10 gennaio 2008

Roma: Assolta Action, occupare case non è associazione a delinquere

Action non è un'associazione a delinquere, lottare per il diritto all'abitare anche attraverso occupazioni di stabili non costituisce associazione a delinquere. «E' stato respinto un sillogismo che confonde la politica con il codice penale, come se la Cgil fosse stata trascinata in giudizio per le occupazioni dei latifondi!», esclama uno dei difensori, Francesco Romeo, dei dodici imputati, tutti attivisti dell'agenzia romana per i diritti, Action. «Le lotte sociali - spiega il collega Marco Lucentini - non sono parte dell'associazione a delinquere e non possono essere processate». Ancor più lungimirante uno degli accusati, Bartolo Mancuso: «Così viene legittimata l'organizzazione degli ultimi!». Tra 45 giorni saranno note le motivazioni. Ieri sera, il presidente del tribunale, al termine di una breve camera di consiglio, s'è limitato a leggere il dispositivo della sentenza. Ma era stata una lunga giornata per i dodici imputati, tutti conosciuti per l'impegno nelle lotte per il diritto alla casa, tirati in ballo dai pm Cipolla e Vitello con un clamoroso teorema dell'associazione a delinquere che accomuna la vicenda dei romani di Action a quelle di attivisti di lotta per la casa di Venezia, ai disoccupati di Acerra accusati anche loro di associazione a delinquere finalizzata all'estorsione di case e posti di lavoro. Per non dire del processo di Cosenza al Sud ribelle, l'accusa è di cospirazione, che si avvia verso la requisitoria prevista per il 21 gennaio. Una conferenza stampa, oggi a mezzogiorno alla casa occupata di Via De Lollis, farà il punto della situazione.Al di là del grottesco, probabilmente involontario, di quei teoremi, va segnalato con forza il problema di un pezzo di magistratura che s'è posto il problema di decapitare, o in seconda battuta, di far vivere sotto una spada di Damocle, alcuni settori più radicali dei movimenti sociali. Il nome del pm Vitello ricorre in tutte le disavventure giudiziarie di Action. Sarà lui a condurre, dal 18 gennaio prossimo, il processo romano contro attivisti e precari coinvolti nelle azioni del 6 novembre 2004 di shopsurfing metropolitano avvenute all'Ipermercato Panorama di Roma. Il termine anglosassone, shopsurfing, fu tradotto malamente come esproprio proletario dai cronisti nostalgici degli anni '70, e compreso ancora peggio dagli ultras del codice Rocco che vorrebbero appiccicare l'etichetta di rapinatori, e con aggravanti, a precari, studenti, sindacalisti, impegnati nella ricerca di pratiche di lotta efficaci e innovative contro il carovita. Ancora più grave, il reato in ballo nel processo che ieri doveva giungere a conclusione, secondo le previsioni già in prima mattinata. Per le 11, infatti, era stata convocata una conferenza stampa di fronte alla Città giudiziaria. La vicenda è scaturita da un'inchiesta del 2003 su alcune occupazioni di case della Capitale, promosse e gestite da Action. La pubblica accusa non ha dubbi: Nunzio D'Erme, all'epoca consiglere comunale eletto nelle liste di Rifondazione, e Francesco Raparelli, Guido Lutrario, Andrea Alzetta, Fabrizio Nizi, Giovanna Cavallo, Fabrizio Pagnozzi, Luca Blasi, Fabiano Rosario, Bartolo Mancuso, Alessandro Luparelli e Laura Sponti, (tutti assistiti dagli avvocati Marco Lucentini, Tommaso Mancini e Romeo)sarebbero promotori di un'associazione a delinquere finalizzata all'occupazione di case, in una città che detiene il record dei prezzi e degli appartamenti sfitti. Capitale della speculazione edilizia e del disagio abitativo. Recita l'articolo 416 del codice penale: "quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni. Per il solo fatto di partecipare all'associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni... La pena è aumentata se il numero degli associati e' di dieci o più". Accusa e difesa, nella penultima udienza, avevano concordato sulla sufficienza delle prove, perlopiù volantini di Action, e i testi, in particolare gli agenti della digos - compreso il loro dirigente Giannini - che hanno condotto l'inchiesta «dichiarando - spiega uno dei difensori, Francesco Romeo - che non c'era alcuna associazione a delinquere». la difesa aveva anmche rinunciato ai suoi 160 testi. Il primo colpo di scena arriva in mattinata quando un pm diverso da quello della penultima udienza (l'ufficio del pm è impersonale), si tratta proprio di Cipolla, ha chiesto di riaprire l'istruttoria per sentire testi importanti, alcuni carabinieri. Gesto reputato gravissimo dalle difese, «scorretto e sleale» ma quando la campanella avvisa del termine della camera di consiglio si tira un sospiro di sollievo: la richiesta del pm è respinta e si invitano le parti a concludere. Lunga attesa, poi, in serata, la richiesta del pm (che molto probabilmente ricorrerà in appello): 2 anni e 2 mesi meno del minimo per i presunti capi dell'associazione. Un segnale, secondo gli addetti ai lavori, della debolezza di un teorema. Poco dopo le 21 il presidente della settima sezione penale legge il dispositivo, «il fatto non sussiste» e, per le occupazioni sotto accusa, «il reato non è stato commesso». Per i senzacasa e gli attivisti di movimento sarà una serata di festa.

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