della copertura e della non trasparenza, per cui l’accertamento della verità sarà impossibile.
Detto questo, c’è una cosa che colpisce nella fiera difesa opposta dal ministro Maroni. Il ministro ha detto che in questa circostanza «le forze dell’ordine reagiscono come si conviene con una querela per calunnia e con la costituzione di parte civile del ministero dell’Interno per tutelare il buon nome delle forze di polizia italiana». Sul piano teorico è una posizione ineccepibile, sul piano della realtà non è invece credibile. Il “buon nome delle forze di polizia italiane” non c’è più: dopo il G8 di Genova e gli scempi lì compiuti - l’uccisione di Carlo Giuliani, il sangue versato alla Diaz, i maltrattamenti sui detenuti a Bolzaneto, la caccia all’uomo per strada - nessun ministro è intervenuto per tutelare il “buon nome” ora invocato. In questi anni, anziché inchieste interne, pulizie alla base e ai vertici delle forze dell’ordine, un ripudio solenne di simili comportamenti incompatibili con le regole e l’etica della democrazia, abbiamo avuto coperture, omertà, promozioni degli imputati nei vari processi.
Anche di fronte a una condanna di ben 15 agenti e funzionari per i maltrattamenti inflitti ai detenuti - uno dei reati più infamanti per chi indossi una divisa - nella caserma di polizia di Bolzaneto, il ministro Maroni non ha mosso un dito. E dire che il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha detto a chiare lettere che il governo italiano dovrebbe subito sospendere i condannati (per quanto l’iter giudiziariosia destinato ad interrompersi causa prescrizione), dato che la tortura si combatte soprattutto con la prevenzione e con la lotta sistematica all’impunità. L’inazione del ministro di fronte alla sentenza, che è del 14 luglio 2008, sommata alle coperture garantite negli anni precedenti, ha reso ancora meno credibile l’immagine delle nostre forze di polizie.
Purtroppo per Maroni (e per noi) non c’è nessun buon nome da tutelare, tutt’altro. Più che alle querele, il ministro dovrebbe pensare a restituire dignità a un’istituzione che non ha onorato in questi anni post G8 la sua funzione costituzionale.


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